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sabato 17 giugno 2023

La Brexit, i cretini, e il governo delle aspettative

 (...giornata di sopralluoghi: a Montesilvano per il #goofy12 [nella nuova sede!], a Chieti per il mio ufficio [ho promesso di aprirlo e mantengo la promessa], a Chieti Scalo per i mobili dell'ufficio. Ora la giornata volge al termine. Di fronte al caminetto, in beata solitudo, posso mantenere una promessa: dopo avervi parlato qui dei ppdm, vi intrattengo un po' sui gpdm, a cominciare dall'OCSE...)

Come ci ha detto Roger Bootle al #goofy10, parafrasando Zhou Enlai, è un po' presto per giudicare se la Brexit sia stata un successo o meno.

A una cosa però la Brexit è senz'altro servita, e non è una cosa trascurabile: è uno strumento pressoché infallibile per l'individuazione dei cretini. Quelli che "gnegnegnè la Brexit!", nelle loro varie declinazioni, si autocertificano come cretini non tanto perché un giudizio compiuto su certi processi storici richiederebbe un minimo di prospettiva, ed è quindi da sciocchi superficiali tranciare giudizi con l'accetta, per lo più appoggiandosi a dati che non si hanno le minime basi culturali per valutare, e che nella maggior parte dei casi non sono nemmeno statisticamente consolidati, quanto soprattutto perché dimostrano di essere del tutto inermi rispetto al "governo delle aspettative" da parte degli organi di "governans" sovranazionale. Insomma, per dirlo con parole che forse anche loro potrebbero capire: perché abboccano, da autentici babbei, ai fattoidi che i vari Fmi, OCSE, G7, G20, Commissione Europea ecc., diffondono, al preciso scopo di convincere i babbei (e i mercati, cioè i babbei cui affidiamo i nostri soldi) che indicibili sciagure attendono chi osi abbandonare il solco tracciato dai sinedri sovranazionali.

Che organismi come l'OCSE costruiscano una rappresentazione del mondo tendenziosa, orientata a sostenere tesi politiche ben precise, a costo di alterare i dati, lo abbiamo visto bene in un caso che molti di voi ricorderanno: quello delle statistiche sulla flessibilità del mercato del lavoro. Chi non se lo ricorda o non c'era fa bene ad andarselo a guardare, ma comunque riassumo brevemente il succo della questione.

Quando il ritornello era (esattamente come oggi, del resto) che l'Italia doveva "fare le riforme", l'OCSE portava a sostegno di questa petizione di principio le sue statistiche sulla protezione dei lavoratori, cioè, in altri termini, sulla rigidità del mercato del lavoro (dipendente protetto = mercato rigido). Da queste statistiche risultava, come ricorderete, che in Italia il mercato del lavoro era troppo rigido, in particolare più rigido di quello tedesco, e quindi doveva essere ulteriormente riformato, come richiesto dalla lettera di Draghi a Berlusconi. Fatto sta che dopo che gli interventi del PD (le varie riforme Fornero e Giovannini, il jobs act) ebbero reso il mercato del lavoro italiano così flessibile che nelle statistiche avremmo battuto la Germania per flessibilità, togliendo vigore alla canzoncina del "fare le riforme", l'OCSE semplicemente smise di pubblicare i dati che le avrebbero dato torto smentendo la sua ansia riformatrice! Se si fosse visto che l'Italia aveva fatto più riforme della Germania, si sarebbe dovuto smettere di chiedere riforme all'Italia (o magari cominciare a chiederne alla Germania): una cosa inammissibile per la governans sovranazionale, secondo cui chi si deve riformare è sempre e solo l'Italia. Nel corso di lunghi anni, ogni volta che incontravo un funzionario dell'OCSE, che fosse un amico o un estraneo, facevo in modo scherzoso o ingenuo questa domanda: "Ma come mai non pubblicate più le vostre statistiche così utili sulla protezione del lavoratori?" La risposta degli amici era un sorriso ironico, quella degli estranei un costernato imbarazzo: loro, sia gli amici che i nemici, lo sapevano perché non stavano pubblicando quei dati! Semplicemente perché avrebbero sconfessato il messaggio politico che i padroni del vapore volevano che venisse (e tuttora vogliono che venga) dato: quello della necessità ontologica del nostro Paese di riformare se stesso, in un perenne conato di adeguamento alla struttura dei migliori (cioè di quelli che ora sono col culo per terra in recessione, per capirci). A riprova, come vi feci vedere a suo tempo, è il fatto che le statistiche riapparvero quando, dopo aver un pochino taroccato i dati con la scusa di renderli più aderenti alla realtà (cioè alla loro ideologia), e dopo che il decreto Dignità aveva reintrodotto delle rigidità nel mercato del lavoro italiano, si poteva nuovamente sostenere che l'Italia doveva fare le riforme perché aveva un mercato del lavoro più rigido di quello della Germania!

Capito?

Facile impostare una governans così! O i dati ti danno ragione, oppure li tarocchi, o al limite smetti di pubblicarli finché, per qualche accidente della storia, non tornano a darti ragione! All'OCSE piace vincere facile, peraltro coi soldi nostri (e con redditi esentasse, come credo sappiate)!

Chi si fida del discorso di truffatori di questa risma non ne esce benissimo in termini intellettuali. Tuttavia, va anche detto che per svelare una truffa di questa natura occorre un minimo di perizia tecnica. Non è un caso che sia sfuggita praticamente a tutti i commentatori. Non si pretende quindi che i babbei diventino diffidenti per avere appreso una lezione che sicuramente non sono in grado di capire! Nel caso della Brexit, però, non occorre addentrarsi in sofisticati indicatori: basta sapere (o almeno far finta di sapere!) che cosa sia il Pil, e avere un minimo sindacale di memoria (o di capacità di navigare sul web). Chi si fa prendere in giro, quindi, è proprio un cretino, e solo un cretino.

Passo a dimostrarvi quello che intendo, dati alla mano.

Il referendum sulla Brexit ebbe luogo a giugno 2016. Tutti ricordano l'epica maratona in cui Claudio Borghi tenne fieramente testa a un "mitraglietta" che da strafottente trascolorò in depresso. Eh, no, non era andata come volevano loro (cioè, direbbe Luciano, Essi). Ma la rappresaglia non tardò ad attendere. Basta confrontare lo scenario previsionale che il Fmi aveva emesso ad aprile (prima della Brexit), con quello che emise a ottobre (dopo la Brexit):


Lo scenario costruito post-Brexit, ovviamente, era a tinte fosche: secondo il Fmi, il Pil a partire dal 2017 sarebbe stato sistematicamente inferiore a quello che ci si attendeva ragionevolmente nello scenario pre-Brexit, con un divario crescente dall'1.2% nel 2017 al 2.5% nel 2021. I traditori sarebbero stati puniti! La Strafexpedition dei mercati avrebbe scongiurato eventuali tentativi di emulazione, chiarendo che extra Europam nulla salus. Del resto, questo è quello che all'epoca diceva Lascienza, cioè che nel lungo periodo ci sarebbe stato un calo del Pil, rispetto al sentiero tendenziale, in un range dal -1% al -25%.

A quel tempo si poteva chiacchierare quanto si voleva (mi ricordo uno spassosissimo seminario a Villa Mondragone, dove tutto il Santo Sinedrio di Tor Vergata si stracciava le vesti, con qualificatissimi ospiti indernescional, e io mi aggiravo sornione, nascondendo i miei sentimenti sotto una plumbea cappa di indifferenza)...

Ora però, sette anni dopo, i dati ci sono. E com'è andata? Così:


Dal 2017 al 2019, per tre lunghi anni, i dati storici si sono allineati pressoché esattamente allo scenario "alto", quello costruito nell'aprile 2016, cioè prima della Brexit. Lo scenario "basso", quello punitivo, quello diffuso dopo la Brexit perché i gonzi potessero ululare, come effettivamente hanno ululato, "la Brexit sarà un disastroooooo...." si è quindi rivelato totalmente farlocco: uno strumento di governo delle aspettative (dei gonzi), un esercizio di retorica politica, una pessima prova di capacità econometrica.

Poi è arrivato il COVID a ricordarci che...

Ma questo giochetto di deprimere le previsioni del Regno Unito per alimentare il coro dei gonzi non lo ha mica fatto solo il Fmi!

Magari!

In questo blog che non c'è (anche se ultimamente qualche giornalista s'è accorto della sua esistenza) abbiamo spesso evidenziato la simpatica distorsione positiva, l'ottimismo della volontà, che anima le previsioni macroeconomiche dei padroni del vapore. Qui un esempio:


discusso in dettaglio in questo post.

Può essere interessante quindi andare a vedere le previsioni a due anni che l'OCSE pubblica e mantiene regolarmente sul suo sito. Se tanto mi dà tanto, così come quelle dell'Italia sono sbagliate per eccesso, perché promettevano, a un Paese che si era piegato, una crescita che non arrivava mai, quelle per il Regno Unito saranno sbagliate per difetto, perché minacciavano a un Paese che non si era piegato una recessione che non arrivava mai!

E infatti:


Le previsioni per il Regno Unito sono sistematicamente distorte al ribasso, con due sole eccezioni: quella fatta a metà 2019 per il 2020 (e grazie!), e quella fatta a metà 2021 per il 2022. Insomma: Britannia delenda est. Ma l'unica cosa che esce distrutta da questo accanimento è la repiutescion degli economisti dell'OCSE (e dei loro lauti stipendi esentasse: perché qui Grillo ferit Grillo pereat!). A riprova, vi fornisco lo stesso esercizio fatto con la Germania:


Ed ecco che, (un)surprisingly enough, le previsioni sono per lo più distorte verso l'alto, con l'unica significativa eccezione della previsione fatta a metà 2020 (in pieno panico) del tonfo che si sarebbe fatto nel 2020. In quel caso la previsione è distorta verso il basso, causa panico, appunto, situandosi attorno al -8% a fronte di uno storico che è stato poco meno del -4%. In tutti gli altri casi le previsioni sono ridicolmente ottimistiche, a partire da quella fatta lo scorso anno per l'anno in corso, con una crescita vicina al 2% quando ora si ritiene che il risultato annuale sarà zero se va bene, data la recessione in cui la Germania è prevedibilmente caduta (e quando questa previsione ridicola è stata fatta tutti gli elementi che ci portavano a dubitare della solidità della crescita tedesca erano già lì: la crisi  delle materie prime, quella energetica, e la guerra - mancava solo il suicidio dei gasdotti, che sarebbe arrivato a settembre).

Diciamo che per essere dei peracottari sono pagati bene, troppo bene. Oppure, ed è questa la cosa su cui inviterei a riflettere (se questo blog esistesse) chi cretino non è, o magari lo è, ma non vuole sembrarlo, il lavoro di certi geni delle previsioni non è quello di fornire un quadro asettico degli scenari probabili, ma quello di "governare" le aspettative, di far credere che la realtà si stia conformando ai pregiudizi che si vogliono disseminare per sostenere una certa azione di governo.

Ecco: se le cose stessero così, avremmo a che fare con dei veri professionisti!

E ora, chi vuole ragionare, ragioni, e chi vuole ululare, ululi! Io il mio dovere l'ho fatto, e col vostro permesso ci dormo sopra!

domenica 29 gennaio 2023

Brexit: il fenomeno dell'emersione

(...che è una cosa diversa dall'emersione dei fenomeni: quella si verifica su Twitter ed è seguita da un inesorabile affondamento...)


Professore,

vivo nel Regno Unito e la seguo da anni ma non riesco a commentare su Goofynomics… glielo dico qui, se le interessa: l’aumento delle iscrizioni AIRE nel Regno Unito non è indice di un aumento degli italiani nel Regno Unito, bensì di un fenomeno di emersione per cui italiani che erano nel Regno Unito magari da anni (cinque, dieci) fanno ora l’iscrizione in ritardo ora che gli serve usare i servizi consolari per passaporti, patenti, documenti o atti notarili.

Veda qui (2019: “350 mila i nostri connazionali qui residenti iscritti all’Aire, l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, ma il Consolato d’Italia a Londra calcola che per ogni iscritto ci sia un altro italiano che non si è ancora iscritto”).

Oggi siamo a 490000 iscritti a fronte di una stima di 550000 italiani in tutto. Il Consolato di Londra lo chiama “il fenomeno dell’emersione”.

Rimane vero che gli italiani farebbero carte false per venire nel Regno Unito (anzi: le fanno, e ogni tanto li beccano) che è super-attrattivo per un giovane vessato dal sistema fiscale italiano, ma le attuali leggi post-Brexit lo rendono impossibile (dato: meno di 8mila visti lavorativi concessi a italiani da gennaio 2021 a oggi) perché, UK non sa più come dircelo, di europei ne hanno abbastanza e a sbatterci la porta in faccia ci sono riusciti benissimo.

Uno de passaggio.


Dunque.

Mentre qui tende a starci sugli zenzeri chi le cose visibilmente non le sa e si pronuncia in modo apodittico, senza citare fonti, chi invece reca testimonianze sensate, compatibilmente col poco tempo che mi lascia la mia frammentata esistenza, su queste pagine normalmente riceve albergo. Le parole di "uno de passaggio", oltre a essere suffragate da studi e statistiche ufficiali, hanno l'accento della verità, anche se non cambiano il senso di quanto ci siamo detti due post fa: eventualmente lo accentuano (appunto). Per quanto strano possa sembrare, le persone preferiscono vivere in un Paese normale, e noi abbiamo scelto di non esserlo (in buona, o almeno variopinta, compagnia) alcuni anni or sono.

Restano le testimonianze degli awanaganians sul disastro che la Brexit avrebbe provocato all'industria finanziaria inglese (anche queste, ovviamente, basate su titoli di giornali "amici"). L'analisi delle società di consulenza è meno catastrofistica. La perdita del passporting ha costretto alcune aziende a dislocare parte dei servizi in sedi situate nei Paesi membri, ma nell'aggregato il disastro dopo il 2016 non si vede. L'andamento della quota di valore aggiunto dei servizi finanziari sul totale è questo:


(la fonte è questa, ho usato i dati a prezzi 2019). Non sono riuscito a trovare dati posteriori al 2020 neanche sul sito dell'OCSE, e quindi non so che cosa sia successo negli ultimi due anni, ma dubito che sia di un ordine di grandezza simile a quanto era successo prima del 2016 (la caduta dall'11% all'8% dei servizi finanziari sul totale del valore aggiunto).

Non so, leggendo le ultime parole di "uno de passaggio" ("di europei ne hanno abbastanza"), mi viene da pensare che gli expat che ululano contro la Brexit su Twitter siano in realtà zavorre di cui le rispettive aziende hanno colto il destro per liberarsi. Sarà che i "treider" con baio in inglisc mi sono sempre sembrati, quando li ho incontrati su Twitter, dei poveri grulli...

Ma è solo perché io, notoriamente, sono una bbruttaperZona! 

sabato 28 gennaio 2023

Say "Hi!" to George Belly (la Brexit e il crollo delle università inglesi)

Nel penultimo webinar di a/simmetrie (come passa il tempo...), al minuto 1:02:42, Silvana ha chiesto via YouTube a Elisabetta Frezza: "Perché secondo te i giovani d'oggi sono così manipolabili?".

Il riferimento era a quelli della climate anxiety, sui quali vi invito a rivedere questo definitivo intervento di Konstantin Kisin:


cioè a quei quattro scemi che vanno in giro a far pubblicità alle minestre in scatola (quelle mangiano: se non sai fare una O col bicchiere tanto meno sai fare una minestra con una pentola...) utilizzando come testimonial opere d'arte famose.

(...per inciso, mi sono appena degustato un cotechino fatto da me partendo dall'inizio - risparmio il corredo iconografico che potrebbe urtare le sensibilità woke. Qualcuno venga a dimostrarmi che mi farà male, lo aspetto con un bicchiere di cerasuolo...)

Nella domanda di Silvana, come in tutti gli argomenti che alludono o rinviano a una discontinuità antropologica, che contrappongono un "oggi" (o un "domani") stilizzato a uno "ieri" imprecisato, c'era qualcosa che non mi convinceva, e se non ricordo male la mia reazione si è articolata più o meno su questa linea: quando avevo quindici anni io i ventenni invece delle scatole di minestra impugnavano la P38 (che non era questa, ma qualsiasi cosa facesse rima con "poliziotto"), o se andava bene la Hazet 36 (che trovate qui, e faceva rima con "dove sei"). Se come metro per l'intensità della manipolazione usiamo la letalità dei suoi risultati, mi sembra piuttosto chiaro che negli anni '70 iGGiovaniTM fossero discretamente più manipolabili di oggi!

Questa mia impostazione del tema deriva forse da una sensibilità sviluppata in Commissione Amore, quella Commissione il cui scopo era propugnare la censura del web oggi, "perché oggi (?) c'è tanto odioh signora mia!" Ne abbiamo parlato qui, qui, qui, qui, qui, qui, ecc.

A questo argomento da portierato (luogo peraltro di apprezzabili dibattiti, purtroppo non consegnati ai resoconti stenografici), io, e un manipolo di sparuti eroi del buon senso, obiettavamo fattualmente che ci sembrava ci fosse più "odioh" (qualsiasi cosa esso fosse) quando la gente si sparava o si sprangava per strada, e quando la soppressione fisica dell'avversario veniva esplicitamente rivendicata come forma lecita di conduzione del dibattito ("uccidere un fascista non è un reato"). Apprezzavamo peraltro la delicatezza con cui i nostri interlocutori in Commissione non affermavano che fosse lecito sopprimerci fisicamente, ma solo ideologicamente, censurando tutte e sole le nostre idee (percorso sul quale si sono incamminati dopo la cocente sconfitta subita con la Brexit e su cui stanno facendo passi avanti di gran carriera, come vedremo in un prossimo webinar di a/simmetrie: con l'occasione, vi ricordo di sostenere quella che, fino a gradita e consolante prova del contrario, è l'unica voce indipendente autorevole nel dibattito italiano).

Discutendone fra noi in associazione, dopo l'evento, il presidente Ponti ha esplicitato il disagio che provavo, cristallizzandolo in una limpida sentenza che riconciliava i due punti di vista: "sono più manipolati" è diverso da "sono più manipolabili".

Sì, non è da escludere, in effetti, che oggi iGGiovaniTM siano più manipolati, magari perché si investe comparativamente di più nel manipolarli (la stessa esistenza della Commissione amore ne è una prova), ma questo non vuol dire che siano di per sé più manipolabili dei loro predecessori. Verificarlo non è poi così difficile: visto che iGGiovaniTM di ieri sono iVecchiTM di oggi, basta vedere quanto questi ultimi siano refrattari alla manipolazione per tirare le proprie conclusioni, considerando che in teoria l'età dovrebbe condurre alla saggezza, e che quindi chi in tarda età ci appare come un pochino manipolabile, si può supporre lo fosse molto di più in gioventù.

Prendo un esempio a caso dal rutilante mondo del social color servizio igienico: questo tweet non molto fortunato (zero risposte, otto like, zero retweet) del professor Giorgio Ventre:


in risposta a questa mia pacata e fattuale considerazione:


che si appoggiava all'ultimo editoriale del socio (di a/simmetrie) Sergio Giraldo.

Del professor Ventre so solo che esibisce una "baio in inglisc", segnale che induce in noi un diffuso e spesso motivato scetticismo:


e che è un ingegnere, categoria che abbiamo spesso eletto a nostro avversario dialettico per una certa sua incapacità di resistere alla tuttologia e alle sue lusinghe. Naturalmente, non voglio trarre dalle nostre deludenti esperienze passate alcuna conclusione su questo specifico caso. Tuttavia, se il nostro modello concettuale fosse corretto, l'appartenenza disciplinare spiegherebbe perché il sito linkato dal suo profilo social non esiste:


Lui, comunque, credo esista e sia questo stimato collega qui. Nel caso non lo sia, mi scuso per il disguido: qui comunque non sono in discussione le persone, ma gli argomenti, e quindi l'identità di chi li sostiene nei fatti non rileva.

L'ampio, articolato, rispettoso e costruttivo intervento dello stimato collega (o di chiunque egli sia) merita qui una risposta altrettanto ampia, articolata, rispettosa e costruttiva, che sui social nessuno ha ritenuto di dovergli dare (cosa che posso comprendere, ma che ovviamente depreco)!

Del resto, il tema degli "universi paralleli" qui ce lo siamo posti spesso, non in chiave astrofisica ma in chiave antropologica.

Fornisco quindi la mia interpretazione del mondo in cui lo stimato collega vive, e riporto qualche dato dal mondo in cui vivo io.

Nel mondo dello stimato collega, par di capire, si considerano fonti statistiche attendibili i resoconti di organi di informazione notoriamente (e lecitamente) di parte, come il Guardian, che a quanto capisco (ma il tema mi appassiona poco) è l'equivalente britannico di Repubblica: l'ultimo rifugio degli operatori informativi woke, incapaci di fare i conti con una realtà che li ha decisamente sorpassati (ma, ribadisco: questo non menoma in alcuna misura il loro diritto di rifilarci le loro opinioni, come pure quello di spacciarcele per fatti: il senso critico deve esercitarlo il lettore, non lo scrittore!).

Nel mio mondo è uso invece rivolgersi a fonti statistiche ufficiali. Sì, è più faticoso, ma questa fatica qui vi ho insegnato a farla, e se siete rimasti vuol dire che ne avete tratto un frutto.

Nel mondo dello stimato collega, questo è evidente, è prassi trarre conclusioni generali su un fenomeno (lo stato di salute delle Università britanniche) appoggiandosi a evidenze parziali (il numero di studenti provenienti dall'Unione Europea).

Nel mio mondo, viceversa, ci si attiene alla vetusta prassi di valutare i fenomeni nel loro insieme.

Siamo proprio sicuri che la Brexit abbia determinato il crollo del sistema dell'educazione terziaria britannica, privandolo di quella linfa vitale che sono i nostri studenti, formati da menti aperte e critiche come quella dello stimato collega?

Vediamo che cosa ci dicono i numeri...

Il più recente bollettino statistico su origine e destinazione degli studenti esteri nel Regno Unito ci informa che sì, in effetti gli immatricolati in provenienza dall'Unione Europea sono calati del 53% fra l'anno accademico 2020/2021 e l'anno accademico 2021/2022 (i dati per l'a.a. 2022/2023 saranno disponibili a fine mese, ma a fine mese avrò altro da fare). Per gli ingegneri: le immatricolazioni dall'UE si sono dimezzate. Il motivo risiede nella modifica alle regole sulle tasse di immatricolazione per studenti esteri. Tuttavia, gli immatricolati in provenienza dal resto del mondo (perché, lo ricordo agli europeisti, c'è anche il resto del mondo, oltre all'UE e all'odiata perfida Albione), sono aumentati del 32%. Anche qui un motivo c'è: il Regno Unito ha adottato la Graduate immigration route, che in qualche facoltà STEM tradurrebbero come ruota per l'immigrazione graduata, e qui vi proponiamo di tradurre con "percorso per l'immigrazione dei laureati", e no, non è un gommone, né una nave negriera (che è il percorso adottato da altri Paesi per l'immigrazione di laureati veri o presunti): è un sistema di incentivi che consente ai laureati in università britanniche di risiedere per due anni nel Regno Unito dopo la laurea, allo scopo di integrarsi nel mondo del lavoro. Pare che questo abbia fatto esplodere le iscrizioni dal resto del mondo nei corsi di laurea specialistici (PG, post graduate: quelli che noi chiamiamo lauree magistrali o specialistiche).

Ora: qui a forza di legnate avete appreso che 1 è il 10% di 10 ma l'1% di 100. Ci siamo occasionalmente confrontati con rinomati esperti di altre discipline, anche (e soprattutto) STEM, cui questa verità ontologica sfuggiva (ma solo perché non erano disposti a venire a patti con le sue conseguenze). Il fatto si è che siccome gli studenti in provenienza dall'UE sono meno di quelli in provenienza dal resto del mondo, come questa figura ci mostra plasticamente:

capita anche che nonostante il grave salasso di giovani menti Leuropee, documentato da questa tabella:


(da 6 a 3 in effetti è la metà: riesco a fare il calcolo anche senza usare il pollice non opponibile di cui Natura matrigna mi fornì...), il numero complessivo di studenti esteri in UK ha raggiunto un record storico non solo nella fascia di immatricolati al primo anno (lo vedete qua sopra), ma anche e soprattutto nel complesso (lo vedete qua sotto):


Se ci fate caso, dal primo anno accademico post Brexit a oggi gli studenti esteri sono aumentati del 44,924231121720411773481958268505% (la presenza di un docente STEM mi impone la salutare disciplina dell'esattezza), passando da 469.160 a 679.970. Naturalmente questo ha fatto impennare il prezzo degli scafandri da palombaro, visto che, come il prof. Ventre probabilmente sa e certamente insegna, la Brexit ha fatto sprofondare il Regno Unito nelle gelide acque dell'Atlantico (e questa non è un'opinione di qualche poraccio, ma un fatto assodato, tanto che anch'io, come tutti gli altri, tralascio di produrne la fonte perché superflua...).

Un grafico incompleto è qui (manca il 2022), un grafico completo non ho tempo di farvelo:


Allora...

Qui la prendiamo a ridere, perché è nella nostra natura, conciliante e gioviale, e perché è nello spirito più genuino, autentico e risalente della comunità accademica.

Tuttavia, a un secondo sguardo, qui da ridere c'è ben poco, e sotto plurimi profili.

Intanto, c'è da interrogarsi sullo status della logica elementare nel "curricolo" (come si usa dire) degli studi scientifici.

Quello che è successo è piuttosto chiaro: stufi degli atteggiamenti ritorsivi da mulier relicta che hanno caratterizzato il discorso pubblico sulla Brexit in UE, UK ci ha sbattuto la porta in faccia, argomentando che la qualità si paga e chiedendoci quindi di pagarla. Il fatto che evidentemente non possiamo permettercela (dal che deriva il dimezzamento delle immatricolazioni) dimostra che il failed State siamo noi, non loro!

A supporto di questa banale considerazione aggiungo due dati:

  1. il sistema educativo britannico resta assolutamente attrattivo per gli studenti del resto del mondo, e in particolare delle potenze emergenti (Cina, India, Nigeria, ecc.), come abbiamo visto sopra;
  2. noi continuiamo a esportare giovani nel Regno Unito, che quindi per essi resta attrattivo, nonostante la propaganda degli operatori informativi woke e di alcuni (la stragrandissima maggioranza) stimati colleghi (che secondo me col loro profuso livore riescono solo a rendere repulsivo - e repellente - il nostro Paese).

Ce lo ricorda l'amico Lega Esteri su Twitter (uno dei tanti scappati di casa che appartengono alla nostra community, certo non un docente di vaglia come lo stimato collega: fidatevi di me che lo conosco!), facendoci notare che:


Vi fornisco a mia volta i dati (sì, i dati, i fottuti dati, non le riverite opinioni di qualche stimato collega o di qualche operatore informativo: i dati, i da-ti!) dal sito del Ministero dell'Interno (Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero - AIRE), secondo cui dal 31/12/2016 al 31/12/2021 gli italiani censiti nel Regno Unito sono passati da 283.151 a 439.411, aumentando del 55,186102115125851577426885301482%, contro un incremento del 18,660941770704066143100804114062% dei residenti italiani censiti nell'intero continente europeo (da 2.685.813 a 3.187.011), il che significa che post Brexit il Regno Unito è stato moooooooooooooooooooooooooolto più attrattivo per gli italiani del resto della Leuropa.

Chi è qui da un po' può immaginare perché, chi è appena arrivato farà un po' più fatica, ma insomma: quando le cose succedono, di solito c'è un motivo, e di solito non è il Guardian né Repubblica a spiegartelo!

Vi faccio apprezzare un dettaglio: ai non-STEM credo sia chiaro che lo scenario verso cui ci stiamo allegramente dirigendo, anzi, direi in cui siamo già allegramente immersi, è quello di una nuova guerra fredda. Ove ne fossero mancate altre, direi che questa come dichiarazione di guerra non è male:


Notate però l'intelligenza di un Paese come il Regno Unito, che si guarda bene dallo sprangare le porte ai rampolli del Paese leader del blocco contrapposto (la Cina), ma anzi continua ad accoglierli a braccia aperte, perché intuisce, da vera potenza imperiale, l'importanza di continuare a esercitare la propria egemonia culturale sul blocco contrapposto. Il minimo sindacale per far sì che la lingua del mondo continui ad essere per lunghi anni a venire l'inglese, anziché il cinese! Tutto il contrario dell'atteggiamento petulante e cascettaro dell'UE nei riguardi di UK, che alla fine ci ricorda l'infausta prassi di ablarsi parte dei genitali esterni, insomma, di Abelardarsi (per gli studenti e soprattutto i docenti non STEM) per far dispetto alla moglie!

Lo dico in altro modo: se hanno sbattuto la porta in faccia ai nostri studenti (e lo hanno fatto loro) è perché gli sono inutili, e se gli sono inutili è perché vengono da un'area che si sta suicidando, a forza di regole di politica economica e di scelte strategiche irrazionali (pensiamo all'energia). Ma capisco che ci sia chi, a fronte di questo che in realtà è un cocente smacco per noi, si aggrappi all'idea che non riuscendo ad andare a studiare nel Regno Unito "gliel'abbiamo fatta vedere!", come ci si aggrappa alla metaforica, consolatoria, coperta di Linus.

Forse dovremmo riflettere, come fanno perfino quelli bravi, sul perché siano così pochi gli studenti esteri a venire in Italia (meno di un decimo che nel Regno Unito), anziché favoleggiare su un inesistente crollo degli studenti esteri utili nel Regno Unito (agli inutili si può rinunciare).

Concludo.

Intanto, resta vero che una rondine non fa primavera (anche questo ce l'ha insegnato Aristotele), e che  quindi verosimilmente un prof. Ventre non rappresenta un'intera generazione, ma se tanto mi dà tanto direi che in tema di manipolabilità, cioè di permeabilità a un discorso ideologico non suffragato da concrete ed univoche evidenze fattuali, almeno alcuni giovani di ieri danno un bel distacco ai giovani di oggi!

Aggiungo che di stimati colleghi che quando si rivolgono a un politico presumono iuris et de iure di rivolgersi a uno con l'anello al naso sono piene le fosse settiche di questo blog. Ne facciamo a meno. Nel mio lavoro si impara a informarsi sulle persone cui ci si rivolge, ma io non ne ho avuto bisogno: me l'aveva insegnato mia madre, una volta si chiamava educazione, ora gli awanaganian e i baio in inglisc hanno deciso di chiamare educazione l'istruzione, e così di gente educata in giro non ce n'è più (e di gente istruita ce n'è sempre meno). Nel mio caso, poi, è facile: se sei "proudly present in the Internet Manager's Phonebook since 1990" magari ti è facile consultare una voce Wikipedia (che preesisteva alla mia entrata in politica - e un motivo ci sarà stato!), mentre ci è difficile capire perché non si riesca a trovare la tua (ma un motivo ci sarà). La mia è scritta coi piedi, ma a chi sa leggere, soprattutto fra le righe (competenza tipicamente non-STEM), può essere di aiuto per prendere le misure.

Aggiungo l'attenuante specifica della probabile partenopeità. Mi rendo conto che chi proviene da quella meravigliosa capitale europea, in cui, per un'ironia della Storia, come ricorderete, maturai la decisione di accettare con orgoglio e riconoscenza la candidatura che mi era stata offerta, mentre incidevo a Sant'Agostino degli Scalzi le sonate di un autore partenopeo (qui il CD, se interessa), nel vedere "politico" (#aaaaabolidiga) "della Lega" (l'elmo con le corna, le gare di rutti, i cori razzisti, #ionondimentico...) possa essere accecato dai preconcetti.

Ecco: ricordiamoci, noi, che a occhi chiusi si va a sbattere, se non altro contro l'evidenza!

Avrete notato che io ho parlato con estremo rispetto dello stimato collega, cosa che lui non ha fatto con me. Questo perché nella parte non-STEM della mia formazione ho imparato una cosa: che anche le montagne si incontrano, ogni tanto.

Figurati le persone!

Meglio quindi lasciare un buon ricordo, perché contare sulla mia smemoratezza sarebbe un errore.

Dello stimato collega conservo un ricordo ottimissimo, perché la sua uscita un po' guascona mi è stata di stimolo per fare un discorso sul metodo e per approfondire e fornirvi dei dati sui quali ancora non mi ero soffermato, perché non ne avevo bisogno. A differenza dell'ingegneria, la macroeconomia aiuta ad anticipare certe dinamiche socioeconomiche. Tanto per capirci, nello scrivere questo post non sono partito dai dati: me li sono andati a cercare a mano a mano che mi servivano, trovando, senza nessuna sorpresa, esattamente quello che mi aspettavo, perché è quello che la mia scienza prevede. C'è una logica in quello che sta succedendo, come c'è nel fatto che ci sia chi non si rassegnerà mai a capirlo, vivendo murato nel proprio universo parallelo fatto di rancore e wishful thinking.

Resta il fatto che possono spernacchiare quanto vogliono nel basso tuba della propaganda: qui come le cose stiano lo abbiamo previsto, visto, e rivisto.

Gli altri possono farsene una ragione, o farci fare una risata.

Gli saremo grati in entrambi i casi.


(...due parole per voi: quando sono, come si usa dire, "entrato in politica", vi ho detto molto chiaramente quale fosse il mio obiettivo:


Vivreste meglio, e sareste meno petulanti, se provaste a valutare la mia azione politica rispetto agli obiettivi che si era data, e che non vi avevo tenuto nascosti. Considerando questi obiettivi, possiamo serenamente dire di aver fatto qualche significativo passo avanti, ma dobbiamo restare umili e compatti, e lavorare. L'avversario ci ha molto aiutato, e quella che potrebbe essere una nostra vittoria dobbiamo essere disposti a considerarla una loro sconfitta. Non è un gioco di parole: significa che non siamo ancora padroni del terreno, né in termini culturali - direi che l'esilarante vicenda descritta in questo post lo dimostra a sufficienza! - né in termini operativi, di penetrazione nella macchina - e quello è il mio cruccio e il mio lavoro diuturno e silenzioso. Tuttavia, ricordate sempre che la nostra capacità di influire sugli eventi è direttamente proporzionale alla nostra capacità di dimostrare che esistiamo. Per questo vi aspetto al midterm goofy: perché non possa essere ignorato l'anelito di libertà che questo blog ha animato e che tutti noi incarniamo. A presto!...
)

domenica 22 gennaio 2023

Ancora sulla Brexit (poi basta)!

Non so per quale motivo, il tema Brexit continua ad appassionare: eppure io pensavo di averlo liquidato sette anni fa!

Se a un "professore, chennepenZa?" si può rispondere con un semplice "click" (il neologismo che inventammo qui per definire l'operazione di blocco di un utente petulante "con un click del mouse", per assonanza con quell'altra categoria di petulanti che "la moneta si crea con un click del mouse": ma questo può ricordarselo solo chi è qui da almeno un decennio...), a un profluvio di "professore, chennepenZa?" occorre forse dare una risposta più articolata, se non fosse per il fatto che ogni tanto questa domanda ci viene da utenti qualificati, come l'olandesina, o la mia padrona di casa a Chieti, o il nostro (ex) padrone di casa a Montesilvano, che se non altrove sono comunque nel nostro cuore: sopprimerli ci costerebbe più che perdere un paio d'orette di tempo!

Aggiungo che se una cosa così semplice, e che abbiamo spiegato mille volte, non si capisce, evidentemente c'è qualcosa di più profondo che non va.

Un indizio di quello che forse non va, e che sicuramente potreste migliorare, sta nel modo in cui molti mi entrano in argomento: "Ma Alberto, chennepenZi della Brexit? I giornali dicono che è un disastro, a sentir loro l'Inghilterra è sprofondata nell'Atlantico..." [la Scozia no perché è "europeista", il Galles no perché se lo dimenticano tutti NdCN]

Ora, se dopo dodici anni non avete capito che la risposta a una simile domanda è appunto nella domanda, temo che ci sia ben poco che io possa fare per voi. Tutto il lavoro che abbiamo fatto qui ha avuto un filo conduttore che speravo fosse evidente: mostrarvi come i media distorcano in modo assiduo e sistematico la verità fattuale, come siano una bussola che indica diuturnamente e infallantemente il Sud.

Se un giornale dice "bianco!", potete essere certi che sarà nero.

Se un giornale dice "in alto!", potrete essere certi che sarà in basso.

Se un giornale dice "cresce!", potrete essere certi che cala.

Devo recitarvi tutto il dizionario dei contrari, o la pattiamo qui?

Forse è più utile se vi ricordo alcuni post in cui ho confutato le lievi imprecisioni dei media: qui, qui, qui, qui, ecc. (basta cliccare sul tag "propaganda" e se ne trovano quanti se ne vogliono, magari più utili di quelli che vi ho citato).

Questo significa che se i media dicono che la Brexit è stata un disastro, ovviamente la Brexit non lo sarà stata: peraltro, vi avevo detto prima, e vi ho fatto vedere dopo, perché non lo sarebbe e perché non lo è stata.

Prima di farvelo rivedere, però, vorrei chiudere sul tema della sistematica distorsione della realtà operata dai media.

I giornalisti non sono "cattivi": nella maggior parte dei casi sono semplicemente ignoranti, il che significa, in concreto, che loro non saprebbero né da dove scaricare né come leggere i dati che vi fornirò più giù. Povertà non è vergogna: se sei laureato in lettere, naturalmente hai meno dimestichezza con i dati di un docente di econometria. Il problema quindi non sei tu, ma chi ti ha messo dove sei, ed è su questo che dovremmo interrogarci...

I giornalisti non sono "intellettualmente disonesti": nella maggior parte dei casi hanno semplicemente fretta, il che significa, in concreto, che se non vi forniscono mai le fonti dei loro dati, come invece farò io nel mostrarvi i miei, non lo fanno per impedirvi di controllarli, ma perché citare le fonti costa tempo.

I giornalisti non sono "pagati da Klaus Schwab" (o da altro "cattivo" del teatro dei pupi complottista: Gates, Soros, Satana, whoever...): nella maggior parte dei casi sono semplicemente sottopagati dai loro giornali, il che significa, in concreto, che se ripetono le parole d'ordine che arrivano dai think tank internazionali non è perché queste gli arrivano corredate da un cospicuo assegno, ma perché per campare la famiglia magari devono fare più di un lavoro, e quindi trovano più efficiente copiare, anziché approfondire. Vero è che copiare è comunque un lavoro a basso valore aggiunto (e nel caso dei mezzi di informazione ad alto disvalore aggiunto), per cui non mi impietosirei troppo se viene remunerato il giusto, cioè poco: ma questo è un altro paio di maniche...

Quindi, come dire: niente di personale.

Sono poverini anche loro, e i poverini sono pericolosi. Il problema però è oggettivo e politico, non soggettivo e personale, e chi lo affronta in quest'ultimo modo sbaglia. Può darsi che un giornalista sia un imbecille, come può darsi che lo sia un lettore. Cortesia vuole che all'uno e all'altro si nasconda questa spiacevole verità, anziché spiattellargliela in faccia, e in ogni caso impostare in questi termini il problema non ci fa avanzare di un passo verso la soluzione del problema: ottenere una stampa corretta, informata e pluralista. Possiamo consolarci dicendoci che il problema è insolubile, che questa soluzione è irraggiungibile, e probabilmente lo è, ma certamente non abbiamo diritto di lamentarcene se adottiamo soluzioni che il problema lo aggravano, che dalla soluzione ci allontanano.

Una soluzione molto migliore rispetto a quella, che sconsiglio, di insultare i giornalisti, o anche, più educatamente, di lamentarsene, è quella, che consiglio, di ignorarli totalmente, andando a leggere, invece che i giornali ogni giorno, i dati ogni trimestre. Io faccio così da sempre, e questo mi consente di surfare in scioltezza nei simpatici parterre cui vengo comandato dal mio ufficio stampa, pur ignorando con altrettanta scioltezza le dieci rassegne stampa che ogni mattina mi vengono inflitte! L'attualità, qui ce lo siamo sempre detti, è molto sopravvalutata: più interessante è mettere le cose in prospettiva, e questo è quello che vi propongo qui di seguito.

(...nella mia qualità di politico, ignorare i giornalisti non vuol dire solo non leggerli: vuol dire anche considerarli trasparenti, non vederli, non parlargli, non rispondergli al telefono, passare attraverso la loro inconsistenza! Mi sono stancato di venire travisato e mi regolo di conseguenza...)

Ma, appunto, andiamo a cominciare...

Il prodotto interno lordo

Gli scenari precedenti alla Brexit imputavano a quest'ultima una perdita di prodotto interno lordo negli anni successivi (dal 2017 in poi) piuttosto cospicua. Il 23 giugno del 2016 ero a Villa Mondragone per i consueti seminari organizzati da Luigi Paganetto, dove ebbi modo di godermi la presentazione di questo interessante saggio, secondo cui gli effetti di lungo periodo della Brexit sul Pil del Regno Unito, nelle valutazioni fornite da diversi centri di ricerca, andavano dal +1% al -25% (con un certo consenso per valori attorno al -6% sull'orizzonte 2020). Ve ne avevo parlato a suo tempo qui.

Ora: prima di guardare i dati, vorrei farvi riflettere su un tema metodologico.

La valutazione di scenari controfattuali sconta un ovvio problema: più l'orizzonte temporale si allunga, e più il fallimento dello scenario, la smentita delle previsioni, può essere giustificata allegando fattori confondenti, imprevedibili all'epoca in cui lo scenario è stato valutato. Ve lo dico in un altro modo: come ci ha ricordato con amabile ironia Roger Bootle al #goofy10, sette anni sono decisamente pochi per tirare un bilancio (cinque erano ancora di meno!). Il mio educated guess è che l'austerità di Monti rimarrà per i lunghi secoli a venire una cicatrice nella storia del nostro Pil,  quale già oggi si presenta, tant'è che dal sito dell'ISTAT hanno tolto la serie secolare che per un certo periodo avevano messo in home page, cioè questa:


(la trovate sul sito della Banca d'Italia), forse perché politicamente fastidiosa, e l'hanno sostituita con una più incoraggiante (si fa per dire) serie trimestrale dal 1996:


Di converso, scommetterei che la Brexit non sarà visibile nemmeno come glitch nelle serie secolari del Pil del Regno Unito, perché condizione necessaria affinché una cosa si veda nel lungo è che si veda nel breve, e nel breve non si vede!

La cosa più naturale per impostare un confronto sarebbe andare sul sito dell'Eurostat e scaricare i dati, ma se ci provate otterrete questo:


Purtroppissimamente, le serie storiche di UK si interrompono nel 2020, forse perché l'illuminato tecnico europeo dell'Eurostat vuole evitarci la vertigine di affacciarci al baratro in cui UK è sprofondato (la tabella la trovate qui).

Apro e chiudo una parentesi: so che "te ne sei andato e allora non pubblico i tuoi dati gnè gnè gnè" fa ridere, ma vi faccio presente che la decisione di considerare debito i crediti d'imposta generati dal 110% (scatenando così un attacco speculativo nei confronti del nostro Paese) è in mano a simili bambinoni. Non c'è molto da ridere...

Spavaldi e pervicaci ci rivolgiamo quindi all'OCSE, certi che il pragmatismo anglosassone ci soccorrerà nel nostro folle intento di certificare la fine della novella Atlantide. Il sito è questo, e i dati ve li dovete andare a cercare in questo punto del menù:


(vi devo mettere la figurina di dove cercarli perché a differenza dell'Eurostat l'OCSE non consente di generare un segnalibro che punti al risultato di una ricerca specifica).

Vi offro due visioni dello stesso fenomeno (il Pil):

  1. l'indice del Pil reale (base 2015 = 100);
  2. il Pil reale pro capite espresso in una valuta comune (dollari) e a parità dei poteri di acquisto

(concetto sviscerato descrivendo il meraviglioso mondo di Lampredotto).

L'indice del Pil reale a base 2015 = 100 per i quattro "grandi" dell'Eurozona e il Regno Unito ha questo andamento:


Ovviamente gli ignoranti (il nostro caro amico Serendippo su Twitter, ad esempio) si affretteranno a dire: "Hai visto? Bagnai mente! La Spagna e la Francia sono andate meglio del Regno Unito, alla fine del grafico lo sorpassano! Disastro Breeeeeeexit!". Ma questo significa non sapere che cos'è un indice e a che cosa ci serve. Un indice ci serve a valutare la crescita di una variabile economica. Dove esso si trovi in un determinato istante di tempo non ha alcun senso. Ad esempio, il fatto che le cinque serie mostrate nel grafico si incrocino tutte nel 2015 non significa che in quell'anno Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito avessero lo stesso Pil: significa solo che l'OCSE adotta il 2015 come anno di riferimento. Quello che conta, dell'indice, è quanto è cresciuto nell'intervallo considerato, e naturalmente è cresciuto di più o chi arriva più in alto alla fine del periodo, o chi parte da più in basso all'inizio del periodo. Ad esempio, siccome UK, come la Germania, partiva da circa 90, il fatto che arrivi a circa 107 significa che è cresciuto molto più della Spagna, che è partita da 100. In effetti, per avere una visione più efficace basta ribasare l'indice a inizio periodo, andando a vedere che cosa succede si si fa pari a 100 il Pil del primo trimestre del 2010.

Succede questo:


Succede cioè che nel periodo 2010-2022 il Regno Unito, dopo un ritardo iniziale, tiene il passo con la Germania e addirittura la supera dopo lo shock della pandemia, mentre la Spagna e l'Italia, prostrate dall'austerità, restano molto ma molto indietro.

Nel 2016 non si vede nulla di comparabile a quello che accade nel 2011 in Italia (e nel 2010 in Spagna). Il fattore confondente determinato dalla pandemia non altera minimamente questa situazione.

Per approfondire questa analisi, usiamo una diversa misura, che maggiormente si presta ai confronti internazionali: il Pil pro capite espresso in una comune valuta (il dollaro) ma con un cambio che tenga conto del diverso potere d'acquisto dei salari monetari nei diversi paesi (il cambio a parità dei poteri d'acquisto). I dati sono questi:

e presi così ci dicono che il Regno Unito era ed è rimasto il secondo Paese per Pil pro capite, così come l'Italia, nel gruppo considerato, era ed è rimasto il quarto. Si vedono anche altri dettagli di cui abbiamo parlato (ad esempio, che la ripresa post-pandemica è stata più rapida in Italia che in Germania), mentre non si vedono i problemi causati dalla Brexit. Al coglione raffinato analista che nel 2016 sosteneva che in caso di Brexit  il Pil britannico sarebbe calato del 25% nel lungo periodo, vorrei far notare che visto che siamo in quel mondo lì (la Brexit c'è stata) la sua cazzata raffinata analisi implica che oggi il Pil pro capite del Regno Unito nello scenario di base (cioè in assenza di Brexit) dovrebbe superare quello tedesco... Non mi sembra uno scenario plausibile col senno di poi perché non mi sembrava uno scenario plausibile col senno di prima. Fra l'altro, non lo sarebbe sembrato nemmeno a lui! Se avessimo chiesto al coglione raffinato analista: "Secondo te il Regno Unito supererà la Germania come Pil pro capite?" (senza menzionare la Brexit), la risposta sarebbe stata: "Certamente no!"

Anche qui, comunque, esprimere i dati con base 100 all'inizio del periodo ci aiuta a individuare meglio le dinamiche di crescita dei singoli Paesi:

Si riconferma che l'austerità, a differenza del potere, logora chi ce l'ha, e che l'uscita dall'UE non ha alcun impatto visibile sulla serie del Pil trimestrale del Regno Unito. Possiamo vedere anche i tassi di crescita annuali del Pil reale, per fare una cosa meno originale e accurata (e già fatta su Twitter):

Direi che va bene così, no? Possiamo stare tranquilli: per ora il Regno Unito non è sprofondato né del 6% né del 25%, e si è tirato fuori dal COVID meno peggio di altri. Quindi passiamo oltre.

La disoccupazzione (sic)

Dice: "Vabbè, sò ricchi uguale, ma è perché ce sta a disuguajanza e a disoccupazzione..."

Non so voi, ma io mi sono rotto il cazzo provo disagio nel leggere certe analisi affrettate e superficiali. Iniziamo dal concetto meno controverso, cioè di più immediata misurazione: quello di disoccupazione. I dati sono questi:


Nel 2016 in Gran Bretagna era al 4.89%, oggi è al 3.74%, noi siamo fra l'8% e il 9%, la Spagna, citata spesso come enfant prodige (che non vuol dire figliuol prodigo) sta ancora murata sopra al 12%...

Ma esattamente di cosa stiamo parlando?

Ah, certo: forse l'isola non è sprofondata tutta: si è inclinata un po' e sono annegate solo le persone in cerca di occupazione. Altrimenti non si spiega (o si spiega con un "và a dà via i ciàp...").

La povertà

Ecco, parliamo anche di questo. I simpatici euroti come avete visto non ci informano sugli sviluppi recenti:


L'unica cosa che possiamo dire consultando il sito dell'Eurostat è che nel Regno Unito la percentuale di popolazione a rischio di povertà ed esclusione sociale era più alta prima che nei due anni successivi alla Brexit, ed era comunque considerevolmente più bassa che in Italia o Spagna (quindi magari guardare un pochinino a casa nostra lo si potrebbe suggerire alla nostra informazione...).

Sul sito OCSE troviamo i tassi di povertà:


che ci raccontano una storia analoga (notate come la serie tedesca pudicamente si interrompa nel 2019 e quella italiana nel 2018).

Quindi, esattamente, de che cazzo stamo a parlà? Della penuria di Marmite? Ma per cortesia...

(...per inciso, a chi si sentisse urtato dal rafforzativo appena introdotto, faccio notare che secondo la Cassazione si può usare, o almeno lei lo usa...)

Lo sfacelo dei conti con l'estero

Eccerto! Come può vivere un Paese senza importare auto tedesche? Beh, i dati ci dicono che vive meglio, con un minore deficit estero:


Dal -5% del 2015 il Regno Unito è passato a un saldo estero del -1.50% nel 2021, e questo, notate bene, crescendo di norma più degli altri Paesi considerati (e quindi, si presume, importando di più). Di converso, la Germania è scesa dall'8.61% al 7.39% (nel 2021, ma poi con la crisi energetica è andata sottozero).

Dettagli

Eh già, perché poi ci sarebbe anche questo dettaglio, volendo:


Dice, fa, dice: "Ma perché in questa tabbella nun ce sta la Germaggna?" Risposta: "Perché la Germaggna er petrolio nun cellà. L'Inghilterra sì."

Sipario.

(...peraltro, non è che questa debba essere per voi una gran novità: vi ho spiegato in lungo e in largo come e perché i destini delle due lire, quella italiana e quella sterlina, si siano separati quando il Regno Unito ha mandato in produzione i suoi pozzi petroliferi: qui che l'energia è importante lo abbiamo sempre saputo, così come abbiamo sempre saputo che il suo vantaggio competitivo, la Germania, lo ha pagato col carbone, cioè inquinando il Nord Europa e sfasciandosi di piogge acide pur di sconfiggere i suoi odiati nemici di sempre...)

(...voi...)

Un Paese fallito?

I numeri ora li avete visti, anzi: rivisti. Vuol dire che non me li chiederete più? No, me li richiederete. Perché? Perché non riuscite a ignorare i fottuti media. Problema mio? No, problema vostro, ma siccome siamo amici ogni tanto mi fate tenerezza.

Dopo di che, prendiamo per buona la favoletta dei giornali. Ogni tanto, difendere, o quanto meno dare per assodata, la tesi dell'avversario, è un efficace espediente retorico, come questo esilarante e amaro video ci ha illustrato. Quindi, sì, la Gran Bretagna è un Paese fallito! Favorite dal climate change, orde di locuste lo fustigano sterminandone i raccolti. L'uscita dall'UE lo ha macchiato di uno stigma irreparabile, a tal punto che gli altri Paesi del consesso civile si rifiutano di commerciare con essa, e quelli del consesso incivile non hanno nulla da venderle, sicché nei suoi supermercati gli scaffali sono desolantemente vuoti (come ci rivogano in testa i TG rifilandoci immagini di repertorio girate a Bagdad o Pyongyang): stremata dalla fame, la gente si abbandona all'efferatezza del cannibalismo, mentre iMercati, animati dal sacro furore moralisteggiante che li pervade, fanno strame dei suoi governi fantoccio.

Tutto giusto e tutto vero, bene così, un applauso ai giornalisti.

Segue però una domandina, quella che mi veniva posta qualche giorno fa da un funzionario della Commissione di cui per evidenti motivi non posso fare il nome: come mai allora la grande e potente Europona su un tema così delicato come quello del conflitto attualmente in corso alle nostre porte, è finora stata totalmente subalterna alla linea dettata da US-UK? 

Intendiamoci: a me qui non interessa valutare nel merito questa linea. Se sia giusta o sbagliata lo dirà la Storia: lasciamo ai vincitori il gradito compito di scriverla, e agli esperti di #aaaaaggeobolidiga il graditissimo compito di provare ad anticiparcela. La mia riflessione è molto più terra terra: se è vero che UK è un Paese fallito, allora EU, che a UK si compiega in politica estera, che cos'è? Un progetto fallito, "mi verrebbe da dire" (cit.). Del resto, che il "gigante economico" (ma...) sia un "nano politico" lo aveva già detto qualcun altro molto tempo fa, che l'intento francese di non abbandonare la Germania alle seduzioni dell'Oriente sia smentito dai fatti lo vediamo coi nostri occhi, ecc. ecc.

Ma magari le cose non stanno così: intanto che UK sia un Paese fallito, i dati non lo dimostrano. Ovviamente, che EU sia un progetto fallito, io non l'ho detto e non l'ho nemmeno mai pensato (giusto? Non fate i maliziosi e non diffondete voci tendenziose!).

Lasciamo quindi che ognuno si goda le sue verità, che ognuno, a partire dal PD, si goda il mondo che ha così fortemente desiderato, e noi, se abbiamo un dubbio, andiamo su stats.oecd.org. E soprattutto, col vostro permesso, di Brexit lasciamo che ciacolino i pennaioli. Noi abbiamo argomenti più seri e problematici da affrontare, e ci torneremo presto, perché a questo ragionamento manca un pezzettino...


(...Io: "Ma come facevo una volta a scrivere pagine su pagine su pagine? Adesso faccio una fatica pazzesca!" Lei: "Stai guarendo dal narcisismo." Io: "Devo trovare uno che mi contagi!"...)

sabato 11 giugno 2022

Disastro Brexit

Eggnente... la ruota gira, e ci riporta esattamente a 10 anni fa: stessa battaglia, stessa retorica, stessi protagonisti. Piccola differenza: qualcuno ha avuto (grazie a voi) l'opportunità di crescere e di progredire nella conoscenza dei fatti e delle cose. Altri no. Non sarà molto, ma non è solo una soddisfazione personale: è anche un progresso politico.

Ci pensavo leggendo questo tweet, risalente a tre anni fa, di un nostro caro amico:


Qualcuno me lo ha portato nel flusso del discorso (onestamente, non ricordo chi: era tre giorni fa a Palermo) e io mi ci sono fatto una risata sopra. A seguire, si è innescato un simpatico dibattito:


che ha molto il sapore di quelli di dieci anni or sono. Ovviamente sono andato a controllare, e:


Ops! Una iscritta pandemica!

Non l'ho ancora schiantata, non perché creda particolarmente convincente o rilevante la sua spiegazione:


(che pure sarebbe un interessante caso di studio da sottoporre a Twitter in Commissione amore - se Twitter rispondesse alla convocazione, cosa che non fa per motivi che vi ho spiegato altrove), ma perché credevo fosse più utile, visto che è passato un po' di tempo, andare a vedere insieme che cosa è successo alla Gran Bretagna ora che, oltre allo "shock" della Brexit, abbiamo avuto anche quello della pandemia.

Per farlo utilizzo il Pil pro capite a parità di potere d'acquisto, estratto dai conti nazionali trimestrali dell'OCSE, reperibili qui. Per la precisione, la variabile utilizzata è questa: HVPVOBARSA - Per Head, US dollars, volume estimates, fixed PPPs, OECD reference year, seasonally adjusted (Pil pro capite in dollari Usa ai prezzi costanti con anno base OCSE, espressi in parità di potere d'acquisto con coefficienti fissi e destagionalizzati).

I dati sono questi:


e ci dicono quello che è ovvio: ha fatto molto meno male la Brexit agli inglesi che l'austerità a noi! Infatti, mentre in occasione del 2016 non si nota alcuna visibile flessione del Pil pro capite britannico (la spezzata gialla), è immediato verificare che dal 2012 in poi, cioè dall'inizio della stagione dell'austerità, l'Italia e la Francia subiscono una flessione del Pil mentre il Regno Unito se ne va dritto per i fatti suoi. Quindi, se nel 2010 il Pil pro capite a parità di potere d'acquisto in UK e Francia sostanzialmente coincideva ed era praticamente identico alla media dell'Eurozona, con l'Italia poco sotto e la Germania molto sopra, dal 2013 si vede che l'Italia ha fatto un tuffo, tirandosi dietro la Francia e quindi la media dell'Eurozona, mentre il Regno Unito tira dritto. Si approfondisce così un divario che non viene più recuperato fino allo shock pandemico e oltre.

La possiamo mettere anche in un altro modo, rapportando alla media dell'Eurozona i Pil pro capite nazionali (tanto sono espressi nella stessa unità di misura). Otteniamo questo risultato:


che ci racconta le stesse cose in modo forse più espressivo. Cominciando da casa nostra, noi nel 2010 partivamo da un Pil pro capite vicino al 97% del valore dell'Eurozona, e da allora abbiamo perso posizioni in modo pressoché costante, con una specie di plateau fra 2015 e 2016 (rimpiangeremo Renzi?). UK e Francia erano vicini al 100%, poi UK ha decollato quando è iniziata l'austerità. Esprimendo il suo Pil pro capite in rapporto a quello dell'Eurozona vediamo che in effetti nel 2017 una flessione c'è stata: nel trimestre del referendum il Pil pro capite inglese era attorno al 104% di quello dell'Eurozona, per poi scendere attorno al 102% nel 2017, e stabilizzarsi. Si vede però che dopo lo shock pandemico la Germania ha cominciato a flettere, mentre UK ha recuperato con una relativa scioltezza (il rimbalzo della Francia però è stato più pronunciato). Sintesi: uno shock si vede (misurato in termini di Pil dell'Eurozona), ma non è così rilevante e la capacità di ripresa dell'economia britannica sembra lievemente superiore a quella di altre economie (come la nostra e forse anche la francese).

Vediamo allora i dati in un altro modo, cioè fatta pari a 100 la prima osservazione:


Qui conviene partire dalla fine: il Regno Unito (linea gialla) è il secondo Paese per crescita nel periodo fra il primo trimestre del 2010 e il primo trimestre del 2022. Quello che è rimasto più indietro è il nostro, poi c'è la Francia, poi la media dell'Eurozona, poi il Regno Unito, poi la Germania (che negli ultimi tre trimestri arranca).

I dati espressi sotto forma di indice permettono di apprezzare meglio la lieve flessione della crescita nel 2017, quella che determina l'arretramento dal 104% al 102% della media dell'Eurozona visto nel grafico precedente. Ma mi sembra chiaro come i problemi in termini di crescita siano altrove.

Povera Favoletta! La sua favoletta coincide (chissà perché?) con le esternazioni di un importante economista italiano, che però, a loro volta, non coincidono con i dati forniti da un'importante organizzazione internazionale.

Credo che scegliere non sia molto difficile, e ricordate: fino a un anno dopo la fine dello stato di emergenza (e quindi fino a tutto marzo 2023) gli iscritti a Twitter dopo il gennaio 2020 conviene bloccarli... e il termine è prorogabile!

lunedì 11 maggio 2020

Il piano B

"B" come bozza.

Come tappa necessaria del vostro percorso di riavvicinamento alla realtà, mi permetto di sottoporre alla vostra attenzione un dato che dovrebbe essere evidente: è estremamente difficile tenere segreto un documento di una minima complessità (come un decreto), per il semplice motivo che a un documento simile devono necessariamente lavorare decine di persone, che devono coordinarsi fra loro e avvalersi del consiglio di decine di altre persone.

Mi rendo conto che per voi, abituati da tempo a considerare l'esercizio del potere come atto monocratico di quella che in tavernese stretto potremmo chiamare aaaaabolidiga, vista come un unicum indistinto e animato da una singola e ben definita volontà (un po' come la Germagna o aaaaCina), questo sia veramente difficile da concepire. Dice: "Conte fa er decreto! Ma nun pò tenello pe' ssè?". Il livello, ahimè, è questo, e la democrazia deve essere veramente molto bella, se riusciamo nonostante tutto ad amarla...

Eppure, guardate intorno a voi!

Quanto è difficile mettersi d'accordo in famiglia, in coppia, o anche semplicemente con se stessi!? Ogni aggregazione umana, anche quella composta da un singolo individuo, è un coacervo di interazioni (al limite con se stessi) e di conflitti (al limite, di dissidi). Si evidenziano ruoli e posizioni distinte, che alla fine vanno espresse e mediate per venirne a una. Pensa poi quando, oltre a venirne a una, occorre anche formalizzarla, sottoporla a approvazione politica (non necessariamente in sedi formali), ecc. Quanti passaggi! E ognuno di questi passaggi è una fonte di possibili "leaks", come oggi si chiamano, tanto più in un mondo in cui il giornalismo, avendo chiaramente abdicato, per manifesta inadeguatezza, alla sua potenziale funzione di fornire analisi e prospettiva (un grafico come quello del post precedente non lo troverete mai in un giornale), si è ridotto al commérage, al pettegolezzo di vicinato, allo stenografico del buco della serratura (chi ha pensato male si vergogni!), insomma: al retroscena, e tanto più in un mondo in cui l'apparire (sul giornale) fa premio sull'essere.

Quindi qualcuno disposto a spifferare qualcosa per avere un posticino di favore in qualche trafiletto si trova sempre (e quello che fa sclerare gli operatori informativi è che invece a qualcun altro di apparire non importa proprio nulla, avendo da tempo totalmente disintermediato il rapporto con i lettori).

Su questo vorrei innestare un paio di considerazioni.

La prima è che, ovviamente, di segretezza non ha proprio senso parlare quando violarla è vantaggioso. Un caso di scuola è la tatticuccia del Governicchio, che ad ogni decreto manda in giro bozze su bozze per ottenere gratis due servizi: sui social media la correzione dei principali errori materiali, e sui media tradizionali un gigantesco sondaggio. Quello che non apprendono dalle categorie produttive che non incontrano lo apprendono dalle grida che (giustamente) si levano dai media al riscontro della sciatteria e dell'involontario (?) sadismo di certe norme.

P.Q.M.

come dicono i giuristi, io non commento mai, ma proprio mai mai mai, le bozze, e anche se ovviamente mi arrivano, e per riguardo al mio ruolo mi arrivano prima che agli altri, non le diffondo. Decreto è quando esce in Gazzetta. Da quel momento è anche legge, immediatamente efficace, ed è opportuno che da allora, non da prima, i fenomeni che ci governano e i cittadini che hanno votato i partiti di maggioranza si confrontino con la realtà. Noi non facciamo ostruzionismo, come dicono certi operatori informativi scarsamente familiari con i regolamenti parlamentari, ma da qui a chiederci di lavorare gratis per il regime credo che ne corra.

Ognuno si prenda le sue responsabilità!

La seconda considerazione l'abbiamo già svolta in occasione della Brexit. Come ricorderete, alla mia richiesta fatta nella primavera del 2016 se la Commissione stesse considerando i possibili impatti macroeconomici del dopo-Brexit, la risposta di un funzionario fu che dalla fine del negoziato con Cameron gli uffici tecnici della Commissione avevano smesso di studiare questi impatti, per il semplice motivo che inevitabilmente qualcuno del gruppo di lavoro avrebbe parlato, e così facendo avrebbe palesato il fatto che la Commissione considerava possibile la Brexit, dando un segnale politico inopportuno. La retorica politica era infatti quella negazionista, as usual: TINA (there is no alternative), abbiamo solo un piano A. Ammettere l'esistenza di un piano B (come Brexit), ovvero: considerare la Brexit come un'alternativa possibile, avrebbe indebolito sul piano negoziale la Commissione. La morale della favola la traemmo all'epoca, ed era che "organizzazioni mastodontiche sono condannate ad arrivare impreparate agli appuntamenti con la SStoria".

Questo vale sempre, e l'odierno dibattito su un decreto che non c'è dovrebbe darvene sufficiente prova.

Se per un attimo uscite dalla cornice (frame) in cui i nemici della democrazia vi hanno costretto, se per un attimo vi guardate intorno, e riportate alla scala di organizzazioni come il MEF (un singolo ministero che da solo "fa provincia", come dicono a Roma) la complessità decisionale del vostro vivere quotidiano, se cortesemente, non per fare un favore a me, ma a voi stessi, smetteste di ragionare in termini di aaaaaaboledega e ibolitisci, immediatamente comprendereste che le cose non stanno come nei modelli di quegli altri fascisti intrinseci che sono gli economisti neoclassici, modelli in cui un singolo decisore razionalmente sceglie fra una serie di contingency plans ognuno dei quali ha una ben precisa e ben nota distribuzione di probabilità.

Le cose stanno in un altro modo, stanno come le racconta Rilke nei Quaderni di Malte Laurids Brigge che vi leggevo qualche sera fa. La realtà è "indescrivibilmente particolareggiata".

E quindi?

E quindi chi vi parla di piani B nel migliore dei casi non sa quello che dice.

E anche questo dibattito lo consideriamo chiuso qui, perché non c'è molto da replicare, né da commentare. Un semplice: "Grazie, non ci avevo pensato!", o anche "Grazie, non mi ero accorto che ce lo stai dicendo da almeno quattro anni!" sarà sufficiente, ma non è necessario.


(...e nel peggiore?...)