Il nostro allarme democratico, quello che ci ha raccolto qui in una resistenza che all'inizio sembrava disperata, ma che, contro ogni aspettativa, ha dato vita a un movimento di opinione la cui ampiezza ha nei fatti cambiato il panorama politico del Paese, è stato suscitato, almeno per quanto mi riguarda, da due elementi complementari.
Il primo, in ordine di tempo, è stato l'aristocratico sdegno di Aristide nei confronti del popolino, dei deplorables. Uno sdegno molto ante litteram (correva l'anno 2010, ancora non c'erano state né Brexit né elezione di Trump). Aristide teorizzava come gli intellettuali, cioè "i buoni" (i Saviano, i De Luca, ma su un piano meno pop i Padoa Schioppa, ecc.), in virtù della loro superiorità dovessero guidare il popolo a prescindere dalla volontà di quest'ultimo. Per quanto potessimo cercare di resistere, "eventualmente" (traduzione awanagana di eventually), cioè, in italiano, alla fine, questa esplicita giustificazione dell'oligarchia da parte di chi si professava di sinistra non poteva che spingerci a destra. Ricorderete: "Caro Alberto, i costi dell’euro, come dici, sono noti, tutti i manuali li illustrano. Li vedevano anche i nostri politici, ma non potevano spiegarli ai loro elettori: se questi avessero potuto confrontare costi e benefici non avrebbero mai accettato l’euro. Tenendo gli elettori all’oscuro abbiamo potuto agire, mettendoli in una impasse dalla quale non potranno uscire che decidendo di fare la cosa giusta, cioè di andare avanti verso la totale unione, fiscale e politica, dell’Europa." Parole che al tempo sintetizzai così: il popolo non sa quale sia il suo interesse, ma per fortuna a sinistra lo sappiamo e lo faremo contro la sua volontà.
Imparammo poi, studiando, che queste parole non erano l'allucinato delirio fascista di un docente universitario il cui ego un tantino più ipertrofico del dovuto aveva trascolorato in un superomismo inquietante, ma tutto sommato circoscritto. No, tutt'altro! Erano il precipitato di una ben precisa e ampiamente diffusa dottrina politica, il cosiddetto "federalismo" europeo, sul quale ci intrattenemmo a lungo, ad esempio qui (può anche essere utile un rinvio a questo autorevole saggio). Essi (per usare un termine che altri hanno introdotto nel dibattito) erano veramente così, ed erano tutti così. Questo loro aspetto, questo viscerale disprezzo per il popolo, uscì allo scoperto molto dopo: appunto, dopo il referendum sulla Brexit e dopo l'elezione di Trump. Credo che qui nessuno ne rimase sorpreso: ab uno (Aristide) disce omnes (i piddini).
Il secondo elemento di allarme, e quindi (etimologicamente) la seconda chiamata alle armi, fu quando rinvenimmo in una vecchia intervista di quello che sarebbe poi stato il Presidente della Commissione Europea, la teorizzazione di una esplicita volontà di aggirare il processo democratico, ovviamente simmetrica e complementare all'esaltazione dell'oligarchia. Bisogna infatti che il popolo non corra il rischio di capire quali siano i suoi interessi, e un modo per non farglielo capire è utilizzare il metodo della lettera rubata: sommergerlo di informazioni. Basta un mese di esperienza parlamentare per capirlo, cioè per capire il significato di queste parole, che molti di voi ricorderanno: "Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno".
Nota bene: la teorizzazione di questo metodo aveva infastidito gli stessi buoni, ma solo nella capitale, non nella provincia, dell'Impero, tant'è che noi ci eravamo arrivati attraverso una provocazione di Hans Magnus Enszenberger, che potete trovare sul sito di una ONLUS buona. Ci vuole un po' di contegno! Posto che si sappia ciò che si vuole, cioè comandare imponendo la propria agenda e fottendosene della volontà della maggioranza, non è mica necessario dirlo in giro! Ma tant'è... Il metodo Juncker è stato applicato anche al MES, come avrete visto, solo che questa volta una reazione c'è stata (troppo tardi, ma c'è stata): votare è servito (a poco, ma è servito). Loro ovviamente andranno avanti. Quando smetteranno? Semplice. Smetteranno di farlo quando gli impegni in aula li prenderà un premier che difenda l'interesse del Paese, e che conseguentemente faccia ben capire ai suoi incaricati che eventuali infedeltà al mandato nelle sedi europee verranno valutate ai sensi dell'art. 264 del Codice Penale. Allora vedrai sì come saranno efficienti i vari capi dipartimento e capi segreteria! I capi, insomma, quelli che comandano sul serio, cui oggi non può certo essere rimproverato di non aver rispettato un mandato che il Governo non ha trasmesso loro dopo averlo ricevuto dal Parlamento! In ogni caso le leggi ci sono, basterà applicarle (non mi dilungo su tutta una serie di altri presupposti da attuare per trasformare questa banalità in un'opportunità concreta; torno però a sottolineare che se da un lato il Parlamento, in caso di infedeltà del Governo, può solo sfiduciarlo, come abbiamo fatto, dall'altro il Governo, proprio per tutelarsi verso una sfiducia del Parlamento, in caso di infedeltà dei suoi negoziatori può proporre alla magistratura di rinchiuderli per almeno 5 anni... con il vantaggio di risolvere automaticamente anche il problema delle revolving doors e del pantouflage!).
La bestia totalitaria e antidemocratica è ferita a morte, perde rapidamente pezzi da tutte le parti, torno a dire che votare è servito, e che continuare a votare servirà, ma vorrei oggi porre rapidamente la vostra attenzione su un altro aspetto dell'allarme democratico che dobbiamo fronteggiare. Lo chiamerei, per agganciarmi all'attualità, il metodo PD.
Ve ne fornisco un rapido esempio: l'esperienza è la madre di ogni scienza, e un esempio vale più di mille parole:
Questo anonimo trafiletto, apparso fuggevolmente sul Resto del Carlino del 12 dicembre scorso, riprende quasi integralmente una notizia apparsa il giorno prima su FsNews: roba per addetti ai lavori! La sintesi però credo sia chiara. All'apparir del vero, e prima di cadere misera, la maggioranza consiliare indice una bella gara europea (il magico aggettivo che tutto sana!) per assicurare al management attuale, con qualche minimo elemento di ricambio, la gestione del servizio per i prossimi quindici anni, estendibili a ventidue. Nessuno mette in dubbio, fino a prova del contrario, la competenza degli esperti coinvolti, il punto non è certo questo! Non sono nemmeno sicuro che in questo caso si applichino queste considerazioni, che però hanno un loro peso. Chissà, forse la legge imponeva di farlo adesso (il percorso era stato avviato da un po'), e di farlo per quindici anni (la stabilità, si sa, è un valore, e poi sarà comunque previsto, prima o poi, il rinnovo degli organi di gestione, almeno credo). Non sono un esperto di diritto amministrativo. Il dato è che su un tema di questa importanza per la gestione regionale la futura giunta ai suoi primi passi rischia di confrontarsi con una società (cooperativa) il cui management è sostanzialmente ereditato da una esperienza politica tramontata.
Diciamo che c'è spazio, anche qui, come nel caso del negoziato a Bruxelles, per riflettere sul principio di distinzione: una riflessione tanto più urgente, alla vigilia di un inevitabile ed epocale cambiamento di indirizzo politico a livello dell'intero Paese (cambiamento non effimero, perché riflette il definitivo fastidio delle plebi - cioè nostro - verso la cosiddetta globalizzazione), quanto più viene intralciata dal fatto che oggi l'esercizio di funzioni un tempo affidate ad organi centrali o periferici dello Stato è affidato a una galassia di società partecipate di varia natura e di varie funzioni, offuscando la distinzione fra pubblica amministrazione e settore privato (e, nel caso di Bruxelles, negoziati un tempo condotti dal livello politico - ministri e sottosegretari - vengono oggi affidati al livello tecnico - capi dipartimento e membri rigorosamente anonimi degli High Level Working Groups).
Tutto molto "tecnico", molto "indipendente", molto "efficiente", molto "trasparente" (tant'è che in Emilia Romagna questa cosa la sanno forse in tre, esclusi gli interessati!).
Per una che ne vedi, ce ne sono cento che ti sfuggono: è così che essi sopravvivono, nel sottobosco: il livello politico arretra, quello amministrativo garantisce la continuità: questo è il metodo PD...
Mi ci son trovato anch'io, ad un altro livello, a dover gestire una roba di questo tipo, quando il governo Gentiloni, ormai privo di poteri, a Camere sciolte, nominò in fretta e furia a capo di una importante autorità indipendente una persona di sua fiducia, che poi risultò essere in conflitto di interessi con la Commissione Europea, a detta della stessa Commissione Europea. Fu un caso molto diverso da quello che vi ho sottoposto oggi, con due soli elementi di possibile analogia: le competenze tecniche dei soggetti in questione non erano in discussione, così come non era negabile la volontà del livello politico uscente di assicurare (assicurarsi) una continuità al livello amministrativo (indipendente o meno).
Insomma, per usare una parola che a me personalmente fa ribrezzo, uno dei tanti falsi amici che l'europeese e l'accademichese ci consegnano, concluderei dicendo che i buoni sono inclusivi, sì, ma ovviamente con se stessi! Non c'è nulla di male: prima caritas incipit ab ego!
Basta saperlo...
(...e quindi, per concludere: votare serve, altrimenti il MES sarebbe stato già firmato, ma non basta. Bisogna insistere, perché, come voi credo possiate capire, il vero tema è quello di esercitare un'egemonia culturale sul sottobosco. Ora, il motore dell'egemonia culturale è sempre il solito: il portafogli! Finché il ceto semicolto "de sinistra", che è magna pars della classe dirigente italiana, riterrà fonte unica e vera della conoscenza economica gli editoriali o gli sproloqui radiofonici di qualche nostro variopinto amico, capite bene che sarà molto difficile far intendere loro ragione, metterli di fronte ai reali termini del problema. Con il sedere al caldo, e ben al riparo da qualsiasi responsabilità di ordine politico, come pure dalla riprovazione sociale alimentata ad arte contro la politica - da cui però viene schermato chi il potere attivamente lo esercita - è difficile che essi possano rendersi conto del fatto che negando spazi alla democrazia non si tutelano, ma anzi si condannano a un inevitabile deterioramento del proprio stile di vita. Ha ragione Galli: non è vero che non ci sono più le ideologie: ce n'è una sola, il neoliberismo. Lo Stato come una famiglia, la moneta come risorsa scarsa, le esportazioni come motore principale della crescita, ecc. Tutti i funzionari e gli amministratori con cui vengo in contatto, qualsiasi cosa amministrino e quale che sia la loro autopercepita provenienza politica, sono schiavi di questo polveroso ciarpame pre-keynesiano, e non sono in grado di capire che il confine fra chi da questa visione del mondo trae vantaggio, e chi invece in essa soccombe, si sposta lentamente ma inesorabilmente verso l'alto: molti di loro sono già al di sotto, senza nemmeno saperlo. Uno spettacolo triste e tragico. Un intero ceto dirigente che fa il danno del Paese pensando di fare l'interesse proprio, salvo scoprire, come altresì ci ricordava Galli, di essere rimasto senza pensione "d'oro", o "belinato" in banca, ecc. Naturalmente, come ci siamo più volte detti qui, finché non lo scoprono operano attivamente a favore di chi credono tuteli questo ordine delle cose, il Partito Deflazionista (PD), e quando poi lo scoprono è troppo tardi, per loro e per tutti. Il lavoro da fare è lungo e paziente, ed è, e resta, un lavoro tanto culturale quanto politico: ne ero convinto da intellettuale, ne sono ancora più convinto da politico, e credo sia utile per tutti che ci riflettiate anche voi...)
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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mercoledì 22 gennaio 2020
domenica 5 gennaio 2020
Il metodo MES
Ginevra Cerrina Feroni, costituzionalista a voi nota, si è fatta venire qualche dubbio sul Dubbio a proposito di quanto il Governo abbia rispettato le prerogative delle Camere, così come stabilite dalla L. 234/2012 ("Norme generali sulla partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea") durante l'affaire MES (che non è ancora concluso), e più in generale di come queste prerogative possano essere esercitate e tutelate.
La risposta breve alla domanda su come tutelarle è ovvia (e altrettanto ovviamente nota a Cerrina Feroni): col voto di fiducia.
Infatti, è così che sono andate le cose, come vi ho spiegato, con gli esiti, perfettamente legittimi, che state sperimentando (il periclitante governo Pinocchio). In altri termini, una violazione di questa legge pone un problema politico, o se volete, di converso, mancando strumenti che garantiscano una "effettiva giustiziabilità" della legge 234, cioè mancando un Tribunale cui adire nel caso di violazione, "molto è legato alla forza politica del Parlamento nel far valere il rispetto, sostanziale e non meramente procedurale, degli obblighi di informazione" (sempre nelle parole di Cerrina Feroni). La sanzione può venire solo dal Parlamento, ed è la sfiducia, ma come per tutte le pene non sempre l'implicita funzione rieducativa va a buon fine, e come sempre prevenire sarebbe meglio che curare!
Fatta questa considerazione generale, penso sia utile aggiungere agli spunti offerti da Cerrina Feroni e da Alessandro Mangia sul Sussidiario qualche precisazione e qualche riflessione tratta dalla pratica parlamentare e del dibattito.
Intanto, il Trattato sul MES è decisamente un accordo (intergovernativo) in materia monetaria e finanziaria. Come tale, non ricade nell'ambito dell'art. 4 della L. 234/2012, rubricato "Consultazione e informazione del Parlamento", ma in quello dell'art. 5 della stessa legge, rubricato appunto "Consultazione delle Camere su accordi in materia finanziaria o monetaria".
Cambia qualcosa? Direi di sì.
Va ricordato che l'art. 5 venne aggiunto durante la discussione in Senato (relatrice la collega Boldi, ora deportata alla Camera bassa) del testo approvato in prima lettura alla Camera. In effetti, la discussione in Commissione partì da due testi, l'AS (che non significa Associazione Sportiva ma Atto Senato) 2646 (Buttiglione e altri) e l'AS 2254 (Marinaro e altri). Il 2646 era la versione approvata in prima lettura dalla Camera (Buttiglione era deputato), che trovate qui, e in cui l'articolo 5 manca (nel senso che si occupa di altro). Durante la discussione in Commissione la relatrice assorbi nel 2646 il testo del 2254, che trovate qui, e dove altresì manca un trattamento specifico degli accordi in materia finanziaria o monetaria. Fatto sta che alla fine della trattazione nel testo approvato apparve l'articolo 5 come oggi lo conosciamo.
Voci di Palazzo (non ho sentito sul punto la collega Boldi, se vi interessa chiederò) dicono che questa aggiunta fosse stata fortemente voluta dal PD, proprio ad esito di un certo scontento per il modo opaco in cui il negoziato sul MES era stato condotto. L'aver dovuto sganciare i famosi 14,3 miliardi sull'unghia non aveva suscitato un unanime entusiasmo, e per quanto convincenti potessero essere in certi ambienti i richiami retorici a quell'ossimoro che è il patriottismo europeo, alcuni funzionari mi dicono che proprio la Marinaro abbia lavorato perché venisse inserito l'articolo 5, il cui nome era mai più (cioè: mai più ci faremo dare una fregatura simile).
In virtù di un certo bruciore causato dai succitati 14,3 miliardi, il dispositivo dell'art. 5 è piuttosto esplicito: "Il Governo informa tempestivamente le Camere di ogni iniziativa volta alla conclusione di accordi tra gli Stati membri dell'Unione europea che prevedano l'introduzione o il rafforzamento di regole in materia finanziaria o monetaria...".
Possiamo così accantonare una delle obiezioni con cui Cerrina Feroni, facendo l'avvocato del diavolo (cioè l'avvocato dell'avvocato del popolo), circoscrive le responsabilità del Governo, ovvero il fatto che "l’art. 4 della legge 234 del 2012 non copre eventuali negoziati informali che il governo tiene al di fuori delle riunioni del Consiglio europeo". Certo, questo è vero, ma quando si tratta di soldi vale l'art. 5 (e anche l'articolo quinto, ma questa è un'altra storia), per cui "il Governo informa" su ogni iniziativa volta alla conclusione di accordi. Ogni iniziativa, per me, e per ogni fiorentino, significa anche l'avvio di un qualsiasi negoziato informale. Va da sé inoltre che "informa" non significa "menziona", per cui il lungo fascicolo portato dal presidente Giuseppi in aula non vale un gran che: di menzioni ne sono state fatte tante, ma di informative vere e proprie nessuna.
Le parti meno disoneste intellettualmente della squadra di Governo hanno sostanzialmente ammesso questo vulnus, rinviando a un altro argomento avanzato da Cerrina Feroni per delimitare le responsabilità del Governo, ovvero il fatto che "l’art. 34 del Trattato MES... obbliga i Ministri coinvolti nei lavori dell’organo al segreto professionale". In realtà all'obbligo di segreto professionale sono tenuti tutti quelli che abbiano lavorato col MES a qualsiasi titolo, e quindi anche il membro del Consiglio direttivo che mi oppose questo segreto dopo aver detto di fronte al presidente Conte (l'avatar del Presidente Giuseppi) che avrebbe messo a mia disposizione il testo. Il tema, pertanto, non riguarda solo i ministri, ma ci sono due obiezioni da fare, oltre a quella che correttamente fa Cerrina Feroni (ovvero, che "tale obbligo di segretezza non è, tuttavia, coerente con i principi fondanti il sistema parlamentare di governo").
La prima obiezione è che andrebbe chiarito che cosa si intenda per "segreto professionale". La professione degli organi di governo del MES (Consiglio dei Governatori, Consiglio dei Direttori, Consiglio di amministrazione) è gestire il MES, non normare il MES. Quindi, ho qualche dubbio che una proposta di revisione del Trattato possa essere sottoposta allo stesso segreto cui sono sottoposte decisioni quali, ad esempio, se finanziare o meno, e con quanti milioni, un determinato Stato.
Ma la seconda obiezione credo ci permetta di fare a meno della prima, ed è molto più semplice. L'art. 4, comma 7 della L. 234/2012 infatti stabilisce che:
"Gli obblighi di segreto professionale, i vincoli di inviolabilità degli archivi e i regimi di immunità delle persone non possono in ogni caso pregiudicare le prerogative di informazione e partecipazione del Parlamento, come riconosciute ai sensi del titolo II del Protocollo n. 1 sul ruolo dei parlamenti nazionali nell'Unione europea, allegato al Trattato sull'Unione europea, al Trattato sul funzionamento dell'Unione europea e al Trattato che istituisce la Comunità europea dell'energia atomica, e dell'articolo 13 del Trattato sulla stabilita', sul coordinamento e sulla governance nell'Unione economica e monetaria, ratificato ai sensi della legge 23 luglio 2012, n. 114".
Nota: in ogni caso (cioè anche quando non si parla di soldi, e infatti questo è un comma dell'art. 4).
Sembra proprio che il legislatore conoscesse i suoi polli (cioè che prefigurasse la deriva antiparlamentare che un'Europa intergovernativa necessariamente porta con sé).
Ci sarebbe poi da aprire il discorso di come la Germania, che gli europeisti tanto ammirano, salvo poi preferire le cose all'italiana quando a loro fa più comodo (vedi ad esempio il caso della governance di Banca d'Italia...), abbia gestito il rapporto fra il suo Parlamento e il MES. Per chi non se la ricordi, la storia è qui.
Ma ora ho un amico a cena, e quindi vi lascio con questa riflessione: per come abbiamo visto svolgersi la vicenda, il caso del MES è anche un'applicazione del metodo Juncker. Ricordate?
"Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno".
Questa volta le proteste ci sono state, e come per magia la trattativa si è riaperta! A mio parere si è riaperta per finta, ma questo è un altro discorso. Il punto è che questa esperienza ha convinto molti di due punti: (i) applicare la legge è sempre utile, oltre che doveroso, e (ii) quando si combatte, in condizioni di inferiorità numerica, un sistema irrazionale, la cosa migliore da fare è seguire le sue regole.
Si apra la discussione (leggete però prima Mangia e Cerrina Feroni)...
(...la cosa importante, se proprio non è possibile andarsene, è arrivare prima. In altre parole, per i lettori più esperti (dichiarazione di Meseberg):MES = (dichiarazione di Scholz):EDIS. Per i meno esperti aggiungo il disegnino: la mia esperienza del dibattito mi dice che sul tema ponderazione del sovrano è già stato raggiunto un accordo di massima, ma non avendo mai avuto un "nostro" ministro dell'Economia non siamo in grado di accertarne il contenuto. Sarò troppo malizioso, nel qual caso mi scuso, ma nel frattempo ho la sensazione che il "loro" ministro ci prenda sostanzialmente in giro, come già il suo predecessore. Ma a questo, di vulnus, rimedieranno i cittadini dell'Emilia-Romagna...)
La risposta breve alla domanda su come tutelarle è ovvia (e altrettanto ovviamente nota a Cerrina Feroni): col voto di fiducia.
Infatti, è così che sono andate le cose, come vi ho spiegato, con gli esiti, perfettamente legittimi, che state sperimentando (il periclitante governo Pinocchio). In altri termini, una violazione di questa legge pone un problema politico, o se volete, di converso, mancando strumenti che garantiscano una "effettiva giustiziabilità" della legge 234, cioè mancando un Tribunale cui adire nel caso di violazione, "molto è legato alla forza politica del Parlamento nel far valere il rispetto, sostanziale e non meramente procedurale, degli obblighi di informazione" (sempre nelle parole di Cerrina Feroni). La sanzione può venire solo dal Parlamento, ed è la sfiducia, ma come per tutte le pene non sempre l'implicita funzione rieducativa va a buon fine, e come sempre prevenire sarebbe meglio che curare!
Fatta questa considerazione generale, penso sia utile aggiungere agli spunti offerti da Cerrina Feroni e da Alessandro Mangia sul Sussidiario qualche precisazione e qualche riflessione tratta dalla pratica parlamentare e del dibattito.
Intanto, il Trattato sul MES è decisamente un accordo (intergovernativo) in materia monetaria e finanziaria. Come tale, non ricade nell'ambito dell'art. 4 della L. 234/2012, rubricato "Consultazione e informazione del Parlamento", ma in quello dell'art. 5 della stessa legge, rubricato appunto "Consultazione delle Camere su accordi in materia finanziaria o monetaria".
Cambia qualcosa? Direi di sì.
Va ricordato che l'art. 5 venne aggiunto durante la discussione in Senato (relatrice la collega Boldi, ora deportata alla Camera bassa) del testo approvato in prima lettura alla Camera. In effetti, la discussione in Commissione partì da due testi, l'AS (che non significa Associazione Sportiva ma Atto Senato) 2646 (Buttiglione e altri) e l'AS 2254 (Marinaro e altri). Il 2646 era la versione approvata in prima lettura dalla Camera (Buttiglione era deputato), che trovate qui, e in cui l'articolo 5 manca (nel senso che si occupa di altro). Durante la discussione in Commissione la relatrice assorbi nel 2646 il testo del 2254, che trovate qui, e dove altresì manca un trattamento specifico degli accordi in materia finanziaria o monetaria. Fatto sta che alla fine della trattazione nel testo approvato apparve l'articolo 5 come oggi lo conosciamo.
Voci di Palazzo (non ho sentito sul punto la collega Boldi, se vi interessa chiederò) dicono che questa aggiunta fosse stata fortemente voluta dal PD, proprio ad esito di un certo scontento per il modo opaco in cui il negoziato sul MES era stato condotto. L'aver dovuto sganciare i famosi 14,3 miliardi sull'unghia non aveva suscitato un unanime entusiasmo, e per quanto convincenti potessero essere in certi ambienti i richiami retorici a quell'ossimoro che è il patriottismo europeo, alcuni funzionari mi dicono che proprio la Marinaro abbia lavorato perché venisse inserito l'articolo 5, il cui nome era mai più (cioè: mai più ci faremo dare una fregatura simile).
In virtù di un certo bruciore causato dai succitati 14,3 miliardi, il dispositivo dell'art. 5 è piuttosto esplicito: "Il Governo informa tempestivamente le Camere di ogni iniziativa volta alla conclusione di accordi tra gli Stati membri dell'Unione europea che prevedano l'introduzione o il rafforzamento di regole in materia finanziaria o monetaria...".
Possiamo così accantonare una delle obiezioni con cui Cerrina Feroni, facendo l'avvocato del diavolo (cioè l'avvocato dell'avvocato del popolo), circoscrive le responsabilità del Governo, ovvero il fatto che "l’art. 4 della legge 234 del 2012 non copre eventuali negoziati informali che il governo tiene al di fuori delle riunioni del Consiglio europeo". Certo, questo è vero, ma quando si tratta di soldi vale l'art. 5 (e anche l'articolo quinto, ma questa è un'altra storia), per cui "il Governo informa" su ogni iniziativa volta alla conclusione di accordi. Ogni iniziativa, per me, e per ogni fiorentino, significa anche l'avvio di un qualsiasi negoziato informale. Va da sé inoltre che "informa" non significa "menziona", per cui il lungo fascicolo portato dal presidente Giuseppi in aula non vale un gran che: di menzioni ne sono state fatte tante, ma di informative vere e proprie nessuna.
Le parti meno disoneste intellettualmente della squadra di Governo hanno sostanzialmente ammesso questo vulnus, rinviando a un altro argomento avanzato da Cerrina Feroni per delimitare le responsabilità del Governo, ovvero il fatto che "l’art. 34 del Trattato MES... obbliga i Ministri coinvolti nei lavori dell’organo al segreto professionale". In realtà all'obbligo di segreto professionale sono tenuti tutti quelli che abbiano lavorato col MES a qualsiasi titolo, e quindi anche il membro del Consiglio direttivo che mi oppose questo segreto dopo aver detto di fronte al presidente Conte (l'avatar del Presidente Giuseppi) che avrebbe messo a mia disposizione il testo. Il tema, pertanto, non riguarda solo i ministri, ma ci sono due obiezioni da fare, oltre a quella che correttamente fa Cerrina Feroni (ovvero, che "tale obbligo di segretezza non è, tuttavia, coerente con i principi fondanti il sistema parlamentare di governo").
La prima obiezione è che andrebbe chiarito che cosa si intenda per "segreto professionale". La professione degli organi di governo del MES (Consiglio dei Governatori, Consiglio dei Direttori, Consiglio di amministrazione) è gestire il MES, non normare il MES. Quindi, ho qualche dubbio che una proposta di revisione del Trattato possa essere sottoposta allo stesso segreto cui sono sottoposte decisioni quali, ad esempio, se finanziare o meno, e con quanti milioni, un determinato Stato.
Ma la seconda obiezione credo ci permetta di fare a meno della prima, ed è molto più semplice. L'art. 4, comma 7 della L. 234/2012 infatti stabilisce che:
"Gli obblighi di segreto professionale, i vincoli di inviolabilità degli archivi e i regimi di immunità delle persone non possono in ogni caso pregiudicare le prerogative di informazione e partecipazione del Parlamento, come riconosciute ai sensi del titolo II del Protocollo n. 1 sul ruolo dei parlamenti nazionali nell'Unione europea, allegato al Trattato sull'Unione europea, al Trattato sul funzionamento dell'Unione europea e al Trattato che istituisce la Comunità europea dell'energia atomica, e dell'articolo 13 del Trattato sulla stabilita', sul coordinamento e sulla governance nell'Unione economica e monetaria, ratificato ai sensi della legge 23 luglio 2012, n. 114".
Nota: in ogni caso (cioè anche quando non si parla di soldi, e infatti questo è un comma dell'art. 4).
Sembra proprio che il legislatore conoscesse i suoi polli (cioè che prefigurasse la deriva antiparlamentare che un'Europa intergovernativa necessariamente porta con sé).
Ci sarebbe poi da aprire il discorso di come la Germania, che gli europeisti tanto ammirano, salvo poi preferire le cose all'italiana quando a loro fa più comodo (vedi ad esempio il caso della governance di Banca d'Italia...), abbia gestito il rapporto fra il suo Parlamento e il MES. Per chi non se la ricordi, la storia è qui.
Ma ora ho un amico a cena, e quindi vi lascio con questa riflessione: per come abbiamo visto svolgersi la vicenda, il caso del MES è anche un'applicazione del metodo Juncker. Ricordate?
"Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno".
Questa volta le proteste ci sono state, e come per magia la trattativa si è riaperta! A mio parere si è riaperta per finta, ma questo è un altro discorso. Il punto è che questa esperienza ha convinto molti di due punti: (i) applicare la legge è sempre utile, oltre che doveroso, e (ii) quando si combatte, in condizioni di inferiorità numerica, un sistema irrazionale, la cosa migliore da fare è seguire le sue regole.
Si apra la discussione (leggete però prima Mangia e Cerrina Feroni)...
(...la cosa importante, se proprio non è possibile andarsene, è arrivare prima. In altre parole, per i lettori più esperti (dichiarazione di Meseberg):MES = (dichiarazione di Scholz):EDIS. Per i meno esperti aggiungo il disegnino: la mia esperienza del dibattito mi dice che sul tema ponderazione del sovrano è già stato raggiunto un accordo di massima, ma non avendo mai avuto un "nostro" ministro dell'Economia non siamo in grado di accertarne il contenuto. Sarò troppo malizioso, nel qual caso mi scuso, ma nel frattempo ho la sensazione che il "loro" ministro ci prenda sostanzialmente in giro, come già il suo predecessore. Ma a questo, di vulnus, rimedieranno i cittadini dell'Emilia-Romagna...)
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martedì 19 novembre 2019
Pausa
...solo per dirvi che mi piacerebbe molto dedicarvi più tempo, che poi è esattamente quello che sto facendo, ma senza avere il tempo di raccontarlo, e so che lo sapete. A riprova, credo che ai tempi in cui parlavamo qui, fra pochi iniziati, di metodo Juncker, sarebbe stato difficile per ognuno di noi immaginare che, per una volta, se pure in extremis, si sarebbe riusciti ad attivare un dibattito mediatico e parlamentare prima, e non dopo, dell'ennesima tagliola europea.
Se questo sta succedendo è anche grazie a voi, e quindi... grazie!
Se questo sta succedendo è anche grazie a voi, e quindi... grazie!
sabato 22 luglio 2017
Interesse nazionale e mediazione politica
(...oggi è l’ultimo giorno per le nomination ai
MIA17. Dato che quest’anno dovremo essere miglior sito politico-d’opinione – come da
istruzioni – elaboro una riflessione politica che ho già condiviso con voi
e nella quale sono inciampato pochi giorni fa in circostanze fortuite. Andremo
avanti così, di vittoria in vittoria, e già sto pensando a cosa dovrò scrivere
quando l’unica categoria sarà rimasta il “miglior sito LGBTIXHGKJNAD” – confido
nel fatto che nel tempo intercorso nuove lettere si saranno aggiunte all’acronimo.
Sarà sicuramente meno noioso di quello che vi tocca leggere oggi...)
La lettrice di
inglese di un’università europea dove ero in visiting mi propose un giorno il seguente
quesito: “Come si dice in inglese bella donna?” Fiutando il trabocchetto, mi
avventuravo guardingo verso uno scontato “a beautiful woman”, quando lei,
inglese di Inghilterra, tranchant:
“Tourist!”. Certo, essere un’isola ha i suoi pro e i suoi contro. Non è che i
rimescolamenti di sangue siano mancati da quelle parti. Però, in effetti, se lo
dicono loro, si vede che l’insularità qualche danno lo ha fatto...
Naturalmente ogni
regola ammette eccezioni (fra le quali non era dato annoverare la sarcastica
lettrice). Pensate alla regola del 3% (del deficit di bilancio pubblico sul
PIL). Se la osserviamo (come si dovrebbe) su una media sufficientemente lunga,
scopriamo, con nostra nulla sorpresa, che noi Italiani l’abbiamo rispettata,
pur non potendo, per una serie di motivi, finanziarci
a tassi negativi come i nostri fratelli tedeschi:
(la media va dal
1999 al 2017, i dati sono quello del WEO). Scopriamo anche, con nostra nulla
sorpresa, che paesi “virtuosi” e salvatori de “Leuropa”, come la Francia, in
media hanno violato la regola pesantemente, senza che per questo i loro
giornali apostrofassero la loro popolazione così come il Fatto Quotidiano apostrofa noi.
Ci sarà un
motivo, che però non sta all’economista ricercare, ma allo storico.
(...e prima,
magari, al
magistrato, il quale magari non interviene non perché sia schiavo dei
poteri forti kittipaka ecc. – queste sono scemenze – ma semplicemente perché
deve interpretare la legge, e esattamente come abbiamo visto evolversi nel tempo
il comune senso del pudore, per cui oggi saremmo un po’ sorpresi se
qualcuno multasse una donna in bikini, magari domani potrebbe evolvere il
comune senso della dignità del paese – per cui, dopo aver riformato il sistema
dei finanziamenti all’editoria, potremmo trovare sorprendente che venissero
tollerati attacchi gratuiti alla nostra nazione, quegli attacchi che un amico
mi diceva di lasciar correre, senza capire che esiste il metodo Juncker, e che
quindi non è – solo – un caso se il giorno dopo in cui vi viene detto che siete
delle merde da un organo di stampa il cui direttore ve
lo ha già detto in diretta televisiva, un altro organo di stampa sferra un attacco
frontale alla prima parte della Costituzione. Naturalmente l’amico che mi
diceva di lasciar correre sul vilipendio tramite vignetta, poi proponeva di
denunciare il vilipendio tramite brillante editorialista. Eppure i due sono
oggettivamente connessi, vuoi perché entrambi riflettono lo spirito del tempo,
e in particolare il tentativo delle élite finanziarie di arroccarsi nel loro
potere delegittimando il voto popolare e le norme poste a tutela dei diritti
dei lavoratori, e poi perché se si constata che tolleriamo oltraggi alla nostra
identità nazionale – che oggettivamente non ha molto da rimproverarsi: vedi ad
esempio il grafico precedente – qualcuno potrebbe ragionevolmente concluderne che
tollereremmo che venga oltraggiata anche la nostra legge fondamentale. Si
aprono le gabbie dei Soloni figli di facoltà minori. Ma, e qui sta il punto che
vorrei attirare alla vostra attenzione, il magistrato non è tenuto a sapere
cosa oltraggia la comunità della quale deve applicare, interpretandole, le leggi:
quindi presupposto per l’evoluzione del “comune senso” di qualsiasi cosa è che
chi avverte una lesione a un proprio diritto, se la avverte, la segnali. Non
potete lamentarvi che la magistratura non intervenga, con tutte le cose che ha
da fare, se voi non le segnalate che a vostro avviso certe parole, considerate
gravi quando pronunciate da un privato cittadino in un comprensibile anche se
inopportuno moto di stizza, lo sono oggettivamente molto di più se espresse
a freddo da chi può avvalersi della potenza di diffusione e di penetrazione dei
media. Ovviamente queste non sono istruzioni per l’uso, ma solo una semplice
riflessione: non ha senso rispondere a un vilipendio alla nazione con un
vilipendio alla magistratura, come alcuni hanno velatamente fatto su Internet.
Avete dei diritti? Esercitateli! Solo dopo,
se vi viene negata giustizia, il caso passa dalla sfera del potere giudiziario
a quella del potere politico. Chiusa la digressione)...
Ci ripensavo, all’aneddoto
sulle turiste, pochi giorni fa, arrivando a casa di un mio nuovo amico, di quei
tanti che mi sono fatti facendomi tanti nemici, un amico che presto vi
presenterò.
Era ospite a casa
sua un’eccezione alla regola (non quella del 3%: quell’altra), e naturalmente
anche lì il motivo c’era: non era inglese, ma gallese (and rather proud of it). Comunque, dato che, nonostante recassi in dono
una saccocciata di CD, e fossi fermamente interessato a parlare di arte, ma
anche (e soprattutto) di niente, l’amico, lui stesso artista, mi aveva presentato
come economista, e dato che la gallese era migrata (come una sterna) a Londra,
dove volete che andasse a parare il discorso? Ma naturalmente lì, sulla Brexit.
Io, per non sbagliare, mi ero subito presentato come populista. Certo, un
populista sui generis: accompagnato
da una creatura splendida (per una volta la figlia), economista (forse),
musicista (certamente, come attestavano i dischi di Brilliant), urbano,
enciclopedico, facondo...
Rassicurata da
tante apparenti virtù, l’eccezione apriva nel modo più classico: “Sono
tanto preoccupata, il populismo, questa Brexit è una catastrofe, chissà cosa
succederà...”.
Dopo quel momento
di ascolto necessario ad accreditarmi come interlocutore aperto e simpatetico,
muovo il cavallo (quello nero sulla scacchiera, non quello pezzato in corridoio, che
poi, come sapete è una mucca): “Ma scusa, cara: io ti sono vicino nelle tue
preoccupazioni, anche se vedi che noi qui non è che si stia molto meglio. Però,
per aiutarmi a capire” (nel frattempo una desolata Uga, che l’impenetrabile
barriera linguistica secludeva dal nostro discorso, derelitta, desolata, mi
chiedeva: “Babbo, posso andare in piscina?” E io paterno, sorridente, per indole,
ma anche per l’intento tattico di confondere l’interlocutrice, avvezza a vedere
nei populisti dei bruti che rientrano in casa ubriachi per battere le mogli e
violare i figli: “Certo, amore, sentiti libera...”) “aiutami a capire:” disais-je “a distanza di più di un anno,
sapresti concretamente dirmi in cosa la situazione ti ha danneggiato?”
A domanda
semplice, come in qualsiasi esame universitario, seguiva risposta confusa.
“Ma, no, forse
niente, in effetti il lavoro prosegue, anzi, aumenta, però l’incertezza, sai,
questo negoziato...”
Ora, a dirla
tutta, nella mia interminata umanità (non sapete quanto io soffra a bloccarvi
su Twitter: fa più male a me che a voi), nella mia inarrivabile capacità di
mettermi nei panni del mio interlocutore, costruita in anni e anni di sessioni
di esami, vedevo e comprendevo le sue ragioni. L’eccezione de cujus svolge un’attività di intermediazione fra Europa e Stati
Uniti, con sede a Londra. Certo che con giornali che parlano di quarantene,
visti, barriere, muri, ecc., l’idea che i tuoi clienti non possano venire a
trovarti, peggio, che ti considerino un’appestata, tanto simpatica non deve
essere.
Ed eccomi allora a
ripetere, paterno, garbato, rassicurante, le solite cose (ma almeno in una
lingua diversa): “Ma no, bisogna essere razionali! I media hanno interesse a
drammatizzare, perché sono posseduti per lo più da persone che speculano sulla
volatilità, ma la situazione non è così catastrofica. Ti ricordi cosa dicevano
che sarebbe successo? Ti pare sia successo? No! E non è successo per un motivo:
perché voi siete clienti di chi comanda in Europa, la Germania, e nessuno ha
interesse a pestare i piedi a un proprio cliente. E poi, non c’è la
globalizzazione? Magari può non piacere, però, alla fine, la bottom line è che tutto il mondo è mercato.
Nessuno ha interesse a escludervi, ma se lo facesse non morireste di fame...”
Und so weiter,
und so fort...
Insomma, tanto
suadente era il mio eloquio, che l’interlocutrice si rassicurava... e a mano a
mano che la seducevo, e si rassicurava, e che quindi la Brexit – come la
vecchiaia – non le sembrava poi così male, considerando l’alternativa,
paradossalmente, essendo ella creatura umana e benigna, veniva assalita dal
senso di colpa, muovendo improvvidamente la donna (quella che era in lei, ma
anche quella sulla scacchiera): “Certo però che la nostra dipartita (NdT:
traduzione maccheronica di departure) penso vi crei un problema: senza
l’Inghilterra, la Francia da sola non potrà contrastare la Germania, e questo
vi indebolirà nelle vostre giuste rivendicazioni”.
Io non sono uno
scacchista, ma so portare le persone dove voglio.
Ora la strada era
tutta in discesa.
Preso un bel
respiro, sorrido, e poi, appena appena stingendo nel condiscendente, e con giusto
un soupçon (visto che era stata evocata la Francia) di quel « petit rire
qui lui était spécial – un rire qui lui venait probablement de quelque
grand'mère bavaroise ou lorraine, qui le tenait elle-même, tout identique,
d'une aïeule, de sorte qu'il sonnait ainsi, inchangé, depuis pas mal de
siècles, dans de vieilles petites cours de l'Europe, et qu'on goûtait sa
qualité précieuse comme celle de certains instruments anciens devenus
rarissimes », do il matto:
“Vedi, cara, a me
stupisce sempre l’idea, così diffusa, anche da noi, che al fine di rendere
l’Europa un luogo sostenibile per tutti i suoi membri questi siano costretti ad
allearsi per combattere gli uni contro gli altri. Non ti sembra un po’
contraddittorio che ci si dica che l’Unione Europea ci ha dato la pace, e al
contempo si sostenga che i suoi membri devono combattere, e combattere proprio fra di loro, per mantenerla, questa
pace? Voglio dire: non mi stupisce affatto che lo scopo del gioco sia quello di
conquistare la pace attraverso la guerra, per il semplice motivo che mi sembra
sia sempre successo! Solo che, se le cose stanno ancora così, che bisogno
abbiamo di unirci politicamente, che bisogno abbiamo di “nuove” istituzioni per
giocare questo “vecchio” gioco eterno? In cosa Bruxelles ci aiuterebbe? Se il
gioco è questo, possiamo giocarlo con i cosiddetti “vecchi” stati nazionali,
non ti pare?”
Eh...
Già...
L’eccezione non pensava che io loico fossi... i populisti, si sa, son gente rozza:
così gliela avevano raccontata i suoi giornali (tipo il Guardian). Fra una
serata rutto libero al pub a parlare di fica, una partita di calcio, e il loro
lavoro mediocre, dove potranno mai i populisti trovare il tempo per esercitarsi
nel principio del terzo escluso?
E invece...
E invece, dopo
cena, comme par hasard, si parlò di
altro: di storia della musica, dell’editore delle Canzone di Frescobaldi che
esplicitamente afferma di voler rompere il monopolio dei musicisti
professionisti, di come nel Rinascimento la semiologia musicale fosse
intenzionalmente oscura (più dei Trattati europei) proprio allo scopo di preservare
il market power dei musicisti
professionisti e delle loro corporazioni (avete presenti i canoni mensurali?), di quando l’Italia era market leader nel settore musicale, e dettava le forme del
linguaggio, quelli che qui chiamiamo i frame
e che in musica si chiamano i generi: l’oratorio, dove poi avrebbe primeggiato
Handel (il cui ufficio è accanto quello dell’eccezione), l’opera, la sonata, il
concerto (De Cavalieri, Monteverdi, Corelli, Vivaldi...), di Pergolesi che era
morto tanto giovane, altrimenti la storia sarebbe andata in un altro modo, degli
scavi di Pompei che erano iniziati prima di quanto credessi io (prima di
Winkelmann), e delle stampe di Piranesi che erano state stampate dopo quanto
credesse lei (dopo Corelli), di Handel e Bach che erano andati dallo stesso medico, il quale, al grido di “la scienza non è
democratica!”, aveva accecato il primo e sostanzialmente ammazzato il secondo,
della Germania est, dove erano nati i due ciccioni e il terzo genio, in un fazzoletto di terra, lì, fra Magdeburgo e
Eisenach (saranno 200 km con Halle in mezzo, come Avezzano fra Pescara e Roma:
a proposito, come avrete notato da uno dei link che non leggete a Halle ci sono
dei tedeschi di un certo tipo, e sono
lieto di tornarci a settembre...), e di chi era nato prima, e di chi era
morto dopo, e di come a quell’epoca i tedeschi, che vivevano meglio il proprio
complesso di inferiorità, anziché arroccarsi come irriducibili, sordi e
tetragoni alle richieste di Francia e Italia, si ponevano esplicitamente al
servizio di queste ultime due come mediatori culturali (naturalmente, in ambito
musicale): pensate ad esempio a Bach, come parlava italiano e francese...
Insomma: di
tutto, tranne che di politica, con mio grande sollievo: s’era capito che lì non
c’era partita.
Con voi però (non
se ne dolga la mia adorabile Nat) vorrei parlare proprio di politica.
Ecco, capita che
spesso siano le cose semplici a sfuggire, e capita che sfuggano proprio a
quelli che per anni mi hanno molato gli zenzeri con quella storia che sapete,
quella vecchia solfa che siccome sono solo un economista, non posso capire la
politica: una storia così stantia, che auspico sia definitivamente estirpata
dalla nostra meritata vittoria quale miglior sito politico-d’opinione.
Allora
parliamone, di politica, e parliamo anche di quelli che hanno assistito e
tuttora assistono, col ciglio asciutto e le terga al riparo, al massacro di
famiglie e imprese, da immolare secondo loro in nome di un’altra Europa.
E come dovrebbe
essere fatta questa altra Europa?
Dovrebbe essere
un’Europa dove la Germania ascolta gli altri.
E perché la
Germania dovrebbe ascoltare gli altri?
Ma, appunto,
perché, come si diceva sopra, questi si dovrebbero coalizzare contro di lei per
farle una minaccia credibile.
E cosa dovrebbe
risultare da questa minaccia?
Bè, è chiaro: una
mediazione fra gli interessi nazionali: insomma: “e si letiha, però poi e ci si
viene incontro” (per dirla in italiano).
Mi avete seguito
(nonostante l’italiano)? Dov’è l’inghippo? Ma, a me pare chiaro, e forse, ora
che la crisi delle sterne, pardon: dei migranti, ha reso plastica, sotto forma
di “risorsechecipaganolapensione” ma che stranamente nessuno vuole a casa
propria, l’idea finora evanescente di interesse nazionale, penso che non dovrebbe esservi molto
difficile seguirmi.
Ci era stato
detto che gli interessi nazionali non esistevano: non ne eravamo portatori,
perché eravamo (o comunque eravamo permanentemente in procinto di diventare) cittadini
europei, cittadini, cioè, di un “non stato” la cui “non cittadinanza” è “non
regolata” da una “non costituzione”: un problema? No: un “non problema”, e anzi
un’opportunità per chi, volendo impedirci di tutelare i nostri interessi,
trovava conveniente sostituire i nostri interessi nazionali con “non interessi”
sovranazionali!
Poi però gli
interessi nazionali si sono affacciati prepotentemente alla ribalta: prima, in
modo non intellegibile ai più, attraverso la crisi economica, ovvero quando
sono venuti al pettine i nodi della libera circolazione dei capitali; ora,
attraverso la crisi migratoria, che fa venire al pettine i nodi della libera
circolazione delle persone: e qui, tutti hanno capito.
Bene: a mano a
mano che gli interessi nazionali riacquistavano cittadinanza nel dibattito,
bisognava accomodarne la scomoda presenza nel quadro di quello che continuava
ad essere presentato come l’unico processo storico possibile, come una
ineluttabile necessità: Leuropa (TM).
Il problema era stato eluso, per un po’, dai furbi, alzando il livello dello
scontro, o, per dirla alla romana “buttandola in caciara”: i problemi sono
globali, si diceva (per dargli un’aura di oggettività, di preordinazione – in senso
econometrico – rispetto alla sfera politica, si citava sempre il riscaldamento
globale), quindi per definizione affrontabili solo su scala sovranazionale (che
però, chissà perché, per noi doveva essere solo europea, e non mondiale,
nonostante che gli Stati Uniti del Mondo non siano meno utopistici di quelli
d’Europa, pur avendo in termini meramente logici molto più senso nel caso in
cui interessi risolvere un problema mondiale)!
Ma il giochetto
dei problemi globbbali, per quanto scaltro, ora non funziona più.
Le dinamiche che
hanno portato qui tante persone disperate, per tanti motivi disparati, sono
riconducibili a responsabilità nazionali, al modo (imperialistico) in cui
alcuni nostri vicini hanno gestito i loro interessi nazionali. Non è come il
buco dell’ozono, cui la sciampista di Milwaukee, molto generosa di lacca, ha
contribuito tanto quanto la fabbrica di elettrodomestici cinese, poco amica dell’ambiente.
Il problema che tutti vedono ha radici (e conseguenze) circoscritte e, ripeto,
riconducibili al prevalere di alcuni interessi nazionali (quelli francesi) sui
nostri. Per rendere Leuropa digeribile ci deve allora essere raccontato che nella
dimensione sovranazionale diventerebbe più fluida la composizione degli
interessi nazionali. Solo che, naturalmente, perché questa favoletta sia
credibile, occorre agghindarla col presupposto di un bilanciamento dei rapporti
di forza. Che Bruxelles sia controllata dai tedeschi è cosa di dominio pubblico. Segue quindi l’idea barocca che la pace
si ottenga “alleandosi” con chi ha interessi simili ai nostri (la Francia, cioè
quella che ci ha bombardato in Libia!) per combattere contro chi ha interessi
contrari ai nostri (la Germania).
Ricorderete Renzi
con Hollande “contro” la Merkel, ricorderete Gentiloni
con Macron “contro” la Merkel... insomma: ricorderete la Merkel!
Noterete poi che
questa posizione delirante (alleanza franco-italiana de che?) in tanto ha senso
in quanto la si analizzi in una chiave strettamente economicistica, anzi:
macroeconomicistica. In termini di fondamentali macroeconomici, certo, la
Francia sta peggio di noi e avrebbe tutti gli interessi ad allearsi con noi.
Siamo stati gli
unici a dirlo da subito, traendone le conseguenze che dovevano esserne
tratte (il
fallimento interno di Hollande e presto di Macron). Ma la pretesa convenienza
di un’alleanza franco-italiana (verosimilmente, per “forzare” la Germania a
politiche reflazionistiche) emerge solo se si adotta questa chiave di lettura.
Se invece si allarga l’orizzonte alla geopolitica, al controllo delle fonti di
energia, e via dicendo, si capisce che quanto è successo in Libia non è
casuale, ma è il corollario del fatto che i nostri interessi collidono con
quelli francesi.
Capite
l’assurdità?
Chi per anni mi
ha rimproverato letture “economicistiche” della realtà, chi mi ha
marginalizzato accusandomi di essere “solo un economista”, appoggia la sua
proposta “politica” (più Europa attraverso l’alleanza dei buoni del Sud contro
il cattivo del Nord) su una lettura dei fatti che è, questa sì, meramente
macroeconomicistica!
Scusate, l’ho
fatta lunga, ma “mi avvio a concludere”, come dicono i seminaristi, gli untuosi
pretini smidollati e perbenisti “de sinistra”...
Una volta, quando
c’erano le nazioni, accadeva che qualora gli interessi di una comunità
nazionale confliggessero con quelli di un’altra si arrivasse al conflitto: un
conflitto in cui, naturalmente, si combatteva per vincere. Il modello di
integrazione che gli altreuropeisti ci propongono invece è quello di stati che non
combattono per la vittoria, ma per avere la possibilità di mediare! Insomma:
chi vince non ottiene quanto rivendica, ma può cominciare a discutere per averne
(forse) la metà...
E qui si arriva
il punto, che è molto semplice, tanto che in un mondo meno confuso non
meriterebbe nemmeno di essere formulato: il livello ottimale al quale mediare
gli interessi nazionali è per definizione quello nazionale.
So che sembra una
frase lapalissiana, ma siccome ci viene raccontato il contrario, forse è
opportuno ribadirla, e chiarirne le ragioni, che sono di due ordini. Una è
contingente: non è in istituzioni ormai pesantemente infiltrate da una delle
parti in gioco che possiamo aspettarci di trovare un luogo di rappresentazione
ed ascolto equilibrato dei nostri interessi. Ma l’altra è strutturale: istituzioni
che si fondano strutturalmente sulla perenne minaccia degli uni contro gli
altri non sono politicamente sostenibili. Lo dimostra, per certi versi, il
fatto che qualsiasi elezione nazionale metta Leuropa in fibrillazione! Quale
altra alleanza fra paesi (l’ASEAN? Il MERCOSUR? Il NAFTA?) viene scossa alle
fondamenta ogni volta che in un paese membro il popolo si esprime? Il fatto è
che qui da noi il popolo, esprimendosi, varia la tensione delle minacce, che
sono un po’ come sartie e stralli del vascello europeo: se li regoli male, c’è
rischio di disalberare, e il piloto tedesco lo sa (apprezzerete l'uso della lingua).
In queste
condizioni non può nascere alcun genuino spirito di solidarietà. Per lo stesso
motivo per il quale il modello di integrazione proposto previene la formazione
di solidarietà (come direbbe un tubetto di dentifricio), possiamo dire che esso
attivamente dissemina scontento ed odio. In effetti questo è quanto stiamo
osservando, come osserviamo svilupparsi di fronte ai nostri occhi la consueta
tattica del potere, qui da noi impersonato dalla terza carica dello Stato, che
consiste nell’addossare alle vittime la responsabilità delle loro disgrazie. Se
si affermano discorsi violenti, ci si vuole convincere che la colpa non è di un
sistema violento, i cui leader ci
esortano a (o ci promettono di) minacciare i nostri vicini per ottenere con la
violenza – delle parole – quanto ci spetta. Ci viene fatto capire che la colpa
è dei mezzi che le persone usano per esprimersi, e più in generale del fatto
che le persone desiderano esprimersi.
Fra un po’ scioperare,
o dire che l’immigrazione incontrollata porta al degrado socioeconomico,
diventerà un crimine. Non posso che attenermi a quanto dissi a gennaio su La7:
avrei passato quest’anno a ripetere “ve lo avevo detto”, e i più attenti di voi
si ricorderanno che in effetti penso di essere stato fra i primi a evidenziare
il carattere fascista di questo regime, fin dall’articolo del 2011 sul manifesto (ai tanti cari nostalgici ricordo che in
quel contesto detti anche la mia definizione di questo termine: se poi volete
convincermi che nel ventennio ci fosse libertà d’espressione, buona fortuna)!
Reprimere la libertà di espressione è lo sbocco naturale di un sistema che per
imporre l’ordine “naturale” dei mercati deve livellare le differenze culturali,
criminalizzando l’idea che un francese sia francese, uno spagnolo spagnolo, un italiano italiano, un tedesco tedesco. L’unica sfera in cui le diversità vanno tutelate, anzi: moltiplicate!, è
quella sessuale: forse perché quelle “diversità” danno meno fastidio di altre
nel mondo dello one-size-fits-all, e
così conviene farle passare per rivoluzionarie, il che, fra l’altro, permette
al potere di presentarsi come poliziotto buono rischiando tutto sommato molto
poco, mentre il poliziotto cattivo cerca di convincerci che si vis pacem, age bellum...
Tanto semplice,
ma tanto profonda è l’irrazionalità del progetto, che fra cinque anni, ne siamo
sicuri, se ne accorgerà anche il Financial Times. Nel frattempo, a noi non
resta da fare altro che resistere, non cadere nelle provocazioni, mantenere in vita
l’idea che se non c’è
alternativa non c’è politica, e quindi, in piena coerenza, mandare
sistematicamente a casa i politici che ci dicono che non c’è alternativa, per
il semplice fatto che se dicono questo non sono politici. Non è un vaste programme, e non è nemmeno uno
sterile passatempo. Sono cose alla nostra portata, e siamo sempre di più a
lavorarci...
(...se non avete votato, fatelo: anche questo
servirà a far leggere a persone ignare parole di buon senso, e servirà a
ingrossare le fila di quelli che non vogliono che l’Italia sia vilipesa e la
sua costituzione alterata...)
venerdì 2 settembre 2016
Renzi e l'Europa: un esempio (#stacce)
Che bello! Abbiamo un nuovo rappresentante nel gabinetto di Juncker! Finalmente saremo ascoltati in Europa!...
Sicuri?
Una persona "familiar with the matter" (come dicono i giornali fichi) ha così commentato:
"Raffinata mossa anti-Renzi di Selmayr-Juncker: un montiano, ma soprattutto un amico intimo di Letta, per gestire i rapporti politici con l'Italia... che schiaffone!"
Apposct...
Sicuri?
Una persona "familiar with the matter" (come dicono i giornali fichi) ha così commentato:
"Raffinata mossa anti-Renzi di Selmayr-Juncker: un montiano, ma soprattutto un amico intimo di Letta, per gestire i rapporti politici con l'Italia... che schiaffone!"
Apposct...
domenica 7 febbraio 2016
L'asse tedesco-tedesco
(...da Londra...)
Luigi (nome di fantasia) è un'affabile e intelligente persona. Ci sentiamo ogni tanto al telefono, più raramente mi invita nel suo lussuoso appartamento a discutere, en petit comité, gli sviluppi della situazione. Sono i momenti nei quali intuisco che in effetti essere un miliardario avrebbe un certo fascino, soprattutto in un paese nel quale ancora puoi permetterti di non girare per strada sotto scorta (salvo casi eclatanti). La vita di tutti i giorni ne risulta considerevolmente semplificata, il che, inutile negarlo, libera tempo da dedicare all'otium. Va anche detto che la maggior parte dei miliardari che conosco è la dimostrazione vivente del fatto che le materie prime non sono un problema: di tempo libero ne hanno tanto, ma lo buttano al cesso. Luigi è un po' diverso. A lui, che non è un economista ma i soldi li ha fatti (a differenza dei tanti cialtroni accademicamente titolati cui non affiderei dieci euro per andare a comprarmi il pane e il latte, perché non saprebbero controllare il resto), a lui, che quindi ha girato il mondo non per dimenticare l'Italia, ma per valorizzarla (il marchio che ha creato è parte integrante del nostro prestigio), a lui, dicevo, dell'integrazione europea colpisce la distonia culturale, l'aver voluto superare il nazionalismo degli Stati creando un mostro statalista che avrebbe senso solo se sostenuto da una cosa che non c'è perché non ci può essere: una nazione europea. Luigi insomma è la prima persona cui ho sentito articolare (anche nel dibattito) la riflessione che Giandomenico Majone stava sviluppando nel dibattito scientifico, e che anch'io avevo confusamente anticipato nei miei libri che non sono solo divulgativi: combattere il nazionalismo con una supernazione non è cosa molto coerente logicamente, e in fondo nemmeno operativamente. La creazione dei due stati nazionali più recenti (Germania e Italia) non credo possa essere considerata esattamente una best practice, eppure è avvenuta proprio nel modo in cui ci si dice che dobbiamo operare, perché, ci si dice, è l'unica via di salvezza: cedendo sovranità. Ora, ai tempi, questa cessione, che ha funzionato poco (vedi il persistere dei noti divari fra Nord e Sud o fra Ovest e Est), era almeno in parte motivata da uno stimolo positivo: l'esistenza di un dato culturale, l'identità linguistica, che giustificava l'ambizione a gestire insieme uno spazio comune, anche a costo di qualche sacrificio.
Oggi, se ci fate caso, questa cessione è motivata principalmente da uno stimolo negativo: la paura. Paura della Cina, paura dei migranti. Il terrorismo psicologico è stato apertamente teorizzato da Mario Monti come elemento portante della creazione di una nuova identità, come qui sappiamo bene. Che non sia solo teoria ma anche prassi lo abbiamo visto in occasione dei fatti di terrorismo che ci hanno sconvolto lo scorso anno, e che sono subito stati sfruttati dai media di regime per invocare, con un salto logico rivelatore di una vera e propria psicosi (e di un livello patologico di poraccesimo), gli Stati Uniti d'Europa.
Quindi, cosa vogliamo aspettarci da un sistema che non solo ricalca un modello di integrazione fallimentare (e in quanto tale disapplicato nel resto del mondo, dove non esistono esperimenti di integrazione economica che ambiscano a darsi statura politica), ma in più lo persegue sulla base di motivazioni negative e intrinsecamente distoniche? Se per costringere qualcuno a fare qualcosa devi terrorizzarlo, intanto c'è qualcosa che non va, e poi non è detto che la cosa finisca bene.
E infatti...
Nel corso delle nostre amabili conversazioni, Luigi, che è meno giovane di me, ricorda spesso una frase, credo di De Gaulle: quella secondo cui l'Europa sarebbe stata un carro tirato da un cavallo tedesco e condotto da un nocchiere francese (non so se la frase sia esattamente così, non so se sia di De Gaulle, ma sicuramente qualcuno di voi lo sa). Frase che ricorre ogni volta che Luigi mi riespone quella che secondo lui è la motivazione profonda dell'euro: il desiderio francese di supremazia, presentato, per indorare la pillola, come asse franco-tedesco.
Una cosa della quale mi è stato chiesto di parlare qui:
Ora, come sapete, io a questa versione dei fatti credo poco. Certo, Mitterrand era un tronfio imbecille puttaniere (definizione un po' riduttiva, ma tutto sommato comprovata dall'evidenza), però in questa concettualizzazione molte cose non mi convincono. Sì, chiaro, esisteva all'epoca l'idea, impersonata qui da noi da quell'altro fulmine di guerra di Modigliani, che la moneta unica avrebbe avuto una gestione comune, e che quindi "più Europa" avrebbe significato meno Germania. Come sia finito lo abbiamo potuto vedere: male. La Bce è una grande Bundesbank, e la stessa cosa accadrebbe a livello di politica fiscale, se si procedesse verso un bilancio federale europeo. Del resto, sta già accadendo, non vedete? Smigol vuole imporre un'accisa a casa nostra per risolvere un problema che il suo paese ha creato, e che però ora si manifesta anche da loro (finché si manifestava solo da noi, non c'era bisogno di condividere i costi). Non si capisce come andrebbe a finire? E poi, quale asse vuoi che esista fra un paese che una valuta debole (per lui) rende strutturalmente creditore, e un paese che una valuta forte (per lui) rende strutturalmente debitore? Cioè, rispettivamente, fra Germania e Francia?
E infatti l'asse non c'è. L'asse franco-tedesco è morto, e lo si vede bene se si conoscono le dinamiche in atto a Bruxelles. Dinamiche che, come sempre, non hanno nulla di occulto: tutte le informazioni disponibili a ricostruirle sono pubbliche, ma se non sei del mestiere necessariamente ti sfuggono. Il punto qui è molto evidente: mentre portava avanti l'Anschluss dei suoi fratelli dell'Est, la leadership tedesca (un gruppo, come vedremo, piuttosto ristretto di persone unite da legami partitici e personali) pianificava l'Anschluss di tutto il resto, infiltrando con abilità e senza alcuna particolare azione di contrasto dei suoi elementi in ogni posto chiave delle istituzioni europee. Posti, notate bene, che sono appena sotto il pelo dell'acqua (o del fluido al quale volete paragonare le istituzioni europee), e dei quali quindi il grande pubblico (europarlamentari e governanti periferici compresi) non intuisce la rilevanza strategica. Motivo per cui questa occupazione ha potuto procedere indisturbata, superando il punto di non ritorno.
Pensate che esageri?
Non lo penserete più dopo che vi avrò fatto pochi esempi, fra alcune decine che potrei produrvi.
Potrei andare avanti per altre due pagine (sapete che non vi mento, e comunque gli organigrammi delle istituzioni europee sono consultabili sui relativi siti: andate a vedere, ad esempio, chi comanda il meccanismo di risoluzione bancaria...).
A questo punto la domanda diventa: e la Francia? Come ha potuto lasciar fare? Ricordo che quando incontrai a Rouen Jean-Paul Gozès lui espresse (in pubblico) la percezione netta che l'ingresso nell'euro, che lui difendeva come scelta di progresso ecc., aveva rappresentato un punto di svolta impostante: era stato l'euro a far dimenticare Auschwitz ai tedeschi. L'alterigia che avevano deposto quando, esponenti di una Germania sostanzialmente non denazificata, si affacciavano alle prime esperienze comunitarie schiacciati dal peso degli orrori compiuti poc'anzi, l'avevano ripresa una volta acquisita la certezza di averci incaprettato.
Ma allora la Francia perché non ha reagito, non reagisce?
Il fenomeno comincia a interessare e preoccupare i commentatori esteri, i quali, se danno per scontato che governanti fanfaroni, ignoranti e maggiordomi come i nostri non capiscano e non se ne curino, trovano viceversa molto meno normale che il "nocchiere" francese del carro europeo abbia deciso di suicidarsi. I motivi sono complessi. Politico.eu li analizza in un interessante articolo che propongo alla vostra riflessione. La prima riflessione da fare, però, è che in Francia si è costituito un gruppo di studio parlamentare per investigare le cause del problema. Vi immaginate una cosa simile da noi?
Le cause sono tante, e vanno da quelle evidenti (è chiaro che l'allargamento a Est dell'Unione è stato voluto dalla Germania nel suo interesse, che non era solo economico - manodopera qualificata da far entrare facilmente nelle sue fabbriche via Schengen - ma anche politico - creazione di una rete di vassalli da usare per mettere in minoranza i partner storici), a quelle meno evidenti, fra cui una questione generazionale: i rappresentanti francesi nelle istituzioni europee stanno andando in pensione, e i giovani enarchi sono molto meno attratti di un tempo da Bruxelles. Naturalmente, è un cane che si morde la coda: più la Francia passa in minoranza, meno prestigio offrono le cariche europee, e quindi minori incentivi hanno i giovini ram-polli dell'alta borghesia francese a recarsi nelle sedi dove i tedeschi li umiliano. Meglio restarsene a casa propria, o andare all'IMF, o in qualche multinazionale. Ma così la situazione si è degradata e si degraderà ulteriormente, e alla fine, del famoso asse franco-tedesco rimarrà solo un asse tedesco-tedesco, che la Francia non vedrà nemmeno più, perché lo avrà fuori dal campo visuale.
Questo lo dico a beneficio dei buontemponi che dicono "bè, però Renzi ha sbagliato, dovrebbe creare prima una rete di alleanze, e poi fare la voce grossa!". Forse non è chiaro come stanno le cose a Bruxelles e in Europa. I governi dei paesi in crisi sono tutti sostanzialmente ininfluenti, anche quando non sono direttamente commissariati dalla Bce (come quello greco, con la marionetta Tsipras), e l'unico paese di un certo peso politico che potrebbe schierarsi con noi, cioè la Francia, non lo fa perché pensa di essere migliore di noi (e vi ho mostrato più volte per tabulas che questa è presunzione), ma anche se lo facesse non ci potrebbe ormai aiutare più di tanto a cambiare i reali rapporti di forza a Bruxelles, le cui istituzioni sono marce di metastasi tedesche.
Chiaro il concetto? Abbiamo di fronte a noi un'alternativa non semplice: o un gesto disperato ma risolutivo, o alcuni decenni di disperazione.
Chi ci comanda non ha chiari i termini del problema, ve lo garantisco (e del resto lo vedete da voi), e quindi quale sarà l'esito ve lo lascio immaginare.
Ah, a proposito: buona domenica!
Luigi (nome di fantasia) è un'affabile e intelligente persona. Ci sentiamo ogni tanto al telefono, più raramente mi invita nel suo lussuoso appartamento a discutere, en petit comité, gli sviluppi della situazione. Sono i momenti nei quali intuisco che in effetti essere un miliardario avrebbe un certo fascino, soprattutto in un paese nel quale ancora puoi permetterti di non girare per strada sotto scorta (salvo casi eclatanti). La vita di tutti i giorni ne risulta considerevolmente semplificata, il che, inutile negarlo, libera tempo da dedicare all'otium. Va anche detto che la maggior parte dei miliardari che conosco è la dimostrazione vivente del fatto che le materie prime non sono un problema: di tempo libero ne hanno tanto, ma lo buttano al cesso. Luigi è un po' diverso. A lui, che non è un economista ma i soldi li ha fatti (a differenza dei tanti cialtroni accademicamente titolati cui non affiderei dieci euro per andare a comprarmi il pane e il latte, perché non saprebbero controllare il resto), a lui, che quindi ha girato il mondo non per dimenticare l'Italia, ma per valorizzarla (il marchio che ha creato è parte integrante del nostro prestigio), a lui, dicevo, dell'integrazione europea colpisce la distonia culturale, l'aver voluto superare il nazionalismo degli Stati creando un mostro statalista che avrebbe senso solo se sostenuto da una cosa che non c'è perché non ci può essere: una nazione europea. Luigi insomma è la prima persona cui ho sentito articolare (anche nel dibattito) la riflessione che Giandomenico Majone stava sviluppando nel dibattito scientifico, e che anch'io avevo confusamente anticipato nei miei libri che non sono solo divulgativi: combattere il nazionalismo con una supernazione non è cosa molto coerente logicamente, e in fondo nemmeno operativamente. La creazione dei due stati nazionali più recenti (Germania e Italia) non credo possa essere considerata esattamente una best practice, eppure è avvenuta proprio nel modo in cui ci si dice che dobbiamo operare, perché, ci si dice, è l'unica via di salvezza: cedendo sovranità. Ora, ai tempi, questa cessione, che ha funzionato poco (vedi il persistere dei noti divari fra Nord e Sud o fra Ovest e Est), era almeno in parte motivata da uno stimolo positivo: l'esistenza di un dato culturale, l'identità linguistica, che giustificava l'ambizione a gestire insieme uno spazio comune, anche a costo di qualche sacrificio.
Oggi, se ci fate caso, questa cessione è motivata principalmente da uno stimolo negativo: la paura. Paura della Cina, paura dei migranti. Il terrorismo psicologico è stato apertamente teorizzato da Mario Monti come elemento portante della creazione di una nuova identità, come qui sappiamo bene. Che non sia solo teoria ma anche prassi lo abbiamo visto in occasione dei fatti di terrorismo che ci hanno sconvolto lo scorso anno, e che sono subito stati sfruttati dai media di regime per invocare, con un salto logico rivelatore di una vera e propria psicosi (e di un livello patologico di poraccesimo), gli Stati Uniti d'Europa.
Quindi, cosa vogliamo aspettarci da un sistema che non solo ricalca un modello di integrazione fallimentare (e in quanto tale disapplicato nel resto del mondo, dove non esistono esperimenti di integrazione economica che ambiscano a darsi statura politica), ma in più lo persegue sulla base di motivazioni negative e intrinsecamente distoniche? Se per costringere qualcuno a fare qualcosa devi terrorizzarlo, intanto c'è qualcosa che non va, e poi non è detto che la cosa finisca bene.
E infatti...
Nel corso delle nostre amabili conversazioni, Luigi, che è meno giovane di me, ricorda spesso una frase, credo di De Gaulle: quella secondo cui l'Europa sarebbe stata un carro tirato da un cavallo tedesco e condotto da un nocchiere francese (non so se la frase sia esattamente così, non so se sia di De Gaulle, ma sicuramente qualcuno di voi lo sa). Frase che ricorre ogni volta che Luigi mi riespone quella che secondo lui è la motivazione profonda dell'euro: il desiderio francese di supremazia, presentato, per indorare la pillola, come asse franco-tedesco.
Una cosa della quale mi è stato chiesto di parlare qui:
Ora, come sapete, io a questa versione dei fatti credo poco. Certo, Mitterrand era un tronfio imbecille puttaniere (definizione un po' riduttiva, ma tutto sommato comprovata dall'evidenza), però in questa concettualizzazione molte cose non mi convincono. Sì, chiaro, esisteva all'epoca l'idea, impersonata qui da noi da quell'altro fulmine di guerra di Modigliani, che la moneta unica avrebbe avuto una gestione comune, e che quindi "più Europa" avrebbe significato meno Germania. Come sia finito lo abbiamo potuto vedere: male. La Bce è una grande Bundesbank, e la stessa cosa accadrebbe a livello di politica fiscale, se si procedesse verso un bilancio federale europeo. Del resto, sta già accadendo, non vedete? Smigol vuole imporre un'accisa a casa nostra per risolvere un problema che il suo paese ha creato, e che però ora si manifesta anche da loro (finché si manifestava solo da noi, non c'era bisogno di condividere i costi). Non si capisce come andrebbe a finire? E poi, quale asse vuoi che esista fra un paese che una valuta debole (per lui) rende strutturalmente creditore, e un paese che una valuta forte (per lui) rende strutturalmente debitore? Cioè, rispettivamente, fra Germania e Francia?
E infatti l'asse non c'è. L'asse franco-tedesco è morto, e lo si vede bene se si conoscono le dinamiche in atto a Bruxelles. Dinamiche che, come sempre, non hanno nulla di occulto: tutte le informazioni disponibili a ricostruirle sono pubbliche, ma se non sei del mestiere necessariamente ti sfuggono. Il punto qui è molto evidente: mentre portava avanti l'Anschluss dei suoi fratelli dell'Est, la leadership tedesca (un gruppo, come vedremo, piuttosto ristretto di persone unite da legami partitici e personali) pianificava l'Anschluss di tutto il resto, infiltrando con abilità e senza alcuna particolare azione di contrasto dei suoi elementi in ogni posto chiave delle istituzioni europee. Posti, notate bene, che sono appena sotto il pelo dell'acqua (o del fluido al quale volete paragonare le istituzioni europee), e dei quali quindi il grande pubblico (europarlamentari e governanti periferici compresi) non intuisce la rilevanza strategica. Motivo per cui questa occupazione ha potuto procedere indisturbata, superando il punto di non ritorno.
Pensate che esageri?
Non lo penserete più dopo che vi avrò fatto pochi esempi, fra alcune decine che potrei produrvi.
Iniziamo dal Parlamento
europeo, il cui membro più longevo, che vi siede ininterrottamente fin dalla
prima elezione nel 1979, è Hans-Gert Pöttering. Pöttering (classe 1945) è
membro della CDU- CSU, il partito di Angela Merkel. È anche stato Presidente
del Parlamento, fra il 2007 e il 2009, ed è presidente della Fondazione Adenauer, ma ciò che lo rende uno degli uomini più
influenti a Bruxelles è il fatto di essere l'uomo di fiducia di Angela Merkel
per tutte le questioni europee. Durante la sua
presidenza, il suo capo di gabinetto era Klaus Welle, che poi è diventato non a
caso il Segretario Generale del Parlamento, cioè il funzionario più alto in
grado di tutta l'amministrazione. Classe 1964, Welle era responsabile per le
politiche europee dello stesso partito di Pöttering e Merkel negli anni '90,
poi passato nella delegazione del Parlamento europeo del PPE, per poi lavorare
con Pöttering e finalmente insediarsi al vertice dell'amministrazione
parlamentare.
Se ci spostiamo in
Commissione, è noto persino ai giornali italiani (di solito non molto informati
sulle vicende comunitarie) che il nuovo capo di gabinetto del Presidente
Juncker sia il vero fac-totum della Commissione 2014-2019, colui il quale con
una gestione inusualmente autoritaria sta imponendo una sua precisa linea
politica, a volte anche scavalcando il Presidente. Martin Selmayr, classe 1970,
è un giurista che ha studiato gli aspetti legali dell’unione monetaria,
lavorando prima presso la BCE e poi negli uffici di Bruxelles della fondazione
tedesca Bertelsmann. È stato lui e non Juncker a definire i limiti entro cui
tutti i membri dell’esecutivo comunitario, i Commissari ed i Vice-Presidenti,
possono muoversi, arrivando addirittura a modificarne liberamente i discorsi. Un’altra manovra piuttosto
spregiudicata e significativa è stata la rotazione dei direttori generali fortemente
voluta e completata da Selmayr qualche mese dopo il suo insediamento.
In quell’occasione
ha abilmente piazzato il suo predecessore e connazionale Johannes Laitenberger,
ex-capo di gabinetto di Barroso, a capo della Concorrenza, uno dei portafogli
più importanti.
Johannes Laitenberger ha
molte cose in comune con Selmayr. Entrambi sono giuristi, molto vicini al
partito di Angela Merkel, la CDU-CSU. Laitenberger è stato il vero e proprio
cane da guardia imposto dalla cancelliera a Barroso nel suo secondo mandato (2010-2014),
in cambio della rielezione come Presidente della Commissione. Anche lui ha
molto influenzato il lavoro della Commissione in perfetta sintonia con Berlino.
Adesso è stato spostato a capo della direzione generale della concorrenza da
Selmayr, senza che la Commissaria responsabile fosse proprio entusiasta. Per
intenderci, è da lui che passeranno tutte le decisioni sugli aiuti di stato,
come quelle per il settore bancario che l’Italia sta disperatamente cercando di
ottenere, senza molto successo.
Chissà perché? Forse perché, come ci siamo detti, qualcuno ha deciso che invece di salvare le nostra banche con le nostre risorse, come fece la Germania, noi dovremo rivolgerci al MES, cioè alla troika. E chi comanda, al MES? Bè, ormai, dovreste averlo capito: un tedesco, Klaus Regling!
Regling è il direttore esecutivo del
Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) diventato poi il Meccanismo
Europeo di Stabilità (MES), cioè il fondo che con assoluta discrezionalità e
senza alcun controllo democratico decide le condizioni da imporre agli stati
membri che chiedono aiuti finanziari a Bruxelles. Regling, classe 1950, è
un altro economista tedesco la cui carriera si è sviluppata per oltre vent’anni
fra il Fondo Monetario Internazionale e il Ministero delle Finanze tedesco, con
una parentesi presso l’associazione delle banche tedesche e una banca d’affari
londinese. Nel 2001, anche lui come esterno “prestato” all’amministrazione
comunitaria, viene nominato direttore generale per gli affari economici e
finanziari della Commissione europea, posto che ricopre fino al 2008. Dal 2008
al 2010 ritorna a Berlino come consigliere della Merkel, e poi dal 2010 diventa
il capo dei vari meccanismi finanziari attraverso i quali l’Eurozona eroga i
prestiti agli stati in difficoltà. E’ lui l’architetto dei vari “salvataggi”
della Grecia, dell’Irlanda, del Portogallo, della Spagna, e degli altri che
verranno. Significativa fu una sua
intervista del 2010 in cui criticava duramente la Commissione per non aver
adeguatamente vigilato sulle finanze pubbliche in Grecia, dimenticando di dire
che il direttore generale responsabile dal 2001 al 2008 era stato lui stesso.
Nel 2011 il suo nome circolò anche come candidato alla presidenza della BCE.
Notate che questo gruppo di persone è fortemente coeso: sono tutti a un grado di separazione da Frau Merkel, e pronti a esprimere il prossimo personaggio da collocare al posto suo o loro, che quindi sarà, anche lui, a un grado di separazione da tutti gli altri. Funziona così.
A questo punto la domanda diventa: e la Francia? Come ha potuto lasciar fare? Ricordo che quando incontrai a Rouen Jean-Paul Gozès lui espresse (in pubblico) la percezione netta che l'ingresso nell'euro, che lui difendeva come scelta di progresso ecc., aveva rappresentato un punto di svolta impostante: era stato l'euro a far dimenticare Auschwitz ai tedeschi. L'alterigia che avevano deposto quando, esponenti di una Germania sostanzialmente non denazificata, si affacciavano alle prime esperienze comunitarie schiacciati dal peso degli orrori compiuti poc'anzi, l'avevano ripresa una volta acquisita la certezza di averci incaprettato.
Ma allora la Francia perché non ha reagito, non reagisce?
Il fenomeno comincia a interessare e preoccupare i commentatori esteri, i quali, se danno per scontato che governanti fanfaroni, ignoranti e maggiordomi come i nostri non capiscano e non se ne curino, trovano viceversa molto meno normale che il "nocchiere" francese del carro europeo abbia deciso di suicidarsi. I motivi sono complessi. Politico.eu li analizza in un interessante articolo che propongo alla vostra riflessione. La prima riflessione da fare, però, è che in Francia si è costituito un gruppo di studio parlamentare per investigare le cause del problema. Vi immaginate una cosa simile da noi?
Le cause sono tante, e vanno da quelle evidenti (è chiaro che l'allargamento a Est dell'Unione è stato voluto dalla Germania nel suo interesse, che non era solo economico - manodopera qualificata da far entrare facilmente nelle sue fabbriche via Schengen - ma anche politico - creazione di una rete di vassalli da usare per mettere in minoranza i partner storici), a quelle meno evidenti, fra cui una questione generazionale: i rappresentanti francesi nelle istituzioni europee stanno andando in pensione, e i giovani enarchi sono molto meno attratti di un tempo da Bruxelles. Naturalmente, è un cane che si morde la coda: più la Francia passa in minoranza, meno prestigio offrono le cariche europee, e quindi minori incentivi hanno i giovini ram-polli dell'alta borghesia francese a recarsi nelle sedi dove i tedeschi li umiliano. Meglio restarsene a casa propria, o andare all'IMF, o in qualche multinazionale. Ma così la situazione si è degradata e si degraderà ulteriormente, e alla fine, del famoso asse franco-tedesco rimarrà solo un asse tedesco-tedesco, che la Francia non vedrà nemmeno più, perché lo avrà fuori dal campo visuale.
Questo lo dico a beneficio dei buontemponi che dicono "bè, però Renzi ha sbagliato, dovrebbe creare prima una rete di alleanze, e poi fare la voce grossa!". Forse non è chiaro come stanno le cose a Bruxelles e in Europa. I governi dei paesi in crisi sono tutti sostanzialmente ininfluenti, anche quando non sono direttamente commissariati dalla Bce (come quello greco, con la marionetta Tsipras), e l'unico paese di un certo peso politico che potrebbe schierarsi con noi, cioè la Francia, non lo fa perché pensa di essere migliore di noi (e vi ho mostrato più volte per tabulas che questa è presunzione), ma anche se lo facesse non ci potrebbe ormai aiutare più di tanto a cambiare i reali rapporti di forza a Bruxelles, le cui istituzioni sono marce di metastasi tedesche.
Chiaro il concetto? Abbiamo di fronte a noi un'alternativa non semplice: o un gesto disperato ma risolutivo, o alcuni decenni di disperazione.
Chi ci comanda non ha chiari i termini del problema, ve lo garantisco (e del resto lo vedete da voi), e quindi quale sarà l'esito ve lo lascio immaginare.
Ah, a proposito: buona domenica!
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