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domenica 18 giugno 2017

Il moralismo del mainstream

Qualche sera fa, dopo un piacevole incontro con alcuni soci romani (piacevole per me, per loro non ne ho idea...) me ne sono andato col nostro tesoriere a sentire il saggio di viola da gamba di Roberta in una chiesa che vi sfido a riconoscere... ma siccome sono buono, vi do subito l'indizio risolutore (la pala d'altare). Chissà quanti di quelli che fra voi vogliono brandire uno spadone a due mani per contrastare l'invasione (?) riconosceranno il santo effigiato?



Mentre si andava, Paolo mi raccontava come mi aveva conosciuto: leggendo Le aporie del più Europa su Micromega. Da lì era arrivato al blog. Poi aveva organizzato un incontro a Milano, con grande competenza, e il resto lo sapete (siamo rimasti in contatto, quando ho deciso di creare a/simmetrie l'ho incaricato di studiare il da farsi, ecc.).

Il suo racconto promuoveva in me diverse riflessioni.

La famiglia sta crescendo, come forse vedrete. Abbiamo superato quota 4000 lettori fissi, e stiamo per superare quota 40000 follower su Twitter. Questi ultimi contano abbastanza poco: credo che almeno un terzo siano bot, e ho dato loro appuntamento al 23 agosto, quando provvederò a spidocchiare la lista (cercate di non andarci di mezzo). In ogni caso, Twitter è una fogna e una perdita di tempo: credo che lascerò perdere, tanto le notizie venite comunque a darmele qui, dove la clientela è più selezionata. Ma la riflessione che facevo era diversa: mi stupisce vedere come il messaggio continui a diffondersi, e mi rallegra ogni volta che qualcuno scrive "sono arrivato qui x mesi fa" (con x<60). Mi stupisce perché, oggettivamente, questo blog non è di facile approccio. Non è un posto per turisti né per i temi trattati, né per il modo in cui vengono trattati, né per il modo in cui la discussione viene gestita.

Eppure continuiamo a crescere.

Ovviamente sarebbe importante sapere da ognuno di voi cosa vi ha portato qui. La mia sensazione è che sia importante evitare il tipico errore "de sinistra". Ricordate Eurodelitto ed eurocastigo? Cosa mi dice il simpatico agente della polizia politica, quando lo incontro dopo il dibattito? "I nostri non sono ancora pronti". Ecco: l'errore della sinistra "de sinistra" (ma anche della destra "de destra", onestamente) è quello di voler parlare "ai nostri". A sinistra, dato che ci si basa sulla presunzione di parlare ai povery, e che grazie alle politiche implementate dalla sinistra questi sono aumentati, la cosa avrebbe anche un senso, in linea puramente teorica! Certo, se fai il politico, come Serendippo amabilmente continua a ricordarci, non importa che tu sia un cialtrone, che tu menta sapendo o non sapendo di mentire, che tu prometta sapendo che non manterrai: contano i numeri.

O no?

Secondo me no, nel senso di "non solo". Conta un po' anche come li ottieni, questi numeri. Tuttavia questa discussione è puramente accademica (e infatti non di etica voglio parlarvi, ma di moralismo). Lo è perché nonostante le torsioni autoritarie che si cercherà di imporre alla legge elettorale, per realizzare un miracolo alla francese (governare con la maggioranza assoluta avendo ricevuto l'investitura da meno di un quinto della popolazione), qui da noi alla fine è probabile che la maggioranza non l'avrà nessuno, e si assisterà al paradosso di partiti che hanno cercato di raccogliere voti dichiarando che non si sarebbero alleati con nessuno, ma che per non buttare quei voti al cesso dovranno allearsi con qualcuno (e voi sapete che io vedo un asse PD-5* come non improbabile). Ora, il punto è semplice: se nessuno ha la maggioranza, parlare "ai nostri" non basta! Bisogna parlare anche "ai loro", cioè agli altri.

In un momento in cui gli interessi di tutti (dei nostri, dei vostri e dei loro) sono conclulcati da un progetto esterno alla nostra comunità nazionale, questo non dovrebbe essere difficilissimo. Eppure è impossibile, per i politici, che sono più risk averse delle nostre care nonnine: chi lascia la via vecchia per la nuova...

In ogni caso, dal racconto di Paolo capivo che il dialogo, del quale ho la stima che ho espresso nel post precedente e che rinuncio a tradurre in metafora, se ha un valore gnoseologico nullo, tuttavia un suo valore epistemico ce l'ha: muoversi in contesti inutili è una strategia tatticamente utile perché qualcuno a casa lo si riporta sempre. Non so se ricordate il contesto del 2012. Era un contesto in cui, tanto per esser chiari, Sergio mi diceva "Alberto, non puoi dire che l'euro è fascista, non puoi comportarti come Donald!" (ora lo dice lui), e io pensavo "Certo che questi sono proprio nati collaborazionisti!" (ora credo lo pensi lui - di altri). Le cose in cinque anni sono cambiate, e io ho rivisto le mie valutazioni, ma se allora avessi ritenuto di essere "integerrimo" e di non collaborare col nemico (che tale era ed è chi non aveva o non ha ancora compiutamente compreso in che guai siamo), semplicemente non avrei scritto per Sergio e non avrei conosciuto Paolo.

Così, occasioni come Pordenone, o l'almanacco di MicroMega (dove mi è stato contrapposto a mia insaputa come antitesi un ex funzionario di Banca d'Italia - in ovvio ed evidente conflitto di interessi e in overflow di luoghi comuni - e come sintesi un economista ignoto ai repertori internazionali della ricerca scientifica), se da un lato possono sembrare limitanti o controproducenti (perché in effetti esiste il rischio di nobilitare avversari privi di competenze specifiche o di dignità scientifica), d'altra parte, secondo me, un paio di volte all'anno vanno fatte. Se la differenza esiste (ed esiste a tutti i livelli: scientifico, politico e letterario) la si vede comunque, e il mio problema non è mai convincere chi non la vede: uno così è perso in ogni caso, e se lo si acquistasse non si saprebbe cosa fargli fare. Il mio problema è offrire agli altri, a chi sente che certe parole suonano false, l'opportunità di ritrovare fiducia nell'intelletto umano e nella sua capacità di ordinare i fatti in modo coerente.

Unire i puntini, insomma: quella sensazione tanto liberatoria, che vi ha trattenuto qui.

Resta poi il problema di come aiutare chi arriva qui a inserirsi, considerando che in questo blog è stato detto praticamente tutto quello che c'era da dire, molto grazie a voi, ma in un modo magmatico e sconnesso che deve in qualche modo essere sistematizzato. Certo, si può anche suggerire a chi vuole capire qualcosa di leggersi i due libri, ma sembra sempre inopportuno. Laggente sono (giustamente, per carità!) attaccati ai soldi, e quindi se gli suggerisci di cacciarli, ti imputano immediatamente un movente venale (non avendo alcuna idea di quanto si guadagni da un libro). D'altra parte, raccapezzarsi qua dentro non è facile. Io stesso mi stupisco di aver scritto certe cose, io stesso mi chiedo: "ma come avevo fatto a capirlo!?", considerando che ora mi sento piuttosto stanco e smarrito, e capisco solo che la Germania vuole l'atomica e che bisogna comunque prepararsi al peggio...

Mentre giravo per la chiesa, una chiesa sempre chiusa, di antichissima origine, ma praticamente ignota ai turisti, incontravo, così, buttato in un angolo, il noto blogger del primo secolo:


(e pensavo: a Giessen questo lo metterebbero - forse - in un museo), anche in versione anonima:


(chissà chi l'ha cancellato...).

Roberta aveva altro a cui pensare:


Accordava, accanto alla sua maestra (che era stata mia compagna di conservatorio, quando veniva nella classe di basso continuo ad aiutarci per i saggi), ed era sufficientemente concentrata da ignorare la ricchezza di ornamentazione:


e di memorie:


che in quel luogo si erano stratificate lungo più di dodici secoli, fino al neoclassicismo (quello artistico - di quello economico parliamo dopo) compreso:




passando per il Rinascimento:


e, naturalmente, per la Controriforma:


(l'animo di Paolo si esaltava nel riconoscere un santo della sua terra...).

Poi siamo andati a cena in un ristorante oleograficamente romano (dove però - notate la congiunzione - si mangia bene), tappezzato da foto della dolce vita, delle quali una mi ha colpito:


Gervaso ignoro cosa abbia mai fatto: non l'ho incontrato. Dell'altro ho la stima che ho di Einaudi, ma mi piace qui segnalare un simpatico paradosso. La sua frase "Conosco molti furfanti che fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante" credo possa essere sottoscritta da chiunque. Fatto sta che chi la pronunciò è diventato il padre nobile di quanti in Italia hanno trasformato il moralismo in categoria politica sostenendo il frame liberista della crisi da debito pubblico.

E chi è più moralista dei liberisti?

Lo studio della produttività, al quale mi sto dedicando di nuovo dopo una parentesi, riprendendo un percorso iniziato il primo maggio del 2013, è un ottimo terreno di analisi. Mi pare che esso offra una messe di esempi su cosa sia il moralismo: è, sostanzialmente, applicare giudizi di valore diversi a fattispecie uguali. Il moralismo è sempre asimmetrico, anche perché nasce come espressione di rapporti di forza, non di tensione etica: è lo strumento col quale l'oppressore vuole fiaccare il morale dell'oppresso.

Ma veniamo alla tecnica, che a voi interessa così tanto e a me così poco.

Le spiegazioni neoclassiche della relazione fra tasso di cambio e produttività si basano su una simpatica logica darwinista (nel senso becero del termine): il risultato aggregato migliora (e quindi il paese diventa più progredito, ricco e competitivo) se gli inetti a vivere vengono tolti di mezzo. Naturalmente l'apertura dei mercati alla concorrenza internazionale è uno degli strumenti più efficaci a questo scopo. Il modello più citato in questa letteratura è quello di Melitz e Ottaviano (2008), che considera imprese eterogenee, dotate di diversi livelli di produttività. La sintesi sulle relazioni fra apertura al commercio e produttività è a p. 307:


Il commercio incrementa la produttività aggregata costringendo le imprese meno produttive a uscire dal mercato. Che poi significa chiudere. Ovviamente nel paper c'è molto di più, ma non mi sembra di averci trovato un suggerimento su cosa far fare agli imprenditori che chiudono (e ai loro operai): alla fine, se il loro sacrificio contribuisce ad alzare il voto in pagella al paese, magari sarà il caso di manifestar loro un po' di solidarietà! Ma queste considerazioni eccederebbero gli scopi del lavoro, che è un lavoro di economia, più che di politica economica.

Mi interessa sottolineare l'atteggiamento mentale: salta chi può!

Ora, figuratevi se io sono contrario! Sapete bene che questa è esattamente la mia filosofia. Infatti, io salto, perché io può (e altri molto meno; p.s.: oggi siamo 2990-esimi).

Tuttavia, se le cose stessero solo così, allora noi, con l'entrata nell'euro, che ci ha alzato l'asticella della competitività di prezzo infliggendoci una valuta sopravvalutata in termini reali, saremmo dovuti diventare più competitivi, giusto?

Ma le cose, come sapete, sono andate in modo diverso.

Una spiegazione la troviamo in questo studio, altrettanto interessante, di Tomlin e Fung (2010), del quale qui trovate la versione working paper. I due autori chiariscono che le cose sono un po' più complicate di così: non c'è solo la giusta punizione degli inetti, che il Mercato scaccia dal suo paradiso con la spada di fuoco del fallimento. C'è anche la tecnologia, che ha le sue caratteristiche. Guardate un po' come la mettono loro:

Un apprezzamento persistente del tasso di cambio reale, se da un lato "forces from the market" gli "smaller less productive plants" (l'igiene del mercato!), dall'altro, però, riduce la scala alla quale operano le imprese più grandi, che vendono di meno (a causa dello svantaggio competitivo), il che, in presenza di economie di scala, le rende meno produttive. Il risultato complessivo non si sa quale sia, perché il lavoro utilizza micro-dati. Ma una cosa è chiara: ci sono anche liberisti che Adam Smith, se non lo hanno letto (è molto difficile che ciò accada oggi, poiché Smith non è "alla frontiera della ricerca"), per lo meno lo riscrivono:


Si sa almeno dai suoi tempi, come ricordava anche Sylos Labini nel 1983, che l'innovazione (per Smith: la divisione del lavoro), e quindi la produttività, dipendono dalla scala del mercato. Un cambio sopravvalutato deprime la produttività perché impedisce alle imprese esportatrici di sfruttare le proprie economie di scala.

Questa spiegazione combacia meglio con quanto vediamo nei dati (qui due disegnini banali dal mio ultimo lavoro con Christian):


Dove il cambio va su, la produttività va giù, e non ci sono santi: i dati questo dicono, e, come vi ho appena mostrato, lo dicono anche i modelli di quelli "bravi" (cioè degli economisti liberisti, se vivono in un paese relativamente libero).

Ho assolutamente fiducia nel fatto che un domani i nostri colleghi bravi verranno a dire a noi che il tasso di cambio reale conta! Non dovrebbe costargli molto, visto che il modello per "microfondare" questa banale verità (cioè per dire una cosa semplice in modo abbastanza complicato da sentirsi intelligenti) già lo hanno a disposizione (come forse loro non sanno, perché quando sei sulla frontiera guardarsi indietro è pericoloso)!

(...apro e chiudo una parentesi per segnalare che sì, in effetti voi, dopo cinque anni di miei sforzi, se vi siete applicati un minimo ne sapete molto di più di tanti miei colleghi - e anche molto meno di altri! Tuttavia, questa non è una buona ragione per interromperli...)

Ora, so far so good. Si può sempre argomentare che i dati non forniscono un messaggio univoco, e che further empirical research is needed per verificare se il selection effect (la strage degli inetti) prevalga sullo scale effect (la compressione dei bravi). Ma questo mi interessa poco. Quello che mi interessa evidenziare è il moralismo del mainstream. Vedete: prendiamo per buono il fatto che si debba alzare l'asticella per migliorare. Prendiamo per buono che chi debba alzare l'asticella e di quanto non sia un problema politico ma tecnico, o sia un problema politico e quindi non interessi i tecnici bravi. Prendiamo per buona questa logica.

Io, ripeto, la prendo per buona perché so di potermela permettere a vari livelli e in diversi campi (divertitevi leggendo questo post... erano altri tempi, o questa recensione, fatta da un tedesco, cioè da uno bravo)!

Quello che sento di non potermi permettere (e che nessuno, in ambito scientifico, dovrebbe permettersi) è utilizzare logiche diverse a seconda della convenienza politica.

Mi spiego. Quella dell'accesso al mercato estero, del livello al quale fissare il prezzo in valuta nazionale (livello tanto più basso quanto più alta è l'asticella del cambio), non è mica l'unica asticella che l'imprenditore si trova davanti!

Quella di cui parliamo, in definitiva, è l'asticella del costo del lavoro. Se il cambio è "alto" per il paese, il costo del lavoro per unità di prodotto deve essere "basso" per l'impresa, o all'estero non si vende. Il costo del lavoro per unità di prodotto diminuisce o se lo stesso operaio produce di più, o se lo paghi di meno, e sapete benissimo quale dei due obiettivi sia più facile da raggiungere nel breve periodo (vedi alla voce "jobs act").

Ma poi c'è anche l'asticella del costo del capitale!

Applicando il ragionamento che applicano ai cambi (e più in generale ai benefici dell'apertura internazionale), i nostri amici liberisti dovrebbero dirci che siccome un tasso di interesse alto "forza fuori dal mercato" le imprese che non sono in grado di assicurare una profittabilità sufficiente al capitale investito (se i tuoi profitti sono il 2% del capitale, non puoi pagare un prestito che ti costa il 4%), allora tassi alti assicurano un incremento della produttività attraverso l'effetto selezione (la famosa spada di fuoco che stermina gli inetti). Certo, forse anche in questo caso, si può argomentare, esiste un effetto di scala: se i tassi sono alti, i consumatori non possono indebitarsi per comprare i beni prodotti. Ma su questo si tenderebbe a sorvolare, perché di guadagnare, come sapete, nel simpatico mondo dei liberisti non se ne parla, o comunque se ne parla malvolentieri...

Ora, capita che i tassi bassi li abbia portati l'euro, e che essi siano stati sbandierati come un grande vantaggio dai guitti economicamente illetterati che hanno attribuito alla finanza pubblica una crisi di finanza privata (cosa sbagliata, come ammette anche il prof. Guerrieri nel post precedente). Quindi i liberisti, per motivi puramente politici, non possono essere coerenti. Se applicassero la logica dell'asticella anche al tasso di interesse (cioè al costo del capitale), come la applicano al tasso di cambio (cioè, di riflesso, al costo del lavoro), sarebbero costretti a dire che l'euro, abbassando il costo del denaro, ha allentato il vincolo di bilancio delle aziende, e in questo modo ha abbassato la produttività media, permettendo a imprese non efficienti di stare sul mercato "a buffo" (i romani spiegheranno...).

Ora, intendiamoci: non è che la disonestà intellettuale sia una condizione necessaria: è solo sufficiente. Insomma: se tutti i moralisti che conosco sono liberisti, ci sono però anche liberisti che moralisti non lo sono, ovvero (in questo caso), che applicano anche al tasso di interesse il ragionamento che i loro colleghi "bravi" applicano al tasso di cambio. Forse non ve ne ricorderete, ma ne abbiamo già parlato, occupandoci del "dividendo dell'euro" in risposta al Biretta (uno dei tanti studenti che tornano qui a trovarmi, come il Pantegana...).

Quindi?

Quindi si arriva sempre alla solita conclusione, quella dalla quale sono partito, suscitando strali, accuse di essere divisivo, accuse di narcisismo (è un difetto?), e via dicendo: chi difende l'euro o è ignorante, o è in malafede. Fino a qui la cosa non ci interessa (cosa che continuate a non capire: anche se forse non la capiscono solo gli ultimi arrivati). Il vero, oggettivo, problema è che chi difende l'euro è anche sicuramente incoerente, e questo ci interessa per il duplice motivo che è dimostrabile (a differenza dello stato psicologico di una persona, la coerenza logica del suo ragionamento è verificabile) e che è inammissibile in ambito scientifico (contribuendo quindi a screditare la scienza economica e in questo modo la stessa possibilità di articolare un ragionamento basato sui fatti: basta vedere cosa hanno imbastito quei quattro cialtroni piddini di Le Monde quando un grafico molto simile al secondo mostrato qua sopra è stato portato nel dibattito politico francese...).

Veramente, una simile incoerenza non è inammissibile solo in ambito scientifico.

Moralismo è alzare o abbassare asticelle, e più in generale vederle, a seconda della convenienza politica. Direi di più: moralismo è lo stesso ragionare in termini di asticelle, di ostacoli da frapporre (in base a quale autorità?) all'opera dei propri simili perché questi si dimostrino degni (in base a quale metrica?) di sopravvivere. Non c'è nulla più di questo tipo di ragionamenti che sia in grado di mettere a nudo la violenza, la disumanità intrinseca nel pensiero liberista. Una violenza che non ci possiamo più permettere. Avremmo bisogno di solidarietà, di un nuovo patto sociale. Cosa ci viene offerto da chi ci governa lo vedete, sapete le responsabilità di tutti e il percorso di ciascuno.


E, per oggi, non ho altro da aggiungere...

venerdì 25 dicembre 2015

Da Ventotene boys a Chicago boys: lo spiaggiamento della sinistra

(...Diego Fusaro ha curato per Phenomenology and mind un numero speciale intitolato La filosofia e il futuro dell'Europa  - è il numero 8 del 2015 e attualmente lo trovate qui. Avendomi invitato a partecipare, ho accettato con piacere, sia per l'amicizia che ci lega, sia per la qualità degli altri partecipanti. Faccio alcuni nomi alla rinfusa, fra quelli che certamente conoscete: Habermas, Urbinati, Cacciari, Spinelli (figlia), Spinelli (padre, ristampato), Becchi, ecc. Come vedete, c'è un po' di tutto, e soprattutto c'è molto. Non sono ancora riuscito a leggere i contributi degli altri (sono in vacanza, ma la passerò lavorando, e farò anche questo), anche se, come dire, in alcuni casi non mi aspetto enormi sorprese. In ogni caso, qua sotto potrete mettere le vostre recenZioni.

Per i motivi che spiego appunto nel mio intervento, intitolato Europes paradoxe's, la mia non scelta (perché non avevo scelta) è stata di esprimermi in inglese. Mi rendo conto che questo potrebbe dispiacere ai diversamente europei che mi seguono. Chiederò, con calma, alla gentile editor della rivista, la professoressa De Monticelli, il permesso di tradurre in italiano tutto il mio contributo. Alcune cose le sapete già, e fanno parte del capitolo "Manuale di illogica europea" de L'Italia può farcela (per motivi misteriosi la nota nella quale specificavo che:

This paper draws heavily on chapter 2 of Bagnai (2014). I would like to thank, without implicating, Luciano Barra Caracciolo, Alfredo D’Attorre, Stefano Fassina, Vladimiro Giacché, Paolo Gibilisco, Paolo Ortelli, Marco Palombi, Mimmo Porcaro, for useful discussions and constructive remarks on the previous version. Christian Alexander Mongeau Ospina and Gianluigi Nico provided valuable research assistance. Erica Tuttle and an anonymous referee helped me in improving my English. Any remaining errors are mine, and I proudly acknowledge them, since they will reinforce my argument that it would be extremely difficult to build a truly democratic supranational political process in a set of countries where even academics run into difficulties when speaking the koiné language.

è scomparsa, ma va bene così). Come sapete, però, a me non piace ripetermi. In quattro anni di dibattito avrò tenuto un'ottantina di conferenze parlando sempre a braccio e non dicendo mai le stesse cose. Quindi anche in questo caso ho portato avanti il discorso, traendo spunto dal pubblico al quale mi rivolgevo, un pubblico strutturalmente piddino nel senso antropologico ben preciso che qui abbiamo dato al termine: seguaci di Etarcos, persone che sanno di sapere, e che quindi hanno fatto del rifiuto di aprirsi alle ragioni altrui un principio metodologico.

Una delle infinite sfaccettature di questa adamantina corazza è il derubricare a "mero tecnicismo", per lo più sospetto di bocconianesimo, qualsiasi richiamo alla natura economica della crisi economica che stiamo vivendo. Quindi se parli di economia sei "de destra", e soprattutto sei limitato, perché i problemi "sono ben altri" (con quella che Gadda etichettava come "pastrufaziana latitudine di visuali" e che oggi si definisce più in sintesi "benaltrismo"). Un atteggiamento che legittima il rifiuto di capire, per mera e squallida pigrizia mentale, i semplici meccanismi economici dalla cui logica (umana, come tutte le logiche, ma non per questo meno cogente) deriva la natura classista e distruttiva del progetto europeo.

Insomma: il volare "alti" consente ai nostri intellettuali, magari anche marxisti, di opporre un sereno "io pell'economia nun ce sò portato", senza che questa ammissione di fallimento cognitivo suoni come una diminutio del loro ruolo sacrale di portatori del Verbo. Già. Perché l'ethos piddino ammette che dal panorama di quello che loro chiamano "cultura", cioè dall'agglutinato e incoerente groviglio di imparaticci apodittici ed autoreferenziali defecati nelle loro auguste fauci da Scalfari e ricacati dal loro augusto ano nelle fauci dei propri allievi, da quel panorama sia esclusa la matematica, e più in generale tutto ciò che è numero (la musica, l'astronomia...). Altra cosa poco coerente con le radici della nostra civiltà (uno de passaggio: Pitagora), e che faceva molto imbestialire il Gaddus, come chi sa sa, e chi non sa non meritava, evidentemente, di sapere. Sono triviali, i nostri piddini, cioè circoscritti al Trivio, e in questo, devo dire, più che pre-novecenteschi sono pre-medievali (in piena coerenza col fatto che, senza rendersene conto, auspicano o comunque inconsapevolmente tendono a realizzare una società parafeudale, quella del capitalismo assoluto, come lo definisce Diego, il cui luogo di riproduzione culturale è appunto la "sinistra", sempre secondo Diego, cioè quella che noi abbiamo definito gens piddina, ma senza attribuirle una precisa collocazione nello spettro politico, perché di gente che sa di sapere ce n'è un po' ovunque...).

Come vedrete, la mia strategia per smontare questo atteggiamento cialtrone e odioso è quella di evidenziare come in effetti basti veramente un minimo di buon senso non dico per afferrare compiutamente i meccanismi economici della crisi (dai, diciamocelo: qui siete più di tremila, ma se avete capito in trenta è un miracolo, e questa stima dell'1% è da parte mia uno sterminato gesto di fiducia nel genere umano: lo confermano i racconti delle vostre frustrazioni, e molti dei vostri commenti sui quali non intervengo, perché sono molto stanco anch'io, e non mi sento di esortare gli altri a fare una cosa che a me pesa ogni giorno di più: studiare), dicevo: basta un minimo di buon senso non tanto per afferrare i dettagli, quanto per essere indotti in un ragionevole sospetto.

Quando due intellettuali di caratura, percorso, appartenenza così radicalmente differente come Oscar Giannino e Barbara Spinelli difendono lo stesso progetto politico, possibile non sentire una dissonanza? Quando persone appartenenti al mondo dell'alta finanza (possibilmente speculativa) si mostrano così solleciti nella difesa del potere d'acquisto dei poveracci (che va ovviamente preservato dall'inflazzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzione), non sembra anche a voi che ci sia qualcosa di strano? Certo, una possibilità (perché escluderla?) è la filantropia, ma l'altra è che siccome le categorie interpretative della realtà a voi provengono dai media, e siccome i media sono controllati da chi ha i mezzi per farlo, forse certi discorsetti su cosa sia meglio per voi riflettono l'interesse di chi paga i media, che forse (ma solo forse, eh!) non coincide esattamente col vostro. Il giuoco del calcio vi ha fatto credere di avere un interesse in comune col capitale: il trotzkista gobbo di Torino (un abbraccio, spero di rivederti presto) aveva col padrone Agnelli il comune interesse della vittoria della Juve. Ma credo che molti abbiano perso di vista che la sfera degli interessi comuni non si estendeva molto al di là del giuoco del calcio.

Resta per me misterioso come a sinistra non si capisca che aderire all'ideologia eurista significhi condannarsi ai suicidio. Attenzione! Questo fenomeno è rilevante (e preoccupante) quale che sia il vostro colore e la vostra appartenenza. In un mondo nel quale l'unico valore è la stabilità dei prezzi non c'è ovviamente posto per il sindacato. Questo perché se erigi a unico valore la stabilità dei prezzi, muovi da una visione del mondo nella quale è implicito che essa sia garantita da una Banca centrale indipendente, che quindi rimane l'unica istituzione arbitra della distribuzione del reddito. I sindacati e i partiti non hanno, in effetti, più alcuna ragion d'essere. Ora, se questo è traumatico e suicida per la "sinistra", non lo è molto meno per la "destra", e il caso Berlusconi dovrebbe averlo dimostrato. Mi sembra abbastanza evidente che come qualsiasi istituzione che pretenda di sostituirsi (o sia considerata sostituibile) al sindacato nella tutela del lavoro ovviamente cannibalizza, evira, trita, asfalta (scegliete voi) il sindacato, così qualsiasi istituzione pretenda di comprimere il ruolo della politica è ovviamente per definizione e in re ipsa nemica della politica. Il mondo delle "regole (fisse) europee" è quindi un mondo che qualsiasi intellettuale minimamente preoccupato per la tenuta della democrazia dovrebbe guardare con sospetto, salvo essere un traditore (probabilità 15%) o un completo coglione (probabilità 85%).

Così è stato finora.

Nell'articolo, fedele al mio principio merkeliano di "fare i compiti a casa", ho deciso comunque di affrontare il tema da una prospettiva progressista. Vi fornisco qui un breve estratto, che spero possa fornirvi materiale per le vostre tombole natalizie, esortandovi sempre a non entrare in polemica coi piddini. Limitatevi a dirgli, con il massimo di fermo disprezzo compatibile con la tenuta complessiva della serata, che quello che hanno da dire non vi interessa perché fra un anno, quando avranno perso il lavoro o il conto in banca, il loro discorso cambierà, e passate elegantemente ad altro. In altre parole: marcate in modo incisivo, ma non petulante, il vostro punto, in modo da evitare che gli imbecilli, dei quali il numero è infinito, vengano poi da voi a spiegarvi fra un anno cosa c'era che non andava, ma per nessun motivo rovinatevi la festa. La violenza fisica non rientra nello spettro delle scelte ammissibili: principio che qui condividiamo tutti anche perché chi non lo condivide viene subito accompagnato ai giardinetti.

E adesso, divertitevi...)





(...da Europe's paradoxes, la traduzione del paragrafo 2.3: Exchange rate flexibility and the stranding of the Left, a cura del vostro affezzzzionatissimo...)



La flessibilità del cambio e lo spiaggiamento della sinistra

Il successo del lavaggio del cervello neoliberista è incontestabile. Il suo maggior risultato è stato quello di instillare nella maggioranza degli intellettuali progressisti la “cultura della stabilità” monetaria in almeno due forme particolarmente insidiose. Innanzitutto, attraverso l’idea che i benefici delle “svalutazionicompetitive” siano illusori. Poi, attraverso l’idea che l’inflazione abbia conseguenze avverse sui redditi delle classi subalterne.
L’adesione incondizionata dei pensatori di sinistra alla Grundnorm della comunità finanziaria equivale in termini intellettuali allo spiaggiamento dei cetacei: un fenomeno tanto letale quanto difficile da comprendere. Lasciando da parte il fatto che l’infondatezza della “cultura della stabilità” è ormai posta in evidenza non solo dalla letteratura scientifica ma anche dall’esperienza concreta[1], un semplice ragionamento tattico mostra che nel mondo della “stabilità” non c’è alcuno spazio per una “sinistra” di qualunque tipo. In effetti, se la stabilità dei prezzi e del cambio sono la migliore difesa del potere d’acquisto dei lavoratori, sindacati e partiti di sinistra diventano inutili: basterà una banca centrale “indipendente”!
Questo atteggiamento suicida è spiegato da diversi riflessi pavloviani: vale la pena di smontare i più frequenti.
In primo luogo, l’Economista Keynesiano Omodosso[2] (EKO) obietta che siccome la flessibilità dei prezzi è l’unico meccanismo di correzione degli squilibri nel modello di equilibrio generale neoclassico (e in effetti è così), allora se sei keynesiano devi negare che i prezzi possano svolgere un ruolo.[3] Mi è difficile scorgere un qualche merito nell’opporre a un pensiero unilaterale come quello neoclassico una risposta ugualmente unilaterale. Ammettere che i prezzi svolgano un ruolo nel determinare le scelte economiche non è soggiacere a una ingenua fiducia nell’onnipotenza della flessibilità dei prezzi. È possibile riconoscere che i mercati molto spesso falliscono, [4] pur ammettendo al contempo che mercati distorti (cioè mercati nei quali i prezzi sono sistematicamente distorti) falliscono ancor più. Ciò è particolarmente evidente nell’Eurozona, dove gli squilibri sono esplosi dopo l’adozione della moneta unica. L’euro non ha promosso il commercio (posto che ciò sia un obiettivo sensato per un pensatore progressista): ha semplicemente riorientato il commercio a favore dei paesi più forti (Berger e Nitsch, 2008), e questo decisamente non è un obiettivo sensato per un pensatore progressista, soprattutto quando si consideri che le classi subalterne dei paesi forti non hanno beneficiato di questo risultato; come prova, si consideri l’incremento della disuguaglianza in Germania (Kai e Stein, 2013).
In secondo luogo, l’EKO vi opporrà che Keynes era un sostenitore dei cambi fissi, come dimostra il ruolo da lui svolto alla conferenza di Bretton Woods, e quindi un keynesiano deve essere in favore dei cambi fissi. Ma questa è una grossolana falsificazione storica. Keynes non è stato il creatore del regime di Bretton Woods: al contrario, è stato lo sconfitto della conferenza di Bretton Woods. Keynes non aveva proposto un sistema di cambi fissi basato sul dollaro e privo di meccanismi correttivi. Aveva invece proposto un sistema basato su una valuta internazionale emessa da una banca mondiale, in cui sia i paesi in deficit che quelli in surplus avrebbero pagato interessi sulle proprie posizioni nette verso l’estero (Fantacci e Amato, 2012). Il motivo per costringere i creditori a pagare (anziché incassare) interessi sui propri crediti netti verso l’estero era l’idea che ciò avrebbe costretto i creditori a spendere la liquidità internazionale che avevano guadagnato, invece di accumularla, aiutando per questa strada i paesi in deficit a superare i loro problemi. L’EKO perde di vista che nel mondo di Keynes la Germania oggi pagherebbe diversi miliardi di euro a una ipotetica banca del mondo, come interessi sul suo gigantesco surplus esterno. Ma questo era il sogno di Keynes, un sogno destinato a non diventare realtà per il semplice motivo che sarebbe politicamente impossibile costringere un grande vincitore sui mercati globali a rispettare le regole di una simile banca del mondo.[5] Nella sua teoria (ad esempio, nel Tract on monetary reform; Keynes, 1923) e nel dibattito politico (ad esempio, in The economic consequences of Mr. Churchill; Keynes, 1925), Keynes è decisamente favorevole alla flessibilità del cambio. Quindi, se proprio dobbiamo considerare il keynesismo come una religione (cosa che personalmente sconsiglierei), l’EKO farebbe meglio a riconoscere che il suo profeta era contro un sistema di cambi fissi non regolato (cioè privo di meccanismi istituzionali di correzione degli squilibri diversi dal meccanismo di mercato consistente nella deflazione salariale, o svalutazione interna che dir si voglia).
In terzo luogo, la maggior parte degli EKO appone alla svalutazione lo stesso giudizio morale negativo che emetterebbe qualsiasi economista neoliberale. Entrambe queste categorie di economisti considerano la svalutazione come l’equivalente economico della masturbazione: qualcosa che fornisce un sollievo temporaneo senza risolvere il problema (sia esso la crescita economica o demografica), e quindi causa difficoltà strutturali (inflazione o cecità, a seconda dei casi). Così facendo, sia gli EKO che i neoliberisti fanno prova di una attitudine sospettamente unilaterale. Più precisamente, questa strana armata Brancaleone si rifiuta sistematicamente di riconoscere che la svalutazione di qualcuno è per definizione la rivalutazione di qualcun altro. Eppure, questo fatto suscita una serie di questioni particolarmente interessanti. Ad esempio, se la svalutazione è così vergognosa e ti rende povero, la rivalutazione dovrebbe essere gloriosa e renderti ricco. Ma allora, perché i paesi sono così riluttanti a rivalutare le proprie valute? Se i benefici della svalutazione sono transitori, perché la Germania ha desiderato così ardentemente di adottare una valuta così chiaramente sottovalutata rispetto al marco tedesco? Questa visione stereotipata, unilaterale, è confutata dal ragionamento economico, secondo il quale la flessibilità del cambio può avere effetti duraturi sulla crescita economica di lungo periodo. Sappiamo fin dai tempi di Adam Smith (1776) che la divisione del lavoro, e quindi la produttività, dipendono dalle dimensioni del mercato. Più tardi Verdoorn (1949) ci ha confermato che in un mondo di rendimenti crescenti la produttività è influenzata positivamente dalla domanda. In effetti, a che ti serve essere più produttivo, se ti aspetti che i beni da te prodotti non verranno acquistati? Dixon e Thirlwall (1975), basandosi sulla legge di Verdoorn (1949) e sul concetto di causazione circolare e cumulativa di Gunnar Myrdal (1957), hanno proposto un modello nel quale gli shock di domanda hanno effetti duraturi sulla produttività e quindi sulla crescita di lungo periodo di un paese. Per i profani: una svalutazione, dato che aumenta le dimensioni del mercato (perché promuove le esportazioni e scoraggia l’acquisto di beni esteri, cioè le importazioni), può avere effetti permanenti sulla produttività di un paese, innescando un circolo virtuoso di maggiore competitività – quindi maggior accesso ai mercati esteri, quindi maggiore produttività. Questo modello ha avuto un riscontro empirico schiacciante negli ultimi quattro decenni (Thirlwall, 2011). Naturalmente, questo circolo può essere percorso anche nella direzione opposta, quella “viziosa”: una rivalutazione, comprimendo le esportazioni di un paese, può avere effetti avversi duraturi sulla sua produttività e competitività. In Bagnai (2015) mostro che l’euro ha posto l’Italia in un circolo vizioso di questo tipo. Insisto sul fatto che questo ragionamento appartiene alla più schietta tradizione keynesiana (Myrdal e Thirlwall sono fra gli economisti keynesiani di maggior spicco nel dopoguerra).
In quarto luogo, c’è stato un tempo in cui gli economisti keynesiani erano capaci di andare oltre l’interpretazione unilaterale degli aggiustamenti di cambio come svalutazioni “competitive”, ovvero come pratiche scorrette intese ad attaccare i concorrenti. In effetti, i riallineamenti del cambio possono avere un valore difensivo, in quanto risposta fisiologica alle aggressioni perpetrate da partner commerciali scorretti tramite politiche non cooperative, come il dumping sociale (politiche dei redditi restrittive praticate per comprimere il costo del lavoro). James Meade (1957), premesso che “il pieno impiego è più importante per l’Europa della liberalizzazione del commercio”, aveva ammonito molto tempo fa che
Se i governi nazionali europei useranno la politica monetaria e di bilancio per obiettivi di stabilizzazione interna – se, ad esempio, nonostante la loro attuale situazione di surplus della bilancia dei pagamenti le autorità tedesche vorranno continuare a usare la loro politica monetaria per prevenire l’inflazione – […] bisognerà far più ampio ricorso all’arma della variazione del tasso di cambio.
L’esempio scelto da Meade è piuttosto eloquente. In un mondo di tassi di cambio aggiustabili le politiche dei redditi aggressive praticate dalla Germania tramite le riforme Hartz (ILO, 2012) sarebbero state controproducenti perché avrebbero determinato un apprezzamento della valuta tedesca in risposta all’enorme surplus determinato dalla compressione dei costi di lavoro in Germania. Viceversa, la risposta a questo squilibrio è arrivata attraverso la disoccupazione competitiva, in una Unione Europea nella quale un commercio libero, ma unidirezionale, è più importante del pieno impiego.
In quinto luogo, la strategia dialettica abituale dell’EKO consiste nell’invocare prospettive più ampie, mettendo in evidenza, ad esempio, che ci sono casi di governi “neoliberali” i quali praticano politiche di austerità pur in presenza di cambi flessibili. Ma nel loro caso l’austerità è una esplicita scelta politica. Viceversa, con cambi fissi, o in una unione monetaria, l’austerità diventa una necessità logica, perché nel breve termine l’unico meccanismo di aggiustamento a disposizione dei paesi deboli (nel senso di essere sia tecnicamente fattibile che politicamente proponibile) è la svalutazione interna. Il messaggio di Meade è sempre attuale. Un sistema economico ha bisogno di un certo grado di flessibilità che lo isoli in qualche misura dagli shock esterni. La flessibilità del cambio isola i mercati del lavoro interni dalle politiche dei redditi dei paesi esteri (fra l’altro). Di conseguenza, non ha senso biasimare l’austerità mentre si loda la moneta unica. Come scrive Keynes (1925), condannando il feticismo di Churchill per il gold standard, “chi vuole il fine vuole i mezzi”: se il tuo fine è mantenere la moneta unica (l’equivalente moderno del fissare il cambio aureo a una parità sopravvalutata), il mezzo sarà la svalutazione interna, con taglio dei salari. Se non sei disposto a considerare la svalutazione della moneta, sarai costretto a svalutare il lavoro, cioè la vita umana. Questo è quanto sta accadendo oggi in Europa in termini raramente sperimentati nell’epoca contemporanea.
In sesto luogo, l’EKO vi dirà che i cambi fissi sono benefici in quanto evitano guerre valutarie. Ma anche questo argomento è insensato per diverse ragioni. Intanto, le tensioni economiche devono trovare uno sfogo, e la storia ci insegna che se questo non accade con le forze dell’economia, accadrà con le forze armate. Nel bel tempo andato del gold standard, all’apogeo del principio della “stabilità monetaria”, la politica commerciale veniva fatta con le cannoniere. Non vi è alcun motivo per presumere che un regime di cambio che favorisce l’accumulazione di squilibri possa condurre a un mondo più pacifico. Al contrario: i riallineamenti difensivi del cambio sono un’arma efficace contro politiche aggressive, o almeno non coordinate, e in quanto tali hanno un potere deterrente che favorisce un atteggiamento cooperativo fra paesi. Sarebbe difficile contestare che l’Europa fosse più cooperativa prima dell’adozione dell’euro. Inoltre, ciò che definisce una guerra valutaria è la svalutazione da parte di un paese che si trova già in surplus (e quindi che opera con lo scopo, o quanto meno con le conseguenze, di espandere questo squilibrio).[6] Ma questo è esattamente quanto sta accadendo oggi nell’Eurozona per colpa dell’euro! Lo scopo del rapido indebolimento dell’euro rispetto al dollaro è esattamente quello di dare un po’ di respiro ai paesi dell’Europa del Sud, schiacciati dalla necessità di deflazionare i propri salari rispetto a paesi del Nord dell’Eurozona. In effetti, portando l’euro verso la parità col dollaro, in una situazione nella quale l’Eurozona presenta il surplus estero più grande al mondo, l’Europa sta muovendo una guerra valutaria agli Stati Uniti. In altri termini, assistiamo a un altro paradosso rivelatore: stiamo combattendo una guerra valutaria per salvare l’euro che avrebbe dovuto preservarci dalle guerre valutarie.
Questa lista parziale di falsi storici, contraddizioni logiche, e ragionamenti economici superficiali, dovrebbe dare al lettore un’idea di quanto sia stata vittoriosa l’ideologia neoliberista nel condurre la sinistra europea in un vicolo cieco. La mia sintesi non è che il cambio flessibile sia una panacea. Quello che a me preme sottolineare è che la distribuzione del reddito, sia fra le nazioni che all’interno di esse, è sempre il risultato del conflitto fra le forze sociali di produzione, e che non esiste alcuna evidenza che in un mondo dominato da regole economiche fisse (siano esse monetarie, fiscali, o di qualsiasi altra natura) questo conflitto sarà più equilibrato – soprattutto perché le regole sono per definizione stabilite dalla classe sociale dominante. Come prova indiretta, ma a mio parere decisiva, di questo fatto, vi esorto a constatare che le regole fisse di politica economica sono state il mantra della rivoluzione neoliberale negli Stati Uniti, prima di diventare, in modo più o meno consapevole, il mantra di una componente significativa della sinistra europea.[7] Da “Ventotene boys” a “Chicago boys”: sic transit gloria mundi.

Bibliografia
Bagnai, A. (2011) “Crisi finanziaria e governo dell’economia”, Costituzionalismo.it, Fascicolo 3.
Bagnai, A. (2015) “Italy’s decline and the balance-of-payments constraint: a multicountry analysis”, International Review of Applied Economics, DOI: 10.1080/02692171.2015.1065226
Berger, H. and Nitsch, V. (2008) Zooming out: The trade effect of the euro in historical perspective,” Journal of International Money and Finance, 27(8), 1244-1260, disponibile come CesiIFO Working Paper.
Dixon, R., and A. P. Thirlwall (1975) “A Model of Regional Growth-Rate Differences on Kaldorian Lines.” Oxford Economic Papers, 27(2), 201-214.
Draghi, M. (2015) “Structural reforms, inflation and monetary policy”, introductory speech by Mario Draghi, President of the ECB, at the ECB Forum on Central Banking, Sintra, 22 May 2015.
Fantacci, L., and Amato, G. (2012), Come salvare il mercato dal capitalismo, Roma: Donzelli.
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Kai, D. S. and Stein, U. (2013 “Explaining Rising Income Inequality in Germany, 1991-2010,” IMK Studies 32-2013, IMK at the Hans Boeckler Foundation, Macroeconomic Policy Institute.
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Smith, A. (1776) An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, modern edition 1904, London: Methuen & Co.
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Verdoorn, P.J. (1949) “Fattori che regolano lo sviluppo della produttività del lavoro.” L’Industria, 1, translated in Pasinetti, L. (ed.) Italian Economic Papers, vol. II, Oxford: Oxford University Press, 1993.
Werner, R.A. (2014) “Can banks individually create money out of nothing? The theories and the empirical evidence”, International Review of Financial Analysis, 36, 1-19.


[1] La “cultura della stabilità” si appoggia su due proposizioni teoriche: (1) la moneta è esogena (cioè perfettamente controllabile dalle autorità monetarie), e (2) la moneta causa l’inflazione (ricordate la precedente discussione sul ruolo della curva di Phillips). Entrambe le proposizioni sono confutate dalla ricerca e dall’evidenza empirica recenti. La visione prevalente oggi è che la moneta sia creata dal sistema bancario ogniqualvolta viene accordato un credito ad un agente economico. Di conseguenza, la sua quantità dipende da un gran numero di fattori endogeni e non è perfettamente controllabile dalla banca centrale. Tanto le banche centrali (McLeay et al. 2014) quanto gli accademici (Werner, 2014) concordano su questo punto. Come evidenza indiretta, andrebbe notato che la BCE non è mai stata capace di mantenere la creazione di moneta vicino al tasso di crescita stabilito del 4% l’anno. Quanto alla relazione fra creazione di moneta e inflazione, basterà considerare che i 1000 miliardi di LTRO deliberati dalla BCE nel 2011 hanno avuto come risultato una evidente deflazione. Dopo un simile fallimento, perfino Mario Draghi (2015) ha ammesso che le banche centrali non possono controllare l’inflazione senza l’aiuto dei governi (cioè delle politiche di bilancio).
[2] Con il termine “omodosso” ho qualificato in Bagnai (2011) chi aderisce al pensiero unico neoliberista. Molti keynesiani, per quanto, come vedremo, a loro insaputa, ricadono purtroppo in questa categoria. In questa sezione faccio riferimento esplicito agli economisti keynesiani (sia neo- che post-keynesiani), ma i riflessi pavloviani che analizzo descrivono accuratamente l’atteggiamento di una gamma piuttosto ampia di economisti pseudoprogressisti, che comprende anche alcuni economisti marxisti o neoricardiani. Molti lettori riconosceranno i loro argomenti, perché sono ampiamente adottati nel dibattito pubblico, ma va detto che gli stessi economisti che li adottano in pubblico sono piuttosto cauti nell’adottarli nei loro lavori scientifici (sostanzialmente perché questi argomenti non sono basati su solide fondamenta scientifiche, e quindi ricorrere ad essi li squalificherebbe). Ne consegue che, per quanto familiari questi argomenti possano sembrare al lettore, è praticamente impossibile trovare per essi dei riferimenti adeguati nella letteratura scientifica. Duole constatare che intellettuali si presentino nel dibattito con chiacchiere da bar, ma questi sono i nostri tempi.
[3] Ricordate che il tasso di cambio è un prezzo: il prezzo di una valuta in termini di un’altra.
[4] Per inciso, nella parte precedente del lavoro ho cercato di spiegare come la crisi dell’Eurozona dipenda da un colossale fallimento del mercato, e non dalla prodigalità dei governi, e vi ho ricordato che anche la BCE è dalla mia parte.
[5] Prova: gli Stati Uniti, che dopo la Seconda Guerra mondiale si aspettavano di essere il più grande paese esportatore, perché la capacità produttiva del resto del mondo era stata sgretolata dalla Guerra, rifiutarono la proposta di Keynes. QED.
[6] Può essere utile ricordare che a ogni squilibrio positivo della bilancia dei pagamenti deve corrispondere uno squilibrio negativo altrove (se c’è un esportatore netto, ci deve essere almeno un importatore netto). Di conseguenza, un paese che scatena una guerra valutaria sta, per definizione, costringendo almeno un altro paese a indebitarsi con l’estero.
[7] Tanto per fare un esempio semplice ma estremamente eloquente, l’obiettivo fisso di crescita al 4% di M3 adottato dalla BCE è un’applicazione della regola del k% di Milton Friedman (1960). Anche astraendo dal fatto che questa regola è basata sulla teoria oggi screditata della moneta esogena, c’è da chiedersi come economisti progressisti possano sentirsi a proprio agio in un mondo così profondamente strutturato secondo l’ideologia dei Chicago boys, il cui contributo più famoso alla politica economica è stato il progetto delle riforme economiche nel Cile di Pinochet.