(...ci sono dei momenti in cui sono fiero di voi, e questo è uno di quelli. Li celebro con animo lieto, anche perché mi sollevano dall'ingrato lavoro di seminatore di odioh...)
(... per i turisti del dibattito: la logica eurista in questo blog è stata sviscerata in diverse occasioni: l'ultima credo fosse questa, dove trovate anche un riassunto delle puntate precedenti. Se siete arrivati da poco, penso che valga la pena di dargli un'occhiata: affilerà la katana della vostra dialettica...)
Ferdyfox ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Venerdì santo":
Io credo che, tra le varie cose che ha detto stasera Conte, ce ne sia una di una fallacia logica impressionante (ex multis): ovvero il fatto che "Salvini e Meloni indeboliscono la posizione negoziale del governo ai tavoli europei".
Mettiamoci nei panni di Conte e immaginiamo che davvero lui non voglia utilizzare il MES, siccome a Pasqua siamo tutti più buoni, come a Natale. Ora, come tutti sappiamo qua e come è stato opportunamente spiegato, in virtù della Legge 234/12 Conte avrebbe la possibilità di ricevere un mandato negoziale fortissimo con Leuropa. Siccome, a detta sua, il Governo non richiederà mai l'intervento del MES... Allora perché Conte non vai in aula a chiedere un atto di indirizzo in tal senso? Atto di indirizzo che sarebbe votato a larghissima maggioranza? Potresti benissimo così andare ai tavoli dicendo: "ragazzi, sapete che c'è? Il 90% del mio Parlamento, che rappresenta quindi il 90% dei cittadini italiani, rifiuta anche solo di pensare al MES come possibile strumento di gestione della crisi, che si fa?".
Invece no, Conte oggi ci ha detto che lui vorrebbe tanto non usare il MES e invece adottare gli Eurobond. Quindi, ci dice sempre Conte: "Italiani, sapete, io ieri ho mandato a negoziare un ministro delle finanze che fino all'altro giorno era a favore del MES (ma ci ho parlato bene, tranquilli l’ho convinto eh!) e per di più privo di qualsiasi atto di indirizzo parlamentare in tal senso... Vedete: l'Olanda ha mandato un ministro delle finanze fortemente convinto delle sue posizioni e con un mandato parlamentare fortissimo. Il risultato è che, purtroppissimo, Gualtieri è stato sbriciolato. Ma non è colpa nostra, italiani, la colpa è di Salvini che inquina il dibattito spargendo fake news!".
Ma continuiamo a pensare che davvero Conte sia convinto di non utilizzare il MES e di spingere per gli Eurobond (in bocca al lupo!). Invece di blaterare di Salvini e Meloni, perché non va in Parlamento e dice: "Ragazzi, qua siamo uniti su una cosa, non utilizzeremo mai il MES in alcun senso e, per di più, lo abrogheremo... So che su cosa mettere al suo posto non siamo altrettanto d'accordo, lo so, c’è chi dice Eurobond, chi dice BCE, ma su quello possiamo trovare magari una sintesi insieme, tanto una cosa o l’altra per essere approvata richiederà tempi biblici e abbiamo tutto il tempo per pensarci… Intanto rifiutiamo e cancelliamo il MES tutti insieme". Perché io credo che chi, almeno a parole aspiri a fare lo "statista" in momenti come questo dovrebbe usare parole simili e compiere azioni simili, per lo meno quando si dice di voler ricercare l’"unità nazionale" nei momenti di difficoltà. E l’unità nazionale ce l’hai lì, a un passo, nel Parlamento che rappresenta noi cittadini.
La verità è, caro Conte, che se davvero la tua posizione negoziale è debole, lo è perché nemmeno la tua maggioranza ti sostiene. Perché se oggi andassi in Parlamento a chiedere "chi non vuole il MES come me?" ti risponderebbe "io" la Lega, FdI e qualche 5S. PD e Italia Viva invece ci sperano, non vedono l'ora, magari qualcuno sta già preparando i contratti di vendita di porti e aeroporti (ogni riferimento a senatori esistenti o interviste rilasciate è puramente casuale). Quindi, se proprio sei contrario al MES, vai in Parlamento e chiedilo, no? Scopriamo le carte, io mi preparo i popcorn.
Postato da Ferdyfox in Goofynomics alle 11 aprile 2020 01:17
(...allora: questo commento va messo nel giusto risalto, perché in esso si interseca una grande quantità di piani di lettura. L'autore non lo conosco, non so se e quanto esso sia consapevole della polisemia di queste poche righe. Sembra persona familiar with the matter, ma non so a che livello.
Partiamo dal primo punto: il dato politico-cronachistico. Il giurista inurbato è sostenuto da una maggioranza rissosa e variopinta. La sua debolezza è questa, e il giochino di serrare i ranghi cacciando balle e ragliando al nemico esterno lascia il tempo che trova, soprattutto se ci si lascia prendere la mano dal nervosismo e da una stanchezza umanamente comprensibile - ma istituzionalmente evitabile.
Questo è un primo livello di lettura. Poi ce n'è un secondo, più "carsico" (aggettivo caro a uno di voi). Gli unionisti per bene (perché ce ne sono) nei due anni in cui la mia attività istituzionale mi ha condotto a discorrere con loro di come promuovere l'interesse del Paese nelle sedi europee, mi tornavano sempre, insistentemente, allo stesso punto, allo stesso argomento. Un argomento intriso di quella stucchevole esterofilia provinciale che è la dimensione estetica dell'eurismo, così come la sua dimensione dialettica è l'autogol: "Eh, ma per sostenere nel negoziato gli interessi del Paese dovremmo sapere quali sono, eh, ma a Roma la politica litiga, quando chiamavamo per sapere che cosa fare nessuno ci rispondeva... Eh, se fossimo un paese civile, come l'Olanda, come la Finlandia, in cui il Parlamento segue la fase ascendente dei provvedimenti e dà sempre un mandato negoziale al Governo prima dei Consigli dell'Unione Europea...". Insomma: il fallimento dell'Italia nelle sedi negoziali europee, per loro, invece di essere quel dato politologico che qui abbiamo imparato ad analizzare grazie all'eccellente lavoro di Kevin Featherstone, era un dato sociologico riconducibile alla categoria del facciamocome.
L'unionista per bene tende cioè a negare un dato scientificamente acquisito e sufficientemente evidente (oltre che confessato): l'uso da parte di una élite tecnocratica del "vincolo esterno" europeo per disciplinare la partitocrazia italiana, comprimendo gli spazi del decisore politico - il cui indirizzo non era sollecitato, ma anzi sgradito ed eluso - perché non coincideva con l'agenda politica che le burocrazie transnazionali si erano date nel loro interesse. Questo dato è una sufficiente spiegazione del perché la politica sia stata messa da parte (disturbava i manovratori) e del perché il Paese sia stato avviato su una spirale deflazionistica (orientava la distribuzione dei redditi in modo vantaggioso per i manovratori). La spiegazione dell'unionista per bene - che sia un funzionario parlamentare, ministeriale o europeo - è basata non sulle dinamiche oggettive, ma sugli aneddoti, e si riassume nella nota tesi secondo cui la colpa degli insuccessi per il Paese ai tavoli di Bruxelles non era dovuta principalmente all'ansia dei negoziatori di conseguire successi personali, ma esclusivamente alla sciatteria e alla negligenza della classe politica italiana, incapace di interiorizzare le regole del gioco di Bruxelles, e colpevolmente disinteressata, qui a Roma, delle dinamiche legislative europee.
Ora, questa spiegazione sociologica, inutile dirlo, una sua certa coerenza, un suo certo fascino, ce l'ha. In effetti, il fatto che della legge Moavero si fosse sostanzialmente persa traccia finché non sono arrivato
IO
(scusate, un piccolo ritorno ai bei tempi per non far sentir solo Conte nel suo narcisismo!), il fatto che questa legge fosse disapplicata da anni, e che sia stata riesumata dall'ultimo arrivato, con l'involontaria complicità di qualche funzionario colto e amante della legalità, come sono generalmente i nostri funzionari, sembrerebbe intervenire ad adjuvandum. Il fatto che questa legge "introdotta post-Lisbona come un lip-service su pressioni di alcuni parlamenti nazionali":
fosse ignota al 90% dei politici sembrerebbe avvalorare, prima facie, l'idea un po' ortottera che "hastatolapoliticacorotta" a non occuparsi della cosiddetta Europa. Insomma, la solita tesi dei travaglisti secondo cui è colpa nostra se in quelle sedi ci trattano come quei cialtroni che siamo. Ah, naturalmente in questi discorsi "siamo" è sempre seconda persona plurale! Ma vedete, questa tesi frutto della migliore sociologia da bar dello Sport non regge più di tanto uno scrutinio un po' meno superficiale di quello di certi colleghi sciatti e ideologizzati (e per questo motivo incapaci di intuire il potenziale politico di certe norme...). Perché intanto non esistono "i politici" come non esistono "gli economisti", "i medici", e "la Germania". Un "politico" può avere vari orientamenti (e questo è ovvio), varie specializzazioni e vari ruoli. Chi la politica l'ha vissuta sul serio, non come il povero Piero qua sopra, sa ad esempio che oggi le dinamiche parlamentari sono completamente egemonizzate dal Governo. Lo sapete anche voi, grazie alla faticosa paideia cui vi sottopongo nei rari lacerti di tempo che la mia attività mi lascia. Quante volte ad esempio vi ho spiegato la storia del parere del relatore e del Governo (sintesi brutale: la Commissione non può votare se il Governo non ha deciso come deve votare...)? Ora: se veramente il Governo avesse mai sentito il desiderio di rinforzare le proprie posizioni con un mandato parlamentare serio, se veramente i funzionari che a Bruxelles, nella rappresentanza permanente o altrove, curano gli interessi italiani avessero mai sinceramente desiderato che il Governo avesse una posizione forte e condivisa col Parlamento, la soluzione sarebbe stata a portata di mano: la legge che nessuno conosceva l'avrebbero utilizzata loro, perché gli sarebbe stata utile per arrivare ai tavoli del negoziato con pari dignità dei loro colleghi di altri Paesi.
La lettura dello sconclusionato discorso di Conte da parte del nostro sagace amico mette invece in luce come stanno realmente le cose. Di avere un indirizzo parlamentare alle burocrazie - e Conte di quelle è espressione: nessuno lo ha eletto, e a loro risponde, attraverso l'economista di turno prestatogli da Banca d'Italia - di avere un simile indirizzo, dicevo, alle burocrazia non passa neanche per la testa! Quello che c'è da fare lo sanno, o credono di saperlo, loro, e quindi evitano rigorosamente di prendere, e ancor più di sollecitare, un mandato dai rappresentanti del popolo sovrano. L'interesse di chi amministra (le burocrazie) a non ricevere un mandato è, nella mia personale esperienza, molto superiore al disinteresse da parte di chi rappresenta il popolo a conferirlo.
Quindi, di che cosa stiamo esattamente parlando? Nel suo essere internamente incoerente, il discorso di Conte riflette, come è chiaro, le intenzioni di chi lo consiglia. Non è mica la prima volta: così come dietro alla difesa dell'idea fasulla, illegale e smentita dalla Bce che le riserve auree fossero proprietà di Banca d'Italia c'era ovviamente l'impulso dell'allora consigliere economico, dietro l'idea che "hastatoSalviniaindebolirminelnegoziato" non credo ci sia solo Casalino (che non è uno stupido). Ci sarà senz'altro, anzi: senz'altramente anche l'attuale consigliere economico (oggi l'amministrazione è trasparente), e naturalmente chi gestisce le vicende di Bruxelles. Nella follia del lamentarsi di essere indeboliti in quella che forse è una delle poche situazioni nella storia italiana in cui il Governo potrebbe avere un mandato forte e bipartisan c'è quindi del metodo: il metodo fascista e antidemocratico che è intrinseco alla filosofia politica unionista. Ma di questo abbiamo parlato tante volte. Oggi vi ho solo mostrato una delle tante sfaccettature del noto problema...)
(...e la sintesi in termini di logica eurista? Ma, potrebbe essere una cosa del tipo: "Non vado in Parlamento a ricevere un mandato perché potrebbe conferirmelo"...)
(..."questo governo non lavora col favore delle tenebre"... Ma in Parlamento ci vieni o no? Perché noi sappiamo come fartici venire, lo sai, vero? Mica vorrai continuare a nasconderti dietro al collega Perilli!? E parlaci col Ministro dell'Interno, dai, che insultare troppo il Parlamento non ti conviene. Fidati di un nemico, che gli amici non ti consigliano molto bene, come già ho avuto modo di dirti nella sacralità dell'aula...)
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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sabato 11 aprile 2020
lunedì 20 novembre 2017
La sconfitta (addendum al manuale di logica eurista)
(...se non siete familiari con la logica eurista, potete fare un ripassino qui...)
Ferunt che poco fa Federico Mentana abbia fatto una sorprendente esternazione:
Il commento di Alex Cap è impeccabile.
Tuttavia, quello che a me interessa mettere in evidenza in questo brevissimo post non è tanto la grossolana trama geopolitica che rendeva inevitabili gli esiti di queste due vicende. Mi preme invece farvi notare una cosa più sottile: seta, non canapa (con tutto il rispetto, ovviamente...). Vediamo se ci riesco...
La retorica de "l'Europa che ci dà la pace", ce lo siamo detti più volte, contrasta con "l'Europa ci è necessaria per contrastare la Cina". L'ottusa Wille zur Macht imperialista che trapela da autentici capolavori come questo:
mal si coniuga col segno irenico/lisergico dell'abbattimento dei confini come presupposto per la nuova Gerusalemme celeste, in cui il lupo dormirà con l'agnello ecc.
Ma oggi Federico si è spinto più in là: saltando a piè pari la contraddizione de "Leuropa che ci dà la pace per fare la guerra a Lacina", ci ha detto, chiaro e tondo, che l'Europa (rectius: l'Unione Europea: ma a chi fa quel lavoro non possiamo chiedere tanta precisione...) è un luogo dove si combatte aspramente, dove tutto è materia di competizione e non di cooperazione, e dove, quindi, necessariamente ogni giorno qualcuno è sconfitto, e sconfitto in casa, in modo più o meno bruciante, senza che sia ben chiaro perché dalla somma algebrica di tante sconfitte, e di altrettante vittorie, dovrebbe emergere un saldo positivo: tracotanza da una parte e risentimento dall'altra non sembrano fornire basi solide su cui edificare la Gerusalemme celeste...
Ora, magari "la pace" si potrebbe anche sostenere che ce la consigli il medico: stressarsi, si sa, fa male alla salute, e quindi se veramente "Leuropa porta Lapace" criticarla, ne convengo, diventa difficile. Le crocerossine deamicisiane che ingorgano le nostre gazzette sono lì pronte, deliquescenti e trepide, a profferire un "Franti, tu uccidi Lapace!" all'indirizzo di chiunque osi dire che l'imperatore, nudo o vestito che sia, è un imperatore! Dopo aver passato gli anni della giovinezza a ragliare slogan contro l'imperialismo e il colonialismo, è chiaro che a certi ex-giovani rivoluzionari brucerebbe di dover ammettere che oltre a non essere mai stati parte della soluzione, oggi sono evidentemente parte del problema (nota: gli slogan erano giusti: il che rende chi li ragliava sbagliato due volte...).
Tuttavia, che si possa essere sconfitti essendo in pace è cosa che confligge con la logica ordinaria: ma quella eurista, noi lo sappiamo, è una logica decisamente fuori dall'ordinario. Siamo quindi grati a Federico, che, con un atto di sincerità assolutamente involontaria, ci ha chiarito la natura del problema. I famosi 70 anni di pace dei quali avremmo goduto (escludendo Yugoslavia, Ucraina, Libia,...) sono anni in cui effettivamente noi non abbiamo combattuto.
Ma solo noi.
Gli altri hanno combattuto, e hanno vinto.
Basta saperlo.
(...sto lavorando come un mulo. Di cose da fare ce ne sono. Devo anche cercare di riposarmi, però, perché non vorrei arrivare troppo stressato alla nostra festa...)
(...se io sono Claudio Bagnai, lui è Federico Mentana, questo sia chiaro: lo è ora, e lo sarà quando saranno cambiati i rapporti di forza...)
Ferunt che poco fa Federico Mentana abbia fatto una sorprendente esternazione:
Il commento di Alex Cap è impeccabile.
Tuttavia, quello che a me interessa mettere in evidenza in questo brevissimo post non è tanto la grossolana trama geopolitica che rendeva inevitabili gli esiti di queste due vicende. Mi preme invece farvi notare una cosa più sottile: seta, non canapa (con tutto il rispetto, ovviamente...). Vediamo se ci riesco...
La retorica de "l'Europa che ci dà la pace", ce lo siamo detti più volte, contrasta con "l'Europa ci è necessaria per contrastare la Cina". L'ottusa Wille zur Macht imperialista che trapela da autentici capolavori come questo:
mal si coniuga col segno irenico/lisergico dell'abbattimento dei confini come presupposto per la nuova Gerusalemme celeste, in cui il lupo dormirà con l'agnello ecc.
Ma oggi Federico si è spinto più in là: saltando a piè pari la contraddizione de "Leuropa che ci dà la pace per fare la guerra a Lacina", ci ha detto, chiaro e tondo, che l'Europa (rectius: l'Unione Europea: ma a chi fa quel lavoro non possiamo chiedere tanta precisione...) è un luogo dove si combatte aspramente, dove tutto è materia di competizione e non di cooperazione, e dove, quindi, necessariamente ogni giorno qualcuno è sconfitto, e sconfitto in casa, in modo più o meno bruciante, senza che sia ben chiaro perché dalla somma algebrica di tante sconfitte, e di altrettante vittorie, dovrebbe emergere un saldo positivo: tracotanza da una parte e risentimento dall'altra non sembrano fornire basi solide su cui edificare la Gerusalemme celeste...
Ora, magari "la pace" si potrebbe anche sostenere che ce la consigli il medico: stressarsi, si sa, fa male alla salute, e quindi se veramente "Leuropa porta Lapace" criticarla, ne convengo, diventa difficile. Le crocerossine deamicisiane che ingorgano le nostre gazzette sono lì pronte, deliquescenti e trepide, a profferire un "Franti, tu uccidi Lapace!" all'indirizzo di chiunque osi dire che l'imperatore, nudo o vestito che sia, è un imperatore! Dopo aver passato gli anni della giovinezza a ragliare slogan contro l'imperialismo e il colonialismo, è chiaro che a certi ex-giovani rivoluzionari brucerebbe di dover ammettere che oltre a non essere mai stati parte della soluzione, oggi sono evidentemente parte del problema (nota: gli slogan erano giusti: il che rende chi li ragliava sbagliato due volte...).
Tuttavia, che si possa essere sconfitti essendo in pace è cosa che confligge con la logica ordinaria: ma quella eurista, noi lo sappiamo, è una logica decisamente fuori dall'ordinario. Siamo quindi grati a Federico, che, con un atto di sincerità assolutamente involontaria, ci ha chiarito la natura del problema. I famosi 70 anni di pace dei quali avremmo goduto (escludendo Yugoslavia, Ucraina, Libia,...) sono anni in cui effettivamente noi non abbiamo combattuto.
Ma solo noi.
Gli altri hanno combattuto, e hanno vinto.
Basta saperlo.
(...sto lavorando come un mulo. Di cose da fare ce ne sono. Devo anche cercare di riposarmi, però, perché non vorrei arrivare troppo stressato alla nostra festa...)
(...se io sono Claudio Bagnai, lui è Federico Mentana, questo sia chiaro: lo è ora, e lo sarà quando saranno cambiati i rapporti di forza...)
lunedì 4 settembre 2017
Gli ingegneri vanno convinti ("contronarrativa" di Charlie Brown)
(...da Charlie Brown, che non sono io, ma è lui, e infatti anche lui dice di non essere me, quindi siamo entrambi d'accordo, ricevo questo post, che quindi è un guest post, e lo sottopongo alla vostra riverita attenzione. C'è un po' da lavorarci, e magari a qualcuno la cosa interessa...)
Ho letto con un
certo sconforto i due post di Alberto sull'amico Michele, quello della moneta
che si espande nel mondo e della grande azienda in crisi che abbisogna di
"fatti, e non pugnette".
Permettetemi di spezzare una lancia a favore
di Michele. Sarà un troll, ma io vedo nelle sue parole un distillato del comune
sentire del ceto medio-borghese professionale che ancora non ha scoperto le
bugie dell'euro.
La più grande di
quelle bugie è che se sei debole una moneta forte ti rende forte. O meglio, che
appendendo il cappello monetario in casa del concorrente forte anche noi
saremmo diventati forti. Prodi lo disse: gli italiani gli credettero.
A mio modesto parere
(ma forse sbaglio) persone come Michele vivono sulla propria pelle e con rabbia
il percepito "tradimento" della classe politica Italiana. Una classe
che, a quanto pare, per decenni non ha saputo né tanto meno voluto usare i
"pesi" marchiati euro per rafforzare i muscoli della nazione,
rendendola adatta a gareggiare e vincere nell'arena competitiva europea.
I Michele spesso
non hanno le elementari nozioni di contabilità nazionale e di macroeconomia che
hanno permesso ad uno come me, figlio dell'Alma Meretrix Bocconi, di darsi una
convincente spiegazione logica del disastro euro leggendo i post ed i libri di
Alberto. Faccio una confessione personale. Io ho da sempre detestato l'euro per
motivi politici vedendolo come arma usata dalla diarchia franco-tedesca per
sopraffare noi e gli altri stati europei. Tuttavia, sempre io - da liberale
preso in giro dai liberisti della Milano da bere ben prima del mio incontro con
Alberto sulla via di Damasco - ero convinto che "in Europa" si
dovesse andare come ad un match di rugby: forti, massicci, veloci, picchiando
duro, nel rigoroso rispetto delle "regole" e tutelati di arbitri
tanto equi quanto inflessibili. Quindi umanamente comprendo le convinzioni
(oggettivamente sbagliate) di Michele. E penso di comprendere altresì che
quelle convinzioni - così diffuse e radicate nel medio ceto direttivo - sono un
potente ingrediente del "calcestruzzo" che tiene incastrato il nostro
Paese a questo demenziale accordo monetario.
Il mio punto è
semplice: persone come Michele devono diventare i nostri alleati. Anzi, devono
unirsi a noi, convinti ed arrabbiati come noi e più di noi. Perciò - date le
limitate risorse teoriche a loro disposizione, e data la manipolazione
ultraventennale ad opera dei liberisti bancarottieri e dei loro media- occorre
che il nostro contro-messaggio ai Michele d'Italia sia il più semplice
possibile e sia basato su cose immediatamente comprensibili. Su fatti, ma su
fatti che sono "fatti" da loro e non da noi.
Attingendo al
vastissimo insegnamento di Alberto, propongo quindi alcuni selezionati
"paradossi" da portare all'attenzione del Michele e della Michela
della porta accanto onde metterli nella condizione di "fattualizzare"
quei paradossi e - con i tempi necessari che però stringono - scoprire
autonomamente l'inganno dell'euro.
Propongo di usare
anche un po’ di inglesorum: non guasta ed acchiappa. E propongo di parlare di
Germagna, ossia della la squadra di rugby che si trova nel nostro girone,
producendo in gran parte gli stessi nostri prodotti.
1) L'idea europea
di fondo - alla quale i governanti italiani e tedeschi insieme hanno aderito -
non era quella di un match di rugby, ma quella di una collaborazione ed
equilibrio tra stati "fratelli d'Europa". I più forti dovevano
aiutare i più deboli "tirandoli" con politiche espansive mentre i più
deboli si sarebbero sforzati di adottare le best practice di governance e di
organizzazione onde tendere verso i più forti, eliminando progressivamente le
inefficienze ed inefficacie interne. Ci si doveva incontrare a metà. Se ciò non
è avvenuto è perché sia i politici del nord Europa che quelli del sud Europa –
d'accordo con i loro grandi imprenditori e banchieri di riferimento - non hanno
rispettato quella regola di fondo. Ognuno, a cominciare della Germania, ha solo
tirato acqua al suo mulino. L'euro è un ponte costruito dolosamente sulla base
di un progetto forse "giusto" ma con cemento di bassa qualità. Per
questo sta cadendo a pezzi. Furono raccontate ai popoli balle speculari: agli
italiani che l'euro li avrebbe resi tedeschi (con ponti di prima qualità) ed ai
tedeschi che dovevano investire (sotto forma di sacrifici salariali) in un euro
che avrebbe garantito lucrosi e sicuri sbocchi commerciali alle loro aziende
(produttrici di ponti).
Paradosso liberale per Michele: Il match di rugby europeo
che stiamo perdendo e che sempre perderemo con l'euro è illegale secondo le
stesse norme europee.
2) Ambedue le parti, nord e sud, hanno lucrato su quelle
forniture di cemento truffaldine. Quelli
del nord prestavano la loro abbondante liquidità (che rendeva poco) ad un sud
che male utilizzava la stessa per spese ed investimenti a bassa redditività
reale ma ad alta redditività nominale. Si chiama mal-investimento e lo
studiavano i tedeschi (austriaci) un secolo fa. Lo "spread" tra
quelle due redditività era largamente apparente, ma veniva monetizzato ed
intascato dai potenti del nord e del sud che tanto amano il "progetto
europeo". Certo che politici del sud erano lassisti! ma lo erano anche
poiché alle banche ed alle grandi imprese- del nord come del sud: spesso il
ponte era in parte o in toto costruito da aziende del nord - faceva molto
comodo lucrare sulla differenza tra il prezzo del cemento tarocco (comprato à
bon marché al nord) ed il prezzo artificialmente alto del ponte costruito e
venduto al sud. Le frodi economiche di questo tipo si fanno in due.
Paradosso liberale per Michele: non era la moneta italiana a
portare la forza italiana all'estero, ma era invece era la moneta estera
(l'euro) ad infettare l'Italia di inefficienza.
3) L'assenza di una oscillazione tra diverse monete ha
eliminato l'unico vero "Di Pietro" che poteva scovare la truffa: il
mercato valutario. Si costruivano tanti ma tanti ponti tarocchi al sud:
chiediamo a Michele la prossima volta che vola a Francoforte di gettare un
occhio dal finestrino dell'aero al nostro paesaggio irrimediabilmente devastato
e di confrontarlo con quello dei paesi forti confinati. Ergo, se non ci fosse
stato l'euro, il cemento sarebbe diventato tanto caro da permettere ai fornitori
seri di cemento italiani di far valere la loro qualità (facendo gli industriali
della qualità anziché solo gli "artigiani della qualità"). I mercati
avrebbero prezzato il malinvestimento al sud, rendendolo sconveniente.
Paradosso liberale per Michele: chi crede nei mercati non
crede nell'euro perché l'euro falsa la vera concorrenza nascondendo le vere
redditività ed i veri costi.
4) L'euro non ha risolto l'inflazione degli anni 70-80 per
il semplice motivo che quella inflazione non nasceva dalla scarsa
concorrenzialità e dal lassismo dell'Italia, ma da shock globali nati in medio
oriente e propagati nel globo dall' America. Era per noi inflazione importata.
Essa si rifletteva in quei tanto deprecati tassi di interesse nominali i quali
però in termini reali erano spesso negativi, quindi vantaggiosi per le aziende
(nonostante ai dipendenti venisse detto l'opposto). Strano: il credito a tassi
alti era abbondante mentre di credito ai tassi bassi dell'euro da oggi non ve
n'è per chi lo chiede e non viene chiesto a coloro cui lo si offre. Quanto ai
salari causa dell'inflazione pre-euro: con quella inflazione importata, se in
Italia non vi fosse stata la tanto odiata "scala mobile" , i salari
sarebbero stati distrutti e noi tutti saremmo andati a gambe all'aria.
Paradosso per Michele: l'euro non ha risolto i problemi
finanziari dell'Italia. Ne ha creati di nuovi ed irrisolvibili.
5) Oggi anche volendo
non c'è modo per l'Italia di recuperare il gap con la Germania riducendo spese
e comprimendo i salari. Il fatto che il rapporto italiano debito/Pil aumenti e
che i capitali continuino comunque a defluire dall'Italia via Target 2 ne sono
sintomi ed indirette prove. Dal canto suo Germania continua la sua politica di
deflazione salariale non solo perché è una aggressiva potenza già due volte
perdente, ma perché ormai è obbligata a farlo. Se (anzi: quando) la Germania
perdesse in una notte il vantaggio competitivo costruito in vent'anni di euro
andrebbe immediatamente in shock da sovrapproduzione con conseguenze politiche
e sociali catastrofiche.
Paradosso liberale per Michele: l'euro rende oggettivamente
impossibile una rinascita italiana e mette a serio rischio la democrazia in
Germania (e quindi in Europa). Prima lo si elimina minore sarà l'inevitabile
danno.
6) Solo se in Italia verrà ricreato un mercato interno ad
opera dello Stato le aziende come quella di Michele possono sperare
sopravvivere. Questo è il fatto. L'euro è la pugnetta. L'Italia non è un paese
che si regge sull'export ma un paese che si regge prevalentemente sulla domanda
interna. E comunque per i motivi sopra esposti, senza l'effetto riequilibratore
di un cambio flessibile, non potrà mai sviluppare il proprio mercato interno
(per il vincolo della bilancia dei pagamenti) né potrà sviluppare il proprio
export in modo di pareggiare almeno in parte i conti con il concorrente diretto
Germania.
Paradosso liberale per Michele: più euro e meno Stato uguale
più fallimenti e licenziamenti, a prescindere da quanto di abbassino salari e
ore di lavoro e da quanto si automatizzi.
Mi rendo conto di aver mal scimmiottato cose dette e ridette
da Alberto. Non era il mio scopo. Il mio scopo era invece di proporre una
selezione di argomenti , da semplificare e rendere più dialetticamente
convincenti. Insomma, di proporre una possibile bozza di contro-narrativa.
Per il bene di
Michele e di tutti noi.
(...parto dalla fine: io sono molto meno fiducioso di Charlie Brown: (i) nella possibilità di una risoluzione "politica" e in particolare "democratica" del problema; e (ii) nell'utilità di rendere persone come Michele nostri alleati. Parto ancora una volta dalla fine: Michele è troppo giovane, quindi troppo sicuro delle due nozioncine stereotipate che ha appreso a margine del suo corso di studi, e troppo incapace di provare un minimo di empatia e di solidarietà umana. Lui si sente un "giusto". Capirà qualcosa solo dopo che la vita lo avrà sbriciolato, cosa che non mancherà di fare - e lo troveremo qui - o nella mia casella email, come tanto altri, a leccarsi le ferite. Il mondo, naturalmente, non è fatto solo di Micheli. Questo nessuno lo contesta. I Micheli sono utili perché ci fanno capire in che modo la propaganda ha infettato tante giovani e non giovani menti: sono però rappresentativi solo in questo specifico significato. D'altra parte, considerate che è assolutamente utopistico pensare di poter contrastare in tempi rapidi decenni di propaganda di un sistema che si affretta a toglierci voce - e ce lo dice esplicitamente! Sinceramente, di molti dei "paradossi" esposti da Charlie Brown non riesco a capire né perché siano paradossi - non vedo bene la tesi che sarebbe intrinsecamente contraddetta da se stessa - né il legame con la spiegazione che li precede. Qui, però, forse potete aiutarmi voi: non è detto che io sia il miglior giudice dell'efficacia dei miei argomenti! La metafora del cemento mi sembra poco calzante: non tutti gli ingegneri sanno cosa sia, e soprattutto non lo sa Michele! La metafora migliore resta quella del nemico: la droga. Il credito privato (non la svalutazione) è stato una droga (il pusher le banche del Nord, ecc.). Quanto ai paradossi, io ci ho scritto un paper. Che la dimensione dialettica dell'eurista sia l'autogol qui lo abbiamo messo in luce miliardi di volte, e ci abbiamo fatto un'intera serie di post, quella sulla logica eurista. Probabilmente quei post, e questo elenco di argomenti fatto da Charlie Brown, possono essere una buona palestra per aiutarci nella nostra dialettica quotidiana. Tuttavia, gli uni e l'altro non tengono conto dell'elemento che si sta dimostrando veramente dirompente: non la mobilità del capitale, ma quella del lavoro. Ne parliamo dopo. Io continuo a pensare che la cosa migliore da fare ora sia stare calmi, e magari anche fermi. So che suona cinico, so che dispiace, ma non sono io ad avervi scelto come esercito: siete voi ad avermi scelto come generale! Potete tranquillamente disobbedirmi, tanto per lo più non saprei dove andare a cercarvi per comminarvi la meritata sanzione. Ve la comminerete da soli, riconoscendo- come al solito troppo tardi - che in fondo avevo ragione io, fra l'altro anche nel sottolinearvi come chi non ha certi requisiti minimi di umanità sia assolutamente inutile ai nostri fini, e come sia quindi tempo sprecato lambiccarsi il cervello per convincere chi dimostra di non averne molto, sia per l'aggressività con la quale si pone, sia per la remissività con la quale ha ceduto alla propaganda...)
lunedì 27 marzo 2017
Dobbiamo uscire perché sarebbe una catastrofe (quinto addendum al manuale di logica eurista)
Luca Brambilla ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Alcune precisazioni a caldo su Radio Anch'io":
Caro Professore,
come ci insegna non sono uno studioso di economia e quindi non posso esprimere una valutazione sui calcoli di svalutazione in caso di uscita dall'Euro. Noto soltanto che dire che la lira si svaluterebbe del 50% rispetto al marcoeuro equivale a confessare l'esistenza di un enorme problema di squilibrio all'interno dell'eurozona. Più si paventa uno scenario catastrofico di uscita, più di fatto si sta ammettendo che l'attuale assetto economico ha prodotto nel tempo danni e squilibri per i quali sarebbero necessari forti azioni correttive prima che inevitabilmente la situazione esploda. Paradossalmente chi sostiene l'euro coerentemente dovrebbe affermare esattamente il contrario, che in caso di uscita nell'immediato non succederebbe proprio nulla o solo effetti trascurabili, perché ciò significherebbe dire che il sistema è stabile. Se invece dice il contrario è molto probabile che stia facendo leva solo su argomenti irrazionali, ovvero sul diffondere paure e timori per accettare l'attuale stato delle cose e le sue conseguenze.
Postato da Luca Brambilla in Goofynomics alle 27 marzo 2017 09:19
(...oh! Vedete cosa intendo dire quando affermo che l'unica dimensione dialettica possibile dell'eurista è l'autogol? Quando sotto le auguste volte della Treccani, o sotto le proletarie capriate del Casale Alba 2, viene sollevato il tema di "come combattere la dialettica neoliberale, che è egemone sui media?", io dico che è compito semplicissimo! Gli euristi, un po' perché imbecilli ignoranti (dobbiamo dircelo, non è un fatto di ostentare "political incorrectness", è solo che sarebbe poco cristiano alimentare le loro illusioni), e un po' perché messi all'angolo dal fatto di propugnare una menzogna, cioè un racconto incoerente coi fatti e con se stesso, in effetti sono facilmente neutralizzabili. Basta partire dal principio che ogni fatto economico coinvolge sempre due agenti, e che una discesa, vista dal basso, somiglia a una salita. Se uscire sarebbe una catastrofe, perché il cambo si svaluterebbe, è proprio perché restare è una catastrofe, con un cambio sopravvalutato. Peraltro, sapete che la valutazione iniziale ("sarebbe una catastrofe") è dilettantesca. Ma il punto è che non c'è bisogno di contestarla, come non c'è bisogno di contestare gli argomenti strampalati della corte dei miracoli euristi: basta usarli, rivolgerglieli contro! A mia memoria Luca non è il primo a portare avanti un argomento simile, qui sul blog, anche se è uno di quelli che lo hanno proposto in modo più incisivo. Nel caso vi interessi, o nel caso siate appena arrivati, il manuale di logica eurista percorre come una vena carsica questo blog, e visto che alcuni di voi hanno un passato ortottero, e quindi sono incapaci di usare il uebbe, per facilitarvi vi fornisco qui di seguito i capitoli precedenti:
1) Piccolo manuale di logica eurista ad uso della campagna elettorale;
2) Primo addendum;
3) Secondo addendum;
4) Terzo addendum;
5) Quarto addendum;
oltre, ovviamente, al trattamento formale della logica eurista, perché questo è un blog scientifico, non paccottiglia come quella fornita dai pezzenti intellettuali che difendono questo progetto inesorabilmente perdente...)
(...quasi tutti voi, tranne un paio, si sono persi l'esilarante momento in cui un amico, al Casale Alba 2, mi si è avvicinato e mi ha chiesto se ero disponibile ecc. Io ovviamente ho detto di sì: io sono sempre disponibile. Al che, l'amico mi ha chiesto: "Ma potrebbe darmi l'indirizzo email?". E io: "Guardi che fa prima a trovarlo con Google!" E lui, estraendo dalle tasche un calepino sdrucito, un calamaio e una penna d'oca: "No, guardi, perché qui mi sono segnato l'indirizzo di Ermenegilda... ma è ancora la sua assistente?" E io: "Ma scusi, allora lei è del cinque stelle?" E lui: "Orgogliosamente!" E io, fra le risate convulse degli astanti: "Bè, allora si rivolga al web...". Incredibile, cazzo, incredibile: voi non ci crederete, ma i tre che erano lì hanno visto che è così. Quante persone mi hanno contattato in questi sei anni di inferno? La nuova assistente, che chiameremo Asdrubala per preservarne la privacy - tanto sapete tutti che si chiama Marta - ha repertoriato quasi duemila indirizzi. Bene: di questi cristiani, tutti e soli quelli che non sono stati in grado di trovare il mio indirizzo in rete erano orgoglioni di appartenere al Cinque Stelle. Ora, io non discuto né l'orgoglionità, né il numero delle stelle. Mi pongo solo un problema: se con la rete non sapete risolvere nemmeno un problema relativamente banale come quello di trovare l'indirizzo email che deve essere pubblico di un dipendente pubblico che sapete dove lavora, come potete pensare di risolvere il problema meno banale della democrazia? E infatti, come la cronaca sembra dimostrare, non è che ci stiate riuscendo. Per il mio indirizzo chiedete a me, e per la democrazia chiedete a Beppe. Insomma: con una logica simile, come si fa a pensare che anche voi non siate euristi!?...)
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