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venerdì 27 settembre 2024

#goofy13: il programma (parte prima)

 (…i vostri suggerimenti nel post precedente, sia quelli di chi ha capito che quelli di chi non ha capito, mi sono stati molto utili. Li ho portati in una riunione costruttiva coi partner del nuovo sito, che sicuramente pensano che io sia un matto, ma probabilmente trovano stimolante lavorare con un matto. Sono sicuro che verrà fuori un bel lavoro…)

(…nei corridoi di a/simmetrie si respira l’aria torbida e malsana di una corte bizantina. Il despota ha scommesso: se il pubblico non raggiungerà una certa soglia, l’anno prossimo i cortigiani verranno deportati nei recessi più remoti del feudo. Il fatto è che se quella soglia verrà raggiunta - e ahimè temo che ci siamo! - il despota la sposterà verso l’alto, per deportare i cortigiani e tutti voi nei recessi più impervi ed ascosi del suo feudo. Il despota non ama perdere! Certo, i Monti Pizzi sono un ambiente austero. Ma quasi tutti quelli che riusciranno ad arrivarci li apprezzeranno…)

(…il ramo della Val Pescara che risale fra Morrone e Majella presenta paesaggi sorprendenti: quella che dall’autostrada si percepisce come una dolce salita verso il Passo San Leonardo è un sistema di canyon aspri, profondamente incisi, che ospitano gli eremi di Celestino, e si addentrano nel fianco occidentale della Majella, verso il vallone dell’Orfento. Sono qui da qualche parte, con poco campo. Domani gazebo…)


La risposta breve è: no!

Ma è una risposta per certi versi pleonastica. Non serve a voi, che se siete qui è perché ve la siete già data; non serve agli altri, in particolare a quelli molto preoccupati di quanto rischiano di avere nel deltoide e poco e nulla preoccupati di quanto hanno già nel retto. Ci si abitua a tutto, soprattutto quando si pensa che capiterà agli altri.

L’interesse quindi è nella domanda: l’Europa può farcela?

Questa è la domanda che ci poniamo a dieci anni da quando ci chiedemmo se l’Italia avrebbe potuto farcela. La risposta a quest’ultimo quesito per certi versi è stata affermativa: la strada secondo noi sbagliata (la deflazione salariale) ci ha condotto nel posto secondo gli altri giusto (un attivo nei conti con l’estero), e siccome quella che conta è la metrica altrui, sì, possiamo dire che l’Italia ce l’ha fatta, anche se non ce l’hanno fatta molti italiani. Ma questo noi lo avevamo chiarito prima, e abbiamo la coscienza a posto.

Avevamo anche chiarito che i problemi dell’Italia, per quanto ci stessero a cuore, erano forse quelli meno rilevanti. Molto più inquietante era l’insostenibilità del modello di sviluppo tedesco, che nel palesarsi (“la Germania segherà il ramo su cui è seduta”) avrebbe reso attuali e concrete le prospettive di un conflitto à l’ancienne.

Parafrasando Flaiano: “Io di guerra parlavo nel 2012, adesso ne parlano anche i portieri!”

Non apriremo però i lavori con uno sciatto esegeta del poi, ma con un raffinato analista del prima, Carlo Galli, che ci parlerà di “Europa fra pace e guerra: nuove dinamiche e nuove prospettive”. Io comincio a pensare che si faccia un po’ troppo affidamento sul fatto che oggi non possa combattersi un conflitto guerreggiato sul nostro suolo perché da un lato “Leuropa ci dà Lapace”, e dall’altro se ingaggiassimo un vero conflitto ci sarebbe un’escalation nucleare e quindi “moriremmo tutti”. La stagione dei punturini almeno una cosa dovrebbe averca fatta capire: che l’unica morte che stia a cuore ai nostri cosiddetti simili è la propria, e che per scongiurarla una scommessa che comporti la morte di tutti gli altri in fondo può anche avere una sua razionalità. Quindi non ho mai creduto che l’atomica, più della balestra o della selce scheggiata, potesse esercitare per sempre una significativa deterrenza, e del resto chi non è convinto può citofonare Kiev. Ma sentiremo che cosa ne pensa Carlo.

Difendo la mia posizione, che è quella dell’umiltà. Ho fallito, e ad aver capito qui siete veramente in pochi. Siete però sempre di più di quanti abbiano capito nelle élite, in particolare in quelle tedesche, perché lì sostanzialmente nessuno ha capito che cosa sta succedendo. Ce lo spiegherà Lucio Baccaro, una new entry, parlandoci di “Le élite tedesche e la crisi del modello di crescita export-led”. I tedeschi non hanno ancora capito che se esporti beni importi problemi: questo risulta da una analisi approfondita delle loro mappe concettuali, della loro Weltanschauung, e questo ci conferma ogni giorno di più la cronaca. Il decoupling da quegli ottusi patologici e dai loro indirizzi politici suicidi (tutto il green lo è, e non vuole morire senza prima ucciderci) vi apparirà ancor più necessario dopo aver ascoltato Lucio.

Ma perché la Lue prende certe cantonate? Perché imbocca, acclamandoli come svolte epocali, quelli che in tutta evidenza, a noi normodotati, appaiono quali palesi vicoli ciechi? Che cosa ha causato questa incapacità (se è veramente tale) di pensiero strategico in Europa? Proverà a rispondere Vladimiro Giacché parlandoci de “La fine della strategia”. La mia tesi, lo sapete, è lamarckiana: le élite europee non hanno bisogno di sviluppare un organo che il contesto ambientale, quello del “pilota automatico”, le preserva dall’utilizzare. Non so come la pensi Vladimiro, ma credo in modo non molto diverso.

Ciononostante, come ci ricorda spesso Capezzone, il centrodestra ha “oi strategoi”, i teorici della destra che piace alla sinistra, e che poi è, semplicemente, quella che perde! Noi, non aspirando a tanto, ci accontenteremo di uno che la guerra, anzi, come oggi si dice, la pace, l’ha fatta per mestiere, il generale Boni. A lui e a un membro del Copasir Gianandrea Gaiani chiederà di riflettere su “La sfida della difesa europea”. Il membro del Copasir ve lo ritroverete poi ai capannelli, ma fate attenzione: è venuto a dossierarvi…

“Come siamo arrivati qui: anatomia di una crisi di civiltà” ci verrà spiegato da Nello Preterossi in chiusura della prima serata. Nello è per certi versi un nostalgico dell’esperienza gialloverde, considera la sconfitta di quell’esperienza come la nostra sconfitta, ed è già venuto a dircelo nel 2021. Non contesto che una sconfitta sia una sconfitta: vorrei però riflettere su che cosa quella sconfitta abbia da insegnarci. Secondo me non poco: ad esempio, che un gatekeeper è un gatekeeper; che la potenza non è niente senza controllo (il potere derivante da una forte legittimazione elettorale non è nulla senza la capacità tecnica di esercitarlo); ma anche che quando l’unica, o almeno la più quantitativamente rilevante, energia politica rivoluzionaria è il fascismo dell’antipolitica più becera, siamo già (cioè eravamo già) in una crisi di civiltà, e sarebbe (cioè era) ingenuo pensare che simili rivoluzioni portino altrove che alla restaurazione più plumbea. Ma su questo sarà utile e rigenerante confrontarsi. Come la penso lo sapete, e non voglio rovinarvi la serata.

Seguiranno i capannelli, quest’anno à l’ancienne. Spiaze per chi, non assistito dalla prestanza fisica, resterà escluso dal cerchio della condivisione.

(…di quello che succederà domenica ne parleremo domani. Ora provo a dormire: se mi sveglio presto farò quelle due ore di camminata di cui ho tanto bisogno, altrimenti aggiungerò due ore di sonno di cui non ho meno bisogno. Io come andrà a finire voglio vederlo e lo vedrò, perché me lo merito. Spero altrettanto di voi…)

(…le informazioni sono sul sito)

















martedì 3 maggio 2016

La proprietà della Banca d'Italia

(...ovvero: moneta e dilettanti...)

Io non ce la faccio veramente più.

Per carità: se siete soggetti da trent'anni a una propaganda martellante, fatta anche di sapienti tentativi di depistaggio (ricordate Donald?), non è certo colpa vostra. Però, Dio santo, qui il problema è un altro: bisognerebbe sapersi collocare, stare al proprio posto. Invece no. Per convincermi ogni giorno di più del fatto che tentare di fare divulgazione corretta non è solo impossibile, ma anche inutile (cit.), ecco che vi mettete anche a farmi le lezzzzzioncine, tipo questa:

Gentile Professore,

Leggendo il suo articolo Politica monetaria, ecco l’Helicopter money: la mancia ai cittadini per non fare gli investimenti pubblici pubblicato il 27 aprile 2016 su "Il Fatto Quotidiano" mi per metto di farle notare che il monopolio dell'emissione monetaria veniva esercitato dalla Banca d'Italia le cui quote di partecipazione al capitale erano e sono in possesso, per la stragrande maggioranza, da soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici.

​Prima dell'entrata dell'Italia nell'euro, e la conseguente cessione della completa sovranità monetaria alla BCE, l'ex Ministro G. Tremonti aveva provato a riappropriarsi quanto meno della Banca d'Italia tramite la L.262/05.
Art. 19, comma 10
Con regolamento da adottare ai sensi dell’articolo 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400, è ridefinito l’assetto proprietario della Banca d’Italia, e sono disciplinate le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici.
Purtroppo tale legge è rimasta inattuata.

Inoltre, il Ministro Tremonti prevedeva nella bozza della L.262/05 la trasparenza del’operato della Banca d’Italia.

La BCE rispose che tale passaggio di quote in mano pubblica avrebbe potuto esserci ma ricordò al governo italiano che il Trattato UE all’Art. 108 (ex Art.107 di Maastricht) sancisce la piena autonomia ed indipendenza del Sistema Bancario Centrale Europeo di cui fa parte la Banca d’Italia e, pertanto, pur avendo la proprietà pubblica della Banca d’Italia il governo non poteva comunque prendere decisioni di politica monetaria anche se l’Art. 3 dello Statuto della banca centrale italiana , scritto nel 1936, prevedeva che la maggioranza delle azioni fossero pubbliche. Inoltre, la BCE invitava il governo a modificare tale Art.3 dello Statuto della Banca d’Italia aggiornandolo alla effettiva composizione societaria della stessa.

Nella stessa risposta, la BCE puntualizzava che lo Statuto del S.E.B.C. prevede il segreto sulle operazioni di politica monetaria e finanziaria delle banche centrali (rif. Parere CON/2005/34).

Cordiali saluti


...e la domanda è sempre quella: ma perché quando si parla di moneta la gente sclera?

Il gentile amico, che ovviamente è stato mandato subito a stendere (e ora penserà: "Ma che villano questo Bagnai!"), oltre a non sapere l'ovvio, cioè quello che risulta dalla Figura 31 a p. 188 del Tramonto dell'euro:

ovvero che l'evidente cambiamento di politica monetaria, con inasprimento dei tassi di interesse reali, accade, in Italia, in coincidenza con il divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia, mentre il passaggio della Banca d'Italia in mano privata, avvenuto surrettiziamente a metà degli anni '90 con la privatizzazione del sistema bancario italiano (che ha indirettamente determinato anche la privatizzazione delle banche già pubbliche che detenevano una quota di maggioranza del capitale dell'istituto già di emissione), non ha determinato alcun a frattura visibile nell'atteggiamento della politica monetaria, oltre a non sapere questo, fa una cosa ancora più enorme: nel momento stesso in cui mi fa la lezioncina sulla proprietà della Banca centrale, mi dice anche, senza rendersene conto, i motivi per i quali essa è irrilevante (cosa che la figura qua sopra dimostrerebbe a sufficienza)!

Cosa dice riporta infatti il gentile amico? Che la Bce ha detto pari pari: "Di chi sia il proprietario della Banca d'Italia ce ne battiamo, tanto dovrà fare quello che diciamo noi, in virtù del principio di indipendenza dall'esecutivo del SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali)".

Allora, lo capite, vero, perché c'è l'euro? Perché un volonteroso dilettante si sveglia e scrive a un docente universitario con qualche pubblicazione internazionale: "Guardi professore che lei è ingenuo, mentre io che la so luuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuunga  mi pregio di farle osservare che il vero problema è la proprietà della Banca centrale, con la quale mi pregio altresì di farle osservare che le istituzioni monetarie europee hanno sancito che ci si nettano le terga!"

Io non ho parole!

Io non sono uno psichiatra, ma l'amico ne avrebbe bisogno. Qui l'analista non basta, qui ci vuole l'elettroshock, ne sono ormai convinto. Ma dico: lo dici tu qual è il problema politico e operativo, quello che evidenziavo nel mio articolo: la dipendenza della Banca centrale italiana da un burocrate non eletto che sta a Francoforte (venduta, a noi, come "indipendenza" tout court)! Lo dici tu con tanto di dotte citazioni, che ho ragione, mentre mi scrivi per permetterti di farmi notare... che ho ragione!?

Il problema è sempre il solito, quello che uno di voi descrisse magistralmente quando, commentando uno dei tanti scleri sulla moneta, disse: "Perché in fondo il problema nasce quando da bambini chiesero alla mamma perché in cambio di un pezzo di carta sporca si poteva avere un gelato, e la mamma non seppe dare una risposta convincente...". Ecco: elaboratelo, sto cazzo di lutto. La risposta ve la do io: perché con quello stesso pezzo di carta sporca il gelataio può pagarci l'affitto di casa. Ci siamo?

Bene.

La proprietà dell'istituto di emissione di per sé è irrilevante. Mi spiace per i complottisti. D'altra parte, presupporre che il passaggio "in mano privata" avrebbe fatto sfracelli, significa essere così naïf da pensare che, per fare due nomi dell'oggi, Visco e Ghizzoni abbiano visioni radicalmente opposte sulla distribuzione del reddito. Invece no. Visco e Ghizzoni oggi, come, per dire, Ciampi e Ceccatelli allora (nomi presi assolutamente a caso fra i tanti), hanno, legittimamente, visioni largamente coincidenti circa la risoluzione (a loro legittimo vantaggio) del conflitto distributivo.

Non bisogna pensare che con la "privatizzazione" la Banca d'Italia sia passata dal Robin Hood pubblico allo Hood Robin privato. E bisognerebbe anche smetterla con questi tentativi di santificazione postuma del Berlu o di Tremonti. Certo, Berlu è stato deposto, e di questo un sincero democratico non avrebbe dovuto gioire (ne abbiamo parlato), o, se lo ha fatto, non dovrebbe poi lamentarsi del fatto che la democrazia è compressa e il paese commissariato. Ma Berlu, Bersy, e tutti gli altri, sono stati sostanzialmente acquiescenti ai poteri europei (Tremonti, in più, con l'aggravante di averci mandato in merda nel 2011 per tentare di sostituirsi al suo capo).

Nel momento in cui le nostre élite hanno optato per il divorzio, si sono schierate tutte, toto corde, per il progetto fascista di austerità (sound money, sound finance). Punto. Il resto sono dettagli da dare in pasto ai complottisti per non fargli capire cosa sta succedendo (quello che ho spiegato nel post precedente).

Sugli indirizzi di politica monetaria della Banca centrale non influisce la proprietà delle quote, ma la sua indipendenza.

Piuttosto, a me sembra strano che nel momento in cui assistiamo a quella che è in ogni caso una colossale débâcle della vigilanza bancaria, nessuno si ponga l'unica domanda che avrebbe eventualmente un remoto senso porsi: siamo tranquilli con un sistema bancario nel quale il controllante è posseduto dal controllato?

Anche questa domanda, secondo me, non è poi così rilevante come può sembrare. Ma almeno porsela ha un suo perché, visto che la "moralizzazione" del sistema che ci si aspettava conseguisse dalla sua "privatizzazione" è risultato in a un rosario di scandali infinito (tutti misteri dolorosi per i risparmiatori e gaudiosi per il management, purtroppo). Quindi, anche se il tema rilevante e prioritario è la recessione e non la malagestione (come ho spiegato), anche se la proprietà privata delle quote non implica necessariamente che il proprietario intervenga nell'operatività dell'organo di vigilanza (eventualmente, le connivenze sono di altro tipo), ora che il sistema si sta sfasciando, elementari norme di decenza imporrebbero di ragionare su questo assetto, che indubbiamente espone al sospetto (più o meno giustificato) di innominabili conflitti di interesse.

Lo stesso sospetto al quale espongono, secondo il nostro economista preferito, le reticenze del Tesoro sulla gestione dei derivati (con un #ciaone al compagno Galli, che vi esorto a non infastidire: non vedete che tenerezza che fa?).

Ma, per favore, cari amici signoraggiai: piantatela di piallarmi le gonadi con questa storia che la proprietà della Banca centrale è il problema. È tanto lei il problema quanto voi siete la soluzione: zero.

(...sed de hoc satis...)

(...invece no...)

Addendum del 4 maggio:

Dal nostro amico ricevo e pubblico:


La prossima volta, oltre al collegamento ipertestuale all'articolo su "Il Fatto Quotidiano", metta cortesemente l'immagine con il ritaglio evidenziato. Non mi dica che è uguale...


Mi scusi se ho contribuito a rafforzare l'idea dell'inutilità della divulgazione. Quanto meno, le ho dato l'ispirazione per il suo odierno articolo sul suo blog.

Cordiali saluti

Sì, l'idea dell'inutilità della divulgazione si conferma, ma non fa niente. Almeno il nostro amico è persona spiritosa e sportiva (non un vittimista paranoide come altri personaggi in cerca di pubblicità) e questo torna a suo onore e gli consente di fare un altro pezzo di strada con noi. Pezzo il cui primo passo dovrà necessariamente essere la risposta a questa domanda: "Gentile amico, lei conosce un'altra istituzione che sia in grado di pretendere che un certo foglietto di carta debba essere accettato come strumento liberatorio da obbligazione contratte ai sensi del codice civile?". Per quanto ne so io, i pagamenti con moneta elettronica o assegno possono essere legittimamente rifiutati. Un pagamento in contante no. Perché? Forse perché c'è bisogno del monopolio della forza per esercitare il monopolio della moneta, no?

Io sinceramente non la capisco, ma tranquillo: è un limite mio. E comunque, se lei mi dimostra che #sucuggino emette dei foglietti di carta che ai sensi del codice civile devono essere accettati dal creditore, allora mi avrà dimostrato che il monopolio in realtà era un duopolio. Poi vediamo se c'è qualcun altro che può farlo, e magari scopriremo che ognuno di noi può,  e quindi quello dell'emissione di moneta (a corso legale) è un mercato in concorrenza perfetta.

Suggerirei, però, fino a quando non ne abbiamo la certezza, di evitare esperimenti, perché esiste l'art. 453 del codice penale. Io non sono un avvocato, ma...

domenica 23 agosto 2015

Scusa, Tommaso...








Gentile collega,

qui su questo blog, dove, mi affretto a sottolinearlo, siamo tutte persone pacifiche, a cominciare dal titolare, siamo abbastanza abituati alle acrobazie intellettuali degli economisti mainstream. La loro ricerca del paradosso, del controintuitivo (come dicono), ha le motivazioni che Keynes lucidamente metteva in evidenza in quel libro che voi tanto disprezzate, perché privo di formule: il desiderio (lecito) di acquisire prestigio intellettuale.

Ora, però, sinceramente, che si chiedano con tono ultimativo delle scuse a un collega che si è provocato per un'intera serata (ho fatto solo una selezione, ma il resto è nei miei archivi), dandogli del trasheconomist, della macchietta, e stigmatizzandone la disonestà intellettuale, è qualcosa che sinceramente non avevo ancora visto.

Spero bene, prima di andare avanti, che lei non si nasconda dietro un dito.

Le sue parole si rivolgevano evidentemente a me, per il semplice motivo che, in questo disastrato e provinciale paese, a differenza di quanto accade nel resto del mondo, l'unico economista accademico che si arrischi ad offrire un messaggio un minimo coerente con la migliore letteratura scientifica sono purtroppo io (come le ricordava sopra Mattia Vittori). Mi rendo conto che questo a lei (ma soprattutto ad altri) possa dispiacere, e mi scuso con lei se il mio lettore l'ha importunata ricordandoglielo, come pure mi scuso per averla indirettamente costretta a confrontarsi con dei fatti che non quadrano con le sue teorie. Ma rimane il fatto che mentre io mi stavo facendo i fatti miei, lei passava la serata ad insultarmi. Insultare me, e, attenzione, anche Savona, Grilli, Imbriani, Cannata e il comitato del Premio Canova di Letteratura Economica e Finanziaria (per restare nell'ambito circoscritto della professione). Nessuno di loro era d'accordo con il libro che lei definisce trash, e me l'hanno anche detto chiaro e tondo conferendomi il premio. Ma nonostante questo hanno deciso di leggerlo e ne hanno riconosciuto il valore.

Nessuno li ha costretti a farlo se non la loro onestà intellettuale e il loro stile. Avrebbero tranquillamente potuto premiare i testi degli altri concorrenti (colleghi che tutti conosciamo).

Questione di stile, appunto.

Come dice? Minacce di morte? Suvvia, Monacelli! Non ho né il fisico, né soprattutto il morale, per permettermi di minacciare alcunché di morte. Peraltro, tutto questo blog, e tutta la mia opera divulgativa, che sono a disposizione di chiunque, sono esplicitamente volti a favorire una risoluzione pacifica dei conflitti. Chiunque mi conosce sa che sono persona pacifica, questo blog è pieno di interventi nei quali ho sedato gli animi di persone esasperate dalla crisi (quella crisi della quale lei riesce a parlare in modo tanto asettico), lei (o chi per lei) potete anche darmi del violento: vi risponderanno con un sorriso incredulo.

Mettiamola così: o ci comportiamo civilmente, oppure, se, a cortissimo di argomenti, insultiamo a freddo e senza alcun motivo un collega che se ne sta a casa a lavorare, accettiamo anche che quello reagisca. Se vogliamo essere goliardi (e a me va benissimo) accettiamolo spirito goliardico. Se alziamo la palla, non possiamo lamentarci se poi qualcuno la schiaccia. Se vogliamo essere, mi spingo fino a qui, verbalmente accesi, violenti, come lei è stato, possiamo tranquillamente esserlo, ma dobbiamo accettare la risposta.

Che in questo caso è effettivamente stata una minaccia. Questa:


ovvero quella di riservarle l'attenzione che avevo rivolto a un altro suo collega, del quale (esattamente come nel suo caso) avevo sempre riconosciuto i meriti scientifici, e che, esattamente come lei, mi aveva insultato a freddo (con la solita tecnica molto virile del lanciare il sasso e nascondere la mano).

Non ne era uscito benissimo. Il mio post sul Fatto Quotidiano era stato una pietra tombale sulla sua ingiustificata boria. Che poi era il senso, che tutti quelli che hanno voluto capire hanno capito, del tweet che in questo momento sta facendo tanto scalpore:


Per carità, non discuto sul fatto che la metafora possa essere ritenuta urtante: essere sepolti dal ridicolo, nella società dell'immagine, è in effetti una fine tremenda. Invece sentirsi dare della macchietta, dell'economista trash, e del disonesto, è una cosa piacevole, suppongo, e mi scuso con lei per essermelo fatto dare. Ma spero sia ben chiaro a lei (come è chiaro a tutti), che nessuno vuole la sua pelle, perché questo è e resta un progetto culturale non violento. Qui siamo tutti non violenti, e chi manifesta ardori movimentisti (quelli che io chiamo i "norimberghisti") è sempre stato messo regolarmente alla porta, fin dall'inizio di questa lunga avventura.

Peraltro, lei mi ha anche sollevato dall'incarico di ironizzare su di lei. Non riuscirei mai a batterla, non solo come produzione scientifica, ma anche, e soprattutto, come autoironia (volontaria?):



L'idea che se una svalutazione non produce inflazione, cioè non fa crescere i prezzi interni (quelli che voi chiamate prezzi domestici), non renda competitivi, è qualcosa di spettacolarmente dadaista. È chiaro che c'è qualcosa che non va: evidentemente il mezzo deve averle preso la mano: lei non può aver detto che un paese, allo scopo di vendere di più, deve praticare prezzi più alti!

Ora, veniamo al dunque.

Se la metafora che ho usato l'ha preoccupata, io la rassicuro. Qui nessuno le vuole far niente. Anzi: dopo l'ultimo tweet che ho citato, le garantisco che le vogliamo tutti un bene dell'anima. Lei ha portato il buon umore nelle nostre TL, e in tempi cupi come questi non c'è nulla di più prezioso.

Se i miei toni la hanno urtata, se li ha trovati spiacevoli, allora è senz'altro mio dovere scusarmi, ci mancherebbe altro. Aggiungo subito che la sollevo da un reciproco incarico: lei non ci crederà, ma non riesce ad offendermi.

Registro però con dispiacere che se all'inizio della serata, mentre lei alzava i toni, mi insultava come trash economist, poi, nell'esigere le mie scuse, mi definiva economista. Quindi, forse, rispondere a tono ai suoi insulti a qualcosa è servito: a costringerla ad ammettere la dignità del mio lavoro, cioè a riconoscere che anche io, se pure su un livello di produzione scientifica inferiore al suo, sono un economista.

Mi spiace che sia stato necessario tanto, ma non è la prima volta che mi accade e non credo sarà l'ultima.

D'altra parte, le segnalo che se nella professione restasse solo chi scrive su JET, lei avrebbe molti più compiti da correggere. Non possiamo essere tutti Michelangelo o Monacelli. C'è bisogno anche del Vasari e di Bagnai. Ed è possibile convivere civilmente, soprattutto quando chi, come me, sa di essere inferiore sotto il profilo della produzione scientifica, convive senza troppi traumi con questa consapevolezza e la ammette senza difficoltà.

A titolo di esempio, io ho avuto diverbi ferocissimi con Alberto Bisin, per il quale provo molta stima e molta amicizia, credo in parte ricambiata (non le nascondo che le sto scrivendo anche perché Alberto ha avuto parole di grande stima nei suoi confronti). Quando è sembrato, ad Alberto, che i toni fossero diventati troppo accesi, lui mi ha scritto, io gli ho risposto, e da allora siamo in relazione epistolare, ci scambiamo idee, e cerchiamo di apprezzare ognuno le ragioni dell'altro. Alberto, come me, è un caldo, uno che si infiamma, ma è anche uno che non si nasconde. E me ne ha dette di tutti i colori, senza che io pensassi mai ad altro che non a rispondergli a tono, perché capivo che lo faceva con spontaneità, che non c'era un disegno dietro alle sue provocazioni.

Tenga presente che se lei è un economista migliore di me, Alberto, oggettivamente, ancora di più, e io so benissimo che nel ritenermi degno di intrattenere una corrispondenza con lui mi onora, e non ritengo affatto che questo ci ponga scientificamente sullo stesso piano. Ma un conto è riconoscere che Alberto scrive su JET o su Econometrica, dove io non penso di mandare mai un paper (sono un economista applicato, come credo lei faccia presto a verificare), e un conto però è prendersi a parolacce o disconoscere i fatti per motivi di bassa cucina politica.

Ecco, vede, perché qui c'è un punto.

Se i miei diverbi con Alberto, o, per altri versi, quelli indirettamente causati da qualche scemo che mi segue sui social con Francesco Daveri, si sono potuti comporre civilmente, è perché né Alberto né Francesco hanno ambizioni politiche, come non ne ho io. Ho la sensazione che questo nostro alterco, invece, sia oggi strumentalizzato da "responsabili" "economici" di "partiti" che hanno tanto interesse a mettere in una luce negativa il lavoro che qui si sta facendo.

Secondo me è meglio evitare questa trappola.

Se però lei non ritiene di doverlo fare, come dire: io le ho parlato con sincerità (e chi vuole vederlo lo vede), mi sono scusato per i toni, e ora dormo tranquillo. Lei, se vuole, può denunciarmi in sede penale e civile (ho fiducia nella giustizia), può segnalarmi alla polizia postale (come sta facendo), può scrivere al mio rettore.

La prima ipotesi porterebbe a una querela, dopo di che il giudice valuterebbe le sue provocazioni e le mie scuse e prenderebbe le sue decisioni.

La seconda ipotesi ha l'effetto immediato di distogliere dei bravi agenti, che tutto il giorno sono sul fronte per combattere contro la pedopornografia e le frodi finanziarie, dal loro lavoro, per costringerli ad occuparsi di due accademici che hanno entrambi usato toni poco consoni.

La terza ipotesi... bè, per commentarla le dico solo chi è l'ultima persona che ha avuto questa idea (tanto per farle capire quante ne ho passate da quando ho aperto questo blog)! Sono assolutamente certo che lei è su un altro livello. In ogni caso, come ho fiducia nella magistratura e nella polizia, ho anche fiducia negli organi di autogoverno dell'università.

Quanto alla sua ipotesi che la svalutazione nominale comporti una pari riduzione dei salari reali, ecco, anche quella, secondo me, sarebbe meglio lasciarla ai politicanti (sopra ce n'è un esempio: degnissima persona il dr. Galli, l'ho conosciuto personalmente alla premiazione del mio primo libro, però secondo me in macroeconomia ha le idee un po' confuse...).

Se vogliamo parlarne seriamente, magari torniamo back to basics, e dopo aver dato un'occhiata ai fatti, ricominciamo da qui.

A dire il vero, lei non mi sembra molto interessato a un vero dialogo scientifico, verosimilmente perché mi ritiene troppo trash. Mi sembra in ogni caso che lei si diverta a provocare (finché gli altri non reagiscono), ma che poi, in fondo, alle sue idee sia molto affezionato (e io non le contesto assolutamente questa propensione). In ogni caso, io, a questo convegno, presenterò, guarda caso, proprio uno studio econometrico sull'impatto della svalutazione sulla distribuzione del reddito. Lei, Galli, e qualche altro economista interessato alla politica mi accusate di essere un affamatore del popolo, un incosciente che vuole defraudare della giusta mercede gli operai, via svalutazione. A me i dati dicono una cosa diversa. E allora, visto che lo scorso anno mi sono offerto, per un altro paper, il lusso sfrenato di avere come discussant Francesco Lippi, le chiedo: vuole venire a farmi da discussant? Le prometto di mandarle il paper almeno una settimana prima (più tutte le spese e tutta la simpatia mia personale e dei miei lettori). A volte conoscersi di persona smussa gli angoli. Altre volte no, ma solo se c'è la politica di mezzo, e questo non credo sia il nostro caso.

In ogni caso, né Francesco Lippi, né Michele Boldrin credo abbiano avuto da ridire su come sono stati accolti. Hanno avuto da ridire sul mio lavoro, ed è giusto che sia così: sono dinamiche accademiche, noi cresciamo esponendoci al giudizio altrui.

Ma non lo hanno liquidato come trash, né mi hanno dato della macchietta o del disonesto.

Peraltro, lo spirito di apertura del dialogo che si è svolto in quella sede ha colpito talmente tanto i presenti, che Andrea Pancani (un giornalista che lei conoscerà) si è complimentato con tutti noi, e da allora invita spesso Francesco, persona efficace, preparata, di idee completamente diverse dalle mie. Sono lietissimo di aver contribuito a portare nei media una offerta "proeuro" di qualità.

Il dibattito ha bisogno di questo.

Ora pubblico il post, poi glielo mando per email, e poi lei faccia come crede.

Con immutata stima.

Alberto Bagnai