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mercoledì 2 dicembre 2015

Bagnai leghistaaaaa! (sul conflitto di interessi degli economisti, l'unione bancaria, ecc.)

Qui.

Come vedete, in questa trasmissione posso argomentare, e forse sono ascoltato. Dovrei non andarci, perché altrimenti Marta Fana si adonta? La logica degli sbilifestini è la stessa dei "bocconiani": "Non conta cosa dici, ma dove lo dici, e qualsiasi cosa tu dica è giusta solo se la dici da noi!" In uno snodo storico nel quale è essenziale una rivoluzione culturale, un cambio di paradigma, chi usa la stessa logica sta dalla stessa parte. E infatti: uniti e compatti nel biasimo dell'austerità (dal 7 settembre) e nella difesa dell'euro (da sempre).

Quando la storia avrà tirato la sua linea, vedremo chi sarà sommerso e chi salvato. Io avrò parlato a tutti (vedi post precedente) e quindi non avrò niente da rimproverarmi. Quello che fa Marco Pinti a Radio Padania potrebbero, e secondo me, dovrebbero farlo gli utili perbenisti di Radio Popolare, così squallidi nel loro "politicamente corretto". Ma loro preferiscono dar voce ai sicofanti del grande capitale internazionale. La mia pazienza ha un limite, e questo limite è stato raggiunto e superato. Questa gente ormai mi fa ribrezzo, e vi confesso che quando mi chiameranno (e saranno costretti a farlo), parlerò anche con loro (perché parlo con tutti), ma avrò difficoltà a nascondere lo schifo che mi fa chi ha assistito con empatia nulla a tante tragedie, trincerandosi dietro la patetica certezza della propria assolutamente inesistente superiorità intellettuale ed etica.

L'inerzia della "sinistra" ormai grida vendetta al cielo.

E il cielo non è sordo.


(...ah, naturalmente le cose che ho detto sono di destra, perché le ho dette a Radio Padania. Mi raccomando, non perdete di vista i valori veri...)

domenica 22 novembre 2015

Operazione Odessa

Come prevedibili, i gerarchi austeristi hanno iniziato il loro riposizionamento. Ne abbiamo parlato qui, ottenendo una risposta francamente esilarante, di una disarmante povertà scientifica ed etica.

Il nostro vantaggio, evidente a chi ha assistito al convegno di ieri a Parigi, è che nel resto del mondo non è chiaro a quale livello di diffusione e approfondimento analitico siamo riusciti a spingere il dibattito in Italia.

Ora va fatta una scelta: ponti d'oro, o napalm?

La scelta, però, non dobbiamo farla noi, ma i gerarchi austeristi, quelli che, come sapete, hanno censurato a suo tempo quella che ora propongono come loro "visione unanime". Quella non era la loro visione, e ancora non lo è. Fanno finta che lo sia per salvare la faccia. Possiamo consentirglielo, purché si scusino e riconoscano il nostro ruolo nel dibattito.

Altrimenti napalm.

A questo proposito, mi scuso per i diversamente europei, ma da qui in avanti si procederà sempre più spesso in europeo (inglese, francese, tedesco). Ho richiesto le traduzioni in queste lingue di tre post:

1) L'uscita dall'euro prossima ventura;

2) I salvataggi che non ci salveranno;

3) Il pentimento di Giavazzi e il fallimento dei bocconiani.

Mi sembra di averle assegnate pressoché tutte. Mi manca in realtà un traduttore madrelingua francese (sull'inglese e il tedesco dovrei essere coperto). Fate proposte (ma evitiamo volenterosi cialtroni, perché io ho vinto con la qualità e non voglio perdere con la dozzinalità).

Nel frattempo, potrebbe essere interessante che qualcuno di voi andasse a trovare cosa dicevano nell'agosto 2011 (o, più in generale, fra luglio e dicembre 2011) i simpatici buontemponi presenti in questa hall of shame.

Di uno, quello che stimavo di meno, mi sono già occupato (vedi al punto 3 sopra).

Vi esorterei a mandarmi le immancabili perle nere degli altri (sotto forma di link ad interventi scientifici o nel dibattito pubblicati in quel periodo e, in seconda battuta, in periodi successivi). Potete farlo o sotto forma di commenti a questo post (che per il momento non pubblicherò) o alla mia email (che trovate immediatamente se non siete completamente rincoglioniti, nel qual caso siete anche inutili, ovviamente detto con affetto...).

Vi pregherei anche di non fare troppo casino su Twitter. Non è la mia strategia quella di mettere in allarme l'avversario. E qui stiamo lottando non tanto per salvare l'onore, quanto la pelle. Questa è gente che ci voleva e ci vuole morti: senza sanità, senza previdenza, senza scuole per i nostri figli, senza futuro, senza niente. Quindi è gente pericolosa, per le nostre vite come per la mia carriera (della quale sapete bene il conto che faccio), gente che va trattata con estrema precauzione, e, ça va sans dire, comunque con estrema civiltà. Cosa che molti di voi, ahimè, non sono in grado di fare.

Ergo, quello che vorreste dire a loro, ditelo a me, che glielo dico io, civilmente, con e senza peer review.

Spero sia tutto chiaro, e occhio: torno a dire che non stiamo facendo una scampagnata. Non è così. Queste persone hanno mostrato in più di una occasione un raccapricciante disprezzo per l'altrui dignità umana, si sono fatti portavoce di teorie autoritarie e (oggi) scientificamente screditate come quella del vincolo esterno, hanno inneggiato alla compressione della democrazia e alla distruzione dello stato sociale. Sono un nemico politico, e un nemico temibile. Quindi o vi attenete a un minimo di disciplina (soprattutto su Twitter), nel qual caso noi saremo efficaci e io sarò fiero di voi, oppure dovrò espungervi.

Ma sempre con affetto.



(...chiaro il compitino? Mandarmi in privato o in commenti che non pubblicherò nel blog le lievi imprecisioni profferite dai Sommi Sacerdoti dell'austerità, che ora hanno scoperto che le cose stanno come io dicevo quattro anni or sono. Grazie. Per le traduzioni, mi serve solo un francese, e solo perché non ho tempo. Merci...)


Addendum delle 16:18 (da Orly): ringrazio Angelo, Fabio, Lenny, Marco (gruppo zero positivo), Sandra, e quelli che si aggiungeranno, per le proficue delazioni. Specifico che più che i cosiddetti "bocconiani", ai quali non vorrei nemmeno rispondere perché scientificamente screditati a livello internazionale (vedi Krugman vs. Alesina), a me interessano gli altri nomi della "hall of shame", e, se possibile, roba che qui in Italia non è arrivata o è stata vista poco.

Viceversa, riguardo al pollaio nostrano, mi farebbe piacere se qualcuno di voi ritrovasse che cosa diceva questa gente, o i loro squadristi, di me e del nostro lavoro, al tempo in cui la nostra "eresia" non era ancora diventata il loro "consenso". Se qualcuno di voi, con stomaco forte, frequentava o tuttora frequenta "Noise from Amerika", per dire, non dovrebbe essere difficile trovarne. Poi c'è il sempre valido Minosse, che è più o meno l'unico del quale mi ricordi, perché mi son molto divertito ad asfaltarlo (e anche voi).

Grazie.

Diciamo che è arrivato il momento del #mobbasta. 

giovedì 12 novembre 2015

“Austeriani” e “appellisti”: le due favole sull’austerità



(...la traduzione in italiano del mio intervento sul magazine That sinking feeling. Enjoy responsibly...)


Secondo il Wikizionario, si intende per austerità un “atteggiamento e comportamento personale rigido e, a volte, intransigente nel contenere i desideri, le esigenze, le abitudini e il contegno”. La prima domanda che dovremmo porci quando parliamo di austerità è perché mai per descrivere uno strumento di politica economica (sostanzialmente, politiche di tagli alla spesa pubblica) si utilizzi una parola che trasmette un giudizio di valore positivo. L’austerità, in linea di principio, è una virtù, o per lo meno sono percepiti come vizi alcuni suoi antonimi, come la licenziosità, o la lussuria.

La scelta delle parole è importante. Ogni volta che una parola connotata positivamente in termini emotivi viene utilizzata in un dibattito nel quale dovrebbe prevalere la razionalità, la manipolazione è all’opera, e il disastro incombe. Il “sogno” europeo e l’“austerità” sono due ottimi esempi (e il secondo è ampiamente una conseguenza del primo). La favoletta morale suggerita dal termine “austerità” è semplice: la crisi con la quale conviviamo da anni sarebbe stata causata dalla prodigalità dello Stato ladro. La medicina amara dell’austerità, somministrata da tecnocrati virtuosi, è l’unico rimedio per simili eccessi del passato. Inutile dirlo, questa favola è sembrata plausibile a quelli che Keynes chiama “the ordinary unistructed person”, e che noi forse chiameremmo l’uomo della strada, o la società “civile”. Tutti siamo chiamati a pagare le imposte, e molti reagiscono considerando lo stato come un nemico. Una favola in cui il cattivo è un tuo nemico indubbiamente è seducente. Tuttavia, non per questo rispecchierà la realtà.

Fin dall’inizio della crisi un ristretto gruppo di economisti ha posto in evidenza come la favola dell’austerità non rispecchiasse la realtà fattuale: nella maggior parte dei paesi in crisi il debito pubblico era stabile o decrescente. In ogni e ciascun caso era il debito privato con l’estero ad essere cresciuto, ovvero il debito delle imprese e delle famiglie residenti verso creditori (ovviamente privati) non residenti. Quindi ciò cui assistevamo non era una crisi di debito “sovrano”, ma di bilancia dei pagamenti con l’estero (che amara ironia – o che scaltra manipolazione! Chiamiamo “sovrano” il debito di stati che sono sempre più spossessati della propria sovranità economica dall’applicazione selettiva delle regole europee…). La crisi quindi non era stata causata dalla prodigalità dei governi, quanto dal fatto che l’euro, troppo debole per i paesi del Nord e troppo forte per quelli del Sud, aveva favorito l’accumularsi di enormi squilibri commerciali: le esportazioni dei paesi del Nord erano state favorite da una valuta relativamente debole, così come le importazioni dei paesi del Sud lo erano state dalla stessa valuta, che per loro era, però, relativamente forte. In più, l’euro aveva favorito l’incauto finanziamento di questi squilibri. In effetti, era proprio per questo che l’euro era stato fatto: per favorire l’integrazione finanziaria, cioè la capacità dei residenti di un paese di indebitarsi coi creditori di un altro paese.

Nel periodo più caldo della crisi (era il 2011) nessuno ci stette a sentire. Ma poi, il 23 maggio del 2013 il vicepresidente della Bce, Vitor Constâncio, confermò, in un suo celebre discorso tenuto alla Banca nazionale greca, che il debito pubblico non era la causa della crisi. Dopo solo altri due anni, il 7 settembre 2015, Francesco Giavazzi, il sommo sacerdote degli “austeriani”, è giunto alla stessa conclusione, su Voxeu.org. Ciò significa forse che l’austerità fosse una politica sbagliata? Per quanto ciò possa sembrare paradossale, l’austerità è risultata essere la risposta (provvisoriamente) giusta alla domanda sbagliata. La domanda (come risanare la finanza pubblica?) era sbagliata, perché il debito pubblico inizialmente non era un problema. Ma la risposta era giusta, perché “destroying domestic demand” (“distruggendo la domanda interna, nelle parole di Mario Monti), l’austerità ha riequilibrato i conti con l’estero, che erano il vero problema. La caduta del reddito nei paesi del Sud ha ridotto le loro importazioni; si supponeva inoltre che la caduta dei redditi da lavoro (che dal punto di vista dell’impresa sono il costo del lavoro), favorita da una disoccupazione alle stelle, potesse dare impulso alle loro esportazioni.

Tanto per fare un esempio, in Italia dal 2010 al 2014 il saldo della bilancia dei pagamenti (partite correnti) è migliorato di 5 punti percentuali di Pil. Ma per questo risultato si è pagato un costo: il debito pubblico è aumentato di 17 punti di Pil, e la perdita di Pil cumulata è arrivata al -2.6%. Perché mai l’austerità ha deteriorato le finanze pubbliche, invece di risanarle? Bè, perché, come non era difficile capire, “distruggendo domanda” si causa una crisi di domanda, e quindi deflazione. Mentre l’onere del debito in termini reali stava aumentando, la raccolta fiscale stava diminuendo, e il rapporto debito/Pil è esploso. Improvvisamente la domanda sbagliata è diventata quella giusta! Il debito pubblico sta diventando un problema pressoché ovunque nell’Eurozona. Ma a monte di tutto questo, la strategia che consiste nel rispondere a shock esterni distruggendo domanda interna elimina il principale vantaggio dell’unione economica, che è appunto l’opportunità di sostenere la crescita dei paesi membri attraverso con la domanda espressa da un grande mercato unico (come aveva giudiziosamente evidenziato un altro “austeriano”, Alesina, nel 1997).

C’è una strategia alternativa? Ma certo che c’è! Qualsiasi libro di testo vi dirà che è la flessibilità del cambio nominale. Esatto: avete capito! Nell’Eurozona, l’applicazione di questa strategia passa per la fine dell’euro. Naturalmente i credenti nella religione dell’euro da questo orecchio non ci sentono. La reazione dei più fanatici consiste nel proporre un’altra favoletta morale, nella quale il cattivo è l’austerità malvagia, imposta da perfidi tecnocrati. Ma ora, continua la favoletta, gli ardimentosi politici combatteranno l’austerità, e come sempre sarà il bene a vincere e il male a perdere. Definisco “appellisti” questi contafavole, per la loro abitudine seccante di scrivere lunghi appelli. Per motivi non meglio specificati questi colleghi sembrano non capire che una espansione unilaterale del reddito nei paesi del Sud comprometterebbe sia le bilance dei pagamenti che (dopo l’austerità) i conti pubblici di questi ultimi. E si rifiutano anche di capire che politiche espansive coordinate a livello dell’Eurozona non sono politicamente fattibili. Certo, ognuno è libero di auspicarle, e di scrivere un bell’appello per chiederne l’applicazione, ma il caso greco è un eloquente esempio dell’uso cui son destinati gli appelli.

Riassumendo: con gli “austeriani” e le loro tardive conversioni la scienza economica ha perso la propria credibilità. Con gli “appellisti” sta perdendo la propria dignità. Ogni libro di testo del triennio vi spiegherà che a meno che non si ripristini un certo grado di flessibilità del cambio, un eccesso di importazioni può essere rettificato sono tagliando i redditi (e per questa strada portando l’intero sistema al collasso). Il rifiuto di riconoscere questo semplice dato di fatto rischia di riaprire in Europa la stagione buia delle guerre di religione, con l’unica differenza che questa volta la storia è cominciata quando i politici europei hanno deciso che “(una poltrona a) Bruxelles val bene una moneta unica”.