Visualizzazione post con etichetta investimenti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta investimenti. Mostra tutti i post

martedì 28 aprile 2026

Il patto di stabilità ha funzionato?

Dal dibattito sul Patto di stabilità e crescita è assente una domanda fondamentale: il Patto ha funzionato?

Perché prima di chiedersi se e quanto difenderlo perinde ac cadaver, o se e quanto sospenderlo (e per fare cosa), magari sarebbe utile sapere se e quanto esso ci abbia garantito crescita e sostenibilità. A questa domanda si può rispondere solo con una analisi di medio-lungo periodo. La risposta voi la sapete, ma ve la rimetto qui, visto che il tema è diventato di attualità.


La figura rappresenta la produttività oraria nella zona Euro e negli Stati Uniti. La spezzata tratteggiata marca la data dell'adozione delle regole pro-cicliche note come "Patto di stabilità". Prima dell'adozione di queste regole i Paesi europei stavano recuperando il loro gap tecnologico rispetto agli Stati Uniti: era cioè in atto un processo di catch-up che aveva portato i livelli di produttività a coincidere. Dopo l'adozione di queste regole l'Eurozona ha cominciato a falling behind, a perdere terreno rispetto agli Stati Uniti. I numeri sono abbastanza eloquenti:


Il tasso medio di crescita della produttività nell'Eurozona è passato dall'essere il doppio all'essere meno della metà di quello degli Stati Uniti. L'impossibilità per i bilanci nazionali di svolgere una funzione di stabilizzazione anticiclica, e la compressione degli investimenti pubblici netti:


(di cui abbiamo parlato qui), conseguenza del non aver mai voluto escludere le spese produttive dal computo dei parametri di bilancio (cioè dell'aver sempre rifiutato la golden rule), spiegano questi risultati deludenti, che non sono conseguenza del destino cinico e baro, ma di precise scelte di politica economica incorporate nel quadro istituzionale europeo.

Vale la pena di difendere queste regole?

Per quanto queste parole possano sembrare forti, l'alternativa non è fra derogare al Patto o applicarlo rigorosamente. L'alternativa è fra derogare al Patto (e possibilmente abrogarlo) o scomparire.

Ricordo infatti che il Patto viola una delle caratteristiche fondamentali del progetto di moneta unica così come era stato a suo tempo concepito e proposto in One market, one money: la capacità dei bilanci nazionali di rispondere a shock nazionali e regionali (cioè che colpissero l'intera zona) attraverso i meccanismi dello stato sociale e altre politiche:

Privando i bilanci nazionali di questa flessibilità, il Patto di stabilità è stato un tradimento fondamentale del progetto di moneta unica. Quali siano i motivi che hanno portato a proporre e accettare un simile tradimento ora poco importa: a distanza di trent'anni dobbiamo guardare avanti e riportare le cose in un alveo di razionalità, ponendo fine al lento suicidio europeo.

Tutto qua.

mercoledì 4 marzo 2026

Sbatti la crescita in prima pagina...

Sono capitato sulla home page dell'Istat, sulla cui evoluzione ci eravamo soffermati in un post precedente, e ho trovato questo grafico:


in cui ho notato immediatamente un dettaglio, questo:

cioè che ci sono voluti sedici anni, ovvero 64 trimestri, per superare (di poco) l'ultimo massimo storico del Pil trimestrale, pari a 483,3 miliardi di euro ai prezzi del 2020, conseguito nell'inverno del 2008. Questo è successo due inverni fa, nell'inverno del 2024, quando il Pil trimestrale ha raggiunto i 483,4 miliardi. Lo stesso risultato lo si ottiene considerando i dati annuali, ma in questo caso l'ultimo massimo era stato pari a 1913,6 miliardi nel 2007, superato nel 2007+16 = 2023 con un risultato pari a 1924,5. Il motivo per cui se si considerano i dati annuali il massimo si sposta al 2017 è che nel 2008, dopo il picco raggiunto in inverno, il Pil precipitò, tirando giù il risultato annuale. La colpa, com'è noto, fu della crisi Lehman che scoppio versò la fine dell'estate. I due massimi trimestrali riportati in tabella li vedete qui:


Questo grafico mi ha fatto venire un'altra curiosità, che compartisco seco voi. Come vedete, il grafico trimestrale evidenzia, dall'inizio del secolo, quattro episodi di crescita mediamente sostenuta, che vi evidenzio partendo dal minimo locale iniziale fino al massimo locale raggiunto: 2003-Q3 - 2006-Q4; 2009-Q2 - 2011-Q1; 2014-Q4 - 2019-Q2; e infine 2022-Q4 - 2025-Q4, episodi quindi rispettivamente di 14, 8, 19 e 13 trimestri (ovviamente escludo il rimbalzo post-COVID, che è di per sé un'anomalia, e escludo, come vi ho detto, gli episodi di crescita che iniziano prima del secolo).

Gli episodi sono evidenziati in questo grafico:


e si vede immediatamente come siano caratterizzati da tassi di crescita media alquanto differenziati:


con le cose che vanno decisamente peggio nell'ultimo periodo (che è, ahimè, il nostro!), in cui il tasso di crescita trimestrale medio è un po' meno della metà di quelli cui eravamo abituati prima dell'austerità, e circa due terzi di quelli della lenta ripresa post-Letta.

Mi è venuta quindi la curiosità di verificare se ci sia stato un cambiamento strutturale percepibile nel contributo alla crescita delle diverse componenti di domanda in questi quattro periodi:


e in effetti c'è. Non entro in tutta la ricchezza di informazioni di questo grafico e mi limito a osservare l'ultimo periodo. I numeri dicono che, nonostante che in questo periodo le esportazioni tirino molto, a causa della competitività che la macelleria sociale piddina ci ha fatto recuperare sulla vostra pelle, il contributo della domanda estera netta fra il 2022 e il 2025 è stato negativo per un importo inusitato (quasi lo 0,1% su base trimestrale), come lo è stato quello del ciclo delle scorte (per un importo analogo), per cui lo scarso 0,2% di crescita media trimestrale in realtà è determinato dalla somma algebrica di un +0,2% di consumi, un +0,2% di investimenti (in entrambi i casi i valori più alti del periodo considerato) cui vanno sottratti circa uno 0,1% di variazione delle scorte e uno 0,1% di domande estera netta (in entrambi i casi i valori più bassi del campione considerato).

Non c'è molto di più di quello che vi ho detto in altre sedi, anche se è spiegato meglio: avere fatto più del 2% di crescita cumulata in un contesto locale recessivo (e quindi con un contributo della domanda estera netta negativo) è una performance non disprezzabile. Diciamo che se la Germania non fosse in recessione e la Francia non arrancasse dallo zero virgola potremmo sperare di raggiungere lo uno virgola. In ogni caso, questo argomento va preso per quello che vale: certo, siamo bravi a resistere alle condizioni avverse, ma non possiamo sperare che gli altri salvino noi salvando se stessi, perché dubito che siano in grado di salvare se stessi senza tirare giù noi (ad esempio, in un conflitto mondiale), e quindi dovremmo ragionare su come salvarci da soli.

Resta da interpretare il ciclo delle scorte, ma ne parliamo domani: ora devo dormire, che domani la giornata inizia presto.

domenica 22 febbraio 2026

“Il risparmio fluisciue…”

(…e no, non è un errore di battitura. Così come non lo era il Fogno, che era un errore politico. Il risparmio che fluisciue, invece, è un errore di macroeconomia…)

Ve la devo fare breve, perché mi sono dimenticato a casa l’alimentatore del PC. Quindi, per una volta, niente grafici e niente figure, ma solo un ragionamento, assistito (per chi gradisce) da un po’ di sana algebra.

Ve lo ricordate tutti, vero, che S - I = X - M?

Cosa vogliono dire queste lettere arcane? Che l’eccesso dei Savings (risparmi) nazionali rispetto agli Investimenti nazionali è necessariamente uguale all’eccesso delle esportazioni sulle importazioni, cioè al saldo della bilancia dei pagamenti. Prima di addentrarmi in una spiegazione a beneficio di chi ne necessita e di chi crede di non necessitarne, vi anticipo a che cosa ci serve questa identità: molto semplicemente, a capire come e perché la narrazione dominante in Europa, quella sulla necessità di integrare il mercato dei capitali per evitare che i risparmi fluiscano verso gli Usa, è (tanto per cambiare) truffaldina. Ne consegue che se l’integrazione (unione) del mercato dei capitali non serve a arrestare il deflusso, serve a qualcos’altro, e potete facilmente immaginare a cosa: una cosa che riguarda le vostre tasche.

Per capire perché ripercorriamo i passaggi che ci portano a questa identità.

Ci si arriva dalla definizione di Pil dal lato della spesa, che abbiamo visto innumerevoli volte (una delle ultime qui):

Y = C + G + I + X - M

La produzione nazionale Y consta di consumi privati (C), di consumi collettivi (G), di investimenti fissi lordi (I), di esportazioni (X), cui sottraiamo le importazioni (M), perché, per definizione, non fanno parte della produzione (e quindi del reddito) nazionale. Forse lo si capisce meglio se lo si scrive come conto delle risorse e degli impieghi:

Y + M = C + G + I + X

Una collettività nazionale ha a disposizione quello che produce e quello che importa: queste sono le risorse. Questo ammontare di risorse viene impiegato in consumi, investimenti (formazione di capitale fisso) e esportazioni: questi sono gli impieghi. Ovviamente, in un’economia di mercato si produce per guadagnare, quindi Y, che è il prodotto nazionale, è anche il reddito nazionale, e siccome le casse da morto non hanno saccocce, il reddito si converte in spesa: C è la spesa in beni di consumo, I quella in beni di investimento, X quella dei residenti esteri, ecc. Così come non si può utilizzare un bene (o usufruire di un servizio) che non è stato prodotto, non  si può spendere un reddito che non è stato guadagnato (il settore finanziario consente di ridistribuire le spese nel tempo, ma siccome i prestiti vanno restituiti, alla fine si bussa sempre alla porta di Y, e se non risponde… è penale!).

Cose che dovreste sapere ma che è utile ripassare…

Ora, se al reddito dei residenti Y sottraiamo le spese dei residenti otteniamo il risparmio dei residenti (il risparmio nazionale): Y - C - G = S, per cui se riordiniamo la definizione di Pil:

Y - C - G - I = X - M

e ci sostituiamo quella di risparmio otteniamo la relazione da cui siamo partiti:

S - I = X - M

che ci chiarisce come, per definizione, l’eccesso del risparmio nazionale sugli investimenti nazionali, cioè il risparmio che fluisciue verso l’estero (perché non va a finanziare investimenti produttivi in patria) sia uguale all’eccesso delle esportazioni sulle importazioni, cioè all’eccesso dei ricavi fatti vendendo prodotti all’estero sulla spesa per l’acquisto di beni esteri. In altre parole, a livello macroeconomico una esportazione netta di beni corrisponderà sempre a una esportazione netta di capitali.

Con l’algebra si vede subito che è così e non può non essere così, ma è utile arrivarci anche col ragionamento, e visto che qui siamo bipartisan, possiamo arrivarci da destra, o da sinistra.

Cominciamo da destra: è sufficientemente chiaro che se in un Paese è sempre X < M, ovvero X - M < 0, cioè se il Paese è in deficit strutturale di bilancia dei pagamenti, al Paese, una volta esaurite le riserve, mancherà la valuta estera necessaria per pagare le importazioni in eccesso, perché non esporterà abbastanza da procurarsela, e quindi dovrà farsela prestare, dovrà indebitarsi con l’estero, dovrà importare capitali (e in caso di arresto di questi finanziamenti - sudden stop, current account reversal - dovrà riportare la bilancia dei pagamenti in attivo con l’austerità). In ogni caso, la sua posizione netta sull’estero peggiorerà, o per la diminuzione di attività estere, o per l’accensione di debiti esteri. Non ci vuole cioè molto a capire che se un paese è un importatore netto di merci, deve necessariamente essere un importatore netto di capitali, semplicemente perché questi capitali gli servono a finanziare l’eccesso delle importazioni sulle esportazioni. Messa in un altro modo, se non riuscisse a essere un importatore netto di capitali, cioè se nessuno gli prestasse dollari, quel paese non riuscirebbe meno a essere un importatore netto di merci, perché non avrebbe dollari per saldare i propri fornitori. Dietro a una verità contabile c’è sempre una verità economica.

Ma se si capisce questo, allora è anche chiaro che quando sono le esportazioni di merci a essere in eccesso, cioè quando X - M > 0, allora il Paese che è esportatore netto di merci è anche esportatore netto di capitali, cioè presta soldi al resto del mondo (esattamente come l’importatore netto se li fa prestare). Del resto, stiamo guardando il rovescio della stessa identica medaglia: così come se non riuscisse a essere importatore netto di capitali (cioè se non si facesse prestare soldi dall’estero) un Paese non potrebbe essere importatore netto strutturale di merci, perché non potrebbe saldare il conto dei suoi fornitori internazionali, allo stesso modo e per le stesse ragioni se un Paese non fosse esportatore di capitali (cioè se non prestasse soldi all’estero) non potrebbe essere esportatore netto strutturale di merci, perché i suoi clienti non avrebbero di che pagarlo, laddove non potessero contare sui suoi prestiti. Quindi X - M > 0, un saldo della bilancia dei pagamenti attivo, ha al tempo stesso una lettura reale (escono più merci di quante ne entrino) e una lettura finanziaria (il capitale fluisciue all’estero).

Leggiamola ora da sinistra la nostra identità, e facciamolo con riferimento al caso nostro, nel senso di europeo, che è, come sapete, il caso di un esportatore netto strutturale. L’espressione S - I = X - M ci ragguaglia sul fatto che quando un Paese è esportatore netto, il risparmio che fluisciue verso l’estero è esattamente quello che non ha trovato impieghi produttivi (I) in patria. Del resto, con lo stesso euro o finanzi un investimento in patria, o finanzi un importatore estero: lo stesso soldino in due tasche non può finire.

Messa così, e detta molto spiccia, se il risparmio fluisciue all’estero ci possono essere due spiegazioni, nessuna delle quali ha a che vedere con la segmentazione del mercato dei capitali (perché l’identità che stiamo descrivendo, e che governa, agganciandoli ai fondamentali macroeconomici, i flussi e deflussi di risparmio, vige anche in un sistema economico perfettamente integrato): o il Paese investe poco, o il Paese esporta troppo. It turns out che queste due spiegazioni sono, ancora una volta, due facce della stessa medaglia: la repressione degli investimenti, tramite una politica di tassi di interesse relativamente elevati ma soprattutto tramite una politica di investimenti pubblici netti asfittici, è il presupposto dell’incremento della disoccupazione necessario per indurre “moderazione” salariale e abbattere i costi al fine di “aggredire” i mercati esteri. Insomma: per fare troppe esportazioni bisogna fare troppo pochi investimenti. Detto meglio: quello che riduce le opportunità di impiego produttivo del risparmio in Europa non è la segmentazione del mercato finanziario, ma l’approccio mercantilistico dei nostri cari amici tedeschi, intrinsecamente connaturato a una politica di repressione degli investimenti produttivi.

Quel simpatico furbastro di Draghi (🍇 per gli amici) questo ovviamente lo sa: ha studiato economia quando e dove queste cose si studiavano! Ma allora perché continua a pontificare proponendoci due cose che non servono (e quindi servono a qualcos’altro): politiche per aumentare la competitività in un’area che ha già un surplus strutturale massivo nei riguardi del resto del mondo, e politiche per rimuovere ostacoli interni che in nulla influiscono sulla nostra posizione finanziaria netta sull’estero (che invece dipende dal surplus strutturale massivo di cui sopra)? Perché sì, lo avete capito: il discorso di quell’amabile imbonitore dall’insopportabile birignao (“il risparmio fluisciue”) è, algebra e contabilità alla mano, intrinsecamente contraddittorio! “Più competitività” significa in buona sostanza più deflusso di capitali (perché significa aumentare il divario fra X e M), senza che “più unione” (del mercato dei capitali) possa farci alcunché, perché non c’è architettura istituzionale e regolatoria per quanto sofisticata che possa sovvertire le leggi della contabilità!

E qui si arriva al punto! 

Posto che il “fluire” (cioè il defluire: ma come gli uomini “migrano”, così i capitali fluiscono) dei risparmi sia un male, la causa è evidentemente quella che abbiamo visto qui, cioè la repressione degli investimenti pubblici in Europa. Vediamola in un altro modo: se negli Usa ci sono opportunità di investimento profittevoli sarà forse anche perché il mercato Usa è “unico”, ma certamente è soprattutto perché da un lato il dollaro resta, coi suoi alti e bassi, lo strumento cardine di liquidità internazionale, e dall’altro perché le aziende Usa più rilevanti nascono su una rete massicciamente sostenuta, in fase di avvio, da investimenti pubblici (nel settore della difesa). D’altra parte, la repressione degli investimenti è fondamentale per la “competitività” così come viene intesa qui da noi: consente infatti di tenere sotto controllo le pretese dei lavoratori allontanando il sistema dal “baratro” della piena occupazione. L’austerità è una politica redistributiva dal basso verso l’alto e questo alla classe di cui Draghi è esponente e paladino piace, per motivi sufficientemente chiari. Non è quindi pensabile che il nostro amico proponga per il problema del risparmio che fluisciue la soluzione che il buon senso e la contabilità proporrebbero: promuovere, anziché reprimere, gli investimenti (a partire da quelli pubblici, se possibile smantellando le “regole” europee o almeno accogliendo in esse il principio della golden rule, cioè lo scorporo degli investimenti pubblici dai vari indicatori che governano le regole di bilancio).

D’altra parte, però, il riferimento alla frammentazione del mercato dei capitali (e quindi gli acronimi salvifici CMU e SIU: googlare per credere…) non è un mero diversivo. La retorica del risparmio che fluisciue si interseca qui con quella apparentemente incompatibile del risparmio ozioso (nei conti correnti), cioè con l’idea che rendendo più spessi i mercati azionari europei (ovvero: mettendoci più soldi dei risparmiatori) si stimolerebbero gli investimenti privati virtuosi, incentivando produttività, competitività, e quindi… deflusso di capitali (ma quest’ultima verità contabile viene sempre omessa, per restare alla parte convincente, eufonica, della canzoncina…)! Il grido di battaglia, in questo caso, è “ci vuole più equity!”, cioè ci vuole più capitale di rischio: i pensionati devono comprare più azioni e le aziende devono andare meno in banca, devono crescere e quotarsi (e anche questa soluzione salvifica suona come truffaldina, visto che il trend globale è per il delisting, cioè per l’uscita dai mercati azionari, a vantaggio di quelli “privati”).

A pensarci bene, non è poi così ovvio che l’uomo dei fondi (LVI), cioè dei mercati privati, sponsorizzi la transizione verso un sistema mercatocentrico, quello che in teoria appartiene alla tradizione del suo Paese di riferimento (gli Usa). D’altra parte, è pur vero che qui da noi, invece, abbiamo fatto l’impossibile per distruggere il sistema bancocentrico con la banking union, e questo in qualche modo legittima l’idea che il vuoto creato vada riempito in qualche modo, per evitare che le imprese restino drammaticamente tagliate fuori dal circuito del risparmio. Ma siamo sicuri che la risposta sia la creazione del mercatone finanziarione unico europeone? Detta in altro modo: siamo sicuri che a un Paese risparmiatore come il nostro convenga mettere la cassa in comune proprio nel momento in cui la realtà sta chiedendo il conto agli altri grandi dell’Eurozona (Germania e Francia) e la dimensione politica del progetto è soggetta a evidenti tensioni disgregtrici? Detta ancora in un altro modo: se per una PMI abruzzese la debancarizzazione dell’Abruzzo a vantaggio del campione nazionale (Intesa San Paolo) oggettivamente non è stata un gran guadagno in termini di facilità di accesso al credito (o almeno così viene percepita dagli imprenditori con cui mi confronto), perché mai il borsone unicone europeone dovrebbe esserlo? In che cosa, esattamente, questa “unione”, questa “integrazione”, aiuterebbe il nostro tessuto produttivo? Questo, almeno a me, non è immediatamente chiaro. Quello che invece mi è più visibile è la spinta a convogliare i risparmi degli italiani, in particolare quelli previdenziali, verso investimenti a più alto rendimento (cioè a più alto rischio) come quelli disponibili appunto sui mercati azionari. Una spinta che astrattamente ha senso, in una logica di “ciclo di vita“, ma che concretamente espone al rischio (cui i gestori, sottoposti a vari livelli di controllo, stanno resistendo) che i risparmi degli italiani fluiscano verso le azioni delle grandi aziende del Nord, impegnate non a ricostruire il nostro Paese, compito per il quale è indispensabile sostenere un livello adeguato di investimenti pubblici netti, ma a produrre strumenti con cui distruggerne altri. Insomma, è difficile resistere alla tentazione di vedere nella retorica della “unione del mercato dei capitali“ non il tentativo di arginare il deflusso di risparmi dall’Europa verso gli Stati Uniti, che andrebbe affrontato sul piano dei fondamentali macroeconomici promuovendo gli investimenti produttivi, ma quello di facilitare la riconversione bellica dell’industria tedesca con i risparmi degli italiani.

Ecco: ora vi ho svelato il contenuto dei tweet che l’esimio dott. Trombetta vi ammannirà nel 2028, e la trama del prossimo saggio “rivoluzionario“ ad opera del gatekeeper grillino di turno. Ma a parte questo spoiler, per il quale, ne sono certo, mi scuserete, vi ho anche indicato dove si è spostato il fronte della nostra guerra e quale battaglia è in corso. Una cosa, però, posso dirvela subito, e non è rassicurante: che S - I = X - M resta un segreto per tutti gli attori politici di questo processo. Un segreto gelosamente custodito nelle prime pagine di qualsiasi manuale di macroeconomia, e tramandato clandestinamente da questo Blog che non esiste a voi, lettori inesistenti. Questo, in altre parole, significa che non esiste nella classe politica quel minimo di anticorpi culturali per resistere alla seduzione di una narrazione tanto plausibile quanto falsa. Naturalmente io dovrei costruire una narrazione eroica, titanica, che vi restituisca il bene prezioso della speranza. Ma non posso farlo, perché ancora non avete risposto alla domanda che vi ho rivolto in una diretta di qualche settimana fa: quanto volete essere presi in giro? Io qui ho sempre aderito a una linea ben precisa: dire la verità fottendomene del consenso. E la verità è che le cose che ci siamo dette qui, e che dovrebbero essere patrimonio comune non dico dell’uomo politico, ma dell’uomo colto medio, in realtà non sono pienamente comprese neanche dagli economisti, che tendono a saltare a piè pari le prime pagine dei manuali di macro perché queste contengono concetti troppo semplici, e in quanto tali inadatti a lusingare le loro pretese di superiorità intellettuale. Eppure, la contabilità viene prima dell’economia (almeno, se si vuole evitare il penale…).

E ora sapete che cosa pensare del prossimo pensoso editoriale sul risparmio che fluisciue…



lunedì 8 dicembre 2025

Un altro sguardo sul suicidio europeo: gli investimenti pubblici netti

(...tutto questo blog è dedicato al suicidio europeo, quello da cui gli Usa ci hanno messo in guardia due giorni fa - poi ne parliamo - e uno dei post più recenti sul tema è questo...)


AC ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Tre discorsi: "La political economy della LSP" (discorso numero due)":


C'è una fonte di dati, o un'analisi, affidabile sugli investimenti pubblici netti che includa paesi extra-UE "significativi"? Si fa un gran parlare (non abbastanza) del fatto che la UE sia "rimasta indietro" su più o meno tutto, e mi era venuta la curiosità di guardare a questo parametro per altri paesi, o magari gruppi di paesi, ma non trovo molto a riguardo, al di fuori dei dati (se non mi sbaglio della commissione europea) che mostra da qualche tempo. Grazie.

Pubblicato da AC su Goofynomics il giorno 7 dic 2025, 12:31


Domanda pertinente e costruttiva, a differenza di altre. Mi sono quindi attrezzato per cercare la risposta. 

Ricordo in via preliminare a chi si trovasse qui per caso che per investimenti in macroeconomia si intende la formazione di capitale fisso (non si intende cioè l'allocazione del risparmio, quella di cui parlate col vostro promotore finanziario). Ricordo quindi che gli investimenti pubblici sono la costruzione di infrastrutture pubbliche, e che in generale gli investimenti netti si ottengono da quelli lordi sottraendo il deperimento (consumo) di capitale, per cui gli investimenti lordi possono solo essere positivi, ma quelli netti possono anche essere negativi, nel qual caso ciò significa che lo stock di capitale fisso sottostante (nel caso degli investimenti pubblici, lo stock di infrastrutture) è diminuito (sono crollati dei ponti, sono state chiuse delle strade, ecc.).

Con questa precisazione, descrivo la mia ricerca.

Sono partito innanzitutto dal database Ameco (quello da cui provengono i dati che vi ho mostrato qui) seguendo questo percorso di selezione:


Tuttavia, questo database non consente di selezionare questa variabile in molti Paesi normali (la parola "normale" è più breve di "extraeuropeo" e descrive meglio i Paesi di cui si tratta, quindi in questo post "Paese normale" sta per "Paese extraeuropeo"). Di fatto, l'unico Paese normale di una certa rilevanza per cui la variabile sia disponibile sono gli Stati Uniti:


(quelli ombreggiati in grigio, fra cui, scorrendo, si trovano i principali Paesi OCSE, non sono disponibili).

Comunque, mi sono preso i dati disponibili, per Eurozona e Stati Uniti, e direi che osservandoli:


si intuisce abbastanza bene perché poi le cose sono andate così:

(la produttività Usa ha cominciato a divergere verso l'alto quando gli investimenti pubblici netti Usa hanno cominciato a divergere verso l'alto).

Sono allora andato sul database dell'OCSE, che dovrebbe fornire i conti pubblici di tutti i Paesi membri. Purtroppo inserendo questa stringa:


si ottiene questo non risultato:


Sono allora tornato sul database AMECO. La definizione di investimento pubblico netto è questa:


Formazione lorda di capitale fisso (investimento lordo), meno consumo di capitale fisso (ammortamento). Allora sono tornato dall'OCSE con una diversa domanda:


e questa volta ho ottenuto una risposta:


Ben trentaquattro database, di cui quello interessante ovviamente è questo qui:


da cui ho estratto quello che mi serviva:


cioè gli investimenti "grossi" (come direbbe l'opinion leader), cioè lordi (come dicono le persone normali), e il consumo di capitale fisso: sottraendo il secondo dai primi si ottengono gli investimenti netti.

L'estrazione l'ho fatta per i Paesi del G8, cui noi ancora apparteniamo, e che mi sembra un insieme sufficientemente significativo, perché è costituito da Stati di una certa rilevanza, ma abbastanza disparati sotto il profilo geopolitico. Questo significa che se tutti questi Paesi fanno in un modo, e solo noi in un altro, vuol dire che contromano ci andiamo noi, tanto per capirci.

I dati si presentano così:


e già si capisce come stanno le cose: solo noi europei siamo stati così folli da fare investimenti pubblici negativi. Il grafico consente però di affermare solo questo, cioè se i dati siano positivi o negativi, perché le variabili sono in valuta nazionale, che per i Paesi suicidi è l'euro, ma per i Paesi normali è la propria valuta (quindi il dollaro canadese, il dollaro statunitense, la sterlina britannica e lo yen giapponese), e quindi non sono direttamente confrontabili. Rimediamo a tutto, esprimendoli in percentuale del Pil nazionale (a sua volta misurato in valuta nazionale, che per i Paesi suicidi è l'euro, ma per i Paesi normali è la propria valuta, quindi il dollaro canadese, il dollaro statunitense, la sterlina britannica e lo yen giapponese), ma prima facciamo un confronto al volo fra gli investimenti pubblici netti dei Paesi euro calcolati così e quelli forniti da AMECO, in modo da essere sicuri che stiamo parlando più o meno della stessa cosa.




e direi due cose: la prima, che i dati ricostruiti con le fonti OCSE coincidono con quelli forniti da AMECO, e la seconda che questa coincidenza è assolutamente perfetta nel caso dell'Italia almeno fino al 2019, a indicare che la qualità delle statistiche fornite dall'ISTAT è superiore rispetto a quella delle statistiche fornite dai paraculi di Berlino e dai loro accoliti (ma su questo ci siamo già diffusi in altre sedi).

A questo punto scarichiamo dal WEO i Pil nazionali in valuta nazionale (che per i Paesi suicidi è l'euro, ma per i Paesi normali è la propria valuta, quindi il dollaro canadese, il dollaro statunitense, la sterlina britannica e lo yen giapponese), in modo da avere serie confrontabili anche come ordine di grandezza (non solo come segno), facciamo i rapporti e godiamoci lo spettacolo:


Sintesi: il rapporto fra investimenti pubblici netti e Pil oscilla in una banda fra il +2% e il -1%; nel periodo dal 1995 a oggi (il grafico arriva al 2024) solo l'Italia (e la Russia per un singolo anno) hanno avuto valori negativi di una certa rilevanza (al disotto di -0.5%); l'Italia ha avuto undici anni consecutivi di investimenti pubblici netti negativi (dal 2011 al 2021), mentre l'unico altro Paese con investimenti pubblici negativi è stato la Germania (l'altro Paese a bassa crescita nell'Eurozona), ma il periodo più lungo è stato di quattro anni, dal 2004 al 2007, in corrispondenza delle riforme Hartz del mercato del lavoro che portarono a una diminuzione del 6% dei salari tedeschi. Si conferma così quanto per noi è ovvio:

ovvero che il taglio degli investimenti pubblici è funzionale a creare disoccupazione per forzare una deflazione salariale che renda competitive le esportazioni.

Abbiamo spiegato diffusamente qui perché questa politica ha condotto all'accumulazione di squilibri interni all'Eurozona e alla loro successiva esportazione verso gli Usa (con conseguenti dazi ritorsivi trumpiani), e il video, se interessa, è sempre qui:


Il problema di questa strategia è ormai evidente: il gioco al ribasso determina un contagio. Se un Paese rilevante taglia i salari, poi gli altri devono seguirlo, e quando lo seguono la domanda interna dell'area diminuisce, e il surplus produttivo dell'area si deve scaricare sui Paesi normali, che possono essere più o meno lieti di assorbirlo. Impoverire i lavoratori per arricchire alcuni imprenditori a spese dei lavoratori dei Paesi normali è una strategia che può sembrare normale solo a dei pazzi, o a dei tedeschi. La cultura, l'antropologia, la storia, esistono. Loro sono così, e nessuno potrà cambiarli. Dato che il loro modo di essere li conduce sistematicamente a urtarsi col mondo, è di vitale importanza che fra noi e loro ci siano degli ammortizzatori, e naturalmente l'ammortizzatore più essenziale, se si parla di macroeconomia, è il cambio nominale.

Il suicidio europeo è tutto qui: il passaggio da un sistema in cui in caso di squilibri commerciali si rivalutava la valuta del Paese più forte, quello esportatore, a un sistema in cui nelle stesse circostanze bisogna tagliare i salari nel Paese più debole, quello importatore. Capite bene che soprattutto se gli squilibri si sono prodotti perché il Paese più forte è stato il primo a tagliare i salari (potendoselo permettere, visto che i suoi lavoratori stavano meglio):

il risultato complessivo non può che essere un impoverimento dell'intera area, quello che fa preoccupare Trump:


del fatto che l'Europa si indebolisca a tal punto da non essere più un alleato affidabile (sia per il potenziale rischio politico interno determinato dall'impoverimento della popolazione - il famoso costo politico dell'austerità di cui parlavamo qui, sia per la scarsità di risorse che potrebbe mettere a protezione da eventuali rischi politici esterni, o per riequilibrare la bilancia dei pagamenti cronicamente deficitaria della potenza imperiale - i poveri non sono un allettante mercato di sbocco!).

Che così ci saremmo condannati all'irrilevanza che lo eravamo detti da subito, e questo è il più amaro dei QED.

Comunque: dalle domande intelligenti di chi si accosta per sapere, nasce sempre un approfondimento. Dalle querimonie delle amanti tradite nasce solo uno sbadiglio.

Ora sapete in che condizioni siamo e perché. Possiamo solo sperare in uno shock esterno, ma di questo parliamo con più calma dopo aver ponderato il documento dei nostri alleati (e per nostri, intendo di Goofynomics).

venerdì 28 novembre 2025

Monti ha salvato il Paese!

Questo a voi è noto, almeno spero, come è noto che solo un negazionista quale Dragoni può tentare di controbattere un simile dato di fatto. Lo ho ripetuto al #goofy14, come qualcuno di voi avrà visto:

e lo ribadirò oggi alle 18 nella sala consiliare della Provincia di Chieti, confrontando il successo di Monti fra 2011 e 2013 con il disastro fatto dai fasheesti fra 2022 e 2024:


perché il problema, oggi come ieri, è il fasheesmo, e la violenza fatta alla donna dall'uomo bianco patriarcale.

Poi ci sono i dati, che in economia, come in tanti altri campi (direi tutti) raccontano una storia diversa, indicano altre criticità e altre priorità, e soprattutto che hanno, i nostri amici dati, la testa dura, come diceva il camerata Lenin.

Se passerete, ci divertiremo...

sabato 25 ottobre 2025

L'indipendenza della Banca centrale dal Governo è dipendenza del Governo dal debito

Oggi Adam Tooze annuncia nella cloaca una cosa che qui sappiamo benissimo:

perché ne abbiamo parlato a più riprese, l'ultima volta qui: pare che l'Economist si sia accorto da alcuni giorni di una cosa di cui qui ci eravamo accorti da alcuni anni, cioè che l'indebitamento del settore pubblico nelle economie avanzate ha superato i livelli raggiunti alla fine della Seconda guerra mondiale, e viaggia verso quelli immediatamente successivi alle guerre napoleoniche. Tooze è fra i meno peggiori degli economisti "social", nulla a che vedere con la feccia nostrana, seguirlo è interessante ma non è gratis, e il fatto che dobbiate dargli l'obolo per sapere dopo (via Substack) quello che qui avete saputo prima (via Blogspot) rafforza l'argomento di Vladimiro a ogni riunione del comitato scientifico di a/simmetrie, quando io porto avanti l'idea di invitare qualche relatore estero.

La controdeduzione di Vladimiro è sempre la stessa: "Perché? Perché dovremmo spendere soldi per invitare qualcuno che al massimo può dirci dopo cose che sapevamo da prima?"

In effetti, non c'è (più) un perché.

All'inizio poteva anche avere una funzione di accreditamento scientifico, di consolidamento di una certa forma di prestigio intellettuale, ma l'esposizione politica sbriciola qualsiasi velleità di condurre un discorso rigoroso sul piano delle idee: all'interlocutore basta dire #quarantanovemijoni (o in alternativa: #haitradito) e il dibattito finisce lì! Se quindi vogliamo continuare il nostro percorso intellettuale possiamo farlo senza illuderci che brillare della luce riflessa di pubblicazioni o ospiti internazionali sia di qualche aiuto nell'affermare la validità delle nostre tesi presso un pubblico intellettualmente e culturalmente sprovveduto di mezzi, o più semplicemente in malafede (esempi nel post successivo, se me ne ricordo). Le nostre tesi prevarranno nel dibattito pubblico quando avremo la forza per farle prevalere o quando i nostri avversari si schianteranno contro il muro delle loro contraddizioni, ed entrambe queste soluzioni richiedono tempo. Fino a quel momento è piuttosto inutile sforzarsi di avvalorare con operazioni di consenso (come invitare l'economista o il commentatore prestigioso che dice dieci anni dopo quello che dicevamo dieci anni prima) tesi che sono comunque corrette perché radicate nella teoria economica e nell'evidenza empirica. In sintesi: se oggi qualcuno non ha ancora capito che cosa sia l'euro, il problema è suo e non nostro. L'idea che si sarebbe dovuto fare un grande sforzo divulgativo per costruire consapevolezza nella maggioranza dei cittadini e quindi procedere in modo democratico verso il Sole dell'avvenire dell'autodeterminazione dei popoli si è rivelata una scemenza. Questo blog è stato uno degli esperimenti di divulgazione più giganteschi e riusciti, almeno a giudicare dai risultati:


(qui), ma questo non è servito a evitare che quando si è andati a votare gli italiani abbiano deciso di dare forza a un partito di cui fin dal 2012 vi avevo spiegato la natura di gatekeeper e di cui nel 2016 vi avevo predetto che si sarebbe alleato col PD, il partito "decisivo" per l'elezione della von der Leyen! Solo per chiarirvi che la visione illuministica della "veritah" che si autoimpone e innesca un processo virtuoso, se e in quanto possiamo averla nutrita, possiamo tranquillamente riporla nel cassetto (o appallottolarla e gettarla nel cestino): semplicemente, non funziona così!

Proseguo quindi con chi c'è il discorso non perché mi aspetti che illuminare qualche coscienza possa in qualche modo alterare l'inevitabile corso degli eventi (che, come dissi dalla mia prima apparizione televisiva, prevede necessariamente una fine traumatica del progetto europeo e in particolare dell'euro), ma semplicemente perché può essere di conforto a qualche sparuto lettore, lo può aiutare a capire quando e come mettersi in salvo, e più in generale che cosa aspettarsi dal domani.

A questo proposito, vi dico (gratis, a differenza di Tooze) qual è il messaggio che il grafico dell'Economist (cioè il nostro grafico di qualche mese fa) convoglia: semplicemente, che l'indipendenza della Banca centrale dal Governo è in re ipsa dipendenza del Governo dal debito pubblico. Questo perché, come vi ho spiegato più dettagliatamente qui, il mondo delle banche centrali indipendenti è un mondo di alti tassi di interesse reali (per domare l'inflazione) e di alti avanzi primari, cioè di bassa crescita (per tenere sotto controllo il debito pubblico), cioè un mondo in cui il debito tende a crescere, o a non decrescere, per via del cosiddetto snowball effect:


Quando il tasso di interesse reale r è maggiore del tasso di crescita reale n la variazione del rapporto debito/Pil d è positiva a meno che non si abbia un avanzo primario a così elevato da controbilanciare la "palla di neve" data dal costo degli interessi (r-n)d. Ma se a cresce, n cala e il sistema si avvita ahimè su se stesso. Quello che la teoria economica ci dice è questo, e ci spiega perché la storia, a sua volta, ci racconta che picchi debitori come quello che abbiamo raggiunto possono essere superati solo in tre modi: default, iperinflazione (che è un'altra forma di default), o crescita moderatamente inflazionistica in un regime di cosiddetta "repressione finanziaria" (cioè dipendenza della banca centrale dal Governo, cioè finanziamento monetario della spesa per investimenti pubblici, e controllo dei movimenti internazionali dei capitali). Sono cose che qui abbiamo spiegato nel lontano 2013 e che, non ne dubito, presto verrà qualcuno dall'estero a spiegarci autorevolmente (con quindici anni di ritardo, verso il 2028).

A questa spiegazione del grafico riesumato da Tooze aggiungo tre considerazioni, di cui l'ultima si riaggancia all'ultimo post, quello sull'austeritah che questo brutto Governo fasheesta starebbe facendo (e non dico certo che stia facendo politiche espansive, ma...).

La prima è una considerazione di scenario: a noi che cosa toccherà fra default, iperinflazione e repressione finanziaria? Il default lo escludo, in mancanza di un conflitto di rilevanza mondiale (normalmente, la bancarotta viene imposta dai vincitori ai vinti), e la stessa cosa direi per l'iperinflazione. Quello che penso arriverà, a seguito della deflagrazione delle contraddizioni interne dell'Eurozona, è una seconda ondata di "repressione finanziaria" mascherata: una monetizzazione del debito più o meno accompagnata da una certa tolleranza verso un ambiente moderatamente inflazionistico, che è quello verso cui la transizione energetica naturalmente ci conduce. Insomma, una specie di quantitative easing rafforzato che consenta di diluire i debiti. Se invece si dovesse proseguire con la "cultura della stabilità", le tensioni del sistema crescerebbero oltre misura, e allora ci si avvierebbe all'esito traumatico.

Seconda considerazione: Trump sembra aver messo nel mirino l'indipendenza della Banca centrale. Questo ne fa "uno di noi"? No.

(...se interessa la risposta lunga, datevela o chiedetemela nei commenti...)

Terza considerazione, che parte da una potenziale obiezione: "Ma come! Ma se nel post precedente ci hai detto che l'avanzo primario non è correlato alla crescita per avvalorare la tua tesi che le querimonie dei piddini sull'austerità sono infondate! Ora invece, per avvalorare la tua tesi che è l'indipendenza della Banca centrale, con le politiche di rigore che comporta, a far crescere il debito, ci dici che l'effetto snowball aumenta perché imponendo alti avanzi primari la crescita reale si deprime! Ma non sei in contraddizione? Ma allora sei una banderuola e naturalmente #haitradito!"

Ecco, no, non è esattamente così! Quello che vi ho fatto vedere nel post precedente è che quanto sia restrittivo un avanzo (o espansivo un disavanzo) primario dipende anche dalla sua composizione. Per spiegarmi, uso i dati Eurostat, che vi appoggio qui:


e che potete recuperare qui. Da tutti questi dati credo che così, a prima vista, possiate trarre poco, ma vi fornisco una chiave di lettura molto semplice: andiamo ad analizzare come si sono mosse le variabili nei cinque anni successivi agli ultimi due picchi negativi del saldo di bilancio (il -5.1% del Pil nel 2009 e il -9.4% del Pil nel 2020).

La scomposizione è qui:


e con permesso vi guido nella sua lettura.

La correzione di bilancio nel quinquennio 2009-2013 fu di 2.2 punti percentuali di Pil, di cui 2 dovuti a aumento delle entrate e 0.2 dovuti a diminuzione delle spese totali. Attenzione però, perché le spese totali sono date da spese per interessi, più spese per investimenti, più altre spese correnti. Da questo derivano algebricamente due fatti. Il primo è che per controbilanciare l'aumento della spesa per interessi la correzione del saldo primario fu più grande di quella del saldo totale: 2.6 punti percentuali di Pil (2.2 + 0.4: se i conti non vi tornano, bussate e vi sarà aperto). Il secondo è che se gli investimenti diminuirono di -1.1 ma gli interessi aumentarono di 0.4, per avere una diminuzione di 0.2 della spesa totale le altre spese correnti devono essere aumentate di -0.2 - (-1.1+0.4) = 0.5.

Detto in sintesi, la stagione dell'austerità quella vera (come i #sovranistiquelliveri forse non sanno) fu caratterizzata da un aumento monstre dell'imposizione fiscale (ricordate l'IMU?), da una diminuzione fuori scala degli investimenti pubblici (ricordate il post precedente?), appena mitigata da una moderata espansione della spesa corrente. I 2.6 di saldo primario in più erano per quasi metà investimenti pubblici in meno.

La correzione di bilancio post-2020 ha una struttura (e anche un'entità) totalmente diverse. In particolare, e tenendo insieme tutti i Governi Conte II, Draghi e Meloni, la correzione di bilancio è stata di 6 punti, di cui 6.4 dovuti a riduzione di spese, mitigati da 0.3 di riduzione delle entrate, con un aumento della spesa per interessi di 0.5 che ha quindi significato una correzione di 6.5 punti del saldo primario. In tutto questo però gli investimenti pubblici sono aumentati di 0.8, e quindi sono le altre spese correnti (aumentate a dismisura nel 2020 per i vari sussidi, sempre insufficienti e intempestivi, ma comunque rilevanti, a mitigazione della pandemia) ad aver subito la correzione maggiore, pari a 7.7 punti.

Ora potrete leggere da voi quello che è successo nel primo biennio del Governo Meloni, considerando la variazione fra 2024 e 2022: una correzione di 4.7 punti del deficit complessivo, che durante il periodo di applicazione della clausola di sospensione generale, cioè fino al 2024, era stato oltre il 4%, causata per 4.5 punti da una riduzione delle spese totali e per 0.3 punti da un aumento delle entrate totali, determinato dall'aumento del tasso di occupazione e dal gettito fiscale conseguente (perché le aliquote sono sostanzialmente rimaste invariate o lievemente ritoccate al ribasso, come si è fatto per il cuneo fiscale e per l'accorpamento delle aliquote IRPEF), con una diminuzione della spesa per interessi di 0.2 e un aumento della spesa per investimenti di 0.6, e quindi una diminuzione delle spese correnti di 4.9.

Credo che si capisca la differenza fra una correzione di bilancio di 2.2 punti fatta per 1.1 da tagli di investimenti, e una correzione di bilancio di 4.7 punti, dove però gli investimenti aumentano di 0.6. Su quanto questo aumento dipenda dal pereperepere (poco) ci siamo intrattenuti qui e ci torneremo a conti fatti.

Quindi questo significa che va tutto bene? Ma no, naturalmente no: ho scritto due libri e 2715 post (con questo 2716) per spiegare che e perché non va tutto bene. Significa solo che dovreste evitare di dar retta alle spiegazioni dei piddini, degli zerovirgolisti, degli operatori informativi, delle amanti tradite di varia estrazione e provenienza, perché non vi aiutano a capire che cosa è successo. Certo che non va bene così! Certo che sarebbe meglio poter disporre di spazi di bilancio più ampi! Certo che quando l'euro imploderà avremo molti gradi di libertà in più e la Germania dovrà assumere su di sé, anziché scaricare su di noi, le sue contraddizioni! Questo è ovvio e resta sempre lì, nei libri di testi e nei dati.

Ma...

Ma se non siete dei piddini o dei "sabrysocialisti", credo possiate rendervi conto che fare casino come nel 2018 in un momento in cui i nostri fondamentali macroeconomici sono favorevoli, Francia e Germania non possono più nascondere le proprie vergogne, e all'orizzonte si intravede una gigantesca crisi debitoria, non ci aprirebbe, ma ci chiuderebbe spazi di bilancio! Vi immaginate una crisi dello spread, e quindi non un -0.2 ma un +0.4 di spesa per interessi (dati illustrativi), con ulteriori richieste e condizionamenti sulle nostre scelte per il proseguimento della procedura di infrazione, ecc.? Questo film lo abbiamo già visto, non ci è piaciuto, e sappiamo come cambiare canale: questo è quello che ai nostri nemici dà fastidio, non è sufficientemente chiaro? La strada che si sta tenendo è quella giusta, ed è per questo che i nostri nemici sono nervosetti: perché noi stiamo facendo meglio di loro e senza distruggere il Paese quello che loro hanno fatto in modo goffo e distruttivo: muoverci all'interno di un quadro che è assurdo e tale resta, ma che probabilmente non avremmo avuto la forza di sovvertire nemmeno se chi si lamenta non avesse votato (e non continuasse a votare) massicciamente per i gatekeeper.

Smettetela ordunque di farvi raccontare il mondo dai giornali: avete qui l'opportunità di leggere i dati! E quanto alla trollanza di varia estrazione, lasciatela ragliare. Sì, certo, io ho tradito: vi ho detto che vi avrei portato da solo fuori dall'euro in una notte e ora sono un vile giorgettiano che ha venduto l'anima a Soros e a Big Pharma! In realtà non è successa né l'una né l'altra cosa: queste cose sono successe solo nel racconto dei vostri nemici, ed è utile che vengano dette, perché così riuscite a individuarli meglio.

Tutto qua...

domenica 19 ottobre 2025

Il ritorno dell'austeritah?

La legge di bilancio è ormai definita, il testo ancora non l'ho visto ma so che c'è ciò su cui mi ero impegnato (e avendomelo detto una fonte autorevole non mi sono troppo sbattuto a cercare bozze: sufficit diei malitia sua), nel giorno stesso della conferenza stampa il Governo è stato promosso da una agenzia di rating, DBRS, che ci ha assegnato la A, riportandoci al rating antecedente alla crisi cosiddetta "dei debiti sovrani" (quella che noi qui nel 2011 e er Piroetta nel 2015 individuammo come una crisi di debito estero, ma lasciamo stare...).

Piddini e sovranistiquelliveri strepitano all'unisono: "è tornata l'austeritah!" I sovranistiquelliveri, a partire da Thelmo e Louiso, accompagnano questa sentenza uggiolando la piagnucolosa lamentazione della mulier derelicta: "Bagnai ha traditoh!"

Questa insolita corrispondenza di amorosi nonsensi fra i subumani (piddini e sovranistiquelliveri) non dovrebbe stupirci, atteso che i secondi sono gli (a giudicare dai risultati non troppo) utili idioti dei primi. Ormai lo abbiamo capito, almeno lo ha capito chi poteva capirlo. Quelli che "però Thelmo e Louiso dicono le cose come stanno!" li lasciamo al loro esito naturale (la pattumiera della storia), regolandoci come meglio ci aggrada sotto il profilo umano (o subumano). Alcuni sono miei amici cari, di cui capisco la frustrazione, e quindi li perdono. Altri non li ho mai cagati considerati, e non vedo particolari incentivi per cominciare a farlo proprio adesso.

Al netto di questo elemento soggettivo, prima di dormire vorrei scrivere due righe al volo sui profili oggettivi della vicenda. Che cosa ci dicono i dati? Dire che "l'austerità è tornata" e quindi "il governo sta uccidendo la crescita" è fare una coraggiosa testimonianza di impegno civile, o è dire una solenne stronzata?

Apro e chiudo una parentesi che sul coraggio civile di chi ha un brillante futuro politico dietro le spalle (Thelmo) o di chi non ha nessun futuro davanti a sé (Louiso) avrei qualcosa da eccepire: forse era un po' più coraggioso un certo docente di economia che sotto concorso prese di petto l'hidalgo de la Sierra e "er Piroetta": sicuramente aveva molto da perdere e poco da guadagnare, a differenza dei sullodati, che nulla hanno da perdere, e hanno visibilità da guadagnare (la visibilità che il sistema presta a chi ostacola chi vuole cambiare le cose), ma non entro in simili valutazioni (sarebbe veramente consolante non doverci entrare, non doversi addentrare nell'ovvio, ma se non dovessimo entrarci, probabilmente non saremmo entrati neanche nell'euro).

L'argomento dei gemelli diversi (i piddini e i sovranistiquelliveri) sembra essere: il Governo fascista farà l'austerità perché ha detto che farà avanzi primari, che com'è noto manganellano la crescita.

Può darsi, ma perché non andiamo a vedere che cosa è successo storicamente?

Questa è la serie della crescita reale e del rapporto fra saldo primario e Pil in Italia dal 1992 (Trattato di Maastricht e svalutazione della lira) a oggi:

(fonte: WEO), e sì, lo vedete anche voi: la correlazione fra le due serie, invece di essere robusta e negativa (cioè: quando l'avanzo primario va su, la crescita va giù, e viceversa), è debole e blandamente positiva, a 0.09, a indicare che quando l'avanzo va su, la crescita va pure lei un pochino su. Per capire meglio che cosa è successo filtrando le variazioni congiunturali possiamo analizzare le medie prese su periodi che abbiano un minimo senso economico:


dove i periodi sono 1992-1998 (stipula del Trattato di Maastricht e avvicinamento all'euro); 1999-2007 (dall'entrata nell'euro all'inizio della crisi finanziaria); 2008-2011 (crisi finanziaria); 2012-2019 (austerità); 2020-2022 (pandemia); 2023-2025 (fasheesmo). La correlazione in questo caso ha il segno giusto:


(negativa, non significativa), ma resterebbe da capire qualcosina. Ad esempio: come mai nel periodo di preparazione all'euro e nei primi otto anni di unione monetaria abbiamo avuto la stessa crescita (1.5%), nonostante che l'avanzo primario diminuisse dal 3.1% al 2.1% del Pil? E come mai nel periodo della pandemia con un saldo primario del -5.3% abbiamo avuto una crescita sostanzialmente identica a quella dei due periodi sopra menzionati (1.6%), anziché avere una crescita stellare? Ma soprattutto, come mai nel periodo dell'austerità, della crescita zero, l'avanzo primario era all'1.5%, cioè la metà di quello che avevamo negli anni '90 in cui però la crescita era all'1.5%?

Non sto dicendo, naturalmente, che una politica di bilancio più espansiva danneggi la crescita. Sto solo cercando di far capire che ci sono più cose fra il bilancio pubblico e la crescita di quante ne sogni la filosofia del piddino! Sto cercando di far capire, insomma, che nel ragionamento dei gemelli diversi mancano almeno due ordini di considerazioni: primo, la spesa pubblica primaria netta è solo una delle componenti autonome, esogene, della domanda aggregata (l'altra essendo, tipicamente, la spesa dei non residenti per l'acquisto di beni prodotti dal Paese, cioè le esportazioni); secondo, oltre al volume della spesa (netta) conta anche la sua composizione. L'argomento secondo cui "il Governo sta facendo macelleria sociale perché ha detto che porterà l'avanzo primario all'1,5% nel 2027" mi sembra un po' deboluccio, in ogni caso, atteso che con un avanzo primario doppio, intorno al 3%, il nostro Paese ha sperimentato una crescita doppia rispetto a quella dello scenario programmatico del DPFP:


Riflettiamo un attimo: qual è la componente di spesa che, come tutti sappiamo, contribuisce in modo più significativo alla crescita? Gli investimenti, cioè la formazione di capitale fisso, cioè l'acquisto di beni produttivi. Quelli delle imprese si rivolgono a macchinari, attrezzature, capannoni industriali e mezzi di trasporto. Quelli pubblici, viceversa, sono principalmente infrastrutture. La contabilità nazionale riporta queste spese al lordo e al netto degli ammortamenti di contabilità nazionale:


cioè della perdita di valore dovuta al deperimento dei beni capitali (usura, obsolescenza, ecc.). Ovviamente questo "ammortamento" non va confuso con quello quello finanziario/contabile dei bilanci aziendali, pur essendo strettamente affine ad esso. Nel caso del capitale fisso pubblico (le infrastrutture), l'ammortamento è il deperimento conseguente a mancata manutenzione, la distruzione di infrastrutture derivante dal fatto che non metti soldi nel loro mantenimento in efficienza. Un investimento pubblico netto pari a zero mantiene intatto lo stock di infrastrutture esistenti (tutti i soldi spesi in infrastrutture vanno in "ammortamento", cioè compensano il deperimento dell'infrastruttura), un investimento pubblico netto positivo aggiunge infrastrutture a quelle esistenti, un investimento pubblico netto negativo indica che nel Paese sono stata distrutte o ammalorate infrastrutture.

Ci siamo?

Allora diamo un'occhiata qua:


Questo è un grafico molto utile da far vedere ai cretini che "l'Italia non ha fatto austerità!". Nel nostro Paese fra il 2012 e il 2022 l'investimento pubblico netto (fonte: AMECO) è stato pesantemente negativo, unico caso fra i tre grandi dell'Eurozona. Ora, se ci fate caso, questo fatto stilizzato "fa scopa" con un altro fatto stilizzato rilevante, quello di cui abbiamo parlato tante volte a partire da qui:


Il periodo in cui la crescita italiana si stende corrisponde largamente a quello in cui l'investimento pubblico netto prima precipita verso lo zero e poi diventa negativo. Dal 2012 al 2022 (l'intervallo in cui l'investimento pubblico netto è stato negativo) il saldo di bilancio primario è stato in media di -0,3% del Pil (blando deficit), ma la crescita si è arenata totalmente.

Volendo quindi astrarre dalla complessità del reale per concentrarci su un unico indicatore della fiscal stance, direi che per quanto preoccupa noi (la crescita di lungo periodo) gli investimenti pubblici netti sono ovviamente una variabile di gran lunga più significativa: lo evidenzia l'allineamento fra due fatti stilizzati maggiori, ma soprattutto lo evidenzia il buon senso: un Paese senza infrastrutture (strade, scuole, ospedali) non cresce.

A titolo informativo, allargo un po' il quadro:


per farvi vedere chi ha fatto austerità (i PIGS), chi ne ha fatta di più (noi), chi non ne ha fatta per niente (la Francia, ma mo je tocca). Può essere utile, ai nostri fini, rappresentare questi dati in un altro modo, facendo la cumulata dell'investimento pubblico netto al tempo dell'austerità (2012-2022), e al tempo del fasheesmo (2023-2025):


Portogallo, Italia, Grecia e Spagna hanno tutti accumulato investimenti pubblici netti negativi (distruzione di infrastrutture pubbliche) nel periodo dell'austerità (2012-2022), ma solo in Italia questa distruzione di infrastrutture pubbliche ha raggiunto la cifra impressionante di 100 miliardi di euro di infrastrutture in meno!

Questa è la parte tragica della storia.

Poi c'è la parte comica: dall'avvento del fasheesmo (quindi nel triennio 2023-2025) l'Italia ha accumulato più infrastrutture pubbliche (cumulata degli investimenti pubblici netti positiva) di qualsiasi altro Paese europeo, incluso quello che finora si è bellamente fatto i cazzi suoi, e che ora ne pagherà il salatissimo conto (la Francia).

Voi direte: "Beh, ma questa evidenza statistica è rassicurante (relativamente, perché in tre anni abbiamo accumulato solo 70 miliardi di investimenti pubblici netti, cioè di nuove infrastrutture, quindi non abbiamo rimpiazzato tutte quelle distrutte durante l'austerità): perché dici che è comica?"

Perché non so voi, ma io trovo comico che le facce di merda bronzo che in dieci anni si sono fumati cento miliardi di capitale infrastrutturale pubblico per obbedire ai diktat dei bancarottieri seriali di Bruxelles vengano, ora che sono stati neutralizzati dal vostro voto,  a fare la lezioncina sui benefici delle politiche di bilancio espansive, vengano ora a puntare il ditino lanciando accuse di deriva neoliberista, a chi in soli tre anni ha realizzato nuove infrastrutture per 70 miliardi!

Voi no?

Si vede che non avete un senso dell'umorismo molto sviluppato, oppure, visto che molti di voi li conosco, e sono spiritosi, si vede che non sapete ancora abbastanza di contabilità nazionale da capire quanto vi prenda in giro la propaganda piddina.

Bene: da questa sera ne sapete un po' di più. Spero che questo vi aiuti ad apprezzare la comicità del momento, e a capire dove guardare per apprezzare l'intonazione espansiva o restrittiva di una politica di bilancio. Sempre che non abbiate ancora capito, dopo quindici anni di assidua e faticosa paideia, chi sia a mentirvi, perché ha interesse a farlo: Thelmo, Louiso, e il PD.


(...però Thelmo parla veramente bene! Pensate, l'altra sera ha perfino detto che l'euro è un problema per la crescita dell'economia europea!...)

(...ci sarebbe anche da fare un commento sulle parole miserabili di chi dopo aver messo su l'armata Brancaleone dei fact checker, relitti umani senza arte e con troppa parte, viene ora ad accusare il fasheesmo di aver represso la libertà di espressione. Ma quelle le affido per oggi a un giudice più giusto di noi...)

sabato 30 agosto 2025

Premiata armeria Hellas: tredici anni dopo

Antonomasia ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Premiata armeria Hellas: saldi di fine stagione (1° parte)":


Chiarissimo Professore,

Sto preparando una proposta di progetto di ricerca in Diritto del'Unione Europea finalizzata a problematizzare alcuni passaggi della transizione verso la moneta unica a partire dall'Atto Unico Europeo.

Tuttavia, ritengo sia piuttosto velleitario rapportarsi in modo critico a questi temi senza aver maturato una coscienza critica delle storture economiche connaturate alla moneta unica.

Pertanto, ho deciso di ripercorrere dall'inizio i passaggi della Sua preziosa attività, che, del resto, fu la ragione per la quale, ormai quattro anni or sono, ho cominciato ad interessarmi di euro.

L'intento di questa premessa non è certo un goffo tentativo di captatio benevolentiae, quanto piuttosto una giustificazione che spero sia suscettibile di rendere un po' meno inappropriata la tardività del mio intervento sotto questo post, che ho trovato illuminante a tal punto che ho deciso di rivolgermi al database del WEO dell'aprile 2025 per costruire un grafico, sulla base dei dati riportati nella Figura 1 e 2, che constasse anche dei numeri relativi agli ultimi dodici anni, in modo da prendere coscienza degli sviluppi più recenti.

Ebbene, ho selezionato le voci "Total Investment", "Gross National Savings" e "Current Account Balance", tutte espresse in punti di PIL ma mi sono trovato innanzi a risultati diversi da quelli che Lei riporta nel post:


- Per quanto riguarda il primo balzo dell'indebitamento estero (biennio 1998-2000), mi risulta che le partite correnti in punti di PIL aumentano dal 2,7% al 6,1% (3,4 punti di PIL anziché 5).

- Per quanto attiene al secondo scalino (biennio 2005-2007) mi risulta che effettivamente l'indebitamento estero raddoppia (o quasi, dal 7,5% al 14,1%), ma che sia l'aumento degli investimenti (di circa 4,5 punti di PIL) a fungere da traino, anziché il calo del risparmio nazionale (circa 2,2 punti di PIL).


Ovviamente, parto dal presupposto che l'errore è mio - presumo sia legato alla scelta delle voci del database - ma le sarei grato se me lo potesse indicare.

Con immensa stima,

Valerio

Pubblicato da Antonomasia su Goofynomics il giorno 14 ago 2025, 15:20



Per chi si fosse messo in ascolto solo ora, nel post "Premiata armeria Hellas" ho mostrato in dettaglio la relazione fra risparmio nazionale, investimento nazionale, e saldo della bilancia dei pagamenti, cioè l'identità di contabilità nazionale:

CA = S - I

secondo cui se in un Paese il risparmio nazionale S supera gli investimenti nazionali I l'eccedenza viene prestata all'estero determinando un saldo positivo delle partite correnti (CA>0), cioè un accreditamento netto verso l'estero, mentre di converso se S è minore di I il saldo CA è negativo, cioè indica un indebitamento estero, conseguenza del fatto che gli investimenti nazionali vengono in parte finanziati con risparmio estero.

Questa relazione non è negoziabile: è così e basta, per definizione. Non ci possono essere errori: i soldi che vengono spesi da qualche parte devono arrivare, la partita doppia sconti non ne fa.

Con questa premessa, osservo che a me troppi complimenti e troppa modestia urtano subito i nervi, quindi ho aspettato un attimo a rispondere (anche perché qui il campo è poco e quindi prezioso). Il punto di metodo che a me sembra ovvio (ma io coi dati ci lavoro da sempre) è che prima di pronunciare la parola "errore" ci si dovrebbe accertare di usare il medesimo set di dati, altrimenti la parola da usare è un'altra. Errore mio o tuo (o suo, o nostro, o vostro, o loro) ci sarebbe se usando il dataset che usavo nel post del 2012 si ottenesse un risultato diverso da quello che mostravo nel post, cioè da questo:


Per scrupolo, ho rifatto il grafico con la stessa fonte (questa) e ho ottenuto gli stessi risultati:


Se però uso la fonte citata dal cerimonioso amico, senza sorpresa alcuna ottengo i risultati che dice lui:


come potrà esservi più chiaro se rappresento questi dati in forma tabellare, concentrandomi in particolare sulle variazioni fra 1998 e 2000 e fra 2005 e 2007:


Quindi, ossequioso Tommaso, errori non ce ne sono: coi miei dati la formula (che non può sbagliare) dà i risultati che dico io, e con i tuoi dà quelli che dici tu. Non si tratta pertanto di errore, ma di revisione. Ci deve essere stata una revisione delle statistiche, e per vederlo basta raffrontare i dati del 2011 con quelli più recenti (che rappresento con tratteggio):


La cosa che salta all'occhio è che la revisione ha avuto un impatto pressoché impercettibile sul saldo (grigio), perché i flussi sono entrambi traslati verso l'alto di qualcosa fra uno e quattro punti di Pil, a seconda delle circostanze. Il messaggio complessivo non è cambiato molto (ci torno dopo), ma intanto segnalo che questa revisione è relativamente recente ed è stata analizzata in dettaglio da un nostro amico:


le cui conclusioni sono che il lodevole tentativo di armonizzare le statistiche nazionali greche con quelle degli altri Paesi europei abbia portato ELSTAT a produrre dati di qualità, diciamo, migliorabile (chi mi segue sa che cosa significa: "ci sono ampi margini di miglioramento").

Non entro nei dettagli tecnici del ragionamento (chi vuole approfondirli potrà farlo sul paper di Gennaro), ma uno dei problemi riscontrati è col deflatore degli investimenti e questo ovviamente impatta sulla relazione CA = S-I.

Fatta questa precisazione, che serve anche a ricordarci come i dati macroeconomici non siano incisi nel marmo (nessun dato lo è, nemmeno nelle scienze sperimentali), ma siano il risultato di stime, per cui riscritture più o meno involontarie della storia sono sempre dietro l'angolo, possiamo porci la domanda di come questa particolare riscrittura impatti sulla nostra lettura della crisi greca, basata sul modello "centro-periferia" (ciclo di Frenkel). Direi non moltissimo: l'indebitamento estero resta tutto lì (la riscrittura non altera l'andamento del saldo estero), e il fatto che dopo questa revisione dei dati esso sembri attribuibile un po' di meno alle famiglie e un po' di più alle imprese non cambia la sostanza delle cose, che è che se l'ingresso nell'euro non avesse distorto pesantemente il mercato dei capitali in Grecia, portando il costo del denaro molto lontano (verso il basso) dal suo valore di equilibrio, nessuno, né le famiglie, né le imprese, avrebbe avuto un incentivo così forte a indebitarsi (con banche estere).

Direi quindi che nel dubbio se la revisione effettuata da ELSTAT sia effettivamente valida, possiamo continuare a prendere per buona la nostra analisi del 2012. Certo, ora le cose sono andate avanti, e quindi possiamo toglierci la curiosità di vedere questa sfaccettatura del miracolo greco:


che così miracoloso non è: la correzione del 2011-2012 è evidente ed è in parte determinata da un aumento del risparmio e in parte da una diminuzione degli investimenti, che poi procedono pari passu fin quanto la pandemia non sconvolge il quadro, determinando prima una diminuzione del risparmio, e poi un aumento degli investimenti, che entrambi riportano il saldo estero verso le due cifre. Come di consueto, il Fmi ci rassicura: le previsioni (a destra della retta verticale rossa) ci dicono che il saldo estero migliorerà perché aumenterà il risparmio nazionale. Fra altri tredici anni sapremo che cosa pensare di queste previsioni (o meglio: avremo la certezza che quanto ne pensiamo ora - tutto il male possibile! - era corretto).

Spero che questo ripasso sia servito, e che se qualcuno, arrivato dopo, si era perso quel post, si sia incuriosito e sia andato a recuperarlo, perché è in effetti uno dei post "fondanti" del blog.

E con questa esortazione, vi auguro buona notte!