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martedì 29 novembre 2011

L'uscita dell'euro redux: la Realpolitik colpisce ancora

Questa volta invece sarò lungo, pesante e polemico. Mi riscuso.

A distanza di 3 mesi dalla pubblicazione sul Manifesto del mio articolo sull’uscita dall’euro, vorrei riproporlo nel mio forum col suo titolo originale (Il teorema della piscina) e commentarlo brevemente per vedere a che punto siamo. L’articolo era stato banalizzato da molti (a cominciare dalla redazione) come un manifesto a favore di “svalutazioni competitive”. Chiunque si documenti un minimo sa che il problema europeo è proprio dato dalle svalutazioni competitive... ma della Germania, non dell’Italia! L’intento dell’articolo non era nemmeno quello di “prevedere” la fine dell’euro, perché da prevedere c’era e c’è ben poco. Chiunque si documenti un minimo sa bene che sulla insostenibilità dell’euro si sono pronunciati i massimi economisti mondiali. E poi, è sotto gli occhi di tutti. Non c’è bisogno di prevedere, basta vedere.

Il mio intervento in realtà proponeva un'analisi politica, un'analisi che mi sembra si stia rivelando giusta ogni giorno di più, e che politici e giornalisti non mi sembravano e non mi sembrano in grado di fare, per motivi ogni giorno più evidenti. Questa analisi si può sintetizzare in pochi punti:

1)      rivendicando l’euro la sinistra italiana si è suicidata politicamente, perché l’euro è il coronamento di due progetti non esattamente di sinistra: il progetto imperialistico della Germania, e il progetto di “disciplina” dei sindacati mediante il vincolo esterno, caro alle classi dominanti dei paesi periferici;

2)      l’ideologia del “vincolo esterno”, tra l’altro, era intrinsecamente di destra perché disconosceva in modo paternalistico il diritto dei cittadini di orientare le scelte economiche del proprio paese, delegandolo a istanze tecnocratiche spacciate per indipendenti, e si basava su un ampio progetto di disinformazione, volto a nascondere i costi economici dell’euro ampiamente documentati dalla letteratura economica; la Realpolitik suggeriva però alla sinistra di aderire a questa ideologia di destra, che era l’unica che le desse qualche speranza di accedere ogni tanto alla stanza dei bottoni;

3)      continuando a difendere l’euro, per evitare una spiacevole autocritica, la sinistra si espone al rischio di essere sorpassata a sinistra. Lascerà cioè un argomento vero e inoppugnabile (l’euro ha strangolato l’economia italiana) in mano alle destre più becere e nazionaliste (dalla Lega in giù). E allora la situazione diventerà difficilmente reversibile.

Questa analisi politica è stata capita da molti, ma ha anche incontrato una serie di prevedibili critiche, forse anche perché i giornalisti vogliono parlare di economia (senza saperne molto), ma mal sopportano che chi conosce le dinamiche economiche della società si arrischi a trarne conclusioni politiche. Purtroppo (per loro, ma soprattutto per noi) tutto quello che avevo previsto nell’articolo si è verificato. Lo sottolineo, nel rileggerlo con voi, non per vanità (è vero che il nostro lavoro ci lascia poche altre soddisfazioni, oltre a quella di essere Cassandre, ma qui da prevedere c’era poco: è un film già visto). Insisto su questo punto perché insieme riflettiamo su cosa fare per evitare il suicidio totale delle forze progressiste nel nostro paese.. Vi ricordo che l’articolo è stato inviato alla redazione l’8 agosto, e pubblicato il 23 agosto. Vi ricordo anche che è stato l’articolo del forum “La rotta d’Europa” più referenziato su Google (47800 hits).

Voglio infine sottolineare che non disconosco a nessuno, tantomeno a un giornalista, il diritto di esprimere comunque le proprie opinioni, per quanto disinformate esse siano. Voglio però insistere sul fatto che esprimersi in modo disinformato durante una crisi economica equivale a farlo durante un’epidemia, durante una catastrofe nucleare, insomma, durante un evento nel quale chi non coopera al prevalere della razionalità si assume responsabilità molto gravi. In particolare, la disinformazione sui temi economici in questa fase di crisi economica e politica è un’operazione intrinsecamente antidemocratica, perché influisce sulle libere scelte degli elettori e perché rischia di propugnare scelte che possono condurci a esiti nazionalisti e autoritari. Per questa mia difesa della razionalità tecnica dell’economia sono stato fatto passare per una maestrina dalla matita blu che si arrocca nel suo sapere tecnico e emette sentenze dalla sua torre d’avorio. A voi il giudizio.

Segue il testo inviato alla redazione, in tondo, con alcuni commenti in corsivo.

Il teorema della piscina.

Un anno fa, discorrendo con Aristide, chiedevo come mai la sinistra italiana rivendicasse con tanto orgoglio la paternità dell’euro: non vedeva quanto esso fosse opposto agli interessi del suo elettorato? Una domanda simile a quella di Rossanda. Aristide, economista di sinistra, mi raggelò: “caro Alberto, i costi dell’euro, come dici, sono noti, tutti i manuali li illustrano. Li vedevano anche i nostri politici, ma non potevano spiegarli ai loro elettori: se questi avessero potuto confrontare costi e benefici non avrebbero mai accettato l’euro. Tenendo gli elettori all’oscuro abbiamo potuto agire, mettendoli in una impasse dalla quale non potranno uscire che decidendo di fare la cosa giusta, cioè di andare avanti verso la totale unione, fiscale e politica, dell’Europa.” Insomma: “il popolo non sa quale sia il suo interesse: per fortuna a sinistra lo sappiamo e lo faremo contro la sua volontà”. Ovvero: so che non sai nuotare e che se ti getto in piscina affogherai, a meno che tu non “decida liberamente” di fare la cosa giusta: imparare a nuotare. Decisione che prenderai dopo un leale dibattito, basato sul fatto che ti arrivo alle spalle e ti spingo in acqua. Bella democrazia in un intellettuale di sinistra! Questo agghiacciante paternalismo può sembrare più fisiologico in un democristiano, ma non dovrebbe esserlo. “Bello è di un regno come che sia l’acquisto”, dice re Desiderio. Il cattolico Prodi l’Adelchi l’ha letto solo fino a qui. Proseguendo, avrebbe visto che per il cattolico Manzoni la Realpolitik finisce in tragedia: il fine non giustifica i mezzi. La nemesi è  nella convinzione che “più Europa” risolva i problemi: un argomento la cui futilità non può essere apprezzata se prima non si analizza la reale natura delle tensioni attuali.

Primo commento: per aver denunciato la Realpolitik paternalistica sottostante alla scelta dell’euro sono stato accusato di complottismo da svariati passanti(guardate ad esempio il dibattito con p.p. in questo post), e di incapacità di analisi politica da diversi colleghi (anche loro abbastanza paternalisti: “sai, Alberto, tu sei bravo, ma un giornalista ha una visione politica più ampia della tua!” Sarà...). A nulla è servito far notare che questa Realpolitik era palese e ammessa dai suoi stessi protagonisti. L’argomento di Prodi infatti è quello che riporta la Rossanda: “dovevamo cominciare dalla moneta perché altrimenti non si sarebbe fatto nulla, data la litigiosità dei governi europei”. Ma questo modo di argomentare chiarisce bene che chi lo ha fatto sapeva benissimo che “cominciare dalla moneta” era la cosa sbagliata: bisognava cominciare dal disegno di istituzioni che uniformassero le economie reali europee e riducessero il conflitto fra i governi. E infatti ora le stesse persone ammettono l’irrazionalità della scelta compiuta, il fatto che essa conviene solo alla Germania, ecc. Quindi si sapeva che ci sarebbero stati dei costi e questi costi sono stati nascosti agli elettori.

Complottismo? Bene: allora cosa ne dite di questo video? Svegliatevi! Siete in mano a persone che ragionano così, non a statisti, ma a politicanti, a persone che preferiscono che una regione (il Lazio) sia gestita male anziché bene purché questo dia loro qualche speranza di accedere alle leve del potere non per i loro intrinseci meriti, ma per la loro capziosa abilità di portare scompiglio nelle fila dell’avversario. Siete in mano a persone che non si occupano degli studenti “perché non votano”. Siete in mano a persone che affidano alla crisi economica il compito di portarle al potere, con una Schadenfreude e un disprezzo del proprio paese che dovrebbe suscitare rivolta in qualsiasi italiano di buon senso. Sono persone prive di visione, incapaci di pensare in categorie che non siano quelle tattiche della Realpolitik. Sono le persone che hanno sterilizzato il dibattito politico italiano polarizzandolo sul tema dell’antiberlusconismo, non perché ritenessero Berlusconi dannoso al paese, ma perché lo ritenevano di intralcio alla loro bramosia di potere.

Del resto, costruire un nemico era l’unico modo per coagulare un po’ di consenso attorno a una classe politica che non aveva nulla da dire e molto da nascondere. Perché queste persone sono le stesse che per “disciplinare” (leggi: sconfiggere) i sindacati hanno sconfitto il proprio paese, nella speranza di poter così entrare (loro) nei salotti buoni della finanza (“abbiamo una banca”!). Cara Concita, benvenuta nel club dei complottisti. Non mi sei mai sembrata così bella! Se poi sapessi che anche tu capisci che questa sinistra ha gestito l'euro come la presidenza della regione Lazio, mi sentirei meno solo su questa terra...


Il debito pubblico non c’entra.

Sgomenta l’unanimità con la quale destra e sinistra continuano a concentrarsi sul debito pubblico. Che lo faccia la destra non è strano: il contrattacco ideologico all’intervento dello Stato nell’economia è il fulcro della “controriforma”  seguita al crollo del muro. Questo a Rossanda è chiaro. Le ricordo che  nessun economista ha mai asserito, prima del trattato di Maastricht, che la sostenibilità di un’unione monetaria richieda il rispetto di soglie sul debito pubblico (il 60% di cui parla lei). Il dibattito sulla “convergenza fiscale” è nato dopo Maastricht, ribadendo il fatto che queste soglie sono insensate. Maastricht è un manifesto ideologico: meno Stato (ergo più mercato). Ma perché qui (cioè a sinistra?) nessuno mette Maastricht in discussione? Questo Rossanda non lo nota e non se lo chiede. Se il problema fosse il debito pubblico, dal 2008 la crisi avrebbe colpito prima la Grecia (debito al 110% del Pil), e poi Italia (106%), Belgio (89%), Francia (67%) e Germania (66%). Gli altri paesi dell’eurozona avevano debiti pubblici inferiori. Ma la crisi è esplosa prima in Irlanda (debito pubblico al 44% del Pil), Spagna (40%), Portogallo (65%), e solo dopo Grecia e Italia. Cosa accomuna questi paesi? Non il debito pubblico (minimo nei primi paesi colpiti, altissimo negli ultimi), ma l’inflazione. Già nel 2006 la Bce indicava che in Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna l’inflazione non stava convergendo verso quella dei paesi “virtuosi”. I Pigs erano un club a parte, distinto dal club del marco (Germania, Francia, Belgio, ecc.), e questo sì che era un problema: gli economisti sanno da tempo che tassi di inflazione non uniformi in un’unione monetaria conducono a crisi di debito estero (prevalentemente privato).

Secondo commento: inutile dire che questo punto (la rilevanza del debito privato) è passato inosservato. Anche qui il motivo è politico. A tutti, ma soprattutto alla “sinistra”, fa comodo liquidare il problema come un problema di debito pubblico, perché così ne può dare la colpa al governo precedente. Il problema è invece di debito privato, la colpa è dell’euro, e il governo precedente ha tenuto i conti in ordine, mantenendo il fisiologico incremento del debito durante la recessione nell’ambito dei 10 punti di Pil. Certo, questo ci ha riportato indietro di dieci anni come rapporto debito/Pil, ma in Europa, con una crisi simile, solo la Germania ha fatto marginalmente meglio di noi, potendo però contare su una crescita drogata dalla nostra domanda. Quindi Berlusconi non era un problema macroeconomico, l’euro sì, e i fatti lo dimostrano.

Inflazione e debito estero.

Se in X i prezzi crescono più in fretta che nei suoi partner, X esporta sempre meno, e importa sempre più, andando in deficit di bilancia dei pagamenti. La valuta di X, necessaria per acquistare i beni di X, è meno richiesta e il suo prezzo scende, cioè X svaluta: in questo modo i suoi beni ridiventano convenienti, e lo squilibrio si allevia. Effetti uguali e contrari si producono nei paesi in surplus, la cui valuta diventa scarsa e si apprezza. Ma se X è legato ai suoi partner da un’unione monetaria, il prezzo della valuta non può ristabilire l’equilibrio esterno, e quindi le soluzioni sono due: o X deflaziona, o i suoi partner in surplus inflazionano. Nella visione keynesiana i due meccanismi sono complementari: ci si deve venire incontro, perché surplus e deficit sono due facce della stessa medaglia (non puoi essere in surplus se nessuno è in deficit). Ai tagli nel paese in deficit deve accompagnarsi un’espansione della domanda nei paesi in surplus. Ma la visione prevalente è asimmetrica: l’unica inflazione buona è quella nulla, i paesi in surplus sono “buoni”, e sono i “cattivi” in deficit a dover deflazionare, convergendo verso i buoni. E se, come i Pigs, non ci riescono? Le entrate da esportazioni diminuiscono e ci si indebita con l’estero per finanziare le proprie importazioni. I paesi a inflazione più alta sono anche quelli che hanno accumulato più debito estero dal 1999 al 2007: Grecia (+78 punti di Pil), Portogallo (+67), Irlanda (+65) e Spagna (+62). Con il debito crescono gli interessi, e si entra nella spirale: ci si indebita con l’estero per pagare gli interessi all’estero, aumenta lo spread e scatta la crisi.

Lo spettro del 1992.

E l’Italia? Dice Rossanda: “il nostro indebitamento è soprattutto all’interno”. Non è più vero. Pensate veramente che ai mercati interessi con chi va a letto Berlusconi? Pensate che si preoccupino perché il debito pubblico è “alto”? Ma il nostro debito pubblico è sopra il 100% da 20 anni, e i nostri governi, anche se meno folcloristici, sono stati spesso più instabili. Non è questo che preoccupa i mercati: quello che li preoccupa è che oggi, come nel 1992, il nostro indebitamento con l’estero sta aumentando, e che questo aumento, come nel 1992, è guidato dall’aumento dei pagamenti di interessi sul debito estero, che è in massima parte debito privato, contratto da famiglie e imprese (il 65% delle passività sull’estero dell’Italia sono di origine privata).

Terzo commento: previsione azzeccata. Vorrei ricordare che all’epoca la sinistra “per bene” era tutta intenta a combattere il Belzebù Berlusconi, ritenuto responsabile della sfiducia dei mercati. Berlusconi se ne è andato, e lo spread è granitico intorno a 500 punti. Mi sembra chiaro quindi che i mercati non erano innervositi da lui, come avevo detto (anche su lavoce.info, che all'epoca era l'organo più antiberlusconiano in circolazione, per comprensibili motivi).

Cui Prodest?

Calata nell’asimmetria ideologica mercantilista (i “buoni” non devono cooperare) e monetarista (inflazione zero) la scelta politica di privarsi dello strumento del cambio diventa strumento di lotta di classe. Se il cambio è fisso, il peso dell’aggiustamento si scarica sui prezzi dei beni, che possono diminuire o riducendo i costi (quello del lavoro, visto che quello delle materie prime non dipende da noi) o aumentando la produttività. Precarietà e riduzioni dei salari sono dietro l’angolo. La sinistra che vuole l’euro ma non vuole Marchionne mi fa un po’ pena. Chi non deflaziona accumula debito estero, fino alla crisi, in seguito alla quale lo Stato, per evitare il collasso delle banche, si accolla i debiti dovuti agli squilibri esterni, trasformandoli in debiti pubblici. Alla privatizzazione dei profitti segue la socializzazione delle perdite, con il vantaggio di poter incolpare a posteriori i bilanci pubblici. La scelta non è se deflazionare o meno, ma se farlo subito o meno. Una scelta ristretta, ma solo perché l’ottusità ideologica impone di concentrarsi sul sintomo (lo squilibrio pubblico, che può essere corretto solo tagliando), anziché sulla causa (lo squilibrio esterno, che potrebbe essere corretto cooperando). Alla domanda di Rossanda “non c’è stato qualche errore?” la risposta è quella che dà lei stessa: no, non c’è stato nessun errore. Lo scopo che si voleva raggiungere, cioè la “disciplina” dei lavoratori, è stato raggiunto: non sarà “di sinistra”, ma se volete continuare a chiamare “sinistra” dei governi “tecnici” a guida democristiana accomodatevi. Lo dice il manuale di Acocella: il “cambio forte” serve a disciplinare i sindacati.

Quarto commento: so che non fa piacere scoprire di essere stati presi in giro. Per questo il mio lavoro ha avuto molte critiche. Ma se non partiamo da qui, cioè dall’ammissione che il “popolo della sinistra” si è fatto prendere in giro da politici che gli hanno proposto come soluzione delle politiche di destra (perché dannose agli interessi dei salariati) non andremo da nessuna parte. Bisogna rottamare i “padri nobili” dotati di “visione” che ci hanno messo in queste condizioni con l’euro, a partire da quello che si rimbocca le maniche, e rottamarli da sinistra, cosa che si può fare solo denunciando quello che è in tutti i manuali di economia, cioè la distorsione deflazionistica che l’euro induce, per cui alla fine rimane solo da tagliare. Se non lo si denuncia apertamente, allora la rottamazione rimarrà (come è) in mano ai giovanotti tutti chiesa e Bce, e non usciremo dal meccanismo dei sacrifici inutili.

Più Europa?

Secondo la teoria economica un’unione monetaria può reggere senza tensioni sui salari se i paesi sono fiscalmente integrati, poiché ciò facilita il trasferimento di risorse da quelli in espansione a quelli in recessione. Una “soluzione” che interviene a valle, cioè allevia i sintomi, senza curare la causa (gli squilibri esterni). È il famoso “più Europa”. Un esempio: festeggiamo quest’anno il 150° anniversario dell’unione monetaria, fiscale e politica del nostro paese. “Più Italia” l’abbiamo avuta, non vi pare? Ma 150 anni dopo la convergenza dei prezzi fra le varie regioni non è completa, e il Sud ha un indebitamento estero strutturale superiore al 15% del proprio Pil, cioè sopravvive importando capitali dal resto del mondo (ma in effetti dal resto d’Italia). Dopo cinquanta anni di integrazione fiscale nell’Italia (monetariamente) unita abbiamo le camicie verdi in Padania: basterebbero dieci anni di integrazione fiscale nell’area euro, magari a colpi di Eurobond, per riavere le camicie brune in Germania. L’integrazione fiscale non è politicamente sostenibile perché nessuno vuole pagare per gli altri, soprattutto quando i media, schiavi dell’asimmetria ideologica, bombardano con il messaggio che gli altri sono pigri, poco produttivi, che “è colpa loro”. Siano greci, turchi, o ebrei, sappiamo come va a finire quando la colpa è degli altri.

Quinto commento: a quell’epoca non andava ancora di moda chiedere alla Bce di agire come “lender of last resort”. Una versione riveduta e corretta, ma ugualmente insulsa, del più Europa. I motivi sono due: (1) nel lungo periodo interventi di quantitative easing da parte della Bce alzerebbero l’inflazione nei paesi del nucleo europeo, i cui elettori sono stati bombardati da anni col messaggio che l’inflazione è il male assoluto. La non sostenibilità politica di questo intervento è quindi chiara: al limite, sarebbero gli elettori dei paesi del nucleo a chiedere di uscire dall’euro (danneggiando se stessi). (2) qualsiasi politica monetaria centralizzata non corregge gli squilibri fondamentali, che sono squilibri fra paesi. A cosa serve alzare l’inflazione media europea, se la Germania ne ha comunque (per quanto alta) un po’ meno degli altri? A nulla. L’unico risultato è quello di dare un po’ di fiato alle finanze pubbliche dei paesi periferici, in modo che abbiano munizioni da sparare quando le loro finanze private rientreranno in crisi, avendo accumulato passività verso i paesi del nucleo. Forse è questo che si vuole.

Quelli che vogliono una Bce come la Fed americana forse non sanno che negli Stati Uniti il bilancio federale compensa con trasferimenti una proporzione attorno al 30% degli shock negativi subiti da Stati dell’Unione. Questo è il risultato degli studi compiuti non dai soliti ex-sindacalisti, ex-sociologi, ex-portieri di serie B che in questi giorni pontificano sull’euro, ma da studiosi di riconosciuto spicco internazionale come Bayoumi e Masson o Sala-i-Martin e Sachs, articoli che un economista che vuole pronunciarsi su questo dibattito dovrebbe conoscere (parlo mai di Walras io?). In questo caso, e solo in questo caso, la politica monetaria centralizzata funziona. Si chiama integrazione fiscale. E voi ce la vedete la Germania ad agire in tal senso, compensando gli shock dei Pigs con i soldi che ha accumulato grazie alla loro domanda? No, ovviamente. Quindi anche la Bce modello Fed non può funzionare. Chiavatevelo in testa: non può. L’unica Bce buona è quella morta.

Deutschland über alles.

Le soluzioni “a valle” dello squilibrio esterno sono politicamente insostenibili, ma lo sono anche quelle “a monte”. La convivenza con l’euro richiederebbe l’uscita dall’asimmetria ideologica mercantilista. Bisognerebbe prevedere simmetrici incentivi al rientro per chi si scostasse in alto o in basso da un obiettivo di inflazione. Il coordinamento del quale Rossanda parla andrebbe costruito attorno a questo obiettivo. Ma il peso dei paesi “virtuosi” lo impedirà. Perché l’euro è l’esito di due processi storici. Rossanda vede il primo (il contrattacco del capitale per recuperare l’arretramento determinato dal new deal post-bellico), ma non il secondo: la lotta secolare della Germania per dotarsi di un mercato di sbocco. Ci si estasia (a destra e a sinistra) per il successo della Germania, la “locomotiva” d’Europa, che cresce intercettando la domanda  dei paesi emergenti. Ma i dati che dicono? Dal 1999 al 2007 il surplus tedesco è aumentato di 239 miliardi di dollari, di cui 156 realizzati in Europa, mentre il saldo commerciale verso la Cina è peggiorato di 20 miliardi (da un deficit di -4 a uno di -24). I giornali dicono che la Germania esporta in Oriente e così facendo ci sostiene con la sua crescita. I dati dicono il contrario. La domanda dei paesi europei, drogata dal cambio fisso,  sostiene la crescita tedesca. E la Germania non rinuncerà a un’asimmetria sulla quale si sta ingrassando. Ma perché i governi “periferici” si sono fatti abbindolare dalla Germania? Lo dice il manuale di Gandolfo: la moneta unica favorisce una “illusione della politica economica” che permette ai governi di perseguire obiettivi politicamente improponibili, cavandosela col dire che sono imposti da istanze sopraordinate (quante volte ci siamo sentiti dire “l’Europa ci chiede...”?). Il fine (della lotta di classe al contrario) giustificava il mezzo (l’ancoraggio alla Germania).

Sesto commento: sono sconfortato dall’insipienza tecnica non solo del pubblico, ma anche e soprattutto di molti colleghi. L’ideologia della stabilità dei prezzi li porta a non capire una cosa semplicissima: in un sistema di cambi fissi chi forza una deflazione sta praticando una svalutazione reale competitiva. Che questo sia da 60 anni il disegno esplicito della Germania è lucidissimamente esposto da Cesaratto. Un sistema di cambi fissi (o moneta unica, il che è lo stesso) non può sopravvivere se c’è qualcuno che fa il furbo, e non esistono strumenti tecnici per opporsi. Non esistono perché non li si vuole porre in essere. In una logica keynesiana, sarebbe bastato inserire nella costruzione dell’euro una clausola della valuta scarsa (come quella che Keynes propose a Bretton Woods), che attribuisse ai paesi in deficit il diritto di adottare pratiche commerciali protezionistiche nei confronti dei paesi in surplus che non accettassero (come la Germania non accetta) di cooperare alla soluzione degli squilibri. Non lo si è fatto non tanto perché le regole le detta il più forte, ma anche perché dotando i paesi di armi per difendersi si sarebbe palesato il fatto che con l’euro si apriva una guerra commerciale. E l’euro doveva essere venduto agli elettori come l’età dell’oro...

La svalutazione rende ciechi.

È un film già visto. Ricordate lo Sme “credibile”? Dal 1987 al 1991 i cambi europei rimasero fissi. In Italia l’inflazione salì dal 4.7% al 6.2%, con il prezzo del petrolio in calo (ma i cambi fissi non domavano l’inflazione?). La Germania viaggiava su una media del 2%.  La competitività italiana diminuiva, l’indebitamento estero aumentava, e dopo la recessione Usa del 1991 l’Italia dovette svalutare. Svalutazione! Provate a dire questa parola a un intellettuale di sinistra. Arrossirà di sdegnato pudore virginale. Non è colpa sua. Da decenni lo bombardano con il messaggio che la svalutazione è una di quelle cosacce che provocano uno sterile sollievo temporaneo e orrendi danni di lungo periodo. Non è strano che un sistema a guida tedesca sia retto dal principio di Goebbels: basta ripetere abbastanza una bugia perché diventi una verità. Ma cosa accadde dopo il 1992? L’inflazione scese di mezzo punto nel ’93 e di un altro mezzo nel ’94. Il rapporto debito estero/Pil si dimezzò in cinque anni (da -12 a -6 punti di Pil). La bolletta energetica migliorò (da -1.1 a -1.0 punti). Dopo uno shock iniziale, l’Italia crebbe a una media del 2% dal 1994 al 2001. La lezioncina sui danni della svalutazione (genera inflazione, procura un sollievo solo temporaneo, non ce la possiamo permettere perché importiamo il petrolio) è falsa.

Settimo commento: i tronfi tromboni (o parola che faccia rima) che premettono un “neo” a ogni parola che usano (il neoliberismo neocapitalista, il neouovo e la neogallina), lo fanno un po’ perché sono pagati a cartella (forse), e molto per indurre la sensazione (falsa, ma plausibile agli occhi degli incolti) che questa volta siamo in una situazione totalmente nuova, per cui la storia non ha nulla da insegnarci. La Storia ha sempre da insegnare, a chi non è in cattiva fede.

Irreversibile?

Ma tutto questo Rossanda non lo sa. Sa che la svalutazione non sarebbe risolutiva, e che le procedure di uscita non sono previste, quindi... Quindi cosa? Veramente Rossanda è così ingenua da non vedere che la mancanza di procedure di uscita è solo un espediente retorico, il cui scopo è quello di radicare nel pubblico l’idea di una “naturale” o “tecnica” irreversibilità di quella che in fondo è una scelta umana e politica (e come tale reversibile)? Certo, la svalutazione renderebbe più oneroso il debito definito in valuta estera. Ma porterebbe da una situazione di indebitamento estero a una di accreditamento estero, producendo risorse sufficienti a ripagare i debiti, come nel 1992. Se non lo fossero, rimarrebbe la possibilità del default. Prodi vuol far sostenere una parte del conto ai “grossi investitori istituzionali”? Bene: il modo più diretto per farlo non è emettere Eurobond “socializzando” le perdite a beneficio della Germania (col rischio camicie brune), ma dichiarare, se sarà necessario, il default, come hanno già fatto tanti paesi che non sono stati cancellati dalla geografia economica per questo. È già successo e succederà. “I mercati ci puniranno, finiremo stritolati!”. Altra idiozia. Per decenni l’Italia è cresciuta senza ricorrere al risparmio estero. È l’euro che, stritolando i redditi e quindi i risparmi delle famiglie, ha costretto il paese a indebitarsi con l’estero. Il risparmio nazionale lordo, stabile attorno al 21% dal 1980 al 1999, è sceso costantemente da allora fino a toccare il 16% del reddito. Nello stesso periodo le passività finanziarie delle famiglie sono raddoppiate, dal 40% all’80%. Rimuoviamo l’euro, e l’Italia avrà meno bisogno dei mercati, mentre i mercati continueranno ad avere bisogno dei 60 milioni di consumatori italiani.

Ottavo commento: la ricerca scientifica dice che i costi del default sono grandemente esagerati dall’opinione pubblica. Del resto, l’Argentina dal suo default in poi è decollata, i redditi pro capite sono cresciuti dell’8% all’anno, portando l’Argentina dalla 60° alla 54° posizione nella graduatoria mondiale. Certo, le interpretazioni su cosa è successo non sono univoche (possono mai esserlo, quando ci sono i soldi di mezzo?), ma una cosa è certa: chi evoca l’Argentina come spauracchio è un dilettante che fa autogol, per diversi motivi: (1) perché rende evidente che l’euro non ci ha difeso dalla crisi, ma ci ha messo in crisi, esattamente come l’Argentina fu messa in crisi dall’aggancio al dollaro: perdita di competitività, accumulo di debito estero, crisi; (2) perché rende altresì evidente che la crisi da noi non sarebbe ugualmente devastante: la svalutazione necessaria all’Italia si colloca attorno al 20%, perché questo è il differenziale di inflazione che abbiamo cumulato verso la Germania dall’ultimo riallineamento del cambio; in Argentina fu del 230% non perché “i mercati” la punirono, ma perché quello era il differenziale di inflazione maturato nei confronti del dollaro negli anni della dollarizzazione; abbiamo già svalutato del 20% nel 1992, è stata dura, ma siamo sopravvissuti; chi parla di svalutazioni del 100% sragiona o è un dilettante dell’economia che non dovrebbe parlare in un momento di crisi, momento in cui la disinformazione diventa  un atto intrinsecamente antidemocratico; gli esperti, che in quanto tali stanno già pensando a un piano B, sanno che la svalutazione nostra (o la rivalutazione tedesca) sarà di quell’ordine di grandezza; ringrazio Sergio Polini per la segnalazione dell'ultimo link, ma, senza sminuire il suo contributo, segnalo che queste cifre sono ovvie, perché sono quelle ampiamente previste dalla teoria economica , secondo la quale quando ci si sgancia da una valuta troppo forte si recupera il differenziale di inflazione cumulato, e questo è anche il modello che i mercati usano!  (3) perché oggi gli argentini stanno bene.

 Non faccia la sinistra ciò che fa la destra.

Dall’euro usciremo, perché alla fine la Germania segherà il ramo su cui è seduta. Sta alla sinistra rendersene conto e gestire questo processo, anziché finire sbriciolata. Non sto parlando delle prossime elezioni. Berlusconi se ne andrà: dieci anni di euro hanno creato tensioni tali per cui la macelleria sociale deve ora lavorare a pieno regime. E gli schizzi di sangue stonano meno sul grembiule rosso. Sarà ancora una volta concesso alla sinistra della Realpolitik di gestire la situazione, perché esiste un’altra illusione della politica economica, quella che rende più accettabili politiche di destra se chi le attua dice di essere di sinistra. Ma gli elettori cominciano a intuire che la macelleria sociale si può chiudere uscendo dall’euro. Cara Rossanda, gli operai non sono “scombussolati”, come dice lei: stanno solo capendo. “Peccato e vergogna non restano nascosti”, dice lo spirito maligno a Gretchen. Così, dopo vent’anni di Realpolitik, ad annaspare dove non si tocca si ritrovano i politici di sinistra, stretti fra la necessità di ossequiare la finanza, e quella di giustificare al loro elettorato una scelta fascista non tanto per le sue conseguenze di classe, quanto per il paternalismo con il quale è stata imposta. Si espongono così alle incursioni delle varie Marine Le Pen che si stanno affacciando in paesi di democrazia più compiuta, e presto anche da noi. Perché le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra. Ma mi rendo conto che in un paese nel quale basta una legislatura per meritarsi una pensione d’oro, il lungo periodo possa non essere un problema dei politici di destra e di sinistra. Questo spiega tanta unanimità di vedute.

Nono e ultimo commento: ogni singola parola di questo paragrafo mi è stata contestata. Mi è stato detto: “il capitalismo tedesco è razionale, non segherà il ramo sul quale è seduto”... e si è visto! Le cose si sono spinte a un punto tale che ormai l’unica soluzione razionale per la Germania è propugnare un’uscita selettiva o generalizzata. Non lo si dice per evitare fenomeni, appunto, argentini (corse agli sportelli, ecc.), ma che ci sia aria di piano B è evidente e confermato da tutti i quotidiani finanziari internazionali. Il governo tecnico (il macellaio col grembiule rosso) è arrivato, come da me previsto in un periodo in cui tutti pensavano che Berlusconi sarebbe stato eterno. Ma il lavoro sporco in democrazia viene sempre fatto fare alla sinistra. Vi ricordate gli anni ’90? Da dove venite? Da Marte? La destra si è appropriata di una verità tecnica (l’euro è stato un errore) e la sinistra continua a difendere una bugia tecnica, quando, se avesse ascoltato il mio modesto contributo e quello di tanti grandi economisti, avrebbe potuto attivare un vero dibattito sulla rotta d’Europa, su basi equilibrate e propositive, anziché la sfilata della corte dei miracoli alla quale abbiamo assistito per tutta l’estate, condotta su basi distorte e difensive, tutte volte a salvare il non salvabile, e quindi a non riflettere sul “dopo”. Perché un “dopo” ci sarà. E naturalmente chi avrà mentito e continuato a mentire ai suoi elettori non potrà che pagarne le conseguenze. Ci avviamo a altri due decenni di governi di destra, nazionalisti e populisti, se non ammettiamo che l’euro è stato un errore, non liquidiamo politicamente chi lo ha commesso, e non riflettiamo su come uscirne con il minor danno possibile.

Sed de hoc satis. Per un economista, in fondo, non è così divertente occuparsi di cose che la lettura affrettata di un libro di testo del secondo anno fa immediatamente intuire come ovvie. Volevo solo attirare la vostra attenzione sul fatto che queste verità ovvie sono state deliberatamente ignorate da qualcuno. E il motivo c'era. Complottismo?

58 commenti:

  1. Che interpetazione da dei deliri di Vladimiro Giacché?
    Claudio Martini

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  2. A cosa si riferisce in particolare? Giacchè è molto attivo, scrive molto, io purtroppo non ho tempo di seguire tutto... Mi scusi!

    AB

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  3. La scuso! Giacché difende a spada tratta l'euro e l'Europa, ma a parte questo andiamo al punto: nel link che rimanda la dibattito con p.p. E' contenuto un altro link con una spiegazione dei difetti dell'Europa, pubblicata su Proteo, che lei definisce "complottista". Ecco, li e' concentrato il delirio
    http://proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=325

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  4. Caro Bagnai, tiri per la sua direzione senza innervosirsi su critiche tipiche di chi ha terminato le cartucce. Non si scandalizzi poi se esistono dei "padri nobili" e lei magari viene considerato uno strano tipo, chi comanda utilizza sempre questa strategia(a vario titolo ed in varia misura anche i "compagni" del Manifesto godono di un credito, eccessivo, che può in alcuni casi trasformarsi in potere). Si tratta di parlare a quella parte di paese che ha creduto nell'euro come possibilità di riscatto,
    accettando di fare sacrifici per sè e per i propri figli. Il modo migliore per farlo è spiegare, raccontare, informare e lei lo sta facendo egregiamente. Come ci insegnano però le ferree regole della comunicazione il "tono" è un contenuto a sua volta. Mantenga la calma,non dia del cretino o del figlio di a nessuno. Capisco la disperazione di chi si sente solo perchè libero. Chi oggi osa e può parlare grazie alla propria istruzione nei termini in cui lei sta facendo, dà voce e visibilità a persone e temi sino ad ora impresentabili. Anche se è difficile, si faccia carico sino in fondo di questo ruolo.
    Un pò di polemica alza l'"Audience" ed in questo momento potrebbe essere anche funzionale ma si tenga comunque lucido. Saluti, Massimo Ciuffini

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  5. INTERESSANTISSIMO ARTICOLO, GRAZIE MILLE, BUON LAVORO, DIFFONDO!

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  7. Due domande. La prima deriva da ignoranza (non ho ancora recuperato i manuali di Gandolfo che mi ha consigliato): lei scrive 'Le entrate da esportazioni diminuiscono e ci si indebita con l’estero per finanziare le proprie importazioni'. Ma di solito non ci si indebita con la propria banca, che di solito è nazionale?

    La seconda è pura curiosità: chi sono i grandi economisti che avevano denunciato in tempi non sospetti l'inopportunità dell'euro? Ha qualche link 'storico'?

    Claudio

    p.s. a integrazione dell'esempio sull'Argentina: secondo i dati IMF riportati dal CEPR di Washington è il paese che negli ultimi dieci anni ha avuto la maggiore crescita economica di tutto l'Occidente!
    http://www.cepr.net/index.php/publications/reports/the-argentine-success-story-and-its-implications

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  8. Caro Alberto,
    una cosa però non mi è chiara in tutto questo processo. Quando sento parlare di argomenti intorno alla crisi spesso ho l'impressione che vengano affrontati come se la zona euro fosse chiusa ermeticamente (o quasi) rispetto al resto del mondo. Invece sappiamo tutti che il contesto è importante. La svalutazione italiana dell'inizio degli anni 90 che hai citato come caso positivo cadde in un contesto nel quale la concorrenza delle nuove economie industriali non era così forte, come sono invece diventate in seguito ad esempio quelle dell'India e della Cina, ma non solo.
    E' possibile che in un contesto differente la svalutazione di una eventuale nuova lira italiana non raggiunga gli obbiettivi voluti o debba essere molto più pesante del previsto? Se si innescasse una iniziale e abbastanza prevedibile "gara" alla svalutazione fra i paesi che escono dall'euro (se l'euro crollasse, l'Italia non sarebbe probabilmente la sola ad uscirne) e a loro volta la Cina e l'India (e forse altri) decidessero di svalutare per continuare a vendere nel mercato dei paesi transfughi dall'euro, dubito che l'Italia sia in grado di reggere il colpo come in passato, quando eravamo in un contesto differente. Correggimi se sbaglio (d'altra parte sai bene che non sono un economista e quindi perdonerai i miei concetti molto poco tecnici) ma ho l'impressione che la svalutazione funzioni bene in due casi: 1) quando si ha un importante peso specifico industriale relativamente al resto del mondo, 2) quando si hanno importanti riserve di materie prime. L'Italia del 91 si trovava all'interno del caso 1) molto più allora che oggi. La potenza industriale italiana da allora è diventata meno importante, sia perché ha perso pezzi, sia perché altri paesi hanno superato di gran lunga l'Italia in quanto a produzione. Ecco, questo mi fa dubitare che l'Italia possa rientrare nel caso 1) come nel 91. Concludo dicendo che l'Argentina rientra nel caso 2 e infatti si è ripresa bene.

    Un caro saluto,
    Paolo

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  11. @Sergio Polini: La ringrazio molto per la risposta. Mi trovo sostanzialmente d'accordo con lei per quanto riguarda il discorso del "nord euro", della rivalutazione di un eventuale nuovo marco e della conseguente diminuzione delle esportazioni tedesche, contemporaneo all'aumento di quelle dei paesi che intendano svalutare la propria valuta.
    Nel suo discorso solamente un aspetto non mi è chiaro, il paragone fatto con l'inflazione presente negli altri paesi del mondo. È vero che l'Italia attualmente ha un'inflazione simile a quella cinese, poco più alta di quella statunitense e inferiore a quella di altri grandi paesi emergenti. Tuttavia lo stato attuale dell'inflazione italiana è influenzato molto dall'effetto stabilizzante dell'euro e all'azione della BCE, che ha fra i suoi scopi proprio il mantenimento di un tasso basso di inflazione. Venendo meno l'euro verrebbe meno anche l'effetto stabilizzante e l'inflazione salirebbe a livelli sicuramente più alti di quello attuale, soprattutto se i paesi usciti dall'euro svalutassero. A mio avviso è un errore pensare che il tasso di inflazione attuale presente nei paesi dell'euro sia un tasso non influenzato dall'euro stesso e sia unicamente generato dal sistema del singolo paese in esame. C'è chi ipotizza che all'Italia serva una svalutazione di circa il 20%, cosa succederebbe in tal caso all'inflazione? E a quel punto non occorrerebbe svalutare ancora per "correre dietro" all'inflazione?

    Cordiali saluti,
    Paolo Perrone

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  12. Ringrazio tutti per gli interessanti stimoli e l'affettuoso sostegno, saluto Paolo (il quale sa bene che nemmeno io sono un economista), ringrazio Sergio sia perché ritiene autorevole un mio eventuale contributo, sia perché ha dato delle risposte impeccabili.

    Questo non significa che voglio sottrarmi a dare anche le mie risposte, ma cercate di capirmi: devo consegnare venti cartelle su "Crisi finanziaria e governo della moneta" a una rivista entro ieri, e oggi ho avuto consiglio di dipartimento, consiglio di sezione, consiglio di corso di laurea, e due ore di lezione (l'unico momento piacevole).

    Ci metto sopra dieci chilometri di corsa e vedo cosa posso fare: prometto di rispondere a tutti in modo strutturato.

    Grazie.

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  13. Caro Alberto, l' abbiamo conosciuta attraverso i video presenti su youtube riguardanti l' assemblea " fuori dall' Euro, fuori dal debito ". Sulla nostra pagina facebook abbiamo pubblicato più volte i suoi interventi. Volevamo chiederle: cosa ne pensa di ciò che afferma Brancaccio in questi i giorni ovvero che la Germania non ha tanto paura della deflagrazione dell' euro ma piuttosto della fine del mercato unico europeo? Ovvero se si esce dall' Euro tornando alle monete nazionali svalutate esiste il rischio che la Germania venga a fare " shopping" nel nostro paese dei gioielli di famiglia? Onde evitare questo il ritorno alla moneta sovrana va abbinato a un ritorno a politiche protezionistiche e di blocco di movimenti di capitali?

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  14. Scusate, comincio dalla fine:

    @salviamo la democrazia.

    Apprezzo in generale l'analisi di Brancaccio che è uno dei primi in Italia ad aver correttamente individuato il problema negli squilibri di bilancia dei pagamenti fra i paesi dell'eurozona. Non sono sempre d'accordo con le sue conclusioni.

    Ad esempio, il rischio di "shopping" esiste anche se si mantiene l'euro, e forse esiste proprio perché c'è l'euro. Basti pensare al fatto che la crisi finanziaria italiana si sarebbe potuta evitare, in tempi normali, rispondendo con una minima svalutazione agli shock esogeni provenienti dagli Stati Uniti (non è un'idea mia: lo hanno detto ieri sera in apertura a Ballarò... e se lo dice la voce del padrone si vede che è una verità che non si può proprio nascondere!).

    Non abbiamo potuto farlo, e questo ha determinato, per i soliti motivi di panico legati all'irrazionalità dei mercati, un crollo dei valori di borsa delle principali aziende italiane, che ora sono molto convenienti per l'estero. C'è anche chi, come Giannino, ha avanzato l'idea che l'attacco contro i titoli italiani sia stato innescato proprio a questo scopo: la vendita coordinata di titoli da parte di un gruppo di banche franco-tedesche sarebbe servita a innescare una ondata di panico e quindi di fuga dagli asset italiani, per poi rientrare quando questi si fossero sufficientemente deprezzati. Non mi sembra un'idea stupida, e nemmeno un'idea complottista (potremmo fare a meno di usare questa parola?), anche perché, se ci pensate, è esattamente quello che successe nel 1992: gli speculatori vendevano lire, cercando di forzarne una svalutazione che poi arrivò, "premiando" i loro sforzi (se compri 100 lire di marchi e la lira si svaluta del 20% quando ricompri le lire te ne danno 120). Il problema è che nel 1992 il deprezzamento dell'asset intorno al quale ruotava il gioco speculativo (cioè la valuta) ci restituì competitività. In questo caso il deprezzamento dei nostri asset (titoli di stato e privati, azioni) non ripristina la nostra competitività. L'analogia col 1992 è che le rigidità favoriscono sempre e comunque la speculazione destabilizzante (allora era lo SME, oggi l'euro). La differenza è che questa volta siamo cornuti e mazziati (svalutati ma non competitivi).

    Rispetto al crollo delle capitalizzazioni di borsa (che si sarebbe potuto evitare o quanto meno assorbire avendo autonomia monetaria e valutaria, e che di per sé apre la strada ai saldi di fine Repubblica - o ,se preferite, di fine democrazia), l'ulteriore 20% di svalutazione della moneta che ci aspetterebbe uscendo è ben poca cosa.

    Capiamoci bene: qui o si esce, e si prendono le misure difensive necessarie (certo, controlli dei movimenti dei capitali, perché no?), o verremo mangiati.

    Grazie per l'attenzione.

    Paolo.... arrivo!

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  16. Carissimi,
    vi presento Paolo Perrone: un ottimo violinista intonato, musicale, e soprattutto sempre sorridente: una vera eccezione in un categoria piuttosto arcigna (in Italia)! Ed è anche una di quelle persone che siccome si occupano di quello che l’Italia ha di più grande, di quello che i cinesi meno ci possono copiare, e di quello in cui quindi dovremmo più investire, rischia invece di essere penalizzata più di altre da politiche macroeconomiche insensate, tutte basate su quello che Krugman definisce il mito vittoriano dell’austerità. I primi tagli saranno alla cultura, e i primi tagli alla cultura saranno alla musica, cioè anche a Paolo.
    Bene, Paolo, avendoti fatto dei complimenti sinceri, ora però ti do giù, come si dice a Roma, ma con grande affetto, con quell’affetto che spero tu avrai per me se ci capiterà di lavorare insieme (e io sbaglierò... il che non è detto)! Siccome hai un ottimo orecchio, ti sei intonato perfettamente al “la” che senti dare da quattro decenni a questa parte. Piccolo problema: anche in economia, come nella musica antica, si usano (almeno) due “la” diversi...
    [1] Per anni ti hanno detto, ci hanno detto, che l’Italia era cresciuta slealmente su svalutazioni competitive effettuate per spingere le proprie esportazioni. Questa è la favoletta che si racconta, associando al dato economico un giudizio morale. Il che, secondo me, condiziona la tua analisi in vari modi.
    [1.1] Se vai al mercato sabato in tarda mattinata, il pesce costa meno, per ovvi motivi legati alla legge della domanda e dell’offerta. Il pescivendolo è uno sleale svalutatore competitivo? Non credo. La legge della domanda e dell’offerta è un fisiologico meccanismo di mercato che serve a “pulire” gli eccessi di offerta o di domanda. Non si vede per quale motivo essa non dovrebbe applicarsi alle valute. Il dibattito sulla superiorità dei cambi fissi rispetto ai cambi flessibili è tuttora aperto. In questo dibattito si sono raggiunti solo due punti fermi: l’incertezza associata a cambi flessibili non danneggia il commercio internazionale (quando i cambi fissi sono stati abbandonati dopo il 1971 il commercio ha continuato a svilupparsi); la rigidità del cambio favorisce speculazioni destabilizzanti (come quello sulla lira nel 1992, o quello sui titoli italiani oggi). Collassi del commercio dovuti a svalutazioni competitive non me ne ricordo.
    [1.2] Siccome ti hanno detto, ci hanno detto, che svalutavamo per esportare, allora tutti dimenticano una cosa molto semplice: che la svalutazione ha effetti anche sulle importazioni! Goofynomics: è strano come una cosa che rende più convenienti i beni nazionali renda meno convenienti i beni esteri... Cerchiamo di capirci: il saldo dei conti con l’estero è dato da esportazioni meno importazioni. Se noi svalutassimo, i nostri beni costerebbero all’estero il 20% in meno e i beni esteri a noi costerebbero il 20% in più. Supponiamo, come dici tu, che gli altri non comprino i nostri beni. Ma siamo sicuri che noi continueremmo a comprare beni che costano il 20% in più, considerando che siamo già alla canna del gas? Un miglioramento dei conti esteri ci sarebbe quindi in ogni caso, se non altro per la riduzione delle importazioni. In altre parole, in questo momento una svalutazione italiana sarebbe protettiva, non competitiva. E direi giustamente protettiva, contro l’assurda e suicida deflazione competitiva tedesca. E proteggendoci daremmo fiato alla nostra economia, perché ridiventerebbe conveniente produrre all’interno molti beni che ora compriamo all’estero (indebitandoci).

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  17. [1.3] Ma gli effetti sulle esportazioni ci sarebbero, e come. Sento dire che la svalutazione non avrebbe effetti perché l’Italia si è deindustrializzata, e questo è in fondo quello che dici anche tu. Ma da dove viene questa idea? Su sbilanciamoci uno mi ha fatto tutto un discorso che “siccome il porto di Genova... allora la fabbrichetta in Brianza...”. Conosci la canzone di Elio “Mi cuggino”: “mi ha detto mi cuggino...”. Cosa voglio dire? Che se si passa dal piano dei fondamentali macroeconomici a quello degli aneddoti mi arrendo, avete vinto e tenetevi l’euro: c’è sempre una fabbrica che ha chiuso, un cuggino che in Germania (o in Spagna) sta tanto bene, eccetera. Se si rimane sul piano dei fondamentali, però, vorrei capire come è possibile che un paese che ha “deindustrializzato" abbia visto crescere le sue esportazioni di 10 punti di Pil (dal 14% al 24%) dal 1992 al 2007 (scelgo l’anno prima della crisi, poi sono calate di due punti fino al 2010). L’Italia esporta molto più ora di allora: su un volume maggiore di beni maggiore, l’impatto di una variazione del cambio sarebbe comunque significativo.
    [1.4] Ma il petrolio, il petrolioooooooooo... E tutti giù a stracciarsi le vesti. Ma il petrolio... de che? (come si dice a Roma). Nel 1992, quando svalutammo del 20%, la bilancia energetica dell’Italia non si mosse (era attorno a -1.5% del Pil e lì rimase). Evidentemente l’Italia era cosparsa, all’epoca, di pozzi di petrolio (rimossi a causa della deindustrializzazione che ha fatto quasi raddoppiare le nostre esportazioni). Oppure... oppure bisogna ragionare in modo più professionale e pensare ad esempio che se i prezzi cambiano, la domanda si adatta. Il mondo è complicato.
    [2] Ti hanno detto che il successo delle economie emergenti si basa sulla svalutazione, e quindi pensi che se noi svalutassimo, loro, perfidi, con la bocca ancora lorda del sangue dei bambini che mangiavano fino a ieri (quando erano comunisti) subito correrebbero a svalutare ulteriormente, scatenando una race to the bottom. E a forza di sentirselo dire uno ci crede. Solo che non è vero. Ho scritto un libro e un paio di paper per dimostrare che il successo della Cina non deriva dalle svalutazioni competitive, non fosse altro che perché da quando la Cina si trova in surplus strutturale, il suo cambio reale si è rivalutato, e di molto (mentre quello della Germania si è svalutato). E poi i fatti mi hanno dato ragione. Infatti le economie occidentali sono crollate, e la Cina no, il che significa semplicemente che la Cina già da tempo sta crescendo sulla sua domanda interna (sui suoi consumi) anziché sulla nostra domanda (cioè sulle esportazioni), perché se crescesse sulle esportazioni sarebbe andata giù quando la nostra domanda è crollata fra 2008 e 2009. E non lo ha fatto. Se ti preoccupa la Cina, dormi tranquillo.

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  18. (e chiudo):

    [3] Ma ti preoccupa anche l’inflazione, et pour cause. Da anni ti bombardano, ci bombardano, col messaggio che l’inflazione è il nemico numero uno. E meno male che c’è la Bce che ci difende. E meno male che non possiamo svalutare, perché altrimenti l’inflazione ci devasterebbe: il circolo vizioso svalutazione/inflazione. Anatema sit!
    Sarà.
    Ti do anche qui qualche flash.
    Intanto, torno a ribadire che l’evidenza mostra che una svalutazione nominale non sempre e non subito si scarica integralmente sui prezzi interni, anche perché, naturalmente, nessuno pensa di svalutare e basta. La svalutazione può essere accompagnata da altre misure di politica economica. Fra 1992 e 1993 svalutammo del 20%. L’inflazione scese (scese, cioè andò giù) di un punto. L’Argentina nel 2001 svalutò del 230%. L’inflazione sali da zero a circa il 25% (non il 230%). Poi riscese. Chiaro, no? Non occorrerebbe svalutare per correre dietro all’inflazione, non certo ora, che siamo in recessione, e quindi a rischio deflazione (eventualmente). L’inflazione non annullerebbe gli effetti della svalutazione.
    Poi a te piace la Bce e pensi che lei controlli l’inflazione. Ma anche qui intervieni su un dibattito che in economia è assolutamente aperto. Siamo sicuri che sia la moneta a causare i prezzi, come pensano i monetaristi? (uso un termine un po’ desueto per farmi capire). Se fosse così, allora le banche centrali potrebbero controllare l’inflazione, controllando la moneta. Ma... supponiamo che sia così. Allora come mai, con una moneta e una banca centrale unica, abbiamo inflazioni diverse in tutti i paesi dell’eurozona? Forse perché la spiegazione monetarista dell’inflazione è un po’ semplicistica, e quella più convincente è quella keynesiana, che vede l’inflazione come esito di un conflitto distributivo fra datori di lavoro e lavoratori, e quindi come determinata in ultima analisi dalle caratteristiche strutturali del mercato del lavoro. Rispetto alle quali la Bce non può fare nulla, assolutamente nulla. E quindi perdendo la Bce non perderemmo nulla. Fidati.
    [4] E finisco con la tua osservazione iniziale, sorprendendoti: sì, dal punto di vista macroeconomico l’Europa, e in particolare l’Eurozona, è un sistema chiuso. Il saldo dei suoi scambi con l’estero è uno zero virgola del Pil. I movimenti di capitali che hanno portato al collasso i paesi della periferia sono tutti avvenuti all’interno di questa zona. L’Europa è un immenso gioco a somma nulla. Ci è stato detto che ci saremmo dovuti unire per essere più competitivi con l’estero, ma così non è stato. Non esportiamo di più (come zona) all’estero, ci limitiamo a massacrarci tra di noi. Come abbiamo del resto sempre fatto negli ultimi quattro millenni.
    L’unica differenza è che due secoli fa la musica era meno sgradevole. E era italiana:

    http://www.youtube.com/watch?v=7TN_bpH_Pgs

    Fammi sapere che ne pensi, ci tengo molto.

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  19. Professore la ringrazio per la risposta che ha scritto sull'altro sito le chiedo scusa per il commento che ho scritto ieri mattina qui forse era fuori luogo, in ogni caso ho trovato tutte le risposte alle domande in questo suo blog e ringrazio Sergio Polini per il contributo dato "di la".

    Se mi è permesso fare una domanda visto che esponenti della Lega parlano di Europa dei popoli favorendo la dissoluzione degli stati nazione è possibile che in realtà il progetto euro fosse originariamente proprio questo? un superstato che avrebbe dissolto completamente gli ex stati nazionali in un'entità più grande e che a questo si sarebbe arrivati "giocoforza" grazie alle crisi (lo ha detto monti recentemente) che sarebbero intervenute sicuramente.
    qualcosa del genere: http://www.youtube.com/watch?v=IA3ZQQ7tR9c
    Eleggere il "capo" dell'europa questo dicevano stasera sulla rai (e questo "capo" in che lingua dovrebbe parlare secondo loro? in inglese con l'inghilterra fuori dall'euro?), sarebbe compatibile con la sua visione di eurozona sistema chiuso? Dissolvere gli stati nazione risolverebbe le attuali diversità o non sarebbe ancora più improponibile perchè emergerebbero differenze ancora più forti fra microaree? ammesso che fosse possibile convincere i nazionalissimi francesi ad essere espressioni greografice docg o i tedeschi espressioni di non si sa cos'altro.
    Mah mi sembra tutto talmente delirante da non riuscire a capire il fine sinceramente, solo sto tornando ad essere anche io nazionalista!


    p.s. nota musicale è bellissimo VIvaldi ma non dimentichi che, in quelle che sembrano oggettivamente macerie, l'italia ha prodotto questo personaggio qui che "contorce le budella a tutto il mondo" e che verrà ricordato nei prossimi secoli e millenni (anche più di vivaldi) per giunta ancora vivo e vegeto
    http://www.youtube.com/watch?v=jmax47l2hLU
    Non buttiamoci giù che non lo meritiamo

    Giuseppe

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  20. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  21. Caro Giuseppe,

    mi sono perso il commento per il quale ti scusi. Non vorrei averlo cancellato per errore. Non ho messo filtri ai commenti, nessun commento è fuori luogo in un problema che ci riguarda tutti, e poi mi sembra che tu mi facessi dei complimenti, che io ovviamente non posso trovare fuori luogo.

    Se mi seguite sapete che denuncio l'atteggiamento schizofrenico dei nostri governanti. Tre esempi. La Bce viene accusata di non fare quello che la Banca d'Italia veniva accusata di fare (acquistare titoli di Stato). La colpa della politica fiscale europea sarebbe quella di non essere accentrata, ma la colpa di quella italiana sarebbe di non essere federale (cioè decentrata presso le regioni). Ci inteneriamo alla retorica delle minoranze e della diversità, ma poi ci viene detto che per uscire dalla crisi dovremo diventare tutti tedeschi.

    Delirio? No, credo sia pura e semplice cattiva fede, tatticismo politico, assenza di visione spacciata per grande e nobile visione.

    Due flash: visto che le strategie economiche sono ispirate al mercantilismo seicentesco e all'imperialismo ottocentesco, forse potremmo tirar fuori un atteggiamento un po' fuori moda: il patriottismo! Non è necessario essere nazionalisti: ma magari riconoscere che non sei peggiore di un altro per il fatto di essere diverso da lui e italiano potrebbe aiutare. Dovremmo liberarci dal nostro strano e provinciale complesso di inferiorità, anche per capire che abbiamo il diritto di decidere a casa nostra.

    Secondo flash: l'esempio di Vivaldi non era scelto a caso. Morricone usa un linguaggio che già esiste per dire delle cose molto belle e che resteranno. Ma Vivaldi ha creato un linguaggio. Tre anni dopo la pubblicazione dell'Estro Armonico Bach ne aveva trascritto quasi tutti i concerti. Insomma: c'è stato un periodo in cui si diceva ai tedeschi: "se volete migliorare, dovete diventare un po' più italiani". E l'Italia (divisa) esportava tecnologia (aveva cominciato coi mulini ad acqua nel Medioevo).

    Morale: e se ognuno restasse quello che è, e provassimo a crescere insieme? L'argomento che siccome la Cina è grande dobbiamo creare una specie di dittatura paneuropea a me sinceramente fa un po' ridere (o rabbrividire).

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  22. Sergio: miiii quanto sei attivo! Ma visto che sei così attivo: proposta indecente: vieni a dare una mano all'università, che dopo il disastro Berlinguer c'è tanto, ma tanto bisogno....

    ;)

    Alberto

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  23. Sempre a Sergio e Giuseppe: scusate, ma nell'articolo si parla proprio di questo. Guardate che l'Italia trasferisce risorse dalle regioni ricche a quelle povere, e ora parliamo di federalismo e abbiamo le camicie verdi. Ripeto: proporre una cosa del genere in Europa significherebbe avere dopo poco le camicie brune. Non è politicamente proponibile ai tedeschi di pagare per gli altri. Neanche se fa comodo a loro.

    L'Italia non era una zona valutaria ottimale, e tutto quello che ci è successo è il trailer del film europeo: economie disparate tenute insieme dalla "mobilità" del fattore lavoro (leggi drastica emigrazione), dall'"integrazione" fiscale (leggi: trasferimenti), senza che questi processi dimostrino una qualsiasi dinamica equilibrante, anche per l'atteggiamento predatorio del Nord, in cerca di mercati di sbocco. Il tutto, ovviamente, venduto dai "padri nobili" come "visione politica", "sogno ideale", ecc.

    E sono passati 150 anni.

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  24. Alberto Bagnai, scusa, tu dici:
    >oppure bisogna ragionare in modo più professionale e pensare ad esempio che se i prezzi cambiano, la domanda si adatta
    Ok, ma questo allora vale anche per quello che succede a cambi fissi. Invece sembra che per te il cambio fisso determina solo problemi per i Paesi deboli, che devono per forza comprare come pazzi all'estero indebitandosi, mentre la svalutazione non comporterebbe problemi perché il Paese debole è furbo e se aumentano i prezzi, riduce le spese. Ma allora perché questo non vale anche per le importazioni col cambio fisso? Siamo proprio sicuri che i Greci siano ora costretti a comprare Mercedes in Germania? Può darsi, ma allora saranno anche costretti a comprare petrolio con la loro ridicola dracma, indebitandosi comunque. Infatti, uno dei motivi per cui chi svaluta non lo fa una volta sola ma è costretto a farlo in continuazione, ogni tot anni, è che la svalutazione è un modo poco sano per compensare uno squilibrio, che sarebbe più sensato curare con una medicina vera, agendo sule cause del problema (leggi: competitività). Infatti i Paesi che svalutano, siccome sono poco competitivi, dopo un po' di anni si ritrovano comunque indebitati sull'estero, e quindi devono ricorrere a nuove svalutazioni. Come faceva l'Italia fino al '92, e infatti l'Italia aveva anche un'inflazione più alta degli altri Paesi europei, ma mascherava tutto con un deficit oltre il 10%, regalando posti pubblici e pensioni baby, e aumentando il debito pubblico a scapito delle generazioni future. Veramente pensate che questo schema sia sostenibile sul lungo periodo? Nel '92 siamo arrivati al 125% sul Pil di debito pubblico: per quanto tempo avremmo potuto continuare così?

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  25. http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=277


    Professore lei è d'accordo con quest'analisi di Barnard? Ma possibile che nessuno si rende conto di quello che sta accadendo?

    Giuseppe

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  26. Caro Ermes,

    ti ringrazio per il dissenso, che mi aiuta a precisare il mio pensiero, il quale si articola in tre punti:

    1) Non propugno svalutazioni competitive.
    2) Non propugno svalutazioni competitive.
    3) Non propugno svalutazioni competitive.

    Scusa se lo ho detto tre volte, non voglio essere antipatico, ma (non per colpa tua, né per colpa mia) il mio articolo è stato inquadrato così, e allora repetita juvant. Guarda il lato positivo: sto sottolineando che SONO D'ACCORDO CON TE SU QUESTO PUNTO. La svalutazione competitiva è una stategia sterile.

    Ma riusciamo a capire che non tutte le svalutazioni sono competitive? E che se le svalutazioni sono così vergognose quando sei in deficit, perché le rivalutazioni non sono motivo di orgoglio quando sei in surplus?

    Insomma, io continuo ad affermare quello che è detto in ogni testo di macroeconomia: lo strumento della svalutazione è indispensabile per reagire a shock eccezionali come quello causato dalla crisi americana.

    Tu mi dirai: ma di questo strumento abbiamo abusato, e allora meglio privarcene. Questa argomentazione non mi convince, per diversi motivi. Te ne dico solo uno. Se un'Unione Monetaria si dà un target di inflazione del 2%, chi tiene il suo tasso di inflazione costantemente al di sotto non è più bravo, è più furbo, perché sta praticando una svalutazione reale competitiva.

    Non importa se lo fa perché tiene alta la disoccupazione e minaccia gli operai di delocalizzare qualora non accettino la moderazione salariale, o se lo fa perché è "più produttivo" (bisognerebbe poi vedere cosa ciò significhi).

    Se lo fa, porta l'Unione al collasso. Siccome questa è la strategia della Germania da 40 anni (una strategia deliberata e ampiamente ammessa dai suoi attori, come potrai constatare se ti leggi Cesaratto, S. e Stirati, A. (2010-11), "Germany and the European and global crisis", International Journal of Political Economy, vol. 39, pp. 56-86), non mi scandalizza poi tanto che l'Italia in passato abbia svalutato.

    QUESTE SVALUTAZIONI SONO STATE DIFENSIVE, PIU' CHE COMPETITIVE.

    Se non trovi l'articolo, scrivimi sulla mia email privata e te lo mando. Oppure resta in contatto: è evidente che devo fare un post sul mito della razza ariana, che ormai in Europa esiste solo in Italia.

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  27. @Giuseppe su Barnard:

    più o meno sono considerazioni in linea con quanto rispondevo sopra a salviamo la democrazia. Un rischio di shopping esiste. Mettiamoci una cosa in testa: la crisi che stiamo affrontando è eccezionale, e deve richiedere l'impiego di strumenti eccezionali, come i controlli sui movimenti di capitale, o la svalutazione. Privarcene non risponde ad alcuna razionalità economica, e quindi risponde a tatticismi (o strategie) politiche non necessariamente espressione democratica degli interessi del paese.

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  28. Ok Alberto, grazie per la risposta. Bene: siamo d'accordo che la politica svalutazione-spesa pubblica che perseguiva l'Italia prima dell'entrata nell'Euro, non è l'idea migliore.
    Però, permettimi di dissentire sul fatto che l'uscita dall'Euro sia la risposta. Intanto, molte delle critiche che vengono fatte alla Germania, vengono fatte a posteriori: siccome fino ad ora è il Paese che più ci ha guadagnato, vuol dire che è il più cattivo. Invece, visto che le regole dell'unione monetaria le conoscevano tutti i Paesi che ci sono liberamente entrati, direi che l'errore è stato, per i Paesi più deboli come Italia e Grecia, non interpretare l'entrata nel modo corretto. Questi Paesi avrebbero dovuto utilizzare il risparmio dato dal crollo dei tassi di interesse, che ha consentito di ridurre la spesa per interesse, per fare riforme che avrebbero dovuto rendere competitivo il sistema: meno sprechi, meno dipendenti pubblici, meno corruzione ed evasione fiscale, meno debito pubblico, più infrastrutture. La Germania dal canto suo le riforme le ha fatte, nel 2003. Noi invece ci siamo drogati di berlusconismo, mentre i Greci hanno fatto le Olimpiadi e poi hanno truccato i conti. Se permetti, posso capire che ai tedeschi girino un po' i cosiddetti, adesso...
    Detto ciò, a chi sostiene il default e l'uscita dall'Euro, vorrei ricordare che il default per l'Argentina ha significato migliaia di persone finite per la strada a rovistare nell'immondizia. Oggi poi si sostiene che l'Argentina sta bene perché cresce dell'8%... ma siamo sicuri che in assoluto stia meglio di noi? Se qualcuno vuole sostenere che l'Argentina è oggi un Paese più benestante dell'Italia, lo dica per favore. Poi però magari vada a vedere qua: http://it.wikipedia.org/wiki/Lista_di_stati_per_PIL_(PPA)_pro_capite

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  29. Caro Eugenio, mi piace molto il tuo argomentare costruttivo. Sono d'accordo sul fatto che le implicazioni dell'entrata dell'euro non siano state correttamente percepite dai paesi periferici, e, se vuoi, questo è proprio uno dei temi del mio lavoro. Io sostengo che queste implicazioni non sono state percepite perché in parte sono state deliberatamente nascoste.

    Non dico che i tedeschi sono "cattivi". Dico che cercano mercati di sbocco e sono riusciti a ottenerli, anche per la dabbenaggine dei governi altrui. Ricordiamo sempre che un conto è un'Unione, un conto è una colonizzazione. In un'Unione la logica del "primo della classe" non funziona. L'atteggiamento "chiagn'e ffotte" dei tedeschi è fuori luogo. Ti prego, leggi Cesaratto, altrimenti non ci capiremo mai.

    Berlusconi credo c'entri ben poco.

    Ai tedeschi non deve girare niente, perché se noi stavamo sbagliando, dovevano dircelo prima, visto che erano e sono così bravi! Ti ricordo che:

    1) le riforme le hanno fatte violando per primi il patto di Stabilità e di crescita da essi imposto agli altri paesi;

    2) dal gioco dell'euro hanno guadagnato un attivo di 1000 miliardi di dollari.

    Se parlano solo ora è perché, avendoci spremuti, capiscono che non posso guadagnare ulteriormente, ma anzi perdere (perché ora devono, per vendere, confrontarsi coi cinesi).

    Certo che il default è doloroso (ma non lo sto propugnando) e certo che l'Argentina è più in basso di noi nella graduatoria a PPA. Però da quando l'Argentina ha abbandonato il dollaro è risalita di sei posizioni, e da quando noi siamo entrati nell'euro siamo scesi dalla 25° alla 30° posizione. Mi piace il fatto che ricorri ai dati, ma su aspetti di questo genere credo si debba guardare la tendenza.

    Gli argentini non stanno meglio di noi, ma stanno meglio di prima. Noi stiamo meglio di loro, ma stiamo peggio di prima. Alla fine ci verremo incontro, e in un certo senso questo è anche fisiologico... ma sarebbe anche fisiologico per noi cercare di non stare peggio.

    In questo senso è giusto e sacrosanto che bisogna combattere l'evasione, dotarsi delle infrastrutture giuste, eliminare le inefficienze della PA, ecc. Ma vogliamo farlo durante una crisi, senza avere le risorse per farlo? O vogliamo dotarci di tutti gli strumenti necessari per contrastare la crisi, e poi farlo? Certo, questo richiede il rinnovo di una classe politica. E il mio lavoro lo ho scritto proprio per questo. Cominciamo a eliminare chi ha mentito perché ragiona come Concita De Gregorio ci ha esposto tanto bene...

    Alberto

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    1. Mentre rassettavo lo studio del mio signore ho trovato per caso una copia del Manifesto del 22 maggio 2011. Un trafiletto a pag. 2 mi informa che:

      "Nel Lazio per esempio il capogruppo alla regione Esterino Montino (l'uomo di voti e di polso che ha preso il timone della Pisana dopo il terremoto Marrazzo) ha dato la surreale indicazione di votare le liste sostenute da Renata Polverini dove sono arrivate ai ai ballottaggi contro quelle del Pdl. Per contribuire a 'disarticolare il centrodestra', ha spiegato. E così a Terracina e Sora il Pd si trova a sostenere lo stesso candidato di Alemanno."

      Ora torno a rassettare, anche se il mio signore mi ha concesso la facoltà di giudizio, temo sempre di abusarne...

      Distinti saluti.

      Herr Lampe

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  30. Va detto che nessuno ha costretto l'Argentina a legarsi al dollaro, quella è stata una decisione a mio avviso assurda, della serie "vorrei-ma-non-posso", cioè invece di diventare un Paese nei fondamentali forte come gli Stati Uniti, li hanno scimmiottati e hanno fatto finta di essere come loro... ovvio che prima o poi dovevano crollare...
    Poi è ovvio che, liberatisi dalla zavorra del debito, per qualche anno hanno potuto crescere, anche agganciandosi alla crescita del Brasile e degli altri Paesi dell'area.. ma dubito che un Paese così, che tende anche più di noi a farsi abbindolare dalle sirene del populismo, sia in grado di crescere in maniera sostenuta anche in futuro. In ogni caso, auguri, ma vi prego (e non mi riferisco in particolare a te, ma a quanti in questi tempi lo stanno facendo), non diffondiamo l'idea che l'Argentina sia un modello!
    E' vero che la Germania ha violato il patto di stabilità (tra l'altro con grande giubilo dei governi francese e italiano, che invece di approfittarne per recuperare il gap, ne hanno approfittato per farlo pure loro...), ma un conto è farlo per due anni, sforando dell'1-2% per rientrare poi nei ranghi, un altro è truccare i conti, e presentare un deficit del 15% come se fosse del 3, come ha fatto la Grecia!
    Quindi, nessuno è perfetto, ma non tutti gli errori sono uguali. Tra l'altro uno dei motivi per cui i tedeschi hanno voluto regole così ferree è stato proprio per la diffidenza nei confronti dell'Italia e del suo mostruoso debito pubblico. Infatti nella formulazione iniziale del Trattato di Maastricht c'era pure il vincolo sul debito al 60%, ma non avendo inserito un piano preciso di rientro e sanzioni, alla fine l'Italia ha potuto entrare lo stesso e tenersi il debito.
    In ogni caso, io continuo a "scusare" la Germania, perché siccome le regole erano chiare, nessuno ci ha costretti a rimanere inefficienti e a farci colonizzare dalle loro merci. Quindi non ci hanno ingannati: semmai siamo stati noi (e ancor di più i Greci) ad essere fessi. Il fatto poi che siamo scesi dalle 25a alla 30a posizione non so se sia dovuto al fatto che stiamo nell'Euro, o al fatto che stiamo scontando inefficienze accumulate nei decenni, a partire dal debito pubblico enorme che ci impedisce ad esempio di rinnovare le infrastrutture. Se fossimo rimasti fuori dall'Euro, come staremmo adesso?
    Comunque, a mio avviso quello che si deve capire è che ora i sacrifici i Paesi occidentali li debbono fare comunque, e che dunque questi sacrifici non sono causati dai tedeschi o dai banchieri cattivi. Anche la Gran Bretagna e gli Stati Uniti con la loro bellissima sovranità monetaria infatti hanno gravi problemi di debito. Il motivo è semplice: con la globalizzazione abbiamo trasferito, in parte volenti in parte nolenti, una quota di ricchezza verso i Paesi emergenti. Buon per loro, ma noi adesso dobbiamo ridimensionarci. Ecco: credo che non dovremmo far credere che ci siano vie non dolorose che ci consentano di continuare a vivere a debito come abbiamo fatto fino ad ora. Qualunque via è dolorosa: default o non default, euro e non euro, i sacrifici li dobbiamo fare comunque.
    Personalmente, vista la natura delle classi dirigenti italiane e visto che comunque il mondo sarà globalizzato anche in futuro, preferisco cercare di rimanere nell'Euro e di risolvere i problemi tutti insieme, visto che comunque a lungo andare rimarrà vero che l'unione fa la forza. Insomma io credo che l'Italia abbia tutto da guadagnare a rimanere in Europa, purché diventi un Paese più serio (d'altro canto se non lo diventa crolla comunque), ma questa è solo la mia opinione.
    Saluti.

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  31. Mi sembra di capire che consideri chiusa la discussione, e va bene così, ti ringrazio per il contributo.

    Devo dire, in ordine sparso:

    [1] che anche quella dell'Italia è evidentemente una storia "vorrei ma non posso",
    [2] che l'idea che siccome i politici non vanno bene, anziché cambiarli ci si vincola a un paese "bravo" mi sembra abbastanza antidemocratica,
    [3] che se la Germania fosse brava avrebbe un surplus con la Cina,
    [4] che l'Argentina si è legata al dollaro dopo un'esperienza di iperinflazione al 3000% e obbedendo alle ricette del Fmi,
    [5] che per questo il Fmi ha perso notevolmente credibilità, il che ha portato a una incrinatura del Washington consensus,
    [6] che le regole di Maastricht (insensate) non sono state rispettate perché altrimenti sarebbe rimasto fuori il Belgio, che i tedeschi consideravano un paese dell'area marco.

    Non ho mai detto che i tedeschi o i banchieri siano cattivi. Ho dimostrato che per i tedeschi, come per i banchieri, è razionale comportarsi nel modo irrazionale in cui si stanno comportando. Si chiama fallimento del mercato.

    Il tempo è galantuomo.

    ALberto

    RispondiElimina
  32. Professore,
    il commento di ieri mattina è in effetti stato cancellato per questo mi chiedevo se avessi scritto qualcosa di sbagliato, in ogni caso ho preferito scusarmi "per sicurezza".

    I miei complimenti nei suoi confronti derivano dal fatto che io da ignorante cercavo di capire da mesi o anni l'euro e nel delirio di informazioni (non mi ero mai imbattuto nella bibliografia vivente di studi economici alias Sergio Polini) non riuscivo assolutamente a raccapezzarmi prima di leggere lei, ora questo è un grande complimento nella misura in cui proviene da un cittadino comune che FINALMENTE riesce a capire qualcosa di una materia sconosciuta per questo ritengo fondamentale che persone come lei siano ringraziate ed incentivate a continuare il più possibile e non lasciate sole.
    Non avendo nulla da guadagnare e non essendo suo alunno spero capisca che i complimenti li rifarei altre mille volte con "la mia faccia sotto i suoi piedi senza nemmeno chiederle di stare fermo... può muoversi... proprio o' massimo" sono di sprone a continuare nella misura in cui controbilanciano lo stress (tanto immagino) che ha sicuramente messo in preventivo di affrontare.

    E' veramente durissimo riuscire a scardinare l'antiitalianismo diffuso ed abilmente inculcato nella misura in cui il professor Antonino Galloni scrisse nel 1981 che il debito pubblico sarebbe raddoppiato entro 10 anni automaticamente e tutti fanno finta di nulla e continuano a dare addosso allo stato italiano mentre la germania non conteggia nel suo di debito circa 400 mld di euro della loro versione di cassa depositi e prestiti sfiorando già adesso il 100% debito pil ma sono lo stesso più bravi, hanno un sistema pensionistico che ha maturato già altri 5mila mld di debiti ma sono lo stesso più bravi.

    L'alfa romeo di arese chiude definitivamente in questi giorni e nessuno dice nulla, (vendiamola ai tedeschi che sono più bravi) nessuno ricorda cosa fosse, nessuno sa che è la marca di auto più prestigiosa al mondo nessuno sà che la fallita alfa fu rilevata dal fallimento dal terrone ingegnere di Napoli Nicola Romeo nei primi del 900, nessuno sa che fu regalata nemmeno svenduta da Prodi alla Fiat in cambio di finanziamenti pubblici (regalata in cambio di soldi alla fiat), nessuno sa che le ferrari erano semplici alfa romeo con cavallino disegnato, in realtà tutti sanno ed hanno le prove ma fingono di non sapere siamo arrivati al ribaltamento di Pasolini lui sapeva ma non aveva prove ora tutti sanno le prove ci sono ma non lo dicono e non lo dicono perchè tanto la gente comune non lo sa e non ha gli strumenti per capirlo, sperano che queste cose i cittadini non le capiscano forse...

    Ha detto bene per istinto me lo dicevo vari mesi fa senza riuscire a capirlo o a spiegarlo, il modo in cui è stata "unificata" l'europa sembra lo stesso identico modo in cui si è fatta l'unità d'italia, un'unità che divide e che crea fortissime tensioni scomparse fino a pochi anni fa.

    Che Nervi!

    Buona notte

    Giuseppe.

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  33. Alberto, non intendevo considerare chiusa la discussione, semplicemente non volevo dare l'impressione di insistere troppo, non essendo sicuro se tu fossi interessato o no a continuare il dialogo.
    Alla 1 ti rispondo che sbaglierò ma credo che l'Italia abbia la capacità e l'intelligenza, se lo vuole, di emendare i propri difetti, insomma non credo che i Paesi mediterranei siano condannati alla corruzione o all'inefficienza. Se noi diciamo questo di noi stessi, in un certo senso diamo seguito ai peggiori pregiudizi nordici. Certo, abbiamo avuto 15 anni, e abbiamo fatto poco, anche grazie ad una classe dirigente (nella quale metto anche i giornali) scadente che non ci ha saputo dire la verità.
    Penso che l'Italia in questi 15 anni avrebbe potuto dar vita a riforme che ci consentissero di far parte dell'Unione senza essere considerati l'anello debole della catena. Non so se questo possa valere per la Grecia, che non ha il nostro apparato produttivo, e quindi è forse troppo debole.
    Ma mi dispiace molto sentire che l'Italia deve uscire dall'Euro perché è un Paese debole che non è in grado di far parte del gruppo dei virtuosi.
    Poi magari è vero, magari siamo un Paese incivile e arretrato, ma allora tanto vale andarsene, che senso ha sperare di fallire o di uscire dall'Euro. In ogni caso finiremmo male comunque, saremmo un Paese insignificante in un mondo globalizzato.
    Credo che la Germania sia "brava" perché ha capito che in un mondo globalizzato sia vantaggioso essere efficienti, usare la spesa pubblica per i servizi sociali e non per la corruzione, e produrre beni di qualità. E si sono preparati anche ad esportare nei mercati emergenti. Nel complesso mi pare un'economia più solida di quella cinese, che comunque sta vivendo una crescita impetuosa, pur tra mille contraddizioni. In ogni caso i suoi problemi sono diversi, cioè quelli di mantenere un tenore di vita elevato sostenendo la concorrenza con i Paesi emergenti.
    Per il resto penso che è vero che gli squilibri tra Paesi diversi nella stessa area possano creare problemi, però penso che il Paese debole debba tenere in ordine i conti e accontentarsi di avere salari e stipendi più bassi, invece di inseguire il tenore di vita dei Paesi più ricchi indebitandosi o sperando di scaricare su di loro i propri problemi, e nel frattempo dovrebbe fare qualcosa per aumentare la propria competitività, come ad esempio investire sull'istruzione. Credo che gli squilibri più grossi si creino se il Paese debole sperpera anche i soldi pubblici o non combatte l'evasione fiscale, il che aumenta la propensione al consumo dei privati a debito. Se invece il Paese è virtuoso, può essere "povero con dignità" e darsi da fare per migliorare la sua posizione.
    D'altro canto l'Europa prevede comunque aiuti ai Paesi e alle aree sottosviluppate, che magari si possono aumentare. Insomma, si è pensato anche a questo, quindi non mi pare rispondente alla realtà un'analisi dell'Europa come una colonia germanica :-)
    Ad esempio l'Irlanda ha ricevuto molti aiuti negli anni '90, e questo è stato uno dei motori della sua crescita. Poi l'eccessivo afflusso di capitali in Paesi come Spagna e Irlanda ha creato anche delle bolle che poi sono scoppiate, ma se si è intelligenti si può fare tesoro degli errori commessi per evitare di commetterli di nuovo.
    Ciao.

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  34. Chiedo conferma ad Eugenio Ermes se per caso ha capito che il debito tedesco, se fossero contabilizzate le passività del Kreditanstalt fur Wiederaufbau (KfW), assimilabile alla nostra Cassa depositi e prestiti conteggiata invece nel debito italiano, salirebbe da subito ad un clamoroso 97,4%. E tutto senza considerare il "virtuosissimo" sitema finanziario olandotedescofrancese.
    E' questa l'europa dei virtuosi di Maastricht di cui dovremmo essere "degni" noi italiani mafiosi e notoriamente imbroglioni?

    Questa è, per inciso, l'Europa dei virtuosi?:

    http://www.youtube.com/watch?v=ljAANHPkrAE

    o piuttosto questa qui?

    http://www.youtube.com/watch?v=lW-HKXaEfl8

    Le cose cambiano molto a seconda dei punti di vista, così come, magicamente, con l'ingresso nell'euro usando parametri tedeschi le alfa 147 quasi non superarono i test di sicurezza, ma siamo sicuri che con i parametri ovviamente truffaldini italiani le auto tedesche avrebbero superato i test di sicurezza?.
    Questo commento è soprattutto una domanda per il prof. Bagnai: può confermare se la storia del debito pubblico uber alles teutonico abbia, come dire, "vizi" di conteggio, o è una leggenda metropolitana?

    Giuseppe

    RispondiElimina
  35. Giuseppe, grazie!
    Eugenio, ti ho dedicato l'ultimo post, che risponde ad alcune delle tue domande.

    Quando vengo accusato di complottismo dalle animelle (crasi per "anime belle") della sinistra penso sempre a Pasolini anch'io, mi ha commosso che anche tu lo ricordi. E come lui sapeva, oggi, grazie a Concita De Gregorio, sappiamo anche noi.

    Sul dato tecnico mi documenterò, lo ignoravo ma non mi sorprenderebbe. Mi sembra evidente, e lo testimonia anche il caso della Grecia, aiutata a truccare i conti da Goldman Sachs, che vogliamo dare pagelle in un sistema che non ha nemmeno dei criteri contabili uniformi e certificati! Come si fa, dico io, a non vedere che sotto certi giudizi c'è una logica tutta politica e tatticista, e poco economica e strategica?

    E poi basta usare categorie moralistiche nel dibattito economico: questa è la vera zavorra della discussione, applicare moralismo vittoriano dove occorrerebbe lucidità tecnica.

    RispondiElimina
  36. Ok, leggerò l'ultimo post, però se mi permetti vorrei sottolineare due punti:
    - sinceramente ho l'impressione che il moralismo sia presente anche nei giudizi così negativi dati nei confronti della Germania. Certo, si può dire che "oggettivamente la Germania colonizza e schiavizza l'Europa", ma visto che nei fatti umani ci sono sempre delle decisioni lucidamente prese, è difficile sostenere che dietro quella frase non ci sia anche un giudizio morale.
    - il mondo va avanti grazie agli interessi, ma non solo. Dietro le grandi decisioni storiche (mi vengono in mente, ad esempio, la nascita della Società delle Nazioni e dell'Onu, l'unificazione tedesca ed europea, l'unità d'Italia ecc.) vi sono interessi ma anche valori. Non sempre poi all'atto pratico gli attori chiamati a gestire determinate realtà se ne dimostrano all'altezza, ma questo è un altro discorso. Mi pare però che esista la tendenza a mostrare solo gli interessi, e a raccontare la storia in questa maniera che mi pare un po' grottesca. Tra l'altro sembra che gli osservatori si dividano tra le "anime belle" che si illudono, e che si contrapporrebbero a quelli che la sanno lunga, che sono quelli che ci raccontano che esistono solo interessi e zero valori, che di fatto fanno emergere l'uomo soltanto come un essere cinico che non farebbe altro che cercare di sfruttare gli altri e la natura a proprio vantaggio. Ora, non ti conosco abbastanza per pensare che tu la pensi così (anzi, il tuo modo di argomentare riflessivo e non "da arrabbiato" mi farebbe pensare il contrario), però permettimi di farti notare il mio disagio di fronte a questa sensazione che non riesco a non avere di fronte ad analisi impostate in un determinato modo.

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  37. Eccellente. L'ho riproposto sul mio blog (e aggiunto goofynomics ai preferiti). Saluti.

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  38. commento non inteso per la pubblicazione
    Caro Bagnai , meraviglioso il suo blog

    le vorrei fare notare come questo personaggio (volevo scrivere figuro) che si nasconde dietro il nickname di eugenio ermes sintetizza la discussione avuta qui sul suo blog personale
    (mi permetto di suggerire di non cercare il dialogo con questo personaggio in evidente cattiva fede,per quanto la sua contrapposizione dialettica sia stata in quanto modo stimolante) :
    http://eugenioermes.blogspot.com/

    'negli ultimi temi, negli ambienti della sinistra antagonista, si sta diffondendo la richiesta di uscire dall'Euro, per poter svalutare la moneta in modo da recuperare competitività nei mercati internazionali, senza dover chiedere sacrifici al lavoro dipendente e alle pensioni.
    Secondo questa visione, l'attuale crisi dei debiti sovrani non è causata affatto dal debito pubblico dei Paesi cosiddetti Pigs (o Piigs se si vuole includere anche l'Italia), ma dai debiti esteri che questi Paesi hanno accumulato in seguito all'introduzione dell'Euro.
    ....
    Purtroppo i sostenitori di queste tesi non sono a mio avviso particolarmente interessati all'effettiva soluzione migliore per i problemi italiani, perché in fondo, nella logica del tanto meglio tanto peggio, eventuali problemi economi e sociali che si potrebbero scatenare da una nostra uscita dell'Euro, potrebbero, nella loro ottica, fomentare la protesta sociale e quindi creare le condizioni per un più drastico cambiamento del sistema economico-sociale, cambiamento che loro evidentemente si augurano, magari traendo ispirazione da esempi (fallimentari) del passato.

    sottotitolo del suo blog:La libertà dell'individuo è minacciata dagli assolutismi, dai dogmi, dalla povertà, dall'ignoranza e dalla superstizione. I diritti dell'individuo vengono prima di quelli della comunità, delle religioni, e dei cosidetti "valori".

    RispondiElimina
  39. @Anonimo

    Grazie per i complimenti. Mi permetto di farle osservare che la persona che lei cita in effetti non fornisce una sintesi di questo dibattito, perché si guarda bene dal citarlo, così come del resto si guarda dal citare qualsiasi tipo di dato a supporto delle sue opinioni, le quali, proprio per questo motivo, restano opinioni, e non assurgono al rango di ipotesi o teorie scientifiche.

    La libertà di espressione è anche libertà di dilettantismo, inteso sia nel senso novecentesco di superficialità, sia in quello settecentesco di aristocrazia dello spirito. E ce la teniamo così, giudicando caso per caso con quale dilettante abbiamo a che fare.

    Comunque, dialogare è sempre utile.

    RispondiElimina
  40. Ho appena finito di leggere questo post e ho fatto la "ola" da sola (fa anche rima...)Complimenti vivissimi. Queste informazioni alla portata di tutti avrebbero un effetto rivoluzionario. Come si fa a portarle al "grande pubblico"? (Chi non e' stupido si sveglierebbe)
    Continuero' a seguire il suo blog per capirne di piu' di economia. Secondo me e' lo strumento piu' potente che, padroneggiato, potremmo contrapporre al disegno di "macelleria sociale" in atto. Quando le cose vanno bene ci si puo' permettere di dare una delega "in bianco" che non presuppone necessariamente avere conoscenze tecniche sulle scelte che vengono fatte. Ma siccome qua ormai e' chiaro che ci hanno preso in giro,le cose stanno peggiorando a vista d'occhio e non si scorge il fondo, cercare di capire studiando e' l'unica possibilita' che abbiamo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Secondo alcuni la soluzione migliore per portare queste cose all'attenzione del "grande pubblico" è di mettersi a starnazzare insultando a destra e a manca ed evocando complotti da romanzo di terza categoria (quelli che si impolverano nei chioschi delle stazioni ferroviarie).

      Io mi ero limitato a pubblicare (mio malgrado, devo dire) questo articolo sul Manifesto, in uno pseudodibattito online cui partecipavano Rossanda, Bertinotti, ecc.

      Si possono fare altre ipotesi.

      Ad esempio, si potrebbe fare una colletta, acquistare uno spazio pubblicitario, e far leggere questo articolo a puntate da una ragazza sufficientemente discinta. Questo avrebbe più richiamo e anche più senso degli starnazzamenti, ma si rivolgerebbe ahimè solo a una metà del grande pubblico. Per l'altra metà, che so, potremmo scegliere come testimonial Antonio Banderas...

      Lei che ne pensa? Preferisce Clooney? Malcovich? Insomma, un testimonial lo troveremo.

      Il problema, in democrazia, è sempre il solito: chi paga?

      (sottinteso: chi non è stupido si è già svegliato, e quindi chi non si è svegliato... e le deleghe in bianco non bisognerebbe darle mai, ma onestamente non posso dire di non averlo mai fatto nemmeno io).

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    2. Il mio post era serio. Sono solo una cittadina che cerca disperatamente la possibilita' di una "via d'uscita" per cui impegnarsi, perche', e qui introduco una nota filosofica, non riesco ancora ad abbracciare come senso della vita la sola dimensione privata. Nietzche diceva "chi ha un perche' per vivere puo' sopportare tutti i come"....In attesa del mio perche'salvifico, vorrei poter agire sul come......ma mi sembra di dibattermi nelle sabbie mobili. Comunque, continuero' a studiare economia. Sara' una magra consolazione, ma almeno sapro' quali come e perche' agiscono sulla mia realta'.
      P.s. I belli alla George Clooney non mi sono mai piaciuti. Subisco molto di piu' il fascino di qualcuno che dice qualcosa di intelligente ai miei occhi, o ancora meglio, che mi fa ridere....Quindi magari suggerisco Enrico Brignano....Irresistibile!

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    3. Vada per Brignano. Non è escluso che Berlusconi ce lo presti...

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  41. per carità brignano no, non avete visto le due sparate fortemente PRO-MONTI che ha fatto a le iene e dalla dandini? è un asservito, come tutti gli altri.. la satira in italia non esiste più, ogni comico di oggi deve rinunciare a parecchia della sua onestà intellettuale per rimanere a galla.. sarà pure un personaggio che, agli ignari di questa sua sfaccettatura corrotta, piace, fa ridere, attira, ma se dobbiamo ragionare fin dal principio in termini di democrazia dobbiamo partire con tutte le carte in regola, piuttosto propongo un luttazzi

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    1. Ma a dormire non ci andate mai? Tranquillo, io, a differenza di altri, mi rendo conto che gli artisti si fanno ispirare dai soldi di chi li paga. Sai, l'amica ha fatto un post "serio". Quindi non mi stupisce che non si renda conto di quale sia il messaggio di Brignano. Né che lo trovi irresistibile. Il piddinismo è una malattia insidiosa. Ma tutti guariremo, un giorno, confluendo nel nulla. Nel frattempo, tu chiediti perché la Dandini ospita sparate pro-Monti, e magari fatti qualche domanda anche su Luttazzi. O, se lo incontri, chiedi a lui cosa pensa dell'euro. Oggi il vero acid test è questo.

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  42. Qualcosa di buono in giro c'è, persino dalla Dandini.

    http://www.youtube.com/watch?v=_zFUQ49tBR4

    Distinti saluti.

    Herr Lampe

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  43. Lei scrive: quello che preoccupa i mercati è che oggi, come nel 1992, il nostro indebitamento con l’estero sta aumentando, e che questo aumento, come nel 1992, è guidato dall’aumento dei pagamenti di interessi sul debito estero, che è in massima parte debito privato, contratto da famiglie e imprese (il 65% delle passività sull’estero dell’Italia sono di origine privata).

    Non riesco a capire perche si parla di debito privato. Famiglie o imprese non si indebitano con un banca per l’acquisto di beni ? In pratica ci stiamo rovinando con le nostre stesse mani per un eccesso di domanda verso i beni esteri? Se dunque acquistassimo solo il made in italy avremmo un debito privato comunque alto ma non avremmo un deficit delle partite correnti?

    grazie
    Scipione

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    1. Certo, le famiglie (e le imprese) si indebitano con le banche. E perché lo fanno? Evidentemente perché non risparmiano abbastanza. Ma allora le banche dove lo trovano il risparmio da prestare a queste famiglie? Evidentemente non nel paese nel quale non ce n'è (cioè quello nel quale famiglie e imprese si indebitano), ma all'estero.

      Vedi, tu giri per strada, leggi Banca Nazionale del Lavoro, Monte dei Paschi di Siena, Unicredit, dici: sono in Italia, il nome è italiano, la banca è italiana, mi indebito con l'Italia.

      Ma non è così.

      Certo: tu contrai un contratto in Italia con un soggetto residente in Italia, vi parlate in italiano, ecc.

      Ma tu non sai né chi controlla effettivamente la banca, né da dove viene il risparmio che la banca ti presta. La banca può essere di proprietà estera, o può aver raccolto fondi collocando titoli all'estero, o può essersi finanziata sul mercato interbancario estero, ecc. ecc.

      Quindi, per fare un esempio, molte case italiane (come prima di loro quelle tailandesi, islandesi, irlandesi, americane, spagnole, ecc.) sono di fatto finanziate con soldi esteri ("rivenduti" sul mercato italiano).

      Certo che alla base c'è uno scompenso sul mercato dei beni: se consumi troppo (cioè se risparmi poco) importerai anche troppo, cioè i tuoi soldi andranno all'estero, che se li prende... e te li ripresta (perché tu non li hai più).

      Tutto qui.

      Spero sia più chiaro.

      Se acquistassimo solo made in Italy (ma questa è un'ipotesi comunque impossibile da mettere in pratica e per certi versi non auspicabile) nell'aggregato avremmo meno debito privato, oltre a non avere un deficit, perché spenderemmo soldi che creerebbero ricchezza qui (e non all'estero).

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  44. Egregio professore,
    Nessun commento al post, solo attestare la mia stima (qualora non fossero pubblicati, comunque li leggerà. E questo è l'importante).
    Post questo che incomincia ad avere una sua datazione storica ben precisa, ma che nonostante il tempo trascorso, mostra la validità delle Sue analisi ancora oggi.
    In modo particolare mi ha colpito le sue valutazioni sul "Più Europa". Nel leggere i paragrafo mi sono risuonate le parole di Monti pronunciate ieri (9/09/2012) a Cernobbio (al riguardo su twitter ho dedicato un "acrostico" - http://goo.gl/o13tI). C'è poco da stare sereni. Grazie comunque per il tempo che dedica alla divulgazione. Buon lavoro

    PS Spero che un giorno accoglierà l'appello di Claudio Borghi iscrivendosi su twitter. Sostengo l'iniziativa :P

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  45. Grazie Professore, per la sua analisi lucida, illuminante e, soprattutto, comprensibile e condivisibile.
    Non sono un elettore di sinistra, né tuttavia oggi posso schierarmi a destra, giacché, nell'una e nell'altra parte riesco a trovare propositi condivisibili ed altri da cestinare; ne consegue l'impossibilità di uno schieramento puro, assoluto, anche perché significherebbe rinunciare ad una parte di cose "buone", o contribuire a diffonderne alcune "cattive".
    "Turarsi il naso", di vecchia memoria, oggi non è più conveniente poiché, essendo immersi oltre la bocca in un liquame di guai, rischieremmo di soffocarci da soli, con le nostre mani...
    Mani che però, in questo caso, mi sento di usare per dedicarle un applauso, anche se virtuale.
    Grazie ancora,
    gb carlo sambuelli

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  46. Omero

    Mi permetto di commentare, senza aver letto alcuno dei precedenti; ho letto parte dei Suoi post "suggeriti" :-)

    L'italiano medio, a mio avviso, vuole essere "buttato in piscina", perché è troppo faticoso essere cittadini attivi e .... onesti. Conviene fare ciò che si vuole, approfittare delle storture e poi, al bar, urlare "governo Ladro" ....

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  47. Ho capito chi è Aristide (forse), forte! Tutto torna, carriera accademica, didattica internazionale, storia politica, scritti d'opinione, presenze televisive.
    Ma non farò il nome, nemmeno come ipotesi, fintanto che il professore non deciderà di disvelarlo.

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    1. Ti confermo che NON hai capito, perché in televisione non passa mai. È un ottimo economista e un solenne piddino, ma non ha visibilità.

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  48. Il primo commento nomina Vladimiro Giacchè e questo anche :
    "Si tratta invece della proposta di lanciare un «referendum sulla permanenza nell’euro». È un obiettivo che parla direttamente alla necessità, molto avvertita dai cittadini, di decidere del proprio destino e del ruolo dell’Italia in Europa. Ma è un obiettivo sbagliato: anche i critici dell’euro più feroci e conseguenti (si pensi ad Alberto Bagnai) hanno infatti ben chiaro che uno dei presupposti essenziali per un’eventuale uscita non catastrofica di un paese dalla moneta unica consiste nell’avvenire in maniera rapida e inattesa, ponendo altrettanto tempestivamente vincoli sui movimenti dei capitali (in caso contrario, infatti, sarebbero pressoché certi un’enorme fuoriuscita di capitali e il fallimento in serie delle banche del paese interessato). Per questo motivo, è evidente che una campagna referendaria sull’euro condurrebbe l’Italia alla bancarotta ancora prima dell’eventuale uscita dall’euro. In ogni caso, è evidente che quest’unico accenno all’euro, slegato da ogni ragionamento sulla situazione europea (e sulle condizioni italiane in questo contesto), è molto debole e scarsamente persuasivo." l'articolo a questo indirizzo http://keynesblog.com/2013/02/07/la-grillonomics-analisi-del-programma-economico-del-movimento-5-stelle/
    Volevo commentare l'articolo ma sapendo che avrei detto probabilmente delle bischerate , ho pensato che sarebbe interessante avere un suo commento... poi un copia/incolla capita a tutti.

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  49. prof mi sto leggendo questi articoli che all'inizio avevo saltato... alla faccia dell'incazzato! deve essere stata una soddisfazione enorme dopo 11 anni di piddinico muro di gomma poter finalmente trovare qualcuno che volesse ascoltare e capire infatti tranne per l'incazzatura con i troll sembra più tranquillo. mi sa che oltre a fare un bene a noi insegnandoci ciò che magari per un economista è basilare (anche se a volte ha dovuto ripeterle finchè non le abbiamo assimilate)ha fatto anche da valvola di sfogo per lei! dai nel '92 come ha scritto qui sopra siamo usciti con un governo di sinistra... chissà che la storia si ripeta anche perchè ad aspettare in riva il fiume i corpi mi sa che se non si sbrigano morirò di fame e mi toccherà esserne il compagno di viaggio :)

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  50. Articolo molto interessante... tuttavia nella mia esperienza (che premetto è aneddotica, in quanto Italiano con famiglia acquisita argentina) gli argentini, al contrario di come asserisce Lei, NON "stanno bene". Quindi resto alquanto sospettoso riguardo alla validità dell'argomento "default". Tuttora l'Argentina versa in una situazione difficile per la sua classe media, che ha subito un colpo brutale dal default di qualche anno fa. Il cambio col dollaro è assurdo (ce ne sono due di cambi, uno ufficiale e l'altro al nero), la qualità dei prodotti che si trovano nel paese si è abbassata notevolmente, il populismo è alle stelle, gli investitori che osano imbarcarsi in avventure argentine sono pochi e sospetti... Certo il popolo argentino è ancora lì. Sono "sopravvissuti al default" come dice lei. Ma da qui a dire che "stanno bene", mi sembra una mancanza di rispetto per una popolazione sofferente.

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    1. Carissimo, questo articolo è di tre anni fa. Tre anni fa l'ultimo dato sul reddito medio pro capite disponibile era quello del 2010. Quello che i dati dicevano è che in media (reddito pro capite a PPP) il reddito degli argentini era praticamente raddoppiato dal 2002 al 2010, passando dal 30% al 50% del reddito medio pro capite italiano (sempre in dollari a PPP).

      Siccome l'unico modo che un economista ha per non mancare di rispetto agli altri è basarsi sui dati e non sugli aneddoti, credo che la mia valutazione, che ovviamente va intesa in termini medi (qualcuno che sta male c'è sempre, da noi ora sono molti più del solito) e relativi (considerando cioè che gli argentini partivano da molto in basso, per colpa del peg col dollari), sia tutto sommato equa.

      Va anche detto che in Italia si parla sempre di Argentina per parlare dell'Italia: quello che volevo far capire è quello di cui tutti gli analisti più seri sono convinti. L'Italia non avrebbe bisogno di default (intanto) e certamente non ha bisogno di un cambio fisso con la Germania.

      Se le interessa l'evoluzione della situazione argentina, troverà post più recenti a gennaio 2014 e credo anche dicembre 2013.

      Buona lettura.

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