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giovedì 31 ottobre 2024

Draghi vs Blanchard

(...in un commento al post precedente Luciano evidenziava come il problema della maggior parte delle persone non sia non aver capito, ma non essere venute a conoscenza del Dibattito - cioè del blog che stai leggendo, caro lettore! Il mio spirito polemico e sofistico mi porterebbe a dire che, invece, il successo del Dibattito [e quindi la sua diffusione, che, per quanto scarsa, è stata sufficiente a farmi Presidente di bicamerale] sia da attribuire al fatto che la gente aveva capito, cioè che si riconosceva in quanto trovava scritto, con un atto di adesione emotivo e intuitivo. Insomma: il blog ha funzionato perché era inutile, ha funzionato con quelli cui era inutile, e quindi non tanto perché abbia aggiunto qualcosa alle loro conoscenze o al loro bagaglio culturale, quanto perché ha dato loro coscienza di non essere soli nella percezione di certi problemi, e ha dato loro una casa, che è appunto, caro lettore, il blog che stai leggendo, questa pagina, questo schermo di laptop o di smartphone [questo passa il convento!]. Però ha ragione anche Luciano: le persone che conoscono il nostro lavoro sono poche, pochissime, e per quanto questo possa apparire paradossale, sono in particolare pressoché assenti in Abruzzo! Pensate un po'! Quello che gli sprovveduti chiamano "sovranismo" è sostanzialmente nato in Abruzzo, per un decennio qualche collega - o presunto tale - particolarmente cretino è andato avanti sui social [che a voi sembrano il mondo e sono una bolla di metano ] a canzonarmi con la storiella di "Pescaracas", per anni abbiamo portato centinaia di persone fra cui un paio di scappati di casa rispondenti ai nomi di Giorgia e Matteo a Montesilvano, in tutti i media nazionali si parlava del professorino abruzzese di provincia... Quando questo lavoro ha contribuito a mutare il panorama politico italiano, per inciso mettendo una "poltrona" sotto il sedere di tante persone, non solo di chi vi scrive!, ci si sarebbe aspettati che là dove se non tutto, molto era successo, un minimo di campanilismo portasse a rivendicare il lavoro svolto, ad appropriarsene in qualche modo. O no? Invece no! I miei rappresentati per lo più non sanno un cazzo di niente di chi li rappresenta [e certo non possono affidarsi ai media locali per colmare questa lacuna, laddove vogliano], e i miei "colleghi" leghisti locali a loro volta non sanno un cazzo di niente di chi credono di essersi portati in casa [ma era qui, e costruiva senza minimamente immaginarselo un pezzo del pensiero "leghista", molto prima che loro sapessero che esisteva la Lega]! Eppure leggere il blog, o almeno sapere chi lo ha scritto, sarebbe utile: non vorrei sembrare eccessivamente enfatico, ma in certi casi letteralmente salverebbe la vita. Basterebbe sapere che queste pagine sono scritte dal Cavaliere nero, e al Cavaliere nero... Ma è inutile: non leggono - se leggessero non scriverei così, ça va sans dire - non mi seguono, né me né altri personaggi rilevanti come Claudio, sui social, non hanno idea di che ruoli io svolga a Roma, non hanno idea di quanto sia risalente e di quale sia il mio rapporto con Matteo e con gli altri leader politici in utroque, e quindi non capiscono, il che non è del tutto un male, perché mi consente di esercitare nel piccolo le virtù che spero di essere chiamato ad applicare nel grande: la pazienza, l'umiltà, spinta fino alla dissimulazione, la tenacia, l'arte di vincere una battaglia politica mandando l'avversario a schiantarsi contro le proprie contraddizioni, l'arte di vincere [eliminando i problemi] senza stravincere [umiliando chi li ha creati], e così via. Quindi, amici miei, guardate il bicchiere mezzo pieno: in un mondo a informazione completa fottere chi ti vorrebbe fottere sarebbe molto più difficile! Il messaggio, insomma, è sempre il solito: facciamoci bastare quello che sappiamo, e cerchiamo di usarlo a nostro vantaggio, se non per trarne un guadagno, almeno per limitare le perdite! E a questo proposito...)

Lo scorso otto ottobre Olivier Blanchard e Angel Ubide hanno scritto sul blog del Peterson Institute for International Economics un commento dal titolo particolarmente eloquente: Essential issues raised, but not fully answered by the Draghi report sull'ormai mitologico rapporto di Draghi. Un titolo che, se vogliamo, è un riuscito esercizio nella mia preferita fra le arti marziali: l'eufemismo estremo (not fully answered è un colpo mortale, inutile girarci intorno).

(...apro e chiudo una parentesi per confessare a voi fratelli che senza Marco Zanni mai e poi mai sarei venuto a conoscenza di questo pezzo di bravura! Esattamente come cerco di vincere le mie battaglie sfruttando la forza dei nemici, e ci riesco, sviluppo il mio pensiero sfruttando il cervello dei miei amici, e ci riesco. Vi ho sempre confessato che l'economia in fondo a me non interessa: è perché non l'amo che l'economia mi ama e cerca di compiacermi comportandosi in modo per me prevedibile! Certo però che un economista deve almeno far finta di interessarsi all'economia, e qui arrivano in soccorso gli amici: mi riconosco il merito di aver creato le strutture di coordinamento in cui ci confrontiamo, ma quelli bravi, posso dirlo senza tema di smentita, sono loro...)

La parte più corrosiva del commento di Blanchard e Ubide coincide con quella che vi ho illustrato in una slides del #goofy13:


Loro la mettono (diplomaticamente) così:

"Let us start with a strong statement: The title of the report, The Future of European Competitiveness, is misleading. What the report is about, and indeed should be about, is productivity, not competitiveness. Productivity determines the standard of living. Competitiveness is a different issue: A country can have low productivity and still be competitive. This is what a flexible exchange rate is supposed to achieve and typically does. The European Union does not have a competitiveness problem—in fact, it runs a current account surplus. If anything, it has a potential productivity problem."

Il titolo del rapporto Draghi è fuorviante (io direi sbagliato, ma fuorviante è più cortese), perché l'UE non ha un problema di competitività, dal momento che è in surplus di partite correnti: eventualmente si può argomentare che l'UE abbia un problema di produttività. Diciamo che io l'ho detta in modo più rude, fornendo una mia personale definizione di trombone sopravvalutato ("persona che in piena crisi del modello mercantilistico ravvisa un problema di competitività in un'area che ha un surplus estero superiore a quello della Cina"), ma tant'è: il concetto è lo stesso, e fanno meglio loro a esprimerlo in modo asettico (non sia mai che qualcuno mi accusi di invidiare economisti a basso h-index!).

Il problema di produttività c'è tutto, e ve lo mostro con una delle slides che al #goofy13 non vi ho fatto vedere (il tempo era poco, l'anno prossimo mi prendo due ore):


Se facciamo 100 nel 1995 il Pil in termini reali per addetto, AMECO prevede che al 2025 negli USA sarà aumentato di quasi il 60%, nell'UE di quasi il 30% (la metà) e nell'Eurozona di quasi il 20% (un terzo). Mi sembra evidente che quello che "tira su" la produttività dell'Unione europea è la performance dei Paesi non appartenenti all'Eurozona, e ci vuole poco a verificare che in effetti è così:


Naturalmente i Paesi "non-EZ" sono un insieme molto eterogeneo, composto per lo più da Paesi che partivano da posizioni relativamente arretrate. Tuttavia, i loro risultati smaglianti in termini di crescita della produttività non sono imputabili esclusivamente al meccanismo di catch-up implicito nel modello di crescita neoclassico, che spiegammo ad esempio qui, tra l'altro perché anche la Svezia, paese storicamente "avanzato", ha fatto meglio dell'Eurozona! Ma insomma, il problema di produttività c'è e si vede. 

Può forse stupire che dopo aver affermato questo problema, Blanchard e Ubide ne neghino la rilevanza:

"In comparing the European Union to the United States, and in characterizing the diagnostic of the report, Draghi has talked about an “existential challenge” and, if nothing is done, a “slow agony.” This overstates the case."

Insomma: parlare di "lenta agonia" dell'Eurozona sarebbe un'esagerazione. Certo è che la crescita del Pil per addetto (Blanchard e Ubide usano il Pil pro capite) nell'Eurozona è stata un terzo che negli Usa. Un gran successo non è...

Perché Blanchard e Ubide devono sminuire?

Io un'idea ce l'avrei, ma prima condivido seco voi un'altra riflessione, destinata ai più anziani del blog e studiosi. Alla luce del nostro modello di crescita standard, quello di Verdoorn-Kaldor-Thirlwall, spiegato ad esempio qui, il primo e il secondo grafico di questo post non sono coerenti: ci aspetteremmo infatti che la produttività sia maggiore (minore) dove maggiore è il surplus (deficit) della bilancia dei pagamenti. L'argomento è quello di Smith: al crescere dei mercati di sbocco viene incentivata l'innovazione di processo (divisione del lavoro), quindi aumenta la produttività, che non è un dato tecnico, esogeno, ma un dato endogeno, dipendente dalla domanda. Ci si aspetta quindi che cresca di più in Paesi i cui beni sono in domanda netta, che sono cioè esportatori netti. Invece cresce di più negli Usa (importatori netti) e di meno nell'Eurozona (esportatore netto).

Perché?

La risposta è in alcune slides che vi ho mostrato al #goofy13, e il suo tenore spiega anche perché Blanchard e Ubide, dopo aver puntato il dito sul problema di produttività, preferiscono poi girarci intorno.

Mi limito a una slide, quella centrale nel ragionamento:


Il modello di Thirlwall in linea di principio è sempre valido: la crescita delle esportazioni (nette) in linea di principio causa una crescita della produttività. Il problema dell'Eurozona però è che la crescita delle esportazioni nette è a sua volta stata provocata con misure che deprimono la produttività: la svalutazione interna, cioè la deflazione salariale. Certo, abbattere i salari fa aumentare le esportazioni perché abbatte il costo dei prodotti nazionali. Tuttavia, la compressione dei salari esercita un effetto avverso sulla produttività che compensa, riducendolo o addirittura azzerandolo, l'effetto propizio via aumento delle esportazioni. Altro sarebbe se la crescita delle esportazioni fosse assicurata via svalutazione esterna, cioè affidando il cambio di una ipotetica valuta nazionale alle forze di mercato.

Questo spiega, fra l'altro, il differenziale di produttività fra Paesi dell'Eurozona (necessità di tagliare i salari, produttività più bassa) e Paesi UE extra-Eurozona (possibilità di manovrare la valuta nazionale, produttività più alta).

Ma naturalmente questo banale fatto stilizzato a Blanchard e Uribe non fa comodo vederlo, quindi non lo vedono, sciorinando invece tutto il pattume supply-side che a Montesilvano ci fu propinato in occasione del #goofy8:

(Tir di faldoni, tabaccaie scalabili, amo perso er treno de 'a rivoluzzzione diggitale, ecc.).

Va bene così: il vero problema non fa comodo evidenziarlo nemmeno a noi. Nel momento in cui Germania e Francia si schiantano contro la propria arroganza, nel momento in cui le agenzie sono costrette se non ad alzarci il rating almeno a rivedere al rialzo l'outlook, inutile far casino per portare l'attenzione sulla "contraddizione principale". Quella è, e resta, l'euro, ma visto che ora sta lavorando per noi, ragazzi: lasciamola lavorare! Ora sono gli altri a dover tagliare i propri salari, e quindi la propria produttività. Il problema è loro: si prendano loro il costo politico di accennare la soluzione!


(...ci eravamo detti a settembre che la Francia poteva solo scegliere come, non se, far crescere il rapporto debito pubblico/Pil: aumentando la spesa sociale, o praticando politiche di austerità. Ha fatto la sua scelta: sarà austerità! Non possiamo che congratularci con Barnier: l'esperienza italiana dimostra che questo è il modo più rapido per far crescere il rapporto debito/Pil, e quindi presto non saremo più soli in testa alla classifica. Non è Schadenfreude! Semplicemente, ormai sapete che l'UE, come Goofynomics, è fatta di figli e di figliastri: quando i problemi li hanno solo i figliastri, va tutto bene, ma quando toccano i figli bisogna intervenire, e in questo caso è veramente difficile immaginare un intervento selettivo che aiuti solo i figli, trascurando i figliastri...)

(...ah, naturalmente non vi ho spiegato perché, invece, la produttività cresce negli Usa, che sono importatore netto. In realtà al #goofy13 l'ho detto: qualcuno se lo ricorda?...)

domenica 19 novembre 2023

In memoriam

Tre giorni fa vi ho spiegato quale importanza avesse avuto nel mio percorso di consapevolezza il lavoro di Anthony Thirlwall, un lavoro che ho cercato di illustrarvi e di condividere con voi a più riprese. Sono frutto della sua influenza intellettuale, e poi dello scambio con lui, alcune delle mie pubblicazioni più prestigiose, come questa, o più citate, come questa, ma anche, come vi ricordavo nell'ultimo post, delle più significative per il percorso che abbiamo fatto insieme, come questa, questa, o questa, senza dimenticare questa e questa (l'ultima legata, in particolare, al caro ricordo di una serata passata a cena insieme a Budapest). La sua "legge":


di cui vi avevo parlato per la prima volta qui, e poi, nei dettagli, tre anni dopo qui, resta, dal mio sommesso punto di vista, un capolavoro di economia di pensiero. Non conosco in economia, e neanche nelle scienze di cui sono dilettante, una formula che con così tanta concisione (o, se volete, con così poche pretese) aiuti così tanto a interpretare un fenomeno complesso (che nel caso in specie è quello della crescita economica). E in effetti, per quanto ci riguarda, questa semplice formula, come abbiamo visto nel corso dei lunghi anni passati insieme, ci aiuta a capire com'è andata in Italia molto meglio delle tante spiegazioni da bar dello sport con cui ci intrattengono millantatori di titoli, o possessori di prestigiosissime cattedre: due estremi che si toccano nel gonfiarcele con "il treno della rivoluzione digitale", o "la scarsa produttività delle PMI", e consimile ciarpame autorazzista.

Le spiegazioni di questi fenomeni da baracchino o baraccone non sono coerenti col profilo temporale dei dati, come vi spiegai a suo tempo. La spiegazione fornita dalla legge di Thirlwall, invece, lo è.

Oggi, affacciandomi alla cloaca social, ho appreso con grande dolore da un tweet lievemente promozionale di Mathias Vernengo che Tony ci ha lasciato a 82 anni l'8 novembre scorso. La sua ultima lettera, alla quale non ho risposto, perché non sono riuscito a trovare le parole per farlo, era di circa un anno fa, del 24 novembre 2022. Al termine di uno scambio sulle situazioni politiche dei nostri rispettivi Paesi, dopo avermi fatto i complimenti per la mia rielezione, naturalmente dicendomi anche lui che avrebbe votato per me ma non per la Lega (una posizione che evidentemente è rappresentata anche a livello internazionale!), Tony mi confidava di avere una malattia incurabile, e che per quanto cercasse di prenderla stoicamente, la sua vita non era affatto facile.

Questa notizia mi lasciò amareggiato e senza parole: non sapevo come essergli di conforto.

Poi il flusso delle mille incombenze quotidiane mi distrasse da questa cosa che avrei preferito non sapere. Retrospettivamente non sono molto contento di essermi lasciato distrarre, ma è andata così e accetto il rischio che possa andare così altre volte in futuro. 

Ero molto fiero che gli fosse piaciuto il paper in cui estendevo il suo modello a un contesto a più Paesi, per analizzare il contributo alla crescita di un Paese dei suoi rapporti commerciali con diverse aree geografiche. Ma tutto questo appartiene a un tempo e a un mondo diverso, quello in cui avevo tempo di studiare e approfondire. Da questo mondo mi ha strappato l'aver denunciato, molti anni dopo di lui, quella che lui, molti anni prima, nel 1998, quando avevo da poco preso confidenza col suo lavoro, aveva chiamato "la follia dell'euro". Della sua appassionata e lucida denuncia vi avevo parlato qui, dodici anni or sono. Forse dovreste rileggerla: sarebbe un modo utile di ricordare una persona che ha lasciato una traccia nel pensiero economico, riflettendo sull'attualità di quello che aveva cercato di dirci 25 anni fa. 

venerdì 25 dicembre 2015

Da Ventotene boys a Chicago boys: lo spiaggiamento della sinistra

(...Diego Fusaro ha curato per Phenomenology and mind un numero speciale intitolato La filosofia e il futuro dell'Europa  - è il numero 8 del 2015 e attualmente lo trovate qui. Avendomi invitato a partecipare, ho accettato con piacere, sia per l'amicizia che ci lega, sia per la qualità degli altri partecipanti. Faccio alcuni nomi alla rinfusa, fra quelli che certamente conoscete: Habermas, Urbinati, Cacciari, Spinelli (figlia), Spinelli (padre, ristampato), Becchi, ecc. Come vedete, c'è un po' di tutto, e soprattutto c'è molto. Non sono ancora riuscito a leggere i contributi degli altri (sono in vacanza, ma la passerò lavorando, e farò anche questo), anche se, come dire, in alcuni casi non mi aspetto enormi sorprese. In ogni caso, qua sotto potrete mettere le vostre recenZioni.

Per i motivi che spiego appunto nel mio intervento, intitolato Europes paradoxe's, la mia non scelta (perché non avevo scelta) è stata di esprimermi in inglese. Mi rendo conto che questo potrebbe dispiacere ai diversamente europei che mi seguono. Chiederò, con calma, alla gentile editor della rivista, la professoressa De Monticelli, il permesso di tradurre in italiano tutto il mio contributo. Alcune cose le sapete già, e fanno parte del capitolo "Manuale di illogica europea" de L'Italia può farcela (per motivi misteriosi la nota nella quale specificavo che:

This paper draws heavily on chapter 2 of Bagnai (2014). I would like to thank, without implicating, Luciano Barra Caracciolo, Alfredo D’Attorre, Stefano Fassina, Vladimiro Giacché, Paolo Gibilisco, Paolo Ortelli, Marco Palombi, Mimmo Porcaro, for useful discussions and constructive remarks on the previous version. Christian Alexander Mongeau Ospina and Gianluigi Nico provided valuable research assistance. Erica Tuttle and an anonymous referee helped me in improving my English. Any remaining errors are mine, and I proudly acknowledge them, since they will reinforce my argument that it would be extremely difficult to build a truly democratic supranational political process in a set of countries where even academics run into difficulties when speaking the koiné language.

è scomparsa, ma va bene così). Come sapete, però, a me non piace ripetermi. In quattro anni di dibattito avrò tenuto un'ottantina di conferenze parlando sempre a braccio e non dicendo mai le stesse cose. Quindi anche in questo caso ho portato avanti il discorso, traendo spunto dal pubblico al quale mi rivolgevo, un pubblico strutturalmente piddino nel senso antropologico ben preciso che qui abbiamo dato al termine: seguaci di Etarcos, persone che sanno di sapere, e che quindi hanno fatto del rifiuto di aprirsi alle ragioni altrui un principio metodologico.

Una delle infinite sfaccettature di questa adamantina corazza è il derubricare a "mero tecnicismo", per lo più sospetto di bocconianesimo, qualsiasi richiamo alla natura economica della crisi economica che stiamo vivendo. Quindi se parli di economia sei "de destra", e soprattutto sei limitato, perché i problemi "sono ben altri" (con quella che Gadda etichettava come "pastrufaziana latitudine di visuali" e che oggi si definisce più in sintesi "benaltrismo"). Un atteggiamento che legittima il rifiuto di capire, per mera e squallida pigrizia mentale, i semplici meccanismi economici dalla cui logica (umana, come tutte le logiche, ma non per questo meno cogente) deriva la natura classista e distruttiva del progetto europeo.

Insomma: il volare "alti" consente ai nostri intellettuali, magari anche marxisti, di opporre un sereno "io pell'economia nun ce sò portato", senza che questa ammissione di fallimento cognitivo suoni come una diminutio del loro ruolo sacrale di portatori del Verbo. Già. Perché l'ethos piddino ammette che dal panorama di quello che loro chiamano "cultura", cioè dall'agglutinato e incoerente groviglio di imparaticci apodittici ed autoreferenziali defecati nelle loro auguste fauci da Scalfari e ricacati dal loro augusto ano nelle fauci dei propri allievi, da quel panorama sia esclusa la matematica, e più in generale tutto ciò che è numero (la musica, l'astronomia...). Altra cosa poco coerente con le radici della nostra civiltà (uno de passaggio: Pitagora), e che faceva molto imbestialire il Gaddus, come chi sa sa, e chi non sa non meritava, evidentemente, di sapere. Sono triviali, i nostri piddini, cioè circoscritti al Trivio, e in questo, devo dire, più che pre-novecenteschi sono pre-medievali (in piena coerenza col fatto che, senza rendersene conto, auspicano o comunque inconsapevolmente tendono a realizzare una società parafeudale, quella del capitalismo assoluto, come lo definisce Diego, il cui luogo di riproduzione culturale è appunto la "sinistra", sempre secondo Diego, cioè quella che noi abbiamo definito gens piddina, ma senza attribuirle una precisa collocazione nello spettro politico, perché di gente che sa di sapere ce n'è un po' ovunque...).

Come vedrete, la mia strategia per smontare questo atteggiamento cialtrone e odioso è quella di evidenziare come in effetti basti veramente un minimo di buon senso non dico per afferrare compiutamente i meccanismi economici della crisi (dai, diciamocelo: qui siete più di tremila, ma se avete capito in trenta è un miracolo, e questa stima dell'1% è da parte mia uno sterminato gesto di fiducia nel genere umano: lo confermano i racconti delle vostre frustrazioni, e molti dei vostri commenti sui quali non intervengo, perché sono molto stanco anch'io, e non mi sento di esortare gli altri a fare una cosa che a me pesa ogni giorno di più: studiare), dicevo: basta un minimo di buon senso non tanto per afferrare i dettagli, quanto per essere indotti in un ragionevole sospetto.

Quando due intellettuali di caratura, percorso, appartenenza così radicalmente differente come Oscar Giannino e Barbara Spinelli difendono lo stesso progetto politico, possibile non sentire una dissonanza? Quando persone appartenenti al mondo dell'alta finanza (possibilmente speculativa) si mostrano così solleciti nella difesa del potere d'acquisto dei poveracci (che va ovviamente preservato dall'inflazzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzione), non sembra anche a voi che ci sia qualcosa di strano? Certo, una possibilità (perché escluderla?) è la filantropia, ma l'altra è che siccome le categorie interpretative della realtà a voi provengono dai media, e siccome i media sono controllati da chi ha i mezzi per farlo, forse certi discorsetti su cosa sia meglio per voi riflettono l'interesse di chi paga i media, che forse (ma solo forse, eh!) non coincide esattamente col vostro. Il giuoco del calcio vi ha fatto credere di avere un interesse in comune col capitale: il trotzkista gobbo di Torino (un abbraccio, spero di rivederti presto) aveva col padrone Agnelli il comune interesse della vittoria della Juve. Ma credo che molti abbiano perso di vista che la sfera degli interessi comuni non si estendeva molto al di là del giuoco del calcio.

Resta per me misterioso come a sinistra non si capisca che aderire all'ideologia eurista significhi condannarsi ai suicidio. Attenzione! Questo fenomeno è rilevante (e preoccupante) quale che sia il vostro colore e la vostra appartenenza. In un mondo nel quale l'unico valore è la stabilità dei prezzi non c'è ovviamente posto per il sindacato. Questo perché se erigi a unico valore la stabilità dei prezzi, muovi da una visione del mondo nella quale è implicito che essa sia garantita da una Banca centrale indipendente, che quindi rimane l'unica istituzione arbitra della distribuzione del reddito. I sindacati e i partiti non hanno, in effetti, più alcuna ragion d'essere. Ora, se questo è traumatico e suicida per la "sinistra", non lo è molto meno per la "destra", e il caso Berlusconi dovrebbe averlo dimostrato. Mi sembra abbastanza evidente che come qualsiasi istituzione che pretenda di sostituirsi (o sia considerata sostituibile) al sindacato nella tutela del lavoro ovviamente cannibalizza, evira, trita, asfalta (scegliete voi) il sindacato, così qualsiasi istituzione pretenda di comprimere il ruolo della politica è ovviamente per definizione e in re ipsa nemica della politica. Il mondo delle "regole (fisse) europee" è quindi un mondo che qualsiasi intellettuale minimamente preoccupato per la tenuta della democrazia dovrebbe guardare con sospetto, salvo essere un traditore (probabilità 15%) o un completo coglione (probabilità 85%).

Così è stato finora.

Nell'articolo, fedele al mio principio merkeliano di "fare i compiti a casa", ho deciso comunque di affrontare il tema da una prospettiva progressista. Vi fornisco qui un breve estratto, che spero possa fornirvi materiale per le vostre tombole natalizie, esortandovi sempre a non entrare in polemica coi piddini. Limitatevi a dirgli, con il massimo di fermo disprezzo compatibile con la tenuta complessiva della serata, che quello che hanno da dire non vi interessa perché fra un anno, quando avranno perso il lavoro o il conto in banca, il loro discorso cambierà, e passate elegantemente ad altro. In altre parole: marcate in modo incisivo, ma non petulante, il vostro punto, in modo da evitare che gli imbecilli, dei quali il numero è infinito, vengano poi da voi a spiegarvi fra un anno cosa c'era che non andava, ma per nessun motivo rovinatevi la festa. La violenza fisica non rientra nello spettro delle scelte ammissibili: principio che qui condividiamo tutti anche perché chi non lo condivide viene subito accompagnato ai giardinetti.

E adesso, divertitevi...)





(...da Europe's paradoxes, la traduzione del paragrafo 2.3: Exchange rate flexibility and the stranding of the Left, a cura del vostro affezzzzionatissimo...)



La flessibilità del cambio e lo spiaggiamento della sinistra

Il successo del lavaggio del cervello neoliberista è incontestabile. Il suo maggior risultato è stato quello di instillare nella maggioranza degli intellettuali progressisti la “cultura della stabilità” monetaria in almeno due forme particolarmente insidiose. Innanzitutto, attraverso l’idea che i benefici delle “svalutazionicompetitive” siano illusori. Poi, attraverso l’idea che l’inflazione abbia conseguenze avverse sui redditi delle classi subalterne.
L’adesione incondizionata dei pensatori di sinistra alla Grundnorm della comunità finanziaria equivale in termini intellettuali allo spiaggiamento dei cetacei: un fenomeno tanto letale quanto difficile da comprendere. Lasciando da parte il fatto che l’infondatezza della “cultura della stabilità” è ormai posta in evidenza non solo dalla letteratura scientifica ma anche dall’esperienza concreta[1], un semplice ragionamento tattico mostra che nel mondo della “stabilità” non c’è alcuno spazio per una “sinistra” di qualunque tipo. In effetti, se la stabilità dei prezzi e del cambio sono la migliore difesa del potere d’acquisto dei lavoratori, sindacati e partiti di sinistra diventano inutili: basterà una banca centrale “indipendente”!
Questo atteggiamento suicida è spiegato da diversi riflessi pavloviani: vale la pena di smontare i più frequenti.
In primo luogo, l’Economista Keynesiano Omodosso[2] (EKO) obietta che siccome la flessibilità dei prezzi è l’unico meccanismo di correzione degli squilibri nel modello di equilibrio generale neoclassico (e in effetti è così), allora se sei keynesiano devi negare che i prezzi possano svolgere un ruolo.[3] Mi è difficile scorgere un qualche merito nell’opporre a un pensiero unilaterale come quello neoclassico una risposta ugualmente unilaterale. Ammettere che i prezzi svolgano un ruolo nel determinare le scelte economiche non è soggiacere a una ingenua fiducia nell’onnipotenza della flessibilità dei prezzi. È possibile riconoscere che i mercati molto spesso falliscono, [4] pur ammettendo al contempo che mercati distorti (cioè mercati nei quali i prezzi sono sistematicamente distorti) falliscono ancor più. Ciò è particolarmente evidente nell’Eurozona, dove gli squilibri sono esplosi dopo l’adozione della moneta unica. L’euro non ha promosso il commercio (posto che ciò sia un obiettivo sensato per un pensatore progressista): ha semplicemente riorientato il commercio a favore dei paesi più forti (Berger e Nitsch, 2008), e questo decisamente non è un obiettivo sensato per un pensatore progressista, soprattutto quando si consideri che le classi subalterne dei paesi forti non hanno beneficiato di questo risultato; come prova, si consideri l’incremento della disuguaglianza in Germania (Kai e Stein, 2013).
In secondo luogo, l’EKO vi opporrà che Keynes era un sostenitore dei cambi fissi, come dimostra il ruolo da lui svolto alla conferenza di Bretton Woods, e quindi un keynesiano deve essere in favore dei cambi fissi. Ma questa è una grossolana falsificazione storica. Keynes non è stato il creatore del regime di Bretton Woods: al contrario, è stato lo sconfitto della conferenza di Bretton Woods. Keynes non aveva proposto un sistema di cambi fissi basato sul dollaro e privo di meccanismi correttivi. Aveva invece proposto un sistema basato su una valuta internazionale emessa da una banca mondiale, in cui sia i paesi in deficit che quelli in surplus avrebbero pagato interessi sulle proprie posizioni nette verso l’estero (Fantacci e Amato, 2012). Il motivo per costringere i creditori a pagare (anziché incassare) interessi sui propri crediti netti verso l’estero era l’idea che ciò avrebbe costretto i creditori a spendere la liquidità internazionale che avevano guadagnato, invece di accumularla, aiutando per questa strada i paesi in deficit a superare i loro problemi. L’EKO perde di vista che nel mondo di Keynes la Germania oggi pagherebbe diversi miliardi di euro a una ipotetica banca del mondo, come interessi sul suo gigantesco surplus esterno. Ma questo era il sogno di Keynes, un sogno destinato a non diventare realtà per il semplice motivo che sarebbe politicamente impossibile costringere un grande vincitore sui mercati globali a rispettare le regole di una simile banca del mondo.[5] Nella sua teoria (ad esempio, nel Tract on monetary reform; Keynes, 1923) e nel dibattito politico (ad esempio, in The economic consequences of Mr. Churchill; Keynes, 1925), Keynes è decisamente favorevole alla flessibilità del cambio. Quindi, se proprio dobbiamo considerare il keynesismo come una religione (cosa che personalmente sconsiglierei), l’EKO farebbe meglio a riconoscere che il suo profeta era contro un sistema di cambi fissi non regolato (cioè privo di meccanismi istituzionali di correzione degli squilibri diversi dal meccanismo di mercato consistente nella deflazione salariale, o svalutazione interna che dir si voglia).
In terzo luogo, la maggior parte degli EKO appone alla svalutazione lo stesso giudizio morale negativo che emetterebbe qualsiasi economista neoliberale. Entrambe queste categorie di economisti considerano la svalutazione come l’equivalente economico della masturbazione: qualcosa che fornisce un sollievo temporaneo senza risolvere il problema (sia esso la crescita economica o demografica), e quindi causa difficoltà strutturali (inflazione o cecità, a seconda dei casi). Così facendo, sia gli EKO che i neoliberisti fanno prova di una attitudine sospettamente unilaterale. Più precisamente, questa strana armata Brancaleone si rifiuta sistematicamente di riconoscere che la svalutazione di qualcuno è per definizione la rivalutazione di qualcun altro. Eppure, questo fatto suscita una serie di questioni particolarmente interessanti. Ad esempio, se la svalutazione è così vergognosa e ti rende povero, la rivalutazione dovrebbe essere gloriosa e renderti ricco. Ma allora, perché i paesi sono così riluttanti a rivalutare le proprie valute? Se i benefici della svalutazione sono transitori, perché la Germania ha desiderato così ardentemente di adottare una valuta così chiaramente sottovalutata rispetto al marco tedesco? Questa visione stereotipata, unilaterale, è confutata dal ragionamento economico, secondo il quale la flessibilità del cambio può avere effetti duraturi sulla crescita economica di lungo periodo. Sappiamo fin dai tempi di Adam Smith (1776) che la divisione del lavoro, e quindi la produttività, dipendono dalle dimensioni del mercato. Più tardi Verdoorn (1949) ci ha confermato che in un mondo di rendimenti crescenti la produttività è influenzata positivamente dalla domanda. In effetti, a che ti serve essere più produttivo, se ti aspetti che i beni da te prodotti non verranno acquistati? Dixon e Thirlwall (1975), basandosi sulla legge di Verdoorn (1949) e sul concetto di causazione circolare e cumulativa di Gunnar Myrdal (1957), hanno proposto un modello nel quale gli shock di domanda hanno effetti duraturi sulla produttività e quindi sulla crescita di lungo periodo di un paese. Per i profani: una svalutazione, dato che aumenta le dimensioni del mercato (perché promuove le esportazioni e scoraggia l’acquisto di beni esteri, cioè le importazioni), può avere effetti permanenti sulla produttività di un paese, innescando un circolo virtuoso di maggiore competitività – quindi maggior accesso ai mercati esteri, quindi maggiore produttività. Questo modello ha avuto un riscontro empirico schiacciante negli ultimi quattro decenni (Thirlwall, 2011). Naturalmente, questo circolo può essere percorso anche nella direzione opposta, quella “viziosa”: una rivalutazione, comprimendo le esportazioni di un paese, può avere effetti avversi duraturi sulla sua produttività e competitività. In Bagnai (2015) mostro che l’euro ha posto l’Italia in un circolo vizioso di questo tipo. Insisto sul fatto che questo ragionamento appartiene alla più schietta tradizione keynesiana (Myrdal e Thirlwall sono fra gli economisti keynesiani di maggior spicco nel dopoguerra).
In quarto luogo, c’è stato un tempo in cui gli economisti keynesiani erano capaci di andare oltre l’interpretazione unilaterale degli aggiustamenti di cambio come svalutazioni “competitive”, ovvero come pratiche scorrette intese ad attaccare i concorrenti. In effetti, i riallineamenti del cambio possono avere un valore difensivo, in quanto risposta fisiologica alle aggressioni perpetrate da partner commerciali scorretti tramite politiche non cooperative, come il dumping sociale (politiche dei redditi restrittive praticate per comprimere il costo del lavoro). James Meade (1957), premesso che “il pieno impiego è più importante per l’Europa della liberalizzazione del commercio”, aveva ammonito molto tempo fa che
Se i governi nazionali europei useranno la politica monetaria e di bilancio per obiettivi di stabilizzazione interna – se, ad esempio, nonostante la loro attuale situazione di surplus della bilancia dei pagamenti le autorità tedesche vorranno continuare a usare la loro politica monetaria per prevenire l’inflazione – […] bisognerà far più ampio ricorso all’arma della variazione del tasso di cambio.
L’esempio scelto da Meade è piuttosto eloquente. In un mondo di tassi di cambio aggiustabili le politiche dei redditi aggressive praticate dalla Germania tramite le riforme Hartz (ILO, 2012) sarebbero state controproducenti perché avrebbero determinato un apprezzamento della valuta tedesca in risposta all’enorme surplus determinato dalla compressione dei costi di lavoro in Germania. Viceversa, la risposta a questo squilibrio è arrivata attraverso la disoccupazione competitiva, in una Unione Europea nella quale un commercio libero, ma unidirezionale, è più importante del pieno impiego.
In quinto luogo, la strategia dialettica abituale dell’EKO consiste nell’invocare prospettive più ampie, mettendo in evidenza, ad esempio, che ci sono casi di governi “neoliberali” i quali praticano politiche di austerità pur in presenza di cambi flessibili. Ma nel loro caso l’austerità è una esplicita scelta politica. Viceversa, con cambi fissi, o in una unione monetaria, l’austerità diventa una necessità logica, perché nel breve termine l’unico meccanismo di aggiustamento a disposizione dei paesi deboli (nel senso di essere sia tecnicamente fattibile che politicamente proponibile) è la svalutazione interna. Il messaggio di Meade è sempre attuale. Un sistema economico ha bisogno di un certo grado di flessibilità che lo isoli in qualche misura dagli shock esterni. La flessibilità del cambio isola i mercati del lavoro interni dalle politiche dei redditi dei paesi esteri (fra l’altro). Di conseguenza, non ha senso biasimare l’austerità mentre si loda la moneta unica. Come scrive Keynes (1925), condannando il feticismo di Churchill per il gold standard, “chi vuole il fine vuole i mezzi”: se il tuo fine è mantenere la moneta unica (l’equivalente moderno del fissare il cambio aureo a una parità sopravvalutata), il mezzo sarà la svalutazione interna, con taglio dei salari. Se non sei disposto a considerare la svalutazione della moneta, sarai costretto a svalutare il lavoro, cioè la vita umana. Questo è quanto sta accadendo oggi in Europa in termini raramente sperimentati nell’epoca contemporanea.
In sesto luogo, l’EKO vi dirà che i cambi fissi sono benefici in quanto evitano guerre valutarie. Ma anche questo argomento è insensato per diverse ragioni. Intanto, le tensioni economiche devono trovare uno sfogo, e la storia ci insegna che se questo non accade con le forze dell’economia, accadrà con le forze armate. Nel bel tempo andato del gold standard, all’apogeo del principio della “stabilità monetaria”, la politica commerciale veniva fatta con le cannoniere. Non vi è alcun motivo per presumere che un regime di cambio che favorisce l’accumulazione di squilibri possa condurre a un mondo più pacifico. Al contrario: i riallineamenti difensivi del cambio sono un’arma efficace contro politiche aggressive, o almeno non coordinate, e in quanto tali hanno un potere deterrente che favorisce un atteggiamento cooperativo fra paesi. Sarebbe difficile contestare che l’Europa fosse più cooperativa prima dell’adozione dell’euro. Inoltre, ciò che definisce una guerra valutaria è la svalutazione da parte di un paese che si trova già in surplus (e quindi che opera con lo scopo, o quanto meno con le conseguenze, di espandere questo squilibrio).[6] Ma questo è esattamente quanto sta accadendo oggi nell’Eurozona per colpa dell’euro! Lo scopo del rapido indebolimento dell’euro rispetto al dollaro è esattamente quello di dare un po’ di respiro ai paesi dell’Europa del Sud, schiacciati dalla necessità di deflazionare i propri salari rispetto a paesi del Nord dell’Eurozona. In effetti, portando l’euro verso la parità col dollaro, in una situazione nella quale l’Eurozona presenta il surplus estero più grande al mondo, l’Europa sta muovendo una guerra valutaria agli Stati Uniti. In altri termini, assistiamo a un altro paradosso rivelatore: stiamo combattendo una guerra valutaria per salvare l’euro che avrebbe dovuto preservarci dalle guerre valutarie.
Questa lista parziale di falsi storici, contraddizioni logiche, e ragionamenti economici superficiali, dovrebbe dare al lettore un’idea di quanto sia stata vittoriosa l’ideologia neoliberista nel condurre la sinistra europea in un vicolo cieco. La mia sintesi non è che il cambio flessibile sia una panacea. Quello che a me preme sottolineare è che la distribuzione del reddito, sia fra le nazioni che all’interno di esse, è sempre il risultato del conflitto fra le forze sociali di produzione, e che non esiste alcuna evidenza che in un mondo dominato da regole economiche fisse (siano esse monetarie, fiscali, o di qualsiasi altra natura) questo conflitto sarà più equilibrato – soprattutto perché le regole sono per definizione stabilite dalla classe sociale dominante. Come prova indiretta, ma a mio parere decisiva, di questo fatto, vi esorto a constatare che le regole fisse di politica economica sono state il mantra della rivoluzione neoliberale negli Stati Uniti, prima di diventare, in modo più o meno consapevole, il mantra di una componente significativa della sinistra europea.[7] Da “Ventotene boys” a “Chicago boys”: sic transit gloria mundi.

Bibliografia
Bagnai, A. (2011) “Crisi finanziaria e governo dell’economia”, Costituzionalismo.it, Fascicolo 3.
Bagnai, A. (2015) “Italy’s decline and the balance-of-payments constraint: a multicountry analysis”, International Review of Applied Economics, DOI: 10.1080/02692171.2015.1065226
Berger, H. and Nitsch, V. (2008) Zooming out: The trade effect of the euro in historical perspective,” Journal of International Money and Finance, 27(8), 1244-1260, disponibile come CesiIFO Working Paper.
Dixon, R., and A. P. Thirlwall (1975) “A Model of Regional Growth-Rate Differences on Kaldorian Lines.” Oxford Economic Papers, 27(2), 201-214.
Draghi, M. (2015) “Structural reforms, inflation and monetary policy”, introductory speech by Mario Draghi, President of the ECB, at the ECB Forum on Central Banking, Sintra, 22 May 2015.
Fantacci, L., and Amato, G. (2012), Come salvare il mercato dal capitalismo, Roma: Donzelli.
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Kai, D. S. and Stein, U. (2013 “Explaining Rising Income Inequality in Germany, 1991-2010,” IMK Studies 32-2013, IMK at the Hans Boeckler Foundation, Macroeconomic Policy Institute.
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Smith, A. (1776) An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, modern edition 1904, London: Methuen & Co.
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Verdoorn, P.J. (1949) “Fattori che regolano lo sviluppo della produttività del lavoro.” L’Industria, 1, translated in Pasinetti, L. (ed.) Italian Economic Papers, vol. II, Oxford: Oxford University Press, 1993.
Werner, R.A. (2014) “Can banks individually create money out of nothing? The theories and the empirical evidence”, International Review of Financial Analysis, 36, 1-19.


[1] La “cultura della stabilità” si appoggia su due proposizioni teoriche: (1) la moneta è esogena (cioè perfettamente controllabile dalle autorità monetarie), e (2) la moneta causa l’inflazione (ricordate la precedente discussione sul ruolo della curva di Phillips). Entrambe le proposizioni sono confutate dalla ricerca e dall’evidenza empirica recenti. La visione prevalente oggi è che la moneta sia creata dal sistema bancario ogniqualvolta viene accordato un credito ad un agente economico. Di conseguenza, la sua quantità dipende da un gran numero di fattori endogeni e non è perfettamente controllabile dalla banca centrale. Tanto le banche centrali (McLeay et al. 2014) quanto gli accademici (Werner, 2014) concordano su questo punto. Come evidenza indiretta, andrebbe notato che la BCE non è mai stata capace di mantenere la creazione di moneta vicino al tasso di crescita stabilito del 4% l’anno. Quanto alla relazione fra creazione di moneta e inflazione, basterà considerare che i 1000 miliardi di LTRO deliberati dalla BCE nel 2011 hanno avuto come risultato una evidente deflazione. Dopo un simile fallimento, perfino Mario Draghi (2015) ha ammesso che le banche centrali non possono controllare l’inflazione senza l’aiuto dei governi (cioè delle politiche di bilancio).
[2] Con il termine “omodosso” ho qualificato in Bagnai (2011) chi aderisce al pensiero unico neoliberista. Molti keynesiani, per quanto, come vedremo, a loro insaputa, ricadono purtroppo in questa categoria. In questa sezione faccio riferimento esplicito agli economisti keynesiani (sia neo- che post-keynesiani), ma i riflessi pavloviani che analizzo descrivono accuratamente l’atteggiamento di una gamma piuttosto ampia di economisti pseudoprogressisti, che comprende anche alcuni economisti marxisti o neoricardiani. Molti lettori riconosceranno i loro argomenti, perché sono ampiamente adottati nel dibattito pubblico, ma va detto che gli stessi economisti che li adottano in pubblico sono piuttosto cauti nell’adottarli nei loro lavori scientifici (sostanzialmente perché questi argomenti non sono basati su solide fondamenta scientifiche, e quindi ricorrere ad essi li squalificherebbe). Ne consegue che, per quanto familiari questi argomenti possano sembrare al lettore, è praticamente impossibile trovare per essi dei riferimenti adeguati nella letteratura scientifica. Duole constatare che intellettuali si presentino nel dibattito con chiacchiere da bar, ma questi sono i nostri tempi.
[3] Ricordate che il tasso di cambio è un prezzo: il prezzo di una valuta in termini di un’altra.
[4] Per inciso, nella parte precedente del lavoro ho cercato di spiegare come la crisi dell’Eurozona dipenda da un colossale fallimento del mercato, e non dalla prodigalità dei governi, e vi ho ricordato che anche la BCE è dalla mia parte.
[5] Prova: gli Stati Uniti, che dopo la Seconda Guerra mondiale si aspettavano di essere il più grande paese esportatore, perché la capacità produttiva del resto del mondo era stata sgretolata dalla Guerra, rifiutarono la proposta di Keynes. QED.
[6] Può essere utile ricordare che a ogni squilibrio positivo della bilancia dei pagamenti deve corrispondere uno squilibrio negativo altrove (se c’è un esportatore netto, ci deve essere almeno un importatore netto). Di conseguenza, un paese che scatena una guerra valutaria sta, per definizione, costringendo almeno un altro paese a indebitarsi con l’estero.
[7] Tanto per fare un esempio semplice ma estremamente eloquente, l’obiettivo fisso di crescita al 4% di M3 adottato dalla BCE è un’applicazione della regola del k% di Milton Friedman (1960). Anche astraendo dal fatto che questa regola è basata sulla teoria oggi screditata della moneta esogena, c’è da chiedersi come economisti progressisti possano sentirsi a proprio agio in un mondo così profondamente strutturato secondo l’ideologia dei Chicago boys, il cui contributo più famoso alla politica economica è stato il progetto delle riforme economiche nel Cile di Pinochet.