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lunedì 7 marzo 2016

I goti, i siriani, e la Cina

(...home, sweet home. Frate Alberto è nella sua cella, al quinto piano della facoltà. Sotto, quattro piani deserti e, come oggi si dice, allarmati, non nel senso che siano in allarme, ma nel senso che sono sotto allarme. Come facilmente immaginate, sono molto meno connesso qui che in Cina, e ne approfitterò per disintossicarmi. Da fare ce n'è: devo completare il paper sull'uscita dell'Italia; devo fare la revisione di un benza paper esteso, più un altro sul mercato USA; devo occuparmi con Arsène di un simpatico modellino kaleckiano centro-periferia; devo occuparmi con Anh-Dao della relazione fra diversificazione dei prodotti e crescita di lungo periodo nelle economie in via di sviluppo; e poi ci sarebbero anche due o tre libri da scrivere. Riuscirò a fare un decimo di tutto questo, ma sarà sufficiente. Intanto, per tenervi occupati, vi sottopongo un commento del nostro porter. Se c'è uno storico in sala, sarei lieto che intervenisse a dirci se le cose stanno come le rappresenta Barbero, che sulla carta non mi sembra l'ultimo arrivato...)


porter ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La crescita del 2015: alla guerra dei decimali per...":

Consiglio la lettura di "9 agosto 378 il giorno dei barbari" di Alessandro Barbero, Laterza.
Illuminante stabilire le analogie con la situazione odierna: quella sì che non fu un'invasione, ma una migrazione permessa, anzi favorita dall'Impero.
Barbero ricorda come tutta la corte e l'alta burocrazia imperiale fossero consapevoli dell'assoluta necessità di braccia per l'agricoltura e per l'esercito che l'Impero, in crisi demografica, non riusciva più a trovare al suo interno.
La varie tribù di Goti, guidate da Fritigerno, sotto la pressione degli Unni, implorarono l'imperatore di accoglierli, disposti a servire nell'esercito e a coltivare le terre del demanio: molti Goti già servivano nell'esercito, e poiché erano buoni soldati, Valente ne aveva radunati parecchi in Siria per una progettata campagna contro i Parti.
Fu la flotta del Danubio a traghettarli, e Valente ordinò di allestire campi e prevedere rifornimenti per accoglierli, in attesa di destinarli all'interno dei territori dell'impero.
A fronte del magnanimo messaggio dell'Impero che sarebbe stati accolti e sfamati, tutte le tribù (anche quelle che non avevano negoziato con l'Impero il passaggio del fiume), si precipitarono al fiume.
La pressione era tale che i traghetti non erano sufficienti e molti si avventurarono nell'attraversamento del Danubio su mezzi improvvisati, con relative tragedie (ricorda qualcosa)?
La solita storia di castacriccacoruzzzzione intorno all'accoglienza dei "profughi" (ricorda qualcosa?) e l'aperta ostilità della popolazione romana della Tracia causarono prima il malcontento e poi l'aperta rivolta dei Goti, quindi Adrianopoli ecc. ecc.
 

Verstanden, Fräulein?
Postato da porter in Goofynomics alle 7 marzo 2016 18:10 


(...cosa c'entrino i siriani coi goti a questo punto dovreste averlo capito. Se Barbero ha ragione, e non vedo perché non dovrebbe averne, visto che questa roba qui si trova anche sui libri di scuola, nonché su Wikimm... pedia, allora qualcuno, ad esempio la nostra Angela, dovrebbe farsi una domanda e darsi una risposta. Ci sono almeno due lezioni di ordine generale da trarre da questo resoconto, lezioni che mi permetto da non storico di sottoporre al vaglio degli storici che qui pullulano - oltre agli arrotini come quello di Kalergi o quello di Friedman visti nei post precedenti.

La prima è che la storia ha lezioni da darci (oltre a quella che gli uomini queste lezioni non le imparano: ma il compito di non impararle possiamo lasciarlo agli altri: noi siamo gli happy few). Si suole dire che la storia si ripete, ma non credo sia corretto metterla così. Mi sembra più costruttivo far notare che l'uomo "storico" - per distinguerlo da quello "preistorico", cioè quello del quale sappiamo quello che riusciamo a capire con metodi da CSI - non è poi cambiato così drasticamente negli ultimi 3000 anni, che sono, come credo sappiate, a spanna, una cosa intorno al 2% della sua vicenda terrena. Ad esempio: noi parliamo di "rivoluzione industriale", e certo che all'inizio del XIX secolo la tecnologia ha cambiato la nostra esistenza - avevo appena iniziato il libro di Galbraith padre, "La società opulenta", ma l'ho lasciato a Roma perché pesava troppo: chi l'ha letto sa perché lo cito in questo contesto. Tuttavia, anche ora che ci sono le macchine servono braccia, esattamente come servivano, a maggior ragione, quando le macchine non c'erano, e le strutture economiche vedevano un peso preponderante del settore primario. Quindi questo dato non è cambiato, come non sono cambiate, par di intuire, le dinamiche attraverso le quali i sistemi maturi, che hanno bisogno di forza lavoro, si mettono nei casini cercando di attirarla dalla loro periferia. Chissà se Angelina sa la storia di Adrianopoli?

La seconda lezione che mi permetto di sottoporre alla vostra attenzione - e che, se interiorizzata, ci eviterebbe tante, ma tante chiacchiere da bar a proposito de "la Germagna/la Merika/er Bilderbegghe che non ce lo farà fare" e via minchieggiando, è che la storia è non lineare. Questa la capisce solo l'intersezione - prodotto logico - degli insiemi degli storici e dei matematici, che rischia di essere un insieme non molto più abitato della facoltà a quest'ora. Ma qualcuno capirà. Per chi non rientra nell'intersezione, mi limito a ricordare cosa mi ha detto Jacques Sapir dell'URSS negli anni '80: "Tutti sapevano due cose: che il sistema non poteva funzionare, e che sarebbe durato per sempre".

Chiaro?

E la Cina che c'entra? Bè, la Cina c'entra sempre, è come il prezzemolo. Quando vogliono impedirvi di leggere nella Storia la nostra storia vi dicono che "oggi è diverso, oggi c'è la Cina". Da oggi, però, voi potrete rispondere: "Ma ieri c'erano i Goti. E succedeva esattamente quello che succede adesso. So what?")