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venerdì 20 febbraio 2026

La sovranità appartiene ai bandi che la esercitano nel rispetto del vincolo di bilancio

(...chiedo scusa: vi ho trascurato per vari motivi, fra cui la necessità di intervenire in un dibattito molto locale, che però, come vedrete, ha anche qualcosa da insegnarci sui temi che qui ci convocano...)


Come credo di aver già raccontato a molti di voi, e oggi racconto a tutti gli altri, quando si decise, contro la mia volontà espressa in segreteria politica, di dare la fiducia al Migliore (LVI), io, lasciato passare il tumulto iniziale, e predispostomi con sana e leninista rassegnazione a mangiare il mio cucchiaino di cioccolata quotidiana (certo di non essere solo ma in ottima compagnia), un giorno (era il 2 febbraio del 2022) andai dal capo e gli dissi: "Scusa, ma visto che abbiamo deciso di buttare al cesso il voto di opinione, mi dai il permesso di andare nel collegio a recuperare un po' di voto di territorio?" Avevo infatti idea che i voti ci sarebbero serviti prima di quanto si potesse pensare, e la sensazione si dimostrò corretta. Risposta (accompagnata da un sorriso di ironica solidarietà): "Ma certo! Vai, e ricordati: quella è casa tua, non camminare sempre sulle uova!"

I tempi da cui venivamo non erano dei migliori: i vari confinamenti avevano limitato molto la mia possibilità di recarmi nel mio collegio, che all'epoca (ma di fatto ancor oggi) era l'intero Abruzzo, una Regione non grandissima (la tredicesima per superficie territoriale) ma impervia (terza per prevalenza delle aree montane) e quindi impegnativa da solcare in lungo e in largo. Erano i tempi in cui fummo costretti a limitare a 200 persone anche gli accessi al #goofy. Tra l'altro, l'infausta circostanza della limitazione degli incontri pubblici aveva determinato anche una perniciosa illusione ottica nei colleghi del Nord, i quali, abituati a fare politica sul territorio, cresciuti nel mito della militanza (intesa naturalmente come colla), attribuivano il calo di consensi cui andavamo incontro non alla sconsiderata scelta di sostenere un nemico della nostra Patria e delle nostre imprese, ma al fatto che la scellerata gestione Conte della pandemia ci aveva strappato dal contatto vivificante col terroir, un po' come Ercole callidamente aveva fatto col figlio di Gea, Anteo. Che ci crediate o no, quelli che avevano fortemente voluto suicidarsi sostenendo Draghi si raccontavano questa storia per razionalizzare le conseguenze e spogliarsi della responsabilità di un gesto che aveva sì una sua logica ed era servito senz'altro a evitare il peggio, ma naturalmente, come ogni cosa della vita, portava con sé un prezzo da pagare (e infatti alla fine non poterono non prendere atto del fatto che il problema era un altro: il tradimento delle attese di cambiamento di una vasta parte dell'elettorato, quella la cui coscienza di classe era stata destata principalmente da questo blog che non esiste...)!

Ma insomma, non è di questo che volevo parlarvi.

Confortato dalle parole del capo, mi predisposi immediatamente ad attuarle di buona lena a metà, perché certo andai, ma naturalmente continuai a camminare sulle uova. Il motivo è semplice: da scolarizzato nel XX secolo, conosco fin troppo bene la vera carta politica dell'Abruzzo, che da 3000 anni è questa e questa sarà per altri 3000 anni (a meno di conflitto nucleare importante):


All'epoca non ero ancora, come poi diventai a causa di un colpo di fulmine il 6 settembre del 2022, un Carecino, stanziato leggermente a Sud-Ovest di Iuvanum. La mia identità era più plurale: un po' Safino (collocato nella porzione a Nord-Ovest dell'areale dei Pentri, attorno ad Aufidena), un po' Pretuzio, a Nord di Interamnia, e soprattutto Vestino, in riva al mare, avendo per lo più frequentato la Budapest dell'Adriatico (scegliete voi se considerare Castellammare Adriatico come Buda o come Pest). Molti di questi confini, di cui è stupefacente la persistenza antropologica attraverso i millenni, non riuscivo a percepirli, ma di una cosa ero certo: la complessità cui mi accostavo per dovere di rappresentanza era significativa e a me largamente ignota, stavo entrando con una torcia accesa in una polveriera, ed era essenziale per la mia incolumità non inciampare. Eh, sì, perché, come potete immaginare (a meno che non siate proprio dei tontoloni), in questo mio percorso di avvicinamento al territorio dovevo fronteggiare un nemico formidabile: ovviamente, la Lega locale! Nulla di sconcertante, di imprevisto, o di patologico. La politica funziona così: è inevitabile che, per quanto possano volerti bene (poco) e riconoscere il contributo che dai al partito (non molto), in un contesto di recessione del consenso saranno per primi i tuoi amici a vederti necessariamente come un soffocante coperchio sulle loro lecite ambizioni. Menschliches, Allzumenschliches. Io in realtà andavo, o mi lusingavo di andare, per allargare il consenso nei modi che le circostanze mi concedevano, e quindi non innalzando il fiammeggiante vessillo dell'ideologia, smerdato dal sostegno tattico dato al nostro peggior nemico, ma è chiaro che soprattutto chi non sapeva come quel consenso si era formato (cioè chi non era mai stato a un #goofy, quindi praticamente tutto l'Abruzzo) non poteva vederla così. La mia presenza, che lo volessi o meno, veniva comunque vissuta come un'illecita intrusione finalizzata a dare consapevoli o peggio ancora inconsapevoli segnali politici di consenso all'una o all'altra delle tante tribù, e quindi, simmetricamente, a erodere il consenso dell'altra o dell'una, suscitando lecite perplessità o preoccupazioni di cui dovevo tenere conto per disinnescarle. Cosa andavo girando io nella regione dove lavoravo da vent'anni? La cosa appariva sospetta!

Ribadisco: nulla di strano, di anormale, di sbagliato in questo. Dinamiche umane, e la politica si fa con gli uomini, cioè con superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia (io quindi partivo svantaggiato, perché di tutte queste virtù tre me ne mancano di sicuro: vediamo chi indovina?). Il mio rispetto per l'umanità tutta (compresa quella che mi aveva eletto), e il discorsetto che ci aveva fatto Calderoli il 9 marzo 2018 al Palazzo delle Stelline (in sintesi: "voi eletti siete al servizio del territorio, non siete i padroni del territorio, le strategie sul territorio le gestisce la struttura territoriale del partito, cioè i segretari regionali e provinciali, non mettetevi a fare inutile casino..."), si era forse spinto un po' troppo oltre, nel senso che, per dirne una, quattro anni fa non avevo chiara in mente nemmeno la geografia antropica del mio partito, cioè non sapevo nemmeno a quale responsabile provinciale e cittadino chiedere il visto per accedere al suo territorio! Era un rispetto estremo per dinamiche di supremazia locale che mai avevo preteso di influenzare, un rispetto che però forse travalicava lo spassionato disinteresse per sconfinare in una colpevole indifferenza o in una trasandata inconsapevolezza: un conto è non voler influenzare, un conto è ignorare, ma certo che da presidente di Commissione permanente le cose da sapere, all'epoca dello spread, della banking union, della riforma del MES, del "non ti vaccini, ti ammali, muori", e via dicendo, erano un po' troppe perché potessi aggiungerci un crash course in antropologia politica delle nobili stirpi italiche...

Ricordo ancora di quando il 16 ottobre del 2022 l'allora segretario regionale mi chiamò in urgenza per dirmi che la mia decisione di recarmi alla giornata FAI di Monteodorisio (luogo dantesco, come forse non sapete, perché Carlo d'Angiò, quello che nel 1273 aveva disegnato i confini amministrativi del mio collegio elettorale, lo aveva dato in feudo a quel tale che non diceva alcuna cosa, ma lasciavane gir, solo sguardando, a guisa di leon quando si posa: mai avreste immaginato che l'anima lombarda avesse finito i suoi giorni nel mio feudo, che all'epoca era suo, vero? Visto quante cose si imparano su Goofynomics?...), dicevo, la mia decisione di assistere alla giornata FAI aveva scatenato un importante terremoto politico con tanto di minaccia di dimissioni, perché il nostro rappresentante locale si era giustamente risentito di non essere stato preavvisato della mia presenza. Inutile dire che i vetri del Palazzo di Vetro non tremarono, ma sarebbe sciocco liquidare così, con supponenza, la questione, perché in effetti... aveva ragione il nostro esponente locale (e non lo dico perché nel frattempo siamo diventati amici e ci sentiamo spesso): in fondo, io ero il suo parlamentare, e lui aveva ben il diritto di accogliermi e di starmi vicino (ed era anche mio interesse per motivi di immagine e di sostanza essere accolto e accompagnato), quand'anche la segnalazione dell'evento e il relativo invito lo avessi avuto dal sindaco (e non da lui, come forse sarebbe stato auspicabile)! La verità è che anche con l'esperienza parlamentare, come in altre circostanze della mia vita, la mia appercezione in nulla era stata modificata dall'assunzione di un nuovo ruolo. Insomma, io sono stato sottotenente, professore associato, senatore, deputato, e varie altre cose, continuando a sentirmi Alberto (come sono e fui), e senza rendermi conto, ad esempio, che per quanto io possa voler obbedire alla mia albertità (e quindi fuggire gli uomini, inseguire il silenzio, intrattenermi con voi, ecc.), in Abruzzo sono l'onoré, e da onoré devo comportarmi, proprio per essere compliant con la mia albertità, che è anche e soprattutto un anelito inesauribile verso la perfezione (del resto, anche questo fa parte del genius loci). Sono ancora grato a chi (come nell'episodio che vi ho riferito) mi ha messo in guardia contro certe dinamiche, e mi ha aiutato a gestirle: ogni giorno si impara qualcosa.

Diverso è l'atteggiamento di quelli che sanno tutto, quelli che "siccero io eravamio esciti dall'euro ieri!". Da una parte ci sono loro, e dall'altra ci sono i voti, al termine di un percorso la cui complessità è inimmaginabile per chi non abbia deciso di intraprenderlo sforzandosi di lasciare qualche guscio d'uovo intatto! Non vi annoio oltre con questo discours de la méthode: molto avrei da dire su quanto l'esperienza del territorio mi abbia arricchito in termini di comprensione dei rapporti politici (cioè umani), ad esempio aiutandomi a capire quanto certe dinamiche fossero appunto politiche e non personali, e quindi a non prenderle sul personale ma a gestirle politicamente; in termini di conoscenza di un territorio affascinante, la cui ricchezza misconosciuta continua a stupirmi ogni giorno di più; ma anche, e di questo volevo parlarvi, in termini di accresciuta comprensione di quanto siano perverse le dinamiche in cui la sovrastruttura europea ci avviluppa, dinamiche che possono essere comprese a fondo solo quando cominci a porti delle domande concrete, quali: i soldi per riparare questa strada (o questa scuola, o questo acquedotto) da dove arrivano? Perché qui stiamo facendo una pista ciclabile invece di una strada decente? Perché ho i soldi per un asilo nido se mi serve una casa di riposo?

Ecco: di questo volevo parlarvi.

Volevo cioè condividere con voi una riflessione che stavo svolgendo a margine del convegno sulla montagna organizzato a Gamberale:

un convegno che ha avuto molto successo, che è stato visto come un'opera di buona volontà politica, e che mai e poi mai mi sarebbe venuto in mente di organizzare se il 2 febbraio del 2022 non si fosse svolto quel breve dialogo di cui vi ho riferito, semplicemente perché mai e poi mai avrei saputo chi invitarci!

Ora, giusto perché sappiate: il tema della legge sulla montagna ha sollevato infinite polemiche a livello locale, tutte accomunate dal fatto che siccome la legge è stata voluta da Calderoli, chi si sentiva "de sinistra" si è anche sentito in dovere di darle contro aprioristicamente, senza nemmeno leggerla (cosa facilmente dimostrabile e dimostrato nelle sedi opportune, inclusa la stampa locale). Una delle tante accuse mosse è che i comuni "declassati" da montani a non montani si sarebbero viste precluse alcune linee di finanziamento regionali, ovviamente articolate su fondi europei. Le cose in realtà stanno così:

e quindi, in estrema sintesi, i Comuni si stavano lamentando del fatto che non avrebbero più avuto dei soldi che non avevano mai chiesto. Ho però evitato di sbattere in faccia agli interlocutori questi numeri, perché secondo me il problema è più ampio. Quante volte, girando per il mio collegio, mi sento dire: "avrei questo progetto [o questo problema, o questa esigenza]: onoré, mica sai se c'è un bando?", e quante telefonate ricevo, ora che mi sono acquistato con la presenza (e camminando sulle uova) la fiducia degli amministratori locali, per richieste di assistenza tecnica sui bandi, sulle loro rendicontazioni, sulle piattaforme informatiche che li gestiscono e che non parlano le une con le altre, e via dicendo?

Ma è sempre stato così?

No, questa è una delle tante cose (la prossima sarà l'euro digitale, nonostante i miei tentativi da voi disertati di attirare l'attenzione su questa materia troppo arida) che sono successe inavvertitamente, col consueto meccanismo dello slittamento inesorabile e silenzioso lungo un piano inclinato. Non ricordo se questo libro:


che abbiamo tenuto colpevolmente in secondo piano rispetto agli altri su cui abbiamo formato la nostra coscienza politica, da Titanic Europa, a Il tramonto dell'euro (che tornerà ad ottobre), a Anschluss, a L'Italia può farcela, a Euro e (o?) democrazia costituzionale, a La fabbrica del falso, a Io sono il potere, a Vent'anni di sovranismo, analizzasse storicamente i meccanismi di attribuzione dei fondi europei. Fatto sta che col procedere degli anni, questi fondi, che inizialmente venivano intermediati da amministrazioni centrali e regionali, e quindi venivano convogliati alle amministrazioni locali tramite trasferimenti, sono sempre più stati attribuiti con un meccanismo di bandi "competitivi". Questo ha generato negli amministratori locali un'illusione ottica simile a quella cui soggiacciono i miei colleghi accademici: l'illusione che quella che loro chiamano "Europa" sia generosa e li finanzi perché loro sono bravi! Ora, le cose non stanno così ad almeno due livelli: il primo, che ormai avete assimilato, è che i soldi che per i superficiali vengono dalla cosiddetta "Europa" in realtà in Europa sono arrivati dalle nostre tasche (e quindi di generosità non si può parlare); il secondo, che la "competitività" introdotta dal meccanismo dei bandi non presuppone nei vincitori una particolare "bravura" scientifica o amministrativa. La compilazione del bando è ormai diventata una scienza a sé, che alimenta un'economia parassitaria della consulenza, e che scardina profondamente il senso e la logica di una sana scienza dell'amministrazione. Col meccanismo dei bandi, infatti, non sono le risorse a mettersi al servizio di una programmazione razionale, ma è la programmazione a mettersi di volta in volta a disposizione delle risorse astrattamente disponibili. Sei in un comune montano di ultrasettantenni non servito da quelle deprecabili infrastrutture non green che sono le strade provinciali? Quindi forse avresti bisogno di una strada o di un ospizio: ma se il bando è per gli asili nido, il "bravo" amministratore farà domanda (magari ritoccando un po' le statistiche demografiche) e se avrà fortuna (o un bravo consulente, lautamente remunerato) dovrà poi costruire a tamburo battente un bell'asilo nido nel deserto demografico, salvo scoprire poi (o sapere fin dall'inizio) di non avere i fondi per manutenerlo.

Notate l'ironia: i fondi che seguono questa trafila sono principalmente quelli che vengono definiti "fondi di coesione", eppure non c'è niente di più disgregante di questo meccanismo, per il semplice ed evidente motivo che solo comuni di grandi dimensioni possono partecipare con un minimo di speranza alla lotteria dei bandi, al "Giochi senza frontiere" dei fondi di coesione. I comuni piccoli, infatti, semplicemente non hanno le risorse umane per compilare i bandi e rendicontare nelle cervellotiche piattaforme informatiche di impostazione "europea", e quindi o si affidano all'economia parassitaria della consulenza (una delle tante economie parassitarie che la cosiddetta "Europa" alimenta nel suo anelito di travestire da "mercato" quello che in molti casi sarebbe naturaliter "Stato", cioè decisione politica...), o soccombono, vedendosi sfuggire i fantomatici fondi europei a beneficio di realtà più "attrattive" semplicemente perché più grandi. La famosa "Europa" che secondo lo stupefacente Spinelli doveva efficacemente combattere le "tendenze monopolistiche" è diventata in realtà uno strumento pervasivo di concentrazione del potere, anche attraverso le logiche perverse delle sue politiche "di coesione".

Quando è successa questa cosa?

Stabilire un punto preciso è difficile. La logica europea è quella del sorite: quand'è che l'ultima assurdità introdotta trasforma l'ordinamento in un mucchio di assurdità ingestibili? A quanto ho potuto ricostruire, l'introduzione del "bando" (cui partecipano i singoli beneficiari) anziché del trasferimento (intermediato dalle autorità centrali) come meccanismo di attribuzione dei fondi dovrebbe risalire addirittura alla programmazione 1994-1999, ma la sua prevalenza si sarebbe affermata a partire dalla programmazione 2000-2006: è da quel momento che le Regioni sarebbero diventate enti di gestione dei bandi, cui partecipano Comuni, Unioni di comuni, Province, ecc. Dal punto di vista legislativo, questo sarebbe accaduto con il Regolamento (CE) n. 1260/1999 del Consiglio del 21 giugno 1999 recante disposizioni generali sui Fondi strutturali, e con i successivi Regolamenti che assistono i Quadri finanziari pluriennali. Ma devo confessarvi di non aver fatto un'analisi sufficientemente approfondita, né di aver trovato testi che descrivano questa evoluzione: il tempo per studiare manca, ormai mi resta solo quello per constatare.

Mi terrei quindi a un livello più generale di analisi, per evidenziarvi due elementi.

Il primo, è la doppia disintermediazione della politica nazionale che si realizza con questo meccanismo: una disintermediazione degli obiettivi, che sono quelli definiti altrove (la "concorrenza", il "green", ecc.), e una disintermediazione della gestione. Il rappresentante del territorio, in questo simpatico gioco, non è più in grado di far valere, nel bene e nel male, la sua conoscenza dei problemi, né di affermare, in qualsiasi sede, una propria valutazione di priorità, in virtù del mandato che gli elettori gli hanno conferito. Ripeto: se "il bando", questa nuova entità metafisica che esercita la sua sovranità sui nostri amministratori, impone piste ciclabili, saranno piste ciclabili, e non strade provinciali, e l'eletto locale, quale che sia il suo livello, non può far altro che assecondare, se vuole apparire rilevante. Ora, questo meccanismo, naturalmente, poteva essere visto con favore in un'ottica antipolitica, quella che vedeva nell'intervento pubblico sempre e solo una fabbrica di consenso clientelare, che in quanto tale andava sottratto nella misura del possibile all'ambito di azione della classe politica locale, che lo avrebbe usato solo per perpetuare se stessa, e affidato a istanze altre, sovraordinate non solo in senso amministrativo, ma anche e soprattutto in senso morale (come le vicende della Commissione Santer, o il Qatargate, per fare due esempi, non dimostrano)! Purtroppo, anche l'accettazione di un meccanismo così assurdo e farraginoso è un frutto perverso della grillanza...

Il secondo è che siamo sempre al "pappagallo europeo". Mentre Samuelson (ma forse era Fisher) ci ricordavano che per fare un buon economista basta prendere un pappagallo e insegnargli a ripetere "domanda e offerta", voi ormai avrete capito che per fare un buon europeista basta molto meno: per l'europeista la domanda non esiste, esiste solo l'offerta, e, coerentemente, la spesa corrente non ha alcun valore, solo la spesa per investimenti fissi lordi va promossa in quanto accresce la capacità produttiva (salvo tagliarla selvaggiamente in modo prociclico, ma questo è un altro discorso). Ora, se ci fate caso, tutta la retorica della coesione, ma anche delle ripresa e resilienza, è basata sull'offertismo, un offertismo che spesso assume caratteristiche assurde, paradossali. L'esempio degli asili nido è sufficientemente eloquente. Per quanto sia plausibile che in molte realtà ce ne possa essere bisogno, resta il fatto che non è l'offerta di asili nido a far aumentare la domanda di figli (che se proprio vogliamo ricondurla a logiche economiche, magari dipende molto di più dalla stabilità delle prospettive di occupazione). Più in generale, la formazione di capitale fisico, se fosse depurata dalle scorie tossiche dell'ideologia green, avrebbe senz'altro un impatto sulla produttività in un Paese come il nostro, selvaggiamente devastato da un decennio di distruzione di capitale pubblico. Ma quello che manca sempre, in questa retorica dell'offerta, è il riconoscimento del ruolo della spesa corrente per la manutenzione e per l'esercizio del capitale fisico. Siamo sempre alla stessa storia: non è mettendo dieci trattori su un campo che lo rendi produttivo. Servono anche i contadini, e quelli sono spesa corrente. Ma dalla retorica della "spesa corrente improduttiva" nessuno sembra disposto a uscire.

Qual è la sintesi di questo lungo discorso che mette insieme cose che sapevate, e cose che forse vi e ci erano sfuggite? La sintetizzerei così: siamo in una fase in cui paradossalmente possiamo permetterci l'euro, ma non l'Unione Europea. Il primo, dopo la svalutazione interna portata avanti dal PD, in tutta evidenza non è un ostacolo alla nostra competitività, anche se ovviamente resta un freno alla nostra crescita (in quanto vincolo esterno). La seconda, però, continua a determinare distorsioni allocative e a imporre indirizzi politici fallimentari (limitandosi al campo dell'economia). Restituire al popolo la sua sovranità significa anche e soprattutto sottrarla ai bandi. Ma se mi giro intorno, sono veramente pochi, pochissimi, quelli che come me considerano assurdo questo meccanismo per cui i nostri soldi ci vengono restituiti solo se decidiamo di farci quello che altri decidono per noi. A fronte di un'assurdità simile il problema di quali sia l'unità di conto passa in secondo piano. Riprendere in mano il nostro destino è un compito più complesso di come vi viene presentato da intellettuali inesperti ed avventizi, e in questo l'esperienza del "territorio", nel bene e nel male, è una scuola imprescindibile. 


(...io ho una memoria pessima, ma annoto tutto. Non vedo l'ora di pubblicare il mio diario. Ma intanto ristampiamo Il tramonto dell'euro, e rileggiamo Finanziamenti comunitari...)

(...la libertà di scrivere su un blog che nessuno legge non ha prezzo: ma anche qui proprio tutto non è il caso di scriverlo!...)

lunedì 26 gennaio 2026

L’orazion picciola (Roccaraso & Rivisondoli)

(…l’impressione che da fuori si è avuta è stata questa: “Mi sono chiesto che tipo di pubblico componesse la platea. Amministratori della Lega o invitati di altre provenienze? Prevalentemente locali o di altre Regioni? Lo chiedo perché, dal video, non si percepiva quella tensione emotiva e partecipativa che solitamente si percepisce nel pubblico che ti ascolta.”…)


...e visto che non si vedevano bene vi metto qui le slides, così potrete seguire meglio:





(fonte)


(...ma caro conoscente! La risposta è nella domanda. Eppure, se ci fai caso, non è andata così male. Ci sono stati applausi e manifestazioni di consenso. La sala, per il resto, non era ovviamente quella di un #goofy. Il popolo che non esiste del blog che non esiste non ha alcun merito se non quello della sua inesistenza nell'esser silenzioso... anche quando è altrettanto e più numeroso! Ma sulla concentrazione e sulla tensione emotiva influiscono in modo determinante, com'è naturale, le motivazioni che spingono le persone a raccogliersi. Noi conosciamo le nostre. Quelle degli altri sono le più varie, e non mette nemmeno conto enumerarle. L'importante è che dopo questo intervento, che mi ha completamente spossato - non so perché! - molti si sono avvicinati per dirmi, e altri mi hanno mandato a dire, che avevo dato loro una visione nuova e illuminante di certe dinamiche. Uno alla volta, uno alla volta, come la goccia che scava la pietra...)

(...il giorno dopo il mio vicesegretario federale mi aveva detto: "Vince la squadra!" - frase che da quando sono in politica ho sentito dire tante volte, suppongo voglia dire che la squadra vince sul righello... - "Quindi niente protagonismi, diamo voce ai territori!" E io, diligentemente, mi sono messo a servizio. Quello che serviva non era un economista ma un musicista, uno che tenesse il tempo. E, modestamente, il tempo l'ho tenuto:il panel da 30 minuti ne è durati 25...)

(...comments welcome...)

(...fra le tante cose su cui la squadra - che non è il righello! - non riesce ad andare d'accordo c'è anche la sorte delle TV locali. Non è il mio dossier, e quindi mi rimetto ai superiori indirizzi che verranno espressi dai membri del righello, pardon!, della squadra cui incombe l'onere di determinarli, ma onestamente in una regione in cui il servizio pubico non mi fa apparire in video da sei mesi - e sì, nemmeno il #goofy, cui hanno presenziato/partecipato amministratori delegati di partecipate pubbliche non banali ha avuto gli onori del servizio pubico! - io vorrei capire perché non dovrei fare qualcosa per aiutare chi mi fa parlare come il servizio pubico dovrebbe far parlare un rappresentante del popolo...)

(...e se siete d'accordo anche voi che la televisione andrebbe fatta così, mettete un like al video, commentatelo, insomma, create engagement in quel canale YouTube: dobbiamo aiutare chi ci aiuta, il fatto di avere ragione non ci obbliga né a essere scortesi e irriconoscenti né a essere autoreferenziali...)

(...e a proposito del fatto che non bisogna essere irriconoscenti...)

Forse qualcuno ricorderà questo dibattito:

Non ho tempo di riascoltarlo, ma sono sicuro che sarebbe divertente e istruttivo. Bei tempi quelli in cui potevo "dibattere". Ora devo fare emendamenti, come questo:

(...premesso che non sarà facile che passi, la difficoltà maggiore non credo sarà ex ante con la Ragioneria, ma ex post con i tanti che "haidatoisoldiaicomunistiiii!111!1!". Voi mettetela come vi pare, ma io sinceramente con comunisti così:


vado molto più d'accordo che con certi ortaggi - e non mi riferisco tanto ar melanzana, soi-disant comunista pure lui, ma al porro...)

lunedì 5 gennaio 2026

Chi ha dato e chi ha avuto: ancora su Bulgaria e fondi europei

Qui siamo una community piuttosto chiusa: in questo posto viene chi sa che esiste, non c'è algoritmo che possa "sbattertelo in faccia" come fanno gli algoritmi delle altre piattaforme, proponendoti ogni tanto qualcosa di sorprendente, fin quando non credono di capire che cosa ti piace, e cominciano ad annoiarti proponendoti solo quello! Per questo motivo ogni tanto mi esprimo anche su Facebook, una piattaforma in cui ero entrato sostanzialmente per alimentare il gossip politico locale (nel vasto mondo c'è anche questo!), ma che risponde bene se si pubblicano contenuti interessanti. Per farvi un esempio, quando la Bolghèria è entrata nell'euro, ho preso uno dei tanti grafici che vi ho fatto vedere, l'ho pubblicato su Facebook con un rapido commento, e ho avuto questo riscontro:


dove la cosa interessante è che 19.479 persone che non mi seguono hanno comunque visualizzato il contenuto (potenza dell'algoritmo), e oltre un centinaio hanno commentato. Non sono numeri strabilianti (quelli li faccio quando parlo male del nostro amico Uva, il più amato degli e dagli italiani!), ma è abbastanza per avere un feedback fresco e spontaneo, considerando che voi, lì, non ci siete (a parte uno che non vorrei nemmeno qui, ma sono di buon carattere).

I commenti di chi non ha seguito il nostro percorso non sono sempre informatissimi e qualche volta sono sinceramente spassosi (non manca mai quello che viene a spiegarmi che l'UE non funziona e dovremmo uscire dall'euro, di solito perché l'ha sentito dire da uno dei tanti epigoni che parassitano il nostro lavoro). Ci sono però anche commenti di qualità, ed è comunque utile sapere come la pensa "laggente".

Quello che mi ha colpito dei commenti sulla Bulgaria è che in molti di essi si collegava l'ingresso della Bulgaria nell'euro a un aggravato onere per noi in termini di contributo netto al bilancio unionale. Ora, questo ovviamente non è vero, perché la partecipazione (attiva o passiva) al bilancio dell'Unione è legata all'essere membro dell'Unione, non dell'Eurozona, e quindi tutti gli Stati dell'Europa a sette velocità (dal primo gennaio, in effetti, sei) che sono anche membri dell'Unione Europea già prendono (o danno) al bilancio. Il fatto che la Bulgaria, Paese membro dell'UE, decida di entrare nell'euro, nell'immediato non determina grandi cambiamenti in termini di nostro contributo al bilancio dell'Unione. Un ben altro paio di maniche sarebbe l'ingresso dell'Ucraina!

Mi è venuto quindi in mente che forse sarebbe il caso di approfondire, anche per noi, il tema di come funziona il bilancio della UE, affrontato l'ultima volta un paio di anni fa.

Il funzionamento è semplice: il principio fondamentale è quello di coesione, che significa, in buona sostanza, che chi è più ricco deve dare e chi è più povero deve prendere. Quindi tutti i 27 Paesi membri contribuiscono al bilancio comunitario, ma i più ricchi danno più di quanto prendono, e i più poveri prendono più di quanto danno. Ne consegue che per i più ricchi gli accreditamenti netti dal bilancio unionale sono negativi (cioè sono un contributo netto positivo, che è un accredito netto negativo: soldi che escono dal Paese), mentre per i più poveri gli accrediti netti dal bilancio unionale sono positivi (cioè sono un contributo netto negativo, che è un accredito netto positivo: soldi che entrano nel Paese). I ricchi sono contribuenti, e i poveri percettori (sì, lo so che in angliano si dice contributori e percipienti, ma io sono fatto così e non potete farci niente), con due eccezioni significative.

Ovviamente, siccome il bilancio è a saldo zero, la somma di questi netti è zero, astraendo da alcuni fronzoli contabili: di quanto sono in deficit verso l'UE i "ricchi", di tanto sono in surplus verso l'UE i "poveri".

Il criterio principale per valutare la condizione economica di un Paese è il reddito nazionale lordo pro capite in termini nominali a parità dei poteri d'acquisto. Per darvi un'idea, questa è la distribuzione degli scarti percentuali dei redditi pro capite nazionali dal reddito pro capite unionale nel 2021:


e non sarete stupitissimi di constatare che il Paese più fortunato è il Lussemburgo, e il meno fortunato la Bulgaria (tu guarda!). Notate bene: questi dati sono riferiti al 2021, che è l'anno di inizio del ciclo di programmazione di bilancio in corso (2021-2027), quindi non sono quelli utilizzati per allocare il bilancio 2021-2027 (per questo scopo sono stati usati dati precedenti), ma insomma la graduatoria per reddito pro capite dei Paesi europei è relativamente stabile, evolve lentamente, quindi teniamo questi dati come utile riferimento.

Sono andato sul noto sito a scaricare accrediti dal e contributi al bilancio comunitario nel 2024, e il risultato è questo:


Nel 2024 il Paese più grande fra i Paesi ricchi (la Germania) ci ha smenato 15 miliardi, la Francia 5, noi 3 (evidenziati in blu), e così via, fino alla Grecia che ne ha ricevuti 3 e il Belgio che ne ha ricevuti 7. E qui voi vi chiederete: ma il Paese più povero non era la Bulgaria (evidenziata in rosso)? Eh, sì: ma il Belgio è quello in cui ha sede la maggior parte delle provvide e accorte istituzioni europee, che diuturnamente vegliano sul nostro interesse al modesto costo di 7 miliardi l'anno!

Si capisce meglio come funziona se si esprimono questi contributi in rapporto al Pil nominale dei singoli Paesi. Viene fuori una roba di questo tipo:


e in questa graduatoria, che non risente della dimensione del Paese, noi non siamo più terzi (come in quella dei contributi assoluti, cioè in milioni di euro), ma addirittura noni fra i contribuenti, il che ha senso, perché in Danimarca o in Olanda il reddito pro capite è più alto che da noi (ma siccome sono piccoline il loro contributo in termini assoluti è inferiore al nostro).

Mentre la somma dei contributi netti in valore assoluto è zero (non esattamente, ma non entro in queste difficoltà), per il semplice motivo che se qualcuno prende (segno più) è perché qualcuno ha dato (segno meno) e in somma algebrica questi valori non possono che annullarsi, la somma dei contributi in rapporto al Pil non deve necessariamente essere nulla e non ci aspettiamo che lo sia: è anzi più facile che sia positiva. In effetti, visto che sopra la media del reddito si trovano Paesi grandi, e che sotto la media si trovano Paesi molto piccoli, ci aspettiamo che nei Paesi grandi il contributo a un bilancio che complessivamente cuba circa l'1% del Pil complessivo sia su frazioni di decimali (e infatti non arriva allo 0,5% del Pil nemmeno in Germania), mentre nei Paesi piccoli le somme ricevute siano più impattanti, e in effetti in Slovacchia, Croazia, Bulgaria, Grecia, Estonia e Lituania superano l'1% del Pil, mentre in Lettonia arrivano al 2,5% del Pil. Non mi sono dimenticato nulla? Sì, mi sono dimenticato le sedi delle prestigiose istituzioni: Belgio (+1,1 del Pil nel 2024) e Lussemburgo (+2,8% del Pil, sempre nel 2024).

Paradossalmente (ma fino a un certo punto) i più interessati a essere europeisti sono quindi due Paesi "ricchi" (considerando che tali sono anche perché albergano la nota cupola parassitaria).

La relazione inversa fra scarto rispetto alla media del reddito, e ammontare degli accrediti netti rispetto al Pil, si vede abbastanza bene nei dati:


dove il Lussemburgo, in alto a destra, è decisamente quello che in statistica si chiamerebbe un outlier, cioè un punto che "sta fuori" rispetto alla nuvola di dati rappresentata. Ovviamente c'è dispersione perché il criterio di assegnazione dei fondi è più complesso di così e tiene conto anche di altre variabili, perché (come già detto) il reddito interno lordo di riferimento non è quello che ho usato a scopo esemplificativo, ecc. Ma il senso è abbastanza chiaro: chi è a sinistra (cioè sotto la media del reddito europeo) tende a essere in alto (cioè a essere percettore netto di fondi, ad avere accrediti netti positivi). Il contrario per chi è a destra.

Bene: spero che ora sia più chiaro a tutti come funziona.

Domani... lo spiego anche a quelli di là!

mercoledì 30 luglio 2025

Dalla Slesia con furore

La mattinata è iniziata con una vivace discussione nella chat della Community abruzzese, discussione originata da un aggiornamento di questa notizia:


Pare che non siano 400 ma 600, ecc. Il dato, lo immaginate bene, è catastrofico per la valle (del Sangro), per la provincia (di Chieti) e per l'Abruzzo. Il giochino sappiamo qual è e purtroppo sappiamo anche dove porta:

ma nelle pieghe del discorso è emerso che il game changer, secondo alcuni, risaliva a tre anni fa:


In realtà, non è che le cose in Polonia vadano benissimo, ma non entro in questo. Il punto è che, come vi ho detto spesso, dà un po' ai nervi che ci venga fatta concorrenza interna da chi non solo ha mantenuto e usato la flessibilità del proprio cambio nominale, ma soprattutto beneficia in modo sproporzionato dei fondi che escono dalle nostre tasche!

Questa cosa la sapete bene, anche Claudio ve la ricorda spessissimo, ma vorrei farvela vedere in dettaglio (impegno preso con gli amici abruzzesi). Per comodità, non partirò dal tempo di Checco e Nina, ma dall'inizio del secolo, in modo da avere tutti i dati in un unico foglio, questo, che trovate alla pagina EU spending and revenue 2021-2027. Vi fornisco i flussi al netto delle operazioni straordinarie (cioè escludendo gli esborsi del PNRR, che sono debiti da rimborsare), ma se volete avere il quadro di cassa completo potete tranquillamente riprodurvelo coi dati. Quello che ci serve quindi, anno per anno, sono le "national contributions" (soldi che gli Stati membri danno al bilancio, i contributi al bilancio dell'Unione), le "total expenditures" (fondi che l'UE attribuisce agli Stati membri perché li spendano, e quindi i fondi che provengono dal bilancio dell'Unione), e naturalmente il Pil (per fare un rapporto).

Con un po' di santa pazienza (purtroppo oggi sono influenzato e quindi me ne sto alla scrivania a lavorare), l'impianto dei calcoli è questo qui:


la rappresentazione grafica del contributo (valori negativi) o beneficio (valori positivi) netto in valore assoluto è questa qui:


e in rapporto al Pil nazionale è questa qui:


I dati si commentano da soli, ma sentitevi pure liberi di esprimervi. Della sproporzione ero a conoscenza, ma certo che vederla rappresentata così, sapere che un Paese in cui delocalizziamo le nostre produzioni viene sussidiato a botte del 2% del Pil e oltre, ovviamente non fa piacere, anche se intuiamo l'astratta e nobile motivazione di creare un level playing field...

A differenza di Dostoevskij, che avrà avuto i suoi buoni o cattivi motivi, io non sono sospettabile di animosità verso il nobile popolo polacco, che mi ha dato tanto. Sono cresciuto ascoltando questo ripetuto e ripetuto dalla mia mamma:

(non so se adesso mi chiuderanno il sito); per motivi che non saprei nemmeno spiegarvi e sui quali è comunque inconferente dilungarsi questo:

ha cambiato significativamente il mio rapporto col pianoforte e col romanticismo (cosa di cui gli sono grato); mi piacciono i pierogi e i tramonti lunghi. Sono anche uno poco attaccato ai soldi. Però l'idea che questi qui ci fottano coi nostri soldi a me dà un pochino fastidio, forse un po' di più dell'idea che con i nostri soldi la UE, in cambio del bel servizio che ci rende, si faccia pubblicità, deturpando le nostre scuole con le sue placche infami.

Tutto qua.

lunedì 2 giugno 2025

Alla ricerca del fondo perduto (il PNRR e i fuuuuurbi)

Corrado Luciani ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Chi ha dato e chi ha avuto: i numeri veri dei fondi UE":

Commento tardivo perché ho letto l'articolo da poco. Tuttavia i contributi a fondo perduto (esclusi quindi i prestiti) vengono restituiti non completamente, ma pro quota in base al PIL e quindi comunque sborsiamo una parte e non tutto quello che abbiamo ricevuto (comunque ben superiore alla pro quota del PIL). Non è così?

Pubblicato da Corrado Luciani su Goofynomics il giorno 2 giu 2025, 08:48


No, non è proprio così. E non lo è, caro Corrado, per motivi in effetti non agevolmente verificabili. Sul PNRR sei stato disinformato anche tu, come tutti, e di questo non sei certo colpevole. Tuttavia, già l'insistere a chiamare "a fondo perduto" una cosa che a fondo perduto non è (io dico sempre: "le sovvenzioni, cioè i contributi cosiddetti a fondo perduto") è parente del perseverare a chiamare Europa l'Unione Europea, e questo in noi suscita un sentimento di sospetto.

Ma ragioniamo spassionatamente.

Noi abbiamo avuto sovvenzioni per quasi 72 miliardi:


(fonte: la solita), su un totale di sovvenzioni pari a 359 miliardi:


per cui, come correttamente evidenzi, la percentuale di "fondo perduto" è stata superiore alla nostra percentuale sul Pil dell'Eurozona (in effetti andrebbe utilizzato il Reddito nazionale lordo, ma stranamente Eurostat non lo dà e quindi ci teniamo il Pil): rispettivamente, il 19.99% (facciamo il 20%) dei grants a fronte del 12.4% (facciamo 12%) del Pil (poi c'è da controllare se anche qui si usi la PPA e quanto sia il saldo dei redditi primari dall'estero, ma non entro in questo, sono comunque decimali). Vale anche la pena di dare l'ordine di grandezza di questo insigne favore ricevuto: la differenza fra il 20% e il 12% è l'8% dei grants (che avremmo ricevuto in eccedenza rispetto alla proporzione del nostro Pil sul totale europeo), cioè 0.08x359/6 = 4.78 miliardi l'anno (cioè un po' più della metà dei titoli collocati con l'ultima asta dei Btp Italia).

Comunque, finché si tratta di prendere, possiamo anche pensare che ci sia andata bene (ovviamente, senza voler considerare i costi di transazione determinati principalmente dal non poter decidere le priorità di spesa e dal dover sostenere i costi di una serie di nuovi adempimenti burocratici, fra cui il ReGiS).

Si dimentica però sempre che il rimborso, invece, andrà fatto pro quota e noi siamo contribuenti netti.

Ora, il punto che a tutti sfugge (perché viene accuratamente tenuto nascosto) è questo: quanto andrà rimborsato? Il fatto è che nessuno lo sa esattamente. Per quanto possa sembrare strano, il primo studio scientifico sugli scenari di rimborso del "fondo perduto", cioè delle sovvenzioni, cioè sulla parte che incombe sul bilancio europeo, è stato fatto nell'ottobre del 2023 per la Commissione bilancio della precedente legislatura europea su richiesta dei cattivissimi sovranisti e lo trovi qui. Soggiungo che richiesto da chi vi parla se esistessero studi precedenti su questo tema non banale nel quadro di una audizione parlamentare svoltasi il 27 marzo scorso:


il Commissario al bilancio, Piotr Serafin, non ha risposto (del resto, ha voluto un incontro informale, senza stenografico né sommario, proprio per evitare che le sue non risposte venissero non messe a verbale)! Quindi, in base al brocardo qui tacet adsentire videtur, fino a prova contraria la Commissione un piano finanziario sufficientemente articolato per scenari e ipotesi verosimili sull'evoluzione dei tassi di interesse non ce l'aveva, e qui lo sappiamo bene, altrimenti a maggio 2023 non sarebbe scoppiato questo gran casino:


ricordato dall'ottima Pacione De Bello (e alla base della richiesta di approfondimento dei parlamentari del gruppo ID). Mi affretto a dire, per fugare equivoci, che gli autori dall'approfondimento sono tre economisti di provatissima fede europeista (in particolare, io ho conosciuto Claeys quando ero vicepresidente di INFER, come qualcuno ricorderà): basta guardare i loro CV e le loro pubblicazioni per rendersene conto (qui quelle dell'ortodossissimo Gregory).

Ora, to make a long story short, il succo dei loro findings è questo qui:


al bilancio europeo il rimborso del "fondo perduto", fra capitale e interessi, costerà una roba fra i 582 e i 715 miliardi (nel grafico che rappresenta il profilo del rimborso in blu c'è la quota capitale, in arancione la parte di interessi). Ora, volendo fare un ragionamento grossolano, il 12% di 582 miliardi (scenario ottimistico) è 69.84 miliardi, mentre il 12% di 715 miliardi è 85.8 miliardi (naturalmente spalmato sul periodo di restituzione, ci mancherebbe).

Ora, il calcolo può essere complicato a piacere. Suggerisco due direzioni: nel periodo del rimborso noi non saremo solo contribuenti, ma anche beneficiari del bilancio comunitario; inoltre, come ogni prestito, anche le sovvenzioni aiutano a risolvere un problema di liquidità.

Giusto!

Tuttavia: noi resteremo per forza di cose contribuenti netti al bilancio comunitario (avendo un Pil pro capite maggiore di quello degli altri e in crescita), e quindi non dovremo ringraziare nessuno, mentre qualcuno dovrebbe ringraziare noi. Inoltre, il problema di liquidità poteva essere risolto da Draghi quando vigeva la clausola di sospensione generale e il debito era a costo virtualmente nullo: perché si è scelto questo modo così opaco e bizantino di gestirlo?

Perché quello che si voleva, quello che Conte, in particolare, voleva, e ci fu chiaro fin dal suo primo discorso in Senato (con quell'incongruo richiamo all'Unione Bancaria, del tutto non concordato e fuori linea), era rendere il Paese schiavo di Bruxelles. Siamo riusciti a impedirgli di realizzare questo suo piano via MES, ma non siamo riusciti a impedirgli di realizzarlo via PNRR, che resta, sotto questo profilo, un MES che ce l'ha fatta.

Ma attenzione: potrebbe andare ancora peggio! Se leggete con attenzione lo studio di Claeys et al. ci troverete la parola del demonio: rollover. Quello sarebbe l'inizio della fine, e uno dei modi per introdurlo potrebbe anche essere la (lodevole) intenzione di gestire in modo meno drastico il piano di rientro da NGEU. Sarebbe però mettere il piede nella porta degli Eurobond, cioè della definitiva fine della nostra autonomia decisionale.

Pensiamoci bene!

venerdì 8 luglio 2022

VRBS FIDELISSIMA

Dopo il caldo patito a Scurcola:


(sempre meno di quello stoicamente sofferto dai finti angioini drappeggiati nel broccato) e l'umido patito a Mosciano:

la mia idea era questa:

così, per mettere da parte un po' di freddo da portare a Roma, ma il cielo non esattamente promettente:

mi aveva indotto a più miti consigli, inducendomi a fermarmi un po' più giù, in uno de:

tutti a me cari, ma forse questo un po' di più, per il suo pregio architettonico:

e per l'eleganza dei suoi paesaggi:

Ho dormito in un edificio vecchio e quindi saggio:

le cui finestre dall'esterno insegnavano qualcosa sul tempo, e dall'interno qualcosa sullo spazio:

Tralascio i dettagli sulla serata, che qui non interessano. Al mattino un volo di uccelli salutava il Monte Corno (di là lo chiamavano così):

e dalla finestra del pianerottolo inquadravo le "montagne gemelle", quella di Campli, a sinistra, e quella dei fiori, a destra, dove ancora non sono stato (ma prima o poi andrò):

A malincuore mi lasciavo alle spalle la "urbs fidelissima":

per recarmi in un altro posto:

dove tutti erano contenti perché i loro soldi gli venivano restituiti a condizione che accettassero di farsi dire da qualcuno come spenderli, ma c'era anche chi si lamentava che nel restituire questi soldi quel qualcuno - che non nominiamo, perché siamo in un Paese democratico, mica in un regime! - imponesse per la loro spesa regole così assurde da renderla quasi impossibile (e la domanda sgorgava spontanea, come l'acqua di quelle sorgenti di montagna che qualcun altro vuole sottrarre all'autonoma gestione dei comuni: ma non sarebbe allora tanto meglio tenerceli e spenderli come ci pare? Siamo sicuri che sbaglieremmo di più che affidandoci ai geni che ci hanno imposto l'austerità prima e il green poi?...).

Domande cui un modesto senatore del territorio non sa dare risposta, ma voi forse sì...

giovedì 14 dicembre 2017

Ancora sui fondi europei...

(...dedicato a quelli con la bavetta alla bocca che schiumano di livore contro chi non la pensa esattamente come loro, ai Bagnaitraditoreeeeeeee, ai Bagnailiberistaaaaaaa, ai Nonhaipassionecivileeeeeee, ai Sullebanconotecèilcopyrighttttttttt, e così via. Il mondo è lievemente - ma lievemente! - più complesso, e la prima cosa da fare per rendersene conto è darsi un'occhiata intorno e ascoltare gli altri...)



...e oggi vi propongo un bel quizzzzzzzzzzzzone, prima di darvi un altro paio di contributi sul tema "Made in" (inclusa una perla nera di autorazzismo).

Chi ha detto, e quando e dove lo ha detto:

"L'ultimo punto che vorrei trattare è cosa si potrebbe fare in alternativa con i fondi europei. Voglio partire da un'idea profondamente sbagliata. Sarete sicuramente consapevoli dell'enorme dibattito che è in corso in Italia sul fatto che il nostro Paese è quello che riesce a utilizzare meno i fondi europei stanziati. Questo viene considerato un enorme problema e una dimostrazione di incompetenza perché si crede che questi soldi stanziati siano gratis e debbano essere utilizzati. Tutto ciò è profondamente sbagliato perché questi soldi non sono gratis. Prima di tutto, anche se i fondi europei sono stati già stanziati, per utilizzarli occorre il cofinanziamento. Per ogni euro dei fondi europei che utilizziamo dobbiamo mettere un euro di cofinanziamento. L'idea che sarebbe un peccato non raccogliere per strada dei soldi gentilmente offerti dall'Unione europea è un errore perché questi non sono soldi gratis, nemmeno quelli già stanziati.
  In più, come sappiamo, l'Italia è un contribuente netto e quegli stanziamenti deve pagarli. Ogni euro che riceviamo dall'Unione europea viene a costare al contribuente italiano due euro. È cruciale cercare di capire se valga la pena spendere queste risorse oppure no. L'idea, ripetuta su tutti i giornali e nei dibattiti a tutti i livelli, che non essere capaci di spendere i soldi dell'Unione europea è un delitto perché ce li regalano è profondamente errata. Torno a ripeterlo. Questi soldi non sono gratis certamente per il contribuente europeo, ma neanche per il contribuente italiano."





(...e ora divertitevi con Google, perché tanto da chi, dove, e quando queste cose sono state dette non lo sa nessuno di voi, tranne un membro del comitato scientifico di a/simmetrie che mi ha segnalato questo intervento. Seguirà ampia discussione, e... no: non è Romina, ma quasi...)

lunedì 22 febbraio 2016

Condizionalità senza frontiere (quello che non dovevate sapere dei finanziamenti comunitari)

(...è uscito un libro che non dovete leggere. Si chiama Finanziamenti comunitari - Condizionalità senza frontiere. Lo ha scritto Romina Raponi e spiega come funzionano realmente i finanziamenti comunitari. Leggerlo nuoce gravemente alla salute. Gli effetti collaterali sono: esofagite, gastrite, insonnia, sindrome depressiva, problemi cardiovascolari. Io vi ho avvertito, voi fate come vi pare. Meglio conservarsi in salute, piuttosto che capire perché chi vi dice "eh, ma noi non riusciamo nemmeno a spendere i fondi europei!" è un perfetto imbecille. D'altra parte, quando non avevamo capito un cazzo, possiamo anche dircelo, stavamo tutti meglio... In ogni caso, quella che segue è la mia prefazione - così gli effetti collaterali li subite ugualmente!...)




“Ce lo chiede l’Europa!” Quante volte ce lo siamo sentiti dire, in questi ultimi anni? Col passare del tempo, però, la retorica patriottarda di questo ritornello (“siam pronti alla morte, l’Europa chiamò!”) si sta sgretolando. È la realtà a inseguire e raggiungere chi non sia stato già convinto per tempo dalle tante autorevoli analisi, come quella di Luciano Canfora (È l’Europa che ce lo chiede! Falso!, Laterza, 2013), o quella di Giandomenico Majone (Rethinking the unionof Europe post crisis, Cambridge University Press, 2014). Lo sfaldamento dei due pilastri della costruzione comunitaria (la libera circolazione dei capitali, cioè Maastricht, e la libera circolazione del lavoro, cioè Schengen) oppone ogni giorno all’esclamativo categorico del “ce lo chiede l’Europa!” una schiera di interrogativi: Europa chi? Europa come? Europa perché? Europa quando?

A scongiurare l’esercizio dello spirito critico interviene allora un grande classico della gestione paternalistica dei conflitti: il senso di colpa. “Ma come? Porre in questione l’Europa, proprio questa Europa che fa tanto per noi, con i suoi finanziamenti comunitari, quei finanziamenti che noi, Untermenschen, evidentemente non meritiamo, perché non siamo in grado nemmeno di spenderla, questa cuccagna, e sì che ci sarebbe preziosa per recuperare il nostro colpevole ritardo…”

Anche questo discorsetto lo avrete sentito fare, no?

Il libro di Romina Raponi viene molto opportunamente a colmare un vuoto. Mentre, come abbiamo visto, non mancavano analisi accurate dell’esclamativo categorico (“l’Europa chiamò!”), la favoletta deamicisiana (“Franti, tu uccidi l’Europa che ti eroga i finanziamenti comunitari!”) non era ancora stata oggetto di adeguato scrutinio scientifico. Non erano mancati, in testi più divulgativi come Non vale una lira di Mario Giordano (Mondadori, 2014), cenni di divertita (e documentata) insofferenza verso il mito dei finanziamenti comunitari, destinati ovunque (non solo in Italia) a scopi dalla logica non sempre immediatamente intelligibile. E non era mancata, nello stesso testo, e con sempre maggior frequenza nei media di regime, un’amara sottolineatura del fatto che in fondo noi non dovremmo sentirci in colpa con l’Europa, visto che in ogni caso siamo suoi contribuenti netti (ovvero, le versiamo, a spanna, oltre 5 miliardi in più di quanti ce ne ritornino).

Attenzione: quest’ultimo dato colpisce (come colpiscono gli aneddoti, meno estemporanei di quanto si creda, sulla curvatura dei cetrioli o sullo zoo per coccodrilli in Danimarca, oggetto della perfidia di Giordano), ma in fondo non dovrebbe sembrare anomalo. L’Italia è (o meglio, prima dell’euro, era) un paese relativamente avanzato nel consesso europeo, e sarebbe quindi stato del tutto fisiologico che, in un’ottica di comune e solidale percorso verso un radioso futuro, essa contribuisse in termini netti allo sviluppo degli altri paesi europei, quelli meno avanzati. Ecco, parliamo un po’ di solidarietà… Perché è proprio se si affronta il tema sotto questo profilo, come l’autrice fa con lucidità analitica e perizia documentale, che ci si rende conto che le cose stanno molto, ma molto peggio di come aneddoti e saldi (entrambi negativi) ce le dipingono.

In effetti, che l’Europa (?) non nasca sotto il segno della solidarietà a un economista dovrebbe essere immediatamente evidente. Ho chiarito nei miei scritti che questo orientamento traspare dalla scelta di articolare la politica di bilancio sul concetto di “convergenza” (intesa come rispetto di parametri di bilancio fissi), anziché di “integrazione”. Integrazione, in economia, significa in generale abbattimento dei costi di transazione. L’integrazione fiscale è quindi l’abbattimento dei costi di transazione (costi economici e politici) delle politiche di trasferimenti fra aree in espansione e aree in recessione, trasferimenti necessari per un equilibrato percorso di crescita comune. Penso sia chiaro anche ai non tecnici che costringere paesi diversi ad avere la stessa politica di bilancio (convergenza) è cosa ben diversa dal creare un meccanismo (un bilancio federale) che funga, come negli Stati Uniti, da “camera di compensazione” automatica degli squilibri macroeconomici fra enti federati (integrazione). Il primo approccio, e la crisi lo ha dimostrato, amplifica gli squilibri, anziché compensarli, perché obbliga a tagli chi si trova in crisi (le famose politiche procicliche o di austerità – che poi sono procicliche verso il basso, visto che se chi è in crisi deve tagliare, chi non lo è ben si guarda dallo spendere per contribuire alla crescita comune: altro chiaro segno di asimmetria e di mancanza di solidarietà).

Ma l’analisi giuridica del fenomeno consente di andare oltre. Da essa emerge chiaramente come i finanziamenti comunitari, concepiti come strumento di compensazione degli squilibri fra paesi membri (strumento di cui l’autrice rileva il carattere necessariamente imperfetto perché esiguo rispetto al compito proposto; perché legato unicamente a parametri dimensionali – il peso del paese sul totale del Pil europeo – e non ai fondamentali macroeconomici – ad esempio, il saldo estero del paese; perché a vocazione strutturale e non congiunturale, e quindi incapaci di offrire protezione efficace contro shock avversi come quelli determinati dalla crisi finanziaria),  siano nella prassi un meccanismo di amplificazione di questi squilibri, amplificazione che interviene attraverso il ricorso ai due principi di cofinanziamento e condizionalità.

Il cofinanziamento impone agli Stati che intendano beneficiare dei fondi comunitari di aggiungere alla quota proveniente dall’Europa una quota di risorse proprie, che vengono distratte da altri scopi, pur entrando, ovviamente, nel computo della spesa pubblica. Si realizza così un paradosso della virtù: chi vuole virtuosamente profittare della manna europea deve, ahimè, mettere in conto di incrementare viziosamente la propria spesa pubblica (a meno che non decida di tagliare altri servizi). Come mette in luce l’autrice, molto spesso alla radice del mancato impiego dei fondi comunitari troviamo la mancanza di risorse per il cofinanziamento, piuttosto che una tara genetica del popolo italiano o della sua pubblica amministrazione (secondo la linea interpretativa propostaci dei nostri media). Ora, dato che l’erogazione di fondi è articolata su cicli di programmazione pluriennale decisi in modo più o meno cooperativo nelle sedi europee, cicli che quindi non necessariamente, o non interamente, rispecchiano le imminenti priorità strategiche dei singoli paesi, la conseguenza alla quale giunge in modo difficilmente oppugnabile l’autrice è che in realtà i fondi comunitari sono un meccanismo particolarmente subdolo di controllo da parte dell’Europa delle politiche di spesa dei paesi membri.

A questo condizionamento implicito, si aggiunge anche una esplicita condizionalità, intesa nel senso infausto che a questo termine ha dato la prassi del Fondo Monetario Internazionale all’epoca del Washington Consensus. L’erogazione delle risorse “comunitarie” viene subordinata non solo al reperimento delle risorse per cofinanziare i progetti, ma anche al conseguimento di obiettivi programmatici specifici. Insomma: ti do i soldi non solo se ci fai quello che dico io, non solo se ce ne metti su altrettanti, ma anche se hai fatto il bravo. Dove, peraltro, “fare il bravo” per Bruxelles significa essenzialmente tagliare, obiettivo incompatibile, come abbiamo già ricordato, con la richiesta di cofinanziamento.

A questo punto non stupisce che abbia espresso perplessità su questo meccanismo anche un economista pienamente mainstream come Roberto Perotti, uno dei falchi della cosiddetta “austerità espansiva”, cioè dell’idea, fortissimamente sponsorizzata dalla Commissione e dalla Bce, che chi “fa la cosa giusta” (cioè taglia) verrà poi premiato dal mercato. Secondo Perotti, forse l’Italia risparmierebbe, se invece di far circolare le somme per Bruxelles le spendesse in proprio. Se perfino un “Bocconi boy” (definizione di Oddný Helgadóttir nel Journal of European Public Policy del 2015) giunge a una conclusione che, in sede politica, abbiamo sentito articolare esplicitamente solo a Marine Le Pen (ma a porte chiuse a qualsiasi politico italiano), è chiaro che qualcosa non torna.
Il testo di Romina Raponi si presenta quindi come tappa fondamentale nel percorso, che necessariamente dovremo affrontare, di decostruzione del mito irenico ed escatologico dell’Europa che dà la pace e la prosperità, di doloroso ma imprescindibile abbandono dell’europeismo del “dover essere” (come lo definisce Alfredo D’Attorre), di elaborazione di un lutto col quale dobbiamo fare rapidamente i conti, allo scopo di evitare che più gravi lutti vengano a turbare in modo irrimediabile il percorso comune dei popoli europei.