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sabato 25 aprile 2026

Il mio 25 aprile

In fondo lui si era espresso in forma dubitativa: “Potevo fare di questa aula sorda e grigia un bivacco di manipoli. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto.”

Guardate invece che cosa mi ha scritto un gentile utente FB poco fa:

“Recuperate  i 120 miliardi di evasione/elusione fiscale annui!!! Ma possibile che negli ultimi 30 anni bisogna sempre sentire le solite, ridicole disamine? Che la coperta e' sempre troppo corta ? Ma possibile che il paese venga sostenuto sempre dai soliti disgraziati? Fate pagare le tasse a chi di dovere! Saremmo non solo la quarta potenza mondiale( più soldi per infrastrutture, istruzione,sanita', ricerca), ma ci sarebbe più pace e giustizia sociale. Ah, dimenticavo i 60 miliardi annui che se ne vanno in corruzione......Poi, anche per rispetto ai valori cristiani  di cui vi riempite la bocca, o a quelli ideologici della sinistra,voi, cari parlamentari, devolvete un 30% del vostro "modesto" stipendio ad un fondo per le cure sanitarie agli indigenti o per la sistemazione di strade,acquedotti e ponti e per la sistemazione idrogeologica del territorio. Sono stufo di ascoltare i vostri teatrini!!! Non sapete nemmeno quanto costa mezzo chilo di pane comune!!”

Caritatevolmente ho risposto:

“Mamma mia che concentrato di grillismo! Nostalgia del reddito di divananza? Ha detto così tante stupidaggini che non si sa da dove iniziare. Dunque: le indennità dei parlamentari sono state riviste al ribasso (tagliate, per farmi capire da lei) cinque volte dal 2000 in qua, inoltre il numero dei parlamentari è stato decurtato di oltre un terzo, quindi il 30% delle indennità parlamentari equivale a 900.000 euro al mese con cui lei vorrebbe sistemare strade, acquedotti, ponti, dissesti idrogeologici e curare gli indigenti! Ma è bellissimo, la soluzione era a portata di mano e nessuno ci aveva mai pensato! Ma lei lo sa che con una somma simile si potrebbe fare la manutenzione dell’1,57% delle strade provinciali italiane (escludendo i dissesti idrogeologici, le statali, le comunali, le autostrade)? Abbiamo svoltato, no? Problema risolto, no? La verità è una e una sola: che a voi grillini puzza la democrazia, che nel vostro intimo (o infimo) siete solo dei fascisti, nemici del Parlamento e del concetto stesso di rappresentanza democratica, per sminuire il quale proponete soluzioni che non definirei nemmeno di pancia, ma direttamente di sfintere. Io lo so quanto costa un chilo di pane, so quanto guadagna un parlamentare e quanto lavora (cosa che non sapevano gli scappati di casa con cui avete infestato le istituzioni) e so quanto costa la manutenzione delle strade. Quello che sa lei lo ha ampiamente dimostrato.”

E quindi lui poteva (nel 1922), ma non lo ha fatto. 

Le stampelle di LVI, cioè i nostri amici ortotteri, invece, potevano, e lo hanno fatto, e i risultati si vedono.

I manipoli dell’antiparlamentarismo, cioè del fascismo, bivaccano ormai ovunque: non solo a Montecitorio, ma in ogni umano consesso, in ogni arena social, in ogni studio televisivo, compresi quelli gestiti da verilibberali™️! Da questo regime change, amici miei, non si tornerà indietro facilmente (sicuramente non basterà intonare a comando la nota melodia kletzmer) perché questo cancro ha disseminato di metastasi il corpo della democrazia, e non può essere operato. L’unico modo per sconfiggerlo è attendere serenamente la morte dell’organismo che lo ospita e lo nutre. Prospettiva inquietante, lo comprendo, ma ineludibile. Quanto più è il disprezzo che gli italiani provano per la rappresentanza democratica, tanto maggiore dovrà essere il dolore e il lutto che essi dovranno subire per riapprendere ad apprezzarla.

Insomma: prima che vada meglio, dovrà andare peggio, perché, come disse il noto (ad alcuni) tassista: “Se sò magnati tutto!…”


sabato 27 dicembre 2025

Ancora su fasheesmo e distribuzione del reddito

Approfitto di una serena e ordinata digestione per soddisfare delle curiosità rimaste insoddisfatte in alcuni post precedenti, in particolare questo e questo, che avevano ad oggetto la dinamica dei salari e la distribuzione del reddito (tema centrale delle nostre riflessioni). Col vostro permesso, parto da una curiosità venuta a me, e poi passo alle vostre.

La quota salari al tempo dei colonnelli

Nel post precedente abbiamo visto che in Grecia la quota salari calò drasticamente al tempo dei colonnelli. Siamo abituati in effetti a pensare che lo scopo del fascismo sia questo: sovvertire la distribuzione dei redditi a vantaggio del capitale, e non importa se chi lo fa sia il Mussolini che piaceva a Churchill o il PD che piaceva a l'Europa: sempre quella roba lì è. La fenomenologia quindi non ci stupisce (con buona pace per chi ancora crede al mito dell'asinistra o della destr'asociale), ma mi era rimasta una curiosità: il crollo della quota salari era dipeso da una repressione del numeratore (salari) o da un'esplosione del denominatore (Pil)? Intendiamoci: se un rapporto diminuisce, è chiaro che la dinamica del numeratore è meno sostenuta di quella del denominatore. La domanda quindi è se si riesca a intravedere nei dati un chiaro cambiamento di struttura in uno (e solo o prevalentemente uno) di questi due elementi.

La formula della quota salari nel database AMECO è questa:

ALCD0 = [(UWCD:NWTD):(UVGD:NETD)]x100

dove UWCD sono i redditi da lavoro dipendente, NWTD sono gli occupati dipendenti, UVGD il Pil (nominale) e NETD gli occupati totali, le variabili sono queste:


(ho evidenziato in azzurro le date corrispondenti al periodo dei colonnelli) e sì, si vede che la crescita del numeratore è stata inferiore a quella del denominatore, ma non si vedono cambiamenti di struttura particolarmente apparenti nelle due serie:


Per razionalizzarlo secondo le nostre categorie ho anche calcolato l'andamento della quota salari come rapporto fra salario reale e produttività:


dove RWGD è il salario reale calcolato come (UWCD/NWTD)/PVGD e PVGD è il deflatore del Pil (nota: noi usiamo invece il deflatore dei consumi), e RVGDE è il prodotto per occupato, calcolato come OVGD/NETD e OVGD è il Pil reale. Il rapporto fra queste due serie ha esattamente la stessa dinamica della quota salari ALCD0:


anche se non le stesse unità di misura (differisce di un fattore di scala costante che dipende dalla scelta delle basi dei prezzi, non vi annoio con inutili dettagli), ma insomma il punto è che se vogliamo riassumere la storia della crescita di salari reali e produttività in Grecia suddividendola per periodi storici non troppo arbitrari quello che otteniamo è una roba simile:


che è come dire che si vede quando i colonnelli se ne sono andati (dal 1975 al 1981 il salario reale recupera sulla produttività, e quindi la quota salari cresce) ma, a differenza di quanto si poteva pensare, non si vede quando sono arrivati (nel periodo precedente al loro arrivo il salario reale cresceva di circa tre punti meno della produttività, più o meno come durante la dittatura, e quindi la quota salari scendeva a un ritmo sostanzialmente analogo a quello che avrebbe manifestato durante la dittatura).

Incidentalmente, l'altro periodo di recupero dei salari reali è stato il 2002-2007, dall'ingresso nell'euro alla crisi, e il nesso credo lo vediate (sia con l'ingresso che con la crisi).

Questa però era una curiosità mia, vengo alle pregiate curiosità vostre.

L'incidenza delle ore di straordinario

marcellocamaioni ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "I salari reali: un aggiornamento":

Una curiosità. Da circa 3 anni si assiste ad un incremento delle ore lavorate marcatamente maggiore rispetto a quello degli occupati, percui durante questo periodo in media ciascun lavoratore lavora più ore all'anno rispetto ai periodi precedenti (qualcosa di simile si vede anche megli anni precedenti l Covid). E' presumibile che ciò sia dovuto ad un aumento delle ore di straordinario, che pur prevedendo un incremento della retribuzione oraria per il lavoratore, probabilmente costa globalmente meno all'impresa (nel computo non si tiene conto di 13°, TFR e vi è uno sgravio dei contributi sociali). E' questo uno dei modi in cui si tenta di aumentare i salari reali per occupato senza compromettere la competitività aziendale? Qual è l'andamento nel tempo del salario medio orario reale o delle unità di lavoro equivalenti?

Pubblicato da marcellocamaioni su Goofynomics il giorno 24 dic 2025, 20:10

Ne abbiamo già parlato quando abbiamo affrontato il tema della scelta dell'input di lavoro nel calcolo del salario reale. Il fenomeno è descritto da questo grafico:


e in effetti, visto che l'andamento delle ore lavorate è più prociclico di quello degli occupati (per il semplice motivo che quando l'attività rallenta, può essere razionale fare labour hoarding anziché affrontare i costi di un licenziamento, e quindi le ore lavorate scendono più rapidamente degli occupati, mentre quando l'attività accelera può essere razionale aumentare le ore lavorate anziché affrontare i costi di una assunzione, e quindi le ore lavorate aumentano più degli occupati), ci aspettiamo che se rapportato all'ora lavorata il salario reale cresca meno nelle fasi di espansione dell'economia (dato che in questo caso il suo denominatore cresce di più).

Anche questo lo avevamo constatato a suo tempo:

ma vi ripropongo le due misure del salario reale (per addetto e per ora lavorata) aggiornate e in modo confrontabile.

Intanto, può essere utile vedere come si sono mosse le tre misure dell'input di lavoro, sia in migliaia:

che sotto forma di numero indice:

Si constata che l'accelerazione delle ore lavorate rispetto agli occupati negli ultimi anni in realtà tende a chiudere il divario che si è aperto con la recessione di inizio secolo ma soprattutto con la Grande crisi globale del 2008 (e successiva austerità), un divario determinato verosimilmente dalla diffusione di lavoro part-time (mentre ovviamente la dinamica delle ore lavorate è fortemente correlata a quella delle unità di lavoro equivalente).

Possiamo poi replicare i calcoli sulla retribuzione in termini reali riferendoli all'ora lavorata:

e confrontare l'andamento delle due misure ottenute:

dove ovviamente siccome al tempo del COVID molti dipendenti erano pagati per non lavorare (e quindi il picco verso il basso delle ore lavorate è molto più pronunciato di quello degli occupati) si assiste al paradosso statistico secondo cui nel Governo Conte II si sarebbe registrato un picco inusitato delle retribuzioni medie orarie, il che influisce anche sulla graduatoria dei Governi, che cambia in questo modo:

sempre con Draghi in ultima posizione, per il cumulo della sorpresa inflazionistica e dell'artefatto statistico che porta il Conte II in prima posizione.

Quindi sì, ci sono ovviamente delle differenze nel profilo del salario reale commisurato all'ora lavorata o agli occupati, ma queste non alterano sostanzialmente le conclusioni del nostro discorso, secondo cui il Governo attuale è quello che ha registrato la migliore dinamica salariale in termini reali (escludendo l'esperienza estrema del Conte II, che operò in condizioni eccezionali a causa dei lockdown).

...e la Spagna?

Omar ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La quota salari al tempo del fascismo":

A me è venuta la curiosità di vedere l'andamento della mitologica Spagna.

Pubblicato da Omar su Goofynomics il giorno 26 dic 2025, 16:42


La risposta potrebbe essere: "E allora vattela a guardare, visto che ti ho dato tutti i riferimenti per poterlo fare!", ma Omar è un lettore attento e quindi eseguo:

Le dinamiche della Spagna sono simili a quelle dell'Italia ma più accentuate: più accentuata la discesa dopo la crisi del 2009, più accentuata la risalita durante il COVID, con un'unica eccezione: la ripresa della quota salari nell'ultimo triennio è meno accentuata (ma la Spagna dal 2020 si trova su un livello superiore al nostro).

Mi sembra di non aver dimenticato nulla, ma se ci sono altre curiosità potete esprimerle e cercheremo di soddisfarle (la quota salari di Russia e Cina no, non sono riuscito a trovarla da nessuna parte...).

domenica 2 giugno 2024

Festa della Repubblica

E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull'erba dura di ghiaccio, al lamento

d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.


(…scritto nella tribuna presidenziale: tanto Quasimodo lo hanno arruolato loro, quindi non possono immaginarsi che parli… di loro!…)

sabato 11 maggio 2024

Il costo della democrazia

Parto da un presupposto, la comprensione del quale distingue l'uomo dal fascista (perché il fascismo è in primis et ante omnia antiparlamentarismo): la democrazia ha un costo.

Gli staff di tecnici che in Parlamento ci aiutano a seguire i provvedimenti (staff tanto più necessari in quanto l'esercizio della funzione legislativa è costantemente perturbato dalla gragnuola di provvedimenti di iniziativa governativa ed europea, sotto la quale orientarsi è veramente complesso), le ipotetiche sezioni in cui si potrebbe ipoteticamente svolgere quel dibattito "dal basso" che ipoteticamente potrebbe portare all'emergere di  candidature espressione del "bobolo", la propaganda elettorale, col suo corredo di materiali, di eventi, di diffusione sui media, ma anche le attività divulgative, di diffusione di un messaggio e di sollecitazione di una consapevolezza (esclusa quella in cui vi trovate ora), hanno un costo finanziario. Ma senza la diffusione di un messaggio, senza un'organizzazione territoriale, senza una classe dirigente, non esistono i partiti e non esiste la democrazia rappresentativa. Si rimane quindi con la dittatura, o con la sua versione per gonzi: il mito della democrazia diretta, da esercitare magari su un registro distribuito mediante blockchain (e vi ci vedo proprio a votare il 24 dicembre i millesettecento emendamenti della legge finanziaria dal cellulare, invece di fare gli ultimi regali)!

Se la democrazia ha un costo, i casi quindi sono due: o si rinuncia ad essa, o la si finanzia.

Vengo quindi alla domanda che volevo porvi.

Quale sarà la ratio (aspetto il cretino che legga: rescio) legis dei complessi adempimenti in tema di trasparenza del finanziamento pubblico dei partiti, col loro corredo di timbri, firme, ceralacche, controlli da parte della Corte d'Appello, dichiarazioni congiunte (cioè a doppia firma del donante e del donatario) sopra una certa soglia, dichiarazioni semplici sotto una certa soglia, pubblicazione degli elenchi (autentiche liste di proscrizione!) sui siti dei partiti, ecc. ecc.?

Perdonatemi se sarò superficiale, non citandovi tutta la complessa normativa, non fornendovi i dossier e gli atti parlamentari che hanno condotto a proporla e adattarla infinite volte, insomma, non esercitando lo scrupolo documentale che è una delle cifre di questo blog, e che ha contribuito alla sua credibilità. Fatto si è che a me qui, oggi, non interessa un lavoro di ermeneutica legislativa né di tracciamento delle responsabilità o addirittura delle intenzionalità politiche che ci hanno condotto a tanto, e non mi interessa nemmeno una storicizzazione rigorosa di questi sviluppi, che ovviamente si collocano nell'alveo di quella "moralizzazione" che, come abbiamo ormai capito, nata con nobili intenzioni altro non è diventata che il volto presentabile dell'antipolitica, cioè del tentativo (riuscito) da parte del complesso militare-industriale-mediatico-giudiziario di indebolire ed esautorare i corpi elettorali.

A me interessa solo il fottuto Aristotele, il grande sconfitto della stagione politica scaturita dalla micidiale accoppiata Maastricht-Mani pulite.

Mi chiedo, e vi chiedo: tanta trasparenza serve forse alla magistratura, serve a coadiuvare il suo lodevole sforzo nel contrastare la corruttela, nell'evitare che il politico agisca contro l'interesse pubblico (di chi?) perché catturato da interessi particolari (di chi?)?

Mi sembra ovvio che la risposta a questa domanda non può essere che un netto e risonante: no.

Lo scandalo dei dossieraggi, una vicenda popolata da personaggi uno più sordido dell'altro, ci rende chiaro che siamo tutti ascoltati. Io, ad esempio, do per scontato di esserlo, e di esserlo illegalmente, va da sé. Basta saperlo per regolarsi di conseguenza: siccome sono una persona disonesta fino a prova contraria (essendo un parlamentare: questo è il lascito del grillismo...), con sprezzo del pericolo uso ancora il telefono! Se fossi un mafioso userei i pizzini (analogico batte digitale uno a zero). Scherzi a parte: la magistratura ha, e deve avere, tutti gli strumenti che le servono (e di cui non dovrebbe abusare, ma le cronache ci confermano che spesso abusa) per esercitare il suo controllo di legittimità. Se sospetta, o presume (magari, ipotizzo, per pregiudizio ideologico) l'esistenza di un reato, può disporre intercettazioni, accessi alle basi dati, ecc. Non ha certo bisogno di andare a consultare le liste dei finanziamenti leciti (lecitamente concessi, lecitamente accolti, lecitamente pubblicizzati) per fare il suo lavoro, che non dovrebbe essere un controllo di merito, ma sempre di più, sempre più smaccatamente, vuole esserlo.

La pubblicità dei finanziamenti leciti ha evidentemente un'unica "rescio", che non è quella di permettere alla magistratura di esercitare il proprio giudizio di legittimità (l'ordinamento le attribuisce ben altri e più pervasivi mezzi per farlo), ma quella di permettere agli elettori di esercitare il proprio giudizio di merito. L'elettore, che non ha i poteri della polizia giudiziaria, ha un unico modo per formarsi un libero convincimento su quanto la linea del partito che vorrebbe votare sia o meno influenzata da interessi più o meno loschi, ed è appunto quello di accedere alle liste dei finanziamenti pubblicate sui siti dei partiti, valutando chi sono i soggetti finanziatori, e riflettendo liberamente su quanto gli interessi di questi soggetti coincidano col proprio. Non potendoci intercettare tutti a vicenda (non fosse che per mancanza di tempo!), è in base a questi elenchi pubblici che possiamo formarci un giudizio (noi), ed esercitare (noi) il (nostro) giudizio di merito votando o non votando una determinata forza politica in base al fatto (cioè alla nostra percezione) che essa sia o non sia indipendente da interessi più o meno loschi.

In altri termini, in una democrazia sana la magistratura dovrebbe finire dove inizia la trasparenza, o, se volete, dovrebbe iniziare dove la trasparenza finisce, perché consentire alla magistratura di sindacare sul merito di un finanziamento lecitamente concesso e pubblicato significa attribuirle un potere di indirizzo politico che in una democrazia sana non dovrebbe avere, se non per la quota parte dell'esercizio dei diritti di elettorato attivo e passivo di ogni magistrato uti singulus.

Ma sappiamo tutti benissimo che non è così, lo abbiamo capito da un pezzo, lo abbiamo plasticamente visto in Senato, quando all'epoca dello scandalo Palamara nessuno fece un fiato, e in infinite occasioni precedenti e successive di personaggi silurati con processi cui sono conseguite assoluzioni ampiamente anticipate, ma che hanno lasciato nella vita delle persone interessate un buco del tutto analogo a quello che il Partito Dossieraggi ha lasciato nel Pil italiano (ve ne parlavo nel post precedente).

Ora, come sapete, a me non interessa il merito ma il metodo, e non mi interessano le dinamiche soggettive (l'eventuale mens rea delle parti in causa: quella è roba di cui si deve appunto occupare la magistratura) ma quelle oggettive.

Non sto quindi dicendo che la magistratura (presa così, a corpo) sia perversa. Ogni generalizzazione è ingiusta, e il modo peggiore di reagire a ingiustizie è praticarne. Non sto nemmeno dicendo che i magistrati, che alcuni magistrati, non facciano bene il loro lavoro. Credo lo facciano tutti molto bene, altrimenti sarebbero sanzionati dal loro organo di autogoverno, il CSM: nel caso, quindi, l'attenzione andrebbe spostata su questa istituzione e su cosa eventualmente le impedisse di funzionare bene. Voglio che sia chiaro che quello che qui si dice lo si prova a dire (da sempre) nell'interesse delle istituzioni, e in particolare della magistratura, perché da esponente del potere legislativo vivo male in un Paese in cui all'ennesimo titolo di giornale il mio riflesso non è quello di approfondire, ma di esclamare "Mo che è st'altra cazzata!?" e di girare pagina. Perché di amici persegui(ta)ti e poi assolti ormai ne ho un certo numero, stranamente superiore a quello degli amici perseguiti e condannati. Tutti questi falsi positivi un perché ce l'avranno, e potrebbe anche essere semplicemente quello che io gli amici li scelgo bene, ma in ogni caso il mio punto non è qui quello di delegittimare la magistratura o di invocare bavagli su di essa!

Il punto cui voglio arrivare è un altro, e ci arriveremo in ogni caso: secondo me, dopo un fatto traumatico che riconcili gli italiani con la democrazia (la morte in guerra di un figlio è una soluzione drastica e che non mi auguro, ma nel 1945 dimostrò di essere efficace, portando alla Costituzione del 1948); può anche darsi che ci si arrivi attraverso un processo ordinato e meno traumatico. Se i magistrati sono, o meglio, sembrano (perché ho appena detto che non lo sono e che sarebbe ingiusto etichettarli come tali), "compagni che sbagliano", la soluzione è riportare le istituzioni in un alveo che non li induca in tentazione (per inciso: io morirò senza aver detto "non abbandonarci alla tentazione". Mi assolvano tutti i vescovi e gli arcivescovi del mio collegio, alle cui preghiere costantemente e sinceramente mi raccomando).

Questo alveo era ben delineato quando la memoria del fascismo vero, quello che sopprime la libertà di parola, era ancora viva (siamo grati al PD che ogni tanto ce la rinfresca sguinzagliando i suoi squadristi, come farà fra poco a Livorno), ed era racchiuso da due argini: finanziamento pubblico dei partiti e immunità parlamentare.

Basterebbe ripristinare questi argini, ammalorati dal grillismo e dalla sua controparte istituzionale (il desiderio di alcuni di considerarsi legibus soluti), per veder tornare a scorrere le acque della democrazia, che ora si sversano e si intorbidano in una palude mefitica e inospitale, quella dell'antipolitica, dove il legame fra volontà popolare e indirizzo politico si corrompe e si imputridisce, lasciando il campo alla soft law della governance sovranazionale, agli indirizzi politici di chi piace alla gente che piace: un giro di corruzione (vera) così macroscopico da essere too big to prosecute (i silenzi delle magistrature su vicende recenti in cui erano evidentemente in ballo interessi economici giganteschi in effetti non depone tantissimo a loro favore, ma tant'è...).

Se non esistono più i presupposti culturali, di cultura giuridica e istituzionale, per gestire il finanziamento privato, si torni a quello pubblico: si stroncherà così in radice l'idea che la linea del partito possa essere corrotta da interessi criminosi o criminogeni, fatto salvo ovviamente il caso di reati, cioè, nel caso in specie, di mazzette, che però potranno essere individuati e perseguiti come tali, come lo sono sempre stati.

Se un'infinita serie di inchieste apparentemente a orologeria (ma la forma è sostanza!) seguita da assoluzioni non altrettanto puntuali ha ingenerato il sospetto diffuso di un esercizio strumentale dell'azione penale, si stronchi questo sospetto sul nascere reintroducendo l'immunità.

Il giudizio sui fatti e misfatti della politica deve essere restituito al cittadino. Chiarisco questa frase, che non è né l'invocazione di un tribunale del popolo, con tanto di tricoteuses, né l'appello a una depenalizzazione generalizzata di qualsiasi cosa fatta da chiunque sia titolare di un incarico elettivo. No. Io intendo dire un'altra cosa. Intendo dire che la panpenalizzazione dell'azione politica, il fatto che non ci sia più procedura, adempimento, genuflessione, timbro, salamelecco, ceralacca, che ti salvi dalla presunzione di colpevolezza in quanto politico, è innanzitutto uno sfacciato e vibrante insulto a quel popolo italiano nel cui nome si pretenderebbe di esercitare la giustizia. Pretendere di sostituirsi all'elettore nell'esercizio di una funzione di indirizzo politico (gli esempi non mancherebbero, ma non mi dilungo che sono già quasi a Milano) significa esternare una radicale sfiducia nella capacità di discernimento dell'elettore stesso, o peggio ancora una generalizzata e tombale presunzione di colpevolezza, tale per cui il politico scelto sarà comunque scarso, o perché l'elettore è stupido (ovviamente se non è di sinistra, come la sinistra amabilmente gli ricorda nel tentativo di catturarne le simpatie), o perché agisce in cambio di favori, in un'ottica quindi assimilata sic et simpliciter al voto di scambio.

Forse, nei salotti che contano, e in cui il lobbysmo scorre potente, bisognerebbe ricordare che non solo i ricchy, ma anche i povery, quando votano qualcuno, lo fanno perché da quel qualcuno si aspettano qualcosa, e che se questo meccanismo, che si chiama rappresentanza politica, va bene quando è agito dai ricchy, deve andare bene anche quando agito dai povery. Ma è sempre più evidente che l'azione della magistratura sta esondando dal giudizio sul "qualcosa" che gli elettori si aspettano, al fatto che essi si aspettino qualcosa. Nel mirino c'è l'essenza stessa del meccanismo di rappresentanza, che implica un mandato, e quindi un "fare qualcosa".

Il finanziamento pubblico si rende tanto più necessario in quanto nella temperie culturale attuale quello privato è fonte di un duplice attacco alla democrazia: l'attacco da parte della magistratura, quando esonda volendo sottoporre a giudizio di merito (e quindi implicitamente di indirizzo politico) fatti assolutamente leciti, e l'attacco da parte dell'universo mondo piddino, fatto di istituzioni, datori di lavoro, direttori di banca, capi ufficio, insegnanti dei propri figli, ecc., che grazie alla pubblicazione delle liste (di proscrizione) dei tanti finanziatori della Lega sa verso chi esercitare la propria discriminazione, sa quale cliente, paziente, figlio, ecc., penalizzare per motivi di odio ideologico. Questa è l'esperienza di ognuno di noi: tanti ci sostengono idealmente e vorrebbero farlo anche concretamente, ma in questo baese libbero, demogradigo e andifascisda hanno il terrore di far sapere che sostengono Salveenee.

E questo terrore è purtroppo motivato, ve lo posso dire per esperienza personale.

Con l'immunità quo ante si stroncherebbe in radice il sospetto di strumentalità di certe indagini. Questo significa che il Parlamento diventerebbe la Caienna di una ciurma di sconclusionati gaglioffi? No, ovviamente no, perché gli elettori non lo consentirebbero, e quindi, ben prima di sottoporsi al loro giudizio, non lo consentirebbero i partiti, come non lo consentivano all'epoca in cui la memoria di cosa fosse il fascismo aveva suggerito di rendere inviolabili i parlamentari nell'esercizio delle loro funzioni politiche. Ma oggi chi fa il piagnisteo in memoria di certi uomini coraggiosi è il primo a tradirne il lascito, consegnandosi allo squadrismo di chi nei fatti ha trasformato quell'aula sorda e grigia in un bivacco di meetup.

Insomma: Dio è morto, Aristotele è morto, ma io sono in ottima forma, e non sono disposto ad arrendermi.

E voi?

domenica 25 febbraio 2024

Carità e coscienza

(...aspettando i risultati delle elezioni in Sardegna...)

Da plurimi e convergenti indizi afferro quale sia stato il principale ostacolo alla capacità di coinvolgimento di questo blog, un ostacolo vecchio quanto il mondo, codificato dalla saggezza popolare (ex multis: pancia piena non crede al digiuno), un ostacolo oggettivamente insormontabile.

Spesso ci siamo ripetuti, citando Upton Sinclair, che era inutile cercare di far capire certe cose a persone il cui stipendio dipendeva dal non capirle. Questo è senz'altro vero. Forse è altrettanto e più vero che è impossibile cercare di far capire certe cose a persone convinte che esse non le riguardino.

Il primo tema politico, insomma, resta sempre quello della carità, intesa come l'accorgersi delle cose che non vanno quando ancora non sono capitate a te.

Me ne sono reso conto leggendo qualche giorno fa su Sinistrainrete un articolo del Chimico scettico.

Urgono due premesse: la prima è che sì, ogni tanto leggo Sinistrainrete, è un aggregatore (o, come dice lui, archivio) di blog interessante, ovviamente in diversi gradi di lettura: può darsi che qualcosa sembri interessante a me per motivi diversi da quelli per cui sembra interessante a lui, ma questo poco importa. Chi vi scrive qui è lo stesso che ha aperto il blog tredici anni fa. Resto fra i blog consigliati da Sinistrainrete e credo che ci siano vari motivi per questa scelta che potrà sembrare strana a dei turisti del dibattito. Il primo di questi motivi è che "sinistra" non significa "PD", che anzi della sinistra è il contrario!

Seconda premessa: del Chimico scettico e del suo blog ho appreso l'esistenza durante la pandemia, anche se il blog preesisteva (risulta iniziato nel 2018). Ho sempre trovato il suo lavoro equilibrato e interessante, se non altro perché a differenza di un altro recente meteorite, Critica climatica, cita le fonti ed è più accorto nel reprimere eventuali pulsioni antipolitiche. Quindi non ce l'ho su con lui, al contrario!, e quello che segue non va letto come una : "Guarda quello [epiteto a piacere] del Chimico scettico che non si rende conto ecc.!", ma al contrario come uno sconsolato: "Guarda come siamo messi se perfino una persona pregiata come il Chimico scettico si è perso certi dettagli...".

Quali dettagli?

Faccio prima se vi riporto la frase che ha colpito la mia attenzione: "gli ultimi due anni mi hanno fatto capire com'è che il fascismo si è diffuso in Italia" (in questo articolo).

Ora, noi qui una riflessione sul pericolo di derive autoritarie di vario genere, più o meno assimilabili al "fascismo" storico, l'abbiamo avviata da tanto tempo e su diversi piani: soffermandoci desolati sul conformismo della professione scientifica, tutta pronta a mettere la propria firma sotto a un progetto (quello dell'unione monetaria) in cui i suoi esponenti più autorevoli avevano individuato più di un "effetto collaterale" (e ci dicevamo costernati che se al fascismo si erano opposti in dodici, all'eurismo nella professione accademica si era opposto solo uno); analizzando le conseguenze redistributive delle politiche di austerità (cioè di svalutazione interna) cui l'eurismo naturaliter conduceva, quelle politiche di cui oggi tutti dicono, più o meno convintamente, che fossero un errore, senza però chiarire quale motivazione questo errore avesse, ovvero quali ne fossero i risultati in termini di dialettica fra classi sociali (cosa che noi avevano fatto ad esempio qui, parlando della Lettonia, ma prima ancora qui...); riflettendo quindi sul legame storico fra politiche di austerità, polarizzazione del discorso politico e avvento dei regimi autoritari, un tema che oggi è mainstream, al punto che siamo già alle meta-analisi (cioè agli articoli che sintetizzano i risultati di un'intera letteratura: uno è questo, e vale la pena di dargli un'occhiata), ma che certo era altrettanto mainstream quando dicevo, inascoltato e incompreso sul "manifesto", che "nel lungo periodo le politiche di destra avvantaggiano solo la destra" (qui), o quando, un pochino (dieci anni) prima del meritorio lavoro di Galofré-Vilà e altri su austerità e ascesa del partito nazista, ci rendevamo conto che Hitler non era il prodotto della mitologica "inflazione di Weimar", ma dell'austerità (qui ad esempio ce lo documentava Alex), e ce ne preoccupavamo.

Insomma, la riflessione che mi veniva, leggendo le parole del pregiato Chimico scettico, era forse un po' ingenerosa, e sicuramente molto insidiosa (il rischio del paternalismo è sempre imminente, come, del resto, quello del grillismo). Potrei sintetizzarla così: ci sono tante brave, ottime persone che di questo:


non hanno mai saputo niente (o, peggio ancora, lo hanno metabolizzato aderendo distratte al racconto del mainstream, o magari alla consolante idea che "tanto qui non potrà succedere!"), e che da questo:


non sono (ancora) state attinte.

Ora, attorno a questa constatazione potremmo organizzare diverse riflessioni, ma non ho tempo di farlo in modo sufficientemente strutturato, quindi vi accontenterete.

La prima riflessione è che carità vuole non solo che ci si accorga del Male e lo si contrasti prima che esso ti colpisca personalmente, ma anche che non lo si invochi come strumento pedagogico!

Certo che se il povero Chimico scettico si fosse trovato in mezzo a una strada nel periodo in cui tanti imprenditori si sono tolti la vita forse una riflessione l'avrebbe fatta, ma forse anche no. Come dicevo oggi alla Scuola di formazione, se a molti è passato inosservato il fatto che il percorso storico del Pil invece che alla C di crescita ci ha portato alla D di depressione, ciò significa che essi evidentemente hanno mantenuto o aumentato le proprie posizioni di benessere relativo. Ma allora, visto che la somma deve sempre fare il totale, questo significa anche che moltissimi altri siano stati letteralmente frantumati dalla crisi, al punto da non poter neanche organizzare una riflessione, neanche abbozzare una presa di coscienza. Non è augurando a chi non ha capito di ritrovarsi come il pensionato greco che riusciremo a costruire la diffusa consapevolezza necessaria per cambiare traiettoria.

D'altra parte, la storia dei "punturini" contiene due lezioni importanti e complementari: la prima, per loro, è che puoi disinteressarti di quanto ti accade intorno, ma prima o poi la realtà busserà alla tua porta; la seconda, per noi, è che sulla presa di coscienza individuale, sulla reazione alla minaccia esistenziale diretta, non si può costruire alcun discorso politico di sufficiente respiro.

Insomma: il fatto che altri si accorgano che siamo in una situazione delicata è senz'altro positivo. Senza una corretta attribuzione di responsabilità, però, senza una corretta analisi, rischia di diventare un fatto episodico, effimero, di alimentare il pulviscolo degli "zero virgola". L'anomalia italiana esiste, ed è nel fatto che chi ci ha condotto da B a D sia ancora in Parlamento con percentuali ragguardevoli, il che significa che c'è una percentuale ragguardevole di italiani che ha visto difesi i propri interessi da chi ha portato il Paese in depressione, o, più probabilmente, che non ha maturato una coscienza sufficientemente lucida di quali siano i suoi interessi.

Come possiamo aiutare questa presa di coscienza?

mercoledì 7 luglio 2021

Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza

(...credo sia di interesse generale, perché riguarda tutti voi, il discorso che la Presidente della "Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla discriminazione" ha tenuto nell'Ufficio di Presidenza del 20 maggio. Su questa pietra angolare si articola la passerella di audizioni cui avete assistito, attoniti, nell'ultimo mese. Si tratta di un documento che deve essere offerto al pubblico dibattito per il suo valore di testimonianza della nostra epoca. Ve lo offro senza alcun commento: mi sono limitato a aggiungere qualche grassetto...)

 

Negli ultimi anni la diffusione dei “discorsi d’odio” è andata aumentando in maniera esponenziale. Le più viete forme di aggressione verbale e di discriminazione contro le donne, i neri, gli omosessuali e i transessuali, le minoranze etniche, religiose e nazionali, i migranti sono state implementate dal ricorso massiccio a mezzi di comunicazione di massa sempre più sofisticati e pervasivi. Questi hanno messo nelle mani di milioni di persone strumenti di diffusione delle loro qualsiasi idee, linguaggi, stili di vita in una misura che non ha pari nella storia del genere umano. Esponenziale è stata così anche la crescita dei rischi di diffusione e magari anche di messa in pratica di linguaggi e comportamenti devianti, disumani, antisociali. 

Da anni il tema dei discorsi d'odio è divenuto oggetto di studio in sede scientifica, politica e giuridica. Credo debba essere compito della nostra Commissione riprendere quel dibattito internazionale, assicurando un nostro originale contributo in fatto di conoscenza e approfondimento. 

Una considerazione preliminare mi sembra indispensabile: i discorsi d’odio non sono solo parole. Non sono chiacchiere. Non un fenomeno magari sconveniente ma in ultima istanza circoscrivibile. A parte infatti i casi estremi dell’insulto e della diffamazione già puniti dalle leggi, in questione è il diffondersi di modi di pensare, di esprimersi, di comportarsi che hanno effetti concreti e duraturi nella vita civile. Che aumentano le diseguaglianze, aumentano le ingiustizie, aumentano il tasso di violenza. Rendono legittimi il pregiudizio, l’odio, la discriminazione. 

Il caso del linguaggio d’odio antisemita è paradigmatico. Nel corso dei secoli si sono accumulati giacimenti di odio, pregiudizio, ignoranza che sono precipitati nei fondi più oscuri dello spirito pubblico, emergendo poi nelle forme di violenza e di genocidio culminate nella tragedia della Shoah. 

Dobbiamo sapere che c’è un nesso diretto fra certe parole e certi fatti. Che se si lascia proliferare un determinato ambiente, se non si lavora a fondo dal lato della formazione e dell’informazione, ma anche della prevenzione e della repressione la situazione rischia di sfuggire di mano e si consuma una regressione dello spirito pubblico e dei livelli di civiltà. 

Si pensi anche alla violenza verbale contro le donne. Dei discordi d'odio fa parte infatti tutta una gamma di forme espressive denigratorie che favoriscono il costituirsi e il consolidarsi di stereotipi sessisti contro le donne. Un’altra prova che non si tratta solo di parole, per quanto particolarmente offensive, ma di espressioni in grado letteralmente di costituire, strutturare, consolidare una condizione di minorità della donna nella società, sul posto di lavoro, in famiglia. Perché parole capaci di costruire barriere e gerarchie, potenziare il potere di un sesso sull’altro, favorire ovvero pregiudicare carriere. Col risultato di impedire a cittadini di sesso diverso di avere pari livelli di potere e pari opportunità sociali. 

I discorsi d'odio insomma costituiscono oggi un inedito strumento di diseguaglianza e di ingiustizia. Inedito data la potenza davvero inusitata dei nuovi media.  

Questa novità e peculiarità dei nostri tempi è la ragione forse più importante che spiega e legittima la costituzione di una Commissione come la nostra.  

Può essere utile ricordare, in sede introduttiva, che lo studio sistematico dei discorsi d'odio prende le mosse negli Stati Uniti particolarmente negli anni ‘80 del ‘900, quando il temine fu usato in sede giuridica per definire la condizione delle vittime di discorsi di odio razzista. Fu da allora che si cominciarono a definire le categorie con cui appunto nominare e organizzare le nuove forme di razzismo e discriminazione a base etnica e sociale. Si trattava di parole, frasi, immagini, caricature, condotte tali da causare danno a singole persone o gruppi di cittadini, per lo più individuati con riferimento appunto a caratteristiche fisiche, al genere, agli orientamenti sessuali, alla religione, alla nazionalità. 

In sede scientifica e di filosofia del linguaggio è ormai acquisito che il linguaggio non ha solo una funzione descrittiva, di puro e semplice riflesso della realtà data, ma anche performativa, di costituzione di quella stessa realtà.  

Si capisce allora che la rete o il mondo dei social media non è solo una infrastruttura che si tratta di regolarizzare con esclusivo riferimento alla sua efficienza, pervasività, concorrenzialità, ma di un potente, anzi potentissimo, strumento di costituzione della realtà. E troppo spesso di una realtà falsa, stravolta, ingiusta e discriminante. 

Parole che sono pietre questo significa: ragionare di che cosa è divenuta oggi la nostra vita civile, che cosa è ormai il nostro modo di comunicare e di formarci una opinione e una identità, nell’epoca dell’interconnessione e interazione tendenzialmente totale delle piattaforme digitali. Nell’epoca cioè dei Big Data, Big Tech e delle cosiddette “very large online platforms”. 

Un recente caso negli Stati Uniti è stato clamoroso. A seguito di un violento attacco di massa contro il Parlamento americano, con invasione e devastazione dello stesso e con la morte anche di uno degli aggressori, addirittura il Presidente degli Stati Uniti dell’epoca Donald Trump è stato “bannato”, cioè escluso da Facebook ed Instagram. La motivazione della clamorosa iniziativa era proprio l’aver creato con le sue parole “un ambiente di cui c’era un serio rischio di violenza”. L’assalto al parlamento sarebbe stato cioè conseguenza diretta di certi discorsi d’odio politico, reiterati nel tempo e legittimati dalla fonte.  

Comunque la si pensi si tratta di un atto grave e denso di conseguenze, se ancora di recente il “comitato etico” di Facebook ha confermato, sia pure con distinguo, quel bando.  

Si capisce insomma che non siamo di fronte a banali questioni politicamente corrette. In questione è qualcosa che ci interroga sullo stato delle nostre democrazie, sui sensi e modi della moderazione del discorso politico (e non solo) in rete, sul fatto che possa essere un privato o addirittura un algoritmo a comminare il bando agli haters, se non debba essere invece la legge e in che termini ecc.  

Dovremo necessariamente parlarne. 

In questa seconda parte del mio ragionamento introduttivo dei lavori vorrei partire da alcuni punti fermi giuridici e di civiltà che ritengo debbano guidare il nostro lavoro. 

La Dichiarazione universale dei diritti umani, adottata dalle Nazioni unite nel dicembre 1948, stabilisce in primis che “tutti gli esseri umani nascono eguali in dignità e diritti”. Ma anche l’articolo 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea definisce inviolabile la dignità umana, così come la nostra Costituzione repubblicana già agli articoli 1 e 3 riconosce e tutela i “diritti della persona” ovvero tutela onore e dignità di una persona come un bene fondamentale e inviolabile della persona umana.  

Della persona umana, non dei soli cittadini italiani. La dignità è qualcosa che prescinde dal possesso della cittadinanza. Riguarda il nucleo intangibile della personalità umana, come stabilito anche dalla nostra giurisprudenza costituzionale. Ora la nostra è una Costituzione democratica, sociale, lavorista, personalista e parla di “pari dignità sociale” proprio perché prevede il perseguimento dell’effettiva eguaglianza e giustizia per tutte le donne e tutti gli uomini. 

Non solo non dobbiamo mai dimenticare questo quadro forte e strutturato di diritti e di doveri che ci hanno lasciato i Padri e le Madri Costituenti, ma dobbiamo rilanciarne e valorizzarne proprio la grande apertura sul presente e per il futuro. Tanto più oggi nell’epoca delle nuove sfide della tecnica e della politica. 

Le previsioni della Costituzione del 1948 sono infatti così ampie e lungimiranti da lasciare sempre aperta la possibilità di riconoscere e codificare valori e diritti nuovi. Basti pensare come in questi ultimi anni abbiano trovato riconoscimento sociale e costituzionale temi come la privacy, l’ambiente, l’Unione europea, le nuove forme di tutela del lavoro, ma anche del mercato e della concorrenza.  

Un quadro di civiltà giuridica che deve spingerci naturalmente a impostare il nostro programma di lavoro, di audizioni, di ricerca ad una interlocuzione approfondita con le istituzioni europee e sovranazionali, sempre attenti alla migliore produzione scientifica e legislativa. 

Così un’attenzione particolare dovremo riservare al lavoro che la Commissione europea sta svolgendo in tema di rinnovamento del mercato unico dei servizi digitali. Una cornice naturale per una Commissione come la nostra. 

È all'esame del Parlamento europeo e del Consiglio una proposta di Regolamento nota come Digital Services Act. Il suo obiettivo è traghettare l’Europa verso una nuova fase di regolamentazione delle piattaforme digitali.  

Si tratta evidentemente di questioni sensibili e strategiche. Che riguardano già la fase ex-ante del lavoro di quelle piattaforme, dato che oggi sono esse a stabilire preventivamente le regole per utenti e concorrenti, a decidere cosa promuovere e cosa nascondere, ad imporre argomenti, stabilire priorità. 

Tutto ciò ha a che fare direttamente con le nostre libertà. Ne va della effettiva tutela dei diritti fondamentali degli utenti e di conseguenza della qualità della democrazia nella società dell’informazione. 

Per questo si sta discutendo del rafforzamento delle regole di responsabilità per i gestori, un vero fondamento dell’economia digitale, a tutela di diritti fondamentali dei singoli e degli utenti, come per altro richiesto dalla Corte di Giustizia europea. Gli intermediari online debbono assumere sempre più precise responsabilità, avere specifici obblighi di intervento in caso di contenuti illegali, soprattutto rispondere ad un massimo di trasparenza ed affidabilità, in un quadro di regole stabilito dal decisore pubblico. 

A quanto si sa il nuovo Regolamento sui Digital Services prevede sanzioni rapportate al fatturato molto alte, soprattutto nel caso che i gestori non rispettino gli obblighi di controllo e rimozione di contenuti illeciti quali proprio discorsi d'odio, fake news, materiale contraffatto, illegale ecc. 

Naturalmente le nuove norme rientrano in un più complessivo piano di tutela dei diritti portato avanti da anni dall’Unione Europea, si pensi solo alla Governance dei dati informatici, un ambito di portata strategica regolato dal Regolamento generale sulla protezione dei dati (in inglese GDPR); entrato in vigore nel 2016, esso regola il modo in cui aziende e altre organizzazioni trattano i dati personali.  

Tutto questo in Europa ‘fa sistema’. Noi, una volta di più, dobbiamo porci a questo livello, evitando per quanto possibile polemiche sterili che ci devierebbero dai temi più importanti e sensibili. 

Certo dobbiamo sapere che in queste materie sono in gioco interessi rilevantissimi, ma soprattutto che sono in gioco i diritti dei cittadini europei e il futuro della giustizia, dell’eguaglianza, della democrazia.  

Il potere pubblico, cioè dei cittadini elettori e sovrani, deve mostrarsi in grado, oggi più che mai, di espandere la propria incidenza democratica, regolando mercati e diritti, implementando tutta una serie di diritti esigibili non solo verso i poteri pubblici tradizionali, ma anche verso gli attori privati. Questi del resto se già da una parte disimpegnano funzioni para-pubbliche, come eclatante nel caso proprio delle grandi piattaforme online, devono accettare oneri e responsabilità di controllo e trasparenza. Così si tutela l’interesse pubblico, si tutelano i diritti di tutti, si imposta in modo democratico il rapporto fra pubblico e privato. 

L’obiettivo deve essere quello ambizioso di un costituzionalismo digitale al tempo della società dell’informazione. Il nuovo Regolamento su Servizi Digitali non deve comprimere le libertà economiche, ma certo non è accettabile il contrario e cioè una compressione sproporzionata di altri interessi costituzionalmente rilevanti, a cominciare dalla dignità della persona. 

I discorsi d'odio costituiscono insomma una cartina di tornasole particolarmente sensibile dello stato dei nostri diritti e delle nostre libertà. Non possiamo nasconderci che andiamo verso un futuro di insidie crescenti alla dignità umana, non solo nelle forme antiche e sempre ritornanti del razzismo, dell’antisemitismo, dell’intolleranza, ma anche in quelle connesse proprio alla diffusione dei social media. 

Libertà e dignità. Promozione della prima e rispetto della seconda. Questo il discrimine sottile e delicato, mutevole e a volte sfuggente, che non però possiamo rinunciare a individuare, seguire, tracciare.  

La libertà di espressione è forse la forma più alta di libertà. Ma anch’essa, come tutte le libertà, trova sempre il suo limite nel rispetto dell’altrui diritto e dell’altrui dignità, di quei “valori condivisi” che rendono davvero civile la vita di una comunità.  

La mia libertà finisce dove inizia la libertà degli altri. Questo senso del limite, come costitutivo dell’idea stessa della libertà, dobbiamo assumerlo come dato di partenza, come premessa e canone di un lavoro. Un lavoro che sarà lungo e impegnativo, ma anche indefettibile. 

 Vorrei passare ad alcune questioni più direttamente connesse con l’avvio e l’impostazione dei nostri lavori. 

Credo che il nostro obiettivo finale debba essere l’approvazione di un documento politico o Risoluzione entro il 2022. Per ragioni pratiche legate ai tempi della sessione di bilancio, penso sarebbe utile immaginare una data di fine lavori fra novembre o primi dicembre del 2022.  

La Risoluzione dovrebbe raccogliere, oltre agli esiti del lavoro di indagine conoscitiva, anche alcune ipotesi di massima di iniziativa politica e legislativa per il Parlamento italiano.  

In questo modo lasceremmo in eredità alla prossima legislatura un lavoro importante, con anzi l’auspicio che esso possa continuare istituendo nuovamente negli anni a venire la Commissione contro l’odio e l’intolleranza.  

Per poter organizzare al meglio i nostri lavori e corrispondere adeguatamente ai compiti assai impegnativi che la mozione istitutiva ci assegna, penso sia indispensabile stabilire in modo chiaro gli ambiti d’intervento; così le varie articolazioni del nostro lavoro risulteranno come parti organiche di un ragionamento unitario e confluiranno naturalmente in un documento finale.  

Servirà senza dubbio una prima fase di audizioni di soggetti in grado di arricchire il nostro bagaglio di conoscenze e di suggerire ipotesi di lavoro e di previsione normativa. Le audizioni potrebbero cominciare nel giugno del 2021, per terminare nella primavera del 2022; per una durata dunque di circa dieci mesi, magari intervallate da focus istituzionali.  

Dopo questa fase, diciamo da maggio 2022 a settembre 2022, potrebbe svolgersi una fase di discussione politica in preparazione della Risoluzione conclusiva da approvare entro l’autunno del 2022.  

La terza fase dei lavori coinciderebbe poi con la discussione e l’approvazione in Aula della Risoluzione. 

Credo inoltre che lo strumento più utile ai nostri fini sia quello dell’Indagine conoscitiva. Si potrebbe pensare ad un’unica indagine che approfondisca natura, cause e sviluppi recenti del fenomeno del discorso d'odio con un’attenzione particolare alla evoluzione della normativa europea ed internazionale. Più determinatamente: 

a) Diffusione e innovazione dei media, loro efficacia nel produrre discorsi d’odio, valutazione delle forme di (auto-)regolazione atte a prevenire e sanzionare detti fenomeni. 

Possibili audizioni: mondo accademico, MIUR, Autorities di controllo, rappresentanti delle piattaforme dei social media;  

b) Normativa europea ed internazionale in fatto di contrasto dei fenomeni detti di hate speech ovvero di promozione dell’inclusione e non discriminazione. 

Possibili audizioni: Rappresentanti UE, Consiglio d’Europa, ECRI, OSCE, Nazioni Unite; 

c) Approfondimento delle cause sociali e culturali della generazione e diffusione dei discorsi d’odio e dei fenomeni di intolleranza e discriminazione. 

In aggiunta ed integrazione di questo lavoro di conoscenza e di indagine, credo dovremmo valutare anche l’opportunità e l’importanza di uno strumento di studio e raccolta dati quale un Osservatorio ad hoc, da costituire su proposta della Commissione stessa. 

Suo compito potrebbe essere il monitoraggio dei fenomeni dei discorsi d'odio e intolleranza, insieme alla raccolta sistematica di dati statistici e documenti risultanti dalle diverse fonti istituzionali, accademiche o associative, con particolare riferimento appunto ai fenomeni di intolleranza, discriminazione, razzismo, antisemitismo, sia nella forma dei crimini d’odio, sia dei fenomeni di discorso d'odio 

In aggiunta a questo può essere utile che la Commissione programmi sessioni di lavoro congiunte con organismi sovranazionali e internazionali e Parlamenti di altri Paesi.  

Resta inteso che entro il 30 giugno 2022 (come previsto dalla mozione istitutiva) la Commissione dovrà trasmettere al Governo e alle Camere una Relazione sull’attività svolta e in corso di svolgimento. 

Penso questa possa costituire una proficua traccia di lavoro. Una traccia aperta, parte di un lavoro che si arricchirà oltre che dei contributi dei singoli Commissari, anche dell’attivo coinvolgimento di quante più possibili realtà associative e singole personalità scientifiche ed autorevoli, tali da implementare il lavoro della nostra Commissione e collocarla in modo strategico nel dibattito pubblico sulla qualità del nostro vivere civile e sulla difesa e la promozione della nostra democrazia.  

Infine, ma non certo ultimo in ordine di importanza, il rapporto con il mondo dell’Istruzione e della Formazione. Quella certo di ragazze e ragazzi, ma più generalmente intesa come formazione permanente dell’intera nostra società civile.   

La Commissione dovrà vivere in sintonia ed osmosi con il mondo che ci circonda, non certo per surveiller et punir, ma al contrario per conoscere, formare, individuare soluzioni. Nostro compito sarà dunque contribuire a porre la nostra società nelle condizioni migliori per progredire nella libertà e nella responsabilità. 

Se riusciremo ad impostare un lavoro con questa latitudine e questa ambizione credo che avremo svolto al meglio la nostra missione di rappresentanti della Nazione e della Repubblica. 

Liliana Segre 

Maggio, 2021 



(...le audizioni cui avete assistito dovrebbero ricadere nel contesto delineato da questo programma di lavoro...)

sabato 2 novembre 2019

Sovranismo

Intervengo sull'ordine dei lavori (chi era al #goofy7 sa che cosa significhi) per riportare brevemente un minimo di razionalità in un dibattito che ne ha grande bisogno.

Premetto che io non ho niente contro i volenterosi, soprattutto se in buona fede, se non fosse per il dato oggettivo che questa categoria di persone ha la spiacevole tendenza a far più danni della grandine, e che la difesa è sempre legittima. Do quindi alla buona volontà e alla buona fede di chi ha introdotto e propugnato nel dibattito la categoria di "sovranismo" il giusto peso, cioè zero, e mi limito a fare due brevi considerazioni.

La prima è che in termini comunicativi è sempre un errore fornire agli avversari un bersaglio polemico, ed è un errore ancora più grande accettare di condurre il dibattito all'interno del recinto in cui l'avversario ti costringe. Con l'invenzione della categoria di sovranismo sono stati fatti entrambi gli errori. Pochi mesi di esperienza politica mi consentono di affermare con assoluta certezza che solo la stupidità, mai la perfidia, consente di centrare con tanta precisione un simile bersaglio!

Mi spiego.

Insistendo sulla categoria di sovranismo si è fornito ai media del grande capitale, quello finanziario, e alla pletora dei suoi utili idioti, un'unica etichetta da applicare come bersaglio sulla schiena di chi, da fronti diversi, con percorsi culturali e argomentativi differenziati, con obiettivi politici non sempre coincidenti, ha "messo a tema" (come dicono quelli fichi) un problema evidente: la crisi del sistema di integrazione europeo. In questo modo si è facilitata la denigrazione di un dibattito che ha radici culturali profonde e nobilissime, e si è consentito ai cialtroni dei media di appiattirlo sulle esternazioni di qualcuno dei tanti squinternati che in democrazia hanno comunque diritto di esprimersi, ma verso i quali la saggezza popolare da sempre ci esorta a usare prudenza: "dagli amici mi guardi Iddio". Peraltro, se dopo aver affrontato nelle sedi pubbliche e in quelle scientifiche un dibattito che era oggettivamente pericoloso da affrontare sono ancora vivo (con gran dispetto di Annaberta) è perché dagli "amici" mi sono guardato io, per un atto di solidarietà verso una persona che, ancorché trina (solo Giuseppi era bino), ha senz'altro da fare più di me (è successo coi memmetari, con gli ortotteri, coi decrescisti, ecc.).

Non solo.

Il genio che ci ha regalato il sovranismo ha anche compiuto un'altra operazione perversa e deleteria: quella di creare un recinto al cui interno vengono ricondotte, per assoggettarle a un biasimo acritico e preconcetto, una quantità di fattispecie che col dibattito sull'integrazione europea, e, per altri versi, col dibattito sulla sovranità, nulla hanno a che fare: dal legittimo fastidio di Trump per la svalutazione competitiva dell'euro praticata da Draghi, all'affermazione del capitalismo di Stato nei paesi emergenti (sapete gli idioti che "il mondo è pieno di sovranismi!..."?). Negli ambienti che una volta furono intellettuali, se vuoi sembrare intelligente (nella - vana - speranza di chiudere la serata con la tipa che ti piace, e che non sai più come corteggiare senza cadere in fattispecie plurime di reato!), per criticare qualcosa devi dire che è sovranista. "C'è tanto sovranismo, signora mia", si sente dire in quelli che ancora si credono salotti, e forse non sono più nemmeno portierati, perché gli umili, i semplici, quelli che nostro Signore ha deciso di esaltare, ci sono arrivati prima degli istruiti, dei potenti, che in tutta evidenza vengono oggi deposti nell'umido della Storia...

Questo per quanto riguarda la prima considerazione, che potremmo riassumere così: la promozione della categoria di sovranismo all'interno del dibattito è stato un gigantesco autogol comunicativo (andrebbe anche capito una volta per tutte che politica non è tanto avere idee - quelle utili sono già tutte lì, come mi accingo a esemplificarvi - quanto condividerle, e chi comunica male condivide peggio...).

La seconda considerazione ve la riassumo prima di svilupparla: la promozione della categoria di sovranismo all'interno del dibattito è stato un gigantesco errore in termini sostanziali, tematici, concettuali.

Mi spiego.

Altro è la sovranità, e altro il sovranismo. La categoria di sovranità risponde a una domanda semplice, ma essenziale per l'ordinato funzionamento di qualsiasi comunità umana composta da un numero n>1 di persone: chi comanda? Le persone si associano per realizzare obiettivi, dai più ovvi (riprodursi) ai più complessi. Il perseguimento di questi obiettivi richiede che qualcuno prenda decisioni.

La Repubblica Italiana nasce con la Costituzione antifascista e si propone in particolare un obiettivo: quello di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese" (art. 3). Per inciso, questo è l'umanesimo di cui abbiamo bisogno, e a che ci propone il "nuovo" umanesimo suggerirei di riservare il trattamento abitualmente riservato ai venditori del noto elettrodomestico o ai proverbialmente petulanti apostoli della nota fede. Ma torniamo al punto: chi comanda? Chi prende cioè le decisioni necessarie per traghettare questo compito della Repubblica, esplicitamente indicato come tale dall'art. 3 ("è compito della Repubblica...") dal regno delle buone intenzioni a quello dei risultati? Il popolo, perché "la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione" (art. 1, secondo comma).

Le categorie per affrontare i temi dell'attualità, quindi, già esistevano, a patto di fare quella quasi mai semplice, ma quasi sempre proficua operazione che consiste nel ribaltare completamente i termini del problema (Copernicus docet). Non è sovranista chi afferma il diritto del popolo ad esercitare la propria sovranità nelle forme e nei limiti della Costituzione: è fascista chi nega questo diritto (agevolo un noto contributo dalla regia):


(e nel mondo dei mass media poco cambia se la negazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione risponda a una consapevole volontà di propugnare un modello politico antidemocratico, o sia espressione inconsapevole di pura e semplice ignoranza: ignoranza e fascismo hanno diritto di cittadinanza in democrazia, ma entrambi sono una minaccia esistenziale per i nostri diritti politici e come tali vanno contrastati "nelle forme e nei limiti della Costituzione").

La categoria di sovranismo quindi andrebbe serenamente archiviata: per descrivere i nemici della Costituzione repubblicana antifascista, cioè i nemici del vostro diritto di concorrere alla determinazione dell'indirizzo politico del vostro paese, è più che sufficiente la categoria di fascismo, che riassume in sé tutti gli attacchi quotidianamente subiti dalla nostra democrazia, a partire da chi sempre più esplicitamente nega il più fondamentale dei diritti politici, il suffragio universale, per arrivare a chi vuole istituire tribunali politici dai nomi altisonanti per fattispecie di reato che o sono indefinite (e allora il pericolo per la democrazia di sanzionarle a maggioranza dovrebbe essere evidente!), o sono già normate dal codice penale (e allora a che servono leggi speciali?).

Lo dico ancora in un altro modo: la categoria di sovranismo ha oggettivamente ribaltato i corretti termini del problema, costringendo sulla difensiva chi semplicemente afferma i principi fondamentali della democrazia costituzionale italiana e la necessità di difenderli da nemici interni ed esterni.

Naturalmente , visto che la categoria di sovranismo è inutile (e quindi dannosa), credo le si debba applicare il noto aforisma del Pedante: se non serve a niente, serve a qualcos'altro.

Il qualcos'altro non è difficile da individuare: dare una bandiera a movimenti dello zero virgola, cui poco importa di portare il degrado nel dibattito politico, pur di rinsaldare la bollicina del proprio consenso, dare un minimo di visibilità a attori del dibattito cui sarebbe il caso che qualcuno finalmente dicesse che la somma di n insuccessi politici non sarà mai un successo politico per n tendente ad infinito, e, naturalmente (e il pericolo è qui), dare agli odiatori autorizzati, ai volenterosi carnefici del politicamente corretto, rigorosamente a norma CE, un utile sfogatoio, un punto dialettico su cui focalizzare i quotidiani due minuti di odio, banalizzando una riflessione politica che ha coinvolto pensatori di cui i sullodati carnefici, in quanto letame, nulla sanno, ma che invece qui abbiamo imparato a leggere e ad ascoltare.

Casualmente nessuno di questi pensatori, né Streek, né Majone (autore di Rethinking the Union of Europe), né Galli, né Canfora, né Zielonka (e la lista potrebbe continuare) ha mai usato la categoria di sovranismo (se sbaglio mi correggerete), limitandosi ad usare quella di sovranità. Ci sarà pure un motivo! Quando ho sete bevo, ma non per questo sono un bevista; senza farci troppo caso respiro (e spero altrettanto di voi), ma non per questo sono un respirista. Perché fare un'ideologia dell'ovvio, cioè del fatto che in democrazia l'indirizzo politico deve essere espresso dal popolo? Quando ideologia rima con tautologia il dibattito va in cortocircuito e il peso delle idee viene sostituito senza possibilità di riscatto da quello dei rapporti di forza.

Siamo sicuri che questa operazione ci avvantaggi?

Le ideologie servirebbero.

La loro mancanza, anch'essa frutto di un'operazione culturale portata avanti col volenteroso contributo di tante brave persone in buona fede (vedi alla voce: più danni della grandine) è la vera radice del degrado in cui il dibattito politico si trova. La morte (presunta) delle ideologie non solo ha lasciato spazio a un'unica di esse (il neoliberismo), come ci ricordava Carlo Galli a Pescara, ma, soprattutto, non ha reso meno ideologica (nel senso di acritica, fideistica, basata sulla logica dell'appartenenza) la conduzione del dibattito. Le ideologie sono, sarebbero utili se basate su qualcosa, non se basate sul niente. Raccogliere le persone sotto la bandiera della CO2, ad esempio, è barbarie, una barbarie le cui motivazioni, la cui political economy, per usare un termine della mia disciplina, abbiamo imparato qui a riconoscere molto presto. Trasformare in ideologia una molecola, anziché una proposta di organizzazione della società, ha un unico ovvio scopo, talmente ovvio che sfugge, pur essendo il proverbiale "ornitorinco nello spritz" (come direbbe Bersani): lo scopo ovvio è ovviamente quello di evitare che la discussione verta sulle proposte di organizzazione della società. Il circuito del risparmio deve essere totalmente privatizzato, come vuole e attivamente coopera a realizzare l'unica ideologia rimasta in vita, con tutto quello che ne consegue in termini di instabilità finanziaria, o deve essere almeno parzialmente socializzato, cioè gestito anche da istituzioni pubbliche (prima fra tutte il sistema del welfare, ma anche istituti di credito, ecc.)? Di questo non si deve parlare: ma si deve invece parlare di quello che serve a farci accettare modelli di organizzazione sociale della produzione precostituiti e definiti altrove, al di fuori di un normale scrutinio democratico.

Mentre siamo qui in trepida e fiduciosa attesa del prossimo immancabile shock finanziario (nel frattempo Repo-satevi...), forse dovremmo porci qualche domanda su questo modus operandi, e in particolare sull'opportunità di trasformare in "-ismo", cioè in ideologia, e quindi in tema di dibattito, e di dibattito gestito in modo strumentalmente divisivo, un'altra ovvietà: il diritto di una comunità di autodeterminare i propri indirizzi politici nel rispetto della propria legge fondamentale. Siamo proprio sicuri di voler (involontariamente?) trasformare questo diritto, che è il respiro della democrazia, in materia di dibattito?

Torno a dire che lo trovo inopportuno.

Era un po' che volevo dirvelo, e ora ve l'ho detto. E adesso scatenatevi: io mi studio l'ennesima bozza della legge di bilancio. Al testo definitivo ormai ci ho rinunciato, e comunque l'esercizio provvisorio non è poi così male, se consideri l'alternativa: una manovra fatta da disperati che stanno usando qualsiasi strumento possibile per raschiare il fondo del barile, comprimendo i diritti del contribuente, giocando sugli effetti immediati dell'alterazione di alcune scadenze, ammantando di nobili motivazioni l'equivalente odierno della tassa sul macinato. Il Signore abbia pietà di loro. Per quanto riguarda noi, ci vediamo il 26 gennaio...

giovedì 9 maggio 2019

La malvagità del banale




(...in un periodo in cui c'è tanto da fare, i miei post tecnici, che ora hanno relazioni introduttive, articoli e commi, sono riservati a un pubblico di specialisti - ma quando saranno pubblicati ne sentirete parlare - e quindi colgo l'occasione per pubblicare i contributi che ricevo da voi. Questo è del nostro amico Mighèl, autore della vignetta che vedete qui sopra, un amico cui dobbiamo la chiusura definitiva del dibattito sul 25 aprile.

Qualche giorno fa mi ha scritto questa lettera...)

Cazzo, Presidente, quanto aveva ragione.
Io, come altri, dovrei maledirla.
Vivevo una vita tranquilla.
Votavo la sinistra (cosiddetta) e tanto mi bastava per sentirmi dalla parte giusta della storia.
Ero bello (giuro), giovane e avevo tanti amici con i quali condividevo l'idea che il fascismo fosse un'appartenenza, mentre invece è un metodo. (cit.)
Quegli amici li sto perdendo tutti.
Tutti.
Ora il fascista, per loro, sono diventato io.
E a volte vorrei potergli dare ragione, vorrei potergli dire che la parte giusta della storia è ancora la loro.
E che sono io che mi sono perso.
Dio la maledica, Bagnai.
Non mi sono perso io.
Ma ho perso, irrimediabilmente, loro.
E gli voglio un bene dell'anima.
mighel.



(...ma come! Tanta retorica sul "sedersi dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati", tanto brechtismo, tanto deandreismo, e poi, alla prova dei fatti, l'unico argomento che avete da opporre a chi scuote le vostre certezze con numeri e argomenti è che poiché voi siete giusti, è la realtà ad essere sbagliata? Poiché voi siete democratici, il suffragio universale va eliminato? Poiché voi siete buoni, chi si lamenta è meschino? Perché voi siete antifascisti, gli altri devono stare zitti? Vi aspetto il 27, cari. Questo mese arriverà la vostra giusta ricompensa...)

(...caro mighel, io ho subito lutti peggiori. Ma ora l'importante è liberarsi: se per liberare il paese dovremo liberarci dei suoi "liberatori", ce ne faremo una ragione ed elaboreremo anche questo lutto...)

martedì 14 novembre 2017

Campo Despedienti (frazione di Giovinia)

(...da un abitante di Giovinia singolarmente a suo agio con la sua lingua materna ricevo e pubblico. A proposito: non è la prima volta che ci manda sue notizie...)




Gentile Professore,


qui a Giovinia rispettiamo la sua decisione, ribadita di recente, di non accettare inviti [NdCN: sono io che ringrazio voi per averla capita, cosa non ovvia, come ricorderete; comunque, vale il principio che chi vuol Cristo se lo prega...]; un po’ però ci spiace, perché se venisse a trovarci qui a Campo Despedienti (località montana meno blasonata di Campo Imperatore ma assai più frequentata – non per vacanza – dai giovini backpackers) troverebbe molte conferme ai risultati del suo lavoro di ricerca di questi anni, per cui le siamo tutti grati (del lavoro, non delle conferme).


Purtroppo nel centenario di Caporetto ai nuovi ragazzi del ’99 le cose non vanno ancora bene; sembra infatti che il presidente dell’Istat, riferendo in audizione al Parlamento sulla manovra, sia stato costretto ad ammettere che nel nostro Paese l’occupazione giovanile non ne voglia propriosapere della ripresa.


Più correttamente il fat(t)o statistico riferito dal prof. Giorgio Alleva è questo: «a settembre il tasso di disoccupazione si è attestato all’11,1%, stabile rispetto ad agosto, con un aumento per le classi 15-24 anni (+0,6 punti percentuali) e 25-34 anni (+0,7 punti)», come riportato a p. 8 dell’Audizione resa lo scorso 6 novembre alle Commissioni congiunte di Camera e Senato; il corsivo è mio, qui la fonte dove sono disponibili i dati che non commento poiché la statistica rientra nel mestiere degli statisti(ci) e, credo, fra le ancillae di quello degli economisti; il mio lavoro talvolta i dati li usa, ma riguarda invece le opportunità per i giovini, assai rarefatte e di cui segue una breve rassegna.

Qui stiamo infatti fra colsénter che delocalizzano (immagino riceva anche Lei chiamate tipo: "buongiorno [alle 21] siniore Cognomedimiamogliesbagliato, vuoli risparmare su boleta di lucegas?") e allettanti offerte per intraprendere una luminosa carriera come dabbawala de noantri a 2,50 Euro a consegna. Capita talvolta qualche offerta per dialogatori, ossia raccogliere fondi per qualche onlus del “terzo settore, quello che “rimpiazza lo Stato” come già previsto in «Possibilità economiche per i nostri nipoti, il breve saggio di John Maynard Keynes, scritto nel 1930, mentre gli Stati Uniti attraversavano la Grande Depressione, nel quale l’economista americano [sic!] già intravvedevaquesto scenario»: un vero centone di perle, eh? tipo l’idea di rendere obbligatorio il volontariato per tutti i lavoratori e studenti! 

Fantastico!


[NdCN: caro giovine: quanti capiranno "centone"?]

Resta sempre la proposta di realizzare le proprie aspirazioni professionali facendo “il salto della quaglia” e in tal caso sono utilissimi i consigli di UngiovineChecellaffatta; oppure, essendo i képis blancs fuori moda rispetto ai romantici tempi di Beau Geste, almeno «se le sfide non ti spaventano e hai voglia di dedicarti ad aiutare gli altri», puoi entrare «subito a far parte del Corpo europeo di solidarietà».

Forse ora penserà «siamo arrivati a questo, all’arruolamento!»: per via diversa, riferendosi a un recente episodio, giunge a un’analoga conclusione Angelo d’Orsi, autorevole storico delle dottrine politiche commentando un volantino che gli proponeva di far parte di una ronda di quartiere; in un’intervista, intitolata significativamente «Abbiamo abolito i partiti e rianimato il fascismo», pubblicata su Il Fatto quotidiano di ieri 13 novembre il prof. d'Orsi sembra unire alcuni puntini.


Qui a Campo Despedienti in primavera ci saranno le elezioni amministrative: non siamo ancora alla declinazione ostiense del trick or treat (pacco viveri o testata), ma potrebbe finire come a Trenzano nel bresciano, poi qualcuno si chiederà perché.


Saluti e buon lavoro.

Anonimo Italiano



(...ve la commentate da voi, e da commentare ce n'è, perché io sono un po' di fretta...)