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venerdì 3 gennaio 2025

I want to be a currency. From now on, I want you all to call me 'Leuretto'.

Chiedo scusa, ma ne ho piene le tasche dei cretini che quotidianamente ci importunano nella cloaca nera con i miasmi delle loro flatulenze verbali. Penso sia quindi utile per tutti noi mettere le cose in prospettiva, ribadendo un concetto essenziale e misurabile: l'euro ci era stato annunciato come valuta forte e stabile, ma i dati dicono che non è stata particolarmente stabile e che non si sta rivelando particolarmente forte. Mi è venuto in mente di ribadire questo punto semplice ma incontestabile (se non dai cretini, che qui comunque hanno libertà di espressione del pensiero) intravedendo oggi un tweet del nostro amico involontariamente esilarante:


che lamentava il raggiungimento del livello più basso dell'euro dal 2022 (!) a causa di preoccupazioni sull'economia europea (!).

Ho rimesso doppiamente in prospettiva questo tweet surreale con un breve intervento:


Eh sì! Perché innanzitutto non è il valore più basso dal 2022, ma dal 2008, e poi le preoccupazioni non sono per l'Europa, ma per la Germania.

Non poteva non inserirsi il prototipo del troll drindrino:


un ellissoide di rotazione che adesso bloccherò, perché oltre a essere diversamente intelligente è anche molto, ma molto monotono... Ma questo qui non interessa: ve lo indico solo a titolo didattico come prototipo dei cretini della liretta, il cui nome è Legione.

E allora parliamone, della liretta, ma coi dati!

I dati ci sono: quelli dal 1960 alla fine del 1998 li trovate sulle International Financial Statistics del FMI:


espressi in quantità di lire necessaria per acquistare un dollaro (quotazione incerto per certo), ma volendo anche sui Key Short Term Economic Indicators (accessibili dal Data Explorer dell'OCSE), sempre espressi come unità di valuta nazionale per dollaro, con la differenza però che l'OCSE prende come riferimento per la valuta nazionale l'euro:


In altre parole, questo significa che i dati OCSE e i dati FMI sono esattamente gli stessi, a meno della moltiplicazione per un numero che ben conoscete:


Per ottenere la serie in lire (quella fornita dal FMI) basta moltiplicare la serie in euro (quella fornita dall'OCSE) per 1936.27.

Ovvio, no?

Perché ci occorrono due fonti? Perché il FMI smette di riportare il cambio lira/dollaro da quando la lira non esiste più (cioè dal 1999). Viceversa, l'OCSE riporta il cambio della valuta italiana rispetto al dollaro sia quando questa valuta era la lira che quando questa valuta era l'euro. In effetti, ci basterebbe quindi come fonte l'OCSE, ma ho voluto confrontare le due fonti nel foglio Excel che vedete qua sopra per essere certo che la misurazione retrospettiva dell'OCSE coincidesse con quanto avevo appreso del cambio lira/dollaro nella mia lontana giovinezza.

Ve la faccio breve. I dati sono questi:


Sono dati mensili dal gennaio del 1960 al novembre del 2024.

Chiedo (per un amico): sapreste indicarmi in quale punto del grafico l'Italia entra nell'Unione Economica e Monetaria? L'ingresso nell'euro ci è stato proposto come raggiungimento di una stabilità ormai perduta dall'abbandono di Bretton Woods, come fine di un periodo di volatilità eccessiva e di svalutazioni devastanti (che sul grafico si vedono come impennate, come aumento della quantità di valuta nazionale necessaria per comprare un dollaro), e quindi, se la promessa tanto sbandierata fosse stata almeno un po' mantenuta, non dovrebbe essere difficile individuare il momento in cui essa è venuta a compimento, no? D'altronde, se ci fate caso, l'abbandono della stabilità che il sistema di cambi fissi di Bretton Woods ci garantiva nel grafico si vede piuttosto bene, giusto? Si vede quando il cambio cessa di essere fisso (retta orizzontale) e comincia a muoversi, o no? E quindi, di converso, la ritrovata stabilità conferita dall'euro, di cui tutti gli euroti cianciavano e tuttora cianciano, dovrebbe essere altrettanto facilmente individuabile, o sbaglio?





















































Eh...

















































No, mi sa di no...




























Dai, vi aiuto mettendo le date e un paio di rette verticali...


La serie FMI (in lire) è rappresentata sull'asse di sinistra, quella OCSE (in euro) sull'asse di destra, le due serie sono, com'è ovvio per i motivi che vi ho detto sopra, perfettamente sovrapponibili, e ho messo due linee verticali per indicarvi i due eventi storici marcanti di cui vi parlavo sopra.

La linea verticale rossa indica un evento di cui vi accorgereste anche se non ve lo evidenziassi: la fine del sistema di Bretton Woods decretata da Nixon a Ferragosto del 1971. Da lì in avanti (cioè verso destra) si comincia a percepire una certa instabilità di quello che prima era un cambio fisso (cioè una linea perfettamente orizzontale). La linea verticale celeste indica invece l'evento che non riuscivate a collocare, cioè l'ingresso dell'Italia nell'Unione Economica e Monetaria. Come? Non vedete l'immediato raggiungimento di una rinnovata stabilità? No!?

Eh, no.

Non lo vedete perché non c'è.

La valuta italiana è stata volatile rispetto al dollaro sia quando si chiamava lira che quando si chiamava euro, cioè sia quando la gestivano i corrotti e dissoluti banchieri centrali italiani non ancora indipendenti, che quando la gestivano i puri e rigorosi banchieri centrali leuropei indipendenti! Tanto  per darvi un'idea, dall'ingresso nell'euro a gennaio del 1999 all'ottobre del 2000 (in 22 mesi) l'euro si svalutò del 26%! E sapete perché? Perché la Germania era il malato d'Europa (come adesso) e aveva bisogno di un aiutino.

(...sul grafico, dove il cambio è quotato incerto per certo, questa svalutazione figura come un incremento del 35% del costo di un dollaro in valuta nazionale: se ci vuole più valuta nazionale per acquistare un dollaro, vuol dire che la valuta nazionale vale di meno...)

Ma... ma... ma... una svalutazione simile somiglia tanto a quello che accadeva alla liretta nei turbolenti anni '80, quando qui, a sentire i porci imbecilli antitaliani, era tutta svalutazionecompetitiva e carriole per fare la spesa! In effetti, allora occorsero solo 20 mesi (dall'agosto del 1983 al marzo del 1985) per svalutare della stessa entità...

Eh, vedi che forte l'eurone!

Ci ha fatto resistere due mesi in più...

Sossodisfazzioni...

E inoltre, dirà qualcuno, dopo questa infausta partenza l'eurone si è rafforzato: lo si vede bene nel grafico, anzi, nei due grafici, anche in quello mostrato all'amico diversamente italiano e involontariamente comico: lì il rafforzamento dell'eurone si vede come crescita della spezzata rossa (a indicare che un eurone comprava più dollari), mentre nel grafico più esteso si vede come una calo della spezzata rossa (a indicare che ci volevano meno euroni - nel frattempo diventati valuta italiana - per comprare un dollaro).

Giusto! 

A fare i conti, si vede che dall'ottobre del 2000 al luglio del 2008 la quantità di valuta italiana (euro) necessaria per acquistare un dollaro è diminuita del 45.8%, cioè, di converso, che una poderosa erezione rivalutazione ha fatto aumentare l'eurone di ben l'85% (84.6%, ma arrotondiamo)!

Acciderbolina, che performance erotica (se pure in 94 mesi)!

Ma... ma... ma... è più o meno quello che accadeva nei decadenti e dissoluti anni '80, quando la casta, la cricca, la corruzione, erdebbitopubblico, le cavallette, le pallottole in garage (come dimenticare l'immortale Verzelli e il suo sproloquio dadaista? Chissà che fine avrà fatto, quel buon'uomo...), le svalutazzionicompetitive, e via scemenzando, indebolivano il potere di acquisto delle famiglie (che invece aumentava), ma fra il marzo del 1985 e il novembre del 1990 la lira si rivalutò dell'86% sul dollaro, e in soli 69 mesi (sì: si rivalutò più la lira nel 1985 che l'euro nel 2000, e in meno tempo. Li vedete i cazzo di dati? Vi serve un disegnino coi sottotitoli?).

Certo, dirà qualcuno, è chiaro, l'entrata nello "SME credibile" (daje a ride...) aveva contribuito a rafforzare il nostro tasso di cambio, che però poi si dimostrò insostenibile, tant'è che poi dovette cedere (nel grafico, la spezzata riprese a crescere), e nei 99 mesi fra il novembre del '90 e l'entrata nell'euro perse il 33%! 

Eh, già...

Era deboluccia, la liretta...

Mica come l'eurone, che nei 99 mesi successivi al picco raggiunto a luglio 2008 ha perso il 29% (mica il 33%! Solo il 29%...) e da allora un altro 5%, e ci si aspetta che ceda ancora, in un tentativo vano di aiutare l'economia tedesca a proseguire la sua sciocca guerra contro il resto del mondo (che tanto si sa come va a finire: così).

Volete vederla in un altro modo?

Vi faccio vedere, sovrapponendoli, l'andamento del tasso di cambio dai "minimi relativi" di marzo 1985 e di ottobre 2000 (che nel grafico incerto per certo sono massimi relativi) per i 12 anni successivi. Per facilitare la vostra intuizione, esprimo i tassi di cambio in quotazione certo per incerto, quella che si usa oggi (per cui un aumento indica una rivalutazione) e li presento come indici con base 100 nel primo periodo osservato (così potete confrontare direttamente gli ordini di grandezza):


Ma voi, la radicale diversità, la profonda stabilità, del mondo dell'eurone rispetto a quello della liretta la vedete? Se non avessi etichettato con le date le due serie, sapreste scegliere a colpo sicuro quali dati vengono dal turbolento mondo della liretta e quali dallo stabile mondo dell'eurone?

Non credo.

E sapete perché?

Ma, direi per un motivo uguale e contrario a quello che spingerebbe un eurota, se si buttasse dalla finestra (Dio non voglia!), a pensare di essere lui ad attrarre la Terra con la propria massa.

Chiaro?

Beh, se non è chiaro, io mi arrendo: più chiaro di così non posso essere.

Con questo che cosa voglio dire?

Che è colpa degli altri, che è un complotto satanista di Soros e di Schwab, che se tornassimo al sesterzio nel Tevere scorrerebbe latte e miele, [puttanata a piacere inventata dai porci antitaliani]?

No.

Non voglio dire questo, né l'ho mai detto. Voglio dire quello che ho detto: che la promessa di stabilità sui mercati finanziari internazionali fatta da chi ci ha proposto l'euro non è stata mantenuta, e (per definizione) non per colpa nostra, visto che la possibilità di gestire la valuta ci è stata sottratta, quindi non possiamo essere noi i responsabili di una instabilità che abbiamo subito come tutti gli altri Stati membri ma che non dipende dalle nostre scelte (ma dalla salute dell'economia tedesca)!

Tutto qua.

Un vantaggio, un beneficio, che ci è stato chiesto di considerare perché essenziale, perché strategico, non si riscontra nei dati. Solo questo volevo dire: mi sembra abbastanza per aiutarvi a riconoscere un imbecille quando lo incontrate (operazione che può comunque essere utile, se non altro per non perdere tempo), e per riflettere su quali vantaggi non stiamo avendo dall'unione monetaria, la cui valutazione complessiva non si esaurisce, ovviamente, qui.

L'imbecille, naturalmente, dirà il contrario e ripeterà "liretta, liretta...". Ora voi avete visto la performance di leuretto, quindi sapete che cosa pensare.

Tanto vi dovevo, e ora vado a bloccare un po' di stolti...

martedì 31 dicembre 2024

L'Italietta della liretta, ovvero: il troll è come il maiale

(...non si butta via niente!...)

La premessa di questo post è che presto l'euro tornerà di moda.

Non starà a noi parlarne, né sotto il profilo intellettuale (lo abbiamo già fatto con argomenti che ormai sono mainstream) né sotto quello politico (il Paese ora sta relativamente bene: se aveva senso denunciare certi meccanismi prima che venissero applicati, per evitare tanto inutile dolore, ha molto meno senso denunciarli dopo, causando ulteriore stress ai superstiti: ci pensino ora i tedeschi di AfD, noi abbiamo bisogno di meno spread e in generale di meno rotture di coglioni...). In tutta evidenza, non sono solo io a pensare che l'argomento tornerà di moda, e infatti nella cloaca nera è tutto un pullulare di troll, ma anche di brave persone la cui buona fede è ahimè molto superiore alla loro intelligenza, che in ogni caso la buttano sulla "liretta" in un evidente tentativo di rianimare uno spin che solo apparentemente ha fatto il suo tempo, ma che invece è e resta di drammatica attualità. L'idea che col passare del tempo si sarebbe imposta, per motivi demografici, la generazione degli "euronativi", i quali non avrebbero avuto incentivi a riflettere sulle opportunità offerte da un mondo che non avevano conosciuto, in sé era e resta corretta, ma stenta a realizzarsi compiutamente. Quelli che hanno conosciuto un modo normale restano comunque la maggioranza (è la piramide demografica, bellezza!), quelli che hanno conosciuto solo il mondo della svalutazione interna se ne vanno per lo più all'estero, chi resta qui si informa e, se ha i mezzi intellettuali per capire, capisce. Quindi questo new normal fatica a imporsi come tale: vecchi e giovani lo percepiscono per quello che è, per uno stato di eccezione invocato da un sovrano privo di legittimazione, tant'è che non sarei stupito se fra un annetto o due, magari nel corso della prossima crisi finanziaria, il Giavazzo bifronte venisse a spiegarci che il taglio dei salari (svalutazione interna) dipende proprio dall'aver inibito i normali meccanismi del mercato valutario (cioè la cosiddetta svalutazione esterna)!

Comunque, nel frattempo può essere utile studiarsi i troll e il loro argomentare: per noi è un po' un tuffo nel passato, sono scemenze che abbiamo confutato mille volte, ma se, come dice Claudio, dobbiamo ricominciare a spiegare tutto, perché con l'ingresso in politica abbiamo ampliato la nostra platea a migliaia di persone che si sono aggiunte ai nostri follower senza essere parte di questa comunità (e pertanto mancano de #lebbasi), se è così, allora ben vengano i troll! Ci sono cose così cretine che a me , e verosimilmente anche a voi, non passerebbe nemmeno per l'anticamera del cervello di discuterle, ma che possono fare breccia in menti, come dire, più... fresche! Prevenire è meglio che curare, e quindi interveniamo...

Due giorni fa Claudio ha avuto la cortesia di rilanciare il mio post precedente, attirando immediatamente un troll:


Il giorno dopo me ne sono accorto e ho espresso una breve considerazione:


che ha dato la stura a uno scemenzaio di proporzioni ragguardevoli! Non voglio esaurirlo tutto in un singolo post, non ho tempo per farlo e non ne vale la pena, ma due o tre cosette voglio condividerle con voi perché credo siano utili.

Vi risparmierei, ma siccome erano tanti occorre spenderci un po' di tempo, una particolare categoria di analfabeti funzionali, questi:


Non ci sarebbe nulla da replicare a dei fenomeni simili, se non quello che ha replicato Gatta Skogatt con grande compostezza:


In effetti, il mio era uno sberleffo alla stupidaggine di un fesso che si lamentava di quanto fossero onerosi i mutui in un mondo che lui descriveva come di tassi reali negativi (cioè in un mondo in cui la banca ti paga affinché tu ti indebiti: peraltro, questo è stato il mondo dell'eurone fino a pochi anni fa)! Questa valutazione ovviamente prescindeva dalla veridicità di una simile rappresentazione: era solo una verifica della sua coerenza interna, coerenza che ovviamente non poteva esserci! Chi si mette dal lato sbagliato della storia è condannato a vivere nella menzogna. Di fatto, in un mondo di tassi reali negativi sarebbe eventualmente il creditore a doversi lamentare, certo non il debitore! Quindi il buon Gianni letteralmente non capiva che cosa stesse dicendo, e parlava solo per diffondere (come deve fare un troll) una narrazione allusiva e tendenziosa: "con la liretta si stava peggio!" (anche se per farlo esponeva un argomento che astrattamente avrebbe favorito la tesi opposta: se le cose fossero state come le descriveva lui, i debitori sarebbero stati molto meglio)!

Apro e chiudo una parentesi sul povero Painintheass, che, come potrete facilmente constatare scorrendo il suo profilo, ha altri interessi: ci sta che non sia del tutto lucido, la falegnameria è un hobby defatigante...

Tuttavia, esaurito il divertimento per la scemenza di chi parla senza sapere che cosa dice, forse vale anche la pena di fare un vero fact checking di simili idiozie.

C'è mai stato un anno in cui i mutui prima casa erano al 15% e l'inflazione al 18%?

E, più in generale, con la lira l'inflazione è sempre stata in doppia cifra (come i drindrini ripetono)?

Diamo un'occhiata ai dati, partendo, appunto, da quelli sull'inflazione.

Nei 39 anni dal 1960 al 1999 l'inflazione in Italia è stata a due cifre solo per i dodici anni dal 1973 al 1984:

(fonte) quindi per meno di un terzo della sua storia. E qui qualcuno dirà: "D'accordo, la liretta non viaggiava sempre sulla doppia cifra di inflazione, anzi: è stata più spesso a singola che a doppia cifra, ma comunque con l'eurone in doppia cifra non ci siamo mai arrivati, nonostante la tremenda catastrofe determinata da pandemia e guerra!"

Eh, no, le cose non stanno esattamente così, perché le guerre, e i conseguenti shock di offerta, ci sono sempre stati, ma quelli che la liretta ha subito sono stati molto più seri di quelli che ha subito l'eurone. Per verificarlo vi invito a consultare la pagina sui mercati delle merci nel sito della World Bank e, se vi interessa, a scaricarvi il "pink sheet", il foglio Excel con gli indici annuali dei prezzi delle materie prime. Se calcoliamo il tasso di variazione dell’indice iENERGY, che sintetizza l’andamento dei prezzi delle fonti di energia, e lo rappresentiamo insieme al tasso di inflazione italiano otteniamo questo grafico:


dove l'inflazione italiana è rappresentata sull'asse di sinistra e quella dei costi internazionali dell'energia sull'asse di destra (che ovviamente ha una scala molto più estesa). Tenuto conto delle proporzioni, si vede immediatamente che lo shock petrolifero del 1973, quando il prezzo del petrolio quadruplicò, ha comportato un aumento dell'indice iENERGY (indice dei prezzi delle materie prime energetiche) del 230%, pari quasi al triplo dell'ultimo shock da offerta, quello del 2021, quando i prezzi delle materie prime energetiche sono aumentati dell'81%. Fateci caso: con aumenti superiori al 200% dei prezzi delle fonti di energia abbiamo avuto un'inflazione attorno al 20%, e con aumenti dell'80% dei prezzi delle fonti di energia abbiamo avuto un'inflazione attorno all'8%.

Cambiato qualcosa?

Non direi!

Con l'eurone, come con la liretta, circa un decimo degli shock di offerta (misurati dalla variazione dell'indice delle materie prime energetiche) si trasferisce sul tasso di inflazione interno. Si conferma quindi una scemenza quella della monetona fortona che fa da scudo contro l'incremento del prezzo delle materie prime: ma che fosse una scemenza che lo siamo detti mille volte, e il motivo è semplice: come vedete nel grafico, gli aumenti dei prezzi delle materie prime possono essere facilmente anche a tre cifre (superiori al 100%), e sarebbe da idioti pensare che roba simile possa essere compensata rivalutando la propria moneta. Molto semplicemente, se il prezzo del petrolio, o del gas, o in generale dell'energia raddoppia, quella di raddoppiare il cambio della propria moneta rivalutandola del 100% non è una strategia praticabile, perché comporterebbe far pagare il doppio tutti i nostri beni a tutti i nostri clienti internazionali, semplicemente per mantenere costante il prezzo dell'energia in valuta nazionale! Vorrebbe dire uccidere il Paese, e una roba simile può venire in mente solo a un perfetto drindrino! La strategia razionale è quella di comprimere leggermente i margini e di trasferire parte degli incrementi dei costi sui consumatori finali, ovviamente. Ma la cosa relativamente sorprendente, che nemmeno io mi aspettavo, è che il pass-through dai prezzi dell'energia ai prezzi al consumo nazionali in caso di shock di offerta è rimasto più o meno lo stesso, nonostante che nel frattempo siano cambiate tante cose: l'efficienza delle tecnologie, il mix energetico, le istituzioni monetarie, e il mercato del lavoro.

Questo ovviamente non esaurisce il discorso.

Il grafico mostra anche che per tutti gli anni '70 l'inflazione in Italia è stata piuttosto persistente, restando a due cifre anche fra 1975 e 1978, quando l'incremento del prezzo dell'energia era sceso a una cifra. Si può ragionare su quanto questa persistenza sia dovuta alla presenza di istituzioni che tutelavano il potere di acquisto dei salari, come l'indicizzazione salariale (la cosiddetta "scala mobile"), istituzioni che, si dice, avrebbero innescato una "spirale prezzi-salari".

Il fatto è che gli anni dell'inflazione a due cifre sono stati, come qui ben sapete, anni di crescita del salario reale:


il che naturalmente rende surreale l'affermazione di Gianni, il nostro troll, secondo cui una famiglia il cui salario cresceva più dell'inflazione si sarebbe trovata in difficoltà a pagare un mutuo il cui tasso era inferiore all'inflazione! Ma questo fatto, cioè la coesistenza di salari reali crescenti con la persistenza del processo inflattivo, corrobora di per sé l'affermazione che la tutela del potere d'acquisto delle famiglie mediante meccanismi di indicizzazione rendesse persistente l'inflazione? Forse bisogna prestare attenzione alle unità di misura. In effetti, il rientro dallo shock del 2021 è stato rapido, ma non esclusivamente né necessariamente perché non c'era più la scala mobile! Semplicemente, nel 2023 i costi delle materie energetiche sono diminuiti del 30% (per l'esattezza: -29.9%) e quindi nel 2024 abbiamo avuto un'inflazione attorno a 1.3%. Questo però succedeva anche con la liretta! Nel 1983 ci fu un "controshock" del -10% (meno deciso di quello del 2023), seguito nel 1984 da un altro controshock del -4%, e nel 1985 l'inflazione tornò a una cifra. Insomma: oggi come ieri il rientro dall’inflazione appare guidato da shock di offerta favorevoli (diminuzioni più o meno drastiche del costo dell’energia).

Quindi, alla fine, il mondo non è poi cambiato così radicalmente, se non per una cosa: le istituzioni monetarie e le riforme del mercato del lavoro che non ci hanno reso meno vulnerabili agli shock esterni (come vi ho documentato) sono però servite a fermare la crescita dei salari (come vedete nell'ultimo grafico e come oggi Draghi lamenta, poverino...). È un’applicazione del noto principio “se non serve a nulla [a far diminuire l’inflazione o la sua persistenza] serve a qualcos’altro [a redistribuire reddito a vantaggio del capitale finanziario]”.

Resta da factceccare un'altra affermazione del nostro simpatico troll: quella che con l'inflazione al 18% i tassi di interesse fossero al 15%. Si fa subito, perché tassi di inflazione al 18% si sono avuti solo nel 1981 (17.96%). Basta controllare sulle International Financial Statistics com'erano messi i tassi in quell'anno lì:


(quindi un punto sopra, e non tre punti sotto l'inflazione), ma io ricordo una storia un po' diversa, che ancora per un po' trovate sul sito della Banca d'Italia:


con tassi sui prestiti attorno al 25% (quindi sette punti sopra l'inflazione), e tassi sui depositi al di sotto (o molto lievemente al disopra) del tasso di inflazione.

Il motivo è molto semplice: nel 1981 c'era già stato il Volcker shock, la stretta di politica monetaria statunitense che aveva fatto cambiare segno ai tassi di interesse reale in tutto il mondo, nel quadro di una generale strategia di abbandono della cosiddetta “repressione finanziaria” (cioè della regolamentazione del mercato internazionale dei capitali). L'abbiamo vista ad esempio nel working paper di Reinhardt e Sbrancia più volte citato:


Quindi il mondo di Gianni è un mondo in cui lui sarebbe stato molto bene, se solo fosse esistito! (mi riferisco sia al mondo che a Gianni). 

Bene: ora passo a occuparmi di altro, altrimenti questa notte non riesco a pubblicare. Come vedete, i troll non sono così inutili come sembrano. Ma... lasciateli a me!


(...il discorso di fine anno quest'anno lo posterò ad anno nuovo, subito dopo la mezzanotte, se ci riesco. I discorsi che parlano del futuro vanno fatti all'inizio, non alla fine...)

domenica 29 dicembre 2024

"Fai il grafico in dollari!" (paulo trolliora canamus)

Passiamo ad altro, cioè alla stessa cosa: all'irrefrenabile bisogno di molti di esprimersi con sicumera su materia di cui ignorano i rudimenti. Qui abbiamo sempre cercato di coinvolgere, rispettandole, le competenze più diversificate, distinguendo con accuratezza i contesti in cui le si poteva ritenere autorevoli, perché parlavano con cognizione di causa, da quelli in cui stavano semplicemente esercitando il diritto di esprimere una propria opinione. La cloaca nera naturalmente non funziona così. Prendo ad esempio uno scambio di qualche giorno fa, utile per due motivi (o forse tre): perché chiarisce la disfunzionalità di certe dinamiche della cloaca nera; perché mi permette di ricordare a chi è qui che cos'è il Pil e come lo si misura (le unità di misura sono naturalmente connesse al significato della variabile; e (forse) perché getta luce su quella strana forma di disagio che va sotto il nome di ingegneria (qui ingengngneria): quell'atteggiamento (sbagliato) che consiste nel ritenere di poter mettere becco ovunque perché si sono studiate cose [che a noi sembravano, a causa dei nostri mezzi intellettuali e culturali] difficili.

Lo scambio inizia qui, da questo post di Ortigia (che se fosse in malafede farebbe meno danni!):


su cui, come vedete, si inserisce rapido come un leprotto tal fabio sona con parole di dileggio. Il sona si descrive in questo modo:


e direi che se non tutto, in questo autoritratto c'è comunque abbastanza. Interviene un tal Giuseppe a tentare di farlo ragionare (non scegliendo una linea dialetticamente molto valida, a mio avviso), e il sona mette a nudo la sua anima blaterando di "liretta". Mi corre quindi l'obbligo di fargli notare una cosa:


ovvero che l'eurone, di cui il sona naturalmente è un fan (essendo un ingegnere, quindi assente giustificato dalle scienze economiche), è stata una valuta molto instabile e tendenzialmente debole.

Faccio qui una prima parentesi, che sarà anche funzionale al discorso di fine anno al quale sto lavorando. Ci siamo più volte soffermati su quanto sia cretina l'idea delle "svalutazionicompetitive" della liretta. Intanto, come abbiamo più volte evidenziato, non era la "liretta" a svalutare: era il marco a rivalutare, per l'ovvio motivo che la Germania era tendenzialmente in surplus, e questo lo si vede bene constatando che praticamente tutte le valute (quindi: non solo la "liretta") hanno perso terreno rispetto al marco. Abbiamo approfondito questo argomento qui e il grafico è questo:


La lira ha perso più terreno del franco belga, per dire, ma non molto più della sterlina, e comunque tutti, dollaro incluso, hanno perso terreno rispetto al marco. Questo non è un dettaglio, perché ci chiarisce che l'anomalia è il comportamento del marco, non quello della lira, e quindi che l'euro non è stato concepito per impedire all'Italia di svalutare (rispetto al resto del mondo), come vuole la narrazione autorazzista, ma per impedire alla Germania di rivalutare (rispetto ai suoi principali partner commerciali, cioè ai Paesi dell'Eurozona), cioè per inibire un normale meccanismo di mercato, per truccare le carte a favore del "più forte".

Nota bene: quello che nel grafico del cambio EURUSD vedete come una diminuzione tendenziale a partire dal 2008 evidenziata dalla linea gialla (a significare che un euro compra meno dollari), nel grafico successivo lo vedete come il simmetrico aumento della spezzata celeste nello stesso periodo (a significare che, simmetricamente, un dollaro compra più euro/marchi).

Sottolineo anche un dettaglio: gli episodi di svalutazione della lira, le sue crisi valutarie (nel grafico si vede bene, ad esempio, quella del 1992) sono avvenuti in risposta a deficit di bilancia dei pagamenti. La svalutazione dell'eurone, viceversa, ha avuto luogo in un periodo in cui la bilancia dei pagamenti dell'eurozona rispetto al resto del mondo era in pareggio o in surplus (e quindi l'euro sarebbe dovuto restare stabile, o crescere leggermente). Se proprio vogliamo parlare di "svalutazionecompetitiva", quella dell'euro dal 2008 al 2015 lo è senz'altro. Quelle delle valute mondiali rispetto al marco avevano per lo più una logica diversa, quella di un normale aggiustamento del mercato dei cambi.

Ma insomma, il nostro ingegnere sa tutto, o almeno crede. Qualcuno gli fa notare che forse la sua visione delle cose è parziale:


e la risposta è da manuale: le crisi del '72, '76 e '92...

Non mi è chiaro a quali crisi si riferisca il sona. Parla di crisi valutarie? Ma il grafico del cambio lira per dollaro è questo:


e le svalutazioni più rilevanti (viste come aumento del numero di lire necessario per acquistare un dollaro) si sono verificate rispettivamente nel 1981 (sona non ne parla), nel 1993 (corrispondente in effetti alla crisi del 1992) e nel 1976. Nel 1972 invece il cambio si è leggermente rivalutato (quindi che crisi della liretta era?)!

A storia economica siamo messi maluccio, ma il punto non è questo. Il punto è un altro e gli viene fatto notare:


Le catastrofiche crisi di cui lui parla sono episodi impercettibili rispetto a quella in cui siamo grazie all'eurone e al particolare modo di gestione degli squilibri esterni che comporta (svalutazione interna, cioè tagli degli investimenti per tagliare i salari: l'ha detto anche Draghi)!

Ovviamente a questo l'ingegnere non sa che cosa rispondere se non insolenze, ma quando trovi uno così come fai a fartelo sfuggire?


E qui si comincia a capire che quel grafico gli ha fatto male, oppure (le due cose non si escludono a vicenda) che questo ingegnere non ha contezza di strumenti statistici che si studiano nei corsi universitari più elementari (tipo statistica I). Per essere certo che abbia capito (sapendo che non vuole capire) esplicito il mio pensiero:


A questo punto il sona ovviamente scompare (non avendo argomenti)... ma subentra il genio!


Iscritto per l'occasione, dieci follower:


evidentemente un troll, ma animato dallo spirito natalizio mi predispongo a coccolarlo.

Dalle parti dei cretini ci deve essere qualcuno che va dicendo che io trucco le carte perché riporto i dati del Pil in valuta nazionale, ma che se invece li riportassi in dollari si vedrebbe che all'epoca della liretta eravamo tutti più poveri.

Ora: il Pil è, come sapete, la somma dei redditi percepiti dagli operatori residenti, che coincide con la somma della spesa effettuata per acquistare la produzione realizzata nel Paese, che coincide con la somma dei valori aggiunti prodotti dai diversi settori economici (di questo triplice e coincidente significato del Pil abbiamo parlato diffusamente qui). Il motivo per cui il Pil, inteso come misura di reddito, si calcola in valuta nazionale, è semplice: generalmente i residenti spendono in patria quello che guadagnano! Non so se lo abbia detto Peron, e non mi interessa: Peron potrebbe anche aver detto "Piove!" in una giornata piovosa, e non sarebbe passato alla storia per questo! Un'ovvietà è un'ovvietà per tutti, tranne che per un ignorante...

Ma allora perché alcune fonti riportano anche il Pil in dollari? Semplice! Perché nei confronti internazionali può avere un senso esprimere la capacità di spesa (o, se volete vederlo dall'altro lato, il volume di produzione di un Paese) in una comune unità di misura. Ma anche questi confronti internazionali vanno fatti cum grano salis, ed è per questo che, piuttosto che il cambio corrente, nel farli si adotta il cambio a parità dei poteri di acquisto (la cui logica è stata spiegata qui; il database più autorevole in questo senso è la Penn World Table).

Ma attenzione!

Vorrei evidenziarvi due aspetti particolarmente grotteschi della dottrina che si insegna nella terra dei cretini. Il loro obiettivo è molto semplice: negazionare che l'impossibilità di reagire a un deficit persistente di bilancia dei pagamenti con l'aggiustamento del cambio abbia comportato un aggiustamento al ribasso dei salari (cioè del Pil, perché in quanto somma dei redditi, quest'ultimo prevede i salari fra le sue componenti). A questo scopo la menano col grafico in dollari perché pensano che "siccome la liretta svalutava" nel grafico in dollari si vedrebbero episodi arresto catastrofico della crescita prima dell'entrata nell'eurone.

Ci siete? Tutto chiaro?

Ora: è assolutamente ovvio che invece le cose staranno in un modo totalmente diverso, e questo per due motivi (di cui uno dovrebbe esservi chiaro osservando il primo grafico).

Intanto, quando si parla di crescita senza ulteriori qualificazioni, si parla ovviamente di crescita "in termini reali", cioè depurata dall'inflazione, cioè a prezzi e tassi di cambio costanti (cioè fissi ai valori assunti in un anno di riferimento). Quindi è ovvio che:


e infatti (siccome sono caritatevole) il grafico è assolutamente indistinguibile, a occhio esperto, da quello espresso in euro:


Il motivo, ve lo ribadisco, è ovvio: se vogliamo valutare il Pil in termini reali, cioè il volume (non il valore) della produzione, cioè il potere di acquisto (non l'importo nominale) dei nostri redditi, allora dobbiamo far riferimento a un anno, e quindi il grafico in termini reali espresso in dollari è uguale a quello espresso in euro moltiplicato per una costante (il valore del tasso di cambio nel 1985), che essendo positiva e vicina a uno non altera minimamente il tracciato! E infatti:


(i dati vengono dal World Development Indicators dove c'è tantissima roba interessante).

"Ma allora", diranno i drindrini, "stai truccando le carte! Devi far vedere il Pil in termini nominali, così si vedrà che ai tempi della liretta andava peggio, perché a prezzi e cambi correnti, anziché costanti, il tracciato del grafico incorporerà la drammatica perdita di ricchezza causata dalle svalutazzzionicompetitive!"

Sicuri? Avete idea di che cosa ha fatto l'eurone?

Comunque, contenti voi: vi faccio vedere anche i grafici nominali, cioè a euro e a dollari costanti, ma vi avverto: oltre a non aver senso (ma questo abbiamo capito che non lo capite), non vi piaceranno!


E qui, cari drindrini, vi siete fatti male da soli. Volevate dimostrarci che con l'eurone avremmo mantenuto la nostra ricchezza in dollari, e invece... dal 2008 al 2023 il Pil espresso in dollari correnti cala di circa il 5% (mentre quello in euro correnti nonostante la crisi un po' aumenta, grazie all'inflazione), il che significa che l'eurone non tutela il nostro potere d'acquisto sui mercati statunitensi (che non so perché vi interessi, ma... contenti voi!). Del resto, se dal 2008 al 2015 abbiamo svalutato di quasi il 30%, come volete che il nostro Pil in dollari aumenti! Abbiamo, sì, perché ora la nostra valuta è l'euro, e se si svaluta... svalutiamo anche noi!

Insomma: avete voluto il grafico in dollari?

Ecco il grafico in dollari.

Che c'è scritto?

Che non avete capito niente!

Siamo stupiti?

No.

Perché?

Perché se dopo che una fonte di stampa notoriamente non amica della Lega vi spiega che non è così:


se dopo che ufficiali di polizia ve lo dichiarano nel talk show più visto del Paese (da -3:30), se dopo che le meta-analisi scientifiche ve lo ribadiscono:


mi state ancora in coda all'altro post con la balla del test salivare che dopo settimane vi fa togliere la patente se fumate una canna, io mi arrendo... e preparo il grafico del Pil italiano in corone svedesi!

Che c'entra?

Niente!

Ma ricordate che cosa dice Cipolla dello stupido? Che è imprevedibile. Quindi, per gestirlo, tanto vale andare a casaccio.

Con immutatissima stima...

lunedì 17 luglio 2017

De piddinitate juridica



Egregio Professore,

Ho indugiato molto prima di scriverle queste righe e rimango tuttora nel dubbio se la mia piccola testimonianza – di certo simile a tante altre che quotidianamente le giungono – valga anche solo qualche minuto del suo tempo prezioso. Tuttavia, l’immensa stima che ho maturato per lei e per il lavoro che ha portato avanti in questi anni – a tratti nella più totale solitudine – mi impone, anche solo per la riconoscenza civile che debbo al principale responsabile del mio rischiaramento intellettuale, di lasciare traccia scritta di queste riflessioni. Ovviamente ne faccia ciò che crede, compreso cestinarla dopo aver letto le prime righe.

So che ci tiene molto alle presentazioni. Condivido con lei la passione per questa spesso trascurata consuetudine e faccio immediatamente una full disclosure, come direbbero “quelli bravi” tra i suoi colleghi. Mi chiamo Guidubaldo Sforza Pallavicini (lo so, i doppi cognomi sono sempre sospetti, ma sono in buona compagnia, tra gli altri, di Luciano Barra Caracciolo), e sono – ancora per poco – un dottorando in diritto presso l’Università degli Studi di Piddinopoli. Sono da circa un anno e mezzo un avido lettore – sebbene non commentatore – del suo blog, di cui ho letto tutti i post e i materiali didattici iniziatici. Ho acquistato e letto i suoi libri, e ho deciso quest’anno di devolvere il 5x1000 ad a/simmetrie. Spero di potere contribuire anche in altre e più tangibili forme in futuro, sebbene la precarietà reddituale di un borsista non mi consenta di fare sicure previsioni a lungo.

Come vede “non sono un economista ma…” (incipit canaglia!) mi occupo di temi non del tutto estranei al nucleo della sua riflessione economica e politica, specie con riferimento alle questioni tecnico-giuridiche che riguardano i rapporti tra il nostro ordinamento e quello dell’UE in tutte le sue manifestazioni istituzionali. Come molti, sono arrivato al capezzale del suo blog e alla lettura dei suoi libri – così come di quelli di LBC – poiché nel corso degli studi mi sono progressivamente reso conto che molte cose non tornavano nella “grande narrazione” euro-europeista; narrazione di cui le discipline giuridiche – specie il diritto costituzionale – sono state in questi anni, salvo qualche isolata eccezione, una costola fondamentale, nel contesto di un miope ed a tratti asfissiante conformismo intellettuale.

Sebbene grazie alla familiarità con la grande dottrina classica di diritto internazionale, tradizionalmente attenta ai profili della sovranità e della statualità, avessi già alcuni strumenti per decrittare i messaggi impliciti nella monodia del mainstream globalista, eurista e post-nazionale, difettavo degli strumenti analitici propri della scienza economica per comprenderne a fondo le implicazioni sociali e politiche, in ultima analisi tendenti al ri-orientamento strategico del conflitto distributivo a danno del potere contrattuale del lavoro (complessivamente inteso, senza sterili distinzioni pubblico/privato; dipendente/autonomo; ecc.) e a beneficio del capitale (rectius, di alcuni capitalisti e creditori dei Paesi del Nord mercantilista, evidentemente “più uguali degli altri”). La lettura del suo blog e dei suoi libri mi ha fornito i tasselli mancanti del quadro concettuale, complementare a quello giuridico, assolutamente indispensabili ad affrancarmi dalle piaghe del luogocomunismo e dell’autorazzismo purtroppo dilaganti anche nel mondo accademico e professionale del diritto.

Nei suoi scritti lei ha molto spesso posto in evidenza la necessità di tornare a coltivare “le basi” della scienza economica, contrastando in modo frontale l’atteggiamento di molti suoi blasonati colleghi che hanno contribuito al sistematico pervertimento di quelle acquisizioni scientifiche che avrebbero consentito di prevedere il disastro a cui ci ha condotto il disegno politico della moneta unica. Quello che vorrei aggiungere – senza peraltro pretendere di dire nulla di molto originale – è che quella stessa battaglia per la “dignità della professione” è assolutamente necessaria anche nel campo, l’unico in cui sento di potermi esprimere secondo la massima benedetta “ognuno parli di ciò che sa”, delle scienze giuridiche. Come sottolineato più volte da LBC nei suoi scritti, il deficit di coscienza critica o, se si preferisce, l’apostasia di una professione rispetto ai cardini dello statuto metodologico e scientifico della propria disciplina, non è un problema esclusivo della scienza economica ma è appunto comune anche al mondo del diritto.

Ritengo che questa deprecabile situazione sia frutto di un cosciente disegno di destrutturazione della formazione giuridica, evidente fin dalla organizzazione dei corsi di studio delle nostre facoltà di giurisprudenza. Guardando in retrospettiva la mia carriera di studente credo di poter individuare alcuni momenti fondamentali di trasmissione del “dispositivo ideologico” globalista ed europeista acritico. Ricordo, ad esempio, che quando al corso di diritto costituzionale si arrivò a trattare della parte della Carta sui rapporti economici, questa fu sostanzialmente liquidata nelle lezioni e nei manuali con un discorso del tipo: “Questa parte della Costituzione, che prevede ampie facoltà e persino obblighi di intervento dello Stato nell’economia a tutela di diritti fondamentali nella sfera economica, risulta oggi in larga misura superata dagli sviluppi del diritto comunitario”, con buona pace del profondo dibattito in seno alla Costituente sui temi del lavoro e dei diritti sociali che aveva animato i lavori preparatori della Carta. Molti si sono sinceramente convinti che le norme della Costituzione possano essere soggette al fenomeno della desuetudine, in spregio alla banale constatazione che la forza precettiva di un testo normativo non dipende dal tempo trascorso dalla sua entrata in vigore o dalla frequenza della sua applicazione, bensì dal rango che quelle norme rivestono nell’ordinamento e che gli interpreti sono chiamati a riconoscere (tanto per capirci il fatto che le condanne per incesto si contino sulle dita di una mano dal codice Zanardelli ad oggi non toglie che l’incesto sia un delitto e non rende – fino ad abrogazione o dichiarazione di incostituzionalità – l’articolo 564 del codice penale “meno legge”. Così l’articolo 47 della Costituzione in tema di tutela del risparmio non diviene norma costituzionale minoris generis per il mero fatto dell’adozione di norme europee ad es. in tema di bail-in). Parallelamente, nei corsi di “diritto costituzionale dell’Unione Europea” (ricordo che con una certa onestà il mio professore diceva di insegnare “una cosa che non esiste”), si tratteggia agli studenti l’epopea progressista dello sviluppo di principi quali il primato del diritto dell’Unione sui diritti nazionali o della diretta applicabilità delle direttive non attuate dallo Stato, quasi fossero sviluppi “naturali” ed inevitabili del rapporto tra ordinamenti, senza analizzarne compiutamente le implicazioni pratiche o i necessari contrappesi nell’ottica del diritto interno degli Stati. Le pur timide resistenze delle corti costituzionali nazionali sono spesso viste come pericolosi esempi di “patriottismo e nazionalismo costituzionale”. Nei corsi avanzati di diritto internazionale, laddove si parla di tutela sovranazionale dei diritti umani – peraltro spesso ricostruiti nell’ottica limitata dei soli diritti civili e politici – si tende a dipingere univocamente lo Stato come il principale ostacolo alla loro realizzazione, anziché come il primo e principale baluardo istituzionale della loro tutela (certo, eventualmente assoggettabile su basi multilaterali ad istanze esterne di controllo, ma sempre in chiave estensiva dei diritti soggettivi e di assicurazione di uno standard minimo convenzionale sotto al quale gli Stati non possano scendere). Qualche responsabilità la portano persino gli storici del diritto i quali, nel pur lodevole intento di mostrare come siano storicamente esistiti ordinamenti giuridici effettivi anche in assenza di un’organizzazione accentratrice di carattere statuale (come avveniva prima del consolidamento degli Stati nazionali) finiscono implicitamente per fornire una impropria giustificazione “storiografica” ai disegni di diluizione ed espropriazione progressiva delle sovranità statali ad opera dei processi di globalizzazione e di espansione delle competenze degli ordinamenti sovranazionali (e non propriamente inter-nazionali) come l’UE. Per non parlare poi delle cose che si sentono dire per bocca di certi giuslavoristi fautori di proposte scimmiottanti la flexicurity (ovviamente quella di Paesi extra-euro come la Danimarca). E si potrebbe proseguire oltre con esempi tratti da altre discipline.

Così vanno stratificandosi in ogni direzione i pregiudizi e la diffidenza verso lo Stato e le sue tradizionali attribuzioni sovrane, preparando terreno fertile per l’impianto della ideologia della cessione di sovranità sotto la pressione del vincolo esterno. Tutto ciò che limita e costringe la capacità di disposizione-decisione della sfera politica nazionale è automaticamente percepito come buono, auspicabile, progressivo. Qualunque processo che si opponga a tale liquidazione coatta dell’autonomia istituzionale dello Stato, o che semplicemente esiga che tali limitazioni siano poste in essere “in condizioni di parità con gli altri Stati” e con adeguate compensazioni di carattere democratico, è invece considerato cattivo, deprecabile, regressivo.
Il tutto è poi aggravato dalla deriva verso la de-nazionalizzazione degli studi giuridici: ovunque sorgono corsi di laurea – perlopiù in inglese – nei quali non si studia, almeno in prima battuta, uno dei tanti diritti nazionali come base imprescindibile per l’apertura internazionalistica o la comparazione giuridica, bensì un’accozzaglia di sedicenti common core principles comuni ai diritti nazionali (che pure in alcune aree esistono), senza alcuna contestualizzazione storica, culturale, geografica. Siamo cioè di fronte al tentativo, ormai in via di compiuta realizzazione, di creare il perfetto “giurista europeista” che sa poco di tutti i settori materiali del diritto e di tutti gli ordinamenti nazionali, ma ha completamente introiettato i dogmi del globalismo e dell’europeismo, che nulla hanno a che vedere con un sano internazionalismo che presuppone, senza negarlo, il pluralismo delle soggettività statali sovrane. Siamo così di fronte a una figura di tecnocrate del tutto fungibile e organico alla riproduzione di una burocrazia impersonale e lontana dalla percezione della legittima pluralità – e del relativo conflitto – tra diversi interessi sociali tanto sul piano dei rapporti interni, tanto su quello dei rapporti internazionali. In questo senso l’ideologia dominante presso buona parte delle cattedre delle facoltà di giurisprudenza sta in rapporto simbiotico con le altre euronarrazioni “politiche” fondate su un virulento anti-statalismo, in tutte le loro grottesche e metamorfiche varianti: quella “de destra” (liberismo ingenuo e caricaturale dello statoladro); quella pseudocolta dominante e “de sinistra” (gli Stati nazionali brutti causano la guerra quindi…ci vogliono gli Stati Uniti d’Europa) e quella “ortottera” (Stato corotttto e partitocratico da abbattere a favore della rete/democrazia diretta e via concionando).

Si viene in questo modo a creare, nelle menti dei giovani giuristi e indipendentemente dalla professione che verranno a svolgere (probabilmente nessuna nel prossimo futuro considerata la situazione delle professioni liberali già descritta nella recente lettera di un altro suo lettore…), un frame concettuale che non esiterei a chiamare piddinitas juridica, sostanzialmente refrattario ad ogni prospettazione fattuale o valoriale alternativa e quasi inscalfibile anche per mezzo di una accurata opera di persuasione razionale. Costoro, così come il piddino generico, reagiscono con riflessi pavloviani e altri meccanismi di protezione (ad esempio tramite “insulti” quali antieuropeista, nazionalista, sovranista, ecc.) a qualsiasi tentativo di insidiare i dogmi giuridici che delimitano il perimetro della loro comfort zone intellettuale. Capisco la sua frustrazione nei confronti dei colleghi e di una parte del pubblico più vasto che crede alle loro scempiaggini e ne ho tratto un importante insegnamento esistenziale. Costoro, salvo qualche rara eccezione, non possono essere convinti razionalmente, anzitutto perché rifiutano la prima regola del dibattito argomentativo: l’essere disposti a ritirare un argomento o un set di credenze di fronte ad altri argomenti ampiamente suffragati dai dati e che soddisfino – a differenza dei loro pseudoargomenti con annesso campionario di fallacie logiche – il principio di non contraddizione e del terzo escluso. In subordine, la pavidità e mancanza di coraggio intellettuale impedisce loro di prendere atto di “essere stati sempre presi per il culo” (come direbbe Fantozzi), e di ripartire da capo una volta elaborato il lutto (il che comporta anche rivedere la propria posizione verso quei “padri nobili” che godono ancora di un credito politico intoccabile, oggetto di un vero e proprio tabù). Insomma, inutile perder tempo con soggetti del genere, salvo che gli si voglia così bene da provare a convincerli per puro spirito di altruismo. Peraltro, ho riscontrato che i non frequentissimi casi di resipiscenza sono frutto di epifanie “artistiche” più che di ragionamento, da cui l’importanza di veicolare il messaggio – come lei fa in modo magistrale – attraverso ogni possibile suggestione letteraria, artistica e musicale.

            Tornando al mondo del diritto, una plastica dimostrazione di come l’atteggiamento che ho descritto si annidi ai vertici dell’auctoritas accademica giuridica, la ho trovata recentemente guardando il video di in una lectio magistralis tenuta ad alcuni studenti da Sergio Bartole, notissimo giurista e professore emerito di diritto costituzionale. Stiamo parlando di un peso massimo tra i costituzionalisti (verrebbe da dire “vile razza”…), senza dubbio un maestro degli studi giuridici italiani. Ebbene, rispondendo a una domanda sui vincoli esterni ed impliciti alla potestà legislativa dello Stato, imposti a suo dire dalle dinamiche della globalizzazione, l’augusto professore si è lanciato in una vibrante critica alla prospettiva di ritorno alla valuta nazionale inanellando uno dopo l’altro i classici topoi euristi: svalutazioni competitive (la liretta); la credibilità su cui peserebbe il debbbbito pubblico; l’inflazione nemica dei salari; l’aumento del costo dei beni importati (“la sua auto giapponese e il suo viaggio all’estero diverrebbero molto più cari”); spingendosi fino a dire a un giovane di vent’anni anni “chieda ai suoi nonni o genitori cosa accadeva ai loro risparmi quando svalutavamo”, per chiudere sulla solita storia della incapacità degli italiani di governarsi da soli. Nihil sub sole novi, vista la quasi totale organicità di questa categoria di professionisti del diritto rispetto alla narrazione europeista. E tuttavia, di fronte a un tale fuoco di fila, cui nessuno ha ovviamente osato controbattere alcunché (un bel “ma lei che ne sa?” ci sarebbe stato tutto), v’è da chiedersi cosa spinga queste persone autorevoli a deformare il passato in modo così grossolano, trasmettendone una immagine falsata ai giovani, nel tentativo di convincerli che oggi le cose vanno tanto meglio di allora.

Io non so a quale passato faccia riferimento il Prof. Bartole, ma so che limitandomi all’esperienza dei miei cari posso testimoniare di come al tempo della liretta i miei nonni, contadini da parte di madre e operai da parte di padre – certo con molti sacrifici – hanno potuto garantire ai loro figli un avvenire sicuro, lasciando loro anche qualche bene in dote. So che i miei genitori, pur non avendo fatto studi universitari, hanno potuto sposarsi e mettere su famiglia attorno ai venticinque anni, il tutto senza trascorrere un giorno da disoccupati e garantendo a me la stabilità e la possibilità di fare studi universitari e post-universitari. So che mio zio, col solo diploma di perito meccanico, è diventato apprezzato dirigente e poi capo struttura di un importante impianto termoelettrico. Al contrario, so che nell’era dell’eurone mio padre ha dovuto chiudere a quasi 60 anni una piccola attività manifatturiera vocata all’esportazione, rimanendo in una situazione reddituale ai limiti della povertà, tirando avanti con qualche lavoro saltuario. So che la sua attuale compagna lavora per una cooperativa come assistente in una casa di riposo con turni assurdi e ad uno stipendio misero. So che mia madre, essendo passata attraverso più lavori di segreteria presso diversi enti pubblici e privati, ha paura a far conteggiare i costi della riunione delle sue posizioni contributive e anche solo a vedere calcolata una previsione su quando potrà andare in pensione (grazie a riforme la cui inutilità è certificata financo dalla Commissione europea). So che il suo secondo marito aveva costruito una solida posizione come avvocato e oggi, pur tenendo botta grazie ad una clientela selezionata, si trova con un reddito drasticamente decurtato da quella stessa crisi che spinge migliaia di persone a non cercare tutela giudiziaria dei propri diritti perché non può permetterselo. So che l’80% dei coetanei con cui ho mantenuto contatti si barcamena tra impieghi precari o comunque lontani dai propri studi, spesso con scarsa soddisfazione economica e professionale. Quei pochi che hanno una posizione stabile – salvo rare eccezioni – sono quelli che non hanno proseguito negli studi universitari o che si sono trasferiti all’estero, portando via non solo competenze ma, com’è ovvio, anche la loro buona fetta di domanda aggregata. Non mancano tuttavia quelli che nemmeno oltreconfine hanno trovato fortuna e sono tornati con le pive nel sacco. La cosa avvilente è che molti tra coloro “che ce l’hanno fatta”, purtroppo anche tra gli amici più stretti e sedicenti “de sinistra”, hanno perso qualsiasi afflato di solidarietà verso i propri simili e vanno in giro a sostenere che i mali che ci affliggono come Paese sono tutti e soltanto di natura endogena e che i disequilibri economici continentali, di cui l’euro è stato il detonatore, non vi hanno nulla a che vedere. Ora, di fronte a questa narrazione da universo parallelo – considerato che ormai gli strumenti per un’analisi non miope della realtà sono ampiamente disponibili – le ipotesi sono due, entrambe ugualmente gravi: o costoro non sanno di cosa parlano (e allora bisognerebbe astenersi dal parlarne, specie per coloro che godono del credito di autorevolezza discendente dalla propria posizione accademica o professionale), oppure vi è vera e propria malafede nel distorcere artatamente i fatti (e allora emerge chiaramente l’intenzione di inquinare i pozzi che sta dietro a queste narrazioni). L’alternativa insomma è ormai tra “stupidità o tradimento”. Tertium non datur.

Per concludere sul punto, mi sembra ultroneo ricordare come nel “grembo accogliente” delle nostre comunità accademiche – anche nel campo giuridico – non vi sia quasi spazio per voci realmente dissonanti, le quali vengono sistematicamente emarginate o derubricate a “esotismo” intellettuale. Solo il dissenso cosmetico e di facciata, ossia quello di chi prima critica norme e istituzioni disfunzionali o eversive salvo poi formulare diagnosi di irrefragabilità di tali assetti per asserita mancanza di alternative percorribili, è tollerato e anzi incoraggiato come manifestazione di arricchente pluralismo.

Tra le tante cose che ho imparato leggendola, forse la più preziosa riguarda il disvelamento del ruolo autenticamente regressivo e deformante di tutti i media mainstream nel plasmare le categorie politiche ed esistenziali del nuovo homo œconomicus europeo denazionalizzato, soprattutto nella sua variante (anti)italiana. Peraltro, chi viaggia molto per lavoro e per studio come lei sa che questa scientifica opera di disinformazione viene parallelamente condotta in tutti i Paesi europei secondo specifiche varianti “municipali”, attraverso il consolidamento di luoghi comuni funzionali alla conservazione dello status quo proprio di ciascuna realtà sociale, economica e produttiva considerata. Il messaggio dei media tedeschi o olandesi (come mostrato grazie al pregevole lavoro di vocidallagermania e prospettivearancioni) per esempio è calibrato per sostenere l’idea che ogni cosa storta dipenda unicamente dalla dissolutezza dei Paesi del Sud e che il voler mantenere in piedi la baracca europea sia segno di una generosa e disinteressata “responsabilità” da parte di quei Paesi. Di come questo messaggio possa distruggere qualsiasi forma di solidarietà le vorrei dare un esempio paradigmatico che traggo da una recente conversazione avuta con un giovane olandese. Mi trovo da alcuni mesi in Olanda per motivi di ricerca. Una domenica di qualche mese fa – prima delle elezioni politiche olandesi – decido di fare una pedalata a una ventina di chilometri a nord di Amsterdam, dalle parti di un ameno villaggio di nome Broek in Waterland. Giunto sul posto siedo in un caffè e dopo aver mangiato qualcosa, noto che un ragazzo, anche lui seduto solo al tavolo e di poco più vecchio di me, mi guarda con viva curiosità. Dopo qualche decina di minuti, mi invita cortesemente a sedere con lui e ci ritroviamo allo stesso tavolo a parlare dei più vari argomenti davanti a una fetta di torta di mele (unica nota positiva della conversazione). Scopro che sua moglie è siciliana e che lui lavora nel campo della finanza. La discussione entra presto nel vivo della situazione politico-economica dei nostri rispettivi Paesi ed emergono alcune divergenze di opinione su questioni quali la moneta unica, il rispetto dei vincoli di bilancio europei, il bail-in e il salvataggio delle banche, i diritti economici e il welfare, ecc. Inevitabilmente si finisce a parlare di austerità, di Monti e della Grecia. Il mio interlocutore, con il tradizionale pragmatismo olandese, concede che la situazione greca è nei fatti irrimediabilmente compromessa e che i Paesi del Nord (più la Francia) o per meglio dire il loro irresponsabile sistema bancario, pesantemente esposto verso quel Paese, rischiano di “segare il ramo su cui sono seduti” nel proseguire con l’accanimento terapeutico a base di tagli e austerità. Tuttavia chiosa con queste parole: The Greeks deserved to be punished anyway. La frase mi è rimasta impressa per la sua brutale carica di violenza moralistica e manichea, che suonava come l’inappellabile sentenza pronunciata da un giudice legittimato in forza di superiori doti umane ad apporre un sigillo di infamia su un intero popolo. Di lì a poco, si finisce a parlare di migrazioni connesse alla logica deflazionistica del progetto eurista e mi permetto di sottolineare il caso di scuola della Lettonia, dove si è assistito all’esilio forzato di circa il 10% della popolazione. Il mio interlocutore di fronte all’ineluttabilità dei numeri e al mio argomento secondo cui non può essere considerato sano un modello economico che considera “naturali” movimenti forzosi di popolazione di tale portata, ribatte dicendo “I see your point, but isn’t it as it has always been and as it should be?”. Tralascio il resto della discussione sul governo Monti, da lui percepito come un’autentica benedizione per l’Italia e il suo sbigottimento al sentirmi apostrofare l’esperienza dei governi tecnici come “criminale”. Inutile dire che ho sempre gentilmente declinato i suoi cortesi e ripetuti inviti a cena nelle settimane successive, per quanto il pensiero di un piatto di sarde a beccafico e arancini promessi dalla moglie sicula ogni tanto m’abbia perseguitato in sogno. Peraltro, trattandosi di un sostenitore del partito socialdemocratico (PvdA) spazzato via alle urne, i nostri contatti si sono bruscamente interrotti quando mi sono scherzosamente complimentato via sms per il brillante esito elettorale del suo partito…Da questa conversazione, di cui non intendo generalizzare in modo indebito la portata, ho però tratto la consapevolezza che l’ethos di un giovane olandese (ma avrebbe potuto essere tedesco, finlandese, ecc.) di buona cultura, con un buon lavoro e una famiglia, va inequivocabilmente nel senso di dividere il mondo in creditori buoni e produttivi (loro) e debitori cattivi e fancazzisti (noi dei garlic states) e in quello di considerare demodé pretese sociali come la sanità pubblica (in Olanda è totalmente privatizzata), un sistema previdenziale garantito dallo Stato, ecc. Insomma una visione del mondo in frontale contrasto con i fatti (molti dei quali distorti o piegati unilateralmente dai media) e soprattutto con i valori che ispirano, ad esempio, il tessuto dell’ordinamento costituzionale italiano.

Per aggiungere un aneddoto nostrano alla teoria dei tanti che si potrebbero raccontare, recentemente ho avuto una discussione con un amico, persona molto preparata ed aliunde estremamente razionale, che vive e lavora in Spagna (Paese del miracolo economico al 20% di disoccupazione…) a proposito della grave minaccia incombente sull’Europa in relazione ai progetti di creazione di una difesa comune. A fronte dei miei argomenti è stato obiettato che sarei entrato in un pericoloso delirio di euroscetticismo antitedesco, e che bisogna credere (sic!) nell’idea di un’Europa più unita. Non finirò mai di stupirmi come persone del genere, che spesso eccellono in vari campi del sapere scientifico e spesso si professano orgogliosamente atei, possano accettare di credere (mai verbo fu più freudianamente rivelatore) ciecamente ai dogmi euristi come l’indissolubilità dell’euro o l’indipendenza della banca centrale. Con intento provocatorio ho detto a questa persona, notoriamente anticlericale, che tale atteggiamento non mi sembrava molto diverso dal credere alla verginità della Madonna o alla Risurrezione con una sostanziale differenza, in favore ovviamente della superiorità dei dogmi religiosi ossia che essi possono almeno vantare duemila anni di ricca tradizione teologica, filosofica, letteraria, musicale ed artistica radicata nella cultura europea; quella stessa cultura che i suddetti dogmi economici stanno progressivamente annientando.

La lezione che traggo da queste esperienze aneddotiche – anche e soprattutto grazie al filtro dei suoi scritti e dei suoi interventi pubblici – è che non esiste alcuna via di rigenerazione del tessuto sociale, civile ed economico del nostro Paese senza che ciascuno, pur nel legittimo perseguimento del proprio bene individuale e familiare, torni a dare un senso concreto, alimentato da una prassi attiva, alle parole “politica” e “solidarietà”. Ho capito che la politica è una cosa troppo importante per lasciarla nelle mani di politici che hanno delegato ogni scelta ad economisti che hanno abdicato ai principi della propria scienza, con la benedizione di giornalisti che hanno rinunciato al fondamentale dovere deontologico di dire la verità. Ho capito che nessuna speranza è possibile senza un rifiuto frontale della mistica dell’assenza di alternative e una ribellione fattiva – ossia attraverso il voto a tutti i livelli delle istituzioni rappresentative – verso tutte le proposte politiche vecchie e nuove che hanno dilapidato (e dilapideranno) il patrimonio di valori, competenze ed esperienze che hanno reso grande questo Paese nel mondo nonostante i suoi molti limiti. Ho anche capito che purtroppo molti italiani, forse più per stanchezza che per mancanza di volontà o umiltà intellettuale, questa lezione l’hanno imparata solo sbattendo la testa contro fatti dalla testa incomparabilmente più dura e che molti altri faranno la stessa fine senza accorgersene se non al momento dell’impatto.

            Non voglio però chiudere su note così pessimistiche. Ci sono anche motivi per avere un minimo di speranza, sia sul piano macro sia su quello micro. Sotto il primo profilo e a prescindere dalle ingenue pulsioni famoerpartitiste, la comunità che si è aggregata attorno al suo blog mi sembra un segno tangibile della voglia di resistenza civile ancora presente nel Paese, con ramificazioni che vanno ben al di là della cerchia dei frequentatori abituali. Il seme del pensiero critico che è stato piantato e i frutti che esso ha prodotto non disseccheranno facilmente. Sotto il secondo e assai più trascurabile profilo personale, devo considerarmi relativamente fortunato. In questi anni ho avuto, oltre a varie tegole relazionali, qualche incoraggiante segno di complicità intellettuale ed umana. La benedizione di compagna totalmente estranea al veleno del politicamente corretto, con cui parlare di queste cose senza timore d’esser preso per matto o fascioleghista. Un vecchio professore di liceo, finissimo grecista ed ebraista (e poi dicono che la cultura classica non serve!) che nel suo a tratti ingenuo ma intuitivo conservatorismo reazionario aveva sempre messo in guardia sui rischi della spogliazione di sovranità e sull’imbroglio eurista. Qualche amico disposto ad ascoltare o a fare da avanguardia, qualche volta con evidenti eccessi e sviamenti teorici, nel “pensare altrimenti”. Insomma, a lei è andata molto peggio, caro Professore. Ma con tutto il carico di fatica e sofferenza di questi anni, che certo le avrà fatto pensare spesso “chi me l’ha fatto fare, era meglio se me ne stavo a suonare il clavicembalo in santa pace”, rimango profondamente convinto, insieme a tanti altri che la seguono, che la sua sia la buona battaglia. Quando verrà il redde rationem sarà un onore essere stato dalla parte di chi almeno ha provato a vincerla.

            Un carissimo saluto e un augurio sincero per il futuro.

Guidubaldo


(...bene: ci sono anche giovini con la schiena dritta, ancorché consapevoli dei rischi che corrono. D'altra parte, quelli con la schiena - o la dura madre - molle abbiamo visto che durano poco: finiscono in pasto a chi li disprezza. Solo una brevissima chiosa: vorrei sapere cosa penserebbe l'illustre cattedratico de cujus se io mi addentrassi sproloquiando nel suo campo, come lui fa nel mio, magari discettando sul fatto che "ci vuole la pena di morte per ristabilire la certezza del diritto", o cazzata similare. E notate bene, qui c'è un'asimmetria, perché le abominevoli scemenze che il caro emerito profferisce con una laevitas, una naturalezza, così, de plano, come stesse constatando che oggi c'è il maestrale, sono smentite dai numeri. Prendete la scemenza del risparmio che si liquefà: Oscar Giannino può permettersi di esternarla, essendo un simpatico uomo di spettacolo pagato un tanto al nastro, e fra l'altro molto efficace nel suo campo di azione - lo show business - ma un uomo di scienza no: nel farlo getta discredito su se stesso e su tutta una disciplina. Come faccio a fidarmi di un settore disciplinare che manda in cattedra uno che ragiona come Giannino, confondendo il potere d'acquisto della moneta sul mercato interno con quello sui mercati internazionali? Lo faccio solo perché sono costretto: purtroppo succede anche nel mio. Non so dirvi cosa sia più grave: se l'ansia di persone incompetenti - nel preciso, specifico e incontrovertibile significato di: prive di esperienza di insegnamento e ricerca specifica nei campi in cui si addentrano, nonché incapaci di fornire evidenza empirica non aneddotica a supporto delle loro strampalate affermazioni - di avventurarsi in campi altrui, o l'incapacità di persone competenti di purgare il proprio settore da chi procede per aneddoti, avendo (lui) gli strumenti concettuali e le basi statistiche per sapere che sta dicendo una scemenza - cosa che invece ai temerari incompetenti necessariamente manca. Sono stanco di vedere il metodo scientifico vilipeso e mortificato da illustri vegliardi che, forti della loro auctoritas - o meglio auctoritass - abusano del principio di autorità per pervertire le menti facilmente impressionabili dei giovani. Questo è, oggettivamente, essere cattivi maestri. Se i giornalisti sono il cancro della democrazia italiana, queste persone, che contribuiscono a diffonderne i "sentito dire" avvalorandoli come verità "scientifiche", sono oggettivamente la metastasi: non se ne può più. La crisi arriverà anche a casa loro: i loro figli, i loro nipoti resteranno senza lavoro. Assisteranno, blaterando di liretta, alla decadenza delle loro famiglie, della quale,  nell'incapacità di elaborare un quadro razionale di analisi, attribuiranno con pericolosa deriva irrazionale la colpa agli altri: se di buona famiglia, agli altri italiani, se di umili natali, agli altri non italiani. Invece la prima colpa è di chi, esercitando il mestiere della scienza, si accontenta di aneddoti e li propala. Questa crisi è in primo luogo il fallimento della missione civile degli intellettuali. Ho per questa persona la compassione di fra Cristoforo per Don Rodrigo, che però una scusante ce l'aveva: lui, dal male che faceva, traeva un tornaconto...)