domenica 3 maggio 2026

Gli amici

(...prevenire è meglio che curare, ma curare è molto più divertente...)

Molto rapidamente.

Io non ho amici. O meglio: non sono sicuro di averne. Però so quando saprò di avere amici, e sarà quando non conterò più un cazzo (o comunque verrò percepito come irrilevante)! Il momento cruciale potrebbe essere ad esempio l'uscita dal Parlamento (posto che, se non un potere, il Parlamento almeno ti dà un ruolo tale da attirare le invidie di tanti, anche qui fra voi, cari amici...). A quel punto, la cappa mielosa e soffocante di tanti inviti, di tanti buongiornissimo, di tante blandizie, di tante lusinghe, si dissolverà, e tornerò a respirare aria pura. Io continuerò a non aver bisogno di nessuno (pare sia una caratteristica di tutti i sagittari), e potrò serenamente prendere atto di chi (e perché) continuerà ad avere bisogno di me. Uno scolarizzato nel XX secolo possiede un fornitissimo toolbox per gestire situazioni simili.

Purtroppo però ho molti conoscenti. Il mio numero di telefono ce l'hanno 4976 persone (in realtà molte di più perché c'è sempre qualche imbecille che ti inserisce senza consenso in chat popolatissime: 4976 sono quelli che ho registrato io nella mia rubrica), ce l'hanno anche molti di voi, cari conoscenti, e capisco il sottile brivido che pervade il membro della community nel disporre di un filo diretto col proprio adorato guru.

Tutto comprendere è quasi tutto perdonare.

Quasi tutto.

Perché se volete parlarmi del primo dentino di vostro figlio, della crisi (o della felicità) della vostra coppia, se volete condividere con me un momento di sconforto, se avete una difficoltà di qualsiasi natura cui io possa cercare di ovviare, anche semplicemente dandovi un ascolto che magari altrove non trovate, direi perfino se volete parlarmi del campionato di calcio, e direi financo se volete darmi una lezione di economia, io ci sarò sempre.

Ma se vi azzardate a rispondere in privato su WhatsApp a un quesito che pongo pubblicamente sul blog, io blocco (come il compianto Faletti, per capirci), e blocco senza remissione, senza pietà, senza spiegazioni e, con un'unica eccezione, senza avvertimento, ma, lo confesso, con un discreto piacere.

Il motivo è molto semplice, e dovreste apprezzarlo voi per primi: se io sollevo una discussione in seno a questa bella d'erbe famiglia e di conoscenti, desidero appunto che essa sia una discussione pubblica, affinché ciascuno possa prendere atto dei contributi dati dagli altri, col duplice beneficio di evitare duplicazioni e di contribuire all'avanzamento della risposta collettiva. Essere nani sulle spalle di nani è sempre meglio che esserlo al livello del suolo, non trovate? Se la risposta mi arriva in privato, tutto questo viene naturalmente a mancare. Mi pongo quindi il problema se trascrivere io il contributo in un commento del blog, o bloccare chi aggira la pubblica agorà, e scelgo la cosa più rapida, forte del fatto che se nessuno è indispensabile (nemmeno io, pensate un po'!), il tempo resta però una risorsa scarsa: si può quindi rinunciare a un contributo non indispensabile, soprattutto se, da sagittari, si possiede una curiosità selettiva e controintuitiva (mi commuove ogni giorno da quando sono in politica la mia sterminata capacità di appassionarmi di cose di cui non me ne fregherebbe nulla, e di converso una cosa che mi interessa suscita la mia curiosità solo se mi viene presentata seguendo le mie regole).

Perché poi, in definitiva, qual è il punto di non scrivere sul blog?

Non essere tracciati.

Ora, chi esprime questa peraltro lecita, condivisibile, incoraggiabile aspirazione, d'altra parte, non gira senza carta di credito, senza telefono cellulare o smartphone, non paga tutto in contanti né si muove solo con mezzi propri ecc. Quindi è tracciato. E se sono io il primo a dire a molti di voi (a seconda del ruolo che rivestono) che sarebbe meglio per loro usare uno pseudonimo per intervenire in pubblico (e il più autorevole esempio di questa prassi è Luciano Barra Caracciolo, che qui si palesò con lo pseudonimo di Quarantotto, quello che poi divenne il titolo del suo blog; preciso che non gli consigliai io di usare uno pseudonimo perché prima che intervenisse qui non lo conoscevo: se lo consigliò da solo perché è persona di viva intelligenza, come sapete, cui sono anche molto grato per avermi suggerito il titolo de Il tramonto dell'euro, come forse non sapete), se sono quindi io il primo a dire (ovviamente inascoltato, ti pare...) che comunque in certi casi è meglio pseudonimizzarsi, in altri casi direi che tentare di coprirsi dietro una barriera più impenetrabile di quella di uno pseudonimo è un pochino grottesco, perché temo sia impossibile. Non che la cosa mi piaccia, non che non sostenga qualsiasi tentativo per mantenere uno spazio di riservatezza, ma ormai lo avete capito: l'unica speranza che abbiamo di non essere tracciati è non entrare nel radar, cioè (e qui si torna a bomba) non contare un cazzo!

Quindi, perso per perso, perché non contribuire (con le dovute minime preoccupazioni) a questo bello e unico esperimento di intelligenza collettiva, anziché aggiungere un WhatsApp alla lista di chi già tanti ne deve gestire, e che quando ha qualcosa da chiedere a voi personalmente, per una risposta altrettanto personale, ve lo chiede in privato e non in pubblico?

Quindi la regola è: domanda pubblica, risposta pubblica; domanda privata, risposta privata.

Ricordando sempre che domandare è lecito.

Bloccare è cortesia.

(...buona domenica, ci vediamo al Tg2...)

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