Visualizzazione post con etichetta Diritto comunitario. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Diritto comunitario. Mostra tutti i post

giovedì 29 giugno 2023

Un dettaglio sul MES

Vabbè, lo sapete: quello sul MES per noi è un dibattito chiuso ormai più di dieci anni fa. Possiamo quindi permetterci di affrontarlo con maggiore serenità e competenza di quanto ordinariamente si faccia in giro, possiamo addentrarci nei dettagli, che fanno la gioia degli intenditori (cioè nostra), ci aiutano ad arricchire il quadro d'insieme, e fanno crescere dialetticamente quelli di noi (io) che devono attardarsi negli anacronistici dibattiti pubblici su questo tema stantio. 

Si dice che la trattativa (se esiste) sulla riforma del MES sia legata a quella sulla riforma delle regole europee. Questo discorso secondo me non fila del tutto, e poi vi dico perché, ma qualche affinità nei due dibattiti si ravvisa, anche se non è del tipo che ai nemici del Paese fa comodo evidenziare. Il dettaglio che non è un dettaglio consiste nel fatto che il MES non è un'istituzione dell'Unione Europea, non è previsto e regolato dai Trattati, ma è un fondo istituito con un Trattato intergovernativo. Perché questa cosa dovrebbe interessarci? Perché non è un unicum. Ricordate il Fiscal compact? Quanto ne abbiamo parlato su questo blog!  Con quanto pathos!

Il pathos che la materia e il momento richiedevano, naturalmente. Fra le varie previsioni dello scellerato Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la "governans" nell'Unione Economica e Monetaria, all'art. 4, c'era questa:


Una disposizione assurda perché penalizzante per il nostro Paese, e anche perché ridondante: la "regola del ventesimo" era infatti già prevista da uno dei "pacchi" del Six pack, il regolamento (UE) n. 1177/2011, che all'art. 1, comma 1, lettera b riportava:

Quindi, "de preciso", il Fiscal compact a che cosa serviva? A niente: a costringere il nostro Paese a un ulteriore atto di sottomissione, uno dei tanti, di quelli che secondo la Commissione servirebbero a rassicurare iMercati, e secondo iMercati servono a placare la Commissione (quello sì che è un gioco delle parti)!

Ne volete una prova? Ve la do subito! Ora che, per attirarci nella trappola di un accordo che secondo me è peggiore del Patto di stabilità, ci viene detto che si abbandonerà la regola del ventesimo riformando il Six pack (i testi sono in arrivo, ve li faccio vedere appena ho tempo), qualcuno si è posto il tema: ma come facciamo a derogare al Fiscal compact? La regola del ventesimo è anche lì, e il Trattato è ancora in vigore! Non possiamo promettere che elimineremo una regola assurda se oltre a riformare il diritto comunitario non rivediamo anche questo trattato internazionale!

Sorprendentemente, la risposta della dottrina giuridica quella vera (quella della supremazia del diritto comunitario, per capirci), è stata un semplice: sctaapposct! Il problema esiste:

ma la soluzione è a portata di mano:


cioè: siccome nel Trattato si afferma che le sue norme non possono essere interpretate in difformità dal diritto dell'Unione e non possono avere esiti incompatibili con questo diritto, allora se questo diritto cambia, il Trattato si disapplica, anzi: non si disapplica nemmeno. Semplicemente, non esiste! (fonte: Audizione di Tosato in Commissione bilancio).

E qui si arriva al punto, perché, come voi ben sapete, anche nel Trattato istitutivo del MES, e più esattamente nella sua riforma, si afferma il principio di supremazia del diritto unionale:


Questo che cosa ci suggerisce? Semplice! Che anche il MES sarebbe applicato a noi, e interpretato per gli altri. Noi dobbiamo metterci i soldi, gli altri devono prenderli. Noi dobbiamo rispettare condizioni, gli altri devono porle. E così via.

Va da sé che, anche a prescindere da queste considerazioni, qualsiasi prospettiva di "scambio" fra revisioni di un Trattato intergovernativo e emendamenti del diritto comunitario è mal posta, perché considera grandezze diverse.

Ma soprattutto: la creazione di un ceto di burocrati immuni da qualsiasi giurisdizione:


e che in qualsiasi momento può scatenare un attacco speculativo contro un Paese lasciando trapelare valutazioni negative sul merito di credito di quel Paese:


è qualcosa di ovviamente non negoziabile. Si capisce che al PD faccia comodo far fallire un Governo di destra con una semplice telefonata in Lussemburgo, nella vana illusione di poterlo rimpiazzare. Ma non fa comodo a noi, e quando dico noi intendo in primo luogo quelli che sono qui.

Correre non il rischio, ma la certezza, di saltare per aria il giorno dopo aver firmato una cosa che quando dovesse applicarsi agli altri sarebbe immediatamente superata dal fantomatico diritto unionale?

Anche no.

E ora parliamo di altro.

lunedì 17 luglio 2017

De piddinitate juridica



Egregio Professore,

Ho indugiato molto prima di scriverle queste righe e rimango tuttora nel dubbio se la mia piccola testimonianza – di certo simile a tante altre che quotidianamente le giungono – valga anche solo qualche minuto del suo tempo prezioso. Tuttavia, l’immensa stima che ho maturato per lei e per il lavoro che ha portato avanti in questi anni – a tratti nella più totale solitudine – mi impone, anche solo per la riconoscenza civile che debbo al principale responsabile del mio rischiaramento intellettuale, di lasciare traccia scritta di queste riflessioni. Ovviamente ne faccia ciò che crede, compreso cestinarla dopo aver letto le prime righe.

So che ci tiene molto alle presentazioni. Condivido con lei la passione per questa spesso trascurata consuetudine e faccio immediatamente una full disclosure, come direbbero “quelli bravi” tra i suoi colleghi. Mi chiamo Guidubaldo Sforza Pallavicini (lo so, i doppi cognomi sono sempre sospetti, ma sono in buona compagnia, tra gli altri, di Luciano Barra Caracciolo), e sono – ancora per poco – un dottorando in diritto presso l’Università degli Studi di Piddinopoli. Sono da circa un anno e mezzo un avido lettore – sebbene non commentatore – del suo blog, di cui ho letto tutti i post e i materiali didattici iniziatici. Ho acquistato e letto i suoi libri, e ho deciso quest’anno di devolvere il 5x1000 ad a/simmetrie. Spero di potere contribuire anche in altre e più tangibili forme in futuro, sebbene la precarietà reddituale di un borsista non mi consenta di fare sicure previsioni a lungo.

Come vede “non sono un economista ma…” (incipit canaglia!) mi occupo di temi non del tutto estranei al nucleo della sua riflessione economica e politica, specie con riferimento alle questioni tecnico-giuridiche che riguardano i rapporti tra il nostro ordinamento e quello dell’UE in tutte le sue manifestazioni istituzionali. Come molti, sono arrivato al capezzale del suo blog e alla lettura dei suoi libri – così come di quelli di LBC – poiché nel corso degli studi mi sono progressivamente reso conto che molte cose non tornavano nella “grande narrazione” euro-europeista; narrazione di cui le discipline giuridiche – specie il diritto costituzionale – sono state in questi anni, salvo qualche isolata eccezione, una costola fondamentale, nel contesto di un miope ed a tratti asfissiante conformismo intellettuale.

Sebbene grazie alla familiarità con la grande dottrina classica di diritto internazionale, tradizionalmente attenta ai profili della sovranità e della statualità, avessi già alcuni strumenti per decrittare i messaggi impliciti nella monodia del mainstream globalista, eurista e post-nazionale, difettavo degli strumenti analitici propri della scienza economica per comprenderne a fondo le implicazioni sociali e politiche, in ultima analisi tendenti al ri-orientamento strategico del conflitto distributivo a danno del potere contrattuale del lavoro (complessivamente inteso, senza sterili distinzioni pubblico/privato; dipendente/autonomo; ecc.) e a beneficio del capitale (rectius, di alcuni capitalisti e creditori dei Paesi del Nord mercantilista, evidentemente “più uguali degli altri”). La lettura del suo blog e dei suoi libri mi ha fornito i tasselli mancanti del quadro concettuale, complementare a quello giuridico, assolutamente indispensabili ad affrancarmi dalle piaghe del luogocomunismo e dell’autorazzismo purtroppo dilaganti anche nel mondo accademico e professionale del diritto.

Nei suoi scritti lei ha molto spesso posto in evidenza la necessità di tornare a coltivare “le basi” della scienza economica, contrastando in modo frontale l’atteggiamento di molti suoi blasonati colleghi che hanno contribuito al sistematico pervertimento di quelle acquisizioni scientifiche che avrebbero consentito di prevedere il disastro a cui ci ha condotto il disegno politico della moneta unica. Quello che vorrei aggiungere – senza peraltro pretendere di dire nulla di molto originale – è che quella stessa battaglia per la “dignità della professione” è assolutamente necessaria anche nel campo, l’unico in cui sento di potermi esprimere secondo la massima benedetta “ognuno parli di ciò che sa”, delle scienze giuridiche. Come sottolineato più volte da LBC nei suoi scritti, il deficit di coscienza critica o, se si preferisce, l’apostasia di una professione rispetto ai cardini dello statuto metodologico e scientifico della propria disciplina, non è un problema esclusivo della scienza economica ma è appunto comune anche al mondo del diritto.

Ritengo che questa deprecabile situazione sia frutto di un cosciente disegno di destrutturazione della formazione giuridica, evidente fin dalla organizzazione dei corsi di studio delle nostre facoltà di giurisprudenza. Guardando in retrospettiva la mia carriera di studente credo di poter individuare alcuni momenti fondamentali di trasmissione del “dispositivo ideologico” globalista ed europeista acritico. Ricordo, ad esempio, che quando al corso di diritto costituzionale si arrivò a trattare della parte della Carta sui rapporti economici, questa fu sostanzialmente liquidata nelle lezioni e nei manuali con un discorso del tipo: “Questa parte della Costituzione, che prevede ampie facoltà e persino obblighi di intervento dello Stato nell’economia a tutela di diritti fondamentali nella sfera economica, risulta oggi in larga misura superata dagli sviluppi del diritto comunitario”, con buona pace del profondo dibattito in seno alla Costituente sui temi del lavoro e dei diritti sociali che aveva animato i lavori preparatori della Carta. Molti si sono sinceramente convinti che le norme della Costituzione possano essere soggette al fenomeno della desuetudine, in spregio alla banale constatazione che la forza precettiva di un testo normativo non dipende dal tempo trascorso dalla sua entrata in vigore o dalla frequenza della sua applicazione, bensì dal rango che quelle norme rivestono nell’ordinamento e che gli interpreti sono chiamati a riconoscere (tanto per capirci il fatto che le condanne per incesto si contino sulle dita di una mano dal codice Zanardelli ad oggi non toglie che l’incesto sia un delitto e non rende – fino ad abrogazione o dichiarazione di incostituzionalità – l’articolo 564 del codice penale “meno legge”. Così l’articolo 47 della Costituzione in tema di tutela del risparmio non diviene norma costituzionale minoris generis per il mero fatto dell’adozione di norme europee ad es. in tema di bail-in). Parallelamente, nei corsi di “diritto costituzionale dell’Unione Europea” (ricordo che con una certa onestà il mio professore diceva di insegnare “una cosa che non esiste”), si tratteggia agli studenti l’epopea progressista dello sviluppo di principi quali il primato del diritto dell’Unione sui diritti nazionali o della diretta applicabilità delle direttive non attuate dallo Stato, quasi fossero sviluppi “naturali” ed inevitabili del rapporto tra ordinamenti, senza analizzarne compiutamente le implicazioni pratiche o i necessari contrappesi nell’ottica del diritto interno degli Stati. Le pur timide resistenze delle corti costituzionali nazionali sono spesso viste come pericolosi esempi di “patriottismo e nazionalismo costituzionale”. Nei corsi avanzati di diritto internazionale, laddove si parla di tutela sovranazionale dei diritti umani – peraltro spesso ricostruiti nell’ottica limitata dei soli diritti civili e politici – si tende a dipingere univocamente lo Stato come il principale ostacolo alla loro realizzazione, anziché come il primo e principale baluardo istituzionale della loro tutela (certo, eventualmente assoggettabile su basi multilaterali ad istanze esterne di controllo, ma sempre in chiave estensiva dei diritti soggettivi e di assicurazione di uno standard minimo convenzionale sotto al quale gli Stati non possano scendere). Qualche responsabilità la portano persino gli storici del diritto i quali, nel pur lodevole intento di mostrare come siano storicamente esistiti ordinamenti giuridici effettivi anche in assenza di un’organizzazione accentratrice di carattere statuale (come avveniva prima del consolidamento degli Stati nazionali) finiscono implicitamente per fornire una impropria giustificazione “storiografica” ai disegni di diluizione ed espropriazione progressiva delle sovranità statali ad opera dei processi di globalizzazione e di espansione delle competenze degli ordinamenti sovranazionali (e non propriamente inter-nazionali) come l’UE. Per non parlare poi delle cose che si sentono dire per bocca di certi giuslavoristi fautori di proposte scimmiottanti la flexicurity (ovviamente quella di Paesi extra-euro come la Danimarca). E si potrebbe proseguire oltre con esempi tratti da altre discipline.

Così vanno stratificandosi in ogni direzione i pregiudizi e la diffidenza verso lo Stato e le sue tradizionali attribuzioni sovrane, preparando terreno fertile per l’impianto della ideologia della cessione di sovranità sotto la pressione del vincolo esterno. Tutto ciò che limita e costringe la capacità di disposizione-decisione della sfera politica nazionale è automaticamente percepito come buono, auspicabile, progressivo. Qualunque processo che si opponga a tale liquidazione coatta dell’autonomia istituzionale dello Stato, o che semplicemente esiga che tali limitazioni siano poste in essere “in condizioni di parità con gli altri Stati” e con adeguate compensazioni di carattere democratico, è invece considerato cattivo, deprecabile, regressivo.
Il tutto è poi aggravato dalla deriva verso la de-nazionalizzazione degli studi giuridici: ovunque sorgono corsi di laurea – perlopiù in inglese – nei quali non si studia, almeno in prima battuta, uno dei tanti diritti nazionali come base imprescindibile per l’apertura internazionalistica o la comparazione giuridica, bensì un’accozzaglia di sedicenti common core principles comuni ai diritti nazionali (che pure in alcune aree esistono), senza alcuna contestualizzazione storica, culturale, geografica. Siamo cioè di fronte al tentativo, ormai in via di compiuta realizzazione, di creare il perfetto “giurista europeista” che sa poco di tutti i settori materiali del diritto e di tutti gli ordinamenti nazionali, ma ha completamente introiettato i dogmi del globalismo e dell’europeismo, che nulla hanno a che vedere con un sano internazionalismo che presuppone, senza negarlo, il pluralismo delle soggettività statali sovrane. Siamo così di fronte a una figura di tecnocrate del tutto fungibile e organico alla riproduzione di una burocrazia impersonale e lontana dalla percezione della legittima pluralità – e del relativo conflitto – tra diversi interessi sociali tanto sul piano dei rapporti interni, tanto su quello dei rapporti internazionali. In questo senso l’ideologia dominante presso buona parte delle cattedre delle facoltà di giurisprudenza sta in rapporto simbiotico con le altre euronarrazioni “politiche” fondate su un virulento anti-statalismo, in tutte le loro grottesche e metamorfiche varianti: quella “de destra” (liberismo ingenuo e caricaturale dello statoladro); quella pseudocolta dominante e “de sinistra” (gli Stati nazionali brutti causano la guerra quindi…ci vogliono gli Stati Uniti d’Europa) e quella “ortottera” (Stato corotttto e partitocratico da abbattere a favore della rete/democrazia diretta e via concionando).

Si viene in questo modo a creare, nelle menti dei giovani giuristi e indipendentemente dalla professione che verranno a svolgere (probabilmente nessuna nel prossimo futuro considerata la situazione delle professioni liberali già descritta nella recente lettera di un altro suo lettore…), un frame concettuale che non esiterei a chiamare piddinitas juridica, sostanzialmente refrattario ad ogni prospettazione fattuale o valoriale alternativa e quasi inscalfibile anche per mezzo di una accurata opera di persuasione razionale. Costoro, così come il piddino generico, reagiscono con riflessi pavloviani e altri meccanismi di protezione (ad esempio tramite “insulti” quali antieuropeista, nazionalista, sovranista, ecc.) a qualsiasi tentativo di insidiare i dogmi giuridici che delimitano il perimetro della loro comfort zone intellettuale. Capisco la sua frustrazione nei confronti dei colleghi e di una parte del pubblico più vasto che crede alle loro scempiaggini e ne ho tratto un importante insegnamento esistenziale. Costoro, salvo qualche rara eccezione, non possono essere convinti razionalmente, anzitutto perché rifiutano la prima regola del dibattito argomentativo: l’essere disposti a ritirare un argomento o un set di credenze di fronte ad altri argomenti ampiamente suffragati dai dati e che soddisfino – a differenza dei loro pseudoargomenti con annesso campionario di fallacie logiche – il principio di non contraddizione e del terzo escluso. In subordine, la pavidità e mancanza di coraggio intellettuale impedisce loro di prendere atto di “essere stati sempre presi per il culo” (come direbbe Fantozzi), e di ripartire da capo una volta elaborato il lutto (il che comporta anche rivedere la propria posizione verso quei “padri nobili” che godono ancora di un credito politico intoccabile, oggetto di un vero e proprio tabù). Insomma, inutile perder tempo con soggetti del genere, salvo che gli si voglia così bene da provare a convincerli per puro spirito di altruismo. Peraltro, ho riscontrato che i non frequentissimi casi di resipiscenza sono frutto di epifanie “artistiche” più che di ragionamento, da cui l’importanza di veicolare il messaggio – come lei fa in modo magistrale – attraverso ogni possibile suggestione letteraria, artistica e musicale.

            Tornando al mondo del diritto, una plastica dimostrazione di come l’atteggiamento che ho descritto si annidi ai vertici dell’auctoritas accademica giuridica, la ho trovata recentemente guardando il video di in una lectio magistralis tenuta ad alcuni studenti da Sergio Bartole, notissimo giurista e professore emerito di diritto costituzionale. Stiamo parlando di un peso massimo tra i costituzionalisti (verrebbe da dire “vile razza”…), senza dubbio un maestro degli studi giuridici italiani. Ebbene, rispondendo a una domanda sui vincoli esterni ed impliciti alla potestà legislativa dello Stato, imposti a suo dire dalle dinamiche della globalizzazione, l’augusto professore si è lanciato in una vibrante critica alla prospettiva di ritorno alla valuta nazionale inanellando uno dopo l’altro i classici topoi euristi: svalutazioni competitive (la liretta); la credibilità su cui peserebbe il debbbbito pubblico; l’inflazione nemica dei salari; l’aumento del costo dei beni importati (“la sua auto giapponese e il suo viaggio all’estero diverrebbero molto più cari”); spingendosi fino a dire a un giovane di vent’anni anni “chieda ai suoi nonni o genitori cosa accadeva ai loro risparmi quando svalutavamo”, per chiudere sulla solita storia della incapacità degli italiani di governarsi da soli. Nihil sub sole novi, vista la quasi totale organicità di questa categoria di professionisti del diritto rispetto alla narrazione europeista. E tuttavia, di fronte a un tale fuoco di fila, cui nessuno ha ovviamente osato controbattere alcunché (un bel “ma lei che ne sa?” ci sarebbe stato tutto), v’è da chiedersi cosa spinga queste persone autorevoli a deformare il passato in modo così grossolano, trasmettendone una immagine falsata ai giovani, nel tentativo di convincerli che oggi le cose vanno tanto meglio di allora.

Io non so a quale passato faccia riferimento il Prof. Bartole, ma so che limitandomi all’esperienza dei miei cari posso testimoniare di come al tempo della liretta i miei nonni, contadini da parte di madre e operai da parte di padre – certo con molti sacrifici – hanno potuto garantire ai loro figli un avvenire sicuro, lasciando loro anche qualche bene in dote. So che i miei genitori, pur non avendo fatto studi universitari, hanno potuto sposarsi e mettere su famiglia attorno ai venticinque anni, il tutto senza trascorrere un giorno da disoccupati e garantendo a me la stabilità e la possibilità di fare studi universitari e post-universitari. So che mio zio, col solo diploma di perito meccanico, è diventato apprezzato dirigente e poi capo struttura di un importante impianto termoelettrico. Al contrario, so che nell’era dell’eurone mio padre ha dovuto chiudere a quasi 60 anni una piccola attività manifatturiera vocata all’esportazione, rimanendo in una situazione reddituale ai limiti della povertà, tirando avanti con qualche lavoro saltuario. So che la sua attuale compagna lavora per una cooperativa come assistente in una casa di riposo con turni assurdi e ad uno stipendio misero. So che mia madre, essendo passata attraverso più lavori di segreteria presso diversi enti pubblici e privati, ha paura a far conteggiare i costi della riunione delle sue posizioni contributive e anche solo a vedere calcolata una previsione su quando potrà andare in pensione (grazie a riforme la cui inutilità è certificata financo dalla Commissione europea). So che il suo secondo marito aveva costruito una solida posizione come avvocato e oggi, pur tenendo botta grazie ad una clientela selezionata, si trova con un reddito drasticamente decurtato da quella stessa crisi che spinge migliaia di persone a non cercare tutela giudiziaria dei propri diritti perché non può permetterselo. So che l’80% dei coetanei con cui ho mantenuto contatti si barcamena tra impieghi precari o comunque lontani dai propri studi, spesso con scarsa soddisfazione economica e professionale. Quei pochi che hanno una posizione stabile – salvo rare eccezioni – sono quelli che non hanno proseguito negli studi universitari o che si sono trasferiti all’estero, portando via non solo competenze ma, com’è ovvio, anche la loro buona fetta di domanda aggregata. Non mancano tuttavia quelli che nemmeno oltreconfine hanno trovato fortuna e sono tornati con le pive nel sacco. La cosa avvilente è che molti tra coloro “che ce l’hanno fatta”, purtroppo anche tra gli amici più stretti e sedicenti “de sinistra”, hanno perso qualsiasi afflato di solidarietà verso i propri simili e vanno in giro a sostenere che i mali che ci affliggono come Paese sono tutti e soltanto di natura endogena e che i disequilibri economici continentali, di cui l’euro è stato il detonatore, non vi hanno nulla a che vedere. Ora, di fronte a questa narrazione da universo parallelo – considerato che ormai gli strumenti per un’analisi non miope della realtà sono ampiamente disponibili – le ipotesi sono due, entrambe ugualmente gravi: o costoro non sanno di cosa parlano (e allora bisognerebbe astenersi dal parlarne, specie per coloro che godono del credito di autorevolezza discendente dalla propria posizione accademica o professionale), oppure vi è vera e propria malafede nel distorcere artatamente i fatti (e allora emerge chiaramente l’intenzione di inquinare i pozzi che sta dietro a queste narrazioni). L’alternativa insomma è ormai tra “stupidità o tradimento”. Tertium non datur.

Per concludere sul punto, mi sembra ultroneo ricordare come nel “grembo accogliente” delle nostre comunità accademiche – anche nel campo giuridico – non vi sia quasi spazio per voci realmente dissonanti, le quali vengono sistematicamente emarginate o derubricate a “esotismo” intellettuale. Solo il dissenso cosmetico e di facciata, ossia quello di chi prima critica norme e istituzioni disfunzionali o eversive salvo poi formulare diagnosi di irrefragabilità di tali assetti per asserita mancanza di alternative percorribili, è tollerato e anzi incoraggiato come manifestazione di arricchente pluralismo.

Tra le tante cose che ho imparato leggendola, forse la più preziosa riguarda il disvelamento del ruolo autenticamente regressivo e deformante di tutti i media mainstream nel plasmare le categorie politiche ed esistenziali del nuovo homo œconomicus europeo denazionalizzato, soprattutto nella sua variante (anti)italiana. Peraltro, chi viaggia molto per lavoro e per studio come lei sa che questa scientifica opera di disinformazione viene parallelamente condotta in tutti i Paesi europei secondo specifiche varianti “municipali”, attraverso il consolidamento di luoghi comuni funzionali alla conservazione dello status quo proprio di ciascuna realtà sociale, economica e produttiva considerata. Il messaggio dei media tedeschi o olandesi (come mostrato grazie al pregevole lavoro di vocidallagermania e prospettivearancioni) per esempio è calibrato per sostenere l’idea che ogni cosa storta dipenda unicamente dalla dissolutezza dei Paesi del Sud e che il voler mantenere in piedi la baracca europea sia segno di una generosa e disinteressata “responsabilità” da parte di quei Paesi. Di come questo messaggio possa distruggere qualsiasi forma di solidarietà le vorrei dare un esempio paradigmatico che traggo da una recente conversazione avuta con un giovane olandese. Mi trovo da alcuni mesi in Olanda per motivi di ricerca. Una domenica di qualche mese fa – prima delle elezioni politiche olandesi – decido di fare una pedalata a una ventina di chilometri a nord di Amsterdam, dalle parti di un ameno villaggio di nome Broek in Waterland. Giunto sul posto siedo in un caffè e dopo aver mangiato qualcosa, noto che un ragazzo, anche lui seduto solo al tavolo e di poco più vecchio di me, mi guarda con viva curiosità. Dopo qualche decina di minuti, mi invita cortesemente a sedere con lui e ci ritroviamo allo stesso tavolo a parlare dei più vari argomenti davanti a una fetta di torta di mele (unica nota positiva della conversazione). Scopro che sua moglie è siciliana e che lui lavora nel campo della finanza. La discussione entra presto nel vivo della situazione politico-economica dei nostri rispettivi Paesi ed emergono alcune divergenze di opinione su questioni quali la moneta unica, il rispetto dei vincoli di bilancio europei, il bail-in e il salvataggio delle banche, i diritti economici e il welfare, ecc. Inevitabilmente si finisce a parlare di austerità, di Monti e della Grecia. Il mio interlocutore, con il tradizionale pragmatismo olandese, concede che la situazione greca è nei fatti irrimediabilmente compromessa e che i Paesi del Nord (più la Francia) o per meglio dire il loro irresponsabile sistema bancario, pesantemente esposto verso quel Paese, rischiano di “segare il ramo su cui sono seduti” nel proseguire con l’accanimento terapeutico a base di tagli e austerità. Tuttavia chiosa con queste parole: The Greeks deserved to be punished anyway. La frase mi è rimasta impressa per la sua brutale carica di violenza moralistica e manichea, che suonava come l’inappellabile sentenza pronunciata da un giudice legittimato in forza di superiori doti umane ad apporre un sigillo di infamia su un intero popolo. Di lì a poco, si finisce a parlare di migrazioni connesse alla logica deflazionistica del progetto eurista e mi permetto di sottolineare il caso di scuola della Lettonia, dove si è assistito all’esilio forzato di circa il 10% della popolazione. Il mio interlocutore di fronte all’ineluttabilità dei numeri e al mio argomento secondo cui non può essere considerato sano un modello economico che considera “naturali” movimenti forzosi di popolazione di tale portata, ribatte dicendo “I see your point, but isn’t it as it has always been and as it should be?”. Tralascio il resto della discussione sul governo Monti, da lui percepito come un’autentica benedizione per l’Italia e il suo sbigottimento al sentirmi apostrofare l’esperienza dei governi tecnici come “criminale”. Inutile dire che ho sempre gentilmente declinato i suoi cortesi e ripetuti inviti a cena nelle settimane successive, per quanto il pensiero di un piatto di sarde a beccafico e arancini promessi dalla moglie sicula ogni tanto m’abbia perseguitato in sogno. Peraltro, trattandosi di un sostenitore del partito socialdemocratico (PvdA) spazzato via alle urne, i nostri contatti si sono bruscamente interrotti quando mi sono scherzosamente complimentato via sms per il brillante esito elettorale del suo partito…Da questa conversazione, di cui non intendo generalizzare in modo indebito la portata, ho però tratto la consapevolezza che l’ethos di un giovane olandese (ma avrebbe potuto essere tedesco, finlandese, ecc.) di buona cultura, con un buon lavoro e una famiglia, va inequivocabilmente nel senso di dividere il mondo in creditori buoni e produttivi (loro) e debitori cattivi e fancazzisti (noi dei garlic states) e in quello di considerare demodé pretese sociali come la sanità pubblica (in Olanda è totalmente privatizzata), un sistema previdenziale garantito dallo Stato, ecc. Insomma una visione del mondo in frontale contrasto con i fatti (molti dei quali distorti o piegati unilateralmente dai media) e soprattutto con i valori che ispirano, ad esempio, il tessuto dell’ordinamento costituzionale italiano.

Per aggiungere un aneddoto nostrano alla teoria dei tanti che si potrebbero raccontare, recentemente ho avuto una discussione con un amico, persona molto preparata ed aliunde estremamente razionale, che vive e lavora in Spagna (Paese del miracolo economico al 20% di disoccupazione…) a proposito della grave minaccia incombente sull’Europa in relazione ai progetti di creazione di una difesa comune. A fronte dei miei argomenti è stato obiettato che sarei entrato in un pericoloso delirio di euroscetticismo antitedesco, e che bisogna credere (sic!) nell’idea di un’Europa più unita. Non finirò mai di stupirmi come persone del genere, che spesso eccellono in vari campi del sapere scientifico e spesso si professano orgogliosamente atei, possano accettare di credere (mai verbo fu più freudianamente rivelatore) ciecamente ai dogmi euristi come l’indissolubilità dell’euro o l’indipendenza della banca centrale. Con intento provocatorio ho detto a questa persona, notoriamente anticlericale, che tale atteggiamento non mi sembrava molto diverso dal credere alla verginità della Madonna o alla Risurrezione con una sostanziale differenza, in favore ovviamente della superiorità dei dogmi religiosi ossia che essi possono almeno vantare duemila anni di ricca tradizione teologica, filosofica, letteraria, musicale ed artistica radicata nella cultura europea; quella stessa cultura che i suddetti dogmi economici stanno progressivamente annientando.

La lezione che traggo da queste esperienze aneddotiche – anche e soprattutto grazie al filtro dei suoi scritti e dei suoi interventi pubblici – è che non esiste alcuna via di rigenerazione del tessuto sociale, civile ed economico del nostro Paese senza che ciascuno, pur nel legittimo perseguimento del proprio bene individuale e familiare, torni a dare un senso concreto, alimentato da una prassi attiva, alle parole “politica” e “solidarietà”. Ho capito che la politica è una cosa troppo importante per lasciarla nelle mani di politici che hanno delegato ogni scelta ad economisti che hanno abdicato ai principi della propria scienza, con la benedizione di giornalisti che hanno rinunciato al fondamentale dovere deontologico di dire la verità. Ho capito che nessuna speranza è possibile senza un rifiuto frontale della mistica dell’assenza di alternative e una ribellione fattiva – ossia attraverso il voto a tutti i livelli delle istituzioni rappresentative – verso tutte le proposte politiche vecchie e nuove che hanno dilapidato (e dilapideranno) il patrimonio di valori, competenze ed esperienze che hanno reso grande questo Paese nel mondo nonostante i suoi molti limiti. Ho anche capito che purtroppo molti italiani, forse più per stanchezza che per mancanza di volontà o umiltà intellettuale, questa lezione l’hanno imparata solo sbattendo la testa contro fatti dalla testa incomparabilmente più dura e che molti altri faranno la stessa fine senza accorgersene se non al momento dell’impatto.

            Non voglio però chiudere su note così pessimistiche. Ci sono anche motivi per avere un minimo di speranza, sia sul piano macro sia su quello micro. Sotto il primo profilo e a prescindere dalle ingenue pulsioni famoerpartitiste, la comunità che si è aggregata attorno al suo blog mi sembra un segno tangibile della voglia di resistenza civile ancora presente nel Paese, con ramificazioni che vanno ben al di là della cerchia dei frequentatori abituali. Il seme del pensiero critico che è stato piantato e i frutti che esso ha prodotto non disseccheranno facilmente. Sotto il secondo e assai più trascurabile profilo personale, devo considerarmi relativamente fortunato. In questi anni ho avuto, oltre a varie tegole relazionali, qualche incoraggiante segno di complicità intellettuale ed umana. La benedizione di compagna totalmente estranea al veleno del politicamente corretto, con cui parlare di queste cose senza timore d’esser preso per matto o fascioleghista. Un vecchio professore di liceo, finissimo grecista ed ebraista (e poi dicono che la cultura classica non serve!) che nel suo a tratti ingenuo ma intuitivo conservatorismo reazionario aveva sempre messo in guardia sui rischi della spogliazione di sovranità e sull’imbroglio eurista. Qualche amico disposto ad ascoltare o a fare da avanguardia, qualche volta con evidenti eccessi e sviamenti teorici, nel “pensare altrimenti”. Insomma, a lei è andata molto peggio, caro Professore. Ma con tutto il carico di fatica e sofferenza di questi anni, che certo le avrà fatto pensare spesso “chi me l’ha fatto fare, era meglio se me ne stavo a suonare il clavicembalo in santa pace”, rimango profondamente convinto, insieme a tanti altri che la seguono, che la sua sia la buona battaglia. Quando verrà il redde rationem sarà un onore essere stato dalla parte di chi almeno ha provato a vincerla.

            Un carissimo saluto e un augurio sincero per il futuro.

Guidubaldo


(...bene: ci sono anche giovini con la schiena dritta, ancorché consapevoli dei rischi che corrono. D'altra parte, quelli con la schiena - o la dura madre - molle abbiamo visto che durano poco: finiscono in pasto a chi li disprezza. Solo una brevissima chiosa: vorrei sapere cosa penserebbe l'illustre cattedratico de cujus se io mi addentrassi sproloquiando nel suo campo, come lui fa nel mio, magari discettando sul fatto che "ci vuole la pena di morte per ristabilire la certezza del diritto", o cazzata similare. E notate bene, qui c'è un'asimmetria, perché le abominevoli scemenze che il caro emerito profferisce con una laevitas, una naturalezza, così, de plano, come stesse constatando che oggi c'è il maestrale, sono smentite dai numeri. Prendete la scemenza del risparmio che si liquefà: Oscar Giannino può permettersi di esternarla, essendo un simpatico uomo di spettacolo pagato un tanto al nastro, e fra l'altro molto efficace nel suo campo di azione - lo show business - ma un uomo di scienza no: nel farlo getta discredito su se stesso e su tutta una disciplina. Come faccio a fidarmi di un settore disciplinare che manda in cattedra uno che ragiona come Giannino, confondendo il potere d'acquisto della moneta sul mercato interno con quello sui mercati internazionali? Lo faccio solo perché sono costretto: purtroppo succede anche nel mio. Non so dirvi cosa sia più grave: se l'ansia di persone incompetenti - nel preciso, specifico e incontrovertibile significato di: prive di esperienza di insegnamento e ricerca specifica nei campi in cui si addentrano, nonché incapaci di fornire evidenza empirica non aneddotica a supporto delle loro strampalate affermazioni - di avventurarsi in campi altrui, o l'incapacità di persone competenti di purgare il proprio settore da chi procede per aneddoti, avendo (lui) gli strumenti concettuali e le basi statistiche per sapere che sta dicendo una scemenza - cosa che invece ai temerari incompetenti necessariamente manca. Sono stanco di vedere il metodo scientifico vilipeso e mortificato da illustri vegliardi che, forti della loro auctoritas - o meglio auctoritass - abusano del principio di autorità per pervertire le menti facilmente impressionabili dei giovani. Questo è, oggettivamente, essere cattivi maestri. Se i giornalisti sono il cancro della democrazia italiana, queste persone, che contribuiscono a diffonderne i "sentito dire" avvalorandoli come verità "scientifiche", sono oggettivamente la metastasi: non se ne può più. La crisi arriverà anche a casa loro: i loro figli, i loro nipoti resteranno senza lavoro. Assisteranno, blaterando di liretta, alla decadenza delle loro famiglie, della quale,  nell'incapacità di elaborare un quadro razionale di analisi, attribuiranno con pericolosa deriva irrazionale la colpa agli altri: se di buona famiglia, agli altri italiani, se di umili natali, agli altri non italiani. Invece la prima colpa è di chi, esercitando il mestiere della scienza, si accontenta di aneddoti e li propala. Questa crisi è in primo luogo il fallimento della missione civile degli intellettuali. Ho per questa persona la compassione di fra Cristoforo per Don Rodrigo, che però una scusante ce l'aveva: lui, dal male che faceva, traeva un tornaconto...)

mercoledì 5 dicembre 2012

'A coruzzzzzione e il "Fogno": lo strano caso del doctor Pétiot

(dal buon 48, ricevo e volentieri pubblico. Dedicato a tutti quelli che "l'Europa ci salvera da 'a coruzzzzione...")




1. ANTEFATTO METAFORICO

Il dottor Petiot fu a lungo stimato per le sue conoscenze scientifiche, addirittura lodato per la sua utilità alla comunità come medico, che, dicevano, faceva “avanzare” la scienza medica.

Ma se si fosse analizzata in dettaglio la sua vita precedente, senza pregiudizi e distorsioni, determinate da un “certo tipo di consenso” pubblico (divenne persino sindaco del suo paese), con tutte le abbondanti “tracce” di una crudeltà inumana (o “troppo umana”), sostenuta dall’incrollabile fede nelle sue ragioni, gli stessi benpensanti che lo avevano lodato sarebbero stati terrorizzati… Leggendo, e facendo i dovuti collegamenti, capirete il “nesso” (“nexus”, per coloro che ricordano i “modelli” dei replicanti in Blade Runner).

Ovviamente la storia si manifesta prima in tragedia e poi si ripete come “farsa”. 

Ovviamente…

2. LA MACROECONOMIA E IL LUOGOCOMUNISMO AZIENDALISTA

 L’essenza di ciò che consente di “prosperare” all’azione dei doctor Petiot del nostro tempo, è un’idea alterata e manipolativa dell’economia politica, della macroeconomia applicata all’esistenza dello Stato come soggetto “insopprimibile” delle dinamiche socio-economiche. Per sminuirne la funzione si fa passare l’idea che lo Stato, cioè noi in quanto cittadini-elettori, dovrebbe comportarsi come una buona massaia (quella sì che sa far quadrare i conti…peccato che gli stessi che ne esaltano le doti, facciano di tutto per non farglieli quadrare e piuttosto….”girare”…non i conti)

La macroeconomia, infatti, non è la scienza dell'economia "familiare" o “aziendale”. Chi lo sostiene nega, maliziosamente (i “seguaci”, magari per ignoranza), l'essenza del suo presupposto caratterizzante: il fenomeno organizzativo, pre-economico (cioè sociale “generale” e non “aziendale”), costituito dalla presenza di un ente politico comunitario – lo Stato- che garantisce un bene come l'ordinata convivenza civile, promuovendo il benessere (almeno nelle enunciazioni indefettibili delle carte costituzionali democratiche). Questo “ente” non solo non può essere assoggettato alle leggi “micro” per definizione (cioè per sua funzione e finalità), ma la sua azione deve (sempre e comunque) influire sul “caotico” combinarsi seriale delle leggi microeconomiche, che, essendo tendenziali, incorporano la deviazione effettuale dagli equilibri teorici e  il loro periodico travolgimento.

Una volta che lo Stato sia concepito come una “società per azioni”, non c’è limite alle distorsioni dell’interesse generale che ciò determina. La prima è che gli Stati sono visti come maxi-imprese in contesa economica tra loro nella logica della “competitività”. Con la compromissione non solo del “fogno” della pace e prosperità universali, ma dello stesso benessere dei rispettivi cittadini. E non lo dico io, lo dice Krugman: “Per fare una dura ma non completamente ingiustificata analogia, un governo sposato all'ideologia della competitività è altrettanto improbabile faccia una buona politica economica quanto un governo impegnato nel creazionismo possa fare una buona politica della scienza, anche in aree che non hanno relazione diretta con la teoria dell'evoluzione”

(Finisce qui? No, certo, ma prosegue sul blog di 48, che nel frattempo si è messo in proprio. Ho proposto di "lanciare", più che di "ripostare", sia perché non sarei in grado di gestire una discussione su argomenti giuridici, sia perché credo sia il modo più efficace per invogliarvi a conoscere Orizzonte48. Un altro blog che vale la pena di seguire, insieme a byoblu, a il main stream, a vocidallagermania, a vocidallestero... Dice: e gli altri perché non li metti? Dico: perché metto solo quelli che ogni tanto ho tempo di leggere e che ho citato nel mio libro. Problemi?)