mercoledì 8 dicembre 2021

La ripresa

Qui abbiamo sempre fatto un certo sforzo per mettere le cose in prospettiva, traendone discreto giovamento. Approfitto di una uggiosa giornata di pioggia nella trincea della legge di bilancio per riprendere un tema che abbiamo trattato infinite volte (ad esempio qui, quiqui, qui...) riprendendolo anche dopo la pandemia (ad esempio qui e qui): quello della crescita economica del Paese, intesa come crescita del Pil. Sono usciti da un mese e mezzo gli ultimi dati del Fondo Monetario Internazionale e volevo rapidamente commentarli con voi, per dare un'idea delle condizioni in cui ci troviamo.

Intanto, questo è il Pil reale dell'Italia in miliardi di euro dal 1980 al 2020 con le previsioni dal 2021 al 2026:


Secondo il Fmi nel 2022 torneremo al livello del Pil del 2019 (con 1733 miliardi di euro - nel 2019 erano 1725) e, udite udite!, nel 2025 saremo di nuovo, con 1797 miliardi, al livello del Pil del 2007, cioè al livello pre-crisi, pari a 1795 miliardi. Ci saranno cioè voluti, nonostante la pandemia, "solo" 18 anni per superare lo shock della crisi Lehman e di tutte le sue successive ramificazioni.

Cominciamo quindi col dire che per fortuna finora è andata meglio di come temevo andasse qui:


dove però specificavo che questo scenario (recupero del livello pre-crisi nel 2050) era ovviamente molto conservativo/pessimistico, e lo avremmo fronteggiato nel caso in cui non ci fossimo liberati delle regole europee (la decisione di sospenderle fino alla fine del prossimo anno è stata presa all'inizio di quest'anno, e quindi quasi un anno dopo il post in cui vi presentavo questo grafico). In questo scenario pessimistico escludevo una ripresa a "V", che invece finora pare ci sia, anche se è una V sbilenca perché la discesa è durata un anno e la risalita ne prenderà (almeno) due. L'unico dato certo è che nel 2021 il tasso di crescita è stato molto più elevato (intorno al 6%) della media storica dall'entrata nell'euro in poi (0.44%), quella usata con un'ipotesi dichiaratamente semplicistica per costruire la parte arancione del grafico qua sopra.

Resta però sempre aperta una questione che viene regolarmente ignorata nel dibattito. Quando saremo tornati al livello pre-crisi, quello del 2007, che ci siano voluti 18 o 43 anni questo comunque non significherà che avremo "recuperato": significherà semplicemente che saremo tornati al punto di partenza, perdendo 18 (o 43) anni di crescita. Sarebbe utile avere almeno approssimativamente in testa un'idea di dove saremmo oggi se non avessimo subito il tracollo esogeno del 2009 (la crisi finanziaria globale) e poi quello endogeno del 2012 (l'austerità di Mario Monti).

Un modo grossolano ma efficace per fare questa valutazione è usare i dati disponibili per stimare la tendenza di crescita del Pil fino al 2007, e poi estrapolarla fino ad oggi.

Usando i dati dal 1980 al 2007 possiamo interpolare questa tendenza lineare (sì, so che è il modello sbagliato perché quello giusto è una cosa così, ho letto il "two Charlies paper", ma ci facciamo andare bene una tendenza lineare):


Questa semplice elaborazione da Excel in buona sostanza ci dice che in media fra il 1980 e il 2007 il Pil italiano è aumentato di 26 (25.948) miliardi all'anno. Possiamo usare questa semplice informazione per capire dove saremmo se non ci fossero toccate, in ordine cronologico, la crisi finanziaria globale, l'austerità, e il COVID (tre sciagure di cui almeno due certamente man-made).

Il disegnino è questo qui:


e spero che faccia capire che cosa intendo dirvi. Tanto per darvi un'idea, nel 2019, cioè prima dell'arrivo della pandemia che abbiamo affrontato come sapete, la differenza fra dove eravamo (la linea blu) e dove avremmo potuto essere se dal 2007 fossimo cresciuti allo stesso ritmo tenuto nel 27 anni precedenti (la linea arancione tratteggiata) era di 397 miliardi (dati dalla differenza fra i 2122 miliardi cui saremmo arrivati continuando a crescere, e i 1725 storici). Nel 2021 non sarà meglio: lo scarto fra linea arancione (la tendenza storica di crescita) e linea blu (la crescita realizzatasi effettivamente) arriverà a 511 miliardi, che poi è come dire che il Pil cui avremmo potuto aspirare in assenza di tutti questi shock è del 30% superiore a quello che registreranno le statistiche.

Ora, capite bene che parlare di "fine dell'emergenza" quando saremo tornati al livello del 2007 (e tanto meno a quello - inferiore - del 2019) non ha alcun senso, né tantomeno ne ha parlare di ritorno alle "regole europee" precedenti, atteso che, come si vede bene dal grafico, una buona parte di questo scarto si è accumulata quando dal 2012 al 2014 ci siamo inflitti tre anni di recessione del tutto superflui obbedendo a ricette che oggi tutti definiscono sbagliate (la cosiddetta austerità). Ma quando ne parlo in Senato, al di fuori dei miei colleghi di partito, non credo che nessuno mi capisca (sono però persone garbate - tranne Renzi, va detto - e mi ascoltano con cortesia).

Prima di concludere, vorrei gestire almeno tre obiezioni ovvie (per quelle meno ovvie ci sarete voi).

La prima è quella cui ho già accennato sopra in un breve inciso tecnico: il modello utilizzato per calcolare la crescita cui si sarebbe ipoteticamente arrivati se dal 2008 in poi non avessimo inanellato disastri su disastri (quello utilizzato per calcolare la linea arancione) non è particolarmente sofisticato (ai nerd, che non ne hanno bisogno, dico che è questo qui). Possiamo divertirci utilizzando modelli più sofisticati, tipo questo qui, e chi ne ha voglia può tranquillamente farlo, ma onestamente non credo che il quadro cambierebbe di molto. Tra l'altro, lo scopo di questa semplice simulazione è dare ordini di grandezza,  e scenari che si sviluppano su oltre dieci anni hanno necessariamente una validità molto circoscritta. Su un orizzonte temporale simile la robustezza del modello (e quindi la sua semplicità) fa premio sulla sua sofisticazione (come vedremo poco avanti).

La seconda obiezione è che quanto osserviamo in questi scenari potrebbe essere comunque una deviazione di medio periodo, qualcosa di riassorbibile. Invece, purtroppo, è una catastrofe epocale, il che significa (lo chiarisco a chi sta leggendo queste pagine nell'anno in cui sono state scritte) che stiamo vivendo in una catastrofe epocale (che non è la pandemia ma l'austerità). Per rendersene conto basta andare sul sito dell'Istat, alla cui homepage trovate questo bel grafico:


La serie storica secolare del Pil ci mostra che nei 159 anni che hanno seguito l'Unità d'Italia non si è mai vista una catastrofe simile: solo la Seconda Guerra Mondiale ha lasciato una cicatrice ugualmente percettibile, ma riassorbita molto rapidamente, a differenza di quanto vediamo dal 2007 in poi. Immaginate di vedere questo grafico nel 2200 (qualcuno lo vedrà, magari qualche archeologo del web ritroverà queste parole): la cicatrice sarà ancora molto ben visibile, e così nei secoli e nei millenni a venire (fatto salvo ovviamente il caso di evento astronomico, visto che con la virologia - e i suoi adepti - abbiamo già dato uscendone, se non migliori, almeno non estinti).

Vorrei che foste profondamente coscienti di questo, e che usaste questo dato (e il fatto che la classe politica italiana nella sua vasta maggioranza è culturalmente incapace di relazionarcisi) come principale lente per osservare qualsiasi cosa vi stia accadendo attorno, perché, che lo vogliate o no, il dato storico principale del periodo che stiamo vivendo assieme è, e resterà nei dati, questo, non altri.

Vado a un terzo punto, a una curiosità che potrebbe spontaneamente sorgere: ma agli altri com'è andata? Perché se per noi è stata una catastrofe, se si è creata una voragine simile, potrebbe anche darsi che la colpa sia nostra, visto che siamo dei lazzaroni, siamo corotti (#aaaaacoruzzione), siamo eticamente e ontologicamente inferiori ai nostri vicini di casa, ecc. ecc. (gli argomenti da bar dello Sport che sentite in televisione e leggete sui giornaloni). La prima osservazione ovvia viene in realtà dal confronto intertemporale, più che da quello internazionale: banalmente, se fossimo veramente quelle merde che certi nostri editorialisti a libro paga dipingono, la nostra storia sarebbe costellata di altri episodi simili. E invece no: c'è solo questo, visto che perfino dalla Seconda Guerra Mondiale ci siamo ripresi con una discreta scioltezza, ed eravamo molto più liberi di oggi, molto meno contornati di cari amici europei che ci danno tanti buoni consigli, ma anche tanti cattivi esempi...

Tuttavia il confronto internazionale fornisce spunti interessanti. Vediamo ad esempio come se la sono cavata Germania e Francia, i nostri fratelli maggiori nell'area euro:



Intanto, si vede che in fondo in Germania il modello un po' banale che abbiamo utilizzato per stimare la crescita ipotetica dal 2008 in avanti (usando i dati dal 1980 al 2007) non va poi così male: nel 2019 lo scarto fra le linee arancione e blu (l'errore di previsione) era solo del 2,8% per una previsione a dodici anni! Che è come dire che se da noi le cose vanno così male, se i dati effettivi si discostano così tanto da quelli estrapolati, la colpa non è del modello... Tuttavia, si vede che anche nel Paese meno svantaggiato dall'attuale contesto (perché beneficia di un sostanziale dumping valutario, perché ha lasciato una parte consistente del suo sistema bancario fuori dallo scrutinio della occhiuta vigilanza europea, ecc.) la crisi del 2009 ha lasciato una traccia, determinando uno slittamento della crescita storica al di sotto (se pure di poco) di quella ipotizzabile coi dati fino al 2007. Considerazioni analoghe valgono per la Francia, che però, avendo problemi di competitività (come qui sapete da tempo), nel 2019 si trovava sotto del 5,2% (non il nostro 30%, ma sempre qualcosa di ben visibile).

Insomma: uno slittamento verso il basso c'è stato per tutti, inutile girarci intorno, anche se il nostro è particolarmente grave per motivi sostanzialmente uguali e contrari a quelli del nostro principale concorrente.

Ma se ci allarghiamo un po', se usciamo dall'Eurozona, o dall'UE?


Nel Regno Unito abbiamo un quadro sostanzialmente simile a quello offerto dalla Francia (persistenza dello shock del 2008, ma senza il secondo tracollo nel 2012 causato a casa nostra dall'austerità, con scarto dalla crescita tendenziale pari al 4,6% nel 2019, mentre in Polonia applicando lo stesso metodo le cose si presentano così:


e finalmente abbiamo un grafico in cui la crescita effettiva supera, e di gran lunga, quella tendenziale! Però, qui c'è un problema: la crescita tendenziale della Polonia è sottostimata perché nel calcolarla abbiamo tenuto dentro gli anni '80, quando le cose per tanti motivi non è che andassero benissimo. Se calcoliamo la crescita tendenziale (la linea arancione) usando i dati "post-portuali di Danzica" (diciamo dal 1991), come  è forse più corretto fare, la cosa si presenta così:


e insomma ci siamo capiti: per qualcuno l'ingresso nell'UE è stato veramente un'opportunità, ma è chiaro che questa discesa, vista dal basso (cioè da sud) sembra una salita... 

Sintesi: il disastro è successo solo dove si è fatto austerità, e a questo proposito vi ricordo che secondo il PNRR nel 2023 dobbiamo riprendere la spending review. Siete pronti?

martedì 7 dicembre 2021

Domandare è lecito, rispondere è cortesia

 ...eggnente, più si va avanti, più mi convinco che l'unica opportunità offerta da quel provvedimento scellerato che è stato il taglio del numero dei parlamentari, preso per compiacere voi (e per fottervi, perché con meno rappresentanti siete meno rappresentati), verrà sprecata.

E quale è quest'opportunità?

Quella di intervenire in un modo che abbia un senso sui regolamenti parlamentari, in particolare su quello del Senato. Vi faccio un esempio. La disciplina delle audizioni deve essere profondamente rivista. Un'audizione, per quanto mi consta, è una cosa così:


Quei simpatici siparietti che si stanno svolgendo in questo momento nel nostro Senato, dove a precisa domanda "Ti piace il formaggio?" mezz'ora dopo ti rispondono "Forse il treno va più veloce!", sono umilianti per chi interroga (quindi, d'ora in avanti sarà opportuno che lo siano anche per chi è interrogato). Se i presidenti non tutelano il ruolo delle Commissioni, come succede sistematicamente nella Commissione "odio", e non assicurano che le domande poste dagli interroganti abbiano risposta, non resta altro che il confronto all'americana, ovviamente con tempi contingentati. Questo se si vuole che il Parlamento possa veramente rendersi conto di che cosa sta succedendo non tanto nel Paese (con quello siamo in contatto), quanto nei suoi apparati, lievemente più elusivi.

Io, comunque, ve lo dico, visto che qui campiamo di gestione "messianica" del senso dell'imminenza, come dice Acquarelli: ad agosto ho fatto due scommesse con un amico, una persona scientificamente molto qualificata, nonostante la giovane età, e a voi nota. La prima scommessa era che non saremmo usciti dall'emergenza entro dicembre, e la seconda è che entro settembre 2022 sarebbe scoppiata Vaccinopoli. La prima l'ho vinta, la seconda spero di perderla. A differenza vostra, il mio senso della giustizia non arriva fino ad auspicare che il potere giudiziario si sostituisca a quello legislativo (più esattamente: al Parlamento) nella funzione di indirizzo politico (poi lo fa ugualmente, ma questo è un altro discorso: provo solo fastidio quando qualcuno, per buoni o cattivi motivi, auspica che lo faccia: panpenalismo uguale grillismo, che poi è il motivo per cui "norimberghisti" e "piazzaleloretisti" qui sono sempre stati accompagnati alla porta: il loro blog è un altro - se esiste ancora!).

Dopo di che, noi siamo qui per ascoltare e per comprendere: se veniamo presi in giro, ce ne faremo una ragione. Domandare è lecito, rispondere è cortesia, e chi non risponde a noi, ove mai le nostre preoccupazioni e le conseguenti domande fossero fondate (ripeto: speriamo di no!), risponderà a qualcun altro.

Prevenire è meglio che curare, ma aiutare chi non vuole farsi aiutare è impossibile.

Politica è anche (e soprattutto) capire questo.

Amen.

Ci stiamo perdendo?

Mauro Buti ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La storia insegna":

Splendido post. <3

Una cosa su cui stiamo sicuramente perdendoci come comunità è che ci sono sempre meno splendidi post, a dirla tutta. Il che era una di quelle cose che aiutava a mantenere l'umore alto ai tempi, quando manco si poteva immaginare davvero di vincere. Leggere, capire, interessarsi ti faceva sentire parte attiva di qualcosa di grande, il che era meglio rispetto ad essere inermi, e subire e basta.

Per il resto la riflessione è che lei ha sicuramente vinto come singolo, e con pieno merito, ma (almeno a me) è sempre meno chiaro se si stia effettivamente vincendo sul tema di più ampio respiro.

Alcuni anni fa alcune evoluzioni sembravano inevitabili peggio della morte. Alcune cose sarebbero finite, alcuni politici sarebbero schiantati, e alla fine almeno qualcosa di altro e diverso sarebbe nato. Per forza, perché era la macroeconomia a decidere così. Oggi gli elementi macro-economici sono più o meno identici ad allora (o lo torneranno a breve), eppure l'impressione è più che tutto il Dibattito si sia impantanato del fango. Per dire, uno come Macron a rigore di ragionamento oggi avrebbe dovuto avere meno del mezzo per cento (come Hollande prima di lui). Invece sembra avanti, è non è inverosimile che vinca...

Le forze di rottura e antisistema scendono, e forse la pandemia sta realmente spostando l'ago verso più "stabilità e sistema" come alternativa al cambiamento traumatico che si è sempre profetizzato.

Chiaro che alcuni temi "non finiscono mai", come da post (ricordo quello dove si trollava sulla quantità di giorni per cui abbiamo atteso la Brexit... :D), ma la sensazione da "deserto dei tartari" inizia a fare capolino sulla schiena, e la gran realtà è che vorrei leggere ancora dei post chilometrici di ragionamento su tutti questi temi e l'universo presente. Sicuramente la roba del 2011 è ancora attuale, però non riesco più a sentirla come "proprio attuale". E' in corso qualcosa d'altro su cui sarebbe importante essere comunità, e leggere robe che stimolino la materia grigia un filo di più rispetto ai giornali (ci piace vincere facile, del resto).

Invece ci si sente un po' soli, o comunque più soli rispetto all'inizio, il feed mi passa un nuovo articolo di goofy ogni mezzo secolo, e nel mentre ci stracciano i maroni di roba di cui onestamente non interessa (--> *d*ibattito).

Piccola petizione di un accanito lettore: più blog, meno figure, meno telegram, meno twitter. <3

M

Pubblicato da Mauro Buti su Goofynomics il giorno 6 dic 2021, 17:29


Trovo interessante questo commento perché solleva questioni che anch'io mi sono posto spesso. Nel dedicarmi a voi ho assunto responsabilità cui non voglio sottrarmi, anche se non sono semplici da interpretare.

Proviamo a farlo insieme.

La prima, probabilmente, è stata quella di darvi la sensazione di "essere parte attiva di qualcosa di grande", come dice Mauro, di quello che qui chiamiamo il Dibattito, della nostra comunità. Ora, già su questa frase di Mauro ci sarebbe da ragionare parecchio. Lungo tutto il percorso di questo blog ho definito l'appartenenza un cancro, l'ho considerata un disvalore, se non il disvalore supremo nell'ottica del perseguimento di una democrazia compiuta. Mi sembrava che il principale ostacolo alla maturazione di una coscienza democratica fosse quel modo tutto piddino di "ragionare" per appartenenza, di argomentare, cioè, rifugiandosi, trincerandosi, nei luoghi comuni accettati dalla propria comunità. Il semicolto che "sa di sapere" perché sa quello che gli è stato detto di sapere e non è disposto a mettere in gioco queste sue certezze ci è apparso fin dall'inizio come la versione attuale, poco riveduta e per nulla corretta, dei willing executioners di buona memoria (e quelli di voi cui queste parole sembravano esagerate qualche anno fa ora si saranno ricreduti). Con quanti di questi omuncoli con la verità in tasca vi siete dovuti confrontare, incuranti del mio saggio precetto (che poi non era mio): l'importante è desistere!

Ma l'appartenenza non è necessariamente abolizione della propria capacità critica, non è necessariamente il tribale ossequio a un totem, come nei personaggetti che ci capitava di incontrare.  Può anche essere condivisione, scambio, comunità, e quindi stimolo, anziché obliterazione, del pensiero critico, tensione ideale, anziché tetro conformismo, partecipazione e quindi libertà, anziché obbedienza agli ordini di scuderia. E la domanda che ci dovremmo porre è: ma prima che questo blog ci fosse, questa roba dove la si andava a cercare? Dove si placava questa sacra e giusta ansia di partecipazione, di progetto? E la prima risposta che mi viene in mente è che questo senso di appartenenza come militanza, come capacità di strutturare una resistenza associandosi in una comunità di pari, come condivisione di visione e di ideali, la si trovava nei partiti e nelle loro ideologie. Capisco dalle parole di Mauro di aver colmato non uno, ma due vuoti. Quello di cui ero consapevole era il vuoto culturale e intellettuale lasciato da una narrazione totalmente fasulla delle cause della crisi e dei meriti dell'attuale ordinamento. Ma nel colmare questo vuoto "razionale", senza volerlo né saperlo (?) colmavo anche quel vuoto "emotivo" lasciato dall'oggettiva assenza di luoghi in cui militare, confrontarsi, crescere ideologicamente e politicamente. Credo in effetti di aver scritto più di una volta, lungo questi anni, che questo blog era l'unico luogo in cui si facesse politica in Italia, ma probabilmente nemmeno io mi rendevo conto di quanta verità ci fosse nelle mie parole. Qui si costruiva un racconto del mondo, che è poi quello che ogni partito dovrebbe offrire (naturalmente, non il mio e non lo stesso per tutti), ma che oggi i partiti non sanno né possono permettersi di offrire, così come non possono permettersi, per svariati motivi, a partire da quelli prosaicamente economici, di allestire una sezione (virtuale) come questa, in cui per anni siete venuti a discutere i temi del presente ma soprattutto quelli del futuro.

Ecco, parliamo del futuro, e di quelle "evoluzioni che sembravano inevitabili peggio della morte". Perché certo, un'altra responsabilità che ho assunto nei vostri riguardi, oltre a quella di darvi un'appartenenza, di costruirvi un percorso militante, è stata quella di darvi una speranza. Sulla costruzione di questo "senso dell'imminenza" hanno perfino scritto un saggio, un po' datato, ma non per questo meno interessante. Chi offre una speranza in qualche modo si prende la responsabilità di non deluderla, così come chi raduna una milizia si prende la responsabilità di non lasciarla allo sbando. L'osservazione di Mauro però mi fa riflettere su come sia evoluta, e non poteva essere altrimenti, la mia percezione delle dinamiche politiche. I fondamentali macroeconomici restano una chiave di lettura insostituibile: se dovessi sceglierne una sola, mi terrei quella. Ma esistono anche altri strumenti di analisi. Dopo tre anni di frequentazione dei palazzi penso di averne acquisiti (e ve li ho consigliati) e di essere capace di osservare la realtà sotto altre angolazioni. Se guardo a me stesso, al me stesso di allora, con gli occhi del me stesso attuale, di un insider, apprezzo la genialità di Salvini nel tirarmi a bordo. Non mi iscriverei mai a un club che mi accettasse come membro, mi vergognerei di avere come follower uno che segue Bagnai, e soprattutto oggi, da responsabile di un partito, non tirerei mai dentro uno che si comportasse come mi comportavo io! Perché da quella visione geometrica, fra il cartesiano e lo spinoziano, oggettivamente più elaborata e sfaccettata di quella che oggi vediamo caricaturata (almeno spero!) dal simpatico Musso, ma pur sempre animata da una volizione sottilmente allucinata, derivavano una postura politica repulsiva nella sua intransigenza e una lettura ingenuamente semplicistica dei moventi delle varie parti in gioco. Non era per nulla ovvio che uno che ragionava come ragionavo io sarebbe stato capace di presiedere una Commissione, di coordinare una squadra di parlamentari molti dei quali più esperti di lui, di condurre trattative col "nemico", di guadagnarsi il rispetto dei "palazzi". Io, per dire, al simpatico Musso non offrirei nemmeno una candidatura in un comune di 600 abitanti (e invece, magari, chissà: una volta messo di fronte alla vita vera crescerebbe - ne dubito, ma insomma ci siamo capiti)! E invece Matteo ha avuto il coraggio di tirarsi dentro quello che poteva anche legittimamente sembrare, e, ne sono certo, ancora oggi sembrerà ad alcuni suoi compagni di strada, un pazzo.

Questo apre almeno un paio di ulteriori questioni, che accenno solamente, perché domani mattina sul presto sono in Commissione Bilancio a trattare sulla manovra per il mio partito.

La prima, in ordine logico, è: il Dibattito si è veramente "impantanato nel fango"? Ovvero: gli strumenti della macroeconomia hanno perso la loro capacità di anticipare le tendenze politiche ed economiche? La "roba del 2011" oggi è ancora "proprio attuale" o ha perso smalto? Premesso che qui non si è profetizzato nessun "cambiamento traumatico", proprio perché si è dimostrato che il cambiamento, laddove occorresse, non sarebbe un trauma (almeno, non dell'ordine di grandezza del trauma che stiamo tuttora sperimentando), capisco le perplessità, ma mi sembra di poter ragionevolmente dire che in effetti no, non siamo impantanati. Continuiamo a vedere prima quello che succede dopo, e come esempio vi prendo il decollo dell'inflazione, di cui oggi tutti si accorgono, e che avevamo visto arrivare a marzo 2020. Questo per la parte economica. Per la parte politica, certo, Macron è ancora lì nonostante i deficit gemelli della Francia. Ma Macron, come a suo tempo Conte (che purtuttavia stava per schiantarsi a inizio 2020), è stato un grande beneficato del COVID. Chiamando un "tana liberi tutti" generalizzato, la pandemia ha consentito anche alla Francia di fare politiche di bilancio espansive anziché "riforme" (cioè tagli), e ha tappato in casa i gilet gialli (altro dettaglio non insignificante). Non so dire (nessuno può dire) se in assenza di questa preziosa opportunità Macron si sarebbe schiantato. Quello che credo si possa dire (ma ci torneremo insieme) è che i problemi della Francia sono ancora lì, e la logica dell'economia non si piega alle ragioni della politica.

Poi c'è un'altra questione, più intima e più decisiva. Esiste in una certa misura un trade off fra conquista del potere ed esercizio del potere. Lo si è visto bene nel 2018. Le forze "rivoluzionarie" che sono arrivate a governare ci sono arrivate non perché si sono piegate ai poteri forti o perché hanno inseguito il grande centro (quel luogo frequentato dagli eletti ma non dagli elettori, come ricorda Capezzone): ci sono arrivate perché hanno offerto una visione del mondo e una speranza di cambiamento (in parte servendosi del nostro lavoro, ma questo è un altro discorso). Se sono poi state sconfitte, come dice Preterossi, in tutta evidenza è perché non hanno saputo esercitare il potere che era stato loro conferito dall'investitura popolare. Esercitare il potere è un gioco diverso: non devi offrire una visione del mondo, devi capire come funziona il mondo, e per capirlo devi poter dialogare con chi lo manda avanti. Quelli che "io si ero 'ndo stai tu a quest'ora avevo già risorto tutto!", oltre a evitare di porsi la domanda spiacevole (perché dove sto io ci sto io, e non tu, caro Rodomonte vernacolare?), ignorano anche che per esercitare il potere, oltre a sapere dove si vuole andare, è anche necessario saper accettare i compromessi. Quei tanti nostri amici che la vita ha trasformato, con mio contenuto dolore, in folcloristiche macchiette, quando fanno le loro sparate che affascinano tanto i più gonzi di voi, all'occhio dei meno gonzi dimostrano una cosa sola: che non uscirebbero vivi da una normale riunione di condominio! Figuratevi dal MEF o da Chigi... E quindi sì, contro ogni mia ragionevole aspettativa, ho imparato l'arte della mediazione e del compromesso, portando a casa qualche risultato.

Ma la domanda che mi pongo è: in cambio di quei risultati, quanto della mia anima ho lasciato sul tavolo?

E la risposta non la sa nessuno: non la sapete voi, soprattutto quelli che pensano di saperla (hai traditooooh!11!), non la so io, non la sa nessuno, e verosimilmente nessuno la saprà mai, perché a questa risposta si potrà rispondere solo dopo, con gli strumenti della storia. Ma prima bisognerebbe passarci, alla storia, e questa non è una mia ambizione, come non lo era, del resto, quella di entrare in politica...

lunedì 6 dicembre 2021

Cartaceità

 


(...quell'inconfondibile atmosfera di legge di bilancio. E dalla Commissione Bilancio è tutto: ci si confronta sul numero dei "segnalati", tema appassionante. Ma preferirei rispondere a voi...)


domenica 5 dicembre 2021

La storia insegna

...ma non ha allievi.

Al termine di una giornata tecnicamente molto faticosa, quella in cui abbiamo redatto la fatidica lista dei "segnalati" alla legge di bilancio (ne abbiamo parlato qui), fra mille e uno sclero in cui evito di addentrarmi, sia per rispetto dei ruoli istituzionali, che per rispetto del vostro tempo (ma sarebbe anche divertente intrattenersi a descrivere le mille astuzie degli avversari e le diecimila degli alleati), vorrei riprendere con voi il filo del discorso, perché intuisco che ce n'è bisogno. Voi direte: quale discorso? Qui si è parlato delle cose più disparate: della pittura di El Greco, delle tattiche militari medioevali, di Rabelais, Proust, Tolstoj, Dostoevskij, e altri minori, e naturalmente siccome si è parlato di letteratura, si è parlato anche di giornalismo, e siccome si è parlato di giornalismo si è parlato di conflitti di interessi, ma si è parlato anche di politica, sia nella sua dimensione più concreta, quella delle tecniche parlamentari, che in quella più astratta, la fantapolitica (e se non del tutto giusto, quasi niente era sbagliato); si è parlato anche di processi stocastici, di sostenibilità del debito pubblico, di teorema di Balassa-Samuelson, di bilancia dei pagamenti, di saldi settoriali, e quindi di Francia, ma anche di Spagna, ma anche di Slovenia, e via discorrendo, e poi si è parlato di retorica musicale (un po' in fondo, ma se n'è parlato...), di referendum, di montagna: insomma, di tante cose.

Mi rendo conto quindi che possa essere difficile trovare un filo in questo discorso tumultuoso e apparentemente sconnesso. Eppure, un filo deve esserci stato, in questo profluvio di mie e vostre parole, altrimenti ci saremmo tutti persi per strada (e invece si è perso solo qualcuno).

Il filo è presto trovato, ed è nel post zero, quello che non uscì qui, ma sul Manifesto: era l'indignazione verso l'atteggiamento di oligarchico disprezzo verso il popolo (in particolare, quello italiano) di una certa sinistra, era la constatazione di quale sbalorditiva mancanza di empatia, di compassione, sorreggesse una certa visione politica, quella che qui abbiamo sempre criticato e sempre criticheremo, era, in buona sostanza, l'amore per i penultimi, dato che gli ultimi, come sappiamo, sono appannaggio de iBuoni, che però non si fermano mai a parlare con loro, altrimenti imparerebbero qualcosa...

Ora, c'è una cosa che dovrebbe stupirmi, ma non credo riesca a farlo, del percorso che abbiamo fatto insieme, e cerco di illustrarvela partendo da una constatazione: il dibattito che oggi tanto vi interessa, e che mi guardo bene dal nominare, per il semplice motivo che siamo in un regime e non voglio far tirare giù questo blog (regolatevi anche nei commenti), altro non è che una pallida ripetizione del Dibattito che qui si è svolto per quasi un decennio.

Potrebbe venire da pensare che il dibattito attuale esista anche perché nel Dibattito precedente siamo stati sconfitti, come ci ha ricordato con affascinante veemenza Nello Preterossi al #goofy10, ma non sarebbe del tutto esatto. Mi sembra indubitabile che non abbiamo (ancora) vinto, ma, come ho cercato di spiegare qui, in tanti anni dovremmo aver imparato a diffidare dei miti irenici gemelli, quello dell'età dell'oro e quello dell'apocalisse. Non c'è mai stato un periodo privo di conflitti, e non ci sarà mai una disclosure della verità rivelata (quale?) che ricomponga i conflitti attuali e futuri. La vita è lotta nel piccolo, anzi, nel piccolissimo (non siamo tutti diventati esperti di anticorpi?) come nel grande, anzi, nel grandissimo. Disponiamoci quindi serenamente a una vita di conflitto, ricordando che se esistessero sconfitte (e quindi vittorie) definitive la storia sarebbe finita nel quarto capitolo della Genesi: consurrexit Cain adversus Abel fratrem suum et interfecit eum.

La verità è che le dinamiche cui assistiamo oggi nel nostro Paese, e più in generale nell'Unione cui apparteniamo, sono, in vario grado, comuni alla maggior parte dei Paesi dell'orbe terraqueo (con alcune felici, mitiche eccezioni quali la Svezia... di cui qui ci siamo occupati per altri motivi, che forse sono lo stesso motivo). E visto che un po' ovunque i termini del dibattito attuale sono gli stessi, quand'anche noi avessimo (già) vinto, e fossimo quindi (già) dotati di una maggiore autodeterminazione, dubito che saremmo in grado di gestire la situazione in modo più razionale o meno irrazionale.

Torno quindi al punto: il dibattito di oggi altro non è che una pallida ripresa del Dibattito, un eterno ritorno dell'uguale. Sono tutte cose che abbiamo già visto: abbiamo già visto la scienza, quella vera, proporre e argomentare inascoltata tesi interiormente coerenti e intimamente consonanti con il buonsenso e con la nostra esperienza diretta; abbiamo visto questa scienza conculcata su media dalla sua cugina puttana, Lascienza, con argomenti totalmente sconclusionati, fragili, labili, contraddittori; abbiamo visto i sullodati media vilipendere (o in un caso, il mio, tentare senza riuscirci di vilipendere) intellettuali portatori di visioni scientificamente fondate, e li abbiamo visti, questi media, alterare tendenziosamente i dati statistici per occultare verità scientifiche a vantaggio di messaggi propagandistici; abbiamo visto denigrare le vittime, così come, simmetricamente, abbiamo visto esaltare i carnefici.

Tutto già visto.

La cosa che dovrebbe stupirmi, ma purtroppo non riesce a stupirmi, è quindi: perché voi, che siete qui, che avete avuto l'opportunità di veder già accadere tutto questo tante e tante volte, che avete avuto il privilegio di prendere prima degli altri coscienza dell'ordine di grandezza di certi problemi, ora vi stupite di quanto sta accadendo? E perché non riuscite a gestire il dibattito, avendo partecipato al Dibattito?

Che si stupisca qualche cotonata giornalista di provincia, giungendo oggi all'inaspettata conclusione cui Balzac era giunto un paio di secoli fa (ovvero, che la stampa orienta il dibattito compiacendo i grandi interessi economici) ci può anche stare: ognuno ha i suoi tempi e non tutti hanno gli stessi libri senza figure in giro per casa. Ma che voi, proprio voi, cui ho dedicato ore e ore del mio tempo, di cui ho raccolto e ricambiato le confidenze più intime e dolorose, che ho cercato di sorreggere con l'esempio e con la parola nei tanti momenti difficili che abbiamo attraversato da quando ci siamo conosciuti, che proprio voi non riusciate a orientarvi, ecco: questo dovrebbe stupirmi, ma in fondo non mi stupisce.

Ho ormai capito che la forza del messaggio di questo blog sta, come dialettica vuole, nella sua debolezza. Per arrivare ai vostri 1300 grammi di cervello spesso sono passato dai vostri 300 grammi di cuore, e in tanti casi il messaggio è rimasto ingolfato lì, fra un atrio e un ventricolo, senza riuscire a perforare la vostra riverita dura madre. Capita. Probabilmente vi siete accontentati della vostra percezione istintiva, quella di avere di fronte una persona che, in effetti, aveva più da perdere che da guadagnare a esporsi come si stava esponendo, che aveva un interesse genuino e sincero a far crescere consapevolezza e coinvolgimento, perché credeva sinceramente nella democrazia. Mi sembra sufficientemente ovvio che chi arriva ora qui, partendo dal presupposto di avere davanti "er senatore d'a a Lega", non sia minimamente in grado di rendersi conto di queste dinamiche: ma di chi vive di preconcetti non devo occuparmi io, bastano i giornali. Io devo occuparmi di voi, di voi che nella maggior parte dei casi avete preferito fidarvi di me piuttosto che capirmi, per il semplice motivo che fidarsi era l'opzione meno faticosa. Paradossalmente, vi siete fidati di me proprio perché avete visto che io desideravo che capiste e ve lo dimostravo cercando di guidarvi attraverso gli argomenti tecnici più impervi. In fondo, vi siete affezionati a questo blog anche perché i suoi post tecnici vi offrivano gratis quel bene tanto prezioso, così prezioso che le migliori università lo mettono in vendita a caro prezzo: l'appagante (tanto più quanto più infondata) sensazione di aver capito tutto! 

Ora, però, avete dieci anni, e un po' di capacità di astrazione credo vi possa essere chiesta.

Vorrei allora attirare io, visto che voi da soli non ci riuscite, su due lezioni che dovreste aver tratto dal Dibattito.

La prima è che la Verità, e in particolare quella sua declinazione ammantata di oggettività spesso posticcia che va sotto il nome di "i Dati", non è di alcun aiuto in un dibattito. Quello che governa le sorti dei dibattiti, piaccia o no, non è "la Verità", ma sono i rapporti di forza. Ne consegue, in particolare, che la Verità che avete in tasca voi non vi serve proprio a nulla, atteso che voi siete una minoranza soccombente.

Qui abbiamo riportato tutti tuttissimi i dati del Dibattito, quelli che vengono oggi riscoperti dagli economisti "bravi" con i consueti quattro o cinque anni di ritardo. A che cosa ci è servito? Perché non ci pensate un attimo su? Certe verità si affermano quando è il momento, arrivare prima è più un limite che un vantaggio, occorre molta pazienza e molta determinazione. Questo non significa esortare al cialtronismo metodologico o al relativismo culturale. Tutt'altro! Approfondire l'analisi, alla luce del Dubbio, è sempre un'operazione opportuna di igiene mentale e spirituale che qui vi ho insegnato a compiere e insieme abbiamo compiuto decine e decine di volte. Significa però che esultare perché il Chattanooga Journal of Clinical Fuffology ha pubblicato lo studio definitivo ("ma come, Alberto? Non ci credi? Qui ci sono le prove! Questo lavoro è una bomba, è de-fi-ni-ti-vo!"), che come lo scudo di Perseo lascerà medusés i vostri avversari, ecco, questo sinceramente potreste risparmiarvelo e dovreste risparmiarmelo, così come vi pregherei di evitare di intasarmi il telefonino (e le gonadi) con i soliti grafici delle solite curve che dimostrano... ecco, appunto: che dimostrano?

Tenete per voi i vostri fottuti pdf: se è roba buona, mi è già arrivata da altri (da Ioannidis in giù), e se è letame ne posso fare a meno: non ho rose da concimare. Quante volte vi ho visto, nel mio campo di indagine scientifica, esaltarvi per articoli di "scienziati" inesistenti? Per quale motivo adesso dovrebbe essere diverso? Il confirmation bias scorre potente in voi, cari amici, e credo sia giunto il momento di scrollarselo di dosso.

Vengo ora alla seconda lezione che il Dibattito dovrebbe avervi appreso: uniti si perde.

Se io sono sopravvissuto, mentre tanti cari amici si sono persi (grazie a Dio) per strada, non è solo perché sono nato a Firenze, parlo qualche lingua incluso l'italiano (vedi alla voce: Firenze), suono un paio di strumenti e ho un h-index dignitoso per il mio ruolo e il mio settore scientifico-disciplinare. Credo sia anche perché il mio orecchio musicale mi ha messo in guardia dalle cattive compagnie. Vi ricordate, vero, quanta gente che "la pensava come noi", quanta gente che "Alberto, non devi essere divisivo perché queste è una battaglia trasversale", quanta gente che "famo er comitato de libberazzione nazzionale", mi esortava a non essere divisivo? Eppure, in questi bei ragionamenti, che apparentemente collimano con quanto vi dicevo sopra (i rapporti di forza, la forza dei numeri) c'era qualcosa che non mi tornava.

Io mi ricordavo che c'era un tipo, un blogger del primo secolo dopo se stesso, CEO di un'azienda che macina consensi e profitti da due millenni, che vedeva il tema del proselitismo in un modo un po' diverso: non veni pacem mittere sed gladium.

Ora, per carità: spero sia chiaro che non mi sto avventurando in un confronto blasfemo! Sto solo cercando di riflettere, e invitarvi a riflettere, sulla Parola (quella vera). Forse la "divisività" ha un suo valore che gli "inclusivi" non capiscono, e questa riflessione meriterebbe di essere sviluppata. Ma  non facciamola difficile e atteniamoci semplicemente alla storia del Dibattito. Vi ricordate di quando presi le distanze da Donald? Era qui. Vi ricordate di quando presi le distanze dagli ortotteri? Era qui. E vi ricordate come è andata a finire? Siete proprio sicuri che la nostra causa comune avrebbe tratto beneficio da una simile compagnia? E non vi vergognate un pochino per avermi tanto esortato a restare in buoni rapporti con quelli che si sono rivelati decisivi, e se ne sono vantati?

Non so se io avessi ragione a prendere le distanze: sicuramente avevate torto voi a rimproverarmi di essere divisivo. Se non lo fossi stato, non sarei qui. E siccome ho intenzione di esserci anche fra dieci anni, non ho alcuna intenzione di cambiare un metodo che finora ha funzionato.

Perché c'è una cosa che riconcilia l'apparente contraddizione fra la mia serena obbedienza ai rapporti di forza e la mia totale noncuranza verso posizioni che spezzano il fronte "comune", ed è questa: da che parte si sta è meno importante del perché ci si sta, o, se volete, come cerco (invano) di farvi capire, il motivo per cui si acquista (o si crede di acquistare) consapevolezza non è irrilevante. Detta ancora in un altro modo: il fatto che uno la pensi "come noi" non è tanto importante quanto il perché la pensa come noi. Il collante ideologico che lega un gruppo di persone, la nitidezza della loro visione, conta quanto e più della loro massa critica. Con tutto il bene che posso voler loro, e con tutta la vera e profonda solidarietà umana, con la comprensione anche scientifica delle loro ragioni, e con la ferma determinazione di tutelare i loro diritti nel modo che mi sembrerà più efficace e che non necessariamente sarà quello che i Soloni da tastiera verranno a suggerirmi, mi permetto di dirvi qui quello che vedo da qualche mese e che voi vedrete fra qualche anno: con quelli che si svegliano perché arriva l'aghetto sul braccino non si farà molta strada. Banalmente, quando questa vicenda finirà (e nonostante tutta la buona volontà per tenerla in piedi sconfiggerla i precedenti ci insegnano che ormai siamo agli sgoccioli), quando l'aghetto si sperderà nel pagliaio della storia, tutti i fieri oppositori del grande complottone globale, tutti i profeti dell'Aggendaaah, torneranno a farsi i fatti propri, tutta la dolorosa e indignata protesta contro questa insanabile "rottura" di sistema svaporerà, tutti questi accorati appelli al presidio permanente sfumeranno, lasciando solo un po' di morchia antipolitica di cui qualcuno si approprierà. E quindi, scusatemi, ma continuo a pensarla come l'ho sempre pensata e come vi ho già detto di pensarla: la minaccia esistenziale è un collante molto labile per la costruzione di una coscienza di classe, e se anche non fosse labile, dobbiamo ricordarci che la gestione delle emozioni è in mano al potere, non a noi. Se un intellettuale evoca paure, è un terrorista o un cattivo maestro. Se lo fa un telegiornale, è informazione. A questo gioco saremo sempre perdenti, su questo campo di battaglia siamo svantaggiati, ed è quindi interesse nostro sottrarcene, sceglierne un altro, e soprattutto scegliere bene gli alleati.

"Sì, vabbè, però non puoi essere divisivo!"

Ecco, appunto: buonanotte!

(...il mucchio di lettere di quelli che mi hanno scritto dopo che avevo ragione prima è alto quanto un fascicolo di emendamenti della legge di bilancio. Non significa che dobbiate darmi ragione subito: mi diverto di più quando mi date torto. Ma non pubblicherò alcun commento che contenga parole sanitarie, semplicemente perché, come vi ho già detto, voi regolatevi come credete, ma io non voglio farmi tirare giù. Ri-buonanotte!...)

sabato 4 dicembre 2021

Paradossi

Può sembrare paradossale, ma quelli che un tempo erano falchi sono diventati colombe


(e ci scodellano ex cathedra cose che per chi è stato qui mettendoci la testa sono banalità sconcertanti - a partire dal ruolo del debito pubblico come safe asset), mentre quelli che si atteggiano a colombe in realtà stridono come falchi:


(e ci ripetono ricette che la realtà ha definitivamente condannato, dopo che la teoria economica ne aveva pronosticato il fallimento).

In realtà non si tratta di paradosso, ma di para qualcos'altro, e anche questo chi ha seguito con attenzione non avrà difficoltà a intuirlo.

Ci vuole tanta pazienza.

Se ce la metto io, potete mettercela anche voi.

venerdì 3 dicembre 2021

Le notizie del giorno

 




(...dichiaro aperta la discussione. Ora ho qualche riunione. Ovviamente trattandosi di fonti di stampa qualche lieve imprecisione c'è, ma il succo della questione è quello che vedete...)

giovedì 2 dicembre 2021

Dichiarazione di voto

 (...non me l'hanno fatta pronunciare in aula perché non c'era tempo, quindi ve la metto qui...)


Grazie Signor Presidente,

Ringrazio anche tutti i colleghi che hanno preso parte alla discussione di questo provvedimento in Commissione a partire dai presidenti D’Alfonso e Matrisciano (in ordine alfabetico) che hanno gestito con perizia questa discussione. Il gruppo cui mi onoro di appartenere voterà a favore del provvedimento. Se la dichiarazione di voto non termina qui, naturalmente, è perché a questa frase segue una rispettosa, ma determinata e argomentata congiunzione avversativa, che declinerò nel rispetto del vostro tempo e dei tempi regolamentari.

La lavorazione di questo decreto è stata per i colleghi del mio gruppo un’esperienza veramente appagante, perché da molto tempo non ci capitava di essere coinvolti, almeno come Commissione Finanze e Tesoro, nell’esame di un provvedimento di una certa ampiezza. Tuttavia, non è mancato un certo senso di amara frustrazione, per almeno due ordini di motivi, uno di merito e uno di metodo.

Nel merito, parafrasando il compianto Neil Armstrong, questo decreto è stato un piccolo passo per l’uomo, ma anche per l’umanità, purtroppo e nonostante la buona volontà di tutti. Per quell’umanità sofferente, provata da una crisi che non è iniziata nel 2020, ma nel 2012, quando misure fiscali scellerate, irresponsabili, scientificamente infondate, stroncarono il rimbalzo dell’economia italiana dopo la crisi finanziaria globale. Quell’umanità che aspetta ancora delle risposte che tutti qua dentro, ne sono certo, auspichiamo di darle con la legge di bilancio.

Ci riusciremo?

Dipende dalle risorse, naturalmente, ma credo dipenda anche dal metodo, dalla nostra capacità di gestire positivamente e di lasciarci dietro le spalle le criticità che l’attuale prassi di produzione legislativa porta con sé, evitando che la logica dell’emergenza continui a comprimere le nostre prerogative e a logorare le nostre energie migliori. La prassi cui mi riferisco, verso cui eravamo avviati già prima dell’emergenza, ma che l’emergenza ha consolidato e cristallizzato, è quella di un monopolio governativo dell’iniziativa legislativa, esercitata in un regime di monocameralismo di fatto tramite provvedimenti d’urgenza non molto rispettosi del principio di omogeneità di contenuto. Ricordo “a me stesso” che questo principio è affermato da diverse sentenze della Suprema Corte, come la 22 del 2012, o la 32 del 2014, a sua volta citata dal Presidente della Repubblica nella sua lettera del 23 luglio 2021. Mi rendo conto che questa deriva è stata in qualche modo necessitata dalle condizioni di straordinaria emergenza in cui il Paese si è trovato e non mi permetto quindi di esprimere critiche.

Desidero però accertarmi del fatto che esista una coscienza condivisa e trasversale del fatto che questa non è, né deve, né può essere, la normalità.

In tutta umiltà ricordo a me stesso alcune criticità cui questa prassi ci espone.

Intanto, il fatto di legiferare prevalentemente per decreti omnibus (quello che stiamo licenziando è un’eccezione) determina di fatto un’egemonia della quinta commissione, che è poi la causa del fenomeno che ricordavo all’inizio: la marginalizzazione delle altre Commissioni di merito, schiacciate su un ruolo consultivo. In questo modo, però, fatta ovviamente salva la facoltà puramente teorica di ogni collega di intervenire nei lavori di qualsiasi Commissione, si determina in pratica una sterilizzazione delle migliori competenze tematiche che questo Parlamento esprime e che non sempre riescono a essere coinvolte nell’esame di provvedimenti cui potrebbero apportare un contributo significativo. 

A sua volta, ciò determina una difficoltà nella lavorazione dei provvedimenti, per la necessità di verificare tanti passaggi coi colleghi competenti per materia, che conduce fatalmente al monocameralismo di fatto: l’aspettativa che il provvedimento avrà una sola lettura diventa una self fulfilling expectation, perché per paura di perderle per strada i colleghi del ramo del Parlamento non coinvolto veicolano a quelli del ramo coinvolto le loro proposte, rendendo la situazione difficilmente gestibile per gli uffici legislativi e di Commissione, precludendo quindi la possibilità della doppia lettura. Si determina così una delle tante situazioni di scollamento fra Costituzione formale e materiale su cui forse bisognerà riflettere e intervenire.

A sua volta, questo monocameralismo di fatto sta determinando l’appiattimento del regolamento del Senato su quello della Camera, un appiattimento che si iscrive nel solco della totale omologazione fra i due rami del Parlamento, una omologazione che lascia piuttosto freddo chi vi parla. L’esempio più preclaro di questa omologazione è l’adozione anche in senato della prassi dei cosiddetti “segnalati”, intesi come “emendamenti”. Il nostro regolamento prevede all’art. 100 comma 11 (che strictu sensu si riferisce alla discussione in assemblea, ma che si suppone possa essere con interpretazione analogica applicato anche all’esame in Commissione), l’istituto dell’accantonamento “nell’interesse della discussione” (sottinteso: parlamentare), non quello della segnalazione “nell’interesse degli uffici” (sottinteso: governativi). Nel nostro Regolamento la parola “segnalazione” è usata solo all’art. 110 con riferimento a eventuali irregolarità nella votazione (come il malfunzionamento dei dispositivi elettronici), che devono, appunto, essere segnalate. Non agli emendamenti.

Credo che la prima e ultima volta in cui ho sentito parlare di accantonamento di emendamenti sia stata durante la lavorazione dell’ultimo decreto fiscale di una certa incisività, il 119 del 2018, quello che, per capirci, dispose la rottamazione ter e il saldo e stralcio, due provvedimenti su cui dopo un evento epocale come la pandemia da COVID-19 avremmo voluto aprire una seria e concreta riflessione.

Il fatto che nella fattoria degli emendamenti alcuni emendamenti siano più emendamenti di altri determina poi, per un ovvio problema di moral hazard, un’incontinenza dei gruppi parlamentari. Come si fa a ostacolare il desiderio di un collega di portare il proprio contributo o di segnalare un punto politico, quando “tanto l’emendamento non verrà segnalato, ma intanto mi serve per la comunicazione”? A questa incontinenza il Governo cerca di opporsi con una garbata moral suasion velatamente repressiva, destinata però a essere frustrata per ovvi motivi: i fascicoli si ammucchiano nei banchi delle Commissioni, la cartaceità (espressione cara al collega D’Alfonso) divora alberi e soprattutto tempo, e così ci ritroviamo a tarda notte a vederci impediti perfino in quella che per un parlamentare dovrebbe essere l’attività di elezione: parlare (perché questa dichiarazione di voto è stata depositata in forma scritta).

Qui bisogna capirsi.

Se l’emergenza esiste sul piano sanitario, allora se ne deve tenere conto anche su quello economico, e in questo senso nell’approvare questi provvedimenti ribadiamo il nostro auspicio di interventi più incisivi.

Per dirlo in un altro modo, un’emergenza che giustifica simili forzature della Costituzione formale, a nostro avviso avrebbe dovuto giustificare anche forzature delle regole di bilancio europee, a maggior ragione in quanto queste ultime sono certamente sospese (mentre la Costituzione non dovrebbe esserlo)...


(...l'ho conclusa a penna perché dovevo consegnarla. Il resto lo leggete sullo stenografico. Quelli bravi lo leggeranno fra le righe...)

lunedì 22 novembre 2021

Il tavolo delle tasse

 (...agevolo un contributo dalla regia:


e mi accingo a darvi qualche spunto tecnico su uno dei temi del giorno, il famoso "tavolo delle tasse", sul quale i media stanno razzolando col consueto garbo, come cinghiali in un roseto, dicendo cose più o meno fondate. Qui partiremo dai dati, come abbiamo sempre fatto, visto che a quanto pare vi piace, o siete così cortesi da fare finta che vi piaccia...
)

Sono un uomo fortunato. La maledizione della partita IVA non mi ha colpito, sono sempre stato un lavoratore dipendente, fino a quando sono diventato un vostro rappresentante (che non significa un vostro dipendente, come una certa fatua retorica antiparlamentare vorrebbe suggerirvi). Fatto sta che le "tasse" (che sarebbero le imposte, ma vi risparmio questo dettaglio: chi non sa la differenza può chiederla) non le ho praticamente mai pagate semplicemente perché mi è sempre stato corrisposto il reddito netto. Non è precisissimamente così perché molto spesso mi è capitato di avere, oltre al reddito da lavoro dipendente, dei redditi da lavoro autonomo derivanti da una ridotta attività di consulenza (sempre autorizzata dal dipartimento ecc. ecc.); inoltre, come tutti gli italiani, ho una proprietà immobiliare (un terzo di una casa in comproprietà coi fratelli: a grillini e altri voyeur suggerisco di consultare qui i moduli che altri colleghi hanno compilato in modo un po' troppo distratto); fatto sta che pur con una vita così semplice, e con uno Stato che amorevolmente si prendeva cura di me, ed evitava di indurmi in tentazione corrispondendomi il reddito netto, comunque un paio di F24 all'anno mi è sempre toccato farli e la relativa dichiarazione l'ho sempre fatta fare a un esperto, perché qui da noi è complicata anche la dichiarazione di una persona (fiscalmente) semplice.

Poi, naturalmente, siccome esiste il karma, dopo aver per 56 anni evitato di occuparmi delle mie tasse sono finito in Commissione Finanze a occuparmi di quelle di tutti gli altri, voi compresi, e se non avessi avuto dei colleghi solidi come Bitonci, Garavaglia, Gusmeroli, Siri, ecc., mi sarebbe senz'altro capitato di fare danni. Viceversa, con loro abbiamo fatto la rottamazione ter, il saldo e stralcio, la "mini flat tax" (mi scuso per il linguaggio giornalistico). Non tutti, naturalmente, sono d'accordo sul successo e sull'opportunità di queste misure. Può darsi che qualcuno le consideri dannose. Posso solo dire che da lavoratore dipendente non ho mai considerato l'autonomo un nemico di classe, per il semplice motivo che (come questo blog dimostra) non mi sono mai accontentato della nota narrazione semplicistica dei problemi del Paese, la narrazione da talk show (ricordate Idraulik?).

In ogni caso, l'amico karma mi ha condotto venerdì scorso e mi ricondurrà almeno un paio di volte al tavolo del MEF, nell'anticamera del ministro Franco, per parlare di temi fiscali. Vorrei allora rapidamente fornirvi qualche elemento tecnico per inquadrare il dibattito in corso.

Intanto, il "tavolo delle tasse" nasce perché l'art. 2 della legge di bilancio 2022 (AS 2448) stabilisce che:


Il Governo ha stanziato in legge di bilancio un fondo da 8 miliardi destinato alla riduzione della pressione fiscale, con lo scopo di "ridurre la pressione fiscale sui fattori produttivi" (frase ereditata, come sapete, dalla retorica con cui Bruxelles vuole convincerci ad accettare un inasprimento della pressione fiscale sulle "cose": beni di consumo - IVA - e abitazioni - IMU). Le lettere 1 e 2 del comma 1 indicano le imposte su cui intervenire: IRPEF e IRAP. I margini dell'intervento da fare sono ulteriormente circoscritti. Per l'IRPEF, l'obiettivo specifico è quello di ridurre il cuneo fiscale sul lavoro  e le aliquote marginali effettive, e i possibili strumenti sono tre: la riduzione di una o più aliquote, la revisione del sistema delle detrazioni, la revisione del trattamento integrativo.

Per l'IRAP la cosa è più semplice: si parla semplicemente di ridurne l'aliquota.

Tuttavia il Governo non ha avuto il tempo di definire gli interventi nella legge di bilancio, stabilendo con questo articolo 2 una specie di criterio di delega a se stesso, e i partiti sono convocati a trovare una soluzione condivisa per realizzare questa delega (spendere questi otto miliardi per ridurre la pressione fiscale).

Partirei dall'IRAP, la cosa più semplice, perché, come vedremo, già questa è abbastanza complicata.

Per farvi apprezzare le sfumature, vi ricordo intanto che nelle sedute del 30 giugno 2021 le due Commissioni Finanze di Camera e Senato hanno votato separatamente un documento elaborato congiuntamente, il Documento conclusivo approvato dalla Commissione sull'indagine conoscitiva sulla riforma dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e altri aspetti del sistema tributario (Doc. XVII, 3). Il testo del documento, insieme alle dichiarazioni di voto, lo trovate qui. Si tratta del documento che, nelle intenzioni di alcuni parlamentari, disegnerebbe la riforma del sistema fiscale italiano. Uso il condizionale perché nonostante la buona volontà con cui i parlamentari si sono confrontati per elaborare posizioni comuni (alla fine solo Leu si è astenuta), resta il fatto che questo documento non è un atto di indirizzo e quindi il Governo non è in alcun modo vincolato a tenerne conto. La cosiddetta "riforma del fisco votata in Parlamento" va valutata quindi alla luce di questo mero dato di fatto.

Tuttavia, aderendo alla communis opinio secondo cui il documento avrebbe tracciato linee cui la legge delega e altri atti emanati dal Governo (inclusa la legge di bilancio) avrebbero dovuto attenersi, incontriamo subito un paio di difficoltà.

La prima è che l'art. 2, comma 1, numero 2 della legge di bilancio parla di aliquota IRAP, ma l'IRAP non ha una sola aliquota: come sapete (se non lo sapete, è spiegato bene qui) ne ha almeno cinque a seconda dei soggetti passivi (cioè di chi paga: imprese ordinarie, concessionarie, banche, assicurazioni, amministrazioni pubbliche...), ma in realtà molte di più, considerando che le aliquote possono essere modulate per regione (come è spiegato qui). Quindi, ci sarebbe da capire su quale aliquota occorrerebbe eventualmente intervenire.

La seconda difficoltà è che il documento delle Commissioni non parla di ridurre le aliquote IRAP a carico della fiscalità generale. Nel documento "la Commissione raccomanda un riassorbimento del gettito Irap nei tributi attualmente esistenti, preservando la manovrabilità da parte degli enti territoriali e il livello di finanziamento del servizio sanitario nazionale, senza caricare di ulteriori oneri i redditi da lavoro dipendente e assimilati." L'idea in sostanza è quella espressa in audizione dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili varie volte (una volta c'ero anch'io, era il 13 settembre 2018), ovvero riassorbire il gettito IRAP in addizionali IRES (l'IRES è questa cosa qui: un'imposta flat - cioè proporzionale - al 24% sui redditi delle società). Un aspetto problematico (a tutti noto) di questo approccio è che non tutti i soggetti passivi IRAP sono anche soggetti passivi IRES: alcuni pagano l'IRPEF. In particolare, la pagano i soggetti IRAP che sono persone fisiche (non è una sorpresa). Per chiarezza (spero) vi riporto l'art. 3 del "decreto IRAP", il decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446

Art. 3. 

Soggetti passivi 

1. Soggetti passivi dell'imposta coloro che esercitano una  o  piu' delle  attivita'  di  cui  all'articolo  2.  Pertanto  sono  soggetti all'imposta sono: 

a) le societa' e gli enti di cui all'articolo 87, comma 1, lettere a) e b), del testo unico delle imposte sui  redditi,  approvato  con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917; 

b) le societa' in nome collettivo e in accomandita semplice e quelle ad esse equiparate a  norma  dell'articolo  5,  comma  3,  del predetto testo unico, nonche' le persone fisiche esercenti  attivita' commerciali di cui all'articolo 51 del medesimo testo unico; 

c) le persone fisiche, le societa'  semplici  e  quelle  ad  esse equiparate a norma dell'articolo 5, comma 3, del predetto testo unico esercenti arti e professioni di cui all'articolo  49,  comma  1,  del medesimo testo unico; 

d) ((LETTERA ABROGATA DALLA L. 28 DICEMBRE 2015, N. 208)); ((52)) 

e) gli enti privati di cui all'articolo 87, comma 1, lettera  c), del citato testo unico n. 917 del 1986, nonche'  le  societa'  e  gli enti di cui alla lettera d) dello stesso comma; 

e-bis) le Amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1,  comma 2, del decreto legislativo 3 febbraio del 1993,  n.  29,  nonche'  le amministrazioni della Camera dei Deputati, del  Senato,  della  Corte costituzionale,  della  Presidenza  della  Repubblica  e  gli  organi legislativi delle regioni a statuto speciale;

Per capire che intervento sarebbe possibile fare bisogna entrare un momento in quanto rende all'erario l'IRAP, anche per smontare certe gentili interlocutrici da talk show che "costa 25 miliardi non ci sono le risorseeeeeh!!1!". I dati di gettito si trovano qui e chiariscono che:

1) i contribuenti persone fisiche e società di persone nel 2018 erano rispettivamente 1.639.354 e 719.457:


2) il gettito complessivamente ascrivibile a queste due categorie di contribuenti era intorno ai 2,6 miliardi di euro (dati pre-crisi).

Nelle stime attuali del Dipartimento delle finanze abolire l'IRAP per queste categorie di contribuenti costerebbe meno di due miliardi (considerando anche che la crisi ha steso oltre 350.000 lavoratori autonomi). Il grosso dell'IRAP è comunque pagato dalle società di capitali e dalla pubblica amministrazione (queste due categorie contribuiscono entrambe per circa 10 miliardi l'una, mal contati), e per queste si potrebbe pensare in un caso al riassorbimento nell'IRES e nell'altro a eliminare la partita di giro con cui le amministrazioni pubbliche pagano un'imposta a se stesse.

La nostra proposta quindi è di eliminare le lettere (b) e (c) dall'articolo 3, comma 1 del decreto IRAP, come primo passo verso il definitivo smantellamento dell'IRAP nei modi ricordati qui sopra, per ridurre non solo e non tanto il carico fiscale, quanto quello burocratico su professionisti e autonomi.

E fino a qui era il pezzo semplice del discorso, semplice anche perché l'IRAP, nonostante abbia diverse aliquote, è una delle tante imposte proporzionali, cioè flat, che compongono il nostro sistema tributario (motivo per cui proprio non si capisce lo scandalo di fronte alla proposta di flat tax fatta dalla Lega: se ogni singola impresa dovesse essere progressiva, sarebbero incostituzionali IVA, IRES, IRAP, ecc.)...

Molto più complesso è capire che cosa si potrebbe fare sull'IRPEF con 8 miliardi (o con i 6 che restano dopo aver fatto un intervento semplice ma risolutivo sull'IRAP).

La posizione del Governo sull'IRPEF è quella espressa in audizione dal Dipartimento delle finanze, nel documento che trovate qui. La figura 7 a pag. 24 della memoria depositata in Commissioni congiunte, che vi riporto qui per comodità:



è spesso al centro del dibattito specialistico (e mai al centro di quello televisivo). Rappresenta l'aliquota media effettiva (il rapporto fra imposta versata e reddito complessivo) e l'aliquota marginale effettiva (rapporto fra incremento di imposta e incremento di reddito) per varie classi di reddito, da 0 a 90.000 euro.

Il problema, evidenziato dalle microsimulazioni del modello TAXBEN-DF del Dipartimento delle finanze (ma come vedrete basta un semplice foglio Excel) è che alcuni contribuenti, non i più ricchi, si trovano nella spiacevole situazione di dover corrispondere all'erario 60 euro ogni 100 euro di reddito addizionale in più. Succede in corrispondenza della "gobba" dell'aliquota marginale effettiva, indicativamente per le classi di reddito fra 35.000 e 40.000 euro.

Ora: visto che, come potreste sapere (e se non lo sapete, lo trovate scritto qui) l'aliquota IRPEF massima è al 43%, come può succedere che qualcuno si veda togliere il 60% se osa guadagnare di più? Questa è esattamente una delle cose che non si possono spiegare negli studi televisivi, popolati da gentili interlocutrici pronte a intenerirsi per la sorte dei meno abbienti (che, come sapete, sta a cuore anche a noi), ma meno disposte a entrare in un ragionamento.

Intanto, andrebbe sempre ricordato che l'IRPEF deve la sua progressività non tanto al sistema delle aliquote, quanto a quello delle detrazioni (ed è questo il motivo per cui certi stracciamenti di vesti quando si nomina la flat tax sono del tutto fuori luogo se non si riflette sulle detrazioni previste), e che l'imposta funziona a scaglioni, il che, in buona sostanza, significa che le aliquote per i redditi "bassi" si applicano (pro-quota) anche a chi ha un reddito "alto".


Tanto per capirci, con due esempi: un contribuente che guadagna 8.000 euro l'anno non paga il 23% di 8000 euro (ovvero 1.840 euro), ma sostanzialmente zero (per un motivo che vi spiego subito), mentre un contribuente che guadagna 20.000 euro non paga il 27% di 20.000 euro (ovvero 5.400 euro), ma dovrebbe pagarne 4.800 per un motivo che vi spiego dopo e che è chiarito da questa tabella, e arriva a pagarne 2.261 per un altro motivo.

Intanto, vi spiego perché un dipendente fino a 8.000 euro non paga IRPEF: perché l'art. 13 del TUIR dice che:


ovvero che chi percepisce redditi da lavoro dipendente ha diritto a una detrazione dall'imposta che "sfuma" progressivamente, per annullarsi a 55.000 euro. Per redditi fino a 8.000 euro questa detrazione può arrivare a 1.880 euro e quindi eccede l'imposta che si dovrebbe teoricamente versare (vi ricordo che le detrazioni sono somme che si tolgono dall'imposta, le deduzioni somme che si tolgono dall'imponibile su cui si calcola l'imposta). Dico "può arrivare" perché l'importo della detrazione va commisurato ai giorni lavorati, quindi potrebbe essere inferiore a 1.880, ma non sotto i minimi indicati dall'art. 13 comma 1 lettera (a) del Decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 (per gli amici, TUIR: Testo Unico delle Imposte sui Redditi).

E così avete visto anche un pezzo del "sistema delle detrazioni da lavoro dipendente" di cui parla l'art. 2 comma 1 numero 1 della legge di bilancio attualmente in discussione. Applicando le formulette descritte nell'articolo 13, per le detrazioni si ottiene questa curva:


che comincia a scendere in modo pressoché rettilineo dopo gli 8000 euro di reddito e azzera a 55.000 (c'è un punto angoloso a 28.000, dove il criterio di calcolo cambia, ma è appena percettibile).

Poi c'è l'altro aspetto, quello del funzionamento a scaglioni. Significa che il sistema delle aliquote:


si applica (come chiarisce la tabella sopra) moltiplicando ogni aliquota per il reddito percepito nello scaglione corrispondente. Quindi, ad esempio, se il tuo reddito è 20.000 la tua imposta non è:

20.000 x 0.27 = 5.400

ma

15.000 x 0.23 + 5.000 x 0.27 = 4.800

Ne consegue che non esistono le aliquote "dei poveri". Semplicemente, se in questo esempio si abbassasse di tre punti l'aliquota più bassa, portandola dal 23% al 20%, ovviamente ne beneficerebbe anche chi, come il nostro amico dell'esempio precedente, fosse sottoposto all'aliquota marginale teorica del 27%, che pagherebbe:

15.000 x 0.20 + 5.000 x 0.27 = 4.350 < 4.800

Comunque, col sistema a scaglioni l'imposta prima della detrazione per redditi da lavoro dipendente funziona così:


Sottraendo a questa imposta le detrazioni si ottiene l'imposta netta:


Cioè: sottraendo all'arancione il giallo si ottiene il verde, l'imposta netta, che è più progressiva (cresce più rapidamente) per via del décalage progressivo delle detrazioni (la linea gialla).

Ora, normalmente quando sei soggetto a un'aliquota (poniamo, il 23%), questo significa che di 100 euro guadagnati in più 23 vanno allo Stato. Il sistema delle detrazioni aggiunge una complicazione, perché in un certo intervallo di reddito all'aumentare del reddito del reddito diminuiscono le detrazioni. Ne consegue che nel calcolo di quanto va allo Stato quando guadagni di più devi considerare non solo la maggiore imposta, ma anche la minore detrazione. Le aliquote marginali effettive, quelle che tengono conto di questo aspetto, si presentano quindi così:


e sono, ovviamente, superiori a quelle teoriche a partire da dove inizia il décalage delle detrazioni (cioè oltre gli 8.000 euro), per poi ricongiungersi a quelle teoriche dove le detrazioni si azzerano (oltre i 55.000 euro, dove entra l'aliquota al 41%).

Siccome non era abbastanza complicato così, alle detrazioni da lavoro dipendente si aggiunge il bonus Renzi e successive modificazioni, spiegate da questa circolare dell'Agenzia dell'Entrate (per chi ama i dettagli), o in questo articolo divulgativo da cui traiamo questa utile tabella: 


Quindi alle detrazioni "standard" da lavoro dipendente se ne aggiunge un'altra:


che siccome parte dopo e finisce prima, un po' prima della metà dello scaglione 28.001-55.000, complica il profilo dell'imposta netta, che diventa:


Da qui non si capisce molto, ma siccome il décalage del bonus "Renzi" è particolarmente rapido, ci sarà naturalmente una fascia di redditi in cui le aliquote effettive (che considerano non solo la maggiore imposta ma anche le minori detrazioni) saranno particolarmente alte. Lo si vede qui:


cioè nella versione "fatta in casa" del grafico che vi ho mostrato sopra. La fascia in cui ogni 100 euro guadagnati in più il contribuente ne perde 60 (fra maggiore imposta e minori detrazioni) è ovviamente quella in cui il bonus Renzi va a picco, cioè quella fra i 35.001 e i 40.000 euro di reddito (lo si vede dalla tabella e dalla figura riportate sopra).

Bene.

Qui mi fermo, perché è passata la mezzanotte e non vorrei sognarmi questa roba. Penso che chi non le sapeva abbia capito un po' di cose: ad esempio, che la progressività dell'imposta non dipende solo dall'aumento delle aliquote ma anche dalla diminuzione delle detrazioni, e che alcune operazioni fatte nel recente passato sono causa di una serie di distorsioni evidenti. Su come rimuoverle ci sono tante teorie. In pratica, credo che sia difficile riuscirci con un emendamento a una manovra di bilancio arrivata purtroppo con un mese di ritardo. Penso quindi che dovremo darci obiettivi meno ambiziosi, ma più visibili.

Io un'idea ce l'avrei, ma ho promesso che non l'avrei detta a nessuno, e quindi... vi lascio nel dubbio!


martedì 16 novembre 2021

Instant QED

 ...dunque, dicevamo quest'oggi: "non c'è una virgola da cambiare di quanto scritto"...

E infatti un economista ci fa sapere che:


e non è esattamente uno di passaggio. Il problema delle scelte non è la loro reversibilità: il nastro del tempo non si riavvolge, la reversibilità non è una categoria storica, quindi non è una categoria politica (e quindi non lo è neanche il suo contrario). Il problema delle scelte, eventualmente, è la loro sostenibilità. A mio avviso è più irresponsabile chi non se lo pone, questo problema, di chi come De Grauwe se lo pone.

Ma questa è solo una mia personale opinione.

Per tutto il resto c'è la Storia...


La prima decade

 (...come dicono quelli istruiti, quelli che dicono eleggibile invece di ammissibile. In realtà non sono dieci giorni, ma dieci anni, cioè un decennio...)

Esattamente dieci anni fa, il 16 novembre del 2011, aprivo questo blog con questo articolo le cui vicissitudini vi sono state narrate in quest'altro articolo. La tesi sostenuta, così scandalosa che quelli bravi si rifiutarono di pubblicarla, salvo poi farla propria quattro anni dopo con l'onestà intellettuale che immaginate (cioè senza minimamente dar conto di chi l'aveva proposta in anticipo: e non c'ero solo io!) era che la crisi in cui eravamo allora invischiati e da cui non siamo usciti fosse principalmente una crisi di finanza privata, non pubblica, e in particolare di debito estero, non (necessariamente) pubblico. Chi c'era lo sa, per chi ancora non lo sa forse è un po' tardi, e poi ora ci sono altre preoccupazioni più pressanti, mi rendo conto...

Nello stesso giorno succedevano due cose: questa e questa (per i pigri, quelli che il ditino je pesa, porelli, e non cliccano sui link: l'arrivo di Monti e l'arrivo dell'austerità).

Sono stati dieci anni di dibattito, anzi, di Dibattito (possiamo serenamente negare la maiuscola al ciarpame che abbiamo visto e tuttora vediamo in giro), un Dibattito archetipico, del tutto isomorfo a quello in cui siete oggi invischiati. Uso il "voi" perché per quanto mi riguarda continuo a fare lo sforzo, che facevo nel 2011, di astrarmi dalle contingenze e mettere le cose in prospettiva. Quello sforzo che nell'agosto del 2011 mi consentiva, da uomo di sinistra, di capire che il problema del Paese non era l'impiego del tempo libero da parte dell'allora premier, e oggi mi consente di analizzare il dibattito cercando di evitare gli errori del passato, primo fra tutti quello di non difendersi dagli "amici", errori in cui invece vedo con rincrescimento avvilupparsi molti di voi.

Ma non è cambiato nulla.

Non c'è una virgola da cambiare di quanto scritto da me e da voi in questi dieci anni (perché questo blog è una gigantesca opera collettiva), le vostre sofferenze (tutte) restano le mie, la mia vita è dedicata a voi così come lo è sempre stata da quando ho deciso che le ributtanti parole di Aristide (qualcuno se le ricorderà), nel loro discriminare fra un'umanità "alta", legittimata a condurre, e un'umanità "bassa", bisognevole di guida, meritavano una risposta all'altezza dell'offesa da esse portate alla common decency.

Molti di voi non sono in grado di capire (spiace) che le battaglie politiche si conducono, come tutte le battaglie che non si vogliono perdere, adattandosi al terreno e alle forze dell'avversario. Io a mia volta in questo momento non posso passare ore a spiegare l'ovvio. L'ovvio devo darlo per scontato, e in questo abdico alla mia natura di insegnante (che nulla dovrebbe dare per ovvio).

Ci sono tante cose che anch'io non capisco e tante altre che imparo ogni giorno, la mia tolleranza verso le altrui difficoltà di lettura della situazione attuale è infinita, perché questa difficoltà la condivido anch'io, come tutti, a tutti i livelli.

C'è solo una cosa che non tollero: che chi è stato qui dall'inizio (e non è assolutamente necessario esserci stati! Semplicemente, a qualcuno è capitato...) non abbia capito non gli scritti (quelli, credetemi, nonostante la loro ovvietà tecnica non li ha capiti quasi nessuno - del resto, quelli bravi ci hanno messo quattro anni! - e sono certo che qui sotto ne darete ampia prova), ma lo scrittore. Perché in questi dieci anni io mi sono offerto a voi in totale trasparenza, condividendo con voi ogni momento della mia vita, rispondendo a ogni vostra domanda, motivando ogni mia scelta tattica e strategica, inclusa la più eclatante. Questo avreste dovuto capirlo e apprezzarlo. Qualcuno non ci è proprio riuscito: spiace, ma se ne intuiscono le ragioni. Chi mal fa, mal pensa. I traditori, gli infimi, hanno la mente offuscata e la favella intorbidita dal sospetto. Ho imparato, negli anni, e grazie al dialogo con (alcuni di) voi, a capire qual è la matrice antropologica della tabe che corrode la nostra democrazia, il cosiddetto grillismo: il sospetto e la sfiducia di chi teme di essere fregato, perché appartiene al popolo silenzioso dei piccoli dottor Livore che si sentono legittimati dal proprio fallimento esistenziale a tirare il pacco agli altri, e quindi, in modo piuttosto naturale, sono portati a sospettare che chiunque voglia tirarlo a loro. In fondo, questa è la ripugnante radice dell'ansia di "disintermediare": il non fidarsi di chi abbiamo chiamato a rappresentarci.

Ma il mondo è complicato, necessità di rappresentanza e mediazione, e chi vi insegna il contrario vuole semplicemente fottervi, così come chi, in un allucinato delirio di onnimpotenza, vede tradimenti a ogni cantone (e li usa per giustificare i propri, la cui matrice è, sempre, la pochezza umana).

Non ho mai cercato il vostro consenso come scrittore, non lo sto cercando come politico. Stavo bene dov'ero, sto bene dove sto, starò bene dove starò. Chi è sufficientemente intelligente da comprenderlo sarà anche sufficientemente conseguente da trarne le debite conclusioni. Non siete, fra l'altro, nemmeno voi a decidere dove dovrò stare in futuro, ma qualsiasi cosa succederà mi troverà pronto e ovunque sarò resterò quello che sono e che a quasi sessant'anni non posso certo pretendere di smettere di essere.

Tutto qua.

E ora mi accingo a pagare a caro prezzo il piacere che mi sono permesso, e non potevo non permettermi in un giorno come questo, di spegnere il telefonino per passare 25 minuti con voi...