Ogni tanto qualche avventore avvinazzato del bar social, pensando di mettermi in difficoltà, mi pone questa domanda. Non capisco perché dovrei trovarmi in difficoltà: la risposta è evidente e non dipende da me né evidenzia una particolare fallacia della "mia" analisi dei limiti della moneta unica (analisi che, come sapete, mia non è se non per pochi ma significativi dettagli che il clero pavido e conformista di sinistra sta riscoprendo adesso).
L'unione monetaria è e resta un errore, come la migliore scienza economica ha pronosticato illo tempore. Tuttavia, come la storia recente ci ha ben dimostrato, un conto è la consapevolezza di trovarsi coinvolti in un evento potenzialmente catastrofico, un conto è riuscire a gestirlo politicamente, se possibile in modo razionale. Il dato politico evidente è che per quanto il rifiuto della cosiddetta "Europa" fosse diffuso nella popolazione, l'unico partito euroscettico italiano non ha mai avuto non dico la maggioranza assoluta (che comunque non sarebbe bastata) ma nemmeno quella relativa (che comunque avrebbe aiutato a porre delle buone basi). Del resto, ricorderete bene che la stragrande maggioranza della popolazione a suo tempo anelava al noto farmaco: non ne discuto le motivazioni, registro il fatto, e vi esorto a riflettere sulle analogie.
Chiedere quindi all'unico partito euroscettico di traghettare il Paese verso un ordinamento internazionale meno autodistruttivo, o rimproverargli di non averlo fatto, o peggio ancora rimproverare a chi temprando lo scettro ai regnatori ha mostrato di che lagrime grondi e di che sangue l'euro, mi sembra non tanto ingiusto, quanto stupido. L'aspirazione alla libertà, presso gli italiani, è stata finora minoritaria, o è stata (legittimamente) interpretata in un modo diverso (nel senso di desiderare maggiore schiavitù), e così come non si può andare in paradiso a dispetto dei santi, non si può uscire dall'inferno a dispetto degli elettori. Certo, c'è sempre quello secondo cui "ma chi se ne frega della maggioranza, dovevate comunque uscire!", solo che questo tipo di affermazione ha una evidente falla, che non è quella di essere tecnicamente inattuabile (un piccolo partito non solo non condiziona votazioni ma non nomina né influenza il deep state), e non è nemmeno quella di essere fascista (possiamo immaginare che un regime antidemocratico finirà in modo antidemocratico, ma non per questo dobbiamo auspicare soluzioni antidemocratiche!), ma è quella di essere paternalista nel più viscido e sinistro dei modi, quello di Aristide e di Padoa Schioppa ("noi illuminati sappiamo qual è la verità e ci porteremo il popolo suo malgrado!").
Ora, io sono entrato nel dibattito perché allarmato e disgustato dal paternalismo lurido e vigliacco della sinistra: non mi può quindi essere chiesto di adottare lo stesso atteggiamento, né rimproverato come un fallimento il non averlo praticato o proposto come metodo ai miei compagni di squadra.
Al più, a chi ha deciso di combattere questa battaglia ideale o politica (a seconda dei ruoli, che nel mio caso purtroppo coincidono) si può rimproverare di non essere riuscito a coinvolgerla, la maggioranza (relativa o assoluta) dell'elettorato.
Certo: non essere stata abbastanza credibile, astrattamente, per una proposta intellettuale o politica è by definition un fallimento, il che però non implica che la proposta fosse concettualmente errata. Se esistono i fallimenti del mercato, esisteranno anche quelli della democrazia: restano comunque rispettivamente il peggior meccanismo di allocazione delle risorse e il peggior meccanismo di governo eccetto tutti gli altri sperimentati finora, e quindi ci sta che falliscano!
Tuttavia, questa critica, di cui non si può sottovalutare la portata, è a mio avviso ingiusta in generale, e in particolare se rivolta a me.
In generale, perché ignora la sproporzione di forze in campo, evidenziata nel saggio di Thomas Fazi che presenteremo l'8 luglio in Parlamento (sarete informati qui: i posti però saranno pochi, quindi attenti...), discussa a suo tempo nel nostro convegno annuale:
e sempre più evidente ogni singolo giorno che il buon Dio mette in Terra (non "mette a terra", locuzione per la quale la fucilazione alla schiena sul posto sarebbe una punizione sproporzionatamente lieve):
(aspettiamo fiduciosi un diluvio di giovincelle dalle labbra a canotto: "no vabbà igonigo questo consiglio d'Europa").
In particolare, perché io sol uno, quando mi apparecchiai a sostener la guerra, vi dissi chiaro e tondo che il partito che poi sarebbe stato di maggioranza relativa "populista", cioè gli ortotteri (come qui chiamiamo i grillini), era un gigantesco esperimento di intercettazione del dissenso, il cui scopo era quello di diventare a tempo debito la stampella del PD. La prima cosa ve la dissi in Ortotteri e anatroccoli il 30 luglio del 2012:
la seconda in Fantapolitica il il 6 settembre del 2016:
Come i fatti hanno poi dimostrato, è con quel materiale umano che il laboratorio del Quirinale ha creato uno dei suoi più riusciti ibridi, quel Conte cui espressi in aula tutta la mia (e vostra) stima:
quello che col favore delle tenebre aveva cospirato per approvare contro il volere del parlamento la riforma del MES, che fu se non la causa, per quanto mi riguarda la concausa determinante della caduta del governo Conte I nel 2019.
Quindi io a chi non andava data la maggioranza relativa, e perché non gli andava data, ve lo avevo spiegato molto bene. Certo: non avevo i milioni dell'UE da spendere per diffondere questo warning (più probabile che quelli o altri milioni venissero spesi per sostenere i gatekeeper), ma io da intellettuale il mio l'avevo fatto (così come da politico, quando le vicende che sapete mi costrinsero a far buon viso a cattivo gioco costringendomi in maggioranza coi gatekeeper, feci del mio meglio per ridurre il danno, motivo per cui alla fine andò così, cioè bene).
Ma alla fine di questa breve e credo serena disamina, mi sento di poter dire che a chi mi chiede "Quando si esce?" potrei, con una lieve forzatura del galateo, limitarmi a rispondere con un'altra domanda: "Che vuoi da me?"
— Monsieur l’évêque, dit-il, avec une lenteur qui venait peut-être plus encore de la dignité de l’âme que de la défaillance des forces, j’ai passé ma vie dans la méditation, l’étude et la contemplation. J’avais soixante ans quand mon pays m’a appelé, et m’a ordonné de me mêler de ses affaires. J’ai obéi. Il y avait des abus, je les ai combattus ; il y avait des tyrannies, je les ai détruites ; il y avait des droits et des principes, je les ai proclamés et confessés. Le territoire était envahi, je l’ai défendu ; la France était menacée, j’ai offert ma poitrine. Je n’étais pas riche ; je suis pauvre. J’ai été l’un des maîtres de l’État, les caves du Trésor étaient encombrées d’espèces au point qu’on était forcé d’étançonner les murs, prêts à se fendre sous le poids de l’or et de l’argent ; je dînais rue de l’Arbre-Sec à vingt-deux sous par tête. J’ai secouru les opprimés, j’ai soulagé les souffrants. J’ai déchiré la nappe de l’autel, c’est vrai ; mais c’était pour panser les blessures de la patrie. J’ai toujours soutenu la marche en avant du genre humain vers la lumière, et j’ai résisté quelquefois au progrès sans pitié. J’ai, dans l’occasion, protégé mes propres adversaires, vous autres. Et il y a, à Peteghem en Flandre, à l’endroit même où les rois mérovingiens avaient leur palais d’été, un couvent d’urbanistes, l’abbaye de Sainte-Claire en Beaulieu, que j’ai sauvé en 1793. J’ai fait mon devoir selon mes forces et le bien que j’ai pu. Après quoi j’ai été chassé, traqué, poursuivi, persécuté, noirci, raillé, conspué, maudit, proscrit. Depuis bien des années déjà, avec mes cheveux blancs, je sens que beaucoup de gens se croient sur moi le droit de mépris, j’ai pour la pauvre foule ignorante visage de damné, et j’accepte, ne haïssant personne, l’isolement de la haine. Maintenant, j’ai quatre-vingt-six ans ; je vais mourir. Qu’est-ce que vous venez me demander ?
— Votre bénédiction, dit l’évêque.
(...questo passaggio mi è rimasto impresso a prima lettura, e ancora non avevo fatto esperienza politica, più di quello dei candelabri...)
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