Visualizzazione post con etichetta Ecuador. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ecuador. Mostra tutti i post

domenica 10 aprile 2016

Ecuador (preparando un QED...)

(...da "Uno de passaggio", che non sono io, perché io sono Alberto Bagnai e quando ho qualcosa da dire la firmo perché posso farlo - mentre "Uno de passaggio" usa uno pseudonimo per giustificati motivi - ricevo questo breve pezzo che riassume la situazione di un paese che verosimilmente si avvia a sganciarsi - come sempre troppo tardi - da un accordo di cambio fisso. Vorrei farvi notare che qui non siamo esattamente nel caso del ciclo di Frenkel, per un dettaglio. Qui il paese è messo in crisi dal fatto che esporta un bene a domanda inelastica il cui prezzo è fortemente sceso, e quindi le difficoltà vengono da una svalutazione, più che da una rivalutazione, in termini reali (petite et dabitur vobis).

Vi ricordate cosa succede nei paesi esportatori di petrolio? Le condizioni di Marshall-Lerner non valgono, come abbiamo visto nel caso dell'Azerbaijan. Insomma: se la tua merce viene venduta a un prezzo più basso, guadagni di meno - e vai in deficit di bilancia dei pagamenti. Come abbiamo altresì visto, tutti i paesi esportatori di petrolio hanno reagito a questo increscioso fenomeno svalutando - peraltro, la svalutazione estremamente aggressiva portata avanti da Draghi con lo stabile eurone non ha ovviamente aiutato questi paesi, e anzi li ha costretti a reagire (nota bene: l'euro svalutato li ha fatti rivalutare verso di noi, e quindi mentre sono scesi i ricavi delle esportazioni di petrolio - perché è sceso il prezzo - si sono anche contratti quelli delle esportazioni nette di altre merci...). Hanno svalutato tutti tranne i più sfigati: i paesi dollarizzati, come l'Ecuador, e quelli "eurizzati" de facto, come i paesi della zona franco CFA - agganciati all'euro. Inutile dire che solo un diamante e una verruca sono per sempre.

Un cambio fisso no.

Naturalmente, dal fatto che questo post sia di "Uno de passaggio", cioè sia un guest post, discende il fatto che esso non sia mio. Scommettiamo che qualche amico qua sotto dirà: "Bravo, professore!" Che frustrazione! Lo scopo del gioco, per me, non è sentirmi dire bravo: quello lo faccio da me, e so perché lo faccio più di quanto non lo sappiate voi quando lo fate. Lo scopo è che leggiate i dati. Ma la triste realtà è che spesso - sarà la fretta? - dimostrate di non voler ammettere nemmeno che se una cosa l'ha scritta un altro, non l'ho scritta io. Un uso un po' estemporaneo del principio di realtà, per il quale però non mi sento di censurarvi più di tanto: se posso riassumere il senso del post di "Uno de passaggio" - che, indovinate un po'? Sono io?... No, è lui! - se posso riassumerlo, direi che è proprio quello di denunciare una sfaccettatura particolarmente insidiosa del pensiero magico eurista: quella della "valuta stabile che ti protegge". Stabile una sega, se per tenere i cocci insieme la si è dovuta svalutare in fretta e furia del 40%! Tirati su a botte di pensiero magico, non posso aspettarmi che dall'oggi al domani tutti ammettano che Alberto, per quanto transeunte (come tutti voi e dopo molti di voi) non è "Uno de passaggio" e ne tengano conto. So che è un esempio banale, so che è antipatico metterlo in evidenza, soprattutto nel modo in cui l'ho fatto, ma trovo sia anche un esempio rivelatore del modo in cui siamo stati educati ad avvicinarci alla pagina scritta.

Ed ora godetevi il mio post.

Ah, non è mio: è di "Uno de passaggio", che non sono io, perché ego sum quis sum, e casualmente mi trovo ad essere Alberto Bagnai...

Eh? Come? Questo discorso vi sembra di averlo già sentito?... Bè, è probabile. Se ve lo ricordate, vuol dire che siamo a buon punto, e che presto potrò evitare di farlo: avrete imparato a leggere!)

Caro Alberto,



Ricorderai certamente la situazione dell'Ecuador della quale ti inviai testimonianze: esportatore principalmente di petrolio e frutta, dollarizzato, con pesante squilibrio della bilancia commerciale dovuto al forte calo del prezzo del greggio, dopo aver già nel 2014 introdotto una corposa serie di certificazioni e controlli doganali praticamente su tutti i prodotti di provenienza estera (eccetto i beni di prima necessità) che sostanzialmente impedisce le importazioni provenienti da soggetti non sufficientemente strutturati per far fronte alle numerosissime formalità, nella primavera del 2015 ha applicato, d'accordo con la WTO, in deroga agli accordi precedentemente sottoscritti, vari tipi di sovrattassa all'import ("Leggi di Salvaguardia") che hanno portato mediamente al 60%, dal precedente 15%, i dazi doganali [NdC per quelli che “i dazzziiiiii....”: come vedete – e come insegno ai miei studenti perché è scritto nei libri di testo – si può fare!].
Così facendo, hanno migliorato un po' la situazione (il ritaglio di giornale allegato parla di 900 milioni di $ di maggiori entrate), ma ovviamente i consumi ne hanno risentito, a seconda dei settori, fino ad una riduzione del 40%. 
A gennaio di quest'anno, sotto pressione da mesi da parte della WTO, hanno approvato una legge che prevedeva la progressiva riduzione dei dazi extra, fino al ritorno, previsto per giugno, alla situazione precedente l'introduzione delle leggi di Salvaguardia.  
Ovviamente il prezzo del petrolio non è risalito, né sembra avviato a risalire in tempi brevi, al break even che consentirebbe loro almeno di avvicinarsi al pareggio della bilancia commerciale. Non so esattamente quale sia l'obiettivo per il pareggio, ma devo dedurre, dai dati scaricabili da questo sito e dalla concomitante evoluzione storica dei prezzi del greggio, che, come nella prima parte del 2014, avrebbero bisogno di oltre 120$ al barile per recuperare col petrolio la gran parte del deficit generato dalla differenza fra l'export e l'import in tutti gli altri settori. Forse mantenendo qualche dazio importante ma non pesantissimo potrebbero cavarsela con un petrolio a 100$ al barile, ma certamente, senza leva valutaria, con un greggio a nemmeno 40$, sono proprio nelle peste. 
Infatti prontamente il loro parlamento ora inizia a discutere su come affrontare il problema (va considerato che, nel caso dell'Ecuador vi sono molti settori per i quali proprio non esistono strutture produttive locali, quindi sono totalmente dipendenti dall'import).
Ora, come vedi dal ritaglio di giornale che ci hanno inviato, il Presidente Correa ribadisce che, a differenza di quanto approvato e programmato, potrebbero non cessare gli extra dazi della Salvaguardia ed allo stesso tempo giudica anche interessante la proposta del "Timbre cambiario"  che, se non intendo male, è una sorta di messa all'asta dei dollari destinati alle importazioni, da aggiudicare, in un quantitativo massimo prestabilito, al miglior offerente.
Ricordo per esperienza lavorativa diretta, che un sistema simile fu applicato circa 8-10 anni fa nel Venezuela di Chavez (che però contava su una valuta nazionale - il "bolivar" - non liberamente convertibile in USD) e che, prima che in questo Paese venissero operate scelte davvero distruttive del tessuto sociale, ancor più che di quello economico, tale sistema sembrò, almeno parzialmente, funzionare.
Resta il fatto che ora il Venezuela è un Paese verso il quale, a meno di non essere davvero ammanicati con i militari (che, anche se non ufficialmente, gestiscono de facto "la cosa pubblica") è quasi impossibile esportare, per la generalizzata mancanza di valuta estera in tutti i settori commerciali (in effetti anche le importazioni gestite dai militari sono comunque molto inferiori ai consumi standard del Paese, tant'è che sistematicamente si verificano le interminabili code e gli scaffali vuoti che accompagnarono gli ultimi anni di vita dell'U.R.S.S.).  
Mentre in Ecuador, qualunque soluzione verrà adottata, credo vada nel senso "montiano" di distruzione della domanda interna, visto che, per ora, sembra che nessuno, nemmeno il Presidente Correa, che lo aveva ipotizzato nella sua prima campagna elettorale (la sua opinione in proposito si ritrova nella risposta alla prima domanda di questa intervista dell'epoca), mentre nel 2013 ha adottato una posizione molto più sfumata sul tema, proprio nessuno pensi di proporre il ritorno al "sucre", ovvero alla situazione precedente all'anno 2000.
Insomma caro Alberto, scusa la prolissità, ma per l'azienda in cui opero l'Ecuador è un paese che rappresenta un mercato importante che, nel solo anno scorso, si è contratto di oltre il 25% e nella cui evoluzione ritrovo, purtroppo, molti riscontri di quanto da te spiegato e divulgato in questi anni.     
Un abbraccio da uno de passaggio.



(...siccome mi amo molto, ma non fino al punto di scrivermi lettere d'amore, avrete desunto che questo testo non è mio. Giusto? Bene. Ora passiamo a cose più interessanti. Questi sono i saldi settoriali dell'Ecuador:

qui trovate il foglio Excel col quale ho costruito il grafico, e la fonte dei dati dovrebbe esservi nota, ma ovviamente se non distinguete Alberto Bagnai da "Uno de passaggio" non posso dare nulla per scontato.

Dal tracciato si desume una certa tendenza delle importazioni nette - equivalenti alle importazioni di capitali, cioè al saldo finanziario del settore estero, cioè alle esportazioni di capitali del settore estero verso l'Ecuador - a crescere nel tempo, a un ritmo piuttosto accelerato dal 2015. Al contempo il risparmio netto del settore privato sta diminuendo, il che indica che i maggiori afflussi di capitali vanno a finanziare questo settore, a fronte di una situazione dei conti pubblici piuttosto deteriorata. Dato che i tre valori devono sommare a zero, per tirare giù la linea grigia - ridurre le importazioni di capitali - il governo può, nelle sue condizioni attuali, fare una cosa sola: tirare su la linea arancione, cioè fare una politica di bilancio restrittiva, aka austerità. Oppure può fare subito quello che tanto alla fine sarà costretto a fare. Si apre... la discussione? No! Ma che vuoi discutere!? Non c'è discussione. Si aprono le scommesse! Quanto reggerà? Io non ne ho idea. Ma che possa reggere molto a lungo non lo credo, a meno che il petrolio non recuperi.

Vedremo...

Ah, a proposito, già che ci siamo:


questo è un altro esempio di caso in cui da discutere ci sarebbe poco, come c'è stato poco, anzi, pochissimo da discutere (e quindi molto da ragionare) al seminario molto interessante organizzato dall'Astril - qui l'intervista che ho rilasciato in chiusura. Vi immaginate quanto mi sia simpatica l'impostazione: di fatto, è un processo del lunedì! Però mi sta simpatico Franzini, col quale mi sento anche in colpa, e quindi ho accettato senza difficoltà.

Qualcuno mi ha fatto notare che la locandina non riporta l'indirizzo: non è un mio problema, ma a voi comunque posso dirlo: è alla facoltà di economia della Sapienza, a via del Castro Laurenziano.

Giuseppe De Arcangelis è un collega allievo di Gandolfo, che conosco da anni, convinto, come D'Alema, che siccome nemmeno gli USA sono un'area valutaria ottimale, allora il dollaro dovrebbe frazionarsi, ma dato che non lo sta facendo, non lo farà nemmeno l'euro. Non è un sillogismo, nel caso qualcuno di voi fosse tentato di considerarlo tale! Comunque, personalmente non ho un grande feticismo per il numero 3, ma posso dirvi che a Roma 3 questa fase l'hanno superata, anche se alcuni sembravano anelare agli Stati Uniti del Mondo, mentre altri capivano, e argomentavano con grande dottrina storica, che la stabilità del dollaro era stata costruita su alcuni milioni di morti, ma lo facevano con grande leggerezza, con quella simpatica nonchalance da "fine della Storia" che è esattamente il concime del quale la storia si serve per far prosperare i suoi fiori più letali: le guerre.

Insomma: se venite mi fa piacere, e ne sentirete certamente di ogni, ma attenzione: la sala delle lauree è piccola. Quindi vi tocca alzarvi presto!