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mercoledì 10 maggio 2023

Tirare la cinghia

Nei commenti a un post precedente Marco, il nostro amico paradigma dell'idiot savant (non è un insulto: è un neologismo), personaggio che in questo blog regolarmente si ripresenta sotto le spoglie dell'ingengngniere piddino che pensa di argomentare in ambito economico facendo un magro e scombiccherato cherry picking su Wikipedia di teorie che a lui sembrano assistite dal principio di autorità, ci raccontava, in buona sostanza, che i francesi stanno meglio di noi (nota bene: nessuno aveva detto il contrario! Il commento dell'idiot savant si inseriva a seguito di una subordinata concessiva di idivev: "La Francia sarà pur sempre ecc.", cioè: ammesso e non concesso che la Francia sia... Ma gli idiots savants, come vedremo meglio nel caso climatico, sono a disagio con la grammatica elementare...). Comunque: Marco ci raccontava che i francesi stanno meglio di noi perché "lo stipendio netto medio a Parigi rimane un 30% maggiore che a Milano" (rigorosamente senza fonte, senza considerare che la Francia non è Parigi e l'Italia è ancor meno Milano, ecc. Ma la caratteristica dell'idiot savant è appunto che lui sa: bastandogli le sue certezze, non ritiene opportuno suffragare con la citazione delle fonti le verità che magnanimamente dispensa).

Vabbè, questa era una delle due premesse del discorso che volevo farvi oggi. Veniamo all'altra.

Poco fa il presidente di a/simmetrie, Benedetto Ponti, ha rilanciato su Twitter un grafico di Nicolas Goetzmann (che non so chi sia), a sua volta rilanciato da Philipp Heimberger, che invece sappiamo chi sia: è stato relatore a un nostro evento sulle regole europee):


Il messaggio è che i consumi alimentari dei francesi (dati mensili in milioni di euro a prezzi costanti) sono tornati al livello del 2007. Visto che a Parigi gli stipendi sono del 30% più alti perché ce l'ha detto sucuggino (cioè il cuggino di Marco), non ci resta che una linea interpretativa di questo dato: evidentemente i francesi sono molto preoccupati dalla prova costume, e quindi, pur navigando nell'oro, preferiscono accumularlo per farci il bagno come Paperon de Paperoni, anziché spenderlo in Bourgogne e Camembert (che rovinano la linea e tra l'altro dovrebbero avere il Nutriscore rosso, o almeno spero...).

Anche qui, come nel caso degli idiots savants, manca la fonte, e mi sono dannato l'anima per reperirla (con l'occasione, vi ricordo, se credete, di sostenere col vostro 5x1000 a/simmetrie, un think tank che le fonti le cita). Verosimilmente saranno fonti nazionali, perché né su Eurostat né su OCSE ho trovato una ripartizione delle spese per consumi delle famiglie a questo grado di granularità: su Eurostat e OCSE, ad esempio, ci sono le spese per consumi alimentari, ma annuali, mentre quelle trimestrali sono distinte solo fra beni non durevoli, semidurevoli e durevoli (e quelle mensili non ci sono).

Non escludo che cercando meglio si trovi qualcosa (magari voi ci riuscirete), ma a me interessava fare un confronto internazionale rapido, e l'ho fatto con quello che ho trovato, cioè questo:


Ora, a beneficio degli idiots savants, segnalo che quello riportato qua sopra è un indice, che quindi ci informa sulla dinamica, non sul livello del fenomeno: ma, se interessa, c'è anche il dato in volume (milioni di euro a prezzi costanti:

sul quale, se qui ci appassionasse il tema sollevato dal "cuggino de sucuggino" (cioè da Marco), ovvero "sono più ricchi i francesi o gli italiani?", andrebbero fatti almeno due aggiustamenti: la conversione in termini pro capite, e la correzione per la parità dei poteri d'acquisto (perché credo sia arduo ipotizzare che al Giambellino la vita costi quanto al faubourg Saint Honoré). Un vero economista, però, tenderà a essere più appassionato dalla dinamica che dalla statica. Del resto, anche per un politico, le tendenze in atto sono molto più rilevanti dei punti di partenza, per il semplice motivo che quale che sia il punto di partenza, il mandato che il politico riceve è quello di migliorarlo, per cui la domanda più rilevante diventa: stiamo migliorando o peggiorando, e di quanto? Una domanda dinamica, non statica: dove stiamo andando?, non: dove siamo?

Comunque: per quanto riguarda la dinamica, i due grafici dicono sostanzialmente la stessa cosa.

In particolare, partendo dalla fine: è confermato che la spesa per consumi non durevoli (che includono quindi anche il tabacco, il vestiario, ecc.) delle famiglie francesi è fortemente arretrata, coerentemente con l'andamento del suo sottoinsieme (le spese alimentari, quelle mostrate nel grafico dell'amico dell'amico dell'amico). L'ultimo dato trimestrale del 2022 è 83 miliardi, cugino degli 83,1 del terzo trimestre 2001 (un bel balzo indietro).

Interessa l'Italia?

Con la stessa logica, l'ultimo dato trimestrale del 2022 è 78,9 miliardi, cugino del 78,4 del primo trimestre 2015. Quindi si può raccontare, senza dire il falso, che per noi il balzo indietro indotto dalla crisi energetica, con annesso scenario inflattivo, è di soli sette anni, mentre per i francesi di oltre 20. In virtù di questa dinamica, a oggi, se misuriamo il benessere in termini di capacità di spesa per consumi non durevoli (escluse automobili, elettrodomestici, ecc., che comunque un po' di benessere contribuiscono a procurarlo), parametrando i volumi di spesa alla popolazione abbiamo che in Francia la spesa pro capite è 83 miliardi diviso 67,8 milioni, cioè 1225,5 euro al trimestre, mentre in Italia è 78,9 miliardi diviso ahimè solo 59,1 milioni, cioè 1334,9 euro al trimestre. Il cuggino di Marco non avrebbe difficoltà a dimostrarci con un modello peer reviewed che, anche se non sembra, la spesa pro capite francese è superiore del 30% a quella italiana (perché a Parigi ecc.). Viceversa i dati (ma i dati, si sa, non servono a chi detiene la Verità) stabiliscono che la spesa pro capite delle famiglie francesi in consumi non durevoli è dell'8,1% inferiore a quella delle famiglie italiane. Se vi rivolgete ai dati, anziché agli idioti revisionati da idioti (cioè dai loro peer), capite perché la gente va per strada in Francia e non qui (e torno a dire che a me dispiace che la gente debba andare per strada e non sono contento che questo succeda in un Paese che amo: sono però contento quando certi fenomeni possono essere ricondotti nell'alveo di una razionalità economica: mi aiuta a pensare che non ho sprecato il mio primo mezzo secolo).

Dopo di che, forse bisognerebbe allargare lo zoom, e possiamo farlo in due modi: con gli indici o con i valori assoluti. Conviene farlo in entrambi i modi anche per aiutarvi a capire una cosa che agli idiots savants (sì, lo avete capito: è il termine colto per indicare i piddini antropologici) normalmente sfugge: quali informazioni forniscano gli indici.

In effetti, se osserviamo il primo grafico, notiamo che fatto 100 il 2005, nell'ultimo trimestre del 2022 i consumi non durevoli delle famiglie italiane sono a 85 e quelli delle famiglie francesi a 98 (quindi quelli italiani sono diminuiti del 15% e quelli delle famiglie francesi del 2%). Sorge quindi spontanea la domanda: ma se la diminuzione dei nostri consumi è sette volte quella dei consumi francesi, come mai non siamo andati in piazza noi?

Non è così strano, o, per l'esattezza: non è strano che non stiamo andando in piazza adesso (visto che, come già detto, in termini assoluti stiamo meglio noi dei francesi, dopo il loro ultimo tonfo).

Il punto è che, come potete vedere dal secondo grafico, nel 2005 (in effetti, dal 2000 al 2009) i consumi in beni non durevoli delle nostre famiglie erano superiori, e non di poco, a quelli delle famiglie francesi. Insomma: conducevamo una vita più agiata, come qualcuno ricorderà (certo non gli "scienziati" awanagana che vengono a scassarmi gli zenzeri su Twitter col mento ancora imbrattato dalla ricottina del rigurgitino, povere stelline...). In numeri, considerando i valori della popolazione al primo gennaio 2005, nel primo trimestre del 2005 in Francia la spesa pro capite delle famiglie in consumi non durevoli era di 84,7 miliardi diviso 62,7 milioni, cioè 1350,7 euro a trimestre (più o meno dove siamo noi ora), mentre in Italia era di 92,8 miliardi diviso 57,8 milioni, cioè 1605,6 euro a trimestre. Insomma: nel primo trimestre del 2005 (anno che scelgo solo perché è il riferimento degli indici Eurostat) gli italiani spendevano (pro capite) il 18,9% in più dei francesi in consumi durevoli, ma soprattutto spendevano il 20,2% in più di quanto gli stessi italiani spendono oggi.

Insomma: è vero che abbiamo fatto un bel tonfo da prima della crisi globale, ma è anche vero che stavamo molto meglio dei francesi, per cui oggi continuiamo a stare un po' meglio di loro, e in termini dinamici oggi l'impoverimento causato dall'ultima crisi è molto meno drammatico di quello che stanno sperimentando, purtroppo, le famiglie francesi.

Non è quindi strano che adesso in piazza ci vadano loro, come dicevo.

Quello che è strano è che mentre venivamo macellati dall'austerità (e non ditemi che non si vede quando è successo) in piazza non ci siamo scesi noi. Ma anche questo tanto strano non è: il macellaretto dell'epoca ci ha spiegato bene com'è andata, e il clima di quel periodo è riassunto da questa immagine diventata a giusto titolo iconica:


Non c'è nulla di male nel mantenere rapporti distesi con gli avversari: l'ho fatto anch'io con la Camusso quando l'ho incontrata (forse anche perché ero distratto da altro). Nel non combatterli, e nelle motivazioni per cui non li si è combattuti, però, qualcosa di male gli elettori potrebbero vederlo, e lo hanno visto.

Ora, come allora, io sono all'opposizione di questa roba qui, ora come allora dandovi i numeri e le ragioni della mia opposizione, ma ora, a differenza di allora, con qualche minimo margine di manovra in più per eradicare la malapianta che ci ha infestato, compromettendo in modo difficilmente rimarginabile il nostro benessere. Ci si sta lavorando, ma intanto, lo ribadisco: l'irrazionalità, dopo aver danneggiato chi l'ha subita, si sta rivoltando contro chi l'ha voluta. Non è Schadenfreude. Lo definirei piuttosto usare la forza dell'avversario: l'unica risorsa di chi ingaggia un combattimento in condizioni di inferiorità.

Tanto vi dovevo (o meglio, tanto dovevo al cuggino di Marco, che ora tornerà petulantemente alla riscossa...).