Visualizzazione post con etichetta democrazia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta democrazia. Mostra tutti i post

mercoledì 24 dicembre 2025

Vi faccio un regalo (noi pensavamo)

Con una certa qual sorpresa ieri mi sono imbattuto in questo:


Io pensavo (non “noi pensavamo”) che fosse già online da un pezzo, ma da un male nasce un bene: posso regalarvelo per Natale, anche se temo che questo possa indurvi nella tentazione demoniaca di entrare in tenzone col parente piddino.

Divertitevi, e sappiate resistere!

(…ma soprattutto ricordate: Monti ha salvato il Paese!…)


lunedì 5 maggio 2025

QED 109: disse il grillo al tordo (sinistra e democrazia)

Questa notte era così su Europe Elects:


Questa mattina ricevo dal prof. Santarelli (che è esperto di cose rumene per motivi che alcuni di voi hanno constatato) un messaggio dal tenore esplicito "disse il grillo al tordo, sentirai il botto se non sei sordo".

Intuendone il significato, vado a verificare sul sito ufficiale:


e in effetti è un bel botto! Quasi il doppio di quanto il precedente candidato di AUR aveva ottenuto alle precedenti elezioni del 2024, quelle annullate (da circa due a quasi quattro milioni di voti). Questo, peraltro, significa che le piazze rumene piene di gente che compostamente manifestava la propria indignazione non erano un fake, come qualcuno cercava di sostenere, invitando a verificare le fonti:


(la rete nasconde ma non ruba).

Due giorni fa scrivevamo:


e effettivamente la risposta degli elettori rumeni va naturaliter nella direzione indicata, come l'acqua segue il declivio di un monte: quella di far crescere il consenso del partito osteggiato dal sistema.

Bene, ma non benissimo, intanto perché il 41% non è il 67% (ma sappiamo accontentarci!).

Poi perché immagino che la risposta repressiva sia già partita: si parlerà (ovviamente) di hacker russi, di manipolazioni social, di propaganda, ecc., dimenticando che la democrazia è propaganda, e che nel momento in cui precludi la libertà di fare propaganda, precludi la democrazia.

Questa (tratta da questo sito) cos'era?


Non mi sembra la si possa definire una razionale, asettica e politicamente corretta esposizione di posizioni politiche, giusto? Forse sarebbe più corretto definirla come la ricerca di una irrazionale risposta emotiva, o sbaglio?

Quindi la propaganda c'è sempre stata, condotta con maggiore o minore raffinatezza (preferibilmente con minore, dato che il suo obiettivo è appunto catturare il consenso emotivo della maggioranza), e nessuno se ne è adontato fino al punto di negarne la legittimità: semplicemente, ognuno ha fatto la propria! Che è poi quello che, a reti (e schermi cinematografici, e prodotti editoriali) unificate stanno facendo gli altri, da sempre, saturando qualsiasi spazio e non fosse che per questo negandoci la possibilità di contrapporre i nostri argomenti.

Il disprezzo della sinistra per la democrazia è radicale e inguaribile perché è in primis et ante omnia disprezzo per il demos. Ora, per carità, non è che io sia un esempio di empatia e immedesimazione nelle vicende e nelle passioni dei ceti popolari: non ho mai visto un festival di Sanremo né una partita di calcio (tranne quelle della nazionale, subite da bambino)! Il punto però è un altro: per quanto io possa essere programmaticamente aristocratico, non mi verrebbe mai in mente di pretendere l'esame di lettura della partitura (o di "antifascismo") da chi si accosta alle urne, né di dire apertis verbis all'elettore che è un deficiente perché si lascia influenzare dagli shorts di TokTok, e questo perché non credo che il setticlavio sia un presupposto necessario per la lettura della realtà, né che gli elettori siano dei bambinoni (nonostante che debbano subire la puerile narrazione eticizzante dei raffinati tecnici che parlano di debito buono e cattivo, e baggianate simili, che infatti rifiutano).

Negare legittimazione alla propaganda (a quella altrui, beninteso, che alla propria nessuno rinuncia!) significa dare all'elettore del cretino, aspettandosi che non se ne accorga e pretendendo, in caso contrario, che sia grato per le attenzioni di chi lo vuole salvare da se stesso!

Come siamo arrivati a un simile salto di qualità, quello per cui in nome della democrazia si nega la sostanza della democrazia (oggi la propaganda elettorale, domani il libero voto - preferibilmente cartaceo - alle urne)? Credo che la risposta sia semplice: perché il livello dello scontro si è innalzato. Ormai il problema non è più individuato nel fatto che l'elettore scelga male (a seconda dei punti di vista: scelga i cosacchi, o scelga Truman!). Oggi il problema è visto nel fatto che l'elettore scelga!

Non dovrebbe essere difficile capire perché, considerando un dato non solo simbolico: il lungo percorso di delegittimazione della politica con quello che viene ormai apertamente riconosciuto dai suoi autori come un colpo di stato:


qui da noi si avvia in sincrono con la sottoscrizione del Trattato di Maastricht, che sancisce il divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia e il definitivo abbandono dell'Europa alle logiche della terza globalizzazione, a un assetto istituzionale in cui titolare dell'indirizzo politico è il Mercato. Nel mondo in cui governa il Mercato, perché i governi si sono privati di uno strumento essenziale di politica economica, hanno ceduto quello che era stato, nei lunghi millenni della storia, uno dei due fattori costitutivi della sovranità, cioè il potere di battere moneta, è chiaro che i percorsi devono essere definiti in altre sedi rispetto a quelle politiche e sono funzionali ad altre logiche: logiche globali, cioè sovranazionali, rispetto alle quali la semplice idea che un popolo possa autodeterminarsi è oggettivamente eversiva, per quanto possa essere proclamata in modo più o meno solenne dalle varie Grundnorm nazionali. Sappiamo che cos'è, sappiamo in che conflitto siamo invischiati: in una guerra coloniale, combattuta, come pressoché tutte le guerre coloniali, per appropriarsi di materie prime. La materia prima in questo caso è il risparmio, che si vuole sottrarre, in nome dell'efficienza, all'intermediazione pubblica, gestita dai governi, indirizzata dagli elettori, e svolta attraverso il sistema pensionistico, sanitario, educativo, ecc., per consegnarlo in modo totalitario all'intermediazione privata (nonostante che questo processo, ampliando la disuguaglianza, porti inevitabilmente a crisi di domanda, o di sovrapproduzione che dir si voglia, secondo meccanismi descritti ad esempio qui).

Ora, capisco che questo spostamento di fronte possa frastornare qualcuno, aprendo la petulante solfa secondo cui oggi "destra e sinistra non esistono più", e via luogocomunisteggiando.

Faccio un'osservazione: le strategie da regime totalitario con cui viene concretamente attuato il tentativo di salvarci da un ipotetico regime totalitario sono ormai visibili, vengono applicate in modo sfacciato, plateale. I freni inibitori sono caduti, non ci si cura di salvare le apparenza, e questo non può non turbare la coscienza dei progressisti, il cui primo imperativo morale è, da sempre, la difesa usque ad effusionem sanguinis del bon ton (da Rosa Luxemburg a Lina Sotis è stato un attimo...) Per sedarne un improbabile, ma non impossibile, moto di indignazione, li si rassicura dicendo che il male viene fatto (come di consueto) a fin di bene, viene perpetrato per salvarci dal fasheesmo. Lo scopo di questo bombardamento continuo, di queste caricaturali e petulanti richieste di abiura, di questo insistito richiamo all'esperienza dei totalitarismi storici, di cui viene infallantemente data una rappresentazione eticizzante e favolistica (la lotta del Bene contro il Male, l'imbianchino austriaco che era cattivo perché la mamma non gli dava il bacio della buona notte - senza considerare che per medicare simili traumi un'alternativa allo sterminio di interi popoli c'è, ed è scrivere un romanzo di successo), o di cui, peggio ancora, si raccontano in modo falso i presupposti oggettivi (la solita balla secondo cui il nazismo sarebbe stato causato dall'inflazione di Weimar, quando tutti ormai sanno che fu determinato dall'austerità di Brüning, al punto che perfino quel clero vile e conformista che è la professione accademica non può nasconderlo:


mentre nei nostri parterre televisivi ancora sfrecciano le carriole di Weimar...), insomma: lo scopo per cui questo apparato propagandistico schiacciante, ramificato, subdolo, onnipresente si attiva per suscitare allarme è duplice. Da un lato, come dicevamo, questa propaganda serve a rafforzare i progressisti nella convinzione di essere i buoni, di essere dalla parte del giusto, e quindi, in quanto tali, di potersi permettere esattamente le stesse pratiche che storicamente deprecavano nei cattivi, pratiche che i cattivi non si potevano permettere perché erano dalla parte del torto, mentre i buoni naturalmente possono attuare, essendo dalla parte della ragione. Un ragionamento un po' ingenuo, alla portata di quelle menti la cui semplicità si spinge fino al punto di ritenersi raffinate. Dall'altro, lo spettro dei totalitarismi storici viene agitato per scongiurare che una serie di benpensanti più o meno progressisteggianti possano porsi una domanda: "Ma è giusto che a un popolo sia precluso il decidere per se stesso?" e darsi la risposta giusta: "No!". Quello che si vuole stabilire, insomma, è il principio che se ritieni che un popolo abbia il diritto di autodeterminarsi, allora vuoi la Shoah, sei un mostro, non ha dignità di interlocutore, sei il Male, sei nazista.

Non vi sfuggirà il duplice paradosso. Primo: questo trattamento degradante viene inflitto agli elettori proprio da chi ha messo in opera politiche affini a quelle che hanno condotto al nazismo storico, cioè politiche di austerità (vedi l'estratto qua sopra, e se interessa anche la letteratura riportata dall'articolo citato). Secondo: la colpevolizzazione del patriottismo viene portata avanti come strumento di lotta politica proprio da quella parte politica (i progressisti) che del patriottismo ritengono di avere l'appalto unico, ma solo un giorno all'anno, il 25 aprile, quello in cui si gloriano di aver fatto uscire dalla porta quel nazismo che poi, come sappiamo, hanno fatto rientrare dalla finestra.

Ora, il fatto che le percentuali di chi decide di schierarsi dalla parte del Male, pagando un costo reputazionale di fronte alla propria coscienza e alle proprie conoscenza, siano in crescita dimostra che questo giochino non attacca, che a ognuno puzza questo barbaro dominio. Insomma, è il discorso, per certi versi fondato, che faceva ieri elu ei:

e che da anni fa un nostro altro amico che non nomino quando dice che: "Una volta che hai deciso che sei di destra, la strada è tutta in discesa!", alludendo al fatto che, finalmente, a destra puoi dire che il cielo è celeste e il prato verde, senza dover sguainare spade e senza patire, come anche qui abbiamo patito, la censura di chi in teoria la pensa come te. Quel moto liberatorio che ha sancito il successo di Vannacci, per capirci.

Ma appunto qui vedo due motivi di preoccupazione, che vi consegno chiudendo questa omelia.

Il primo è che in discesa si prenda troppo abbrivio, che la rottura dei freni inibitori da parte degli utili idioti del cosmopolitismo borghese ne promuova una simmetrica da parte dei patrioti. Insomma, che insensibilmente si passi dal provocatorio e liberatorio "E basta con 'sto fascismo!" dell'amico Daniele a qualcosa di più, alla nostalgia, in nome dell'invocazione di un male ormai ignoto come liberazione da un male noto, o addirittura al revisionismo, sulla base del principio non privo di plausibilità secondo cui se ci raccontano tante balle sull'oggi, durante un conflitto che non vede ancora dei vincitori (vedi il tweet citato sopra), chissà quante potrebbero raccontarcene su un conflitto ormai remoto e che ha visto degli sconfitti. Questo va evitato. Dobbiamo ricordarci che noi siamo contro la sinistra perché la sinistra è l'austerità, cioè il nazismo, perché la sinistra è la negazione della libertà di espressione, cioè il nazismo, perché la sinistra è il disprezzo della sovranità dei popoli, cioè il nazismo. Dobbiamo ricordarci di non immedesimarci, neanche per un secondo, neanche in un comprensibile momento di disperazione, in ciò che intendiamo combattere, non tanto perché questo darebbe agio al nostro nemico di demonizzare il nostro impegno (quello già lo sta facendo), quanto perché dobbiamo avere chiara la direzione in cui vogliamo andare.

Il secondo motivo di preoccupazione è più immediato e concreto. Oggi sono inchiodato a letto da un colpo della strega (devo ricordarmi che gli anni non sono quelli che sento, ma quelli del calendario...) e quindi volevo scrivere questo post dal telefonino. Non è stato possibile. Nel momento in cui volevo inserire nell'interfaccia mobile di blogger il primo screenshot di questo post, ho ricevuto questa simpatica risposta:


e non c'è stato verso. A un secondo tentativo, l'inerfaccia di blogger non mi mostrava nemmeno le immagini che pure erano nella libreria delle foto. Le ho allora salvate come preferite, "cuorandole". In questo modo riuscivo a reperire (nella cartella preferiti) le immagini che non mi venivano mostrate nella libreria, e quindi a chiedere a blogger mobile di caricarle, ma la risposta era la quella che vedete qua sopra. A questo punto, fra dolori atroci e altrettanto atroci litanie, mi sono procurato il pc, l'ho aperto, e ho provato e incollare da icloud gli screenshot, ma (sorpresa?) gli screenshot che citano il voto rumeno su icloud non ci sono arrivati (due ore dopo!):


e quindi me li sono andati a prendere su Twitter usando l'interfaccia desktop (dove pare che tutto stia funzionando).

Morale: stampate i post che vi interessano, perché prima o poi, Ciamp o non Ciamp, ci tireranno giù. Molto dipenderà da cosa vorranno fare gli Stati Uniti da grandi, argomento su cui ci siamo lungamente intrattenuti, ma se tanto mi dà tanto anche gli appassionati appelli in difesa del free speech potrebbero essere meramente tattici, potrebbero riflettere, più che una intima convinzione da parte di chi, essendo padrone delle piattaforme è padrone del discorso, una mossa per mettere in difficoltà chi si è sbilanciato in modo così visibile da essere controproducente, appunto, per il controllo del discorso. Che si possa negare formalmente il ricorso alle urne è un'eventualità che ormai dobbiamo considerare plausibile, ma che resta remota. Che si spenga come una lampadina un blog che ha contribuito a mutare il quadro politico del Paese temo sia molto più probabile. Quando succederà troveremo altri modi per restare in contatto, ma intanto ricordate: la carta resiste ai blackout!

Intanto, vediamo come andrà a finire in Romania: per fortuna, in questo momento i nostri nemici sono distratti da altro, ma l'intelligenza artificiale è viva e lotta per loro...

sabato 3 maggio 2025

QED 108: l’euro e la compressione della democrazia

La notizia di cronaca è questa:

ed è un QED perché qui abbiamo sempre ammonito contro un ovvio dato di natura quando i lavori per comprimere la democrazia erano ancora in corso:

(qui) cercando anche di coinvolgere chi sulla difesa degli ultimo aveva fatto i soldi rifacendosi la verginità (ad esempio qui).

La compressione della democrazia è una conseguenza logica della compressione dei salari (cioè dell’euro) perché i salari sono la retribuzione della maggioranza. Punto.

Euro e democrazia, insomma, sarebbero compatibili solo se si votasse a minoranza, come fingevano di credere i troll del PD che in pandemia ci chiedevano di far cadere il Governo, e come genuinamente credevano gli scemi che gli andavano dietro seminando disfattismo.

Ma (per ora) si vota a maggioranza.

Si potrebbe chiedere: ma perché se in Germania i salari sono stati compressi nel 2004, la reazione repressiva si palesa solo il 2025. La risposta è articolata e credo istruttiva anche per noi, e consta di almeno tre pezzi.

Il primo aspetto è che, come abbiamo sempre detto, la compressione dei salari è meno percepibile se nel Paese che la mette in opera i salari sono relativamente alti, come era il caso della Germania, tanto più se viene accompagnata da politiche di sostegno finanziate in deroga alle regole europee (la famosa violazione delle regole europee da parte della Germania di cui parlammo qui). C’è quindi voluto un po’ di tempo perché i cittadini tedeschi prendessero coscienza e dessero vita a un movimento politico di contestazione dell’ordine costituito.

Il secondo aspetto è che affinché si diffondesse fra i cittadini tedeschi una piena coscienza del vicolo cieco in cui le politiche mercantiliste dei governo precedenti avevano messo il loro Paese, probabilmente occorreva che il ramo segato si schiantasse, trascinando loro nella recessione. Non possiamo aspettarci dai cittadini tedeschi quello che non abbiamo saputo fare neanche noi: preoccuparci per l’irrazionalità di un sistema quando colpisce altri, ad esempio i greci. Ma da quando colpisce loro, i cittadini tedeschi hanno votato massicciamente per AfD: un partito che ha ben chiaro come l’euro costituisca un problema, anche se, naturalmente, interpreta questo problema a modo suo, che non è necessariamente il nostro.

Il terzo aspetto è che quella prova generale di totalitarismo che è stata la pandemia, seppure non imprevedibile e non particolarmente stupefacente per chi qui l’aveva vista venire, ponendo in evidenza il tema dello scientismo anni prima che questo si manifestasse in tutta la sua virulenza, ha indubbiamente avuto l’effetto di aprire una gigantesca finestra di Overton. Una simile ingerenza nel processo democratico di un paese da parte di una istituzione sovranazionale sarebbe sembrata inconcepibile negli anni ‘90, ma forse anche negli anni ‘10, mentre oggi, dopo che ci hanno chiusi tutti dentro, dopo che lo Stato ha manifestato, per buoni o cattivi motivi, il suo volto autoritario, in qualche modo ci siamo abituati, tendiamo a considerare più normale un esito simile.

Ma è normale?

Ovviamente no.

E può funzionare?

Finché si manterranno le forme della democrazia, finché si cercherà di salvare le apparenze, altrettanto ovviamente no, perché se i cittadini capiscono che per cambiare la situazione devono portare il partito antisistema al 67%, in un modo o nell’altro ce lo porteranno, o ci proveranno, suscitando sempre più esplicite risposte repressive, fino all’abolizione delle elezioni in difesa della democrazia (che è un po’ come fare politiche di austerità per favorire la crescita o dotarsi di una valuta forte in difesa delle esportazioni, se ci pensate…). Gli elettori più progrediti, cioè quelli del paese dove la resistenza è cominciata prima, cioè voi, sanno che questa è una condizione necessaria ma non sufficiente, sanno che c’è tanto altro da fare e da costruire perché un’alternativa si realizzi, ma il consenso della maggioranza degli elettori, cioè il consenso da parte dei danneggiati del sistema, resta un elemento imprescindibile (finché si vorranno mantenere libere elezioni).

Capite bene che sto mettendo in conto che un domani si possa contestare l’utilità di libere elezioni. A quel punto sarà ovviamente impossibile contrastare pubblicamente la razionalità del sistema in cui siamo immersi. Per il momento forse lo è ancora, e quindi godetevi, con questo inevitabile QED, una bella giornata di sole.

Potrebbe andare peggio… Potrebbe piovere!

Ah, e il bicchiere mezzo pieno? C’è anche quello! A elezioni soppresse non dovremo più sorbirci non tanto la loro propaganda (che tanto già oggi è a reti unificate), quanto i loro troll, perché quando non si potrà più votare non sarà più necessario convincere le persone che votare non serve a niente!


(…se non ve lo fa capire quello che sta succedendo in Germania a cosa serve…)

sabato 11 maggio 2024

Il costo della democrazia

Parto da un presupposto, la comprensione del quale distingue l'uomo dal fascista (perché il fascismo è in primis et ante omnia antiparlamentarismo): la democrazia ha un costo.

Gli staff di tecnici che in Parlamento ci aiutano a seguire i provvedimenti (staff tanto più necessari in quanto l'esercizio della funzione legislativa è costantemente perturbato dalla gragnuola di provvedimenti di iniziativa governativa ed europea, sotto la quale orientarsi è veramente complesso), le ipotetiche sezioni in cui si potrebbe ipoteticamente svolgere quel dibattito "dal basso" che ipoteticamente potrebbe portare all'emergere di  candidature espressione del "bobolo", la propaganda elettorale, col suo corredo di materiali, di eventi, di diffusione sui media, ma anche le attività divulgative, di diffusione di un messaggio e di sollecitazione di una consapevolezza (esclusa quella in cui vi trovate ora), hanno un costo finanziario. Ma senza la diffusione di un messaggio, senza un'organizzazione territoriale, senza una classe dirigente, non esistono i partiti e non esiste la democrazia rappresentativa. Si rimane quindi con la dittatura, o con la sua versione per gonzi: il mito della democrazia diretta, da esercitare magari su un registro distribuito mediante blockchain (e vi ci vedo proprio a votare il 24 dicembre i millesettecento emendamenti della legge finanziaria dal cellulare, invece di fare gli ultimi regali)!

Se la democrazia ha un costo, i casi quindi sono due: o si rinuncia ad essa, o la si finanzia.

Vengo quindi alla domanda che volevo porvi.

Quale sarà la ratio (aspetto il cretino che legga: rescio) legis dei complessi adempimenti in tema di trasparenza del finanziamento pubblico dei partiti, col loro corredo di timbri, firme, ceralacche, controlli da parte della Corte d'Appello, dichiarazioni congiunte (cioè a doppia firma del donante e del donatario) sopra una certa soglia, dichiarazioni semplici sotto una certa soglia, pubblicazione degli elenchi (autentiche liste di proscrizione!) sui siti dei partiti, ecc. ecc.?

Perdonatemi se sarò superficiale, non citandovi tutta la complessa normativa, non fornendovi i dossier e gli atti parlamentari che hanno condotto a proporla e adattarla infinite volte, insomma, non esercitando lo scrupolo documentale che è una delle cifre di questo blog, e che ha contribuito alla sua credibilità. Fatto si è che a me qui, oggi, non interessa un lavoro di ermeneutica legislativa né di tracciamento delle responsabilità o addirittura delle intenzionalità politiche che ci hanno condotto a tanto, e non mi interessa nemmeno una storicizzazione rigorosa di questi sviluppi, che ovviamente si collocano nell'alveo di quella "moralizzazione" che, come abbiamo ormai capito, nata con nobili intenzioni altro non è diventata che il volto presentabile dell'antipolitica, cioè del tentativo (riuscito) da parte del complesso militare-industriale-mediatico-giudiziario di indebolire ed esautorare i corpi elettorali.

A me interessa solo il fottuto Aristotele, il grande sconfitto della stagione politica scaturita dalla micidiale accoppiata Maastricht-Mani pulite.

Mi chiedo, e vi chiedo: tanta trasparenza serve forse alla magistratura, serve a coadiuvare il suo lodevole sforzo nel contrastare la corruttela, nell'evitare che il politico agisca contro l'interesse pubblico (di chi?) perché catturato da interessi particolari (di chi?)?

Mi sembra ovvio che la risposta a questa domanda non può essere che un netto e risonante: no.

Lo scandalo dei dossieraggi, una vicenda popolata da personaggi uno più sordido dell'altro, ci rende chiaro che siamo tutti ascoltati. Io, ad esempio, do per scontato di esserlo, e di esserlo illegalmente, va da sé. Basta saperlo per regolarsi di conseguenza: siccome sono una persona disonesta fino a prova contraria (essendo un parlamentare: questo è il lascito del grillismo...), con sprezzo del pericolo uso ancora il telefono! Se fossi un mafioso userei i pizzini (analogico batte digitale uno a zero). Scherzi a parte: la magistratura ha, e deve avere, tutti gli strumenti che le servono (e di cui non dovrebbe abusare, ma le cronache ci confermano che spesso abusa) per esercitare il suo controllo di legittimità. Se sospetta, o presume (magari, ipotizzo, per pregiudizio ideologico) l'esistenza di un reato, può disporre intercettazioni, accessi alle basi dati, ecc. Non ha certo bisogno di andare a consultare le liste dei finanziamenti leciti (lecitamente concessi, lecitamente accolti, lecitamente pubblicizzati) per fare il suo lavoro, che non dovrebbe essere un controllo di merito, ma sempre di più, sempre più smaccatamente, vuole esserlo.

La pubblicità dei finanziamenti leciti ha evidentemente un'unica "rescio", che non è quella di permettere alla magistratura di esercitare il proprio giudizio di legittimità (l'ordinamento le attribuisce ben altri e più pervasivi mezzi per farlo), ma quella di permettere agli elettori di esercitare il proprio giudizio di merito. L'elettore, che non ha i poteri della polizia giudiziaria, ha un unico modo per formarsi un libero convincimento su quanto la linea del partito che vorrebbe votare sia o meno influenzata da interessi più o meno loschi, ed è appunto quello di accedere alle liste dei finanziamenti pubblicate sui siti dei partiti, valutando chi sono i soggetti finanziatori, e riflettendo liberamente su quanto gli interessi di questi soggetti coincidano col proprio. Non potendoci intercettare tutti a vicenda (non fosse che per mancanza di tempo!), è in base a questi elenchi pubblici che possiamo formarci un giudizio (noi), ed esercitare (noi) il (nostro) giudizio di merito votando o non votando una determinata forza politica in base al fatto (cioè alla nostra percezione) che essa sia o non sia indipendente da interessi più o meno loschi.

In altri termini, in una democrazia sana la magistratura dovrebbe finire dove inizia la trasparenza, o, se volete, dovrebbe iniziare dove la trasparenza finisce, perché consentire alla magistratura di sindacare sul merito di un finanziamento lecitamente concesso e pubblicato significa attribuirle un potere di indirizzo politico che in una democrazia sana non dovrebbe avere, se non per la quota parte dell'esercizio dei diritti di elettorato attivo e passivo di ogni magistrato uti singulus.

Ma sappiamo tutti benissimo che non è così, lo abbiamo capito da un pezzo, lo abbiamo plasticamente visto in Senato, quando all'epoca dello scandalo Palamara nessuno fece un fiato, e in infinite occasioni precedenti e successive di personaggi silurati con processi cui sono conseguite assoluzioni ampiamente anticipate, ma che hanno lasciato nella vita delle persone interessate un buco del tutto analogo a quello che il Partito Dossieraggi ha lasciato nel Pil italiano (ve ne parlavo nel post precedente).

Ora, come sapete, a me non interessa il merito ma il metodo, e non mi interessano le dinamiche soggettive (l'eventuale mens rea delle parti in causa: quella è roba di cui si deve appunto occupare la magistratura) ma quelle oggettive.

Non sto quindi dicendo che la magistratura (presa così, a corpo) sia perversa. Ogni generalizzazione è ingiusta, e il modo peggiore di reagire a ingiustizie è praticarne. Non sto nemmeno dicendo che i magistrati, che alcuni magistrati, non facciano bene il loro lavoro. Credo lo facciano tutti molto bene, altrimenti sarebbero sanzionati dal loro organo di autogoverno, il CSM: nel caso, quindi, l'attenzione andrebbe spostata su questa istituzione e su cosa eventualmente le impedisse di funzionare bene. Voglio che sia chiaro che quello che qui si dice lo si prova a dire (da sempre) nell'interesse delle istituzioni, e in particolare della magistratura, perché da esponente del potere legislativo vivo male in un Paese in cui all'ennesimo titolo di giornale il mio riflesso non è quello di approfondire, ma di esclamare "Mo che è st'altra cazzata!?" e di girare pagina. Perché di amici persegui(ta)ti e poi assolti ormai ne ho un certo numero, stranamente superiore a quello degli amici perseguiti e condannati. Tutti questi falsi positivi un perché ce l'avranno, e potrebbe anche essere semplicemente quello che io gli amici li scelgo bene, ma in ogni caso il mio punto non è qui quello di delegittimare la magistratura o di invocare bavagli su di essa!

Il punto cui voglio arrivare è un altro, e ci arriveremo in ogni caso: secondo me, dopo un fatto traumatico che riconcili gli italiani con la democrazia (la morte in guerra di un figlio è una soluzione drastica e che non mi auguro, ma nel 1945 dimostrò di essere efficace, portando alla Costituzione del 1948); può anche darsi che ci si arrivi attraverso un processo ordinato e meno traumatico. Se i magistrati sono, o meglio, sembrano (perché ho appena detto che non lo sono e che sarebbe ingiusto etichettarli come tali), "compagni che sbagliano", la soluzione è riportare le istituzioni in un alveo che non li induca in tentazione (per inciso: io morirò senza aver detto "non abbandonarci alla tentazione". Mi assolvano tutti i vescovi e gli arcivescovi del mio collegio, alle cui preghiere costantemente e sinceramente mi raccomando).

Questo alveo era ben delineato quando la memoria del fascismo vero, quello che sopprime la libertà di parola, era ancora viva (siamo grati al PD che ogni tanto ce la rinfresca sguinzagliando i suoi squadristi, come farà fra poco a Livorno), ed era racchiuso da due argini: finanziamento pubblico dei partiti e immunità parlamentare.

Basterebbe ripristinare questi argini, ammalorati dal grillismo e dalla sua controparte istituzionale (il desiderio di alcuni di considerarsi legibus soluti), per veder tornare a scorrere le acque della democrazia, che ora si sversano e si intorbidano in una palude mefitica e inospitale, quella dell'antipolitica, dove il legame fra volontà popolare e indirizzo politico si corrompe e si imputridisce, lasciando il campo alla soft law della governance sovranazionale, agli indirizzi politici di chi piace alla gente che piace: un giro di corruzione (vera) così macroscopico da essere too big to prosecute (i silenzi delle magistrature su vicende recenti in cui erano evidentemente in ballo interessi economici giganteschi in effetti non depone tantissimo a loro favore, ma tant'è...).

Se non esistono più i presupposti culturali, di cultura giuridica e istituzionale, per gestire il finanziamento privato, si torni a quello pubblico: si stroncherà così in radice l'idea che la linea del partito possa essere corrotta da interessi criminosi o criminogeni, fatto salvo ovviamente il caso di reati, cioè, nel caso in specie, di mazzette, che però potranno essere individuati e perseguiti come tali, come lo sono sempre stati.

Se un'infinita serie di inchieste apparentemente a orologeria (ma la forma è sostanza!) seguita da assoluzioni non altrettanto puntuali ha ingenerato il sospetto diffuso di un esercizio strumentale dell'azione penale, si stronchi questo sospetto sul nascere reintroducendo l'immunità.

Il giudizio sui fatti e misfatti della politica deve essere restituito al cittadino. Chiarisco questa frase, che non è né l'invocazione di un tribunale del popolo, con tanto di tricoteuses, né l'appello a una depenalizzazione generalizzata di qualsiasi cosa fatta da chiunque sia titolare di un incarico elettivo. No. Io intendo dire un'altra cosa. Intendo dire che la panpenalizzazione dell'azione politica, il fatto che non ci sia più procedura, adempimento, genuflessione, timbro, salamelecco, ceralacca, che ti salvi dalla presunzione di colpevolezza in quanto politico, è innanzitutto uno sfacciato e vibrante insulto a quel popolo italiano nel cui nome si pretenderebbe di esercitare la giustizia. Pretendere di sostituirsi all'elettore nell'esercizio di una funzione di indirizzo politico (gli esempi non mancherebbero, ma non mi dilungo che sono già quasi a Milano) significa esternare una radicale sfiducia nella capacità di discernimento dell'elettore stesso, o peggio ancora una generalizzata e tombale presunzione di colpevolezza, tale per cui il politico scelto sarà comunque scarso, o perché l'elettore è stupido (ovviamente se non è di sinistra, come la sinistra amabilmente gli ricorda nel tentativo di catturarne le simpatie), o perché agisce in cambio di favori, in un'ottica quindi assimilata sic et simpliciter al voto di scambio.

Forse, nei salotti che contano, e in cui il lobbysmo scorre potente, bisognerebbe ricordare che non solo i ricchy, ma anche i povery, quando votano qualcuno, lo fanno perché da quel qualcuno si aspettano qualcosa, e che se questo meccanismo, che si chiama rappresentanza politica, va bene quando è agito dai ricchy, deve andare bene anche quando agito dai povery. Ma è sempre più evidente che l'azione della magistratura sta esondando dal giudizio sul "qualcosa" che gli elettori si aspettano, al fatto che essi si aspettino qualcosa. Nel mirino c'è l'essenza stessa del meccanismo di rappresentanza, che implica un mandato, e quindi un "fare qualcosa".

Il finanziamento pubblico si rende tanto più necessario in quanto nella temperie culturale attuale quello privato è fonte di un duplice attacco alla democrazia: l'attacco da parte della magistratura, quando esonda volendo sottoporre a giudizio di merito (e quindi implicitamente di indirizzo politico) fatti assolutamente leciti, e l'attacco da parte dell'universo mondo piddino, fatto di istituzioni, datori di lavoro, direttori di banca, capi ufficio, insegnanti dei propri figli, ecc., che grazie alla pubblicazione delle liste (di proscrizione) dei tanti finanziatori della Lega sa verso chi esercitare la propria discriminazione, sa quale cliente, paziente, figlio, ecc., penalizzare per motivi di odio ideologico. Questa è l'esperienza di ognuno di noi: tanti ci sostengono idealmente e vorrebbero farlo anche concretamente, ma in questo baese libbero, demogradigo e andifascisda hanno il terrore di far sapere che sostengono Salveenee.

E questo terrore è purtroppo motivato, ve lo posso dire per esperienza personale.

Con l'immunità quo ante si stroncherebbe in radice il sospetto di strumentalità di certe indagini. Questo significa che il Parlamento diventerebbe la Caienna di una ciurma di sconclusionati gaglioffi? No, ovviamente no, perché gli elettori non lo consentirebbero, e quindi, ben prima di sottoporsi al loro giudizio, non lo consentirebbero i partiti, come non lo consentivano all'epoca in cui la memoria di cosa fosse il fascismo aveva suggerito di rendere inviolabili i parlamentari nell'esercizio delle loro funzioni politiche. Ma oggi chi fa il piagnisteo in memoria di certi uomini coraggiosi è il primo a tradirne il lascito, consegnandosi allo squadrismo di chi nei fatti ha trasformato quell'aula sorda e grigia in un bivacco di meetup.

Insomma: Dio è morto, Aristotele è morto, ma io sono in ottima forma, e non sono disposto ad arrendermi.

E voi?

domenica 24 dicembre 2023

L'impresa del MES

Scusate se vi ho trascurato: ultimamente capita spesso, ma questa volta credo che, più di altre, possiate capirne e apprezzarne i motivi.

Come ricordo di avervi detto in una diretta, che cosa avrei votato io lo sapevo da dodici anni, che cosa avremmo votato noi da alcuni mesi, come avremmo coinvolto gli altri, per evitare che il nostro voto restasse uno sterile atto di testimonianza, da poche settimane, e attraverso quale percorso parlamentare  si sarebbe venuti al dunque, per evitare le imboscate di amici e nemici, da pochi giorni. Queste poche settimane e questi pochi giorni sono stati particolarmente intensi, come immaginate. Aggiungiamoci il fatto che invece di poter riposare sull'esperienza di Riccardo Molinari, per un felice accidente del destino, il 21 dicembre del 2023 ero alla mia prima esperienza di capogruppo, a causa dell'assenza di Riccardo, del suo vicario Iezzi, e del vicecapogruppo decano Bruzzone. Per questo incombeva a me comunicare la linea del partito ai colleghi, anche quelli impegnati in Commissione, cosa che agli operatori informativi è sembrata particolarmente significativa, ma era un mero accidente tecnico. La decisione era stata, come deve essere, collegiale, e non devo certo spiegarvi che le cose stanno esattamente al contrario di come gli operatori informativi le riportano (soffrirebbero troppo nel sapere di essersi fatti trollare alla stragrandissima da un loro beniamino...).

Una votazione così delicata, sotto Natale, aveva le sue incertezze, non per altro, ma perché fra impegni politici sul territorio e congedi autorizzati (fra cui quelli per malattia, perché l'influenza gira e chi è esposto al pubblico se la prende) al gruppo mancavano sedici parlamentari. Capirete che non si poteva nemmeno fare una chiamata alle armi, neanche nelle nostre chat interne! Per i motivi che vi ho esposto in una delle ultime dirette, questa:

non era da escludere, in linea di principio, che se si fosse insistito sul messaggio di essere assolutamente in aula (che comunque era già stato dato due giorni prima), magari spiegando perché, qualcuno avrebbe potuto trasferire la notizia a qualche operatore informativo. Meglio non indurre nessuno in tentazione e compattare i ranghi in segretezza e senza particolare enfasi.

Per fortuna potevo contare su due piloni della mischia come Edoardo Ziello e Simona Bordonali, i delegati d'aula. Loro mi hanno aiutato a recuperare alcune delle pecorelle smarrite, e a tenere sott'occhio il pallottoliere, almeno fino a quando la sparata di un invasato dalla voce chioccia, di cui non capivo bene che cosa volesse, ma di cui ricordo bene come ha agito (nella stanza in cui nacque la logigadibaggheddo, che è quella di Chigi angolo via del Corso, eravamo in tre e uno ero io), ci ha finalmente fatto intuire che comunque i numeri li avremmo avuti (cosa che, a dire il vero, il perfido Borghi sosteneva dal giorno precedente: uno dei tanti motivi per i quali ero inquietamente tranquillo).

Bene così.

Ora i biglietti di auguri sono stati spediti (solo 499, perché mi sono dimenticato quello per Pierre Gramegna: rimedierò il 27), i regali scartati, i mittenti ringraziati, il brodo e il ragù sono sul fuoco, la cucina è in ordine (ovviamente la moglie qualcosa di cui lamentarsi lo trova: "Stai scrivendo il post di Natale?" Ma basta passare da Gramegna a Gramuglia per comporre i dissidi), ora che tutto (o quasi) è a posto, insomma, posso tornare qui, nell'infrastruttura del Dibattito, nel blog che non c'è della community che non esiste, ma cui, per fortuna, Claudio con grande intelligenza tattica ha dato visibilità al momento giusto (perché sì, va detto e ricordato: dodici anni di lavoro non sarebbero serviti a nulla se non fossero stati resi visibili al momento giusto, a riconferma del fatto che avere ragione e sapere la "verità" non serve a nulla, di per sé...), posso tornare, dicevo, per mettere qualche puntino sulle "i", per aiutarvi a capire che cosa troverete nell'imballo del regalo che non c'è: il MES, che qualcuno vi avrebbe voluto far trovare sotto l'albero, e che qualcun altro (credo sappiate chi, altrimenti non sareste nei paraggi) ha fatto scomparire.

La disfatta dei disfattisti (aka #ppdm)

Una cosa è certa: dopo il voto del 21 dicembre 2023 i disfattisti non hanno più scuse, e soprattutto non hanno dignità di interlocutori. Le cose stanno esattamente come dice l'Avicenniano:


La convergenza della narrazione zerovirgolista con quella mainstream non deve stupirci: sappiamo riconoscere un gatekeeper quando ne incontriamo uno!

Fu esattamente questo a consentirci ad esempio di intuire che i 5 Stelle non potevano costruire un'alternativa credibile al sistema (ve lo spiegai il 30 luglio del 2012, prendendomi bordate di insulti),  che fatalmente si sarebbero alleati con il PD (ve lo prefigurai il 6 settembre del 2016, nell'incredulità generale), e che questo snodo avrebbe esposto il Paese a un serio rischio: e infatti, dopo il Governo giallorosso, arrivò Draghi!

Ora, alcuni #ppdm li conosco personalmente: so quanto valgono (poco), e sarei sinceramente stupito, e anche un po' infastidito, se apprendessi che qualcuno li ha comprati! Ma so che non è così: non funziona così (è questo che, nonostante più di un decennio di sforzi, non riesco a farvi capire). Comprare certa roba non è necessario: non lo è nell'infimo, come in questi casi, né nel meno infimo (pensiamo ad esempio a tutto il mondo degli operatori informativi). Il problema non sono quasi mai le intenzionalità soggettive, genuine o pervertite da moventi venali, delle persone. Il problema sono quasi sempre le dinamiche oggettive, come ad esempio quella che porta gli operatori informativi a diffondere informazioni di qualità scarsa perché solo chi non ha informazioni qualificate ha un incentivo a darsi importanza diffondendo il poco che sa. Quanto ai disfattisti e ai loro partituncoli insulsi, i cui manifesti sono costruiti col copia e incolla dei miei post di undici anni fa, essi sono oggettivamente dalla parte del PD, perché oggettivamente rosicchiano i voti dei più deboli o dei più opportunisti fra i nostri potenziali elettori, aprendo spazio all'elezione di parlamentari piddini. Lo abbiamo visto succedere e sì, le cose stanno come dice Samuele. Hanno molta paura e il loro giochino è chiaro: attirare verso "liste civetta" più o meno allettanti, con lo specchietto per le allodole dell'antipolitica, il maggior numero di voti per sottrarli all'unica forza politica in qualche modo rivoluzionaria, per il semplice fatto che ha coinvolto chi ha capito e vi ha fatto capire come stanno le cose: Antonio, Claudio, Marco, e naturalmente il "gestore dell'infrastruttura" (io).

Ora, fino a prima del 21 dicembre a questa linea argomentativa si poteva opporre il becero argomento del "fate solo chiacchiere, sicceroio..."!

Ma il 21 dicembre abbiamo schiantato, con le nostre "chiacchiere", cioè col nostro lavoro di coinvolgimento culturale e quindi politico, una riforma che tutti ritenevano ormai ineluttabile, e soprattutto, al di là del merito (rilevantissimo) del provvedimento, abbiamo dato plastica evidenza a un essenziale problema di metodo: si può dire di no!


Finalmente trovavano sbocco concreto le parole che avevo sentito, tanto tempo addietro, da un funzionario di Bruxelles: "Qui c'è solo una cosa che li tenga in rispetto: un Parlamento con una maggioranza solida che gli voti contro!"

Quindi ora gli zerovirgolisti del "eh, ma loro fanno solo chiacchiere, sicceroio sì che gliela facevo vedere!" sono morti, rasi al suolo da un doppio controfattuale: al più consueto ("Dimmi, cocco di mamma, com'è che visto che sei così bravo lì non ci sei tu, ma ci sono io?") se n'è aggiunto un secondo, tombale ("Amoruccio di papà, e come avresti raggiunto la maggioranza prescritta con i tuoi quattro parlamentari in croce?").

Morti.

Spiace, ma la vostra unica speranza siamo noi, e chi ci ha coinvolti, ovvero l'impresentabile Salveenee. I presentabili vi avrebbero volentieri venduti: dovrete fare con quello che avete. Teneteci (stavo scrivendo "temeteci") da conto, e sosteneteci, perché da oggi per i disfattisti c'è solo l'alzo zero.

Il tempo e le opere

Non per questo non voglio entrare nel merito delle scemenze particolarmente en vogue nella corte dei miracoli dei trombati non trombanti, degli intellettuali non pensanti, dei capipopolo senza popolo, insomma: dei #ppdm!

Il primo, francamente, è ridicolo: l'idea che "eh, ma poi dopo le elezioni europee ce lo ripresenteranno e allora lo voterete!" Di tutti i modi per dimostrare che non si capisce di cosa si stia parlando questo è il più degradante per chi vi indulge. Dopo le elezioni europee ci saranno intanto da costituire i gruppi parlamentari, operazione non scontata i cui dettagli sono esposti qui (almeno 25 parlamentari eletti in almeno un quarto degli Stati membri, ecc.: insomma, un bel sudoku). Poi bisognerà votare per il Presidente della Commissione, e ci sarà quindi da vedere chi voterà per la fallimentare von der Leyen, e che strada seguirà per giustificarlo ai propri elettori. Poi ci saranno da scegliere i Commissari Europei, che dovranno avere il gradimento delle Commissioni. Poi ci sarà da votare la fiducia alla nuova Commissione. Poi arriverà l'estate, e poi la legge di bilancio. E voi credete veramente che una Commissione neoeletta si metta a insistere, quand'anche fosse tecnicamente possibile, su un tema su cui una Commissione così autorevole (come ci viene raccontata) sta ancora raccogliendo i denti da terra, dopo lo sberlone che ha preso? Suvvia, cari: significa non capire come va il mondo, e significa anche non leggere Goofynomics. Il MES, fra tanti difetti, ha almeno il pregio dell'inutilità. Per questo i mercati non ne piangono la mancata riforma e non ne piangeranno la liquidazione: perché la gente di mercato è gente pratica, gente che sa come stanno le cose. Ove scoppi una vera crisi, l'unico meccanismo di stabilità è quello dotato di potenza di fuoco illimitata, quello che esiste in ogni Paese civile, e quello che quando le cose si mettono male siamo costretti a usare anche qui: la Banca Centrale (vi ho spiegato qui, al punto 3, che questa consapevolezza è chiaramente espressa anche dalle istituzioni europee). Il MES era solo uno strumento per imporre condizioni alle politiche economiche nazionali, ma anche in quello è superato: ora c'è il PNRR. Quindi, sinceramente, anche basta scemenze, no!?

Poi c'è l'altra linea argomentativa dei "sicceroi", gli eroi del "sicceroio": "Eh, ma avete venduto il Paese accettando una riforma del Patto di stabilità molto penalizzante, sarebbe stato meglio barattare la riforma del MES in cambio di regole di bilancio meno penalizzanti! Sicceroio...". Meglio mi sento! Partirei dal presupposto che qualsiasi regola, che l'esistenza stessa della nozione di regola, è di per sé disturbante, è un fallimento della ragione e della politica. Un fallimento della ragione, perché il dibattito scientifico su "rules vs. discretion" è un dibattito antico, molto anni Settanta, un dibattito che oggi fa un po' sorridere, come farebbero sorridere, fuori da un cosplay, i pantaloni a zampa d'elefante, e che comunque non ha raggiunto conclusioni definitive. Un fallimento della politica, perché tutta la solfa sulle regole si riconduce sostanzialmente a un punto: la diffidenza degli elettorati del Nord verso gli altri popoli europei. Sulla base di questa pretesa differenza ontologica, che ha radici culturali lunghe e risalenti, è naturalmente impossibile costruire alcunché di solido. Finché qualcuno chiederà regole, per il fatto stesso che le starà chiedendo, avremo quindi la certezza che il progetto europeo sia di corto respiro, e questo in modo assolutamente indipendente e preliminare rispetto alla qualità delle stesse regole (cui aggiungerei per completezza anche l'altra parola totem: le riforme), e quand'anche la regola propugnata fosse "fate come vi pare!" e la riforma auspicata "siate voi stessi!"

Ma capisco che questa sembra filosofia, e quindi vado sul concreto. Non dovete spiegare a noi che queste regole sono penalizzanti per l'Italia (e per altri Paesi), o almeno tali sembrano a questo stadio del negoziato (ci deve ancora essere un trilogo, ecc. ecc.: se volete fare gli informati, informatevi!). C'è però un dettaglio che mi pare sfugga a molti. L'alternativa era scegliere fra una minaccia concreta e immediata e una minaccia eventuale e differita. La riforma del MES dava elementi per un attacco immediato al debito pubblico italiano, come sapete (i dettagli sono qui, ma in sintesi: nel nuovo MES la ristrutturazione del debito pubblico italiano era più agevole, i mercati lo sapevano e avrebbero cominciato a scaricare i nostri titoli, ci sarebbe voluto molto poco a innescare un attacco). Le nuove regole vedremo cosa saranno quando entreranno in vigore. La nostra manovra 2024 è a prova di regole vecchie e nuove (non capisco chi parla di manovrina estiva, sinceramente: ma sbaglierò certamente io...), poi ci saranno le elezioni, poi vedremo. Sono stati i francesi a chiedere un periodo di "grazia" di quattro anni, in un disperato tentativo di Macron di non farsi radere al suolo a scadenza, considerando che la situazione dei loro fondamentali è pessima e quindi anche a loro dovrebbero applicarsi misure restrittive. A scadenza naturale Macron sarà raso al suolo ugualmente, ma intanto noi possiamo tirare avanti. Sicceravate voi, lo so, avremmo traslocato tutti in cima al Paradiso terrestre. Siccome c'eravamo noi, abbiamo fatto quello che si poteva, e credo che per il momento sarà abbastanza.

Le inqualificabili scemenze sul fatto che ora le trattative sarebbero più difficili non vorrei nemmeno commentarle: è solo facendosi rispettare che si ottiene il rispetto. La naturale inclinazione del PD verso la flessione a novanta gradi non ha portato alcun beneficio tangibile al Paese, che io ricordi. Se avete ricordi diversi, potete correggermi nei commenti.

Import-export

Come ho chiarito a Radio Cusano:

non è su questi controfattuali insulsi che bisogna soffermare l'attenzione, ma sull'interazione fra la geografia politica del Parlamento europeo e di quello italiano. Il Governo Draghi era stato un tentativo di importare in Italia lo schema Ursula. Quello che il PD voleva (e io lo so perché uno di loro venne mandato a dirmelo, sì, mandato da me, dall'irrilevante parlamentare che nessuno considera... ma di cui non solo i giornalisti hanno timore!) era che noi ci astenessimo sulla fiducia e restassimo fuori. In questo modo FI avrebbe potuto saldarsi senza troppe remore alla sinistra, con un'operazione à la Nazareno, e il PD sarebbe affondato nelle vostre libertà e nei vostri portafogli come una lama calda nel burro. Noi questo lo abbiamo impedito: il tentativo di importazione è fallito quando l'ingresso della Lega ha creato una dialettica fra centrodestra e centrosinistra "di Governo". Ci è costato molto. Alcuni, più avvezzi a misurare il consenso dalla lettura dei quotidiani, questo costo esorbitante non se lo aspettavano. Io sì, con pochi altri in segreteria politica (Siri e Ceccardi, fra quelli che si espressero).  Proprio perché me ne aspettavo i costi prima, sono in grado di vedere con precisione dopo i vantaggi di questa esperienza, perché ci sono stati anche vantaggi. Con FI in maggioranza e noi all'opposizione la riforma del catasto sarebbe passata, e questa non è fantasia né ideologia: sono numeri.

Ora lo schema si è completamente ribaltato: fallito grazie a noi il tentativo di importare la maggioranza Ursula in Italia, vediamo se riuscirà grazie a noi il tentativo di esportare la maggioranza di centrodestra (a tre partiti) in Europa. Non dipenderà solo da quanto succederà qui in Italia, dove è ovvio che le migliori speranze di cambiamento le dà solo chi ha dimostrato di avere, oltre a una ultradecennale capacità di analisi, anche un minimo di capacità politica. Dipenderà anche da quanto succederà negli altri Paesi, dove i nostri alleati all'interno del gruppo ID stanno crescendo nel consenso, mentre altre frange del centrodestra si trovano in maggiore difficoltà. Sappiamo bene che al Governo in Germania c'è un socialdemocratico che un domani passerà alla storia come quello che avrà sbriciolato il proprio partito (segnatevelo, così se non succede potrete rinfacciarmelo). Certo però che fintantoché questo non succede, resta il problema, cui vi ho più volte accennato, dell'estrema difficoltà di un disallineamento fra il colore del Governo nella potenza egemone e quello della Commissione. Un problema che, in quanto emerga con evidenza, avrà almeno il merito di chiarire ai tanti ignari in che mondo siamo: in un mondo in cui tutti gli elettori sono uguali, ma alcuni elettori (quelli tedeschi) sono più uguali degli altri, anche se nel frattempo hanno cambiato idea e oggi voterebbero maggioritariamente AfD!

Chi non vorrebbe vivere in un mondo così?

Sempre meno persone, ritengo.

Sta a noi aiutarle.

Mi avvio a concludere...

Il voto del 21 dicembre 2023 è stato un voto storico. Non si ricordano altri casi di un "no" pronunciato dal Parlamento italiano su materia di simile importanza, né, a dire il vero, su materia di importanza minore, fatti salvi alcuni voti in Commissione XIV, cui le sedi europee rispondono abitualmente con uno sberleffo. Ma di una mancata ratifica non si può non prendere atto.

"MES" è il ventunesimo tag per importanza nel nostro tagcloud, dopo "elezioni" e prima di "ortotteri": tutti i post con tag MES li trovate qui.

Il più vecchio è del 19 dicembre 2015, ed era stato originato da un'intervista di una persona che non voglio nemmeno nominare, avendo ricordato in aula lo spessore della sua etica professionale, a Lars Feld. In quell'intervista Feld affermava che per risolvere la crisi del sistema bancario italiano innescata dalle decisioni della Vestager su Tercas, decisioni poi reputate illegali dai tribunali della UE in due gradi di giudizio, l'Italia avrebbe dovuto attingere al MES (che allora esisteva solo nella versione attuale, non riformata). Vi suggerirei proprio di rileggerlo, quel post.

Ma è da prima, dal 2012, a seguito della fatidica telefonata di Lidia Undiemi ("Professòòòòòòòòre!") che qui ce ne occupiamo, per interrogarci sulla sua funzione nell'architettura dell'Eurozona, come fece Sandro il 12 agosto 2012, per delineare il suo ruolo nel porre le decisioni politiche "al riparo del processo elettorale", come fece Cesare Dal Frate il 24 settembre 2012, per evidenziarne la funzione redistributiva dalla periferia al centro dell'Eurozona, come mi capitò di fare il 27 dicembre del 2012.

Il risultato che abbiamo conseguito abbattendo la sua riforma, sottoponendo al "processo elettorale" un'istituzione che se ne credeva schermata e che nasceva, in fondo, per inibirlo, ha dell'incredibile, se visto con gli occhi di allora. Ieri sera l'algoritmo mi ha portato qui, e, si parva licet, ho visto una logica, o forse un'analogica, in questa casualità. Ma la lezione più importante che traiamo da questo successo è che perché le cose avvengano bisogna crederci.

Qui ci abbiamo creduto, ed è soprattutto per questo che, per una volta, sento di dovervi ringraziare: è un dato oggettivo che senza il vostro sostegno, sul blog, nei social, nelle strette di mano ai nostri convegni, o semplicemente in mezzo alla strada, io per primo non avrei avuto la forza di crederci, di sostenere lo sforzo estenuante che Goofynomics mi è costato, uno sforzo di cui mi rendo conto solo ora, quando constato che per scrivere poche righe leggibili devo profondere un tempo e una concentrazione che mi stupisco di aver avuto in passato (e non mi soffermo sullo sforzo per organizzare la nostra vita in comune, a partire dai #goofy). Certo, nella mia vita precedente scrivere mi procurava piacere, ed è forse per questo che leggermi ne procurava a voi. Me ne procuravano, del resto, anche suonare, o andare in barca a vela. Sono una persona curiosa, e ho, o almeno avevo da meno anziano, un certo talento nell’affrontare nuove sfide. Ma come ho abbandonato la carriera musicale (quella che più mi avvicinava alle verità cui tengo), o quella filosofica (quella che più mi avrebbe avvicinato alla piddinitas), sostanzialmente per aver avuto più curiosità di nuovi orizzonti che fiducia in me stesso, così, se la vostra risposta al grido di dolore lanciato con Goofynomics non fosse stata così immediata e corale, non avrei mai avuto la forza di persistere. Quello che mi ha consentito di andare avanti, di espormi, di mettermi contro la mia professione, di mettermi contro il mio ambiente, maggioritariamente composto di secredenti intellettuali "de sinistra", quello che mi ha consegnato all'imperativo morale di difendere questa trincea, è stato leggere le vostre parole, capire che questa battaglia non era solo mia, e trarne le dovute conseguenze.

Nostra è stata la battaglia, nostra è la vittoria. E ora riposiamoci, perché la guerra non è finita.

Tanti auguri di buon Natale a tutti, e di buone vacanze a chi può farne.

Se Dio vorrà, ci rivedremo per il post di fine anno.

mercoledì 1 novembre 2023

La gente non vuole complicazioni

 (...qui ho sempre accolto le vostre grida di dolore, ho sempre cercato di condividere la vostra amarezza, la vostra spossatezza, senza pretesa di indicarvi una soluzione, di offrirvi un rimedio, ma con l'umiltà di chi anche prima di essersi messo al servizio del Paese vedeva nella vostra sofferenza un suo fallimento e nella vostra impotenza un cocente rimprovero. Ho scelto io di espormi, e non mi sono mai sottratto alle conseguenze di questa esposizione, da ben prima che essa venisse formalizzata da una carica elettiva, e chi c'era lo sa. Quindi diamo la parola a Laura...)

Laura Di Lucia ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "“Una volta c’era la Repubblica!”":

Prof, io qui mi sono sempre sentita a casa.

Sin da "i salvataggi" che non ci hanno salvato.

Tante volte ho trovato spunti per rielaborare ciò che la vita di tutti i giorni mi metteva davanti.

Oggi però, a 48 anni suonati, mi trovo con il nulla tra le mani e non risesco a capire (accettare) perché siamo stati sacrificati così.

Un'azienda fallita a causa della gestione scellerata della pandemenza.

Ho perso tutto: tutto ciò per cui avevo lavorato, tutto ciò che stavo costruendo.

Come me, tanti altri piccoli imprenditori.

Collaterals, giusto? Pazienza se dietro ci sono persone, famiglie.

E' la guerra, bellezza!

Siamo stati la pulizia "dell'inefficienza invocata da quello bravo".

Qui non si tratta (più) di grillanza, Prof.

Come si può credere che chi ha causato tanto male, possa ancora essere la soluzione?

Non è un attacco personale, né al partito, vorrei fosse chiaro.

Ho compreso i motivi di certe scelte e, anche se non li condivido, capisco non si potesse fare altrimenti.

A questo punto, se davvero non è possibile rimettere in equilibrio il piano, perché ci affanniamo così tanto?

Nel 2008 lehman brothers, nel 2020 la pandemenza, la continua instabilità politico-economica che impedisce qualsiasi programmazione a lungo termine. Non ho più strumenti e come me tante altre persone.

Quando poi parli con un carabiniere citando le fonti del diritto e questo ti guarda come fossi una scimmia allo zoo, capisci che l'utile idiota messo nei posti giusti, fa più danno della bomba H.

La nostra società è piena di utili idioti: nelle istituzioni, nei corpi armati, nei comuni... tra i cittadini rincoglioniti da Netflix.

Prof, siamo sempre stati più di uno, due o tre. La domanda che mi pongo è perché non si riesca ad andare oltre.

La questione è che la gente non vuole complicazioni ed è per questo che le avrà (e le infliggerà al prossimo).

La scarsa lungimiranza, il non vedere oltre il proprio naso, il volere la vita comoda. Ma come ha fatto l'umanità a diventare questo informe ammasso di cervelli in formalina? Quando hanno (abbiamo) smesso di chiedersi (/ci) il perché delle cose?

Come se ne esce? Semplice: non se ne esce a meno di un bel reset totale. Non è questione di colori politici, è proprio più una questione generale, di fondo, culturale.

Mi spiace essere tornata a lasciare un commento così disfattista, non è da me.

Passerà perché non so stare ferma a piangermi addosso però confesso che sto facendo tanta fatica, stavolta.

Intanto mi sono iscritta alla facoltà di Giurisprudenza (ateneo fisico), il resto si vedrà.

Chiedo venia per i pensieri sparsi e torno a fare da spettatore.

"Ciascun suoni, balli e canti,

arda di dolcezza il core:

non fatica, non dolore!

Ciò che ha esser, convien sia.

Chi vuole esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza."

Laura

Pubblicato da Laura Di Lucia su Goofynomics il giorno 26 ott 2023, 14:46


Dunque.

Qualche giorno fa ero a cena in un consesso molto esclusivo ed escludente, il che, considerando che l'inclusività è la bandiera dei piddini, mi faceva sentire relativamente a mio agio. Incidentalmente un alto, altissimo funzionario della Repubblica parlava della sua esperienza con la gestione della pandemenza in Spagna, in particolare a Madrid. Con un Governo di sinistra, quindi ipocondriaco, il Presidente della Comunità di Madrid, Isabel Diaz Ayuso, non essendo di sinistra, come è noto aveva ritenuto di adottare una linea non ipocondriaca. Non è poi così strano, mi verrebbe da dire (cit.): l'ideologia esiste e aiuta! Se la sinistra è ipocondriaca (e ancora più se sai e capisci perché è o si dichiara tale: per legittimare strategie di controllo del dissenso), e tu non sei di sinistra, dovrebbe venirti piuttosto naturale non essere ipocondriaco! Rimarcava, l'alto, anzi altissimo, funzionario, che questa linea meno ipocondriaca aveva salvato dal fallimento tante imprese, evitando che Madrid si riducesse alla stregua di altre capitali spagnole, dove il Pil era crollato. Alla mia domanda, porta sine dolo, quasi modo genitus infans, e con accento di ingenua, sincera curiosità: "Ma la mortalità non è stata più alta?" la risposta, che per educazione, e per non indurre sospetti, accoglievo con uno stupore di circostanza, era: "Assolutamente no, nei dati non si vedono differenze".

Inutile dire che la risposta non mi stupiva.

Martedì 4 maggio 2021, su invito di Claudio, mi ero confrontato in videoconferenza con Ioannidis (questo). Non stiamo parlando di una di quelle fetecchie senza arte e con troppa parte, prive di titoli di studio e di produzione scientifica, che la compagna Boldrini, quando presiedeva la Camera bassa (e con lei infima) aveva legittimato come guardiane della rivoluzione, e che ancora ci troviamo fra i coglioni con l'altisonante nome di "fact-checker indipendenti"! Stiamo parlando di uno dei ricercatori più affermati in ambito epidemiologico. Quello che l'alto, l'eminente funzionario pubblico mi riferiva con un certo compiacimento, come una evidenza controintuitiva o comunque sorprendente, per me era la quintessenza dell'ovvio, e non credo di averlo mai nascosto.

"Ma allora sapevate tutto e ci avete sacrificatoooooh! Avete traditooooh!" e via dicendo...

Sento questa intonazione nelle parole di Laura, insieme a un certo "tuttismo", la più grillina delle ideologie grilline, e mi dispiace.

Mi dispiace perché gli sforzi che abbiamo fatto per portare un po' di buonsenso nel dibattito italiano non sono stati tutti esercitati dietro le quinte: qualcuno anche in prima serata televisiva, come questo:


(...era il 25 maggio 2021: all'epoca il parassitologo aspirante politico del PD si atteggiava a esperto indipendente. Fatto sta che noi ventuno giorni prima di questa trasmissione avevamo parlato con uno che aveva un h-index pari a tre volte e mezzo il suo, e quindi un'idea sull'attendibilità dell'aspirante parlamentare ce l'eravamo fatta, prima che certe aspirazioni si palesassero...)

Questo, Laura, te lo ricordi?

Perché se non te lo ricordi, magari dovresti dargli un'occhiata. Mentre se te lo ricordi non dovresti fare, come fai, di ogni erba un fascio.

"Siamo stati sacrificati"...

Da chi?

Chi era al Governo?

Chi cercava di dire parole di buonsenso?

Chi invece cercava disperatamente di soffocarne la voce?

Nell'ordine: vi hanno sacrificati Conte e Speranza. Al Governo c'era Conte col PD. Claudio, e nel mio piccolo anch'io, abbiamo cercato di portare avanti una voce di buonsenso (Claudio sul tema dei lockdown, io su quello delle terapie domiciliari e degli effetti collaterali). Formigli & friends hanno cercato di soffocare le nostre e altre voci con una campagna di squadrismo mediatico non priva di precedenti (se sei veramente qui dai tempi dei "salvataggi che non ci salveranno", allora forse dovresti ricordare lo squadrismo di cui furono e sono vittima i "noeuro"...).

Alla tua accorata domanda "Come si può credere che chi ha causato tanto male, possa ancora essere la soluzione?" io non ho altro da risponderti se non che io non ti ho mai detto, né ti ho mai chiesto di credere, che Conte, Speranza, o Formigli, potessero essere la soluzione. Perché la causa sono stati loro, e la nostra opposizione a loro e ai loro congeneri è sufficientemente documentata, tanto che, con tutto il rispetto, mi sono anche rotto i coglioni di dover ogni volta ritirar fuori gli stenografici e i video di quel periodo per chiarire che cosa ho detto e fatto, come pure di dover tirar fuori il pallottoliere per spiegare che in democrazia non si vota a minoranza.

Se nel 2020 al Governo c'era un ortottero la colpa non è mia e probabilmente nemmeno tua, ma, di converso, se è successo quello che è successo la colpa è certamente di chi ha fatto sì che nel 2020 al Governo ci fosse un ortottero e non una Ayuso.

Full stop.

Che la filosofia dello "scrollare l'albero per far cadere le mele marce", la filosofia del riavvicinare l'individuo "al contatto diretto con la durezza del vivere", fosse e sia la filosofia politica del PD, e che di questa filosofia il progetto europeo fosse lo strumento, chi ha voluto lo ha imparato qui. Che questa filosofia incontrasse tutto il mio disprezzo dovresti saperlo: non l'avrei portata alla vostra attenzione se non l'avessi ritenuta esecrabile e socialmente pericolosa perché destabilizzante.

Ti sto dicendo che nel mio partito questa consapevolezza è unanimemente condivisa ed è sempre portata alle sue logiche conseguenze?

No, non ti sto dicendo questo.

Ma ti sto dicendo che se da un lato c'è un partito (quello in cui mi onoro di militare) che ha un suo dibattito interno, e in cui peraltro milito perché il suo leader mi ha voluto a bordo (cosa non banale), dall'altro è assolutamente evidente che chi ti ha voluto schiacciare è stato il PD, che è anche quello che poteva schiacciarti perché era al Governo. Quindi il primo "reset culturale" che chiedi agli altri temo che debba farlo tu: capire che non siamo tutti uguali. Capire che non basta avere la "Veritah" per convincere gli altri a seguirti. Capire che l'indirizzo politico lo esercita (abusivamente) che ha il controllo dei mezzi di informazione, e chi ha il potere di mettere dentro i politici.

Questi sono dati.

"La gente non vuole complicazioni", dici tu.

E, coerentemente, tu sei la prima a semplificare: ci avete sacrificati, #aaaaabolidiga ci ha sacrificato, #nonvivotopiuuuuh, e via dicendo. La gente fa bene a non volere complicazioni! Il mondo dovrebbe funzionare così. Le complicazioni dovrebbero essere gestite e intermediate appunto dai corpi intermedi, fra cui i partiti. Non è concepibile un mondo in cui ogni elettore (ma anche ogni eletto) debba essere virologo, epidemiologo, ingegnere nucleare, astrofisico, ecc. E un appuntato dei carabinieri, che tu ci creda o meno, non deve essere un fine costituzionalista, e forse è anche un bene che non lo sia, considerando che i fini costituzionalisti sono per lo più degli idioti semantici incapaci di distinguere fra due concetti così distanti come quello di limitazione e di cessione! Tutti gli agenti dell'Arma che conosco (per non parlare dei sottufficiali e degli ufficiali) sono culturalmente molto più avvantaggiati dell'ordinario mediano di diritto costituzionale, mia cara, e capiscono certe dinamiche molto meglio degli operatori informativi. Ma se anche così non fosse, capisci che il mondo non può funzionare così, che la retorica della disintermediazione e la sua cugina bastarda, la retorica della coNpetenza, hanno un fine comune: sabotare la democrazia rappresentativa. Non c'è nulla di malsano nel non volere "complicazioni". Quello che è, oggettivamente, malsano, è l'aver scardinato il meccanismo della rappresentanza e il sistema dei corpi intermedi. Molti corpi intermedi hanno dato ampia prova negli ultimi anni e decenni di non essere completamente attendibili, avendo fallito nei propri risultati dichiarati, o avendo dimostrato di perseguire obiettivi non dichiarabili: i sindacati, gli ordini professionali, il sistema delle cooperative, i media, le ONG... Ma di tutte le categorie di corpi intermedi, una ed una sola è sulla graticola da trent'anni: il sistema dei partiti. Perché? Perché è quello che in teoria dovrebbe selezionare ed esprimere i vostri rappresentanti. Colpirlo, definanziarlo, denigrarlo, serve solo a indebolirne il ruolo. E tutti voi, tutti noi, abbiamo lasciato che i nostri rappresentanti venissero indeboliti, credendo che questo ci avrebbe reso più forti.

Come abbiamo potuto essere così stupidi?

Questa è materia per gli storici.

Il nostro problema è risalire la china.

Decidere se contare spetta a noi. E se vogliamo contare qualcosa dobbiamo attribuire le responsabilità in modo corretto e presentare il conto al momento giusto, che è sempre quello delle elezioni.

Chi vi dice "sò tutti uguali" vuole fottervi. Ve l'ho sempre detto e dimostrato (vi misi in guardia dai grillini otto anni prima che la loro gestione della pandemenza aprisse gli occhi a tante belle addormentate...). Qui non si tratta di disfattismo. Capisco che tu sia amareggiata, prostrata, sconfitta, e ne soffro con te, come ho sofferto con tutti quelli che hanno condiviso con me le loro vicende, che hanno cercato qui ascolto e umana comprensione.

Ma non siamo tutti uguali.

Il vostro nemico di classe, quello che ha nel DNA lo sterminio dei kulaki, è il PD.

Punto.

La risalita della china comincia da qui. Sono infinite la testimonianze di disprezzo del PD per il sistema delle piccole e medie imprese, per i commercianti, per gli artigiani, per quelli che loro chiamano "bottegai" e i loro alleati "prenditori", visti come una palla al piede, visti e descritti come un ceto parassitario.

E allora basta: sta a noi rendere lo scontro uno scontro non impari. Se a sinistra candidano per una qualsiasi posizione un qualsiasi oggetto, quelli di sinistra vanno a votare e lo votano. Funziona? No! Basta guardare che cosa sta succedendo a Roma! Ma se, come dici tu, e come è effettivamente vero, il problema è culturale prima che politico, allora dovete creare voi le condizioni perché chi per primo si è posto e ha posto alla vostra attenzione il problema culturale (cioè io, Claudio, Antonio e pochi altri) possano risolverlo.

La pandemia ha dimostrato quanto sia pericoloso avere le persone sbagliate al posto sbagliato nel momento sbagliato. La soluzione, quindi, secondo te, sarebbe mandare a votare solo chi vota per le persone sbagliate? Vuoi dire questo? Sei certa che la tua risposta sia questa? O sono io che ho capito male?

Siamo qui per parlarne...

domenica 12 aprile 2020

Sovranità usurpata

Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l'altre stanno
timidette atterrando l'occhio e 'l muso;

e ciò che fa la prima, e l'altre fanno,
addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
semplici e quete, e lo 'mperché non sanno

così i costituzionalisti stanno uscendo dalla loro turris eburnea, a uno, a due, magari domani a tre, e noi, che tante volte e in tanti modi abbiamo cercato di coinvolgerli (ad esempio qui e qui), restiamo comunque nel dubbio che lo 'mperché ancora non sappiano, cioè che ancora non sia a tutti loro chiaro, per motivi antropologici, epistemologici e sociologici (in ordine alfabetico), quale dovrebbe essere il punto focale di questa loro preoccupazione che finalmente si estrinseca, ovvero il fatto che un sistema che prevede come unica valvola di sfogo la compressione dei salari, (De Grauwe dixit: "ridurre salari"), necessariamente dovrà comprimere i diritti politici. Questa deriva autoritaria è oggettiva: dato che i salari sono la fonte di reddito della maggioranza, questa, vistasi lesa nei suoi diritti economici, prima o poi voterà contro. L'unico modo che il sistema ha di perpetuarsi è comprimere, insieme ai salari, la democrazia.

As simple as that.

Bene così, e mi perdonino gli autorevoli colleghi per quello che suona come un amaro sarcasmo, perché lo è. D'altra parte, le due terzine che ho citato sono immediatamente precedute dal mio endecasillabo preferito:

ché perder tempo a chi più sa più spiace.

Oh, quanto tempo è andato perduto, sprecato! E quanto ci ha addolorato, questa perdita di tempo, quanto lancinante è stato l'assillo di noi che vedevamo il nostro Paese scivolare lungo un piano inclinato al termine del quale non poteva che esserci la compiuta metamorfosi del fascismo finanziario (Tremonti dixit) in fascismo politico!

Noi vedevamo, noi denunciavamo...

Ma non dobbiamo guardare indietro! Non è perché si sveglia solo quando l'acqua lambisce il lino delle sue candide lenzuola in prima classe che chi sa fare cose sia inutile, anzi! Capita che le conversioni tardive siano assistite dal sacro zelo del neofita, che, quando non è un intralcio, è una risorsa, e quindi noi, che siamo il dibattito, esattamente come dobbiamo bloccare senza remissione né misericordia i provocatori, dobbiamo accogliere senza rampogne né diffidenza questi risvegli tardivi, dobbiamo valorizzarne il contenuto, dobbiamo nel modo più neutrale e asettico possibile portarli a conoscenza dei nostri concittadini.

Con questo spirito ecumenico voglio segnalarvi un bellissimo articolo che ho letto oggi, il cui autore è stato niente meno che Presidente della Corte Costituzionale in un periodo in cui il dibattito già esisteva.

La tesi

L'articolo è molto leggibile ma ve ne riassumo comunque per sommi capi il contenuto.

Partendo dall'affermazione che è improprio e pericoloso parlare di sospensione delle garanzie costituzionali, perché sarebbe sufficiente "per fronteggiare lo stato di necessità, applicare quanto è scritto nella Carta costituzionale" (e se una cosa non serve a nulla serve a qualcos'altro, come qui sappiamo), l'articolo descrive con preoccupazione due processi degenerativi in corso da tempo: il disprezzo verso la democrazia parlamentare, su cui qui tante volte ci siamo spesi in inutili allarmi, che non incombevano a noi per settore scientifico-disciplinare (in particolare quando abbiamo criticato la raison d'être dei nostri amici ortotteri), e la progressiva alterazione della gerarchia delle fonti, cioè l'effetto domino che ha portato "il decreto legge al posto della legge, l’atto amministrativo al posto del decreto legge" (anche di questo qui ci siamo occupati, quando vi ho spiegato in dettaglio che cosa sia diventato il processo legislativo ordinario: "la vera attività legislativa infatti si svolge ormai in un altro modo, cioè "agganciando" a un treno-decreto un vagone-emendamento"). Un effetto domino nella sfera legislativa che si affianca ad un altro, in quella esecutiva: "Il Parlamento è troppo lento e rissoso per essere in grado di sfornare atti normativi con la tempestività imposta dalle drammatiche circostanze determinate dall’espandersi del contagio. Ci pensa il Governo; anzi, siccome lo stesso Governo è lento e litigioso al suo interno, ci pensa il Presidente del Consiglio dei ministri".

Con squarci storici suggestivi e impressionanti l'autore mette in evidenza i tremendi rischi di queste derive che il mito del "decisionismo" rende tollerabili se non addirittura auspicate da popolo ed élite: "quel benefico decisionismo, il cui deficit sarebbe alla radice di tutti i mali. Si diceva lo stesso nella Germania di Weimar. Sappiamo come è andata a finire".

L'autore riconosce poi con saggezza l'esistenza di alcuni vincoli oggettivi e soggettivi allo svolgimento della normale attività parlamentare: ravvisa vincoli soggettivi in "eventuali atteggiamenti non collaborativi dell’opposizione", e vincoli oggettivi nella "difficoltà di riunirsi delle Camere, a causa della necessità di osservare rigorosamente le precauzioni necessarie ad evitare la diffusione del contagio, anche all’interno delle sedi parlamentari". Per ovviare a entrambi questi limiti l'autore propone, in assenza di riserve di legge di rango costituzionale o di altro tipo, di modificare i regolamenti parlamentari in modo tale che la conversione dei decreti possa avvenire in sede redigente o addirittura (non è chiaro) deliberante, con un duplice vantaggio: tempi più rapidi (questi in effetti si avrebbero solo nella sede deliberante, che elimina il passaggio in assemblea, e credo che a questo si riferisca l'autore quando parla di "procedimento decentrato"), e ovviamente il coinvolgimento di un minor numero di parlamentari, con minori rischi di contagio.

L'ultimo paragrafo è ugualmente interessante e riguarda un altro grande tema sollevato dalla crisi, il rapporto fra emergenza e sistema delle autonomie, su cui non entriamo per non appesantire il discorso.

La diagnosi

La diagnosi dell'autore è a mio avviso tanto illuminante quanto condivisibile, anche se, a mio avviso, necessita di due integrazioni.

La prima è che, suppongo per economia di trattazione, nel denunciare l'aggressione "bottom-up" alla potestà parlamentare, tale per cui argomenti oggetto di riserva di legge come le libertà personali vengono in nome del decisionismo gestiti per atto amministrativo, l'autore non si sofferma su un'altra aggressione, ben più risalente e penetrante, quella che avviene "top-down" in base all'affermazione del principio della supremazia del diritto comunitario sul diritto nazionale. Come qui abbiamo ampiamente discusso, grazie al lavoro di Luciano Barra Caracciolo e di Vladimiro Giacché, i principi fondamentali dei Trattati sono in larga parte incompatibili con quelli della nostra Costituzione. Vale la pena di ricordare la semplice radice di questa antinomia: la Costituzione di una Repubblica fondata sul lavoro (Art. 1 comma 1 Cost.) oggettivamente entra in conflitto con quella di una Unione basata sulla stabilità dei prezzi (Art. 3 comma 3 TUE), per il semplice motivo che la dinamica dei prezzi è legata non all'offerta ("stampa") di moneta, come ha dimostrato il fallimento di Draghi nel raggiungere l'obiettivo di inflazione al 2%, ma alla dinamica della disoccupazione (curva di Phillips, esercito industriale di riserva, ecc.).

Quindi, se vuoi prezzi stabili, devi sacrificare lavoro (occupazione), e se vuoi tutelare il lavoro (piena occupazione), devi sacrificare la stabilità dei prezzi (o ridefinirla in modo compatibile).

Ciò pone ovviamente il tema di chi debba cedere il passo quando questo conflitto si estrinseca, tanto più che, come è stato autorevolmente ricordato se non erro da Omar Chessa nel convegno sopra citato, il principio della supremazia del diritto unionista di fatto legittima l'aggressione di norme di rango costituzionale, o comunque di rango primario, da parte di norme di rango secondario: i Regolamenti UE, che sono, per definizione, immediatamente esecutivi (come i decreti legge). A titolo di esempio, riallacciandomi a un tema che qui abbiamo visto venire prima di altri, il diritto costituzionale alla tutela del risparmio è stato aggredito dal complicato intreccio di due direttive (la BRRD e la CRD) e un regolamento (il CRR), aggiungendo al vulnus di una aggressione alla Costituzione a colpi di normativa secondaria quello di una totale opacità, tale per cui la stessa Autorità Bancaria Europea si è sentita in dovere di emettere delle linee guida per aiutare le autorità nazionali ad orientarsi (!) in questo complesso inviluppo.

Non è solo il cesarismo nostrano, che pure c'è (ci sarà pure un motivo se nell'ultima discussione sulla fiducia qualcuno in aula ha "cripto-citato" Shakespeare...), a mettere in crisi la gerarchia delle fonti: l'imperialismo altrui fa la sua parte. Mi piacerebbe sinceramente sentire il parere dell'autore su questo punto: appartiene anche lui al consesso di chi nell'art.11 della Costituzione legge il termine "limitazione" (restringo l'uso di un "oggetto", la sovranità, che appartiene a me popolo) come "cessione" (cedo - a chi precisamente? - un oggetto che solum è mio, la sovranità, e che quindi da lì in poi non mi appartiene più)?

Sarebbe utile saperlo, perché la summa divisio si pone a quel livello.

C'è poi una sfumatura, che però a me pare importante. L'autore sembra ritenere che Schmitt non ci aiuti a inquadrare la situazione attuale, e su questo mi permetto di dissentire, assistito dall'incipit della Politische TheologieSouverän ist, wer über den Ausnahmezustand entscheidet. "Entscheiden über" significa decidere (su qualcosa), non comandare (in o durante qualcosa). L'etimologia rimanda insomma a una opzione radicale, una cesura fra due alternative: lo skeidan del tedesco antico è parente dello scindere latino e italiano (Martinetus saprà aiutarci a trovare il nonno sanscrito di questi nipotini...). Ma insomma, a me pare che Schmitt semplicemente (etimologicamente) dica che sovrano è chi "ci dà un taglio" e decide che si è in stato di eccezione, indipendentemente dal fatto che sia poi in grado di governarlo o sia chiamato a governarlo. Certo, come dice l'autore "lo stato di eccezione schmittiano – di questi tempi spesso evocato – presuppone uno spazio vuoto" che non sarebbe ipotizzabile "nell'Italia repubblicana e democratica". Concordo. Ma uscendo dal condizionale e entrando nell'indicativo, a me viene da dire che questo Governo che decide su tutto ma non governa niente, in virtù di questo stesso modus operandi certifica di aver usurpato la sovranità al popolo.

Insomma, se diamo della frase di Schmitt una lettura positiva, più che normativa, essa ci aiuta a capire che molta, troppa strada è stata già fatta. Detto ancora in un altro modo: non leggerei la frase di Schmitt come una giustificazione per quanto sta accadendo (come l'autore deplora che alcuni facciano), ma anzi, a contrario, come il più elevato grido di allarme circa la piega che le cose stanno prendendo.

Su alcuni falsi miti

Passiamo dalla diagnosi alla terapia, cioè al suggerimento di modificare i Regolamenti parlamentari consentendo che la conversione dei decreti legge avvenga in sede deliberante anziché referente (e cioè eliminando il passaggio in assemblea). Vorrei valutare con voi se queste modifiche siano effettivamente necessarie e quale forma dovrebbero prendere.

Intanto, parto dal dato incontestabile: la gestione dell'Assemblea e della Commissioni è in effetti resa piuttosto difficile dal pericolo di contagio. Al Senato, in particolare, sono pochi gli spazi che consentono una sicura operatività per le Commissioni: la Sala Koch, la Sala Nassiriya, l'aula Difesa, e più o meno basta. Quanto all'Assemblea, per riunirla mantenendo le distanze di sicurezza si sono spostati gli stenografi in uno dei due balconi soprastanti al banco della Presidenza, si sono fatti accomodare nei due ordini di tribune alcuni senatori, scelti ovviamente fra quelli non iscritti a parlare, e si sono chiamati gli iscritti al parlare al banco delle Commissioni, per evitare che aspergessero i colleghi (asperges me et aegrescor...).

Il distanziamento sociale è quindi gestibile, ma inibisce una parte importante, forse la più importante, perché meno visibile e non codificata, del lavoro politico, fatta di lavoro degli uffici (come vi ho spiegato in dettaglio qui), anch'esso inibito a causa di restrizioni di orari e di spazi, di accordi giustamente riservati presi in corridoio sussurando all'orecchio del vicino (cosa ora vietatissima), di decisioni prese nella concitazione delle votazioni coordinandosi con la mimica facciale (ovviamente impossibile se si è mascherati). Questo significa che nel momento in cui si ha meno tempo a disposizione, occorre più tempo per mettersi d'accordo, cioè per comunicarsi le proprie reciproche posizioni. Quindi, per riassumere: la parte "scenica" del lavoro politico, la sacra rappresentazione, è preservata, ma quella sostanziale è sostanzialmente intaccata, e su questo nessuna modifica del Regolamento può incidere. Starà a noi politici creare altre forme di coordinamento informale, e lo stiamo facendo, ma qui il Regolamento non può aiutarci.

Vorrei ora sfatare una mitologia cui l'autore mi sembra soggiacere, quella del già citato "Parlamento lento e rissoso" (che asintoticamente riconcilia con la sua trasformazione in bivacco di manipoli...) e degli "atteggiamenti non collaborativi delle opposizioni" (che a tendere giustificano la derubricazione a odio di qualsiasi espressione di dissenso). Mi preme dimostrare che nulla di tutto questo incide sul tema che l'autore affronta, ovvero sulla rapidità di conversione dei decreti legge, e quindi nulla di tutto questo giustifica, se non a livello del più becero gossip giornalistico, il rifiuto del Governo di servirsi dello strumento del decreto legge.

La dimostrazione si basa su due dati di fatto: primo, questa opposizione non sta facendo ostruzionismo; secondo, se anche facesse ostruzionismo, non riuscirebbe a ritardare i tempi di un provvedimento su cui in ogni caso il Governo intende porre la questione di fiducia.

So che questa sembra un'opinione politica (cioè, per il PD, una manifestazione di odio da denunciare al Ministro della Verità!), perché equivale alla dichiarazione di un membro dell'opposizione che se ci sono stati ritardi la colpa è della maggioranza! Ma la ritualità del Parlamento, che ai decisionisti (non all'autore) spiace, serve proprio a separare le opinioni dai fatti e dal loro resoconto.

Servendomi appunto del resoconto, chiarisco il primo passaggio (questa opposizione non sta facendo ostruzionismo). Vi ho fatto vedere qui in che modo la maggioranza ha fatto ostruzionismo a se stessa presentando 533 emendamenti e perdendo una marea di tempo nel ritirarli (il relativo verbale è qui). Posso dire con cognizione di causa, perché è il mio lavoro, che questa seconda parte della storia avrebbe potuto essere gestita in modo più efficiente; deploro qui che manchi a verbale il mio intervento sull'ordine dei lavori a tal proposito.

A contrario, posso farvi vedere come funziona l'ostruzionismo quando deriva non dall'inconsistenza della maggioranza, ma dalla pertinacia dell'opposizione. Un esempio è qui, nella discussione del decreto dignità. Semplicemente, una volta passati all'esame degli articoli, su cui ci si premura di presentare una mole esorbitante di emendamenti (quindi 2000, non 204 come abbiamo fatto noi), si chiede di intervenire in dichiarazione di voto su ogni singolo emendamento (per non più di dieci minuti, art. 89 comma 3 del Regolamento). Il Regolamento consente un intervento per gruppo (art. 109 comma 2), ma naturalmente, per tutelare le opinioni di tutti, è altresì consentito a ogni parlamentare di intervenire per motivare il suo eventuale dissenso dal gruppo, purché il numero dei "dissociati" sia inferiore a quello della metà degli appartenenti al gruppo. In pratica, nella lunga notte del 5 agosto 2018 le nostre opposizioni, in particolare quelle di sinistra, utilizzarono questa tattica intervenendo sistematicamente in dichiarazione sia a favore che in dissenso (divertentissime le dichiarazioni di voto in dissenso del senatore Laus).

Ma, alla fine, questo a che cosa porta?

Nei lavori di Commissione non vengono contingentati i tempi per gruppo, e quindi ogni gruppo interviene quanto desidera purché nei limiti del Regolamento (quelli appena ricordati). Tuttavia, più di tanto non puoi tirarla in lungo perché la durata complessiva dell'esame in Commissione è comunque limitata: è la capigruppo a decidere quando va in Aula (cioè in Assemblea) il provvedimento. Di conseguenza, il massimo risultato che un feroce ostruzionismo può ottenere è che non si termini il lavoro in Commissione, cioè che non si riesca a votare il mandato al relatore. Ciò costringe il Governo a elaborare un maxiemendamento su cui porre la fiducia per recuperare il lavoro emendativo della maggioranza (altrimenti decaduto), oppure a rivotare tutto in Assemblea, dove comunque i tempi sono contingentati e il canguro consente di andare spediti. In altre parole: l'opposizione non può  far perdere tempo alla maggioranza, e in particolare non lo ha fatto col Cura Italia, tant'è che il provvedimento è andato in Assemblea col relatore (su quello che è successo dopo taccio per carità di Patria). Ancora in altri termini: in questo assetto regolamentare, che, come ha spiegato tanto bene Azzariti a questa comunità, comprime fortemente i diritti dell'opposizione, il massimo che questa possa ottenere con l'ostruzionismo è di dover rinunciare ai propri emendamenti!

Quindi, non solo in questa fase di emergenza l'opposizione non sta facendo ostruzionismo, e per un lungo periodo non ha fatto nemmeno opposizione (la famosa storia della cabina di regia), come vi ho appena dimostrato per tabulas, esercitando la pedagogia dell'esempio e dell'esperienza, ma se anche facesse ostruzionismo non riuscirebbe a prolungare più di tanto i tempi dell'esame.

Questo significa che da un lato è ancor più incomprensibile e ingiustificabile il ricorso ai DPCM, e dall'altro, per quanto pregevole, è probabilmente superflua la proposta di spostare la conversione dalla sede referente alla deliberante. Una proposta che anzi, a mio avviso, crea più problemi di quanti non ne risolva, e mi affretto a spiegare perché, anche allo scopo di evidenziare un'altra dimensione del malcostume legislativo che ci affligge.

Omogeneità

Premesso che l'articolo del Regolamento del Senato su cui intervenire non sarebbe il 78 citato dall'autore (che semplicemente descrive l'ordine dei lavori sulle leggi di conversione), ma il 35, che riserva all'esame in sede referente una serie di provvedimenti (quelli in materia costituzionale e elettorale, quelli di delegazione legislativa, le ratifiche di trattati internazionali, le conversioni di decreti legge e poco altro), immaginiamo che cosa sarebbe successo se il Presidente Alberti Casellati avesse potuto decidere di assegnare alla Commissione 5a in sede deliberante il Cura Italia (cioè se l'articolo 35 del Regolamento non fosse esistito). Il Presidente Bagnai, vistosi sottratto l'esame di un articolo composto da 5 titoli di cui due di materia della sua Commissione (uno sul fisco e uno sulle banche), per tutelare il ruolo dell'organo parlamentare da lui presieduto avrebbe sollevato immediatamente un problema di attribuzione chiedendo l'assegnazione alle Commissioni riunite 5a e 6a. Ma dato che il primo titolo del provvedimento tratta di materia sanitaria, altrettanto avrebbe potuto fare il Presidente Collina. E saremmo arrivati a tre Commissioni riunite.

Fatto fermo il principio che le decisioni sull'assegnazione sono prerogativa esclusiva del Presidente, resta comunque che l'esclusione del passaggio in Assemblea renderebbe piuttosto cogenti le richieste delle altre Commissioni coinvolte per materia. Si potrebbe infatti argomentare che senza passaggio in Assemblea i senatori specializzati in un determinato ambito (la fiscalità, la sanità, la giustizia, ecc.) non avrebbero modo di esaminare compiutamente il provvedimento e di incidere su di esso. Questo è chiaro anche all'autore, tant'è che correttamente cita la facoltà di passare "al procedimento ordinario, su richiesta del Governo, di un quinto dei membri della commissione competente e di un decimo dell’assemblea" (art. 35 comma 2 del Regolamento).

Non solo: questo è anche successo. Nella conferenza dei capigruppo che ha disposto l'esame del provvedimento, a fronte di una posizione del PD, che sostanzialmente voleva che si svolgesse l'esame  in sede referente nella sola Commissione 5a senza sedi consultive (privando così la Commissione Finanze del diritto di esprimersi su un provvedimento che per due quinti la riguardava!), mi sono trovato a portare avanti la necessità di esaminare il provvedimento in sede referente nelle Commissioni riunite 5a, 6a e 12a coinvolgendo in sede consultiva le Commissioni interessate (Giustizia, Affari costituzionali, Agricoltura). Il punto di caduta è stato l'esame in sede referente nella Commissione 5a con l'esame in sede consultiva in tutte le altre Commissioni (quella di coinvolgere tutte le altre Commissioni è stata una posizione presa dal PD semplicemente a titolo di ricatto, visto che da parte nostra ci siamo rifiutati di dare l'unanimità a un calendario che non accoglieva la nostra richiesta di avere il premier in aula per comunicazioni sul MES: dovendo così portare il calendario in votazione, il PD si è fatto autostruzionismo imponendo la convocazione di Commissioni anche non interessate - e che infatti i rispettivi presidenti poi non hanno convocato, per poi poter dire che "i leghisti cattivi mettono in pericolo la salute dei parlamentari..."). Quattro ore di conferenza dei capigruppo... la vita è fatta anche di queste cose, come il Presidente Silvestri sicuramente saprà!

E qui si arriva a un punto cruciale. La proposta del Presidente Silvestri avrebbe perfettamente senso se il Governo si attenesse, nella decretazione d'urgenza, a quel principio di omogeneità di materia su cui mi pare che la giurisprudenza della Corte, dopo alcune oscillazioni, abbia poi definitivamente allargato le maglie (ma qui confesso di non essere un esperto, e chiederei l'aiuto al costituzionalista di turno).

Chiarisco il tema dal mio punto di vista operativo: se, come nella Lega avevamo auspicato, il Governo fosse intervenuto con provvedimenti puntuali (visto che comunque ne ha emessi una selva, senza minimamente concordare con l'opposizione questo percorso), e se, in particolare, avesse fatto un decreto molto semplice: sono sospesi gli adempimenti fiscali e i pagamenti delle rate dei mutui full stop, questo decreto, nello scenario ipotizzato dal Presidente Silvestri, sarebbe stato facilmente convertibile in sede deliberante (quindi senza passaggio in Assemblea) dalla Commissione 6a, rientrando pienamente nell'alveo delle sue attribuzioni. La linea scelta dal Governo, invece, cioè quella di scrivere di fatto una specie di legge di bilancio con collegato fiscale incorporato, avrebbe di fatto reso obbligatorio il procedimento scelto dal Presidente Alberti Casellati anche se le modifiche regolamentari auspicate dal Presidente Silvestri fossero state apportate.

Spero di aver chiarito il punto: il fatto che la Corte Costituzionale (e, devo credere, la Presidenza della Repubblica) si sia progressivamente orientata verso un'interpretazione molto estensiva dell'art. 15, comma 3 della L. 400/1988, che recita "i decreti devono contenere misure di immediata applicazione e il loro contenuto deve essere specifico, omogeneo e corrispondente al titolo", ritenendo che  "l'urgente necessità del provvedere può riguardare una pluralità di norme accomunate dalla natura unitaria delle fattispecie disciplinate ovvero dall'intento di fronteggiare situazioni complesse e variegate, che richiedono interventi oggettivamente eterogenei, afferenti a materie diverse, ma orientati all'unico scopo di apportare rimedi urgenti" (tradotto: tana liberi tutti!), complica in modo significativo il lavoro degli organi parlamentari competenti. Già il lavoro di due Commissioni riunite non è agevole per motivi logistici e organizzativi, figuriamoci con tre o quattro, come sarebbe giustificabile data l'eterogeneità dei provvedimenti che il Governo sta emanando! Tre Commissioni sono una settantina abbondante di persone, esclusi i funzionari: neanche la sala Koch può contenerle in sicurezza, bisognerebbe lavorare in Assemblea, con tutte le complicazioni del caso.

Questo vale in emergenza, ma le cose non vanno molto meglio in tempi normali: la disomogeneità dei decreti è solo un altro dei sintomi tramite cui si manifesta quel degrado della democrazia parlamentare che l'autore stigmatizza. Un sintomo subdolo, ma non per questo il meno letale.

Concludendo

Se il problema procedurale della farraginosità (o della rissosità) delle sedi referenti esistesse, per risolvere la questione aggirando l'ulteriore problema della disomogeneità dei provvedimenti si potrebbe anche pensare di assegnarli in sede deliberante a una Commissione speciale (facoltà già concessa al Presidente dall'art. 35 comma 1 del Regolamento, ma ovviamente non per le leggi di conversione).

Tuttavia, come ho cercato di farvi capire, il problema non esiste.

Questo Governo decide per DPCM e non per decreto legge per i motivi che il Presidente Silvestri correttamente individua (una risposta "decisionista" alle scissioni insanabili della maggioranza, che si riflettono nella compagine governativa), e perde tempo non per colpa del Parlamento, ma semplicemente perché sta aspettando da Bruxelles il permesso di impegnare ulteriori risorse, permesso che gli verrà dato quando avrà infilato il collo del paese nel cappio del MES, cioè di quel meccanismo in grado di imporre condizioni sufficientemente draconiane a garanzia di chi ritiene di essere nostro creditore. La possibilità di ricorso al MES andava semplicemente tolta dal tavolo del negoziato. Il non averlo fatto è una capitolazione, come correttamente rilevano qui altri due costituzionalisti in un altro bell'articolo che vi segnalo. In che modo il Governo sia stato ricattato, se con la minaccia di scatenargli contro "i mercati", o con quella di una feroce procedura di infrazione a emergenza finita, non so dirvelo. Ma è andata così, e ora il nostro paese è a un bivio, il bivio che Dani e Menéndez lucidamente descrivono (alla buon'ora!).

Il tempo è stato perso così, aspettando in pista l'autorizzazione al decollo. L'opposizione e il Regolamento del Senato c'entrano ben poco. La compressione della democrazia ha altre origini, quelle che in queste poche pagine ho affrontato in sintesi, e alla cui denuncia ho dedicato gli ultimi dieci anni. Se vorremo riconoscere l'esistenza del vero problema, sapremo trovare insieme una soluzione vera.

Benvenuti?