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martedì 29 luglio 2025

Le bimbe di Uva

La petulanza con cui i piddini recriminano sul fatto che a trattare con gli Usa sarebbe dovuto andare il nostro amico 🍇 (un vile affarista) dà l’esatta misura di quanto non abbiano capito i termini del problema, rispetto ai quali le qualità vere (o, come nel caso di 🍇, presunte) del negoziatore non spostano nulla. Rispetto a questo, vi dico che sarei stato io il primo a volere 🍇 al comando in una situazione come questa, soprattutto dopo aver visto come balbetta quando si trova davanti qualcuno che parla chiaro (virtù che a Trump non può essere disconosciuta)! Che cosa ci può essere di meglio per togliersi di torno un avversario che metterlo alla guida di un autobus senza freni lanciato a tutta velocità contro una rupe di granito!? Come si è schiantata VRSVLA, così si sarebbe schiantato 🍇, che in più (conoscendolo) ci avrebbe lasciato da gestire una pesante serie di ritorsioni.

Il fatto è che, come vado dicendo da sedici anni, l’UE nulla ha fatto per risolvere il problema degli squilibri macroeconomici globali e molto ha fatto per aggravarli. La semplice macroeconomia dei saldi settoriali, che dovrebbe essere per noi uno strumento acquisito almeno dal 2012, ci ammonisce che S-I = X-M. Ora, noi ci siamo raccontati che ci saremmo messi insieme per fare tanto “I” (investimenti pubblici e privati per favorire la crescita), ma sappiamo bene, essendo in grado di leggere i dati e di valutare i resoconti dei disinformatori, che invece abbiamo tenuto il freno tirato per fare tanto “X” (esportazioni), e con questo non abbiamo aiutato né noi né il resto del mondo.

La svalutazione competitiva dell’euro, rispetto alla quale i dazi sono una ritorsione tutto sommato blanda, è un pezzo, o meglio un epifenomeno, di questo squilibrio fondamentale. Sullo sfondo restano le parole di Alesina: “l’integrazione economica dovrebbe procedere di pari passo col separatismo politico: l’Europa sta andando nella direzione opposta”.

E quindi, anche se non possiamo dirlo perché altrimenti 🎺 si adonterebbe, dieci, cento, mille 🍇 alla guida del negoziato! Esattamente come la presidenza del consiglio non è stata, come credeva lui, un trampolino ma una tagliola sulla via del Quirinale, mettersi alla guida della cage aux folles europea non sarebbe il rilancio, ma la pietra tombale su una comunque invidiabile carriera politica, e questo non tanto perché l’Europa non è unita dall’UE, quando perché dovrebbe essere più divisa!

Non a caso chi auspica una soluzione simile è un altro uomo con un grande futuro dietro le spalle… 😉

Possiamo comunque tranquillizzare 🎺 e tutti i famoerpartitisti: un esito simile non è plausibile.

Purtroppo… 🤣


lunedì 9 giugno 2025

Storia di un referendum

Vi rifaccio in tre punti la storia dell'ultimo referendum, tragicomicamente conclusasi oggi.

Il punto giallo (agosto 2011) è quello in cui Draghi, nella sua famigerata lettera scritta in quanto Presidente entrante in Bce, chiedeva al Governo italiano "una accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti" (le altre richieste sono dettagliate qui).

Il punto rosso (gennaio 2014) è quello in cui Renzi annunciò il jobs act.

Il punto verde è quello in cui un sindacato giallo ammantato in una bandiera rossa ha preso una sonora musata, non riuscendo ad arrivare nemmeno al 30% di partecipazione (amen).

Ieri la mia Uga (semper laudetur) mi chiedeva del referendum, argomento che giustamente interessa ai giovani. Mia risposta: "Un referendum con cui il PD, che ha tolto diritti ai lavoratori quando la disoccupazione era al 13% e in crescita, vuole restituirglieli ora che la disoccupazione è al 5.9% e in calo. Poi fai tu...".

Sono stato unemotionally factual, come direbbe Capezzone. Che cosa lei abbia fatto poi non lo so, ma francamente me ne infischio.


(...ma godo, anche perché io ho la coscienza a posto, lui no...)

mercoledì 2 aprile 2025

Autonomia, federalismo e sovranità popolare

 (...di seguito il testo della mozione Molinari-Bagnai, poi qualche breve considerazione...)

Premesso che 

grazie alla guida del Segretario Matteo Salvini e al lavoro del Ministro Roberto Calderoli, dopo 23 anni dall’entrata in vigore della riforma del Titolo V della Costituzione e dopo 7 anni dai referendum indetti dalle Regioni Lombardia e Veneto, il Parlamento ha approvato la legge sull’autonomia differenziata, battaglia storica della Lega. 

La Lega ha sempre denunciato apertamente fin dalle sue origini, ma ancora di più sotto la guida di Matteo Salvini, i malfunzionamenti della costruzione UE, che dall’ambizione di essere una organizzazione sovrastatale finalizzata alla pace e prosperità, si è trasformata nei fatti in strumento di cristallizzazione dei rapporti di forza e prevaricazione di alcune economie su altre, ma soprattutto in esecutrice di politiche finalizzate a far prevalere interessi economici di poche élite a danno dei Popoli europei, privati dalle attuali regole dei trattati di un vero potere di controllo e decisione su scelte che impattano pesantemente sulla loro vita quotidiana.  

Considerato che  

il percorso dell’autonomia differenziata, come ampiamente prevedibile, sta incontrando la resistenza delle burocrazie statali ministeriali e ha subito anche un ridimensionamento con la pronuncia della Corte Costituzionale, in particolare per quanto riguarda la non esclusività delle competenze legislative devolvibili alle regioni e il sistema di finanziamento mediante compartecipazione al gettito statale per le regioni; 

l’Unione Europea invece di avviare una seria riflessione sui suoi malfunzionamenti, sembra intenzionata con la Commissione von der Leyen ad allargare ulteriormente le competenze in campi come quello della difesa, abbandonandosi a una deriva bellicista che scaricando i costi del riarmo sui bilanci nazionali bloccherebbe la spesa sociale del nostro Paese, inibisce il contrasto alla deindustrializzazione, che è invece stata accelerata dall’adesione acritica all’agenda ecologista, ma soprattutto non pare intenzionata ad affrontare in modo strutturale il tema delle diseguaglianze sociali, conseguenza necessaria di quelle politiche di repressione salariale reciproca fra Stati membri di cui Mario Draghi ha citato l’impatto nefasto sul nostro stato sociale, attribuendole all’adozione di politiche fiscali procicliche determinata dalle regole fiscali dell’eurozona. A fronte di questo la Commissione von der Leyen mantiene un atteggiamento ambiguo, che da una parte  sembra voler proseguire sulla linea del rigorismo finanziario, ma dall’altra consente a Paesi come la Germania e la Francia di violare patentemente le regole, ampliando le asimmetrie che minano la stabilità del progetto europeo.  

Preso atto che 

si rende necessario proseguire sul percorso tracciato dell’autonomia, dell’attuazione del federalismo fiscale, ma al contempo porsi nuovi obiettivi e strategie per avvicinare sempre di più i livelli decisionali ai territori, nel rispetto di identità, ambizioni e vocazione di ogni singola area del Paese, contrastando l’evidente deriva centralista di Bruxelles, che sta progressivamente ampliando lo spazio di intervento pubblico sotto il diretto controllo della Commissione, a detrimento dei margini di autonomia lasciati alle istanze nazionali e territoriali. 

Il fallimento della globalizzazione e delle istituzioni che la governano, evidenziato nell’Unione Europea dalla grave sofferenza sociale, congiunta a un’esplosione del debito pubblico, causate dall’intervento della cosiddetta “troika” (espressione usata per definire il concerto istituzionale fra Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale e Commissione Europea), suggeriscono l’opportunità di una gestione bilaterale e su base funzionale dei rapporti internazionali, che veda nell’atlantismo un riferimento imprescindibile e scongiuri lo sterile antagonismo con gli storici alleati statunitensi che permea la retorica europeista. 

Negli ultimi 20 anni la forbice fra la ricchezza dell’1% della popolazione più ricca e il 90% della popolazione più povera nel nostro Paese si è allargata più che mai: l’1% più ricco è passato dal detenere il 17% al 21% del totale della ricchezza, mentre il 90% più povero è passato dal 55% al 44%. Il reddito di diplomati e laureati oggi è inferiore a quello di fine anni ‘80, così come quello degli operai. La forbice fra il reddito del 10% dei lavoratori più ricchi e il lavoratore mediano è cresciuta in media di quasi 10 punti percentuali. Dal 2013 al 2023 più di 300 mila cittadini italiani con un titolo universitario hanno lasciato il Paese per trasferirsi all’estero, i giovani emigrati sono stati 377 mila. 

Considerato altresì che 

La prospettiva di Stati Uniti d’Europa è superata nei fatti dal crescente ricorso all’approccio intergovernativo. Questo non è un male, considerando che nel lessico europeo si intende per “federalismo” un maggiore accentramento delle risorse e della loro gestione, tramite un bilancio unico europeo finanziato da debito comune europeo, cioè un centralismo in contrasto con la storica battaglia della Lega per l’autonomia. 

Peraltro, la tensione centralista dei movimenti europeisti sarà sempre frustrata dal rifiuto francese di una politica di difesa comune, dal rifiuto tedesco di strumenti di debito comune, dall’assenza di una costituzione che offra tutte le tutele democratiche, a partire da una efficace rappresentanza dei territori. Di conseguenza, sta emergendo nel dibattito l’opportunità di adottare un percorso alternativo di integrazione europea, basato sul modello della “coalizione dei volenterosi“,  cioè su un insieme di trattati intergovernativi a geografia variabile, distinti su base funzionale, che consentano agli Stati membri di unirsi, al limite coinvolgendo anche Stati non membri, su temi specifici sui quali la cooperazione offra un mutuo vantaggio. Questa idea ha una lunga tradizione (il processo di integrazione europea nasce da accordi su materie prime ed energia come la CECA e l’Euratom) ed è tutt’ora attuale (si pensi agli accordi stretti dalla Germania con la Russia, Paese non membro, in ambito energetico, o agli accordi in corso col Regno Unito sul tema della difesa comune europea). Un simile modello si tradurrebbe nella sostituzione della costosa burocrazia di Bruxelles, resa ipertrofica dal suo desiderio di imitare un ipotetico Stato nazionale, con agenzie più snelle e più focalizzate sui singoli aspetti funzionali da gestire con trattati specifici. Si supererebbe così l’approccio totalizzante basato sull’integrale accettazione dell’“acquis communautaire” da parte di ogni potenziale Stato membro, approccio alla base dell’asfissiante iper-regolamentazione europea. 

Il Congresso della Lega Salvini Premier impegna il Segretario e il Movimento  

  • A promuovere, nelle materie di competenza legislativa e amministrativa regionale, forme sempre più strette di collaborazione e allineamento normativo per aree macroregionali, in modo da poter dare risposte migliori e più organiche alle esigenze dei territori su temi come ad esempio il TPL, l’ambiente, la sanità, la ricerca o le politiche industriali, valutando anche percorsi istituzionali per la creazione di macroregioni. 
  • A porsi come priorità dell’azione politica nel Governo la piena attuazione dell’autonomia differenziata e del federalismo fiscale. Inoltre, ottenuta l’autonomia, a portare avanti una riforma costituzionale che trasformi l’Italia in uno Stato Federale, prevedendo per le Regioni una maggiore devoluzione di competenze legislative e autonomia fiscale, e superando il bicameralismo paritario, che risulta già ampiamente superato dalla prassi legislativa vigente, attribuendo alla Camera competenza esclusiva sulle questioni di interesse nazionale, mentre un Senato delle regioni dovrebbe occuparsi delle materie concorrenti fra Stato e Regioni ed avere voce sulle riforme costituzionali e sui trattati internazionali.  
  • Ad opporsi a qualunque nuovo allargamento delle attuali competenze dell’UE, avendo avuto svariate prove che l’attuale struttura non garantisce la democraticità delle decisioni, e a proporre un modello di governance basato su una pluralità di nuovi trattati concepiti su base funzionale e a geografia variabile, cui aderiscano inizialmente i principali paesi per PIL e Popolazione. Questa nuova architettura di Trattati dovrebbe porsi il fine di costruire democraticamente un mercato comune in cui il potere d’acquisto interno, la lotta alle diseguaglianze partendo da una tassazione unica nell’area euro per le multinazionali, la difesa della produzione interna e gli investimenti in istruzione e politiche sociali siano la priorità, mettendo da parte il liberismo economico e il rigorismo di bilancio a favore del benessere dei cittadini europei. 
  • Inoltre, al fine di evitare che gli squilibri causati dalla moneta unica compromettano l’armonico sviluppo degli Stati membri, a favorire la revisione delle attuali regole di bilancio per consentire ai bilanci nazionali di svolgere una funzione di riequilibrio degli sbilanci interni all’Unione, misurando la capacità fiscale degli Stati non sull’entità del loro debito pubblico, ma su quella del loro surplus estero, e prevedendo penalizzazioni per gli Stati che non promuovono gli investimenti pubblici allo scopo di mantenere una posizione di surplus strutturale, sulla base delle regole già previste dalla procedura sugli squilibri macroeconomici (MIP). 

 

Riccardo Molinari 

Alberto Bagnai 

  

Alcune brevi considerazioni, partendo da quello che qui sappiamo e ci unisce, ma soprattutto dal contesto complessivo in cui ci troviamo, quello della deglobalizzazione. Il fallimento delle istituzioni multilaterali, che hanno lasciato macerie un po' ovunque in giro per il mondo, anche qui da noi, come la tardiva resipiscenza di Draghi certifica, mette un partito come la Lega di fronte a un interessante trade-off. Il passaggio a un modello bilaterale o comunque intergovernativo, anziché sovranazionale o federale, di gestione delle relazioni internazionali (relazioni che esistono da quando esiste la storia e che mai sono state gestite come pretendiamo di gestirle qui, peraltro), richiede un Governo nazionale forte e autorevole, uno Stato centrale incisivo e rappresentativo, che sia un interlocutore rispettato sui vari tavoli intergovernativi o bilaterali, lasciando dietro di sé l'illusione che ha caratterizzato la gestione PD del Paese, quella che le istituzioni europee fossero concepite nel nostro interesse, e quindi che bastasse affidarsi ad esse, accompagnarle, per trarre dalla propria subalternità la garanzia di avere un posto a tavola nei consessi internazionali:


(Luigi si sbagliava, il tweet è ancora qui).

Questo può sembrare in contrasto con la storica battaglia leghista per l'autonomia, una battaglia che nel tempo ha avuto sporadicamente episodi o toni anche acuti, potenzialmente eversivi, ma che, va sempre ricordato, è iscritta saldamente nei principi fondamentali della Carta costituzionale:

Come conciliare l'esigenza di uno Stato nazionale forte e autorevole verso l'esterno, con il rispetto delle autonomie? La mozione segue due percorsi: considerare l'alternativa, e prendere sul serio l'autonomia.

Partirei dal primo, che a noi è più familiare. L'alternativa a una emancipazione dello Stato nazionale qui da noi è la prospettiva "federalista" europea, che, vorrei ricordarlo, di "federalista" come comunemente si intende nel dibattito nazionale non ha nulla, perché il sogno dei federalisti europei è l'accentramento del maggior numero di funzioni in un governone sovranazionalone, dotato di bilancione comune e di debitone comune europeo. L'incubo di un pensiero genuinamente autonomista e federalista: un accentramento livellatore della diversità e della ricchezza dei singoli territori!  L'inesorabile svolgersi dei fatti ha fatto giustizia anche di un'altra illusione: quella che fosse desiderabile l'integrazione di alcune Regioni, le più progredite del Paese, con la cosiddetta "locomotiva" tedesca, in spregio al fatto che quella "locomotiva", come notava Napolitano nel 1978, come i dati ci indicano, in realtà era un vagone che cresceva sistematicamente e intenzionalmente sotto la media europea, e alla ragionevole presunzione che lo scorpione tedesco avrebbe inevitabilmente punto la rana europea al primo torrente in crisi che si fossero trovati ad attraversare. Qui noi lo abbiamo fatto sempre notare, anche quando eravamo di sinistra: Milano ladrona, Berlino non perdona! Lo abbiamo poi ribadito anche da poco, esaminando i dati a livello di dettaglio regionale:


Non solo l'integrazione monetaria non ha significativamente accelerato quella commerciale, reale, limitandosi a squilibrare nel senso del deficit le relazioni fra le regioni produttive e la potenza manifatturiera tedesca:


ma oggi si pone addirittura il tema strategico di un decoupling da quella che alcuni continuano a chiamare locomotiva (la Germania(, ma che è a tutti gli effetti la zavorra del sistema economico europeo, data la sua connaturata riluttanza a spingere sull'acceleratore della domanda interna (che la porta ad andare a fondo quando distrugge o si preclude mercati di sbocco), cioè un tema di diversificazione (da parte di chi ancora non l'abbia fatto) del "rischio Germania"!

Quello che sfugge a chi nel partito è sospettoso rispetto alle prospettive di recupero della sovranità popolare è che l'alternativa difficilmente può essere quella di una mitologica "Europa delle regioni" o degli improbabili "Stati Uniti d'Europa", e in particolare che questi ultimi, quand'anche fossero possibili (ma non lo sono, per vari motivi di cui alcuni vantano un antichissimo lignaggio), condurrebbero all'esatto contrario di quello che riteniamo sia giusto.

Si pone quindi fortemente il tema di una riorganizzazione delle relazioni in ambito europeo, volta da un lato a formalizzare e disciplinare quella dimensione intergovernativa che regola de facto le relazioni fra Paesi, e dall'altro a armonizzare sulla base di principi economici sensati le politiche macroeconomiche degli Stati nazionali. Insomma: un po' come qui da noi, anche in Europa si pone un problema di allineamento della costituzione formale a quella materiale, reso più complesso, naturalmente, dal fatto che una costituzione formale in Europa non c'è perché non può esserci (verum factum convertuntur).

Qui, però, abbiamo ben chiari quali potrebbero essere due modelli da seguire. Nelle relazioni fra Stati, ci ha sempre convinto l'approccio delle giurisdizioni funzionali sovrapposte, che qui descrivemmo tredici anni or sono (il testo originale è qui). Si tratterebbe di tornare alle origini, quando, come è ben noto, le buone relazioni fra i duellanti (Francia e Germania) vennero stabilite sulla base di accordi funzionali (sulle materie prime, sull'energia, poi sul commercio).

Nell'armonizzazione delle politiche macroeconomiche, dopo che perfino Giavazzi ha dovuto ammettere che il problema dell'Unione erano gli squilibri fra Paesi, gli squilibri di bilancia dei pagamenti:


è assolutamente ovvio che l'impianto delle regole di bilancio andrebbe completamente sovvertito secondo la nostra vecchia proposta di "external compact":


La proposta è articolata e va dettagliata: magari lo facciamo nei commenti, ma il senso complessivo è che converrebbe fare in tempi normali e in termini espansivi quello che oggi siamo costretti a fare in tempi di crisi e quindi necessariamente in termini espansivi, cioè assegnare lo strumento delle politiche di bilancio all'obiettivo dell'equilibrio degli scambi intra-zona. Bisognerebbe insomma che prima delle crisi chi ha una bilancia dei pagamenti in surplus investisse, invece di aspettare la crisi per chiedere a chi ha la bilancia del pagamenti in deficit di tagliare gli investimenti. In questo caso we have tools (cit.): i criteri da applicare già esistono, sono quelli della Macroeconomic Imbalances Procedure, e basterebbe prenderli sul serio, assistendoli con meccanismi di incentivo (preferibili alle sanzioni, che all'atto pratico non hanno avuto grande successo).

Poi c'è la parte "prendere sul serio l'autonomia", cioè di come assicurare che le aspirazioni dei territori siano rispettate, le loro potenzialità pienamente espresse, e la loro voce trovi spazio nelle sedi da cui può avere proiezione internazionale, che poi sono quelle del Governo centrale. La proposta qui è quella di riflettere su un ordinamento di tipo federale, analogo per certi versi a quello adottato da un altro Paese di recente unificazione (la Germania), con due revisioni istituzionali di rilievo, oltre a prevedere l'attribuzione al livello regionale di competenze più penetranti: il superamento del bicameralismo paritario e il ridisegno su base funzionale del ritaglio amministrativo, con l'idea, se non di creare macroregioni, che potrebbe essere un obiettivo, almeno di immaginare forme di collaborazione e allineamento amministrativo su scala macroregionale nelle materie che tipicamente incombono attualmente sulle Regioni (sanità, trasporti, ambiente, ecc.).

Su almeno una di queste cose, il superamento del bicameralismo paritario, credo sappiate come la penso. Quando si trattò di votare sulla Riforma Renzi-Boschi io fui fieramente avverso, non solo per ragioni politiche, ma anche perché i motivi addotti a supporto erano piuttosto fragili, e non avendo lavorato all'interno di una istituzione parlamentare non potevo individuare i punti di debolezza del modello paritario. La nostra proposta è diversa da quella di Renzi e Boschi, e parte da un lato dall'esigenza di avere una connessione fra Parlamento e territorio che non sia affidata alla buona volontà del singolo parlamentare ma abbia una dimensione istituzionale più rilevante e incisiva, e dall'altro dal riconoscimento che il modello paritario nel contesto di una legislazione essenzialmente di iniziativa governativa contribuisce a inibire più che rafforzare il controllo parlamentare. In un Paese più piccolo e meno sfaccettato del nostro forse riterrei preferibile il modello finlandese (Parlamento monocamerale con Commissioni "forti"), ma nel nostro una articolazione un po' più aderente alla lettera della Costituzione:


un Bundesrat, mi sembra molto difendibile. Sono allergico ai #facciamocome tanto quanto ai #fatepresto, ma sono anche abbastanza insofferente verso le cose che non funzionano, e non posso raccontarmi che le cose come sono adesso funzionino, perché non è vero (e il problema non è "la navetta", come si diceva all'epoca della Renzi-Boschi...).

Sul tema delle "macroregioni" ci sarebbe un discorso ampio da fare e non sono sicuro di essere preparatissimo per farlo. Certo è che, anche qui, pur non essendo un fanatico delle economie di scala, devo riconoscere che nella fornitura dei servizi affidati alle Regioni spesso dei problemi di scala si pongono, e sarebbe stupido disconoscerli. Del resto, non a caso una provincia limitrofa sta valutando, fra innumerevoli difficoltà, di ricongiungersi al mio amato feudo dell'Abruzzo Citra. Ci sarebbe poi da riflettere se l'organo su cui puntare per gestire il territorio sia la Regione o la Provincia, quale Regione, quale Provincia. Certo è che la riforma Delrio, chiesta da Draghi:


di macerie ne ha lasciate, e il problema di come ricostruire non possiamo non porcelo.

Bene, tanto vi dovevo. Mi sono iscritto a parlare per illustrare la mozione, non so se lo farò così, sicuramente mi aiuteranno i vostri commenti. Quando il blog iniziò, e quando (pochi mesi o anni dopo) elaborammo o esponemmo le varie proposte di cui vi ho parlato e che oggi sono in una mozione congressuale, mai avrei pensato di essere chiamato a intervenire a un congresso di partito, né che quella chiamata alle armi che da voi mi proveniva, quella richiesta pressante di tradurre in proposte politiche concrete le analisi di questo blog, avrebbe potuto avere una realizzazione così compiuta in termini simbolici e sostanziali.

Ogni tanto succede anche qualcosa che non mi aspetto, devo riconoscerlo, e devo anche esservi riconoscenti perché se è potuto succedere, questo, indubbiamente, è anche grazie a voi.

Dichiaro aperta la discussione generale.

giovedì 4 aprile 2024

Un altro problema della sinistra (i salari)

I commenti sotto al post precedente rivelano un esilarante eccesso di beatitudine in questa eletta schiera di happy few: vedo molto "tu fai trionfalismo perché sei un politico de #aaaaalega e quindi siccome sei #aaaaacasta nun te ne frega ggnente che li salari nun aumenteno e ssi li salari nun aumenteno è normale che o'ccupazzione cresce...", ecc.

Ora, se, come ricorda Céline, pour que dans le cerveau d'un couillon, la pensée fasse un tour, il faut qu'il lui arrive beaucoup de choses et de bien cruelles, la mia umanità profondamente vissuta e sofferta dovrebbe spingermi ad augurarvi di non capire mai perché una simile reazione è fuori luogo. D'altra parte, i tours della vostra pensée (se c'è) non dipendono né da me né da voi, ma dalla logica dei fatti, ed è da quando sono qui che ogni giorno sfido la prima legge della termodidattica:


nel generoso, ma spesso vano, sforzo di farvi capire le cose prima che siano i fatti a farvele capire.

Mi rendo conto che per gli ultimi (ma anche per molti fra i primi) arrivati questo oggettivamente non sia più il blog di un economista "controcorrente" (cioè allineato alla letteratura scientifica e non al liquame fognario che popola i nostri studi televisivi e la nostra saggistica), ma il blog di un "politico" (sarebbe: di un parlamentare, per la precisione, ma la categoria di #aaaaabolidiga ha fritto l'encefalo un po' a tutti, è tardi e non voglio entrare in infinite precisazioni). Aggiungo che è oggettivamente difficile realizzare che mentre questo blog è rimasto fermo, il mondo gli è girato intorno, per cui le critiche che ora faccio da #aaaaabolidigo di destra sono e restano quelle che facevo da economista di sinistra, per il semplice motivo che i problemi sono gli stessi e le soluzioni sarebbero le stesse. Il riflesso pavloviano di chi arriva qui pensando di essere di sinistra, o che io sia di destra, posso immaginarmelo. Tuttavia, vi assicuro, nonostante che io abbia e voglia continuare ad avere un buon rapporto verso chi ha avuto parole cortesi per me, che la mia intenzione di mantenere buoni rapporti non potrebbe mai tradursi in "trionfalismo" (mah...)! A me non interessa il vostro consenso (non mi interessava quando eravate lettori, tantomeno ora che siete elettori: liberi voi di crederlo o meno...), come non mi interessa fare propaganda qui, nel blog che non c'è. Se dico che l'incremento del tasso di occupazione è una (positiva) anomalia statistica lo dico per il semplice fatto che esso lo è. Non faccio del trionfalismo perché io non so da oggi che laggente stanno male: lo so dal 2011, quando ho cominciato a sgolarmi perché a sinistra qualcuno capisse questo:


Quindi, come dire, esprimetevi, sentitevi liberi, qui siamo in un gigantesco e diffuso confessionale laico, dove voi, protetti non da una grata, ma dall'anonimato digitale, potete aprirvi, e quindi apritevi e chiaritemi: cosa diamine pensate di poter insegnare sulla deflazione salariale a uno che ve l'ha descritta tredici anni fa?

Il discorso, tuttavia, non si esaurisce qui, naturalmente, come sa chi il percorso l'ha fatto. E allora, se volete inveire contro er #aaaaabolidigo accomodatevi pure. Se invece volete capire che cosa sta succedendo, cominciate dal

Glossario

Retribuzione lorda: salari, stipendi e competenze accessorie, in denaro e in natura, al lordo delle trattenute erariali e previdenziali, corrisposti ai lavoratori dipendenti direttamente e con carattere di periodicità, secondo quanto stabilito dai contratti, dagli accordi aziendali e dalle norme di legge in vigore.

Occupati: vedi il post precedente.

Retribuzione lorda pro capite: retribuzione lorda divisa per il numero di occupati dipendenti.

Deflatore dei consumi: rapporto tra consumi nominali, cioè espressi ai prezzi correnti, e consumi reali, cioè espressi ai prezzi di un anno assunto come base.

Retribuzione lorda pro capite in termini reali ("potere d'acquisto dei salari"): rapporto fra retribuzione lorda pro capite e deflatore dei consumi.

Nota: si potrebbe anche usare un diverso indice dei prezzi al consumo (e magari se interessa vi faccio vedere che cosa cambia), ma preferisco usare queste definizioni di contabilità nazionale perché così, se interessa, possiamo tornare indietro fino al 1970 con dati più o meno coerenti in termini statistici.

I fatti

Indubbiamente gli ultimi anni hanno visto un tracollo del potere d'acquisto, ma:

1) non è la prima volta che succede;

2) in almeno un'altra occasione precedente questo tracollo è stato accompagnato da una diminuzione, non da un aumento del tasso di occupazione;

3) gli ultimi trimestri (quelli del Governo attuale) hanno visto un'inversione di tendenza.

Aggiungo subito che siamo molto lontani dall'aver recuperato il livello dell'ultimo tracollo (quindi ancor più lontani dall'aver recuperato il penultimo) e che la strada sarà lunga e dolorosa, ma passa per la crescita, non per il salario massimo (quello che gli altri chiamano "minimo" perché non sanno come funziona il mercato del lavoro) né per il reddito della gleba.

E ora vediamo i dati.

Il monte salari (retribuzioni lorde totali) in termini nominali (a prezzi correnti) è qui:


Credo vediate bene in quali occasioni (tre) le retribuzioni complessivamente erogate sono scese e di quanto, e che sappiate tutti intuirne il perché (crisi Lehman, austerità, pandemia, con la diminuzione più prolungata causata dall'austerità e la diminuzione più visibile causata dalla pandemia.

Vedete anche che dopo la pandemia, alla fine (cioè a destra) del grafico la crescita dei salari nominali è particolarmente rapida, ma... in quel periodo era molto rapida anche l'inflazione! Se dividiamo per gli occupati dipendenti e poi ancora per il deflatore dei consumi (vedete sopra il glossario) otteniamo questo profilo delle retribuzioni pro capite in termini reali:


e qui è ben evidente che l'austerità aveva riportato le retribuzioni lorde in termini reali di fine 2012 al livello di quelle di inizio 1996, con un tracollo di circa 411 euro pro capite a trimestre (137 euro pro capite al mese), mentre l'inflazione post-pandemia (quella di cui parlavamo qui, se ricordate...), ha falcidiato ben 449 euro pro capite a trimestre (circa 150 euro al mese), fra il terzo trimestre del 2021 e il primo del 2023, portandoci ancora più indietro nel tempo. Dal primo trimestre 2023, cioè dall'entrata in vigore della prima legge di bilancio di questo governo, la situazione sta migliorando, sempre troppo lentamente (il recupero, in quattro trimestri, è stato di 72 euro al trimestre), ma meno lentamente dell'ultima volta (il recupero nei quattro trimestri successivi all'ultimo tracollo era stato di 6 euro pro capite a trimestre (cioè due euro pro capite al mese) nel periodo dal terzo trimestre 2013 al terzo trimestre 2014. Per un recupero percettibile bisogna aspettare gli effetti del "bonus Renzi", introdotto nel secondo trimestre del 2014.

Però...

Non avevate detto che il tasso di occupazione aumenta perché i salari sono diminuiti?

E allora come me lo spiegate questo?


I salari reali, il potere d'acquisto trasferito alle famiglie, sono diminuiti quasi altrettanto con l'austerità, ma allora il tasso di occupazione era anche lui in caduta libera. La correlazione fra tasso di occupazione e livello salariale è stata praticamente sempre positiva: al crescere dell'occupazione cresceva il livello salariale. Fra il 1996 e il 2021 la correlazione è di 0.34. Non è un risultato così strano: se al crescere della disoccupazione i salari diminuiscono, è normale che al crescere dell'occupazione i salari aumentino! Fra il 2022 e il 2023, invece, la correlazione diventa fortemente negativa: -0.66. Questa anomalia in realtà si concentra nel periodo di discesa del salario reale, fra il terzo trimestre 2021 e il quarto 2022 (correlazione: -0.77). Dall'inizio del 2023 la correlazione ridiventa positiva, cioè le retribuzioni ricominciano a obbedire alla legge della domanda e dell'offerta (correlazione: 0.89).

Perché al tempo dell'austerità il calo dell'occupazione (aumento della disoccupazione) portava con sé un calo dei salari (come in effetti dovrebbe essere), mentre al tempo della crisi energetica un uguale calo dei salari è stato associato a un aumento dell'occupazione (diminuzione della disoccupazione)? Perché al tempo della crisi energetica la curva di Phillips non ha funzionato? Un pezzo di questa spiegazione va cercato, probabilmente, nel fatto che al tempo dell'austerità quella che si muoveva era la curva di domanda aggregata, mentre al tempo della crisi energetica si è mossa senz'altro la curva di offerta di breve periodo. Il modello standard, però, quello che vi spiegai qui, non dà pienamente conto di questa dinamica, perché in quel modello una fiammata di inflazione fa diminuire, non aumentare, il Pil e l'occupazione. In termini tecnici la spiegazione va cercata probabilmente tenendo conto della dinamica degli scambi commerciali, ma insomma ora sono veramente cotto e non voglio rivoluzionare la scienza economica (accetto vostre proposte).

A me per ora basta aver portato a casa due punti:

1) se dico che una cosa è anomala, che non si è mai verificata, lo dico a ragion veduta, e infatti un aumento del tasso di occupazione in presenza di un crollo delle retribuzioni reali come quello visto fra 2021 e 2022 prima non si era mai visto;

2) se dico che la sinistra ha un problema, la sinistra ce l'ha, perché una ripresa delle retribuzioni, per quanto insufficiente, rapida come quella verificatasi sotto il Governo di destra sotto la sinistra non si era mai vista.

E questa non è propaganda: è un fatto, e non sto dicendo che il merito sia del Governo: sto dicendo che è così.

Accetto vostre interpretazioni, ma basate sui fatti, non sulla vostra presunzione che chi vi parla voglia convincervi di qualcosa: il mondo in cui vivo è già sufficientemente complesso perché io voglia aggiungervi questo ulteriore livello di complessità...

lunedì 22 novembre 2021

Il tavolo delle tasse

 (...agevolo un contributo dalla regia:


e mi accingo a darvi qualche spunto tecnico su uno dei temi del giorno, il famoso "tavolo delle tasse", sul quale i media stanno razzolando col consueto garbo, come cinghiali in un roseto, dicendo cose più o meno fondate. Qui partiremo dai dati, come abbiamo sempre fatto, visto che a quanto pare vi piace, o siete così cortesi da fare finta che vi piaccia...
)

Sono un uomo fortunato. La maledizione della partita IVA non mi ha colpito, sono sempre stato un lavoratore dipendente, fino a quando sono diventato un vostro rappresentante (che non significa un vostro dipendente, come una certa fatua retorica antiparlamentare vorrebbe suggerirvi). Fatto sta che le "tasse" (che sarebbero le imposte, ma vi risparmio questo dettaglio: chi non sa la differenza può chiederla) non le ho praticamente mai pagate semplicemente perché mi è sempre stato corrisposto il reddito netto. Non è precisissimamente così perché molto spesso mi è capitato di avere, oltre al reddito da lavoro dipendente, dei redditi da lavoro autonomo derivanti da una ridotta attività di consulenza (sempre autorizzata dal dipartimento ecc. ecc.); inoltre, come tutti gli italiani, ho una proprietà immobiliare (un terzo di una casa in comproprietà coi fratelli: a grillini e altri voyeur suggerisco di consultare qui i moduli che altri colleghi hanno compilato in modo un po' troppo distratto); fatto sta che pur con una vita così semplice, e con uno Stato che amorevolmente si prendeva cura di me, ed evitava di indurmi in tentazione corrispondendomi il reddito netto, comunque un paio di F24 all'anno mi è sempre toccato farli e la relativa dichiarazione l'ho sempre fatta fare a un esperto, perché qui da noi è complicata anche la dichiarazione di una persona (fiscalmente) semplice.

Poi, naturalmente, siccome esiste il karma, dopo aver per 56 anni evitato di occuparmi delle mie tasse sono finito in Commissione Finanze a occuparmi di quelle di tutti gli altri, voi compresi, e se non avessi avuto dei colleghi solidi come Bitonci, Garavaglia, Gusmeroli, Siri, ecc., mi sarebbe senz'altro capitato di fare danni. Viceversa, con loro abbiamo fatto la rottamazione ter, il saldo e stralcio, la "mini flat tax" (mi scuso per il linguaggio giornalistico). Non tutti, naturalmente, sono d'accordo sul successo e sull'opportunità di queste misure. Può darsi che qualcuno le consideri dannose. Posso solo dire che da lavoratore dipendente non ho mai considerato l'autonomo un nemico di classe, per il semplice motivo che (come questo blog dimostra) non mi sono mai accontentato della nota narrazione semplicistica dei problemi del Paese, la narrazione da talk show (ricordate Idraulik?).

In ogni caso, l'amico karma mi ha condotto venerdì scorso e mi ricondurrà almeno un paio di volte al tavolo del MEF, nell'anticamera del ministro Franco, per parlare di temi fiscali. Vorrei allora rapidamente fornirvi qualche elemento tecnico per inquadrare il dibattito in corso.

Intanto, il "tavolo delle tasse" nasce perché l'art. 2 della legge di bilancio 2022 (AS 2448) stabilisce che:


Il Governo ha stanziato in legge di bilancio un fondo da 8 miliardi destinato alla riduzione della pressione fiscale, con lo scopo di "ridurre la pressione fiscale sui fattori produttivi" (frase ereditata, come sapete, dalla retorica con cui Bruxelles vuole convincerci ad accettare un inasprimento della pressione fiscale sulle "cose": beni di consumo - IVA - e abitazioni - IMU). Le lettere 1 e 2 del comma 1 indicano le imposte su cui intervenire: IRPEF e IRAP. I margini dell'intervento da fare sono ulteriormente circoscritti. Per l'IRPEF, l'obiettivo specifico è quello di ridurre il cuneo fiscale sul lavoro  e le aliquote marginali effettive, e i possibili strumenti sono tre: la riduzione di una o più aliquote, la revisione del sistema delle detrazioni, la revisione del trattamento integrativo.

Per l'IRAP la cosa è più semplice: si parla semplicemente di ridurne l'aliquota.

Tuttavia il Governo non ha avuto il tempo di definire gli interventi nella legge di bilancio, stabilendo con questo articolo 2 una specie di criterio di delega a se stesso, e i partiti sono convocati a trovare una soluzione condivisa per realizzare questa delega (spendere questi otto miliardi per ridurre la pressione fiscale).

Partirei dall'IRAP, la cosa più semplice, perché, come vedremo, già questa è abbastanza complicata.

Per farvi apprezzare le sfumature, vi ricordo intanto che nelle sedute del 30 giugno 2021 le due Commissioni Finanze di Camera e Senato hanno votato separatamente un documento elaborato congiuntamente, il Documento conclusivo approvato dalla Commissione sull'indagine conoscitiva sulla riforma dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e altri aspetti del sistema tributario (Doc. XVII, 3). Il testo del documento, insieme alle dichiarazioni di voto, lo trovate qui. Si tratta del documento che, nelle intenzioni di alcuni parlamentari, disegnerebbe la riforma del sistema fiscale italiano. Uso il condizionale perché nonostante la buona volontà con cui i parlamentari si sono confrontati per elaborare posizioni comuni (alla fine solo Leu si è astenuta), resta il fatto che questo documento non è un atto di indirizzo e quindi il Governo non è in alcun modo vincolato a tenerne conto. La cosiddetta "riforma del fisco votata in Parlamento" va valutata quindi alla luce di questo mero dato di fatto.

Tuttavia, aderendo alla communis opinio secondo cui il documento avrebbe tracciato linee cui la legge delega e altri atti emanati dal Governo (inclusa la legge di bilancio) avrebbero dovuto attenersi, incontriamo subito un paio di difficoltà.

La prima è che l'art. 2, comma 1, numero 2 della legge di bilancio parla di aliquota IRAP, ma l'IRAP non ha una sola aliquota: come sapete (se non lo sapete, è spiegato bene qui) ne ha almeno cinque a seconda dei soggetti passivi (cioè di chi paga: imprese ordinarie, concessionarie, banche, assicurazioni, amministrazioni pubbliche...), ma in realtà molte di più, considerando che le aliquote possono essere modulate per regione (come è spiegato qui). Quindi, ci sarebbe da capire su quale aliquota occorrerebbe eventualmente intervenire.

La seconda difficoltà è che il documento delle Commissioni non parla di ridurre le aliquote IRAP a carico della fiscalità generale. Nel documento "la Commissione raccomanda un riassorbimento del gettito Irap nei tributi attualmente esistenti, preservando la manovrabilità da parte degli enti territoriali e il livello di finanziamento del servizio sanitario nazionale, senza caricare di ulteriori oneri i redditi da lavoro dipendente e assimilati." L'idea in sostanza è quella espressa in audizione dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili varie volte (una volta c'ero anch'io, era il 13 settembre 2018), ovvero riassorbire il gettito IRAP in addizionali IRES (l'IRES è questa cosa qui: un'imposta flat - cioè proporzionale - al 24% sui redditi delle società). Un aspetto problematico (a tutti noto) di questo approccio è che non tutti i soggetti passivi IRAP sono anche soggetti passivi IRES: alcuni pagano l'IRPEF. In particolare, la pagano i soggetti IRAP che sono persone fisiche (non è una sorpresa). Per chiarezza (spero) vi riporto l'art. 3 del "decreto IRAP", il decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446

Art. 3. 

Soggetti passivi 

1. Soggetti passivi dell'imposta coloro che esercitano una  o  piu' delle  attivita'  di  cui  all'articolo  2.  Pertanto  sono  soggetti all'imposta sono: 

a) le societa' e gli enti di cui all'articolo 87, comma 1, lettere a) e b), del testo unico delle imposte sui  redditi,  approvato  con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917; 

b) le societa' in nome collettivo e in accomandita semplice e quelle ad esse equiparate a  norma  dell'articolo  5,  comma  3,  del predetto testo unico, nonche' le persone fisiche esercenti  attivita' commerciali di cui all'articolo 51 del medesimo testo unico; 

c) le persone fisiche, le societa'  semplici  e  quelle  ad  esse equiparate a norma dell'articolo 5, comma 3, del predetto testo unico esercenti arti e professioni di cui all'articolo  49,  comma  1,  del medesimo testo unico; 

d) ((LETTERA ABROGATA DALLA L. 28 DICEMBRE 2015, N. 208)); ((52)) 

e) gli enti privati di cui all'articolo 87, comma 1, lettera  c), del citato testo unico n. 917 del 1986, nonche'  le  societa'  e  gli enti di cui alla lettera d) dello stesso comma; 

e-bis) le Amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1,  comma 2, del decreto legislativo 3 febbraio del 1993,  n.  29,  nonche'  le amministrazioni della Camera dei Deputati, del  Senato,  della  Corte costituzionale,  della  Presidenza  della  Repubblica  e  gli  organi legislativi delle regioni a statuto speciale;

Per capire che intervento sarebbe possibile fare bisogna entrare un momento in quanto rende all'erario l'IRAP, anche per smontare certe gentili interlocutrici da talk show che "costa 25 miliardi non ci sono le risorseeeeeh!!1!". I dati di gettito si trovano qui e chiariscono che:

1) i contribuenti persone fisiche e società di persone nel 2018 erano rispettivamente 1.639.354 e 719.457:


2) il gettito complessivamente ascrivibile a queste due categorie di contribuenti era intorno ai 2,6 miliardi di euro (dati pre-crisi).

Nelle stime attuali del Dipartimento delle finanze abolire l'IRAP per queste categorie di contribuenti costerebbe meno di due miliardi (considerando anche che la crisi ha steso oltre 350.000 lavoratori autonomi). Il grosso dell'IRAP è comunque pagato dalle società di capitali e dalla pubblica amministrazione (queste due categorie contribuiscono entrambe per circa 10 miliardi l'una, mal contati), e per queste si potrebbe pensare in un caso al riassorbimento nell'IRES e nell'altro a eliminare la partita di giro con cui le amministrazioni pubbliche pagano un'imposta a se stesse.

La nostra proposta quindi è di eliminare le lettere (b) e (c) dall'articolo 3, comma 1 del decreto IRAP, come primo passo verso il definitivo smantellamento dell'IRAP nei modi ricordati qui sopra, per ridurre non solo e non tanto il carico fiscale, quanto quello burocratico su professionisti e autonomi.

E fino a qui era il pezzo semplice del discorso, semplice anche perché l'IRAP, nonostante abbia diverse aliquote, è una delle tante imposte proporzionali, cioè flat, che compongono il nostro sistema tributario (motivo per cui proprio non si capisce lo scandalo di fronte alla proposta di flat tax fatta dalla Lega: se ogni singola impresa dovesse essere progressiva, sarebbero incostituzionali IVA, IRES, IRAP, ecc.)...

Molto più complesso è capire che cosa si potrebbe fare sull'IRPEF con 8 miliardi (o con i 6 che restano dopo aver fatto un intervento semplice ma risolutivo sull'IRAP).

La posizione del Governo sull'IRPEF è quella espressa in audizione dal Dipartimento delle finanze, nel documento che trovate qui. La figura 7 a pag. 24 della memoria depositata in Commissioni congiunte, che vi riporto qui per comodità:



è spesso al centro del dibattito specialistico (e mai al centro di quello televisivo). Rappresenta l'aliquota media effettiva (il rapporto fra imposta versata e reddito complessivo) e l'aliquota marginale effettiva (rapporto fra incremento di imposta e incremento di reddito) per varie classi di reddito, da 0 a 90.000 euro.

Il problema, evidenziato dalle microsimulazioni del modello TAXBEN-DF del Dipartimento delle finanze (ma come vedrete basta un semplice foglio Excel) è che alcuni contribuenti, non i più ricchi, si trovano nella spiacevole situazione di dover corrispondere all'erario 60 euro ogni 100 euro di reddito addizionale in più. Succede in corrispondenza della "gobba" dell'aliquota marginale effettiva, indicativamente per le classi di reddito fra 35.000 e 40.000 euro.

Ora: visto che, come potreste sapere (e se non lo sapete, lo trovate scritto qui) l'aliquota IRPEF massima è al 43%, come può succedere che qualcuno si veda togliere il 60% se osa guadagnare di più? Questa è esattamente una delle cose che non si possono spiegare negli studi televisivi, popolati da gentili interlocutrici pronte a intenerirsi per la sorte dei meno abbienti (che, come sapete, sta a cuore anche a noi), ma meno disposte a entrare in un ragionamento.

Intanto, andrebbe sempre ricordato che l'IRPEF deve la sua progressività non tanto al sistema delle aliquote, quanto a quello delle detrazioni (ed è questo il motivo per cui certi stracciamenti di vesti quando si nomina la flat tax sono del tutto fuori luogo se non si riflette sulle detrazioni previste), e che l'imposta funziona a scaglioni, il che, in buona sostanza, significa che le aliquote per i redditi "bassi" si applicano (pro-quota) anche a chi ha un reddito "alto".


Tanto per capirci, con due esempi: un contribuente che guadagna 8.000 euro l'anno non paga il 23% di 8000 euro (ovvero 1.840 euro), ma sostanzialmente zero (per un motivo che vi spiego subito), mentre un contribuente che guadagna 20.000 euro non paga il 27% di 20.000 euro (ovvero 5.400 euro), ma dovrebbe pagarne 4.800 per un motivo che vi spiego dopo e che è chiarito da questa tabella, e arriva a pagarne 2.261 per un altro motivo.

Intanto, vi spiego perché un dipendente fino a 8.000 euro non paga IRPEF: perché l'art. 13 del TUIR dice che:


ovvero che chi percepisce redditi da lavoro dipendente ha diritto a una detrazione dall'imposta che "sfuma" progressivamente, per annullarsi a 55.000 euro. Per redditi fino a 8.000 euro questa detrazione può arrivare a 1.880 euro e quindi eccede l'imposta che si dovrebbe teoricamente versare (vi ricordo che le detrazioni sono somme che si tolgono dall'imposta, le deduzioni somme che si tolgono dall'imponibile su cui si calcola l'imposta). Dico "può arrivare" perché l'importo della detrazione va commisurato ai giorni lavorati, quindi potrebbe essere inferiore a 1.880, ma non sotto i minimi indicati dall'art. 13 comma 1 lettera (a) del Decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 (per gli amici, TUIR: Testo Unico delle Imposte sui Redditi).

E così avete visto anche un pezzo del "sistema delle detrazioni da lavoro dipendente" di cui parla l'art. 2 comma 1 numero 1 della legge di bilancio attualmente in discussione. Applicando le formulette descritte nell'articolo 13, per le detrazioni si ottiene questa curva:


che comincia a scendere in modo pressoché rettilineo dopo gli 8000 euro di reddito e azzera a 55.000 (c'è un punto angoloso a 28.000, dove il criterio di calcolo cambia, ma è appena percettibile).

Poi c'è l'altro aspetto, quello del funzionamento a scaglioni. Significa che il sistema delle aliquote:


si applica (come chiarisce la tabella sopra) moltiplicando ogni aliquota per il reddito percepito nello scaglione corrispondente. Quindi, ad esempio, se il tuo reddito è 20.000 la tua imposta non è:

20.000 x 0.27 = 5.400

ma

15.000 x 0.23 + 5.000 x 0.27 = 4.800

Ne consegue che non esistono le aliquote "dei poveri". Semplicemente, se in questo esempio si abbassasse di tre punti l'aliquota più bassa, portandola dal 23% al 20%, ovviamente ne beneficerebbe anche chi, come il nostro amico dell'esempio precedente, fosse sottoposto all'aliquota marginale teorica del 27%, che pagherebbe:

15.000 x 0.20 + 5.000 x 0.27 = 4.350 < 4.800

Comunque, col sistema a scaglioni l'imposta prima della detrazione per redditi da lavoro dipendente funziona così:


Sottraendo a questa imposta le detrazioni si ottiene l'imposta netta:


Cioè: sottraendo all'arancione il giallo si ottiene il verde, l'imposta netta, che è più progressiva (cresce più rapidamente) per via del décalage progressivo delle detrazioni (la linea gialla).

Ora, normalmente quando sei soggetto a un'aliquota (poniamo, il 23%), questo significa che di 100 euro guadagnati in più 23 vanno allo Stato. Il sistema delle detrazioni aggiunge una complicazione, perché in un certo intervallo di reddito all'aumentare del reddito del reddito diminuiscono le detrazioni. Ne consegue che nel calcolo di quanto va allo Stato quando guadagni di più devi considerare non solo la maggiore imposta, ma anche la minore detrazione. Le aliquote marginali effettive, quelle che tengono conto di questo aspetto, si presentano quindi così:


e sono, ovviamente, superiori a quelle teoriche a partire da dove inizia il décalage delle detrazioni (cioè oltre gli 8.000 euro), per poi ricongiungersi a quelle teoriche dove le detrazioni si azzerano (oltre i 55.000 euro, dove entra l'aliquota al 41%).

Siccome non era abbastanza complicato così, alle detrazioni da lavoro dipendente si aggiunge il bonus Renzi e successive modificazioni, spiegate da questa circolare dell'Agenzia dell'Entrate (per chi ama i dettagli), o in questo articolo divulgativo da cui traiamo questa utile tabella: 


Quindi alle detrazioni "standard" da lavoro dipendente se ne aggiunge un'altra:


che siccome parte dopo e finisce prima, un po' prima della metà dello scaglione 28.001-55.000, complica il profilo dell'imposta netta, che diventa:


Da qui non si capisce molto, ma siccome il décalage del bonus "Renzi" è particolarmente rapido, ci sarà naturalmente una fascia di redditi in cui le aliquote effettive (che considerano non solo la maggiore imposta ma anche le minori detrazioni) saranno particolarmente alte. Lo si vede qui:


cioè nella versione "fatta in casa" del grafico che vi ho mostrato sopra. La fascia in cui ogni 100 euro guadagnati in più il contribuente ne perde 60 (fra maggiore imposta e minori detrazioni) è ovviamente quella in cui il bonus Renzi va a picco, cioè quella fra i 35.001 e i 40.000 euro di reddito (lo si vede dalla tabella e dalla figura riportate sopra).

Bene.

Qui mi fermo, perché è passata la mezzanotte e non vorrei sognarmi questa roba. Penso che chi non le sapeva abbia capito un po' di cose: ad esempio, che la progressività dell'imposta non dipende solo dall'aumento delle aliquote ma anche dalla diminuzione delle detrazioni, e che alcune operazioni fatte nel recente passato sono causa di una serie di distorsioni evidenti. Su come rimuoverle ci sono tante teorie. In pratica, credo che sia difficile riuscirci con un emendamento a una manovra di bilancio arrivata purtroppo con un mese di ritardo. Penso quindi che dovremo darci obiettivi meno ambiziosi, ma più visibili.

Io un'idea ce l'avrei, ma ho promesso che non l'avrei detta a nessuno, e quindi... vi lascio nel dubbio!


mercoledì 22 novembre 2017

Tromedlov Drol

Siete volenterosi, siete spiritosi, siete affettuosi, ma, purtroppo, siete anche afflitti da una radicale e temo insanabile carenza di #lebbasi.

Guardate questo breve ed affettuoso scambio su Twitter:


E certo che se mi capite sistematicamente al contrario, e soprattutto leggete sistematicamente al contrario la realtà, di strada non ne faremo molta come movimento culturale e magari (secondo voi) anche politico.

Dopo il sostegno a Hillary Clinton, dopo Monte dei Paschi che era un ottimo investimento, dopo il giubilo per la sonda Schiaparelli, dopo l'incauta sicumera con la quale ha annunciato la vittoria della nazionale, e ora dopo la riuscita del progetto EMA, non c'è ambito geografico (dalla piccola provincia italiana agli USA al sistema solare) né campo dello scibile umano (dal ciclismo alla medicina all'astrofisica spaziale) sul quale il nostro non abbia dispiegato la lugubre e soffocante cappa di una inappellabile iettatura.

Ma, appunto, la cosa funziona così: Renzi ti nomina, e tu fallisci.

In un certo senso, quindi, possiamo dire che se finora ce la siamo cavata è perché l'Italia è l'ultimo dei pensieri di questa classe dirigente:

Finora Renzi e il PD (reo con fesso) hanno pensato all'Europa, hanno lavorato per lei, e soprattutto hanno nominato praticamente solo lei, e i risultati si vedono! C'è da tremare al pensiero che in un tentativo di inseguire l'ultradestrafascionazionalpopulistxenofoba il nostro simpatico iettatore si metta in capo di pensare a noi, o addirittura di nominarci!

Perché se c'è una cosa evidente è che Renzi è colui dal quale, se vuoi scamparla, non devi essere nominato. Quindi, non Lord Voldemort, ma Tromedlov Drol.

Ma questo, a Elenina, che è tanto caruccia ma priva di #lebbasi evidentemente era sfuggito. E siccome l'argomento è serio e delicato, ho pensato di esplicitare il concetto affinché evitiate rischi. Nominare Renzi non è pericoloso: è inutile. Le colonie non hanno statisti: hanno solo ascari. Viceversa, esserne nominati è fatale. Cercate quindi di non entrare nel suo campo visivo, o, se proprio dovesse accadere, sperate che parli male di voi, perché se invece dovesse parlarne bene...



(...in qualche modo il post precedente è una conferma di questo principio...)

(...questo era uno scherzo - fino a un certo punto: con una correlazione uguale a uno non si scherza! - ma se volete vi offro anche una lettura seria. Certo, se sei al governo devi infondere fiducia. Ma ci sono mille e uno modi meno scemi e autolesionistici per farlo. O ci prende per sciocchi, o è sciocco lui, or both...)

venerdì 9 settembre 2016

Stiamo peggio perché stiamo meglio

(...ricevo da un mio lettore - quindi esorto eventuali persone interessate a citare quanto segue a non attribuirmelo direttamente, anche se lo condivido in toto - questo interessante resoconto...)



È ancora Istituto Luce.

Marco Frojo è commovente nel suo sforzo titanico di indossare occhiali rosa. Riassumo:

GDO cumulato anno, fine agosto 2016: -1,42% 

GDO cumulato anno, fine agosto 2015: -0,05% (l’anno ha chiuso a -0,03%)

Insomma non c’è niente da ridere, ma Frojo piazza il colpo da maestro: “l’ultima lettura potrebbe però esser risultata così negativa per un fattore che negativo non è: gli Italiani che sono andati in vacanza sono di più di quelli che si sono mossi l’anno scorso”.

Hai capito: stiamo peggio, ma solo perché stiamo meglio. Orwell: non ti temo.


(...voglio sottolineare che io ho il massimo rispetto per il lavoro del dott. Frojo. Come altri suoi colleghi ci hanno spiegato, e come è giusto che sia, un giornale ha una linea editoriale. Quella di Repubblica segue, come sappiamo, una lunga e consolidata tradizione italiana. Del lavoro del dott. Frojo dobbiamo apprezzare tutti una cosa che in Italia invece non è per niente consueta: lui ci fornisce i dati, e li separa, tutto sommato, dalle sue opinioni. I numeri sono numeri. Lo "stiamo peggio perché stiamo meglio" sono chiacchiere, e non è che vengano proposte per qualcosa di diverso. Quindi questo tipo di lavoro, anche se si espone alla scherzosa e civile critica del nostro amico, è sostanzialmente onesto in termini intellettuali, e se lo mettiamo a sistema con quest'altro utile contributo di Pasquale Cicalese - segnalatomi da Giacché su Twitter - ci permette di concludere che esiste una probabilità non nulla che nel terzo trimestre del 2016 l'Italia entri in recessione, con buona pace di Mister Bins. Naturalmente "Schadenfreude ist die schlechste Freude", il che significa che la cosa non mi fa piacere, anche se porta un po' avanti la nostra riflessione sul grado di consapevolezza dell'attuale governo. Mi spiego: se in una situazione come questa Renzi pensa che comprare tempo - ad esempio rinviando la scadenza del referendum - giochi a suo favore, i casi sono due: o c'è qualcosa di molto grosso che non sappiamo, oppure il nostro attuale leader non è in grado di farsi due conti in tasca. Più passa il tempo, e più le leggi dell'economia sgretoleranno come un maglio le basi del suo consenso, come noi ci eravamo permessi di far notare a tempo debito ai suoi oppositori di ogni colore, ricevendo in cambio un sorrisetto di sufficienza. Perché che il jobs act avrebbe funzionato, non so se è chiaro, ma lo credevano tutti, compresi quelli che avrebbero dovuto opporsi - e non l'hanno fatto perché temevano che potesse essere imputato loro un fallimento che invece era semplicemente nei numeri. Quali numeri? Ma, ad esempio, quelli che ci dà il dr. Frojo per dimostrarci che stiamo peggio perché stiamo meglio. Del resto, lo dice anche la COOP: abbiamo uno stile di vita più pulito. E quello che vale in generale, vale anche per le stoviglie: per tenerle pulite, la cosa migliore è non sporcarle, ad esempio riempiendole di cibo...)

venerdì 2 settembre 2016

Renzi e la crescita: un esempio (#stacce)

Roberto A ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il partigiano Joe: una recensione di Charlie Brown...":

http://www.istat.it/it/archivio/189943

Chissá che il pil del II trimestre non venga rivisto al rialzo.

Postato da Roberto A in Goofynomics alle 30 agosto 2016 18:51



Chissà si scrive con l'accento grave, non acuto. La "a" con l'accento acuto nelle tastiere italiane non c'è. Da dove scrivi, caro? Comunque, eccoti servito:

Contento? Avevo ragione io. Il Pil è rimasto invariato. Discuteremo dopo, con calma, il dato (ma l'ISTAT lo fa benissimo nel suo comunicato stampa, che chi mi legge sa leggere).

Il resto sono opinioni. Un esempio:


Ah, naturalmente la tua opinione (che in materia economica non conta quanto la mia, perché tu non sei preparato quanto me), ha una cosa in comune con quella di Padoan, cioè il fatto di essere sbagliata, ma differisce da essa per un dettaglio importante: conta meno della sua, cioè meno di niente.

E adesso schiuma pure di livore nella tua tana. Ogni tuo messaggio è un'autentica goduria, ma non sto a spiegarti perché. Se non l'hai capito leggendo questo post, l'unica cosa che posso fare è appellarmi alla prima legge della termodidattica: ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate...


(...dice: "Ma tu devi aprirti ar dialogo!" Dico: scusate, ma che davéro? Allora, diamo un'occhiata al calendario... No, no, non c'è bisogno di sfogliarlo, basta guardare la copertina. Che c'è scritto? 2016, giusto? Bene. Siamo nel 2016. E io devo dialogare con uno che pensa che la Terra sia piatta? O che, magari concedendole forma sferica, la incastoni saldamente al centro dell'Universo? Alcuni secoli fa, forse... Ma oggi no. Abbiamo già dato, sia io che voi, e quando incontrate una delle tante vittime della propaganda vi suggerisco di lasciare che sia la vita ad aprirgli gli occhi. Viceversa, ai molti di voi che - nonostante quello che pensano - hanno bisogno ancora di aprirli, suggerirei la lettura delle Sei lezioni di economia di Cesaratto. Un libro che merita la vostra attenzione...)

Renzi e l'Europa: un esempio (#stacce)

Che bello! Abbiamo un nuovo rappresentante nel gabinetto di Juncker! Finalmente saremo ascoltati in Europa!...

Sicuri?

Una persona "familiar with the matter" (come dicono i giornali fichi) ha così commentato:

"Raffinata mossa anti-Renzi di Selmayr-Juncker: un montiano, ma soprattutto un amico intimo di Letta, per gestire i rapporti politici con l'Italia... che schiaffone!"

Apposct...

lunedì 15 agosto 2016

Renzi e la ripresa: cronaca di una morte annunciata

Partiamo dai numeri, questi sconosciuti... Ricordo quando gli amici (vero, Basilisco!?) mi dicevano: "Che fati? Metti tabelle? Ma laggente nun capischeno, non ti leggeranno mai...". 3579 lettori fissi e 22 milioni di visualizzazioni dopo (che sono poche, cacciatevelo in testa!) mi sento di prendere il rischio, e quindi:


Quello che vedete, in tutto il suo splendore, è il PIL italiano al tempo della crisi. I dati sono estratti dal database dell'ISTAT, e ho riportato tutte le informazioni relative alla query con la quale ho estratto i dati (così chi desidera può verificare).

I dati, espressi ai prezzi del 2010 (e non è che da allora i prezzi siano cambiati moltissimo), vengono forniti a cadenza trimestrale (colonna 2), la procedura di trimestralizzazione rispetta i volumi. Dato che il PIL è un flusso, il dato si aggrega temporalmente per somma, esattamente come qualsiasi flusso, quale il vostro stipendio. Ad esempio, se siete disoccupati guadagnate zero al mese, e quindi:

0+0+0+0+0+0+0+0+0+0+0+0=0

all'anno (e questo è un esempio facile). Se avete un lavoro con 1300 euro di netto e tredici mensilità guadagnate 16900 euro l'anno. Se il PIL italiano nell'inverno 2015 è stato di 385142 milioni e nella primavera 2015 di 386358 milioni, nel primo semestre 2015 è stato di 385142+386358 = 771500 milioni (i dati semestrali sono ricostruiti nella colonna 5), per cui se poi in estate è stato di 387101 milioni e in autunno di 387818 milioni, nell'anno 2015 è stato di:

385142+386358+387101+387818 = 1546419 milioni

ovvero 1546 miliardi, .

Se applicate la stessa logica all'anno precedente, vedrete che il dato annuale del 2014 è di 1536 miliardi (dovreste essere in grado di localizzarlo sulla tabella), e quindi il tasso di crescita nel 2015 è stato dello 0.6% (colonna 9) come qui previsto a tempo debito (notate peraltro che accanto a previsioni giuste ce ne erano anche di sbagliate: la vita è fatta così e magari un giorno ne parliamo).

Aggiungo, per completezza, che il dato annuale grezzo, per ragioni che ignoro, è stato rivisto al rialzo, come risulta sempre dal sito ISTAT:


e quindi il suo tasso di crescita risulta essere dello 0.760% (arrotondato a 0.8%) invece che dello 0.642%. Forse l'ISTAT usa una procedura di destagionalizzazione che non conserva i volumi? Forse il dato destagionalizzato non è ancora stato aggiornato? La questione, a dire il vero, non mi appassiona, e questo non perché le cifre coinvolte siano piccole. Sì, sono pochi decimi di punto decimale, ma, se ci fate caso, in soldoni sarebbero un paio di miliardi (che anche a dividerceli fra quanti siamo qui farebbero una bella cifra...).

Il punto è un altro. Come sa chi segue o studia queste cose, i dati statistici sono soggetti a diversi round di revisioni, e quindi prima che emerga un dato accettato come definitivo deve passare un po' di tempo. Non credo che siate mai stati fermati da due bravi dell'ISTAT i quali vi abbiano ingiunto di dir loro quanti soldi avevate in tasca, giusto? Questo significa che il dato del PIL non deriva da una rilevazione esaustiva, ma da una rilevazione campionaria, ed è quindi una stima, che a sua volta riposa su altre stime, che via via vengono confermate o smentite da rilevazioni successive. Anche il dato annuale, il più "stabile", si muove, quindi, nel tempo, e anche in assenza di variazioni importanti nei metodi di rilevazione (che pure regolarmente si verificano). A titolo di esempio, guardiamo come si è andato assestando il dato sulla crescita del 2012 consultando le solite statistiche del FMI, partendo da quelle di ottobre 2011 (prima che arrivasse Monti) per arrivare agli ultimi dati disponibili (quelli di aprile 2016):


Notate che i dati fino all'edizione 2012-10 del World Economic Outlook sono ovviamente previsioni, e l'ultima, quella di ottobre 2012, appunto, è tutto sommato abbastanza precisa. I dati dal 2013 in poi sono riportati come definitivi, ma, come vedete, anche l'ultima edizione, quella di aprile 2016 (quattro anni dopo) li rivede al ribasso.

Questo è uno dei tanti motivi per i quali non mi scaldo sui decimali. Vi ricordo anche che lo 0% che qui abbiamo azzeccato è un dato provvisorio. Può darsi che il dato definitivo ci dia ancora più ragione (entrando in territorio negativo) o ci smentisca, diventando da nullo positivo, e quindi uscendo dall'intervallo di confidenza della previsione che avevamo fatto con il nostro semplice modello.

 
Per questo, e per altri motivi, vorrei oggi essere faustiano: lass das Vergangene vergangen sein! (traduzione per diversamente non partenopei: scurdammoce o passato). Pensiamo al futuro, che è un equilibrato cocktail di tragedia e commedia.

La commedia ce l'ha messa il MEF con questa sua nota del 12 agosto, che non può non rinviarci a un altro grande classico. Il richiamo alla Brexit, che poi è qualcosa che ancora deve verificarsi, ed è stata decisa a grande sorpresa di tutti nella Penultima settimana del trimestre considerato (con zero probabilità di influire sul risultato delle dieci settimane precedenti) è un vero colpo di genio.

La tragedia ce la mette la nostra amica aritmetica: quella che abbiamo studiato a scuola, e quella del debito pubblico, che invece abbiamo studiato qui più di tre anni fa (consiglio ripasso ai nuovi e vecchi arrivati). Oggi non vorrei fare previsioni (mi piacerebbe prima darvi qualche strumento in più, almeno spiegarvi cosa sia una correlazione), ma semplicemente valutare la compatibilità delle previsioni governative con la realtà, per apprezzarne la coerenza interna.

Nel Documento di Economia e Finanza rinvenibile qui il ministro Padoan formulava il suo Programma di stabilità sulla base di una crescita del PIL pari all'1.2%. Il numero lo trovate in questa tabella a p. 37:


Ora, cominciamo con l'aritmetica delle elementari. Se il PIL crescesse dell'1.2% nell'anno in corso, vorrebbe dire (riferendoci ai dati della prima tabella, quelli destagionalizzati) che il suo valore totale sarebbe pari a:

1,546,419 x 1.012 = 1,564,976

Siccome nel primo semestre abbiamo avuto due trimestri pari a 388,807 (crescita zero fra il primo e il secondo trimestre), il dato del primo semestre è 777,614, e quindi per arrivare a 1,564,976 il PIL nel secondo trimestre dovrebbe essere pari a 1,564,976 - 777,614 = 787,362 milioni, con una crescita fra primo e secondo semestre dell'1.3% (per i precisini: 1.254%).

Ora: il PIL normalmente cresce: il dato destagionalizzato, che rimuove le fluttuazioni dovute a eventi ciclici quali la chiusura delle fabbriche in estate, se non subentra una recessione cresce ogni trimestre, e così fa quello semestrale. Dalla tabella che vi ho riportato vedete che una crescita dell'1.3% fra primo e secondo semestre dell'anno non si è mai verificata. Ci siamo andati vicini nel 2010, con un tasso di crescita dell'1.1%. Tuttavia, se consultiamo una serie storica semestrale un po' lunga, vediamo che mentre negli anni '70 una simile crescita fra primo e secondo semestre era abbastanza consueta (per forza! Con l'economia che cresceva a oltre il 3% l'anno, va da sé che la crescita da un semestre al successivo fosse intorno a 1.5 in media), nei 25 anni dal 1990 al 2015 una simile crescita fra primo e secondo semestre si è avuta solo nel 1994, 1997, 1999, 2000 e 2006: anni tutti, per diversi motivi, meno difficili di quello che stiamo attraversando. Per darvi un'idea, i rispettivi tassi di crescita mondiale furono: 3.3%, 4.1%, 3.6%, 4.8%, 5.5%, mentre per il 2016 ci aspetta, secondo il FMI, un 3.1%. Difficilmente credo che riusciremo a fare di più in circostanze in cui il mondo sta facendo di meno.

In generale, nei 54 semestri dal 1990 alla prima metà di quest'anno, il tasso di crescita reale ha superato 1.2% solo in 9 volte. Non è quindi un evento frequente.

Il dato semestrale, tuttavia, non viene utilizzato spesso: ci si riferisce o all'anno, o al trimestre. Tuttavia, non è difficile calcolare quale dovrebbe essere il tasso di crescita trimestrale medio nei due prossimi trimestri dell'anno compatibile con l'obiettivo di crescita annuale del governo. In particolare, per raggiungere un totale annuale di 1,564,976, compatibile con una crescita annuale dell'1.2%, il dato trimestrale dovrebbe nei prossimi due trimestri crescere a un tasso dello 0.8% a trimestre (per i precisini: 0.8334%). Vuol dire che il dato di questo trimestre dovrebbe essere pari a:

388807 x 1.008334 = 392047

e quello dell'ultimo trimestre a:

392047 x 1.008334 = 395314

e così il totale dell'anno farebbe 388,807 + 388,807 + 392,047 + 395,314 = 1,564,975

(nell'arrotondamento ci siamo persi un miliardo, ve lo restituirò presto in lire...).

Bene.

Vogliamo ridere o piangere?

Un tasso di crescita trimestrale dello 0.8% in Italia non si vede dal primo trimestre del 2008 (fu un rimbalzo preceduto da tre trimestri e seguito da cinque trimestri di recessione), e in generale non è che ce ne siano stati tanti. Se prendiamo la serie storica destagionalizzata dal 1970, di tassi di crescita superiori allo 0.8% ne riscontriamo 55 sui 185 che è possibile calcolare, ma sono quasi tutti negli anni '70. Dal 1990 se ne contano solo 12, ovvero: la crescita trimestrale è stata superiore allo 0.8% nell'11% dei casi. E, lo ripeto: la maggior parte di questi anni, anche da quando è entrato l'euro, sono stati anni migliori di questo, se non altro per il contesto internazionale (e non mi riferisco a scemenze come la Brexit, ma al fatto che l'economia mondiale cresceva ben oltre il 3%).

Come abbiamo fatto a ridurci così lo sapete, e a chi non lo sapesse suggerisco il riassuntino che ho fatto in 1998 battute per il Tempo, dove trovate anche lo spassosissimo commento di quel malato di mente di Yanez: peraltro, si spara su un piede, perché siamo in deflazione e quindi il Pil nominale andrà peggio di quello reale. Ma di questo, e delle conseguenze per il debito, parleremo un'altra volta.

Ora devo andare a TgCom24, dove sarò in diretta alle 22.