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lunedì 20 gennaio 2025

Voltafaccia (s.m.)

(...proseguiamo con la nostra analisi lessicale...)


"Sta venendo giù tutto! Si riposizionano! Abbiamo vinto!..."


Calma!


Da qualche giorno sto cercando di condividere con voi un paio di concetti, ma tutte le volte che ci provo la diretta salta per la telefonata "a secco" di qualche sconsiderato. Questo weekend mi sono ritagliato un po' di tempo per metterle qui a verbale, sperando che non scoppi qualche altra grana che mi impedisca anche di scrivere.


(...sarebbe ora che mi imparassi a stare zitto: da quando scrivevo queste parole venerdì scorso è successo l'inverosimile, tant'è che mi ritrovo a chiudere questo post oggi! Devo assolutamente ricordarmi del fatto che le mie parole hanno valore performativo: se dico "a meno che non scoppi qualche grana", poi la grana scoppia...)


Forse converrebbe partire dalle conclusioni, ma prendo il rischio, invece, di partire da un episodio storico che ignoravo e che ben esemplifica quanto vorrei condividere.

Tutti qui sappiamo (rectius: crediamo di sapere) che dopo la crisi valutaria del 1992 Mario Monti ammise che svalutare ci aveva fatto bene:

Questo articolo del 13 settembre 1993, che trovate ancora qui, ci era stato segnalato da Alberto, che ogni tanto vedo ancora con piacere affacciarsi, il 25 novembre del 2011 in un commento al secondo post di questo blog, quello in cui spiegavo che Monti avrebbe dato la risposta giusta alla domanda sbagliata.

Veniamo alla cosa che non sapevo.

Un altro lettore, KitKot3 (forse erede di un Kit Kot che è con noi dal 2017), ci ha segnalato tre giorni fa da fonte secondaria (un saggio di Sergio Ricossa), come il 20 giugno 1992 invece Monti fosse fieramente avverso all'ipotesi di svalutazione, e come si fosse espresso in tal senso dalle colonne del Corriere della Sera. KitKot3 non aveva il riferimento diretto, ma io ho la biblioteca del Parlamento e quindi eccoci qua:


Uno dei pochi autentici privilegi della casta è quello di poter alimentare la memoria! La lettura di quel numero del Corriere:


ha suscitato in me emozioni contrastanti. Ero nei miei 30 anni, Tangentopoli era iniziata da 142 giorni, Amato stava facendo le consultazioni, avendo ricevuto due giorni prima da Scalfaro l'incarico di formare il Governo (le Camere erano state sciolte a febbraio da Cossiga, che si sarebbe poi dimesso ad aprile dopo le elezioni politiche), e se ne andava in giro per Roma in motoretta:


come quel matto di "Supergiovane" (cit.), mentre Forlani esibiva ancora per poco il suo smagliante sorriso... 

Où sont-ils les lapins d'antant...

Ma torniamo a noi: se restiamo ai titoli, il voltafaccia è clamoroso!

20 giugno 1992: "Perché oggi non si può svalutare".

13 settembre 1993: "La svalutazione ci ha fatto bene".

Da qui, suppongo, la solita solfa scipita e petulante: "Ma come fa a dire il contrario di quello che ha detto prima? Ma era in buona fede? Ma perché i giornalisti non lo inchiodano alle sue contraddizioni?" e via dicendo...

Decisamente non è in simili circostanze che date il meglio di voi!

Tralasciando la questione che temo ormai irrisolvibile del farvi capire che quando si parla di politica, e non della compravendita di un fondo agricolo, di un'auto usata o di una lavatrice, il concetto di "buona fede" non ha alcuna rilevanza pratica (semplicemente perché ritengo che esplorare la dimensione soggettiva di chi danneggia i nostri interessi non ci aiuti a difenderli: gli voteremmo a favore se sapessimo che era "in buona fede"? Di converso: ci lasceremmo sparare addosso da una persone perché in buona fede pensa che vogliamo aggredirla?), a domande tanto accorate quanto vuote credo che se ne potrebbero opporre due, asciutte: "Ma perché leggete solo i titoli?", anzi: "Ma perché non leggete nemmeno i titoli?"

Partiamo dalla prima domanda: i titoli in effetti non andrebbero proprio letti, perché essi sono il Male assoluto, sono il prodotto della cosiddetta "sintesi giornalistica", una elegante perifrasi con cui si suole indicare la menzogna più abietta e miserabile. Fermarsi ad essi è quindi un errore che si paga nel modo più sanguinoso: facendosi manipolare dai nemici dei nostri interessi!

Monti non ha detto che la svalutazione ci aveva fatto bene

Prendiamo l'articolo del 1993, il cui titolo è un virgolettato: "La svalutazione ci ha fatto bene". Inutile dire che nel testo queste parole non le troverete (provare per credere). Sì, è vero: nell'intervista Monti si addentra in una prolissa palinodia che, con moltissima buona volontà, e (immagino) con una certa irritazione dell'interessato, potrebbe anche riassumersi in quel modo. Ma in effetti Monti non dice da nessuna parte che la svalutazione ci ha fatto bene, anzi: sta bene attento a distanziarsi da chi, dopo il fattaccio, prendeva questa posizione. Testualmente, il Mario minor afferma: "vi è una tendenza in Italia a considerare la svalutazione come uno degli elementi positivi del nuovo panorama, anche da parte di coloro che fino al 13 settembre scorso si erano pronunciati a favore del mantenimento del cambio. Io sono tra questi [intendendo, evidentemente, "coloro che fino al 13 settembre scorso si erano pronunciati a favore del mantenimento del cambio", non certo quelli che "tendono" a considerare la svalutazione un elemento positivo, NdCN] e perciò mi sono chiesto ogni tanto in che cosa fosse giusta e in che sbagliata la posizione [sottinteso: mia e che non rinnego, NdCN] che poi è stata smentita dai fatti".

Insomma, il Mario minor non afferma che il riallineamento ci ha fatto bene ma riferisce che sta cercando di capire perché non ci ha fatto tanto male quanto lui credeva che ci potesse fare. I timori che avrebbe nutrito nel 1992 erano, secondo quanto riferiva nel 1993, che il riallineamento:

  1. avrebbe avuto conseguenze inflazionistiche;
  2. avrebbe interrotto il processo di risanamento della finanza pubblica.

Monti riconosce che questo non è successo, e quindi non riconosce che "la svalutazione ci ha fatto bene", ma, mi ripeto, riconosce che "la svalutazione non ci ha fatto male", e cerca di spiegarsi perché.

Sul primo punto la spiegazione è questa: 

In sintesi, le drammatiche conseguenze inflazionistiche paventate sarebbero state smorzate dalla recessione e dagli accordi di luglio 1992 con cui venne soppressa la scala mobile

Sul secondo punto, la spiegazione invece è questa:

In sintesi, la svalutazione sarebbe stata così catastrofica da impaurire le parti sociali determinando consenso attorno alla manovra restrittiva (da una cinquantina di miliardi...).

Ora, prima ancora di valutare nel merito (scarsissimo) questi argomenti, cosa che mi ripropongo di fare dopo aver analizzato il contenuto dall'articolo precedente, vi faccio notare che già da questo capiamo che il voltafaccia è solo nel titolo: Monti non ha mai detto che la svalutazione ci aveva fatto bene.

Monti ha detto che la svalutazione ci avrebbe potuto fare bene

D'altra parte, se facciamo un passo indietro e torniamo all'articolo del 20 giugno 1992, basta rileggerne bene il titolo: "Perché oggi non si può svalutare". Monti non dice: svalutare ci farebbe male (nel qual caso, se nel 1993 avesse poi detto - ma non l'ha detto - che svalutare ci aveva fatto bene si sarebbe contraddetto)! Monti dice: oggi non possiamo, ma domani ci farà bene!


(...a beneficio di tutti i fuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuurbi che abbiamo incontrato in tanti anni di Dibattito, di quelli che la sanno lunga, di quelli che vengono a spiegarmi che Giorgetti così e che Fedriga colà, e che l'euro non è una buona idea, ecc.: troppi panini dovete mangiare prima di arrivare al livello del Mario minor, figuriamoci di quello maior!...)

Eh già, visto che sorpresa? Mentre non abbiamo evidenza che Monti ci abbia mai detto che la svalutazione ci aveva fatto bene, abbiamo prova provata (scritta) del fatto che Monti ci ha detto che l'inflazione avrebbe potuto farci bene! Esattamente il contrario di quello che pensavate voi, esattamente nell'articolo in cui voi pensavate (fuorviati da Ricossa) che avesse detto il contrario di quello che in effetti ha detto.

Ma anche qui giova entrare nella linea del ragionamento, in particolare per apprezzare la capacità, che molti di voi non hanno, ma il Mario minor sì, di scegliere con estrema cautela il lessico, di celare le proprie intenzioni dietro perifrasi accuratamente ponderate. Eh già! Perché il Mario minor, come il Mario maior, difendono gli interessi di persone intelligenti, che quindi sanno leggere (e leggono) fra le righe: non di analfabeti funzionali sobillati da arruffapopolo da strapazzo, dagli scopiazzatori di Goofynomics, da quelli che pensano che il 2025 sia il 2011, e quindi cercano il like sulla base di modalità di comunicazione tatticamente inappropriate...

Quanta pazienza ci vuole: ma non con Formigli, con voi!

Il ragionamento del Mario minor nel suo articolo del 1992 (tre mesi prima del riallineamento) è piuttosto lineare. Riallineare il cambio nell'estate del 1992 sarebbe stato impossibile perché gli altri Paesi membri non ce lo avrebbero consentito:


(e questa ovviamente è una sciocchezza, tant'è che poi abbiamo riallineato), ma soprattutto (e la ciccia del ragionamento è qui):


Capito? La preoccupazione del Mario minor era che, senza il ricatto di un cambio forte, non ci sarebbe stata una "profonda modifica nei rapporti fra lo Stato e il mercato del lavoro". Frase sibillina: che rapporti ha lo Stato col mercato del lavoro? Lo Stato lo disciplina, lo Stato vi accede (per le assunzioni), che cosa vuol dire Mario minor? Ma lo dice, basta leggerlo! La svalutazione "renderebbe meno cogente la pressione perché quegli interventi, che incontreranno profonde resistenze, siano impostati e realizzati". Insomma: se si fosse riallineato c'era il rischio che saltassero quelli che poi, il mese successivo, sarebbero stati battezzati come accordi di luglio, cioè l'abolizione della scala mobile.

Discussione e conclusioni

Rimetto le cose in ordine, perché magari vi siete persi.

Il 20 giugno del 1992 Monti non dice che la svalutazione ci avrebbe fatto male: dice che ci farà bene se però prima avremo riformato il mercato del lavoro smantellando la scala mobile, cosa che nel caso fosse venuta meno la "pressione" esercitata dal cambio forte si sarebbe rischiato di non fare.

Il 13 settembre del 1993 Monti non dice che la svalutazione ci aveva fatto bene: dice che non ci aveva fatto male come lui credeva perché non aveva impedito le politiche di rigore (e non aveva causato inflazione).

Non c'è alcuna contraddizione: c'è una coerenza assoluta attorno a un'agenda politica (se vogliamo proprio chiamarla così: io parlerei semplicemente di indirizzo politico) orientata a redistribuire il reddito dal lavoro al capitale. E non c'è alcun "complottismo"! Che l'economia funzioni così, cioè che il cambio forte serva a esercitare una pressione su alcune parti sociali (quelle più deboli) è materia da libro di testo! Non ci credete? Ecco qua:



(tratte da La politica economica nell'era della globalizzazione, di Nicola Acocella, che adottavo nei miei corsi): "introdurre un elemento esterno di disciplina al comportamento di alcuni operatori... contrastare politiche salariali ritenute inflazionistiche...".

Tutto chiaro, no?

Ovviamente qualcuno potrebbe dire: "Ma nel pensiero del Mario minor, oltre a non esserci contraddizione - che effettivamente non c'è, perché leggendo il testo degli articoli non ci si trova quello che lettori frettolosi credono di aver letto in un titolo ambiguo e in un altro truffaldino - c'è anche sollecitudine verso il povero lavoratore: il Mario minor vuole salvare da se stesso l'elettore che, non essendo disciplinato, si esporrebbe all'inflazzzzzzzzzzzzzzzione, la più iniqua delle imposte ecc. ecc.".

Ecco.

Questa è la scemenza che va di moda nel Paese dei campanelli, quella secondo cui un riallineamento dello x% si traduce in una variazione dei prezzi interni dello x%. Il Monti del 1993 potrebbe giustificare quello del 1992 dicendo: "Ma io volevo solo evitare che i salari reali venissero falcidiati dall'inflazione! Ed è stata la riforma della scala mobile a evitare che lo fossero! Quindi ho fatto bene a sconsigliare un riallineamento nel 1992, e posso spiegare con le riforme intervenute il fatto che poi nel 1993 a riallineamento effettuato non ci sia stata una fiammata di inflazione!"

Ma noi sappiamo che questo argomento sarebbe specioso: lo sapevamo ex ante e lo sappiamo ex post. Ex ante, le stime del pass-through fra riallineamento e prezzi interni sono piuttosto basse! Lo studio più esaustivo resta ancora quello, che vi ho citato spesso, di Goldfajn e Verlang (2000), da cui traiamo questa tabella:


secondo cui dopo un anno al più un terzo della eventuale svalutazione si traduce in inflazione, e nei casi di crisi valutaria il trasferimento è ancora più lento:


tant'è che gli autori riconoscono che:


Ma anche ex post abbiamo visto che la modifica profonda delle istituzioni del mercato del lavoro non ha minimamente alterato il trasferimento di shock esterni all'inflazione interna! Ricordate questo grafico?


Lo avevamo visto insieme qui, e ci dice sostanzialmente che il trasferimento dei costi delle materie prime sull'inflazione interna è oggi assolutamente proporzionale a quello che era stato negli anni '70. Questo significa, in buona sostanza, che tante riforme del mercato del lavoro non hanno alterato in modo significativo la risposta del sistema.

Ora: si può mandare assolto il Mario minor per il fatto di non aver letto nel 1993 un articolo scientifico uscito nel 2000, come pure per non aver constatato nel 1992 che nel 2023 gli shock esterni avrebbero avuto più o meno lo stesso impatto che nel 1973! Non occorre a questo scopo troppa indulgenza per chi come noi è affezionato ad Aristotele e al calendario! Direi però che è molto, molto grave che nel 2025 ci siano ancora dei cretini che vanno in giro a dire che "una svalutazione produce un beneficio illusorio perché l'inflazione prodotta si mangia i salari reali". Non succede mai, come abbiamo documentato qui, l'unica eccezione essendo il Messico, proprio perché fa eccezione anche nel grafico di Goldfajn e Verlang!

Torno però al punto, che andrà sviluppato ulteriormente:


KitKot3 ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La svalutazione è una droga!":

«Monti è sempre stato piuttosto rilevante, e se avesse detto che era opportuno svalutare ...»

Comprendo questa sua argomentazione, però qui non si tratta di un'intervista, bensì di un articolo sul Corriere che riporta la sua firma e titolato: Perché, [sic!]] oggi non si può svalutare.

Fonte: «Corriere della sera» del 20 giugno 1992.

Perché scrivere un articolo in merito se intellettualmente non condivideva la difesa della lira e politicamente una sua dichiarazione contraria avrebbe avuto ripercussioni politiche di cui non voleva assumersi le responsabilità? Non sarebbe stato più opportuno tacere?

Pubblicato da KitKot3 su Goofynomics il giorno 15 gen 2025, 18:56


Chiaro cosa c'è che non va in questo approccio? Chiare le motivazioni del collega Monti? Chiaro il loro fondamento politico, e la loro (in)consistenza economica?

Ecco.

Credo che questo case study possa essere utilizzato per mettere in prospettiva anche alcuni voltafaccia più apparenti che reali cui abbiamo assistito negli ultimi tempi (diciamo dal 2015 in poi). A conclusione, riporto due considerazioni che ho espresso nelle mie ultime dirette.

La prima è questa: ognuno di noi si sente unico (perché lo è), ma da qui a ritenere che la sensazione di vivere tempi unici sia fondata ce ne corre.

La seconda è questa: la vera svolta non sarà quando loro verranno a dirci le nostre verità, ma quando noi saremo lì a dire le loro menzogne.

(...immagino i commenti...)

sabato 23 settembre 2017

Macron, Le Pen, e una verità scioccante sull'Eurozona

(...ogni tanto vi do dei compiti da fare, ma poi, siccome devo correggere quelli che sono pagato per correggere, mi dimentico di correggere i vostri. Oggi arriva la correzione. Enjoy!...)


La disastrosa prestazione di Marine Le Pen nel secondo dibattito delle presidenziali ha imposto un cambio di passo al dibattito sull'integrazione europea. Indipendentemente da come lo si consideri (molti lo considerano positivamente), questo autentico suicidio politico ha un che di enigmatico, o forse ci ricorda semplicemente l'importanza del fattore umano. Molti francesi che sarebbero stati disposti a votare anche il diavolo pur di dare un segnale, dopo aver visto la Le Pen farfugliare di doppia moneta, sulla base del precedente (?) dell'ECU che sarebbe stato utilizzato dalle imprese per effettuare i pagamenti (?), hanno reagito come un mio amico di sinistra che ovviamente non posso nominare (apprezzerete il gesto di scrivermi in italiano):


Caro Alberto,

La bionda si è suicidata in diretta alla tv. Da qui, mi viene in mente tre possibilita : (i) Non ha le capacità, (ii) Somiglia al suo padre e non voleva del potere, (iii) E stata creata dal sistema, ne fa parte e serve soltanto per fare paura al francese medio.
Veramente, non c'è nessuno di serio per rappresentarci : ne a destra, ne a sinistra. Domenica andrò a pescare.

La vittoria dell'astensionismo si spiega anche così. Le conseguenze sono ora sotto gli occhi di tutti. Da un lato, con un certo anticipo su quanto avevamo previsto, tutti si stanno accorgendo che Macron non è una soluzione (il che ovviamente non implica sic et simpliciter che Le Pen lo sarebbe stata). Dall'altro, come era facilmente prevedibile, il partito della Le Pen si sta disgregando, il che dovrebbe essere di monito ai leader (o presunti tali) politici nei loro tentativi di mediare fra l'esigenza di restare ancorati ai fondamentali macroeconomici, che inesorabilmente condannano il progetto europeo, e gli umori dell'elettorato, che in questo momento sembrano improntati all'euforia o alla rassegnazione (o almeno così vengono rappresentati dai media ai politici, che, qui come lì, il polso della situazione non ce l'hanno, perché "popolo" per loro non è che un'astrazione...).

La lezione francese è che chi deflette perde: quindi, viene da pensare, meglio perdere con la schiena dritta...

Comunque, visto come vanno le cose, posso riproporvi un paio di slides che avevo preparato nello scorso inverno, così, per divertimento, e poi avevo lasciato lì: servono a illustrare con un semplice disegnino una scioccante verità sul meccanismo con cui l'Eurozona risponde agli shock esterni. Oggi anche Fassina sarebbe in grado di ripetere "se non svaluti la moneta svaluti il lavoro" (e se ha smesso di farlo è solo perché Le Pen ha smesso di farlo; chiaro indice della subalternità del campo "progressista"). Ma fra ripeterlo e capirlo c'è molta strada, e forse vederlo può aiutare a percorrerla più rapidamente. Non credo che Fassina abbia bisogno di aiuto: lui sa sbagliare da solo, soprattutto le proporzioni. Vedo però in giro molte persone che, dopo aver aperto gli occhi qui, ora stanno smarrendo la strada, e forse (dico forse) a loro può essere utile essere richiamati dalla dimensione emotiva della propaganda a quella razionale dei dati di fatto.

Intanto, bisogna capire cosa intendiamo per "shock esterni". In parole povere, per shock esterni noi qui, in Europa, intendiamo recessioni provenienti dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti restano, ad oggi, di gran lunga la prima economia mondiale:


(...questi sono i dati del 2016, misurati come devono esserlo se quello che interessa è valutare la capacità di spesa di un'economia sui mercati globali, piuttosto che il benessere  - ovvero il potere d'acquisto - dei suoi cittadini. Nel primo caso, che è quello che ci interessa, visto che le economie interagiscono tramite il commercio - cioè attraverso quanto i loro cittadini comprano a casa altrui, non a casa propria! - occorre far riferimento ai dati misurati a prezzi correnti e convertiti al tasso di cambio di mercato nella valuta utilizzata per gli scambi internazionali, che è sostanzialmente il dollaro. Così facendo si misura quanto la singola economia può comprare - se cresce - o smette di comprare - se cala - dai suoi partner commerciali. Non sarebbe invece corretto utilizzare in questa valutazione misure del Pil a parità dei poteri di acquisto, che servono a capire quanto i cittadini di un paese possono comprare a casa loro, non sui mercati internazionali. Questo punto regolarmente sfugge nel dibattito, regalandoci quei titoloni insensati delle nostre gazzette, secondo cui la Cina avrebbe superato gli Usa in termini di Pil. Naturalmente siccome con un dollaro Usa compri più riso a Shanghai che a New York, e siccome i cinesi sono un po' più degli americani, se misuri il Pil in "riso acquistabile pro capite" (ovvero, a parità di poteri d'acquisto) e poi moltiplichi per gli abitanti ottieni risultati molto incoraggianti per la Cina! Se però avete avuto l'impressione che in media sia meglio vivere a New York, posso confermarvi che non avete avuto torto. La disuguaglianza c'è ovunque, ma trovarsi dalla parte sbagliata di essa in Cina è molto peggio che trovarcisi negli Usa. Chiusa la parentesi metodologica...)

Non solo: gli Stati Uniti sono molto più interconnessi con noi, in termini di flussi finanziari e di flussi di investimenti in genere, della Cina. I dati per l'Eurozona e per i suoi paesi membri sono qui e questa è una schermata riassuntiva:



Non so se è chiaro: stiamo parlando di investimenti diretti (questi sconosciuti...) ed è assolutamnte evidente che non solo la posizione netta dell'Eurozona verso gli Stati Uniti è fra le tre e le cinque volte quella verso la Cina, ma soprattutto che le rispettive esposizioni lorde sono infinitamente più grandi nel caso degli Usa: a spanna, gli europei investono negli Usa (e gli statunitensi in Europa) circa venti volte più di quanto lo facciano i cinesi (i dati cambiano di trimestre in trimestre, ma gli ordini di grandezza sono questi...).

Capite bene quindi perché personalmente sbuffi con insofferenza quando il cretino di turno cerca di farmi paura con la Cina! L'elefante nella cristalleria globale, o, per dirla con Bersani, la megattera nello sciacquone, non è certo la Cina (che comunque prima o poi del male ce lo farà): sono gli Stati Uniti.

Questa riflessione è utile perché le esperienze storiche degli ultimi decenni ci consentono di osservare cosa accade all'economia europea quando gli Stati Uniti vanno in recessione, confrontando cosa accade in regime di cambi aggiustabili, o in regime di cambi irrevocabilmente (?) fissi (cioè sotto l'euro). Insomma: osservando i dati storici dagli anni '90 ad oggi siamo in grado di vedere come reagisce a uno shock l'Eurozona, e come reagiva il Sistema Monetario Europeo (SME), in cui le parità erano aggiustabili. A gennaio di quest'anno mi ero trovato a fare questo esercizio per la Francia, partendo da un dato di fatto che regolarmente sfugge ai commentatori dilettanti: le due più gravi crisi europee di bilancia dei pagamenti degli ultimi trent'anni (quella del 1992-93 e quella del 2009-10) sono state entrambe precedute da uno shock esterno, cioè da una recessione Usa.

Tutti ricordano che nel 1992 le economie europee erano state messe sotto stress dalla politica tedesca di alti tassi di interesse. I nostri fratelli tedeschi volevano alti tassi per risolvere un loro problema, la riunificazione tedesca, il cui impatto è ben descritto qui. Gli alti tassi, come immaginate, servivano loro per attrarre capitali i capitali necessari all'Anschluss, ma erano molto meno opportuni per le economie europee più indebitate, come la nostra, cui rendevano più onerose le condizioni di finanziamento del debito, e sottraevano (convogliandoli in Germania) i capitali necessari per il rifinanziamento. Il decoupling della Germania dagli Usa si vede bene qui:


Prima del 1989 il tasso sui prestiti (lending rate) tedesco si muoveva più o meno di conserva con quello Usa (si farebbe prima a dire: quello mondiale, dato che oggi come ieri la piazza finanziaria di gran lunga più importante a livello globale resta Wall Street - con buona pace degli imbecilli che "oggi c'è la Ciiiiina!"). Dal 1989 in avanti è evidente una grande divergenza che arriva fino al 1992, per poi ricomporsi quando la Germania, dopo aver costretto i suoi confratelli europei più deboli a svalutare (per rianimare le proprie economie compresse dai tassi di interesse troppo alti), dovette a sua volta ridurre i tassi di interesse (per rianimare la propria economia messa in difficoltà dal tasso di cambio troppo alto).

Questo molti lo ricordano, ma non molti ricordano invece che un pezzo delle tensioni che mandarono in cocci lo SME proveniva dagli Stati Uniti. Lo vedete qui, dove ho riportato la crescita del Pil statunitense (barre azzurre) insieme con la disoccupazione francese (in arancione) e tedesca (in grigio):



Il 1991 fu negli Usa un anno di recessione (come lo sarebbero stati il 2001 e il 2009), il che spiega due cose: perché il tasso di interesse Usa diverge vistosamente verso il basso fra 1991 e 1992 (arriva una recessione, la Fed abbassa i tassi), e perché noi ci trovammo in difficoltà coi conti esteri nonostante stessimo facendo "le riforme strutturali" (che poi sapete che il nesso è un altro: si viene messi in difficoltà per fare le riforme strutturali...).

Certo che il mondo è proprio cambiato! Pensate! Alla fine degli anni '80 ai tedeschi facevano comodo tassi di interesse più alti (mentre ora...), mentre gli Stati Uniti rispondevano a una crisi della propria economia abbassando i tassi (mentre ora...).

Come dite?

Non è cambiato niente?

Sicuramente non è molto: le tensioni hanno origine e segno molto simili, il che, in fondo, serve a ricordarci che la storia ha sempre qualcosa da insegnarci, soprattutto se parliamo di pochi anni fa, non del Pleistocene (con tutto il rispetto per il Pleistocene, si intende). Ma qualcosa, come vedremo, è cambiato.

Ragioniamo allora sui tassi di disoccupazione dei paesi europei.

In seguito allo shock del 1992, vediamo che il tasso di disoccupazione aumenta in Francia e in Germania, di conserva, e di conserva si riduce a partire dal 1997. In seguito allo shock del 2009, invece, il tasso di disoccupazione tedesco e francese divergono: il primo si riduce, e il secondo aumenta.

Perché?

Per capirlo, dobbiamo dare un'occhiata al tasso di cambio reale bilaterale fra Francia e Germania, che possiamo approssimare come rapporto fra i rispettivi tassi di cambio reali effettivi (sul senso di questa misura e su possibili alternative ci siamo confrontati qui, parlando del fallimento di Macron).

La situazione è questa:

L'economia francese rispose alla crisi del 1992 con una rilevante svalutazione in termini reali rispetto a quella tedesca. Il tasso di cambio nominale del franco rispetto all'Ecu, in effetti, non cedette (come molti ricorderanno):


Al contrario, se nel 1991 per acquistare un Ecu ci volevano 6.95 franchi, nel 1993 ce ne volevano solo 6.57, a indicare che il tasso di cambio nominale bilaterale fra franco e Ecu si era rafforzato (il franco valeva di più). Tuttavia, pur avendo entrambe difeso la parità nominale con l'Ecu, Francia e Germania dopo la crisi si trovarono in condizioni molto diverse in termini di competitività misurata dai costi del lavoro relativi, come si vede qui:


Lo RNULC (relative unit labour cost) della Germania con la crisi aumenta del 16% fra 1991 e 1994 (passando da 99.67 a 115.28), mentre quello della Francia resta stabile attorno a 109 (sono numeri indici a base 2005=100). In effetti, la svalutazione dei PIIGS dell'epoca (Inghilterra e Italia) aveva reso i loro beni molto più convenienti, e questo aveva messo fuori mercato più della Francia la Germania (che competeva con i PIIGS in particolare nel settore della meccanica, come abbiamo recentemente ricordato).

Quella che si vede in giallo nel grafico precedente quindi, più che una svalutazione in termini reali della Francia, è una rivalutazione in termini reali della Germania, determinata dal movimento complessivo delle valute dello Sme, pur in assenza di un riallineamento francese. Insomma: si torna alla solita storia che lo scopo dell'euro non è impedire all'Italia di svalutare, ma alla Germania di rivalutare, e questo non solo e non tanto rispetto all'Italia, ma in generale (perché se l'Italia svaluta, una vettura italiana non diventa più conveniente solo per un tedesco, ma anche per un francese)!

Dopo il 2009, invece, il tasso di cambio reale resta stabile fra Francia e Germania, e le conseguenze si vedono se si combinano le informazioni dei grafici precedenti in modo da mostrare lo scarto fra i tassi di disoccupazione e di cambio reale:


Nel 1992, in seguito allo shock, la Francia aumentò la propria competitività relativa rispetto alla Germania (perché la Germania peggiorò la propria competitività rispetto alla Francia), il che le consentì di ridurre (se pure lievemente) lo scarto fra la propria disoccupazione e quella tedesca. Nel 2009 la Francia peggiorò lievemente la propria competitività rispetto alla Germania, il che mandò da meno di due a più di cinque punti lo scarto fra disoccupazione francese e tedesca. Nel primo caso possiamo dire che la svalutazione del cambio nominale dei paesi periferici, data la struttura del commercio intra-zona, evitò alla Francia di svalutare troppo il lavoro. Nel secondo caso, viceversa, l'implosione dei paesi periferici sta per costringere la Francia a una svalutazione massiccia del lavoro (svalutazione interna, taglio dei salari), nella speranza di tenere sotto controllo la disoccupazione, rianimando l'economia con la domanda estera (esportazioni).

Questo grafico esprime quindi una verità perfettamente nota sul funzionamento dell'Eurozona, che però deve essere ritenuta molto scioccante, tant'è che i media ve la nascondono: se l'aggiustamento non può avvenire sul cambio (al ribasso), avviene sulla disoccupazione (al rialzo). Certo, dire: "La moneta unica metterà a rischio il tuo posto di lavoro!", se pure più onesto intellettualmente, non sarebbe stato altrettanto efficace politicamente. La disoccupazione ai ricchi non dispiace: gli serve a mantenere la propria supremazia, come ormai avrete capito. L'euro a questo serviva, e per questo lo volevano. Il lungo periodo è sempre un problema altrui (finché non arriva)!

Qualcuno dirà: "Ma se proprio quest'anno la disoccupazione francese è prevista a una cifra, per la prima volta dal 2013?"

Certo! Infatti tutti sono convinti che la crisi sia finita, che gli "antieuro" (?) siano sconfitti, che Macron risolverà la situazione... e questo perché tutti dimenticano un dettaglio: nel Secondo dopoguerra negli Usa si sono verificate 11 recessioni, spaziate di circa 5 anni l'una dall'altra. L'ultima dicono sia finita nel 2009. La prossima non tarderà ad arrivare. Quando l'ultima arrivò, la disoccupazione in Francia era al 7.43%. In cinque anni salì a più del 10% dove restò per quattro anni. Ora è al 9.63%. Chiaro qual è il punto?

Tanto è chiaro, che negli Usa i bravi economisti democratici già mettono le mani avanti, vaticinando una crisi "come quella del 1929", e precisando che in ogni caso, qualsiasi cosa accada, #avràstatoTrump (qui un deludente - per i suoi standard elevatissimi: ma la politica corrompe tutto e tutti - Robert Shiller). Insomma, il mercato Usa sarebbe sopravvalutato per colpa dei populismi, che consisterebbero nel promettere tagli di imposte ai ricchi (che sono il popolo?), e non perché la Fed ha cercato di rianimare l'economia mettendo in circolo quantità siderali di monetà, che son finite ad acquistare attività finanziarie anziché beni reali (prevalentemente perché in fin dei conti sono capitate in mano ai sopracitati ricchi...).

Ma a noi di quale sia la genesi della prossima crisi statunitense in fondo interessa anche poco. Quello che ci interessa è che ci sarà: e in quel momento chi ora ha tassi di disoccupazione sotto le due cifre, li vedrà rinforzarsi, e chi già li ha sopra le due cifre li vedrà esplodere, in un contesto in cui i tassi di interesse non potranno scendere ulteriormente (posto che ciò serva a qualcosa) e in cui il tasso di cambio potrà solo salire (perché se ci sarà una crisi è difficile che gli Stati Uniti rivalutino, mettendo se stessi in difficoltà: molto più probabile che svalutino, mettendo in difficoltà noi)! Quindi, come vedete, non è del tutto esatto dire che la storia si ripete, che le dinamiche in atto sono identiche a quelle già sperimentate. La situazione è molto simile, ma il contesto molto peggiore. Come i migliori economisti avevano previsto e continuano a dire, anni di moneta unica hanno portato deflazione, e questa in re ipsa ha sottratto ulteriori gradi di libertà ai politici europei. In un contesto deflattivo, la politica monetaria è impotente. Se quella fiscale ti viene impedito di farla, ecco che la strada può essere percorsa solo in discesa, che per chi, come noi, nella scala dei redditi è piuttosto in basso, somiglia tanto a una salita.

Quindi, se incontrate uno di quelli che "ne siamo fuori, arrendetevi, la vostra battaglia non ha senso", dategli una carezza, e ditegli che è la carezza di Bagnai. Quella della realtà non arriverà molto dopo. Voi cercate di resistere...

mercoledì 13 settembre 2017

Fiat vs VW: conosci la terra dove fiorisce il dumping?

(... la musica è di Robbertino:



il testo invece di Andrea. Segue breve commento, e suppongo che seguirà lunga discussione. Per inciso, vi faccio sommessamente notare che se non lo avete fatto dovete votare questo sito come miglior sito politico/d'opinione ai MIA17 seguendo le istruzioni riportate in questa pagina. Se non capite perché dovete farlo, forse lo capirete leggendo questo post. In alternativa, vi consegnerò alla prima legge della termodidattica, che poi altro non è che l'anticamera del caSSonetto della SStoria...)


Andrea ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il paradosso di Corvo": 

Con l'aiuto di google e dell'archivio storico di repubblica ho trovato questo

- 1983/1984
Fiat 12,7%(1983) 13,8%(1984) 
Ford 12,6%(1983) 12,8%(1984) 
VW 12,8%(1983) 12,2%(1984) 

"Nei primi sei mesi del 1984 la Fiat si è confermata la prima casa automobilistica in Europa per le vendite. Secondo dati non definitivi, infatti, la Fiat ha raggiunto una quota di mercato europeo (esclusa la Spagna) del 13,8 per cento, rispetto al 12,7 per cento dello stesso periodo dello scorso anno."

"In gennaio sono state vendute in Italia 174.820 autovetture contro le 161.721 del gennaio 1985. Le case italiane si sono assicurate il 60,6 per cento del mercato contro il 39,4 delle marche estere". 

- 1986:
12,6% (senza quota Alfa)
"In questo quadro Fiat ha incrementato la sua quota in Europa dal 12,3 al 12,6 per cento con il contributo di quasi tutti i mercati. Questi dati, riferiti come è ovvio al 1986, risulteranno profondamente modificati alla fine dell' esercizio in corso poiché nei conti delle vendite Fiat entreranno anche quelle dell' Alfa assicurando così al gruppo torinese la leadership europea."

- 1988:
Fiat 14,9% 
VW 14,6% 

"Continua il boom delle vendite di auto in Europa e la Fiat conferma il suo primato continentale.
Il primo posto nella graduatoria delle marche con più clienti è sempre del gruppo Fiat che ha una quota del 14,9 per cento del mercato e ha consegnato 113.685 vetture in più (con una crescita del 7,49 per cento). Al secondo posto il gruppo Volkswagen che ha una quota del 14,6 del mercato con 44.380 consegne in più (aumento del 2,86 per cento)."


- 1989: 
Fiat 16,2%
VW 13,5%
"Questo andamento contribuisce a definire le posizioni continentali che vedono ancora in testa la Fiat con un 16,2 per cento, seguita dalla Peugeot col 14, dalla Volkswagen con un 13,5".


- 1991: 14%
"il gruppo di Corso Marconi ha visto la propria quota di mercato erodersi nei primi due mesi dell'anno dal 54,6% al 47,4%. Il gruppo Fiat ha subito un calo del 12,3% nei primi due mesi del 1991, vedendo così ridotta la propria quota di mercato dal 15,5 al 14%."

- 1992: 12,5%
"Esattamente alla vigilia del salone dell' auto di due anni fa le marche nazionali, già allora ampiamente monopolizzate dalla Fiat, controllavano una fetta del mercato italiano del 57,19%, lasciando alla concorrenza estera l' altro 42,81; il solo marchio Fiat era oltre la soglia del 40% e la Lancia totalizzava un bel 10% tondo collocandosi al secondo posto su scala nazionale. Oggi la situazione appare quasi rovesciata: gli stranieri sono a quota 55,70 mentre il blocco di Torino è a 44,30. Insomma nove punti in meno che pesano sulla Fiat e sui suoi satelliti. In campo europeo sempre a quell' epoca la Fiat contendeva il primato alla potente Volkswagen arrivando in qualche caso a superarla. Oggi tra la casa di Volfsburg e quella di Torino ci sono quattro punti a vantaggio dei tedeschi."


- 1993: 12,2%
"Se l' hanno scorso Torino aveva il 12,5 per cento del mercato europeo, nel 1993 essa ha appena il 12,2 per cento.
(interessante analisi sulla svalutazione della lira che non ha aiutato le vendite Fiat)."
- Fiat (1994) 10,8% / (1995) 13%
- VW 16% / 14,5%
"La parola d' ordine è vendere più automobili all' estero, in attesa che anche in Italia si possa fare altrettanto. I risultati degli ultimi mesi dicono che ce la può fare. La situazione della lira soffia a suo favore, ma non è soltanto questo. Con i risultati di giugno sono andati oltre. In Italia il gruppo ha superato l' 8 per cento contro una media del 7,09 di aumento delle vendite; in Europa a fronte di un aumento medio del 13, il gruppo ha più che triplicato. Appena un anno fa un risultato del genere sarebbe stato a dir poco inimmaginabile."

"Nel primo mese del ' 95 sono state consegnate infatti 64 mila Punto, più delle immediate concorrenti Volkswagen Golf e Ford Fiesta. Non accadeva da otto anni, esattamente dal marzo del 1987.
Nella graduatoria redatta dall' Associazione dei costruttori europei, la Fiat figura con una quota di mercato che a gennaio è stata del 13 per cento contro il 10,8 dello scorso anno. La Volkswagen, che pure conserva il primo posto, perde però quasi due punti rispetto al 16 per cento del gennaio ' 94."

"La svalutazione della lira deve avere avuto la sua parte, ma Corso Marconi preferisce pensare che la sua sia un' inversione di marcia, per la quale le vicende monetarie sono state una delle componenti, non la sola. Gli incrementi di fatturato del gruppo, dell' auto in particolare, sono stati tali - nei primi due mesi di quest' anno - da far pensare a un consolidamento della ripresa, che già s' era annunciata nel ' 94."


- 1996
"Tra alti e bassi generali, c' è comunque da segnalare il buon andamento delle marche Fiat, Alfa Romeo e Lancia, sia in Italia (+5,4%) che sui mercati europei, dove la crescita è stata del 32,9%."

- 1996 l'italia rientra nello sme ed inizia di fatto l'euro

Caro ing. Corvo, dove veda la rinascita della nostra industria dell'auto senza il bisogno della lira lo sa solo Lei.

PS.: interessante analisi del mercato auto Italia nel 1992 e relative trasformazioni industriali, con
profezia tedesca, e naturalmente Cofferati for president:
"A chi mi fa queste domande rispondo con un' altra domanda: si è valutato cosa significherebbe non entrare in Europa? Non arrivare a Maastricht può convenire alla Fiat ma sarebbe un danno gravissimo per gli impiegati e gli operai della Fiat". "Sulle pensioni prima bisogna dispiegare per intero la Riforma che ha come obiettivo quello di riportare ad un unico regime i 52 trattamenti previdenziali diversi che esistevano in Italia. E lì ci sono dei privilegi duri a morire".
 


Postato da Andrea in Goofynomics alle 13 settembre 2017 01:23



Oh!

Ma che bella cosa i dati!

Quante cose ci dicono!

Intanto, ci dicono che... c'erano! Non è una banalità: significa che chi non li fornisce o li fornisce in modo parziale, oggettivamente fornisce una visione artefatta e tendenziosa del problema che qui interessa (la relazione fra tasso di cambio e competitività di un paese).

Torniamo ai dati. Forse può essere utile rappresentarli, per avere un'idea delle loro dinamiche.


Ho rappresentato in azzurro la quota della Fiat sul mercato europeo, in arancione quella della VW, e con una spezzata grigia il rapporto fra i tassi di cambio reali di Italia e Germania, una misura di competitività relativa la cui logica è stata spiegata qui parlando della fine che Macron avrebbe fatto, prima che ne parlassero tutti: in sintesi, quando la spezzata sale l'Italia perde competitività rispetto alla Germania (cioè il suo cambio reale rispetto alla Germania si apprezza) e quando scende l'Italia guadagna competitività (il suo cambio reale si deprezza).

Emergono un paio di cosette.

Valutando il tasso di cambio come correttamente si dovrebbe fare, cioè in termini reali, per tutti gli anni '80 non si vede una "liretta" in caduta libera. Anzi: l'Italia, parafrasando uno dei tanti "espertoni" che ultimamente hanno dispensato hate speech nei riguardi del nostro martoriato paese, ha una tendenza piuttosto "rivalutazionista". Ciononostante fino al 1989 la quota di mercato della Fiat è su una tendenza crescente molto più marcata di quella della VW (ricordate che dal dato 1986, che sembra marcare un temporaneo arretramento, è scorporata la quota delle Alfa Romeo). Quindi non sembra che l'Italia abbia agito come sleale manipolatrice della propria valuta: sembra invece che il sistema monetario europeo, tramite i suoi riallineamenti, mantenesse un minimo di coerenza fra la quotazione nominale e i fondamentali, assicurando una sostanziale stabilità dei cambi reali (cioè del rapporto fra i prezzi dei beni dei diversi paesi espressi in una comune valuta).

Verso la fine degli anni '80 e fino al 1992 la situazione cambia: SME "credibile" e banda di oscillazione stretta determinano un rapido apprezzamento della lira in termini reali, e i risultati sulle quote di mercato si vedono. La Germania aveva trovato il modo di non rivalutare.

Poi ci fu il 1992, l'episodio della nostra storia recente più clamorosamente travisato dai media di regime, come abbiamo rilevato qui. L'aggiustamento del cambio reale è rapido. La risposta delle quote di mercato non altrettanto, ma un paio di anni dopo, fra 1994 e 1995, si vede chiaramente l'inversione di tendenza, quella che portò la Germania a entrare nell'euro come "malato d'Europa".

Pochi giorni fa, andando ad Halle per assistere a un simpatico seminario sul mistero dell'inflazione scomparsa (di cui vi parlerò a breve), osservavo il paesaggio, quel paesaggio sassone che Bach aveva percorso prima di me a piedi (e forse gli era andata meglio che a me, considerando la qualità dei treni tedeschi...). Una sterminata pianura frustata dal vento, con lievi ondulazioni. Non è esattamente come andare da Norcia a Castelluccio, diciamo... Parchi su parchi di pale eoliche si avvicendavano, e io non potevo non pensare che certo, per la Germania, dopo averci inquinato con il suo carbone, era piuttosto facile installare pale ovunque: certo non correvano il rischio, i cari sàssoni, di rovinare un paesaggio fondamentalmente inesistente. Dopo anni di dumping ambientale (usare una risorsa a basso costo rovinando l'ambiente proprio ma soprattutto altrui), anni di dumping paesaggistico (convertirsi alle rinnovabili con costo sostanzialmente nullo in termini di impatto paesaggistico, cosa che in molti paesi concorrenti non sarebbe possibile).

Io ho amici anche lì. Tuttavia, sono un po' restio a divinizzarli. L'evidenza dimostra che la Germania vince se e solo se trucca le carte. Il resto sono chiacchiere dei loro volenterosi ascari, che temo presto cambieranno musica...

giovedì 7 settembre 2017

Il paradosso di Corvo

(...come sapete, i corvi sanno contare solo fino a cinque. Per questo motivo non ho sviluppato tutti i punti che il nostro nuovo amico solleva nella sua replica, che vi propongo, insieme con le mie considerazioni. Decisamente, è giovane, e onestamente i margini di recupero sono scarsi. Io però gli ho fornito dei dati: dati che a causa della giovane età poteva legittimamente ignorare - e poteva anche essere un minimo più prudente prima di venir qui ad aggredirci con certi toni... Ora vediamo se è un ingegnere o un ingengngngniere. Nel primo caso chiederà scusa e ammetterà l'errore. Nel secondo caso - probabilità uno - se ne uscirà con qualche altra supercazzola, che pubblicherò, dopo di che lo abbandonerò alla differenziata della SStoria...)





Michele Corvo
 ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Gli ingegneri vanno convinti ("contronarrativa" di...":

Il problema non è portare una persona da una parte o dall'altra, ma analizzare le cose in modo obiettivo. L'Euro ha dato a tutti le stesse possibilità, ovviamente chi era forte ha avuto maggiori vantaggi, ma non mi sembra che la Germania stesse peggio di noi ai tempi del marco, mentre noi per vivere eravamo costretti a svalutare una moneta già debole. Gli USa hanno svalutato il dollaro dopo la crisi, per poter vendere ed esportare, rilanciando l'economia, ma loro hanno il dollaro con interessi pagati sul debito ridicoli, rispetto al debito stesso (gli economisti spieghino pure l'imparzialità delle agenzie di rating, che non sono tedesche, mi sembra). Noi quando svalutammo la lira con Amato avemmo un aumento dei costi di prestiti e mutui del 20%. I prestiti prima erano dati in misura maggiore non per l'Euro, ma perchè le banche non erano piene di titoli tossici, creati non da gente come me e come altri, ma dalla finanza teorizzata dagli economisti, oppure di prestiti non esigibili a causa della crisi e di una allegra gestione (Monte dei Paschi, Banca Veneta, Unicredit, ...). L'Italia ha sempre il vizio di attribuire le colpe ad altri, come il sud ha il demerito di attendere sempre che qualcuno faccia qualcosa per lui. Smettiamola con la lamentale che siamo deboli ed altri ci devono aiutare, dobbiamo essere noi che dobbiamo metterci nelle condizioni di non necessitare aiuto o sostegno. Faccio anch'io un esempio: l'Euro è stata come una grande stagione di pesca dove si potevano pescare 1.000 tonnellate di pesce con piccole barche, prima del periodo in cui sarebbero servite solo le barche grandi ed attrezzate. I paesi ricchi avevano già le barche grandi e pronte, ma nel periodo iniziale, l'Italia, presa da altre cose, non è andata a pescare più pesce possibile e ha iniziato a costruire le barche grandi ed attrezzate, ma si accontentava del poco pesce che pescava ogni giorno, godendosi un bel periodo rispetto al passato, molto più duro. Adesso che abbiamo poche barche grandi attrezzate ce la prendiamo con chi le ha e può pescare mentre noi non riusciamo a portare a casa il pesce necessario a vivere. L'unica ricetta non è uscire dall'Euro, ma lavorare seriamente e costantemente, con un'idea di paese che non cambi ogni legislatura e con obiettivi alla nostra portata, riducendo gli sprechi (enormi) ed investendo su quanto possa poi produrre un ritorno. Non ci vuole essere economisti per questo, ogni azienda sana in Italia non sa nulla o poco di economia, ma vive sul mercato, magari esporta l'80% del fatturato, investe e da lavoro alle persone. Non possiamo però tenere in vita la municipalizzata di Roma con 1,4 milairdi di debiti e nessun soldo per investire e riparare i mezzi. Se non si impara a gestire correttamente le cose, nulla funzionerà, non è colpa dell'Euro. La FIAT è rinata senza bisogno della lira, l'Italia può farlo, ma ripeto, soltanto lavorando ed impegandosi al massimo, a qualsiasi livello. Non crediate a chi vede l'uscita dall'Euro come la panacea, queste persone non hanno la minima idea di cosa accadrebbe, infatti Brexit è un chiaro esempio, la scelta coraggiosa e vantaggiosa si sta rivelando un boomerang. Anche la piccola Grecia taratassata e martoriata ha preferito rimanere all'interno dell'Euro, mentre noi risolveremmo tutto uscendo. Faccio una scommessa: tutti quelli che vaneggiano di uscire dall'Euro quando si tratterà veramente di farlo si tireranno indietro, con qualsiasi scusa. Tutti quelli che vorranno farlo accendano prima un mutuo a tasso variabile per l'acquisto di una casa, poi sottoscrivano l'uscita dall'Euro. A presto, Michele 



Caro Michele,

ho compassione di te, nel significato più profondo del termine: soffro con te e per te delle tue evidenti inadeguatezze metodologiche, culturali, e in definitiva umane (perché chi te lo fa fare di esporti così, in un campo che non conosci? Da dove nasce questa autodistruttiva ansia da prestazione che ti possiede). Diciamo che condivido il sentimento di tenerezza espresso da altri lettori del blog, anche perché è del tutto evidente che sei giovane, il che non è assolutamente un difetto, nonostante il grande sforzo che i giovani profondono per costringere i meno giovani a ritenerlo tale. Comunque, visto che hai deposto l’arroganza, facciamo finta che valga la pena di investire qualcosa su di te. Rinuncerò a metafore edilizie, e mi limiterò a chiederti in alcuni casi sei hai una fonte che documenti le tue asserzioni, e in altri casi a smentirle sulla base di dati. Desidero che tu sappia che potrei smentirle tutte, e i miei lettori saprebbero dirti dove, in questo blog, questo lavoro è stato fatto (e pochi di loro saprebbero comunque farlo autonomamente): ma voglio, anzi, vogliamo, accertare che tu sia veramente un ingegnere, nell’accezione, che tu sembri dare al termine, di persona non impacciata dal ragionamento quantitativo. Prima, però, vorrei chiederti di leggere quello che a me sembra il commento più profondo che il tuo post ha suscitato, quello di Fabrizio.

Passiamo alla non picciol lista delle tue lievi imprecisioni, che prenderò in ordine di apparizione, per comodità, e che non sarà esaustiva.

Tu dici: “l'euro ha dato a tutti le stesse possibilità, ovviamente chi era forte ha avuto maggiori vantaggi”. Questa frase ha due difetti: è smentita dai fatti, e non denota una mente logica (il che, ne converrai, per un ingegnere è un difetto). Questo perché la seconda proposizione (“chi era forte ha avuto maggiori vantaggi”) smentisce la prima (“l’euro ha dato a tutti le stesse possibilità”). Desidero essere molto chiaro e quindi mi ripeto: non puoi mettere queste due proposizioni nel medesimo periodo perché la seconda contraddice la prima. Insomma, se è vera la seconda, la prima non può essere vera, e infatti non lo è. L’euro ha aiutato di più i paesi più forti, come dici tu (poi ti spiego perché), e quindi, attenzione: è un elemento di disgregazione dell’Europa. Una Europa coesa richiederebbe che i più deboli venissero in qualche modo aiutati dalle istituzioni europee (fra le quali, appunto, la moneta). Invece succede il contrario. Perché? Perché come dimostra ex multis Rodrik (2008) un cambio sopravvalutato deprime la crescita, mentre un cambio sottovalutato la favorisce. Dato che l’euro, in qualche modo, riflette una media del peso delle varie economie partecipanti, per definizione esso è troppo debole per le economie forti (e ne promuove la crescita), e troppo forte per le economie deboli (ostacolandone la crescita). Questo processo è oggettivo e non c’è nulla che possa arrestarlo. 

Te lo dico con grande pietas: sei troppo giovane per puntare tutto su un cavallo morto.

Poi dici: “Non mi sembra che la Germania stesse peggio di noi ai tempi del marco”, e anche questa, perdonami, è una scemenza. La Germania è stata particolarmente bene quando ha influenzato il processo politico europeo in modo da imporre cambi rigidi (fra il 1987 e il 1992). Dal suo punto di vista (quello di un paese forte) questo equivaleva a fare dumping valutario. Un ingegnere dovrebbe avere la mente dinamica (in senso fisico) e dovrebbe quindi capire che non rivalutare, quando i fondamentali della tua economia spingono in tale direzione, equivale a fare dumping, a svalutare. Ti hanno raccontato che l’euro serviva a impedirci di svalutare: la verità è diversa: serviva alla Germania a impedire di rivalutare. In effetti, la Germania, che secondo te “stava bene”, andò in crisi immediatamente appena il mercato riportò i tassi di cambio in linea coi fondamentali intorno al 1993. Da un ingegnere ci si aspetta non dico che abbia memoria (tu nel 1993 forse non eri nemmeno nato), ma che sappia usare Google sì: leggi questo cazzo di articolo! Scusa, ho detto una parolaccia: mi sono lasciato prendere dal nervosismo, e non dovrei. Ma vedi, è difficile restare calmi quando qui, al seminario al quale sto assistendo (è il mio lavoro, non il tuo), tutti i tedeschi presenti – gente di passaggio, che sta in Bce, o all’Università di Berlino, o...) danno come scontato e assodato ciò che scontato e assodato è, ovvero che la Germania entrò nell’euro come “sick man of Europe” (un ingegnere l’inglese lo sa, e poi tu mi pare che abbia lavorato all’estero, quindi...). Non è una grande verità: è un fatto stilizzato noto a tutti e non nascosto al grande pubblico (se ne parla l’Economist!). Vedi quanto sei ignorante di economia? Non voglio insultarti, e non è un insulto: è un dato (una di quelle cose con cui non sei molto familiare). Tu oggettivamente ignori i più elementari dati di fatto di una materia nella quale ti aggiri come un marsuino in una coppa di champagne (hint: non dura molto). La Germania stava peggio, e l’euro le è servita a stare meglio. Lo dicono i tedeschi. Ma tu sei più nemico del tuo paese di quanto (legittimamente, secondo te – e anche secondo me) lo siano loro! Che gusto si prova a usare metafore belliciste come le tue, che poi alla fine hanno l'unico risultato di rendere evidenti i limiti del tuo modo molto peculiare di interpretare gli interessi del paese? Non riesco a capirlo.

Tralascio la relazione totalmente dadaista che poni fra interessi sul debito e tasso di cambio. Sembra che tu dica che la svalutazione è efficace solo se un paese paga interessi sul debito “ridicoli”. Non esiste alcun modello teorico che metta in relazione “burden of debt” e efficacia della svalutazione, perché non c’è relazione fra queste due cose, ma se tu lo hai trovato, portacelo.

Poi dici: “Noi quando svalutammo la lira con Amato avemmo un aumento dei costi di prestiti e mutui del 20%”. E qui ti chiedo: puoi dimostrare questa affermazione? Puoi fare un esempio concreto (anche un aneddoto) o portare una statistica in merito (le statistiche finanziarie della Banca d’Italia dovrebbero darti il valore delle passività finanziarie dei settori residenti: mi trovi questo aumento del 20% nel loro valore? Perché se non sai trovare un dato così semplice, tu che, in quanto ingegnere, sei chiamato a confrontarti coi dati, non ne esci benissimo...).

Ci sarebbe molto altro da dire. Ma prima, se sei in buona fede, ti chiedo di confrontarti con questi fatti. Stai ripetendo a vanvera dei sentito dire, voci di corridoio, i corridoi di giornali che stanno fallendo. Seguendoli, ti condanni al fallire. Prova a fare uno sforzo. Io ti ho dato una possibilità.