A colleague of the European Solidarity Manifesto sent me this link. I imagine that someone somewhere must find this headline surprising, or otherwise it would not have been written: why to write a "non-news" in a newspaper?
In fact, QE's failure is a "non-news". Nothing could be more predictable (except death).
This is my answer to my colleague:
This was written three years ago. You do not need to enter into the intricacies of my Italian
language. The title reads: "Draghi's turn is anyway useless, and
hence harmful". It was written after the "whatever it takes" statement (in
itself an admission of weakness: as Giorgio La Malfa puts it, once you boldly declare that you will do whatever it takes in order to support something, you are basically saying that without your support this thing would collapse). The argument was very simple: no
matter what the centralized monetary policy stance would
be, the European intraregional imbalances would remain, as it
happened in Italy (the only graph of this post reports Italy's real
interest rate along with Southern Italy trade balance: the first one
wanders a lot, the second doesn't).
Besides this fundamental (aka structural) problem, there is another
major flaw in QE supporters' minds. I pointed it out in my 2012 book: Eurists really do not understand that money
is endogenous.
Eurism, in all its delusion, is nothing but the
theory of money exogeneity pushed to its extremes.
The standard eurist
"reasoning" is:
1) you create money by "printing" it (i.e.: money is created by the
wicked state);
2) you create inflation by creating money;
and hence: you must subtract money creation to the wicked state (because
inflation is the Evil).
I do not discuss the conclusions. Let's assume, for the sake of argument, that inflation is the 666 (and let's excuse ourselves from the embarrassing task to explain why deflation is not paradise on earth...). No matter what we think about inflation, points
(1) and (2) are blatantly false.
Point (1), always contested by post-Keynesian economists, is now refuted even by such reputed and conservative institutions as the BoE (not to say by the scientific literature). Its failure is apparent even to the layman, who mostly did not see a cent of the massive injection of trillion which supposedly took place over the last three years. Draghi prints, but the banks do not lend. Where is the mistake?
Point (2) is refuted inter alia by Bloomberg's article: after printing trillions
over trillions we are in deflation! The only way a government can be sure that the money "printed" will be spent, is to spend this money, namely to monetize the deficit. In this case, and only in this case, one can be sure that aggregate demand will recover (and with it, prices). But this is precisely what the Eurists oppose, because of its obvious consequences on income distribution.
Keynes was very explicit on this point: deflation overturns the balance of income distribution in the interest of the rentier (p. 32). Unfortunately, "rentiers" usually do not understand that in order for them to get their money, someone else somewhere else must create value in the real economy, and deflation prevents exactly this process (i.e., what favors rentiers in the short run, kills them in the medium run: in the long run, you know... and in case you do not know, check page 80 of the Tract...).
Our Eurist colleagues are liars, serial killers of the most obvious economic truths, but their sons will not escape the
consequences of their crimes. We are more or less all aware of what
the unescapable outcome of protracted deflation will be, I suppose. It will be war (at p. 36: "short of war"). Unsurprisingly enough, US newspapers are slowly preparing the US median voter.
And there is nothing we can do.
Alas, poor Draghi!
To print, or not to print?
That is immaterial...
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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lunedì 17 agosto 2015
martedì 4 agosto 2015
I keynesiani per caso e il Tract on monetary reform (KPD11, parte prima)
(...sono stanco dei keynesiani per caso. Il livello di falsificazione storica e di disonestà intellettuale raggiunto dal dibattito italiano è del tutto proporzionato alle dimensioni della crisi attuale: non ha precedenti storici. In due post schiero le batterie, e poi inizierò a cannoneggiare. Bestemmiate chi vi pare, ma Keynes no, non vi conviene, perché quello che intendeva lo ha scritto, e lo ha scritto in modo chiaro. Chi cerca di piegarlo alle proprie esigenze di bassa cucina politica si espone a una inevitabile figura di cioccolata - o di Nutella...)
Nel capitolo quarto del Trattato
sulla riforma monetaria, scritto nel 1923, Keynes si sofferma su quali
siano le alternative fronteggiate dalla politica monetaria. Per intendere queste
alternative, e la loro rilevanza attuale, e anche per, come dire, prendere
civilmente le distanze da certi keynesiani per caso, è essenziale porre questo
capitolo, e le sue conclusioni, nel contesto generale dell’opera, che può
essere agevolmente consultata qui
(almeno, dai lettori non diversamente europei: gli altri troveranno da qualche
parte una traduzione nella loro lingua di riferimento...).
Il Trattato segue un percorso logico ben preciso, molto
nitido. Keynes ha la virtù di farsi capire, che procede, come sempre, e come forse
avrete potuto constatare in tempi meno remoti, dall’aver nozione chiara di ciò
di cui si parla, e dal non essere pagato per sparar fumogeni (oltre,
naturalmente, dall’aver ereditato un DNA non scadente, e dall’esser cresciuto
in mezzo a libri senza fottute figure: condizioni queste necessarie, ma
largamente non sufficienti e certamente non meritorie: il caso esiste). Seguire
Keynes, quindi, oltre ad essere un dovere, è anche e soprattutto un piacere.
Non voglio qui farvi l’edizione Simone del Trattato, ma solo
soffermarmi su alcuni snodi critici, quelli appunto che occorre considerare per
mettere in prospettiva tre cose: il capitolo quarto del Trattato stesso, il
pensiero di Keynes (variamente stravolto a fini tattici da una ridda di
sconclusionati personaggi in cerca di editore), e (last but least) il lavoro
che stiamo svolgendo da anni in questo blog. Può darsi che a qualcuno i nodi
che sceglierò di mettere in evidenza sembrino cherry picking. Siccome siamo ormai abituati a un Keynes à la carte, il rischio magari esiste, e
chi ritiene, sulla base di una lettura attenta e non della solita sterile
volontà di rompere i coglioni o di far vedere che lui ce l’ha lungo (il CV) che
Keynes abbia detto anche o solo altre cose rispetto a quelle che metterò in
evidenza è benvenuto: esponga, e poi, a seconda dei casi, o gli risponderemo, o
lo esporremo.
Appese fuori dalle mura di questo blog ci sono tante gabbie,
e dopo qualche anno ormai non se ne distingue più il contenuto...
Le conseguenze
redistributive dell’inflazione
I primi due capitoli del Trattato analizzano in dettaglio l’impatto
dell’inflazione sulla distribuzione del reddito e sul processo di produzione
(capitolo primo), quindi il ruolo dell’inflazione come strumento di imposizione
fiscale “occulta”, posto a diretto confronto con lo strumento esplicito dell’imposta
patrimoniale (capitolo secondo).
Nel contesto di un generale apprezzamento espresso per una
evoluzione stabile dei prezzi (ma del resto, chi farebbe, ieri come oggi, l’elogio
di un’inflazione al 300%?), e dopo aver proposto una ragionevole ed argomentata
valutazione dei costi che l’incertezza in generale determina per il sistema
economico, il primo capitolo smonta subito la favoletta “de sinistra” e “de
destra” secondo la quale l’inflazione sarebbe nemica dei percettori di reddito
da lavoro, quelli che Keynes chiama “the earners”. Sottolineo, perché repetita juvant, il fatto che se Giannino
e Bellofiore, se Zingales e Brancaccio, se Galli e Realfonzo, sono d’accordo su
una cosa (ad esempio, che l’inflazione sia nemica dei redditi da lavoro
dipendente), stante che queste tre coppie di gentili colleghi procedono da
percorsi accademici, hanno produzione scientifica, ed esprimono orientamenti
ideologici estremamente diversificati, ci troviamo di fronte a una singolare
coincidenza che deve attirare la
nostra attenzione. Può darsi che pensieri tanto discordi si coagulino intorno a
un nucleo di verità fattuale incontrovertibile (suppongo che anche per Giannino
sia la Terra ad orbitare attorno al Sole, ma onestamente avrei timore di
chiederglielo...), nel qual caso apprezzeremmo l’onestà di chi si inchina
almeno all’evidenza; ma può anche darsi che questa coincidentia oppositorum sia il risultato di un posizionamento
tattico a difesa dello statu quo dalla
trincea (minata) di una sesquipedale lieve imprecisione (e questa, come sapete,
è l’ipotesi che esploro nel quarto capitolo del
mio ultimo libro, dove descrivo le opposte ma coincidenti logiche di austeriani
e appellisti). I
dati sono la migliore discriminante, come sappiamo, e anche Keynes da essi
procede. Le sue conclusioni sono a pag. 30 e credo non ci sorprendano
particolarmente, alla luce di quanto ci siamo sempre detti in questo blog:
Come vedete, per Keynes è assolutamente ovvio quello che i
dati ci confermano e che solo studiosi affetti da “differente onestà” intellettuale
possono negare: in una moderna economia monetaria (e la nostra non è poi così
diversa da quella nella quale lui operava: invito chiunque a darmi esempi del
contrario, sono in vacanza e voglio farmi due risate) “on the whole” (cioè:
tutto sommato) l’inflazione è “beneficial” (questo potete tradurlo da voi) per
lo “earner” (cioè inteso come wage-earner – p. 27 del Trattato, cioè il
percettore di salari, di redditi da lavoro dipendente....). Questo è quello che
dicono i dati, e abbiamo ragionato a lungo sul perché i dati dicano questo. Il
ragionamento di Keynes non è così dissimile dal nostro e chi lo vuole se lo può
andare a cercare. Del resto, è un ragionamento di puro buon senso.
Notate un dettaglio che tale non è: per l’ovvio motivo che
la coperta è corta, una cosa che è beneficial
per qualcuno (i produttori – business men
– e i dipendenti – earners) non potrà
essere beneficial per tutti. Chi ci
va di mezzo sono gli investors, cioè
quelli che, in un sistema capitalistico che consente di separare la gestione di
una società dalla sua proprietà, hanno corrisposto somme di denaro per
acquistare quote di una società amministrata da altri allo scopo di ricevere
una rendita e godersi in pace la vecchiaia (ovviamente sto semplificando).
Certo che a loro, se il contratto è stipulato in termini nominali (ti do un
certo capitale in cambio di un pagamento fisso in termini di unità monetarie)
un aumento dei prezzi fa parecchio male: con le stesse unità monetarie
regolarmente percepite, all’aumentare dei prezzi la vita se la godono
progressivamente meno.
Scaturiscono da qui due ovvie considerazioni.
La prima è che l’inflazione non può essere vista come
alternativa praticabile per risolvere sempre e comunque i problemi di tutti, e
questo nessuno ovviamente lo ha mai né detto né pensato, eccetto quella torma
di fastidiosi inetti accomunati dal leggere solo le copertine dei libri, e
dal mettere in bocca altrui parole mai pronunciate. L’inflazione è ingiusta col
risparmiatore e in questo senso mina l’accumulazione di capitale e le
prospettive di crescita a lungo termine: questo ci dice Keynes a p. 31
e credo che possiamo essere d’accordo con lui. Si tratta
però di vedere quanta inflazione
abbia queste conseguenze avverse, e questo Keynes lo valuta, ma gli imbecilli,
per definizione, no. Va notato che nel parlare degli effetti distruttivi dell’inflazione,
Keynes fa sempre esplicito riferimento a episodi che oggi definiremmo di
iperinflazione: Germania, Austria, Russia (p. 51):
Un’inflazione negativa,
cioè una deflazione, ha d'altro canto conseguenze distributive
speculari rispetto all’inflazione positiva
(cioè all’inflazione tout court):
avvantaggia ingiustamente il rentier
e per questa strada schiaccia le classi produttive attraverso l’onere della
tassazione (credo che ci sia chiaro come il peso delle imposte che paghiamo
vada direttamente – tramite debito pubblico – o indirettamente – tramite salvataggio
di società finanziarie private – a tutelare il reddito dei rentier in questo periodo, oltre i limiti del lecito e del
razionale; p. 32 del Trattato):
(integrando “international
rentier” e “national community” capite
cosa sta succedendo adesso).
Se lo svilimento del valore reale (cioè del potere d'acquisto) del risparmio è il principale
costo a lungo termine dell’inflazione, l’aumento del valore reale dell’onere del debito (e quindi
della tassazione) è il principale costo a lungo termine della deflazione, dove
il costo in entrambi i casi è determinato dal fatto di scoraggiare il processo
produttivo, che nel primo caso (inflazione) soffoca per mancanza di risparmio e quindi di credito, mentre nel secondo (deflazione) soffoca per mancanza
di profitti erosi dalla tassazione, oltre che per l'effetto deleterio della deflazione sulle aspettative, ben descritto da Keynes a p. 37:
Nota che ovviamente il
costo per alcuni (i contribuenti, gli imprenditori - anche in quanto contribuenti) è un profitto di altri (i rentier). Non è detto che i due soggetti
siano separati né separabili con precisione chirurgica. In molti casi
coincidono, e vanno quindi in confusione, non essendo essi stessi in grado di
percepire nemmeno a livello individuale se il saldo fra ciò che li danneggia in
quanto contribuenti e ciò che li avvantaggia in quanto rentiers sia positivo. E se non riescono a fare i conti in tasca a
se stessi, figurati se ci riescono in termini “sistemici”: tanto il sistema
sono gli altri, quelli che la crisi ha colpito...
Un giusto mezzo si può avere? Forse, ma per averlo occorre
mediazione politica e consapevolezza degli interessi in campo.
Qui arriva la seconda considerazione: è spettacolare l’inconsistenza
intellettuale e la miopia politica dei difensori dell’euro “de sinistra”. Una formidabile
deficienza cognitiva che offusca a loro, e fa loro offuscare ad altrui, quali
siano gli interessi in gioco.
Dato che l’euro ha una ovvia tendenza deflazionistica
(Keynes la vedeva bene – ne parliamo dopo – e noi col senno di poi la vediamo
meglio: è
la svalutazione interna, bellezza...), ne consegue che i difensori dell’euro
“de sinistra” in realtà stanno difendendo quelli che dalla deflazione sono
avvantaggiati, ovvero i rentier. L’euro
a questo serve, a livello individuale come a livello nazionale: a consentire
che i simpatici Gollum rivedano intatto il loro tesssssoro, non eroso dalla
lebbra dell’inflazione! Intendiamoci: nel Signore
degli anelli non so, perché non l’ho letto e credo non lo leggerò mai, ma
nel capitalismo i Gollum servono! Il capitalismo da questo trae la sua forza:
dalla capacità di mobilitare e avviare a impieghi si spera produttivi ingenti
risorse finanziarie, che un singolo non potrebbe mai accumulare (salvo eredità,
che però oggi i libberisti alla Quaresima vogliono tassare, perché occorre che
tutti, tranne gli amici loro, ripartano da zero...). Poi se non piace il
capitalismo ve l’ho già detto: mi dite dov’è il Palazzo d’inverno, mi fate un
fischio e arrivo subito (le cartucce le pagate voi, però...).
Nell’attesa della
ecpyrlosis (sic), della palingenetica rivoluzzzione proletaria, per non sbagliare, er
Nutella, er Melanzana, gli utili tsiprioti, cosa fanno? Difendono un sistema
nel quale la rendita cresce a dismisura (perché la deflazione ne accresce il
potere d’acquisto, evidentemente a danno di quello dei lavoratori, tassati per
pagarla: nihil ex nihilo), salvo poi
esigere, dopo, l’imposizione di tasse sulle rendite (cioè sui risparmi), per
rimediare a valle agli squilibri distributivi che essi stessi hanno promosso a
monte difendendo l’euro!
Spettacolo!
Oltre agli effetti redistributivi, avversi ad alcuni, quindi propizi per altri, la deflazione ha
effetti negativi per tutti, dato che scoraggia la produzione (e causa
disoccupazione), per i motivi sopra esposti. Nel mondo degli utili tsiprioti, der Nutella, ecc. (insomma:
della melma di pseudosinistra proeuro) assistiamo al paradosso per il quale gli
effetti avversi della deflazione (ingrasso dei rentier e scoraggiamento della produzione di valore) si presentano accompagnati
dagli stessi effetti deleteri di scoraggiamento del risparmio che normalmente
ci si attendono dall’inflazione (come sopra illustrato). Nell’inflazione il
risparmio è scoraggiato perché se ne sbriciola il potere d’acquisto via aumento
dei prezzi, ma nella deflazione è scoraggiato perché se ne sbriciola il potere
d’acquisto via tasse. Sono fantastici gli utili tsiprioti, questa marmaglia che
credeva di tifare Leonida e ancora non ha capito di aver tifato Efialte! La loro gestione della distribuzione del reddito è isomorfa
alla gestione del porco da parte del contadino. Il contadino prima ingrassa il
porco e poi, dopo l’estate, lo scanna. Gli utili tsiprioti, gli economisti “de
sinistra”, prima ingrassano il rentier con l’euro, e poi lo scannano tassandolo (anche qui, spesso
dopo l’estate). Due cerimonie pagane nelle quali si scatenano i peggiori
istinti: la cruenta uccisione del porco libera la violenza ferina che giace
sopita dentro di noi, e la tassazione del rentier
scatena la più squallida, ma non meno bestiale, invidia sociale, l’odio verso
chi ha più di noi per il semplice fatto che ha più di noi, senza alcuna
considerazione di come questo eventuale surplus di beni materiali si sia
prodotto (e ci saranno stati percorsi giusti e percorsi ingiusti). L’Italia è così,
e noi così la amiamo: il 51% di imbecilli che idolatravano Berlusconi, pensando
che avrebbe fatto i loro interessi perché aveva fatto i suoi (senza chiedersi
come avesse fatto i suoi), e il 51% di imbecilli che detestavano Berlusconi
perché avrebbero voluto scoparsi quello che si scopava lui, senza porsi una
serie di altre domande che per pudore qui tralascio. Siamo un grande paese,
almeno numericamente: l’unico nel quale gli elettori sono il 102% della
popolazione. Ma vedete, i simpatici economisti “de sinistra” che difendono l’euro
ignorano un dettaglio: nel ciclo del porco la fase finale, ancorché non
consigliabile ai deboli di stomaco, è tutto sommato priva di conseguenze
sistemiche (se non per il porco, va da sé: del resto, mi aspetta un pranzo a
base di mora romagnola, quindi io a queste conseguenze sistemiche sono
predisposto...). Nel ciclo del rentier
la fase finale è la guerra civile, e se non ci credete, aspettate tranquilli.
(...è molto interessante, e legata a queste considerazioni – ma la
lasciamo per un’altra volta – l’analisi che Keynes propone del processo inflattivo
come strumento alternativo a una imposta patrimoniale per sgravare lo Stato
dall’onere del proprio debito (nel capitolo II). Le considerazioni politiche
che Keynes svolge valgono in gran parte ancora oggi, ma, naturalmente, se ne parlate
a un fine politologo, lui vi dirà che “oggi c’è la Cina...”...)
Il quadro teorico: la
teoria quantitativa
Nel III capitolo Keynes definisce il quadro teorico di
riferimento nel quale analizzare la variazione del valore interno (il purchasing power – potere di acquisto –
o commodity value – valore in termini
di merci) e quello esterno (il tasso di cambio) di una moneta. Lo schema, sul quale qui
non ci dilunghiamo, si basa su due “capi spalla” del guardaroba di ogni
economista: la teoria quantitativa della moneta, e la teoria della parità dei
poteri di acquisto. Per i furbi ed "espertologi" (copyright Barra Caracciolo):
sì, bravi, avete visto bene: Keynes arriva a conclusioni keynesiane usando
strumenti neoclassici. Del resto, a quali conclusioni sarebbe potuto arrivare,
Keynes?
Per gli altri, chiarisco.
Nella loro forma più becera,
le due teorie alle quali Keynes si appoggia per sviluppare il proprio ragionamento sono riassunte da due equazioni molto semplici, che ci converrà analizzare anche formalmente, per evitare equivoci. D'altra parte, i post tecnici li volete voi, non so bene perché...
La teoria quantitativa viene usualmente espressa così:
MV = PY
dove M è la quantità di moneta, V la sua velocità di
circolazione (il numero di volte che una unità monetaria passa di mano in media
durante il periodo di riferimento considerato – ad esempio l’anno), P è il
livello medio dei prezzi e Y è il prodotto in termini reali, cioè il volume di
beni prodotti. Dato che si presuppone che in un’economia di mercato si produca
per vendere, la quantità di prodotto è presa come indicatore della quantità di
transazioni svolte (scambi di prodotti), e il valore del prodotto (PY, prezzo
per quantità) è preso come indicatore del valore delle transazioni svolte. Dato
che le transazioni sono passaggi di denaro in cambio di qualcosa, il loro
valore complessivo deve coincidere, per definizione, con quanto denaro è in
circolo (M) moltiplicato per quante volte è passato di mano (V). Insomma:
quella che vedete qua sopra non è un’equazione, una relazione matematica dalla
quale debba, se pure con l’amabile tautologia del ragionar matematico,
scaturire una incognita. No: è un’identità, un mero fatto contabile, che
esprime, per capirci, il fatto che se un chilo di pere costa tre euro e devi
comprare un chilo di mele (lato destro della formula), dall’altra parte hai da
caccia’ tre euro (lato sinistro della formula), e che se in un anno di chili di pere ne devi comprare due, non è necessario che ci sia una massa monetaria di
sei euro (da spendere tre alla volta per due volte: 2x3=6): basta che i tre
euro disponibili circolino, rientrandoti in tasca in qualche modo (ad esempio
via stipendio), per cui la massa monetaria può tranquillamente essere una
frazione del totale del valore dei beni e servizi che con questa massa
monetaria si acquistano.
(...molto interessante
la disamina storica di quale e quanta sia questa frazione, svolta da Keynes alle
p. 78 e seguenti del Trattato, dalla quale si vedono due cose: la prima, che il
problema di “quanta” moneta fosse necessario “stampare” per assicurare il
regolare svolgimento delle transazioni è antico quanto l’economia – il primo a
porselo in termini “moderni” risulta essere William Petty; la seconda, che a
differenza di Alesina o di Puglisi, Keynes si curava poco di essere o sembrare “sulla
frontiera della ricerca”: piuttosto che riscoprire l’acqua calda con il terzultimo
imparaticcio di matematica – strategia essenziale per avere successo in termini
di pubblicazioni “scientifiche” – in tutta evidenza preferiva studiare gli
economisti che lo avevano preceduto, magari anche quelli di un paio di secoli
prima, attenendosi alla sostanza del problema...)
Un’identità non è una teoria. La descrizione di un fatto non
è a spiegazione di un fatto. Una relazione che lega tautologicamente quattro
variabili non ci dice nulla su quale variabile eventualmente “causi” le altre.
Sappiamo che per i neoclassici beceri, alla Giannino/Zingales, la relazione
precedente implica che l’inflazione sia determinata dal tasso di crescita dell’offerta
di moneta (come vi ho spiegato a p. 131 e seguenti de L’Italia può farcela, e passim
nel Tramonto dell’euro – a p. 16 e a
p. 199 e seguenti – il sogno dal fruttarolo...). Quelli che io chiamo
neoclassici beceri, Keynes li chiama gli old-fashioned
advocates of the sound money
principle, e per capire cosa c’è che non va nella loro testa forse ci
conviene utilizzare qui la rappresentazione della teoria quantitativa fornita
da Keynes. Keynes la scrive così:
n = pk
dove n è la
quantità di notes in circolazione
(insomma, è M, la massa monetaria), p è il livello dei prezzi (P), e quindi k corrisponde a Y/V. La definizione di Keynes è più articolata:
Per Keynes, k esprime
la quantità di potere di acquisto che il pubblico desidera detenere in forma
monetaria per effettuare transazioni (acquisto di beni e servizi), espressa in
numero di consumption units, cioè di
un paniere standard di beni di consumo (come quelli utilizzati per calcolare
gli indici di prezzo). Insomma: invece del volume della produzione, Keynes
considera il volume degli acquisti, e nella sua formulazione la velocità di
circolazione non compare esplicitamente
(ma viene discussa a p. 78 quando si dice che la quantità di moneta desiderata
(per lo scopo delle transazioni) dipende dagli habits del pubblico (e dalla sua ricchezza).
Il discorso che fa Keynes è molto semplice: potremmo stabilire
una corrispondenza diretta fra moneta emessa e livello dei prezzi solo se
ipotizzassimo che k sia costante, o
meglio, che sia indipendente da n
(dalla quantità di moneta: Keynes esprime il concetto parlando di indipendenza
di n da k, ma naturalmente per Keynes, che era una persona normale, se k è indipendente da n, allora n è
indipendente da k...). In questo
caso, cioè se la moneta emessa non influisce su k (e quindi né sulla produzione Y,
né sulla velocità V), livello dei
prezzi e quantità di moneta si muoveranno di conserva. Se k = 2 (numero messo assolutamente a caso), quando n = 200 allora p = 100 (perché 200 = 2x100), e se n = 400 allora p = 200
(perché 400 = 2x200). Insomma: al raddoppio della quantità di moneta,
corrisponde un raddoppio del livello dei prezzi: Giannino/Zingales, per
capirci.
Ma Keynes argomenta che questa relazione così meccanica può
valere, forse, solo nel lungo periodo, perché nel breve periodo la quantità di
moneta influisce e come su k! Tutto
questo, mi rendo conto, al povero supplente ingiuriato da Renzi, al
gastroenterologo dilettante che vuole fare “er movimento dar basso”, all’imprenditore
che “lo Stato mi tassa quindi è mio nemico”, insomma: ai ciechi che ci circondano,
può sembrare molto astratto, poco utile. D’altra parte, si sa che il pubblico
ministero del processo a Gramsci concluse con “per vent’anni dobbiamo impedire
a questo cervello di fare un movimento dal basso!”.
O no?
No.
Ed è proprio perché siamo circondati da persone incapaci di
pensare che oggi non c’è (ancora) bisogno di un Mussolini e dei suoi processi
politici...
La questione se k
sia costante (come credono Giannino e Zingales) o variabile (come credeva
Keynes) non è per nulla astratta, e oggi qualcuno di voi dovrebbe capirla. Credo
sia evidente come l’inceppamento del circuito monetario, il fatto che la “creazione”
di moneta non riesca a riattivare il circuito del credito, il fatto che la moneta
“stampata” non si converta in credito e in moneta (anche e soprattutto
bancaria) prestata e spesa, compromette spesso in modo irrimediabile l’operatività
di molte aziende. In condizioni come quelle attuali la moneta non è “neutrale”,
ovvero priva di effetti sulla produzione. Quindi, aumentando la quantità di
moneta che arriva alle aziende
aumenterebbe anche la quantità di beni prodotti, cioè k. Insomma: oggi siamo in circostanze nelle quali se n passasse da 200 a 400, avremmo:
200 = 100 x 2
400 = 100 x 4
Un aumento (per semplicità considero il caso assurdo di un
raddoppio) della quantità di moneta provocherebbe un pari aumento della
produzione, a parità di prezzi. Nel breve periodo la monetà non è neutrale, e
Keynes fornisce una serie di esempi molto interessanti del perché e del per
come (alle p. 80 e seguenti). L’analisi di Keynes insiste su due aspetti: i
fenomeni di tesaurizzazione della moneta, e il ciclo del credito. Non entro in
questi dettagli (entrateci voi, se vi piace). Il punto fondamentale sollevato
da Keynes a p. 80 è che sì, sarà forse vero che la moneta nel lungo periodo è
neutrale, cioè influisce solo sul livello dei prezzi, ma:
Eh già! Sorpresona! Come sicuramente qualcuno di voi sapeva,
la fatidica frase sul lungo periodo viene pronunciata da Keynes nel confutare
Giannino e Zingales, cioè “i difensori fuori moda della teoria quantitativa” (i
liberisti beceri), che poi sono quelli che in periodo di tempesta dicono che
prima o poi il mare sarà di nuovo piatto, perché possono permettersi di
aspettare...
Voi direte: ma se Giannino e Zingales ancora non erano nati, come faceva Keynes a confutarli? La risposta è nella domanda, miei cari, ma siccome non escludo fra voi casi di beatitudine, ve la fornisco senza indugio e senza difficoltà: il fatto è che l'economia di Giannino e Zingales è qualcosa che sembrava rudimentale già a fine Ottocento, e che Keynes aveva asfaltato negli anni '30. Loro non c'erano, certo, ma le loro idee c'erano, ed erano già vecchie allora. "E perché vengono proposte oggi?". Ma anche questo ve l'ho spiegato: perché fanno comodo a una certa classe sociale, che, guarda caso, è quella che controlla i mezzi di informazione e quindi forma la coscienza collettiva...
La conclusione di Keynes è limpida:
e la sua fondatezza oggi dovrebbe essere evidente evidente.
L’Eurosistema, che per i
nostrani economisti “de sinistra” è stato a lungo il migliore dei mondi
possibili (perché ci dava la pace e affratellava l'algonchino e il samoiedo), si basa esattamente su quello che Keynes nel 1932 dimostrava essere
sbagliato: troppa enfasi nel mantenere un tasso di crescita costante dell’offerta
di moneta (n per Keynes, M nell’equazione standard), e poca o
nulla volontà (politica) di adattare la politica monetaria alle variazioni di k.
Le riserve dei nostri economisti “critici”
riguardano sempre i pretesi danni dell’austerità. L’austerità sarebbe di
destra, ci viene detto. Ma chi oggi ci dice questo, nulla ha mai detto circa il
fatto che la regola del tasso di crescita fisso dell’offerta di moneta (“keeping
n steady”, nelle parole di Keynes),
che, come sapete, è il faro della politica della Bce (M3 doveva crescere al del
4% all’anno), è pinochettiana: la politica della Bce si basa sul mantra di Milton Friedman, padre spirituale
dei Chicago boys. Mi trovate un Ventotene boy che si sia mai accorto di questo,
che abbia mai deprecato l’indipendenza della Bce e il tipo di regole operative
che questa si era data (al difuori della cornice dei Trattati, peraltro)?
Io non ne ho contezza, ma a me l’economia sinceramente non
interessa, per vari motivi, compreso quello che, come oggi ho inteso
dimostrarvi, tutto è già stato detto...
[continua]
(...si apra la discussione, ma prima leggete. Voi pensate che io sia irascibile. Tornate sui classici. Quando, riemergendo dalla lettura, sarete anche voi come me abbacinati dalla sfolgorante malafede dei miei colleghi, capirete che in confronto a me Giobbe era un aspide. E se ve lo dice un crotalo, vi potete fidare...)
(...potrebbe essere ignoranza. Peggio ancora...)
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