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martedì 15 agosto 2023

QED 104: "Quando c'era lei i treni non arrivavano in orario!"

(...nel giorno dell'Assunzione, commentiamo la discesa agli inferi di una Angela caduta...)

Il successo del blog che non c'è (questo) può essere ricondotto a varie cause: i temi affrontati, la qualità della scrittura, l'approccio adottato, e via dicendo. Credo che molti di voi siano rimasti convinti e coinvolti, in particolare, dalla capacità del blog che non c'è di aiutarvi a prevedere lo sviluppo prossimo e meno prossimo degli eventi in base a un rigoroso ragionamento economico condensato in formule elementari, formule caratterizzate da quella semplicità, da quella economicità in cui risiede la cifra estetica della vera scienza. Prima fra tutte, l'identità dei saldi settoriali, qui spiegata e applicata plurime volte (uno dei ripassi e delle applicazioni più interessanti è qui e riguarda la Francia) ma della quale certamente non può nuocere ripercorrere brevemente il senso, anche per radicare nel (buon)senso economico certe affermazioni e certe categorie che nel dibattito minor vengono sistematicamente travisate.

Il punto di partenza è molto semplice, così semplice e ovvio che regolarmente lo si ignora (il triste destino delle umili verità): in un'economia di mercato si produce per vendere e quindi per guadagnare, il che significa, in buona sostanza, che il valore del prodotto di un sistema economico equivale alla spesa complessiva effettuata per acquistare i beni prodotti, e alle remunerazioni (salari e profitti) complessive di chi li ha prodotti.

Insomma: quando parliamo di Pil (prodotto interno lordo) stiamo parlando non solo del valore della produzione (sottolineo che non si possono sommare mele e clarinetti, ma si può sommare il loro valore, che si ottiene applicando alle quantità fisiche - un chilo di mele, un clarinetto... - il prezzo di mercato), ma anche, necessariamente, della spesa effettuata per acquistare questa produzione, e quindi, necessariamente, dei redditi percepiti da chi ha prodotto i beni. Insomma: in economia la domanda contabilmente deve uguagliare l'offerta (immaginatela come una specie di legge di Lavoisier dell'economia), e quindi il prodotto contabilmente uguaglia la spesa, e siccome i soldi spesi dagli acquirenti privati e pubblici non finiscono in un vulcano, come nell'immaginazione di certi libberisti alle vongole, ma nelle tasche dei venditori e quindi dei produttori, la spesa necessariamente uguaglia il reddito. Ne consegue che ci sono tre modi per calcolare il Pil, e tutti e tre portano allo stesso risultato: come somma dei valori aggiunti dei singoli settori (lato produzione), come somma delle spese effettuate, distinte per categoria di acquirente (lato spesa o domanda che dir si voglia), e come somma delle retribuzioni percepite (lato reddito). Abbiamo illustrato questa equivalenza in dettaglio quando l'abbiamo utilizzata per spiegare il miracolo lettone (un miracolo con la "m" di massacro sociale, come tutti i miracoli "europei").

Se avete capito questo (e molti, direi praticamente tutti fuori di qui, non lo hanno capito), non avete bisogno di molto altro. Il resto sono simboli che ci permettono di elaborare algebricamente questa tautologia (il prodotto venduto è prodotto comprato) conferendole un minimo di valore ermeneutico, assistendoci cioè nell'interpretazione delle traiettorie macroeconomiche.

Si parte dall'idea che il prodotto-reddito-spesa è la "variabile dipendente" del sistema macroeconomico, e quindi le si attribuisce il simbolo matematico della variabile dipendente, Y. Questo Y, che è il Pil, può essere espresso come somma della spesa delle famiglie per Consumi, delle imprese per Investimenti, del Governo per l'erogazione (e quindi lato utente il consumo) di servizi pubblici, del settore estero per il nostro eXport, che è acquisto di nostri beni da parte di residenti esteri. Ovviamente dovremo sottrarre dalla nostra produzione-reddito-spesa la spesa in beni iMportati, perché si tratta di acquisto da parte nostra di beni che sono stati prodotti, e quindi hanno generato reddito, altrove.

Discende da qui l'identità risorse-impieghi:

Y = C + I + G + X - M

un banale dato contabile che solo un cretino potrebbe contestare (scaturisce direttamente dalle definizioni della grandezze macroeconomiche), ma di cui solo persone istruite riescono a cogliere tutte le implicazioni.

La principale deriva dalla definizione di risparmio, che altro non è che la differenza fra quanto le famiglie guadagnano (Y) e quanto consumano (C+G):

S = Y - C - G

con la "s" di saving (risparmio in inglese).

Ricordandoci quella magia algebrica che va sotto il nome di regola del trasporto, possiamo riscrivere l'identità del Pil così:

Y - C - G - I = X - M

e sostituendo la definizione di risparmio arriviamo dove ci serviva di arrivare oggi:

S - I = X - M

L'eccedenza (deficienza) del risparmio nazionale sugli investimenti nazionali deve essere identica all'eccedenza (deficienza) delle esportazioni sulle importazioni.

Questa semplice verità contabile ci assiste nell'interpretare alcuni fatti macroeconomici rilevanti. Ad esempio, come abbiamo più e più volte ricordato, se un Paese è in surplus estero, cioè esporta più di quanto importi, necessariamente si verificherà almeno una delle seguenti tre cose:

  1. o le sue famiglie consumano relativamente poco (quindi C è relativamente basso e S relativamente alto);
  2. o lo Stato fornisce una quantità relativamente ridotta di servizi pubblici (quindi G è relativamente basso e S relativamente alto)
  3. o le sue imprese (e il suo settore pubblico) investono poco (quindi I è relativamente basso).

Insomma: se X è maggiore di M, S deve essere maggiore di I, e questo risultato lo si ottiene o facendo crescere S o facendo scendere I. Non c'è nulla di magico! Semplicemente, se quel Paese i beni che produce li consumasse lui (e quindi avesse un C e un I alto), non ne avrebbe da esportare. Il mercantilismo (orientamento di politica economica che consiste nel darsi l'obiettivo di massimizzare le esportazioni) è necessariamente repressione relativa della spesa interna (di famiglie o di imprese, pubblica o privata). Dico relativa perché finché dura, cioè finché l'estero compra, può benissimo darsi che nel Paese mercantilista i consumi relativamente bassi (rispetto al reddito nazionale) delle famiglie siano relativamente alti rispetto ai consumi di altri Paesi (ma questo non necessariamente allieta le vittime di simili politiche).

Una delle cose che è stato più difficile far capire ai cialtroni autorazzisti nostri gentili interlocutori è stata che il relativo successo della Germania in termini di conti con l'estero, cioè il suo surplus estero strutturale, dipendeva da una sostanziale repressione degli investimenti. L'idea che la Germania fosse in surplus perché avendo fatto importanti investimenti aveva acquisito una superiore produttività che le consentiva di vendere prodotti a prezzi inferiori era fallace. La fallacia anche qui era nel manico, cioè nel concepire la produttività come un fenomeno di offerta (secondo l'idea ingegneristico-neoclassica del processo produttivo) anziché di domanda (secondo l'idea economico-smithiana-keynesiana del processo produttivo). Non mi dilungo su queste distinzioni, di cui ho parlato ad esempio qui. Sul perché il ragionamento non fili si può discutere, e non è detto che sia una perdita di tempo: qui mi limito ad ribadire che il ragionamento platealmente non fila in quanto la Germania non è stata il campione europeo di investimenti. 

Avevamo evidenziato questa semplice verità dieci anni or sono, in questo post, da cui è tratta questa immagine:


che mostrava come nel periodo di gestazione della grande crisi del 2008-2011, prima dell'arrivo dell'austerità "che fa crescere", la Germania fosse stata il fanalino di coda degli investimenti europei. 

Come sempre, quelli bravi c'erano arrivati un pochino dopo. Ci vollero cinque anni perché Bruegel mettesse in relazione il surplus estero tedesco con la debolezza degli investimenti tedeschi:


ma naturalmente nemmeno questo servì a estirpare la malapianta dell'autorazzismo piddino: i poveri piddini tuttora vivono nell'illusione di essere splendide eccezioni in un failed State popolato da Untermenschen (voi), un Paese per colpa vostra (certo non loro!) incapace di uguagliare i traguardi di disciplina (e quindi di oculatezza e di produttività) delle Panzer-Divisionen tedesche.

Traguardi che ieri, con una tempistica un po' sfortunata (per la Fondazione per la sussidiarietà), venivano così eloquentemente illustrati dal Times:


Eh già! Sarà anche vero quello che ci diranno in autunno i sussidiaristi (che in tempi non sospetti hanno dato attenzione al blog che non c'era, motivo per valutare con attenzione i loro argomenti):


(e sarà anche interessante vedere su quali dati basano le loro analisi e quanto siano disposti a risalire la catena delle cause), ma il fatto è che in conseguenza del grafico che vi ho fatto vedere nel 2013 la situazione nel 2023 è questa:


Gli Svizzeri sono costretti a rifiutare l'accesso alla loro rete ferroviaria ai treni tedeschi perché questi sono in sistematico ritardo e quindi sconvolgono il traffico (e la puntualità) delle Ferrovie Federali Svizzere: un risultato pessimo, quello delle ferrovie tedesche, peggiore di quello delle FS (rectius: di Trenitalia), che invece riesce ad accedere alla rete svizzera con relativa puntualità e senza sconvolgerne il traffico (apprezzerete anche la definizione britannica di piddini: foreigners seduced by stereotypes of German superiority).

Secondo il Times il problema nel 2023 è ovviamente (lo ribadisco) quello che vi evidenziavo nel 2013 e che non poteva non manifestarsi a tempo debito (le logiche della scienza economica sono ferree):


Ci siamo soffermati a lungo su quanto fossero fuori luogo i peana levati dai nostri ascari all'indirizzo di una persona che ha trasformato l'Eurozona nel buco nero della domanda mondiale (la signora Merkel). Dalla sua scomparsa alla sua demonizzazione (cioè al ristabilimento di un minimo di verità storica) sono passati pochi mesi: della Merkel, come di Monti, oggi nessuno, tranne qualche autentico deficiente, rivendica di aver tessuto le lodi, perché oggi si manifesta come incontrovertibile quanto vi dissi illo tempore (nel 2011) sul Manifesto: la Germania stava segando il ramo su cui era seduta. Certo, questa semplice verità (X-M = S-I) aveva un corollario: tutti noi eravamo, e siamo, seduti su rami più bassi (e infatti ora la recessione tedesca ci sta frenando, esattamente come il ritardo dei treni tedeschi sta rallentando i treni svizzeri).

Va da sé che una rete infrastrutturale non si mette (o rimette) su in un giorno, né in un giorno o in un anno si smantella. Per questo i brillanti risultati del mercantilismo tedesco (cioè dello spingere X-M tagliando I) si vedono oggi. Ma non è che non ci fossero stati segnali eloquenti già ai tempi: ricordate ad esempio la storia dell'aeroporto di Berlino?

Nove anni di ritardi e corruzione, che però, essendo alemanna, supponiamo sia stata corruzione benigna, come certe pericarditi.

Mi sembra tuttavia che il ritardo sistematico dei treni tedeschi, considerati ormai meno affidabili di quelli italiani dagli svizzeri, sia il miglior QED del post che scrivemmo dieci anni or sono.

Resta, prima di lasciarci, da espletare un ultimo doveroso compito, in questo che, pur non esistendo, è l'unico organo di informazione del nostro desolato e amato Paese: aggiornare i dati. La Germania è ancora il fanalino di coda degli investimenti in Europa? Ovviamente no, e il motivo dovreste intuirlo. Per illustrarvelo vi riproduco con i dati odierni (tratti da qui) il grafico di dieci anni fa, con le medie 1999-2007, e il suo aggiornamento, con le medie 2008-2022:



Com'è ovvio, la stagione dell'austerità ha compresso gli investimenti dei PIGS, che quindi sono scesi in graduatoria, facendo risalire la Germania. Osserverete però che gli investimenti tedeschi non sono aumentati, in rapporto al suo Pil, e si presume quindi che siano sempre relativamente insufficienti: sono invece diminuiti quelli dei PIGS, che certamente sono diventati insufficienti. Qui in Italia la copertura politica a questa operazione l'ha data il PD, che ora, nel suo consueto stile, incolpa "le destre"...

Due brevi considerazioni.

La prima è che il titolo del Times è tutto sommato compatibile con le analisi della Fondazione per la sussidiarietà. Certo: se ci limitiamo agli ultimi dieci anni, largamente coincidenti con quelli dell'austerità, è chiaro che rileveremo in Italia un livello di investimenti relativamente compresso. Sarà interessante vedere se il rapporto della Fps attribuisce questo dato a congiunzioni astrali o a scelte politiche che hanno un nome e un cognome: PD. La seconda è che la leadership europea, a trazione tedesca, ha scientemente tentato di ridurre l'Italia come la Germania. Del resto, le identità valgono per tutti, anche per noi, ed è quindi ovvio che l'esplosione del nostro surplus estero, di cui parlavamo qui, evidenziandone le catastrofiche conseguenze geopolitiche, anche da noi si sia tradotta in un taglio degli investimenti (non essendo certamente dovuta a un incremento dei risparmi, data la stagnazione dei redditi!), col conseguente degrado della qualità delle infrastrutture. Se questo degrado arriverà al livello di quello tedesco lo sapremo fra qualche anno, ma tenderei a credere di no. Non mi aspetto fra cinque o sei anni titoli del Times sui ritardi italiani che bloccano i treni svizzeri, ma come tutte le affermazioni del blog che non c'è anche questa è un'affermazione scientifica, cioè falsificabile.

Basta avere pazienza, e io ne ho tanta.

Suggerisco anche a voi di dotarvene.

Sarà mia cura cercare di dimostrarvi che ne vale la pena, ma in ogni caso... TINA! Nel prossimo post vi aiuterò a fare di necessità virtù...

lunedì 10 febbraio 2020

Il bisconte dimezzato

Oggi sono usciti i dati ISTAT sulla produzione industriale, che ho commentato così. Per voi, che ve lo meritate, uno sguardo un po' più approfondito ai dati, che sono qui. Per motivi che vi ho spiegato altrove conviene sviluppare l'analisi del dato italiano in relazione a quello tedesco (in sintesi: la produzione industriale tedesca è fortemente legata a quella italiana, quindi ha senso vedere quanto del crollo italiano sia causato da un crollo tedesco, o sia invece dovuto ad altre cause).

Intanto, prendiamoci i dati trimestrali dall'inizio della legislatura (primavera 2018), ricordando che fra la proclamazione degli eletti (23 marzo) e l'elezione dei Presidenti di Commissione (21 giugno) passò quasi un mese, per cui il Governo inizio in effetti a operare in estate:


Vi propongo la tabella così come la restituisce il database Eurostat, con l'unica aggiunta della riga in giallo, che fornisce lo scarto fra Italia e Germania. Fino a quando il governo Conte I non inizia ad operare, questo scarto è negativo: la produzione industriale italiana cresce meno di quella tedesca. Ad esempio, nella primavera del 2018, mentre si cercava di capire chi dovesse governare il Paese, visto che si era deciso che la maggioranza di centrodestra non dovesse farlo, perché questo avrebbe significato dare il paese in mano a Salveenee (orrore!), l'Italia decrebbe dello 0.4% mentre la Germania crebbe dello 0.6%, col risultato che lo scarto (negativo) fra le due crescite fu dell'1%.

Quando il governo Conte I divenne operativo, lo scarto si rovesciò, e da allora l'Italia è sempre cresciuta di più (come nell'inverno 2019) o decresciuta di meno (come in tutte le altre stagioni) della Germania. Possiamo dividere questo periodo in due, riferiti al Conte I e al Conte II. Nel periodo dall'estate 2018 (2018Q3) e la primavera 2019 (2019Q2), lo scarto medio fra la crescita della produzione italiana e quella tedesca è stato dell'1% (1.025% per gli scemi).

Nel periodo dall'estate/autunno 2019, con l'avvento del Conte II, la media passa a un bel (0.3+0.5)/2=0.4. Tanto per fugare subito ogni dubbio, il coronavirus arriva dopo (e quindi ne vedremo delle brutte, perché anche se è lecito porsi domande sull'effettiva dimensione della minaccia, fatto sta che la psicosi si è diffusa, e in Cina fabbriche e università hanno prolungato le vacanze...).

Quindi sì, in effetti il Bisconte ha dimezzato la distanza fra la crescita della produzione italiana, e quella della produzione tedesca. Sarebbe un bel risultato, se non fosse che quella tedesca, nel periodo che stiamo considerando, fa così:



Accorciare le distanze da uno che sta precipitando non è proprio un'ottima cosa, e infatti, se invece degli scarti guardiamo direttamente i tassi di crescita, quello dell'industria in senso stretto è stato in media trimestrale -0.3% col Conte I, e -1.1% col Bisconte, il quale, poverino, non può nemmeno dire che ci sia stata una gran moria delle vacche, come voi ben sapete. Se la performance relativa dell'Italia fosse rimasta quella del Conte I, cioè se la produzione industriale italiana avesse continuato a crescere almeno un punto percentuale sopra quella tedesca, il Bisconte avrebbe fatto -0.5% in media (sui suoi due trimestri di vita finora). Un risultato non ottimo, ma meno catastrofico. Insomma, il Bisconte ci ha messo del suo, accelerando la caduta dell'Italia. La dimensione terroristica della manovra di bilancio non ha aiutato. Un'analisi accurata, però, richiede più informazioni, e un primo pezzo importante arriverà venerdì coi dati sul commercio estero.

Resta il punto di fondo.

Io guardo con tanto affetto chi su Twitter mi spiega che aspettare che l'UE crolli sotto le sue contraddizioni interne è replicare in peggio la dimensione palingenetica del marxismo più sciatto, così come, più in generale, chi continua a darmi lezioni di politica, sopravvalutando non tanto la propria intelligenza, quanto, il che è più grave, il ruolo dell'intelligenza nell'attività politica, che è attività di sintesi e di coinvolgimento, non di analisi e di distanziamento (sempre tutti protesi a enfatizzare la propria purezza e durezza... di comprendonio). Più che intelligenza, a noi miserabili politici, per portare a casa almeno qualcosa del tanto che vi abbiamo promesso, servono tempra e tenacia. Qualcosa di molto distante dalla volatilità uterina degli intelliggenti (sic) di Twitter, che bipolarmente oscillano fra esaltazione e depressione, entrambe di intensità inversamente proporzionale all'effettiva rilevanza del fatto che le ha provocate (esempio: magari capire con la propria testa che le posizioni politiche di un gruppo parlamentare, quale esso sia, le esprime il capogruppo, e che lui decide come si vota, aiuterebbe molti a non farsi bloccare su Twitter per eccesso di demenza ad ogni stormir di peone...).

Certo, me ne rendo conto, e vi sono vicino: so bene anch'io che le cose non sono così semplici, e che occorre lottare.

E quindi?

Molti di voi sembrano credere che la lotta più efficace, una volta capito che Conte non ne voleva mezza di difendere il Paese dalla riforma del MES, sarebbe stata buttarsi in terra in mezzo all'aula urlando frasi sconnesse, o magari darsi fuoco di fronte a Palazzo Chigi (col rischio di far ulteriormente corrucciare Greta). Molti di voi, si sa, voterebbero secondo coscienza, o magari andrebbero nel gruppo misto per preservare la propria purezza ideologica. Ah, che gran cosa la purezza! Peccato che da parlamentare del gruppo misto avere le uniche due cose che un parlamentare può avere: informazioni, e tempo di parola, è molto, ma molto più complesso che appartenendo a un gruppo numeroso.

Si può lottare in tanti modi. C'è chi lo capisce, e c'è chi non lo capisce. Noi continuiamo a lottare per gli uni e per gli altri, perché abbiamo ben chiaro il punto di fondo, che è questo: le politiche mercantilistiche tedesche, basate sull'atteggiamento parassitario di chi desidera finanziare la propria crescita con le esportazioni (cioè coi soldi altrui), fragilizzano il sistema in almeno due dimensioni. La prima è che rendono l'economia che pratica questa strada molto più fragile, comparativamente, di quelle meno sbilanciate sul settore delle esportazioni. Quanto più campi di esportazioni, tanto più, se l'economia mondiale rallenta, ti fai del male. E quindi, come disse il merlo al tordo, possiamo dire anche noi alla Germania: vedrai che botto, se non sei sordo... La seconda è che per campare a spese altrui la Germania non può non truccare le carte. In altre parole, come più e più volte abbiamo ricordato, l'unico modo che la Germania ha per continuare il suo giocherello è tenere l'euro molto basso, e questo non perché serva direttamente a lei, ma perché altrimenti crollerebbero paesi come il nostro, essenziali per le sue catene del valore. Ma un euro basso, oltre a propellere le esportazioni tedesche oltre il limite accettabile dagli Stati Uniti (causando quindi le ovvie ritorsioni in termini di dazi), richiede tassi di interesse zero o negativi nell'Eurozona. Richiede cioè che le autorità di politica monetaria non attraggano, con tassi di interesse più alti, flussi di capitale alla ricerca di attività denominate in euro, perché questo (cioè: il comprare euro per comprare titoli denominati in euro) farebbe salire il tasso di cambio dell'euro, schiantando innanzitutto noi, ma poi anche i tedeschi. Solo che, e anche questo qui lo sapete, i tassi negativi sono nefasti per il sistema bancario e pensionistico tedesco.

E allora?

E allora questo, per esempio. La simpatica delfina della Merkel, AKK, non ci ha dato nemmeno il tempo di memorizzare il suo nome particolarmente cacofonico, che è andata dove la sua sigla la mandava (battuta riservata ai germanofoni, s'intende). Sono le contraddizioni del capitalismo, bellezza! C'è da stare allegri? No. Ma non credo possiate negare che lo scenario prefigurato dal Manifesto di solidarietà europea, e ripreso dal programma elettorale della Lega, sembri ogni giorno meno utopistico (con buona pace degli editorialisti di quotidiani in serie difficoltà). Poi, per carità, noi siamo anche rassegnati all'eventualità (invero non remota) che pur di non dire "abbiamo sbagliato" una classe politica particolarmente ottusa e autoritaria ci porti tutti verso una catastrofe. Se è già successo, perché non potrebbe succedere di nuovo? Ma bisogna essere particolarmente piccini per non vedere la differenza fra il dibattito sul bail in e quello sulla riforma del MES, per limitarmi a quello che chi vuole può vedere da fuori. Per chi vuole vederlo, un progresso c'è stato: ad esempio, ora in Parlamento c'è un parlamentare che, per la prima volta, chiede trasparenza all'Eurogruppo. Certo, non è risolutivo: immagino che voi, se foste al posto mio...

Ma, appunto, resta la domanda: perché al posto mio ci sono io, e non voi? Chi vuole capire, ha capito, e chi non vuole, continui pure:

quant'è bella adolescenza,
che continua tuttavia:
chi vuol esser Mori sia,
ma conservi la decenza.

Il che non si può dire di alcuni di voi.

L'uomo può fare la differenza, ma l'intelligenza non è tutto. E, come disse in una nota trasmissione Claudio (oggi il Presidente Borghi): abbiamo bisogno di patrioti, non di vermi. Per quanto intelliggenti (sic) essi siano, e per quanto ci divertano su Twitter, aggiungo io.

Yours.

sabato 3 giugno 2017

QED 75: La Germania lava più bianco?

Sappiamo tutti che i tedeschi sono un popolo molto pulito. La loro passione per le docce è nota. Tuttavia, suona un pochino paradossale che la loro attuale leadership conduca loro (e noi) allo scontro con gli Stati Uniti proprio sul tema dell'ambiente, e questo per tre motivi: uno noto a tutti, uno quasi a nessuno, e il terzo senz'altro ai miei lettori (quelli che il blog lo leggono, ricordando che se leggere e guardare sono due verbi diversi, un motivo c'è, e che se un bel volto - o magari un bel sedere - si può anche leggere, un blog sarebbe meglio non limitarsi a guardarlo).

Il motivo noto a tutti è che gli Stati Uniti, come ha molto opportunamente fatto notare Patrizia Grilli su Twitter, dell'ambiente se ne sono sempre battuti. Che il cubista del complesso militare industriale, il simpatico zio Tom, avrebbe impresso una svolta, potevano crederlo solo i gonzi, quelli che si sono rallegrati per il suo premio Nobel, così come poi hanno giubilato ostentatamente per la ratifica degli accordi di Parigi (il cui contenuto confesso di non aver capito, forse perché... non c'è!). D'altra parte, vedere questi quattro servi cretini reagire così, con una spontaneità degna del miglior Minculpop:


fu all'epoca per me la più eloquente indicazione del fatto che si poteva tranquillamente passare oltre. Quattro sciacquette per le quali l'anidride carbonica è tutt'al più un ingrediente della Coca Cola che simulano un entusiasmo posticcio da sit-com per una delle tante cose delle quali non hanno capito una fava... Perché proprio per quella? Eh, non è che ci volesse molto a capirlo...

Il motivo noto a pochi è che Germagna anche in questo campo fa rima con magagna. So che per voi il principio generale non è una sorpresa. Ma spero di farvi cosa gradita segnalandovi due post di un socio di a/simmetrie familiar with the matter e che quindi per questa ragione souhaite garder l'anonimat: la Durezza del vivere al quale si è intitolato diventerebbe per lui un'aspra realtà se l'istituzione cui appartiene sapesse che un suo funzionario ha la pessima abitudine di dire la verità, ad esempio spiegandoci qual è il mix di fonti di energia adottato dai novelli paladini dell'ambiente cheinvestonotantoinenergierinnovabiliperchésonocivili, mix dal quale dal quale consegue quella che lui eloquentemente chiama la fiatella tedesca. Non vi anticipo il contenuto, ma vi esorto a consultarlo: piacevole ed efficace.

Da qui si arriva naturaliter al motivo noto ai lettori del mio blog (e dei miei libri), un motivo messo brillantemente in evidenza da Piergiorgio Gawronski sul Fatto Quotidiano del primo giugno scorso, e che i lettori del Tramonto dell'euro si ricorderanno di aver incontrato a p. 373:


Pagine che con la mia connaturata mancanza di falsa modestia definirei profetiche (da qui il settantacinquesimo QED), se non fosse che sono la quintessenza dell'ovvio, e anche che a forza di profetizzare sventure mi farei una pessima fama! Preferisco quindi insistere sulla loro ovvietà: nessuno penserebbe di dar del profeta di sventura a chi ammonisse che gettandosi dal quinto piano c'è il rischio di farsi male. Tutt'al più invocherebbero la nostra nume tutelare! Ecco: così io non credo di poter essere tecnicamente considerato uno iettatore quando dico che allearsi con la Germania nella lotta contro gli Stati Uniti non è un'ottima idea.

Per tutto il resto, come sapete, ci sono il Corriere e i suoi brillanti editorialisti a cottimo.

Come l'amico Durezza del vivere ci certifica, l'argomento ecologico è del tutto pretestuoso. Una conferma che avvalora l'analisi di Piergiorgio (e mia) secondo cui il problema è altrove: nella congenita insofferenza di un popolo che non sa e non vuole stare al suo posto verso l'ordine mondiale che altri hanno imposto e che ci ha nel bene e nel male assicurato (lo dico in modo sordidamente egoistico) un minimo di stabilità politica e di prosperità. Ripeto: queste mie parole sono egoistiche: so e ricordo di che lagrime grondi e di che sangue il nostro benessere. Posso fare di meglio, e l'ho fatto altrove, ma oggi mi preme sottolineare, perché non smarriate la bussola, quanto ipocrite siano le parole dei media (cioè dei loro padroni). L'ambiente, con quanto sta succedendo, non c'entra nulla, come non c'entrano nulla, quando si questiona su di loro, le donne, o i bambini, o la minoranza etnica x del paese y. Delle donne, dei bambini, dell'ambiente, dei deboli, al capitale e ai suoi editorialisti fottesega (per usare un termine della patria alla quale forse fui troppo molesto - ma posso far di peggio)! Quello che vuole, il capitale, è il profitto, e tenerselo in saccoccia. Peccato per la Germagna, che, a quanto ho potuto constatare di persona questa mattina (uno di voi era lì e condivideva il mio sconforto, per quella storia dei sei gradi di separazione), le casse da morto nun hanno saccocce...

Poveri, tragici, patetici Gollum tedeschi, che nel lungo periodo dovranno lasciare il loro tesssssoro... a chi? Ma, visto che di figli non ne fanno tanti... temo, necessariamente, ai figli degli altri...

Una prece (e occhio al portafogli).


(...in effetti, la connaturata incapacità di riconoscere i propri limiti e starsene buonini al proprio posto, apprezzando ciò che si ha, senza prevaricare gli altri, cioè se stessi, non contraddistingue solo la Germagna, ma anche i suoi aedi, e da qui ne son passati tanti...)

sabato 4 febbraio 2017

Dal bunker di Musica Perduta

"Per favore, fate un po' di silenzio? Tutti fuori: devo accordare!" "Hai fatto?" "Sì, venite." "Alberto, mi dai un la?" "Un re?" "Fate silenzio!?" "Da cosa cominciamo?" "Mi dai un la?" "Il tuo sol cresce..." "Io lo sento calante!" "Controlla con la macchinetta!" "Luca, sei pronto?" "Quando volete...". "Questa è a 80. Davide, il tempo!" "Silenzio!" "Do due battute fuori." "Guarda che ti sbatte la sedia sull'asta del microfono, aspetta.. Luca!" "Arrivo...". "Primo tempo." "Questo come lo facevamo?" "Le semicrome devi farle sciolte." "Silenzio! Facciamo un A con ritornello...". "Allora do due battute fuori...".

[...]

"Luca?" "Facciamone un'altra subito." "Silenzio!" 

[...]

"Luca?" "Va bene, ci sono piccole cose... Qualcosa non va nell'armonia a battuta 12, dove i bassi hanno un sol..." "Ma io a battuta 12 ho un la!" "Ma che parti hai?" "Guarda che hai numerato male le battute!" "Sì, ma qualcuno ha trascritto male la parte!" "Allora, che nota c'è a battuta 12? Alberto?" "Ma, non so, a me pare strano che Porpora mettesse una sesta e quarta in battere..." "Sì, però se fai salire il basso dal sol al mi la linea non è melodica..." "Ragazzi, io alle otto me ne vado..." "Va bene, proviamola così!" "Alberto, sei troppo presente!" "E abbassa il microfono!" "È spento: sei presente nei panoramici!" "Allora: o tolgo un registro, o metto il coperchio..." "No, il coperchio no...". "Facciamone un'altra fino a battuta 20".

[...]

"Luca?" "Va quasi bene: manca l'assieme da 12 a 14, le scalette a 15 sono un po' calanti, mi manca ancora il do a 18..." "Del basso?" "No, dei violini." "Alberto, ma tu quando stacchi la finale? Devi guardare l'arco del primo violino!" "Col periscopio?" "Allora guarda l'arco del secondo!" "Scusa, sento il mio mi un po' crescente..." "A me sembra calante." "Per favore, accordate che dobbiamo farne un'altra?"




(...Mutti parla di Europa a due velocità. I "Ripositz! Platz!" dei cani rognosi della propaganda eurista non si contano. Come previsto nel Tramonto dell'euro, gli USA, paese debitore, hanno interessi opposti a quelli della Germania, paese creditore. Eh, sì: passerò il 2017 a dire ve l'avevo detto (hashtag: #VLAD). Ma intanto passo il weekend a Todi, registrando nel refettorio di un convento del '600 l'integrale dell'opera per violoncello di Niccolò Porpora con Musica Perduta: 



Mutti è chiusa nel suo bunker, e io lavoro sotto questo affresco:


Unicuique suum. Mi raccomando: carini e coccolosi. Questi sono i momenti più pericolosi. Ma dureranno poco...)



domenica 4 settembre 2016

Mecklemburg-Vorpommern wählt

Fabio Sciatore ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il piddino e l'euro: la parola al neurologo": 

Vediamo un po'...

Ovviamente oggi il frame è tutto volto a farci credere che in Meclemburgo l'Afd ha preso un botto di voti perché non condividono la politica della Merkel sui migranti, e che l'esito del voto è ovviamente una sconfitta politica per la Merkel.

Neanche a farlo apposta ho trovato queste due cose (su due fonti per altro non affidabilissime, ma tant'è; domani faccio un giretto su Eurostat): in Meclemburgo il tasso di disoccupazione doppia quello nazionale, e stanno avendo grossi problemi per via delle sanzioni imposte alla Russia, e inoltre è la regione che ospita meno immigrati di tutte le altre. Quindi, esattamente come accaduto con le amministrative francesi, in cui si è provato ad agitare la motivazione psicologica del terrorismo, probabilmente qui hanno avuto più peso i soldi in tasca. Ma la cosa più interessante si ricava dagli exit-poll confrontati con i dati delle precedenti elezioni: da questa immagine traspare come chi abbia perso di più, sempre in attesa dei dati ufficiali, sono i partiti di sinistra. Sono loro, i buoni, i veri sconfitti, non la Merkel. Ipotizzando la parità di elettorato si può dire che i voti siano passati dai partiti di sinistra all'Afd.

Reggeranno i piddini alla propaganda? Sappiamo che per definizione non è possibile, sapendo di sapere sanno anche cosa sapere. 

Postato da Fabio Sciatore inGoofynomics alle 4settembre 2016 20:44


(...non ho altro da aggiungere. Andate avanti voi. Io sono stanco, svuotato, sfinito. Qualcuno sa perché, altri lo immagineranno...)







lunedì 4 aprile 2016

Ancora sulla logica eurista (terzo addendum): Belgio e USA

(...vi ricordo le puntate precedenti, sempre attuali: il manuale, il primo addendum, il secondo addendum...)


L'ultimo mese ci ha portato due ulteriori teoremi di impossibilità strepitosi. Vere chicche per intenditori: non crediate che tutti i piddini siano in grado di apprezzarne la portata, ma se li unite ai due precedenti...

Comunque, valutate voi:


1) Lo stato belga è fallito perché ha una struttura federale, quindi risolviamo il problema creando uno stato federale europeo.

(..eccerto! Perché se il problema è che fiamminghi e valloni non si parlano in Belgio, ovviamente la soluzione è costruire un'Europa dove i lituani parleranno coi portoghesi, no? Ma se in qualsiasi vocabolario - anche quello lituano - unione, cooperazione e coordinamento sono tre parole diverse, un motivo ci sarà, no?...)


2) Oggi ci vuole l'euro perché tutto è diverso, quindi costruiamo un sistema dove gli Usa sono costretti a finanziarci come al tempo del piano Marshall.

La (2) forse non è chiara a tutti, è un po' più sottile. Ci spendo due parole in più.

Dal tempo de Il tramonto dell'euro metto in guardia contro i pericoli insiti nel voler creare una valuta di statura mondiale mondiale (l'euro) senza volersi prendere la responsabilità di gestirla per rifinanziare gli squilibri che essa crea, e insisto sul fatto che ciò ci avrebbe messo in urto con gli Stati Uniti, che sarebbero fatalmente stati chiamati a "metterci una pezza" (per cui invece della pace locale, che non ci sta dando, l'euro ci avrebbe dato un conflitto globale). In termini aulici, un sistema che rinforza la Germania nel suo ruolo di venditore netto di beni e servizi al resto del mondo, costringe gli Usa a un ruolo di acquirente di ultima istanza, di sostegno unico e solo della domanda mondiale, ruolo che, oltre a non essere sostenibile ad infinitum (soprattutto se lo status di "moneta del mondo" acquisito dal dollaro viene messo in discussione), comunque non è sempre compatibile con gli obiettivi interni della politica economica statunitense (guardate il tira e molla della Yellen sui tassi: poverina, non sa che pesci pigliare, e non solo perché è una specialista di economia del lavoro...).

Il dilemma di Triffin non muore con Bretton Woods, e questo non so quanti lo abbiano capito in giro, come non so quanti intuiscano il ruolo del TTIP in questo quadro: uno strumento che garantisca finalmente agli Usa una posizione esportatrice netta verso l'Europa (come l'euro l'ha garantita alla Germania verso il Sud dell'Europa), in un mondo nel quale la capacità degli Usa di finanziarsi stampando dollari è progressivamente destinata ad affievolirsi.


Con queste premesse, abbiamo via via evidenziato la crescente insofferenza degli Usa verso gli atteggiamenti europei che esacerbavano queste tensioni. Un'insofferenza manifestatasi ad esempio nelle ricorrenti lamentele del Tesoro e più in generale dell'establishment americano verso il surplus tedesco (qui uno degli ultimi esempi), e nei crescenti contrasti in seno al Fmi (ricordate qui). A proposito di questi ultimi, avrete visto l'ultimo episodio. Non entro nel merito delle tante cose che qui sappiamo: l'uso delle crisi come metodo di governo, la natura intrinsecamente politica di organismi dichiarati tecnici, ecc. Questo è piuttosto banale per noi e ormai anche fuori da qui non possono nasconderlo.

Il punto che mi preme mettere in evidenza è quello del quale si accorge perfino il Financial Times:


Il Fondo monetario internazionale, dopo aver proposto il piano di aggiustamento del quale abbiamo indicato qui l'assurdità e il totale spregio dell'evidenza scientifica e della vita umana (nota: presidenta francese, capo economista francese - ma tanto keynesiano, signora mia! - e banche francesi più esposte di quelle tedesche verso la Grecia: cosa poteva venirne fuori?...), adesso si rende conto che non può mettersi in urto con tutti i paesi emergenti per continuare a finanziare gli squilibri causati dall'euro, e quindi vuole - pilatescamente - lavarsene le mani e lasciare il cerino alla Germania. Pilatescamente, perché gli squilibri, che il Fmi oggettivamente non ha creato (preesistevano al suo intervento), sono però oggettivamente stati amplificati dall'assurda ipotesi del Fmi che il moltiplicatore dell'economia greca fosse 0.5, per cui l'austerità avrebbe risolto tutto (mentre ha risolto solo i problemi di qualche banca francese).

A beneficio degli italiani medi, propongo una metafora calcistica: è un Francia-Germania 1 a 0 che simultaneamente equivale a un Europa-Usa 0 a 1. Ai feticisti delle quote rosa segnalo che buona parte di questo scontro si gioca fra tre gentili signore: Lagarde, Merkel, Yellen.

Il desiderio del Fondo di lavarsene le mani, sottraendosi alle critiche che esso stesso ha provocato quando si è fatto mandatario dell'interesse di un solo creditore (o gruppo di creditori), indica bene da quale parte verrà il rompete le righe: saranno gli Stati Uniti ad arrendersi all'evidenza e a riconoscere che la profezia di Kaldor, avverandosi, rischia di costar loro un sacco di soldi. A guerra fredda finita, l'euro è il modo più stupido e quindi più costoso di garantirsi uno stato cuscinetto fra impero americano e ex impero sovietico. Le tensioni in Europa sono costose, oltre che pericolose. Volendo essere precisi, questa situazione non è solo irrazionale, ma anche immorale. Abbiamo ridotto la Grecia a un paese del terzo mondo e ci stiamo buttando un sacco di soldi continuando a chiedere politiche controproducenti (ora e sempre tagli), quando in fondo di quei soldi ci sarebbe bisogno in giro per il mondo per finanziare lo sviluppo di paesi che tutto sommato stanno (ancora per poco) peggio di noi. Ma naturalmente, così come è assurdo pensare che la Germania si unisca a paesi più deboli per farli diventare più forti, è anche assurdo immaginarsi che istituzioni di chiara impostazione imperialistica agiscano per appianare le differenze fra centro e periferia dell'impero! Solo che ora il gioco sta sfuggendo di mano a tutti...

Naturalmente, prima che da queste verità si traggano le debite conseguenze deve andare in scena la "democrazia più grande del mondo". O almeno queste credo siano le intenzioni. Poi, ovviamente, ci può sempre essere qualche pazzo che pensa veramente di uscire dalla "stagnazione secolare" con una guerra mondiale, come può anche darsi che a questa si arrivi senza che nessuno lo abbia veramente voluto (credo sia sempre successo così), ma non abbia nemmeno fatto nulla per smontare il meccanismo istituzionale in vigore, il cui esito naturale è un crescente livello di conflittualità fra Europa e Stati Uniti (ampiamente previsto nel Tramonto dell'euro, perché ampiamente prevedibile).

E ora aspettiamo fiduciosi i prossimi QED, ricordandoci la saggezza popolare: il creditore fa i debiti, ma non le coperture...

giovedì 3 dicembre 2015

Valuta e handicap (m'ha detto micuggino...)

Dixit micugginus micuggino meo:

Oggi all'ora di pranzo, mentre camminavo sui prati, litigando con la pallina, pensavo che l'handicap (traduzione esatta: vantaggio di gioco) è come la valuta.
 

Con l'handicap posso giocare anche contro Tiger Woods, avendo pure una reale possibilità di vittoria; senza non sarebbe possibile e la sconfitta sarebbe certa. 



(...il problema è che nel gioco delle valute le regole le ha fatte appunto Tiger Woods, no, scusa: era Bretton Woods - sò parenti? Poi le ha stampate sulla stampante della Merkel...)


(...e la morale della favola qual è? Che la fairness è una cosa da ricchi: puoi incontrarla solo sul "green" - che è quello che le insegnanti di inglese dei licei bene dei Parioli dal nome patriottico scrivono "grin" - o in regata - altro sport che micuggino praticò quando poteva permettersi di stressarsi. Fra ricchi e poveri sarà sempre e solo slealtà, come del resto fra poveri e poveri, e il compagno Rizzo lo ben sa e lo ben disse in tempi non sospetti - novembre 2011...)


(...e adesso non rompetemi i coglioni con la storia che però lui è divisivo: la verità è divisiva, e lo è soprattutto la menzogna, cioè l'esser stati zitti...)

sabato 9 maggio 2015

Dialogo fra la Merkel e Tsipras


Nat ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "A Celso e Martinet (post ad personas, non ad res)":

Vabbè, ma se non traduciamo, dov'è il divertimento? La mia indimenticata prof di latino e greco non me la avrebbe fatta passare per buona (ah, quella matita rossa e blu, che ai bei tempi così poco le davo luogo di usare sulle mie versioni...), ma questo celebre discorso oggi mi è venuto da tradurlo così:

"Signori. Non staremo a dilungarci con discorsi politicamente corretti, a cui non crede nessuno, sostenendo che meritiamo la leadership perché abbiamo sconfitto i tiranni Persiani o che questa è una guerra giusta, perché voi per primi non avete rispettato le regole. Ci aspettiamo d'altra parte che non vi immaginiate di convincerci dicendo che non avete partecipato alla coalizione perché siete alleati degli Spartani, e che nei nostri confronti le regole le avete sempre rispettate. Vediamo piuttosto di far saltare fuori quello che, parlando sinceramente, è possibile: sia noi sia voi sappiamo bene che tra uomini si può discutere di giusto o ingiusto, certo, ma quando si è forti uguale. In caso contrario, il più forte fa quello che è in suo potere fare, e il più debole si rassegna."
Per traduzioni più autorevoli, basta digitare su Google "Tucidide dialogo tra Ateniesi e Melii", andare al par. 89, e salta fuori di tutto, comprese naturalmente traduzioni che si capiscono peggio del testo greco (questo lo dico per chi, non leggendo il greco, magari è rimasto con la curiosità di capire).

Postato da Nat in Goofynomics alle 4 maggio 2015 23:58



(questo è Goofynomics: l'unico blog dove sappiamo come si dice "politicamente corretto" in greco antico. Si apra la discussione, cui per il momento non potrò partecipare - anche se già qualcosina da dire l'avrei, ma ho perso la matita blu...)

domenica 4 gennaio 2015

Merkel: "Greece is no longer of systemic importance". Translation.

(I receive from Angelantonio Castelli, a reader of my blog, this graph, which I submit to your attention. Any error - including translation errors - is my own responsibility)

Dear Prof. Bagnai,

I am a follower of your blog. Some time ago I had allowed myself to contact you and I appreciated your helpfulness. Using my basic knowledge of economics (most of which obtained reading your blog), I had a glance at the BIS database

Puzzled by the recent statement of Frau Merkel about Greece's "loss of systemic importance", and the fact that now the Eurozone could afford Grexit, I wished to check the exposure of the European banks towards Greece.
Assuming I considered the right variables, this is the graph I obtained:



Several things struck me, besides having a factual check of what I had already learned from you.

1) France in this case behaved worse than Germany [Translator's note: of course it did! This is the reason why Mr. Moscovici is so keen to suggest Greek people how to vote, as Jacques Sapir points out so often]
2) Arguments like: "Greek people falsified their accounts" seem ridiculous once checked against the facts. The French banks only had credits up to 20% of Greek GDP, and they kept lending... [Translator's note: yes, we said this in 2011, and Vitor Constancio realized it in 2013: you cannot over-borrow if someone is not over-lending!]

3) It is interesting to remark the different strategy of Swiss banks. They were massively involved. However, since Swiss people were not particularly concerned about the euro, the sell everything within one quarter, while Germany and France must be more cautious, otherwise Greece had collapsed and the Eurozone with it. [Translator's note: well, the reasoning could be more or less correct, but there is a statistical break in the series. Unfortunately, we do not have homogenous data that would allow us to verify this hypothesis]

4) The role of Italy is quite marginal (but we knew that, although our media do not tell us). [Translator's note: indeed, our media actually speak a lot about "contagion". I am not quite sure that epidemiology has something to do with our predicament.]

I would appreciate your comment on this, and especially on the last portion of the graph, where we see that German banks start, very timidly, to lend again to Greece. Where does this come from? Perhaps Berlin knows that it is in complete control of the situation, and that it can resume its game?

Thanks to you I uncovered the pleasure of understanding economic scenarios, and to look at the data, something I usually do for protons' collisions. For this reason, I wished to share this graph with you. It could prove useful for your blog.

Happy New Year,

AngeloAntonio


(it is indeed a useful graph, because it allows us to translate Angela's - or his advisor's - words. When they say: "Greece is no longer of systemic importance", they mean " Greece is no longer dangerous for our banks". Just for you to know how Europe is ruled...)


Addendum: my coauthour Christian Alexander Mongeau Ospina was so kind as to explain us what happened to Switzerland:

La ragione del break la trovi a pag. 20 di:


"... as a result of a restructuring that took place during the fourth quarter of
2009, a Swiss bank was reclassified as a Greek bank. As a consequence, its
claims on Greece were no longer included in the consolidated figures for Swiss
banks. This change in the reporting population of Swiss banks caused most of
the $74.9 billion decline (from $78.6 billion to $3.7 billion) in the claims of
Swiss banks on residents of Greece between the third and the fourth quarter of
2009. If one compared the numbers for these two quarters in BIS Table 9D
disregarding the break in series in the fourth quarter, one would wrongly
conclude that there was a precipitous decline in the foreign claims of Swiss
banks on Greece when, in fact, there was no sizeable change in the stock of
claims held by the bank in question."