domenica 16 febbraio 2020

Democrazia e trilogo

Guardatevi questo video:


Intanto, una semplice considerazione.

Da noi una satira così fattuale e spigliata su temi simili sarebbe semplicemente impensabile, ed è esattamente per questo che siamo una colonia. Senza nominare i nostri giullari di regime, tutti diritti (in)civili e distintivo, che sul tema sono non pervenuti semplicemente perché non ci arrivano, vi lascio solo immaginare il corruccio che dall'Olimpo delle nostre istituzioni calerebbe su noi poveri mortali: roba da far sembrare l'Iliade di Monti un romanzo di Jerome K. Jerome (con la K di Klapka, nel caso qualche ggiornalista tanto colto quanto sensibile vi veda un ammiccamento al Ku Klux Klan). Come minimo, l'AGCOM, quella che tollerò senza fiatare becere menzogne sulla realtà della crisi greca (eh sì, è ancora quella, di proroga in proroga...), comminerebbe (indipendentemente, ça va sans dire...) una bella multa milionaria a chi osasse tanto (sempre che prima qualche Commissione contro l'odio non fosse intervenuta).

In Germania si può fare satira, in Italia no, e quindi non la si fa.

In Germania, del resto, si può fare anche politica, e quindi la si fa (e i responsabili dello sfascio dell'Europa, cioè i pasdaran del progetto unionista, cominciano a pagare seriamente pegno), mentre da noi qualsiasi manifestazione di dissenso viene criminalizzata come odio e deferita alla psicopolizia (un esito che, per quanto da noi ampiamente previsto, costituisce un lieve ostacolo a una sana dialettica democratica. A proposito, non mi ricordo se vi ho detto che sono membro della Commissione Segre...).

Le considerazioni che precedono hanno la loro importanza, ma quello che più mi colpisce del video non è tanto la dimensione satirica, giocata su una chiave piuttosto ovvia, qui da noi ottimamente interpretata dal Pedante con la sua serie su Maria Antonietta, quanto quella pedagogica. Si dice che Pulecenella pazzianno pazzianno dicette 'a verità. Appunto. Anche Die Anstalt, pazzianno pazzianno, fornisce una spiegazione assolutamente perspicua di come funzionino le istituzioni europee. Perspicua, naturalmente, nei limiti in cui può esserlo la spiegazione di una cosa messa su apposta per non poter essere capita.

Il video non cita lo strano caso del dottor Ecofin e del signor Eurogruppo, di cui in questo blog ci occupammo anzitempo (qui, tradotto qui), ma l'omissione è del tutto scusabile con la volontà di attenersi al quadro complessivo, senza entrare nelle filiere tematiche, e in particolare in quella economica, per quanto importante sia. Quando di questo caso ce ne occupammo noi il tema era molto meno popolare di quanto lo sia diventato adesso, tanto da suscitare perfino l'attenzione della nostra amica Durchsichtigkeit International, che è arrivata con un bel ritardo di quattro anni su Goofynomics a porsi la nostra stessa domanda: who governs the euro area? (e se se la pone un'emanazione del capitalismo tedesco questa domanda ha un peso ben diverso da quando ce la ponevamo noi), e da promuovere negli addetti stampa di Bruxelles una riflessione piuttosto radicale sulla necessità di abolire l'Eurogruppo (è già, ci sono arrivati anche loro, i mitici giornalisti anglosassòni - a me piace pronunciarlo così, come lo avrebbe pronunciato Alberto Sordi doppiando Ollio, soprattutto dopo certe performance all'ultimo "Euro, mercati, democrazia"...).

Ma noi dell'Eurogruppo parlavamo già cinque anni or sono perché noi avevamo letto il libro scritto sei anni fa da Giandomenico Majone: Rethinking the Union of Europe Post-Crisis. Noi siamo già da cinque anni sull'agenda cui i mentecatti (cioè tutti gli altri: duole dirlo, ma è fattuale) arrivano solo oggi, quella dell'irrazionalità e dell'opacità della costruzione europea, ed è per questo che la nostra analisi è più avanzata e credibile: perché quando gli altri erano ancora nella fase della negazione, noi eravamo già in quella dell'accettazione della realtà, che è il presupposto necessario per un reale cambiamento.

Tuttavia, credo di non avervi mai parlato del trilogo, che, ve lo confesso, ho sentito menzionare la prima volta da quando sono parlamentare: sarebbe un incontro informale fra la Commissione, il Consiglio e il Parlamento (le tre teste del Cerbero legislativo europeo), in cui si raggiunge un accordo politico, che deve poi essere confermato nelle rispettive sedi formali. Fra trilogo e procedura legislativa ordinaria esiste quindi lo stesso rapporto che fra Eurogruppo e Ecofin: c'è una sede opaca in cui si decide, e una sede trasparente in cui si fanno timbri, ceralacche e family photos. Sussistono però due differenze. La prima, ovvia, è che l'Eurogruppo (sede informale di decisione del Consiglio dell'Unione Europea) esiste solo nella filiera economica, o almeno spero. La seconda, meno ovvia, è che, a quanto ne so io, l'Eurogruppo è almeno normato da un protocollo (il che rende ancora più ambigua la sua posizione di organismo "formalmente informale"), mentre il trilogo no. Non mi risulta, ma se sbaglio mi corrigerete, che i Trattati menzionino il trilogo, tant'è che nello spiegone ufficiale sulla procedura legislativa non se ne fa cenno. In effetti l'art. 294 TFUE parla del Comitato di conciliazione, che qualcuno, per confondere le acque, chiama trilogo formale, ma che è un'altra cosa. Protocolli sul trilogo non ne ho visti, ma sarà un limite mio. La sintesi quindi è che in un progetto politico che è principalmente un progetto economico tutte le decisioni hanno un momento di opacità (il trilogo), ma quelle economiche ne hanno due (Eurogruppo e trilogo)!

Naturalmente questo modus operandi non lascia tutti molto soddisfatti. A titolo di esempio, qualcuno (per fortuna, mi piace sottolinearlo, un italiano) ha trovato fastidioso che nel mitologico "documento a quattro colonne" del trilogo la quarta colonna, quella che descrive il compromesso raggiunto dalle tre teste di Cerbero, sia segretata. Ne è sorto un interessante dibattito, anche perché il Tribunale dell'Unione Europea ha dato ragione al ricorrente (i dettagli sono qui).

Quella della trasparenza, come sapete, è una battaglia che ho fatto mia da quando, ignorando buona parte di quanto vi ho raccontato oggi, mi trovai di fronte una certa persona, un certo giorno, in una certa stanza, che mi disse, a proposito di un certo Trattato, che io non potevo visionare le bozze della sua riforma nonostante il premier mi avesse chiesto di farlo perché queste bozze erano segrete (peraltro, questa segretezza è una fandonia, ma di questo parleremo dopo le prossime elezioni).

Intanto, sintetizzo quello di cui abbiamo parlato oggi con le parole di un mio amico giurista:

"mettiamo in piedi un sistema che per numero di stati, maggioranze qualificate, organi, competenze, procedure, etc. è così complicato e farraginoso che il rischio di incepparsi è la regola... quindi per risolvere questo problema di "efficienza decisionale", ci inventiamo dei luoghi "informali", dove prendiamo le decisioni (il trilogo; l'eurogruppo). Cioè: noi viviamo (?!) in un sistema in cui due fra i principali (o forse proprio i principali?) organi decisionali sono "informali". LETTERALMENTE MILLENNI DI CIVILTA' GIURIDICA BUTTATI NEL CESSO. Per i posteri: si direbbe che sia diventato un luogo decisionale così preminente esattamente perché è informale."

Siete d'accordo, vero, che Zingaretti, quando blatera di democrazia, e di Lega pericolosa per la democrazia perché nemica dell'Europa, fa solo tanta tenerezza?

Hanno sostenuto e caldeggiato una mostruosità giuridica che non ha capo né coda, la accettano supinamente, senza adoperarsi per darle un senso (che a mio avviso non può avere: ma è solo cercando di darglielo che lo rendi evidente...), e saranno spazzati via per questa loro incoscienza da apprenti sorcier. Incoscienti pericolosi per la loro inconsapevolezza, e per la loro fredda e lucida determinazione a etichettare come odio qualsiasi tentativo di promuovere consapevolezza, ma in fondo patetici nelle loro insanabili contraddizioni e nel loro tentativo di sopravvivere contro il vento della Storia, che ormai definitivamente spira in direzione a loro contraria. Il 2018 non avrà risolto molto, e nessuno si aspettava, credo, che potesse risolvere tutto, ma ha dato a molti la voglia di partecipare e la speranza di potersi autodeterminare. Questa è la battaglia che qui abbiamo sempre combattuto, e questa battaglia non è stata persa. Per la differenza fra battaglia e guerra vi rinvio comodamente a un qualsiasi dizionario: vanno bene anche quelli dei piddini (che loro leggono senza capirli).

sabato 15 febbraio 2020

Crescita

Ne abbiamo parlato spesso, parliamone anche oggi. Negli anni risalenti abbiamo appreso con amarezza che essere "de sinistra", qui da noi, significa essere antipatriottico. La porca rogna di vedere il paese devastato purché l'avversario politico sia in difficoltà non si riesce a estirpare da quelli che si sentono migliori degli altri per il controvertibile motivo che credono di aver vinto una guerra che il Paese ha perso. Ormai l'abbiamo capito, e ce ne siamo fatti una ragione (almeno io). Nel 2018, quindi, mentre il Governo che sostenevamo fingeva di impostare una manovra anticiclica (nei limiti in cui glielo consentivano gli infiltrati di Bruxelles, da Conte in giù), sotto il cannoneggiamento dei nostri fratelli europei e dei loro media "anglosassoni", osservavo senza stupore, e con un certo disincanto, la gioia con cui quelli "de sinistra" si esaltavano perché al Paese veniva impedito di prendere le misure che i dati indicavano come necessarie. Pensavo, e ad alcuni dicevo, che la prossima recessione, così, non la si sarebbe potuta attenuare, e che sarei stato molto contento se se la fossero dovuta gestire loro, visto che i nostri tentativi per contrastarla li infastidivano così tanto.

Questo poi è stato, ancora una volta senza mia sorpresa, e con un mio certo sollievo.

I nostri amici subalterni, in effetti, si trovano in una brutta situazione, almeno a giudicare dalle stime preliminari del Pil (-0.3% nell'ultimo trimestre 2019). Sperando che queste stime siano riviste a rialzo nel dato definitivo, che aspettiamo per il prossimo due marzo, facciamo un rapido calcolo per capire che cosa esse implichino per la crescita del 2020, dato su cui si articola la manovra varata con la legge di bilancio.

I conti sono presto fatti e li trovate in questo specchietto:


Con il -0.3 dell'ultimo trimestre (evidenziato in rosso), il dato annuale del 2019 si attesterebbe sullo 0.2%. Per ottenere nel 2020 una crescita dello 0.6%, come previsto dal programmatico della NADEF (e evidenziato in rosa nella tabella), il Pil 2020 dovrebbe arrivare a 1731 miliardi di euro (a prezzi concatenati con anno di riferimento 2015). Per arrivarci, naturalmente, potrebbe seguire infinite strade. Nella parte gialla della tabella abbiamo ipotizzato che nei quattro trimestri del 2020 il Pil cresca a un tasso congiunturale costante. In questo caso, per ottenere su base annua una crescita dello 0.6%, il Pil trimestrale dovrebbe crescere nel 2020 a un tasso trimestrale dello 0.3% (per l'esattezza, 0.32%).

Se vi andate a vedere la nota ISTAT, constaterete che negli ultimi 20 trimestri solo nove hanno registrato una crescita superiore allo 0.2%, e, attenzione: in quel periodo il mondo stava accelerando. Ora sta rallentando, e quindi sarà piuttosto improbabile che ci siano molti tassi di crescita trimestrali superiori a 0.2, ovvero che il Pil annuale nel 2020 arrivi a 1731 miliardi, con un aumento dello 0.6% su quello del 2019.

Purtroppo non siamo "de sinistra", e quindi non giubiliamo, né ci facciamo troppe illusioni sulle effettive possibilità di tornare a crescere veramente, e non col bilancino del farmacista, nel quadro delle attuali regole di bilancio e monetarie. Rispetto a sette anni fa, però, ora è chiaro a tutti (tranne che a quelli "de sinistra") che il problema non riguarda solo noi. Anzi, come qui prefigurato, riguarda soprattutto gli altri, che se ne rendano conto o meno.

Mi direte che non è molto, e può anche darsi che sia così, soprattutto per quelli di voi che non ricordano le fasi iniziali del nostro dibattito. Chi se le ricorda, invece, capirà che il fatto che Merkel e Macron stiano raccogliendo quello che hanno seminato (in casa loro) qualche spazio lo apre. Certo, non possiamo aspettarci che di spazi simili ne approfittino i nemici del Paese. Ma non dobbiamo nemmeno aspettarci che stiano lì per sempre. Ci vuole pazienza e tenacia. Noi abbiamo l'enorme vantaggio strategico di sapere come stanno le cose e come non possono non andare a finire. Gli altri hanno tutto il resto: superiorità numerica, superiorità di armamento... Tutte cose che sapevamo, o almeno che sapevo io, quando nel 2012 mi dicevate che non sarei mai andato in televisione, o che non ero adatto a fare politica. Credo che voi abbiate ragione oggi come avevate ragione allora, e naturalmente anch'io ho torto oggi come lo avevo allora: i fatti lo dimostrano, e lo dimostreranno. Quindi, fra altri otto anni non saremo dove siamo adesso. Dove saremo, dipenderà anche da noi, cioè da voi, perché io sono qui, dove ero, e continuo ad analizzare i fatti, come li analizzavo, con la teoria economica, che è rimasta quella, né si vede perché cambiarla in un periodo in cui ogni singolo giorno reca fatti che la confermano.

Tutto qui.

Ne riparliamo il 2 marzo, se avrò tempo per farlo...

lunedì 10 febbraio 2020

Il bisconte dimezzato

Oggi sono usciti i dati ISTAT sulla produzione industriale, che ho commentato così. Per voi, che ve lo meritate, uno sguardo un po' più approfondito ai dati, che sono qui. Per motivi che vi ho spiegato altrove conviene sviluppare l'analisi del dato italiano in relazione a quello tedesco (in sintesi: la produzione industriale tedesca è fortemente legata a quella italiana, quindi ha senso vedere quanto del crollo italiano sia causato da un crollo tedesco, o sia invece dovuto ad altre cause).

Intanto, prendiamoci i dati trimestrali dall'inizio della legislatura (primavera 2018), ricordando che fra la proclamazione degli eletti (23 marzo) e l'elezione dei Presidenti di Commissione (21 giugno) passò quasi un mese, per cui il Governo inizio in effetti a operare in estate:


Vi propongo la tabella così come la restituisce il database Eurostat, con l'unica aggiunta della riga in giallo, che fornisce lo scarto fra Italia e Germania. Fino a quando il governo Conte I non inizia ad operare, questo scarto è negativo: la produzione industriale italiana cresce meno di quella tedesca. Ad esempio, nella primavera del 2018, mentre si cercava di capire chi dovesse governare il Paese, visto che si era deciso che la maggioranza di centrodestra non dovesse farlo, perché questo avrebbe significato dare il paese in mano a Salveenee (orrore!), l'Italia decrebbe dello 0.4% mentre la Germania crebbe dello 0.6%, col risultato che lo scarto (negativo) fra le due crescite fu dell'1%.

Quando il governo Conte I divenne operativo, lo scarto si rovesciò, e da allora l'Italia è sempre cresciuta di più (come nell'inverno 2019) o decresciuta di meno (come in tutte le altre stagioni) della Germania. Possiamo dividere questo periodo in due, riferiti al Conte I e al Conte II. Nel periodo dall'estate 2018 (2018Q3) e la primavera 2019 (2019Q2), lo scarto medio fra la crescita della produzione italiana e quella tedesca è stato dell'1% (1.025% per gli scemi).

Nel periodo dall'estate/autunno 2019, con l'avvento del Conte II, la media passa a un bel (0.3+0.5)/2=0.4. Tanto per fugare subito ogni dubbio, il coronavirus arriva dopo (e quindi ne vedremo delle brutte, perché anche se è lecito porsi domande sull'effettiva dimensione della minaccia, fatto sta che la psicosi si è diffusa, e in Cina fabbriche e università hanno prolungato le vacanze...).

Quindi sì, in effetti il Bisconte ha dimezzato la distanza fra la crescita della produzione italiana, e quella della produzione tedesca. Sarebbe un bel risultato, se non fosse che quella tedesca, nel periodo che stiamo considerando, fa così:



Accorciare le distanze da uno che sta precipitando non è proprio un'ottima cosa, e infatti, se invece degli scarti guardiamo direttamente i tassi di crescita, quello dell'industria in senso stretto è stato in media trimestrale -0.3% col Conte I, e -1.1% col Bisconte, il quale, poverino, non può nemmeno dire che ci sia stata una gran moria delle vacche, come voi ben sapete. Se la performance relativa dell'Italia fosse rimasta quella del Conte I, cioè se la produzione industriale italiana avesse continuato a crescere almeno un punto percentuale sopra quella tedesca, il Bisconte avrebbe fatto -0.5% in media (sui suoi due trimestri di vita finora). Un risultato non ottimo, ma meno catastrofico. Insomma, il Bisconte ci ha messo del suo, accelerando la caduta dell'Italia. La dimensione terroristica della manovra di bilancio non ha aiutato. Un'analisi accurata, però, richiede più informazioni, e un primo pezzo importante arriverà venerdì coi dati sul commercio estero.

Resta il punto di fondo.

Io guardo con tanto affetto chi su Twitter mi spiega che aspettare che l'UE crolli sotto le sue contraddizioni interne è replicare in peggio la dimensione palingenetica del marxismo più sciatto, così come, più in generale, chi continua a darmi lezioni di politica, sopravvalutando non tanto la propria intelligenza, quanto, il che è più grave, il ruolo dell'intelligenza nell'attività politica, che è attività di sintesi e di coinvolgimento, non di analisi e di distanziamento (sempre tutti protesi a enfatizzare la propria purezza e durezza... di comprendonio). Più che intelligenza, a noi miserabili politici, per portare a casa almeno qualcosa del tanto che vi abbiamo promesso, servono tempra e tenacia. Qualcosa di molto distante dalla volatilità uterina degli intelliggenti (sic) di Twitter, che bipolarmente oscillano fra esaltazione e depressione, entrambe di intensità inversamente proporzionale all'effettiva rilevanza del fatto che le ha provocate (esempio: magari capire con la propria testa che le posizioni politiche di un gruppo parlamentare, quale esso sia, le esprime il capogruppo, e che lui decide come si vota, aiuterebbe molti a non farsi bloccare su Twitter per eccesso di demenza ad ogni stormir di peone...).

Certo, me ne rendo conto, e vi sono vicino: so bene anch'io che le cose non sono così semplici, e che occorre lottare.

E quindi?

Molti di voi sembrano credere che la lotta più efficace, una volta capito che Conte non ne voleva mezza di difendere il Paese dalla riforma del MES, sarebbe stata buttarsi in terra in mezzo all'aula urlando frasi sconnesse, o magari darsi fuoco di fronte a Palazzo Chigi (col rischio di far ulteriormente corrucciare Greta). Molti di voi, si sa, voterebbero secondo coscienza, o magari andrebbero nel gruppo misto per preservare la propria purezza ideologica. Ah, che gran cosa la purezza! Peccato che da parlamentare del gruppo misto avere le uniche due cose che un parlamentare può avere: informazioni, e tempo di parola, è molto, ma molto più complesso che appartenendo a un gruppo numeroso.

Si può lottare in tanti modi. C'è chi lo capisce, e c'è chi non lo capisce. Noi continuiamo a lottare per gli uni e per gli altri, perché abbiamo ben chiaro il punto di fondo, che è questo: le politiche mercantilistiche tedesche, basate sull'atteggiamento parassitario di chi desidera finanziare la propria crescita con le esportazioni (cioè coi soldi altrui), fragilizzano il sistema in almeno due dimensioni. La prima è che rendono l'economia che pratica questa strada molto più fragile, comparativamente, di quelle meno sbilanciate sul settore delle esportazioni. Quanto più campi di esportazioni, tanto più, se l'economia mondiale rallenta, ti fai del male. E quindi, come disse il merlo al tordo, possiamo dire anche noi alla Germania: vedrai che botto, se non sei sordo... La seconda è che per campare a spese altrui la Germania non può non truccare le carte. In altre parole, come più e più volte abbiamo ricordato, l'unico modo che la Germania ha per continuare il suo giocherello è tenere l'euro molto basso, e questo non perché serva direttamente a lei, ma perché altrimenti crollerebbero paesi come il nostro, essenziali per le sue catene del valore. Ma un euro basso, oltre a propellere le esportazioni tedesche oltre il limite accettabile dagli Stati Uniti (causando quindi le ovvie ritorsioni in termini di dazi), richiede tassi di interesse zero o negativi nell'Eurozona. Richiede cioè che le autorità di politica monetaria non attraggano, con tassi di interesse più alti, flussi di capitale alla ricerca di attività denominate in euro, perché questo (cioè: il comprare euro per comprare titoli denominati in euro) farebbe salire il tasso di cambio dell'euro, schiantando innanzitutto noi, ma poi anche i tedeschi. Solo che, e anche questo qui lo sapete, i tassi negativi sono nefasti per il sistema bancario e pensionistico tedesco.

E allora?

E allora questo, per esempio. La simpatica delfina della Merkel, AKK, non ci ha dato nemmeno il tempo di memorizzare il suo nome particolarmente cacofonico, che è andata dove la sua sigla la mandava (battuta riservata ai germanofoni, s'intende). Sono le contraddizioni del capitalismo, bellezza! C'è da stare allegri? No. Ma non credo possiate negare che lo scenario prefigurato dal Manifesto di solidarietà europea, e ripreso dal programma elettorale della Lega, sembri ogni giorno meno utopistico (con buona pace degli editorialisti di quotidiani in serie difficoltà). Poi, per carità, noi siamo anche rassegnati all'eventualità (invero non remota) che pur di non dire "abbiamo sbagliato" una classe politica particolarmente ottusa e autoritaria ci porti tutti verso una catastrofe. Se è già successo, perché non potrebbe succedere di nuovo? Ma bisogna essere particolarmente piccini per non vedere la differenza fra il dibattito sul bail in e quello sulla riforma del MES, per limitarmi a quello che chi vuole può vedere da fuori. Per chi vuole vederlo, un progresso c'è stato: ad esempio, ora in Parlamento c'è un parlamentare che, per la prima volta, chiede trasparenza all'Eurogruppo. Certo, non è risolutivo: immagino che voi, se foste al posto mio...

Ma, appunto, resta la domanda: perché al posto mio ci sono io, e non voi? Chi vuole capire, ha capito, e chi non vuole, continui pure:

quant'è bella adolescenza,
che continua tuttavia:
chi vuol esser Mori sia,
ma conservi la decenza.

Il che non si può dire di alcuni di voi.

L'uomo può fare la differenza, ma l'intelligenza non è tutto. E, come disse in una nota trasmissione Claudio (oggi il Presidente Borghi): abbiamo bisogno di patrioti, non di vermi. Per quanto intelliggenti (sic) essi siano, e per quanto ci divertano su Twitter, aggiungo io.

Yours.

giovedì 6 febbraio 2020

Il Conte del Grillo


Questo il siparietto, e questo il sottotesto a cura di Radio Radicale.

Nota bene: io leggevo da un foglio, come sempre quando i tempi devono essere strettamente contingentati. Il primo ministro (o meglio i suoi uffici) sapeva dalle 12 di ieri che cosa gli avrei chiesto, e quindi si era preparato bene, ma io non sapevo che cosa mi avrebbe risposto (per motivi che forse non devo spiegarvi): però la mia replica (scritta prima di ascoltarlo) combacia perfettamente col suo intervento.

Questo è il dettaglio che ha fatto la delizia degli intenditori, come il nostro capo ufficio legislativo, che mi ha chiamato per chiedermi: "Ma tu come facevi a sapere che cosa avrebbe detto?"

E voi, che dite? Come facevo a saperlo?

Semplice: mi ci sono voluti dieci secondi (e dieci anni di dibattito) a immaginare dove avrei potuto portarlo col mio quesito perché lui confessasse la sua verità, che è una verità dai piedi di balsa, diciamo così. Perché la mia verità è un po' diversa: ora che ci sono dentro, a questa roba, so, e ve lo sto dimostrando, che il problema principale non è nemmeno l'Unione Europea in sé (che comunque resta un progetto irrazionale e fallimentare), quanto il fatto che essa si presti (perché irrazionale e farraginosa) a essere strumentalizzata da una serie di ambiziosi despoti (mancati), la cui massima aspirazione è quella di poter conferire, con un po' di latinorum europeo, una vernice di modernità a un credo politico vecchio come il mondo.

Tant'è che già due secoli fa un grande poeta l'attribuiva ar monno vecchio.

Per ulteriori dettagli, ci aggiorniamo a domani (forse, perché vado in Veneto a parlare di legge di bilancio: informazioni sui miei canali social...).

domenica 2 febbraio 2020

QED 91: koinè e demos in Europa

Oggi, al ritorno dalla palestra, trovo questo messaggio di un amico:

Riguardo il post antologico sulla Brexit, mi è tornato in mente un tuo intervento al Parlamento europeo (22 aprile 2015), in cui (tra le altre cose) sottolineavi (lo traggo dalla traduzione di Voci dall'Estero) che non era detto che dare più poteri al PE avrebbe significato maggiore democrazia, facendo questa ipotesi (cito):
"Forse eleggeremo una volta un presidente lituano, che sarebbe veramente una buona idea, che farà una campagna elettorale nella lingua dell’unico paese che nel frattempo se ne sarà andato, che è l’Inghilterra".

Mi pare un QED niente male, ma capisco che non essendo un post su Goofy, nell'antologia (dei post di Goofy) non poteva andarci...


Mia risposta:

Questo concetto lo avevo già espresso a dicembre 2013.



In effetti, alle 13:35 del 7 dicembre 2013 mi era capitato di dire queste testuali parole:


Non c'è una democrazia sovranazionale, non è possibile, non esiste un demos europeo. Quando eleggeremo in modo diretto il Presidente dell'Unione Europea, lo faremo con una campagna elettorale che sarà condotta in inglese, cioè nella lingua dell'unico paese che nel frattempo sarà uscito dall'Unione Europea (applausi).


Trovate tutto qui (la frase, in particolare, si trova nello spezzone che comincia alle 13:24).

Del rapporto fra progetto europeo e democrazia abbiamo poi parlato in modo più approfondito, affrontandolo sotto varie angolazioni: politologica, etnologica, sociologica, neurologica (sì, anche quella), ma insomma, per restare sul punto, voi vi ricordate un dibattito sulla Brexit nel 2013? Qualcuno la prevedeva? Qualcuno ne parlava? Ci sono voluti 2246 giorni, ma quella cosa che all'epoca vedevamo veramente in pochi (qualcun altro ci sarà stato, e me lo ricorderete nei commenti) alla fine è successa.

Se potessero capirlo, girerei questo post ai miei colleghi "de sinistra" che non credo sappiano bene perché io sono in Senato con loro, e perché quando parlo la gente mi sta a sentire (compresi loro). Ma non credo che ne varrebbe la pena: ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate, e se ho deciso di militare nella Lega è perché sapevo di poter sostenere lo scherno dei poverini.

Ora, molti di voi stanno ancora giustamente gioendo per la Brexit.

Gioiscono per un popolo che ha avuto il coraggio di affermare il proprio diritto all'autodeterminazione, in dissonanza dalla retorica "de sinistra" secondo cui dagli jukaghiri agli asháninka tutti i popoli hanno diritto di autodeterminarsi tranne il nostro.

Gioiscono anche perché in quanto è accaduto, che se non è  una nostra vittoria, è almeno una cocente sconfitta del nostro nemico, vedono giustamente un barlume di speranza.

L'uomo fa la differenza, e certo Boris Johnson è stato determinante. Ma che non potesse finire altro che così a me, personalmente, è stato sempre chiaro: se lo davo per scontato nel 2013, non posso esserne sorpreso nel 2020. Questo, naturalmente, toglie alla constatazione di un indubbio progresso il piacere della sorpresa. La razionalità economica non poteva non prevalere: lo avrebbe capito anche un bambino. Dobbiamo trarne una lezione: la razionalità economica prevarrà.

Mi rendo conto che questa affermazione non basterà ai tanti avventori del bar Twitter pronti a passare dall'euforia più scomposta alla più cupa disperazione solo perché a Giorgetti o a Salvini vengono attribuite dalla stampa frasi che non hanno mai detto, o azioni che non hanno mai compiuto. Di questa gente dalla tempra morale friabile, dallo spessore intellettuale evanescente, sapremo fare a meno. Io, prima, le cose le spiego, ma poi, se non riesco a farmi capire, mi rassegno.

I processi sociali sono complessi, e, come quelli biologici, caratterizzati da rilevanti margini di incertezza. Come ci siamo detti in altra sede, non è perché non sa predirti la data della tua morte che un medico non è un buon medico. Di converso, il predire esattamente la data della tua morte non fa di un chiromante uno scienziato. Se mi avessero chiesto il 7 dicembre 2013 quanti giorni ci sarebbero voluti, non avrei saputo rispondere: 2246. Ma non per questo ho smesso di confidare nelle lezioni della Storia e dell'Economia. Oggi vi chiedo di guardare indietro, di rendervi conto di quanta strada abbiamo fatto, e di interrogarvi sul perché ci siamo riusciti.

Credo che questo post possa aiutarvi a capirlo.

Poi, naturalmente, c'è chi non vuole capire.

E ora, torno a studiare...

Brexit: l'antologia

...e così l'inevitabile è successo.

Noi non siamo sorpresi, e guardiamo con un sorriso di condiscendenza quelli che ancora oggi ci dicono che no, in effetti non è ancora successo perché [supercazzola a piacere]. Colgo l'occasione per farvi una breve antologia di quanto qui abbiamo detto su questo argomento, che è finalmente esaurito (salvo fare, fra un paio d'anni, una ulteriore verifica delle scemenze catastrofiste che gli irriducibili spacciatori professionali di fake news continuano imperterriti a reiterare: sarà divertente, la rete nasconde, ma non ruba...).

Avevamo cominciato nel maggio 2016, evidenziando come il comportamento delle autorità europee (minacciare un Paese che aveva deciso di esercitare un diritto sancito dai Trattati), se da un lato appariva contraddittorio (le autorità europee i Trattati dovrebbero rispettarli!), dall'altro risolveva una profonda contraddizione dell'architettura europea, messa in evidenza da Giandomenico Majone. Perché mai, si chiedeva Majone, se si dice di dovere e volere evolvere verso un'Europa federale, poi si inserisce una clausola di recesso che è tipica di un sistema confederale? La risposta, ovvia, la dettero i fatti: la clausola (l'art. 50) la si inserisce perché si sa che non la si farà applicare!

Ma a noi questa ennesima promessa disattesa appariva come la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso (assistei poi in una riunione riservata al dispetto di chi aveva inserito la clausola ritenendola inapplicabile... e si vedeva crollare il mondo addosso).

Pochi giorni dopo, uno di voi prevedette che in ogni caso la Brexit avrebbe sbriciolato Corbyn. Era, lo ripeto, il 23 maggio 2016. Per questo, quando questa facile previsione si avverò il 12 dicembre scorso (sembra tanto tempo fa...) nessuno di noi, credo, fu particolarmente stupito, nonostante media di cui qui avevamo avuto più volte modo di verificare l'affidabilità fino all'ultimo cercassero di illuderci (e di illudersi).

Il 12 giugno del 2016 vi detti qualche cifra sulla Brexit, cercando di riportare un po' di razionalità nel dibattito. Il mio argomento era molto semplice: minacciare di ritorsioni il Regno Unito non aveva alcun senso, perché il Regno Unito era uno dei migliori clienti della Germania. Non fummo quindi stupiti, nel corso del negoziato, nel constatare l'atteggiamento schizofrenico di quest'ultima, perennemente scissa fra la sua pulsione suicida verso una Strafexpedition (nostalgia canaglia!), e il desiderio di tirare a campare.

Il 17 giugno celebrammo le esequie di uno dei tanti esperti di cui questo blog ha fatto strame. L'amico era venuto qui a spiegarci che siccome l'economia britannica dipendeva totalmente dai servizi finanziari, il Regno Unito non si sarebbe mai potuto permettere di rinunciare ai benefici offertigli dall'appartenere al mercato europeo dei capitali. L'argomento, ovviamente, era infondato: era un'opinione scissa dai fatti.

Il 24 giugno commentammo laconicamente i risultati.

Il 25 giugno tornai sulla semplice macroeconomia della Brexit. L'uscita era la cosa più razionale. Quale interesse poteva avere un paese relativamente florido a legarsi a un'area (l'Unione Europea) in cui all'arrivo di una crisi si è costretti a strozzare la domanda interna (per cui le esportazioni verso quell'area calano), con il costo aggiuntivo determinato dall'avere una valuta che viene considerata un rifugio, e quindi durante le crisi si apprezza (mettendo in crisi anche le esportazioni verso il resto del mondo)? Insomma, in termini macroeconomici l'UE era una palla al piede dell'UK (e presto lo potremo constatare).

Sempre nello stesso giorno cominciai la breve, ma intensa, serie delle smentite alle cazzate lievi imprecisioni che i cani da guardia del capitalismo profferivano nei loro reportage. Si cominciò, come ricorderete, con la "caduta libera della sterlina ai minimi storici"...

Eggnente: non c'era niente da fare. Le loro porche opinioni mai separate dai fatti, e sempre presentate come fatti. Ma ormai lo sappiamo, tant'è che il rischio che corriamo è l'opposto: quello di prendere gli eventuali fatti che dovessimo mai incontrare (ma in giro ce ne sono pochi) per loro opinioni...

Pochi giorni dopo (era il 27) vi presentai Mark Blyth, che molti di voi già conoscevano (e che non diceva cose molto originali, almeno per i frequentatori di queste pagine, ma nemmeno molto sbagliate)! Poche ore dopo, nello stesso giorno, Marco Franceschi ci regalò un momento di franca ilarità con una delle tante vostre intelligenti parodie, che ci hanno allietato e arricchito lungo questi nove travagliati anni.

Cominciavano ad arrivarci delle testimonianze allarmanti dell'isteria collettiva in cui i "buoni" erano precipitati dopo che il popolo si era espresso.

Il 5 luglio vi intrattenni sulle dinamiche valutarie sottostanti. Il post era un po' enigmatico, forse, ma la spiegazione ve la diedi qui.

A novembre già cominciavano a fioccare i QED: il ministro dell'economia della Baviera (cioè dello Stato in cui si fabbricano le automobili) cominciava a preoccuparsi per i toni aggressivi della Merkel verso il Regno Unito. La semplice macroeconomia della Brexit si svelava in tutta la sua potenza.

A dicembre venimmo ricompensati: l'articolo "Brexit: qualche cifra" si piazzava quarto, e goofynomics primo ai Macchia Nera Award. Ricorderete la poraccitudine con cui la categoria "miglior sito di economia" venne eliminata, sostanzialmente per impedirvi di vincere: sò regazzi, vanno capiti, e poi noi potevamo avere altre soddisfazioni: loro no!

Poi, per circa un anno, tralasciammo l'argomento. A settembre 2017 un giornalista fra i meno deludenti (non a caso lettore di questo blog) ci dava una mano a smontare qualche bufala terroristica: stranamente, i cittadini europei continuavano a cercare lavoro dove potevano trovarlo, cioè nel Regno Unito. I fondamentali erano solidi.

Il 23 ottobre dello stesso anno mi occupai di analizzare un tweet che se fosse stato satirico sarebbe stato passabile: ma satirico non era, era solo, tristemente, propagandistico.

Il 21 novembre di quell'anno (bei tempi: ero ancora un laico...) replicai cortesemente a un collega che sosteneva che il Regno Unito si fosse amaramente pentito (lo abbiamo visto...). Ci tengo a dire che siamo rimasti in buoni rapporti. Meglio perdere un amico che una buona risposta, ma se l'amico si può mantenere è ancor meglio (o ancor più meglio, come dice una mia nuova amica).

Poi mi travolse il vortice...

L'anno scorso, in uno dei rari momenti in cui riuscii ad affiorare per prendere una disperata boccata d'aria, tornai sull'argomento Brexit per affrontare un punto che sempre più mi appare quello decisivo: si può ottenere tutto, ma bisogna volerlo. May, come Renzi, negoziava nell'interesse dell'Europa, non in quello del suo paese. Non era quindi strano che i suoi risultati non fossero brillanti.

Poi le cose cambiarono, e ora sappiamo che, se si ha la giusta determinazione, e la maggioranza del Paese con sé, si può fare la differenza.

Bene.

Per vostra comodità (comodità soprattutto di quelli incapaci di utilizzare i tag del blog), a chiusura di questo post antologico vi riporto in fila tutti i post citati:

1) Brexit: una semplice considerazione
2) Brexit: uno scenario
3) Brexit: qualche cifra
4) Brexit: fatti e opinioni
5) La semplice macroeconomia del Brexit
6) Brexit e sterlina: il "minimo storico"
7) Brexit: l'analisi di Blyth
8) Marco Antonio sul Brexit
9) Brexit: in qua mensura mensi fueritis remetietur vobis
10) La parabola della Brexit
11) QED 68: la macroeconomia (della Brexit) è una scienza
12) Brexit e ripresa in una figura
13) One year later (Brexit)...
14) Cartoline dall'Europa
15) Brexit (again)

ma, nel farlo, mi accorgo che ne manca uno, quello determinante, quello che veramente spiega che cosa è successo, che cosa sta succedendo, e che cosa succederà: questo. Sì, l'avevo scritto prima ancora che di Brexit si parlasse. Tuttavia, rileggendolo, vi renderete conto che le radici profonde di quanto è accaduto sono lì, non altrove. Sono, cioè, dove nessun economista sarebbe riuscito a individuarle.

E ora, guardiamo avanti...