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sabato 27 dicembre 2025

Ancora su fasheesmo e distribuzione del reddito

Approfitto di una serena e ordinata digestione per soddisfare delle curiosità rimaste insoddisfatte in alcuni post precedenti, in particolare questo e questo, che avevano ad oggetto la dinamica dei salari e la distribuzione del reddito (tema centrale delle nostre riflessioni). Col vostro permesso, parto da una curiosità venuta a me, e poi passo alle vostre.

La quota salari al tempo dei colonnelli

Nel post precedente abbiamo visto che in Grecia la quota salari calò drasticamente al tempo dei colonnelli. Siamo abituati in effetti a pensare che lo scopo del fascismo sia questo: sovvertire la distribuzione dei redditi a vantaggio del capitale, e non importa se chi lo fa sia il Mussolini che piaceva a Churchill o il PD che piaceva a l'Europa: sempre quella roba lì è. La fenomenologia quindi non ci stupisce (con buona pace per chi ancora crede al mito dell'asinistra o della destr'asociale), ma mi era rimasta una curiosità: il crollo della quota salari era dipeso da una repressione del numeratore (salari) o da un'esplosione del denominatore (Pil)? Intendiamoci: se un rapporto diminuisce, è chiaro che la dinamica del numeratore è meno sostenuta di quella del denominatore. La domanda quindi è se si riesca a intravedere nei dati un chiaro cambiamento di struttura in uno (e solo o prevalentemente uno) di questi due elementi.

La formula della quota salari nel database AMECO è questa:

ALCD0 = [(UWCD:NWTD):(UVGD:NETD)]x100

dove UWCD sono i redditi da lavoro dipendente, NWTD sono gli occupati dipendenti, UVGD il Pil (nominale) e NETD gli occupati totali, le variabili sono queste:


(ho evidenziato in azzurro le date corrispondenti al periodo dei colonnelli) e sì, si vede che la crescita del numeratore è stata inferiore a quella del denominatore, ma non si vedono cambiamenti di struttura particolarmente apparenti nelle due serie:


Per razionalizzarlo secondo le nostre categorie ho anche calcolato l'andamento della quota salari come rapporto fra salario reale e produttività:


dove RWGD è il salario reale calcolato come (UWCD/NWTD)/PVGD e PVGD è il deflatore del Pil (nota: noi usiamo invece il deflatore dei consumi), e RVGDE è il prodotto per occupato, calcolato come OVGD/NETD e OVGD è il Pil reale. Il rapporto fra queste due serie ha esattamente la stessa dinamica della quota salari ALCD0:


anche se non le stesse unità di misura (differisce di un fattore di scala costante che dipende dalla scelta delle basi dei prezzi, non vi annoio con inutili dettagli), ma insomma il punto è che se vogliamo riassumere la storia della crescita di salari reali e produttività in Grecia suddividendola per periodi storici non troppo arbitrari quello che otteniamo è una roba simile:


che è come dire che si vede quando i colonnelli se ne sono andati (dal 1975 al 1981 il salario reale recupera sulla produttività, e quindi la quota salari cresce) ma, a differenza di quanto si poteva pensare, non si vede quando sono arrivati (nel periodo precedente al loro arrivo il salario reale cresceva di circa tre punti meno della produttività, più o meno come durante la dittatura, e quindi la quota salari scendeva a un ritmo sostanzialmente analogo a quello che avrebbe manifestato durante la dittatura).

Incidentalmente, l'altro periodo di recupero dei salari reali è stato il 2002-2007, dall'ingresso nell'euro alla crisi, e il nesso credo lo vediate (sia con l'ingresso che con la crisi).

Questa però era una curiosità mia, vengo alle pregiate curiosità vostre.

L'incidenza delle ore di straordinario

marcellocamaioni ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "I salari reali: un aggiornamento":

Una curiosità. Da circa 3 anni si assiste ad un incremento delle ore lavorate marcatamente maggiore rispetto a quello degli occupati, percui durante questo periodo in media ciascun lavoratore lavora più ore all'anno rispetto ai periodi precedenti (qualcosa di simile si vede anche megli anni precedenti l Covid). E' presumibile che ciò sia dovuto ad un aumento delle ore di straordinario, che pur prevedendo un incremento della retribuzione oraria per il lavoratore, probabilmente costa globalmente meno all'impresa (nel computo non si tiene conto di 13°, TFR e vi è uno sgravio dei contributi sociali). E' questo uno dei modi in cui si tenta di aumentare i salari reali per occupato senza compromettere la competitività aziendale? Qual è l'andamento nel tempo del salario medio orario reale o delle unità di lavoro equivalenti?

Pubblicato da marcellocamaioni su Goofynomics il giorno 24 dic 2025, 20:10

Ne abbiamo già parlato quando abbiamo affrontato il tema della scelta dell'input di lavoro nel calcolo del salario reale. Il fenomeno è descritto da questo grafico:


e in effetti, visto che l'andamento delle ore lavorate è più prociclico di quello degli occupati (per il semplice motivo che quando l'attività rallenta, può essere razionale fare labour hoarding anziché affrontare i costi di un licenziamento, e quindi le ore lavorate scendono più rapidamente degli occupati, mentre quando l'attività accelera può essere razionale aumentare le ore lavorate anziché affrontare i costi di una assunzione, e quindi le ore lavorate aumentano più degli occupati), ci aspettiamo che se rapportato all'ora lavorata il salario reale cresca meno nelle fasi di espansione dell'economia (dato che in questo caso il suo denominatore cresce di più).

Anche questo lo avevamo constatato a suo tempo:

ma vi ripropongo le due misure del salario reale (per addetto e per ora lavorata) aggiornate e in modo confrontabile.

Intanto, può essere utile vedere come si sono mosse le tre misure dell'input di lavoro, sia in migliaia:

che sotto forma di numero indice:

Si constata che l'accelerazione delle ore lavorate rispetto agli occupati negli ultimi anni in realtà tende a chiudere il divario che si è aperto con la recessione di inizio secolo ma soprattutto con la Grande crisi globale del 2008 (e successiva austerità), un divario determinato verosimilmente dalla diffusione di lavoro part-time (mentre ovviamente la dinamica delle ore lavorate è fortemente correlata a quella delle unità di lavoro equivalente).

Possiamo poi replicare i calcoli sulla retribuzione in termini reali riferendoli all'ora lavorata:

e confrontare l'andamento delle due misure ottenute:

dove ovviamente siccome al tempo del COVID molti dipendenti erano pagati per non lavorare (e quindi il picco verso il basso delle ore lavorate è molto più pronunciato di quello degli occupati) si assiste al paradosso statistico secondo cui nel Governo Conte II si sarebbe registrato un picco inusitato delle retribuzioni medie orarie, il che influisce anche sulla graduatoria dei Governi, che cambia in questo modo:

sempre con Draghi in ultima posizione, per il cumulo della sorpresa inflazionistica e dell'artefatto statistico che porta il Conte II in prima posizione.

Quindi sì, ci sono ovviamente delle differenze nel profilo del salario reale commisurato all'ora lavorata o agli occupati, ma queste non alterano sostanzialmente le conclusioni del nostro discorso, secondo cui il Governo attuale è quello che ha registrato la migliore dinamica salariale in termini reali (escludendo l'esperienza estrema del Conte II, che operò in condizioni eccezionali a causa dei lockdown).

...e la Spagna?

Omar ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La quota salari al tempo del fascismo":

A me è venuta la curiosità di vedere l'andamento della mitologica Spagna.

Pubblicato da Omar su Goofynomics il giorno 26 dic 2025, 16:42


La risposta potrebbe essere: "E allora vattela a guardare, visto che ti ho dato tutti i riferimenti per poterlo fare!", ma Omar è un lettore attento e quindi eseguo:

Le dinamiche della Spagna sono simili a quelle dell'Italia ma più accentuate: più accentuata la discesa dopo la crisi del 2009, più accentuata la risalita durante il COVID, con un'unica eccezione: la ripresa della quota salari nell'ultimo triennio è meno accentuata (ma la Spagna dal 2020 si trova su un livello superiore al nostro).

Mi sembra di non aver dimenticato nulla, ma se ci sono altre curiosità potete esprimerle e cercheremo di soddisfarle (la quota salari di Russia e Cina no, non sono riuscito a trovarla da nessuna parte...).

sabato 4 ottobre 2025

55 anni di salari italiani trimestrali

Dal mio letto di dolore proseguo l'operazione di spietramento delle mie calzature.

Oggi torno su un tema che qui abbiamo affrontato più volte, e che quindi voi, ma solo voi, in Italia conoscete bene: quello della dinamica salariale nel nostro Paese. La motivazione principale per tornare su questo argomento risiede nella lista di oscene stupidaggini che trovate in commento a questo mio post su Facebook. Non mi riferisco, sia ben chiaro, alle espressioni di dissenso rispetto alla mia valutazione politica, che dovrebbe esservi anch'essa ben familiare, e che in estrema sintesi potrebbe essere riassunta così: staremmo meglio se i sindacati facessero, e soprattutto avessero fatto, i sindacati (difendendo i salari), invece di fare i partiti politici (difendendo l'Unione Europea). Naturalmente per chi, come voi, capisce che questi due obiettivi (salari e Unione Europea) sono incompatibili (per i motivi ultimamente espressi anche da Draghi, cioè perché l'Unione Europea costringe a farsi concorrenza sui salari), questa mia affermazione è banale e scontata.

Si potrebbe portarla a un livello più sofisticato di approfondimento ragionando sul fatto che con la delegittimazione e lo smantellamento dei partiti politici, corpo intermedio di rilevanza costituzionale (art. 49), nei fatti i sindacati sono rimasti l'unico altro corpo intermedio di rilevanza costituzionale (art. 39) a mantenere una struttura organizzata e finanziata. Si può quindi sostenere che il fatto che ormai esercitino una funzione di supplenza rispetto ai partiti nel "determinare la politica nazionale" (art. 49) in senso complessivo, invece di concentrarsi sulla gestione del conflitto distributivo, è anche l'esito di dinamiche tanto perverse quanto oggettive, è anche il riempimento di un vuoto lasciato dall'antipolitica, oltre a essere certamente l'espressione delle velleità parlamentari di personaggi dello spessore di Landini (non questo, che di spessore ne aveva, ma questo...). Fatto sta che l'oblio dei diritti dei lavoratori è nelle cose, lo abbiamo visto (e fra breve lo rivedremo) nel tracciato dei salari, ed è sulle motivazioni di questa negligenza, non su quelle del concomitante impegno in politica, che ci si dovrebbe porre una domanda.

Questa però è materia politica e quindi aperta alla discussione: non ce l'ho con le povere pecore che per un motivo o per l'altro non capiscono che è stato il pastore a portarle al macello, non ce l'ho con chi ritiene di doversi occupare di battaglie altrui avendo rinunciato a combattere le proprie, o per giustificarsi del non averle combattute: va tutto bene! Quello che è veramente desolante è la disinvoltura (e la protervia) con cui chiunque si avventura in materia economica non avendo la benché minima idea di quali siano i concetti chiave, le unità di misura, le definizioni delle variabili, per non parlare della loro dinamica e delle interazioni fra esse previste dalla teoria economica, o semplicemente conseguenti dalla loro definizione! Mi sembra evidente che su queste basi una soluzione realmente democratica dei conflitti è preclusa (altro tema che qui ci è dolorosamente familiare). Di fatto, da molti commenti capirete che pochi sanno che cosa si intende per salario reale, e quindi che cosa ci racconti la sua dinamica: c'è chi chiede di depurarlo dall'inflazione (!), c'è chi sostiene che se il potere d'acquisto è rimasto costante dagli anni '80 non dobbiamo lamentarci (!), e via andare...

Lo scopo di questo post è duplice.

Da un lato voglio riprendere la "Breve ma veridica storia dei salari italiani" (che quindi vi consiglio di rileggere), per due motivi:

  • perché da quando l'abbiamo scritta, a maggio 2025, si sono aggiunti due punti dati (corrispondenti ai primi due trimestri del 2025), e voglio vedere se nel primo semestre di quest'anno si è mantenuto il trend di recupero del potere d'acquisto che avevano evidenziato, e se abbiamo recuperato i valori pre-pandemia;
  • perché voglio estenderla all'indietro, fino al 1970, utilizzando i vecchi dati di contabilità nazionale trimestrale (io non butto mai nulla), in modo da vedere se questi dati trimestrali di fonte ISTAT restituiscono lo stesso profilo visto in "La crisi dei salari e la produttività" (che quindi vi consiglio di rileggere), cioè una crescita lungo tutti gli anni '70 che si arresta all'inizio degli anni '80 su livelli sostanzialmente prossimi a quelli attuali.

Dall'altro, siccome sappiamo che la flessione dei salari (e quello che c'è a monte, cioè l'aumento della disoccupazione, e ancora a monte il taglio degli investimenti pubblici, cioè l'austerità) serve a recuperare competitività, cioè a migliorare la propria bilancia dei pagamenti e la propria posizione finanziaria netta sull'estero, voglio aggiornare l'analisi fatta in "La ricchezza esterna delle nazioni" (quando l'abbiamo scritto c'era ancora Draghi!), per vedere se il recupero dei salari si è già riflesso in una perdita di competitività e ha già cominciato a compromettere la nostra posizione debitoria netta nei confronti del resto del mondo.

Procederò quindi estendendo separatamente i due grafici e evidenziandone le principali caratteristiche. Per snellezza di trattazione, la metodologia (che trovate comunque nei post citati qua sopra) sarà descritta in appendice.

Breve ma veridica storia del salari italiani: aggiornamento

Il grafico aggiornato al secondo trimestre 2025 e esteso fino al primo trimestre 1970 è questo:


(dettagli tecnici in appendice). Elenco le caratteristiche più apparenti:

  1. la crescita dei salari reali sta proseguendo, dopo una pausa nel primo trimestre del 2025, il livello raggiunto nel secondo trimestre 2025 è 6822 euro a trimestre ai prezzi 2020 (rispetto ai 6791 dell'ultimo trimestre 2024), ma siamo ancora dell'1,5% al disotto del livello pre-pandemia (quello dell'ultimo trimestre 2019, pari a 6928. Quindi bene, ma naturalmente non benissimo (ci mancherebbe altro!), e il rallentamento dell'economia mondiale non aiuterà (ricordate? Per distribuire valore bisogna produrlo);
  2. il profilo dei dati trimestrali sui 55 anni considerati è quello che emerge dai dati annuali: crescita vigorosa fino all'inizio degli anni '80, poi un primo arresto, poi di nuovo crescita fino al 1992, poi una flessione, poi una stasi fino alla crisi finanziaria globale, poi una flessione, poi una stasi fino alla pandemia, poi un'altra flessione, e poi la ripresa di cui parlavamo. Diciamo però che il fasheesmo, cioè Giorgia, a occhio e croce con la stasi dei salari c'entra poco. Quando questa è iniziata, lei aveva quattro anni, e per quanto possa essere stata pestifera non credo che riuscisse a perturbare le variabili macroeconomiche.

Il massimo storico, pari a 7347, resta nell'ultimo trimestre del 2005.

Più avanti entriamo nel merito di tutte queste caratteristiche, mettendole in relazione con i cambiamenti strutturali dell'economia italiana, con i governi in carica, ecc.

La ricchezza esterna delle nazioni

Estendendo al 2024 il grafico (che qui si fermava al 2020) otteniamo:

In questo caso le cose vanno decisamente meglio. Nonostante la ripresa dei salari, nel 2023 e 2024 prosegue il deprezzamento reale (cioè l'aumento della competitività) del nostro Paese e conseguentemente migliora la sua posizione netta sull'estero, che è diventata creditoria (positiva) nel 2021 e che nel 2024 ha raggiunto il massimo da quando siamo entrati nell'euro (ma in effetti è il massimo storico, almeno dal 1970, come potreste verificare al solito posto). L'andamento a specchio delle due variabili, previsto dalla teoria economica, è assolutamente confermato dai dati. Si vede anzi che quando nel 2022 il deprezzamento reale si arresta per un anno, la posizione netta sull'estero peggiora lievemente.

Nota bene: siccome una diminuzione della disoccupazione, o un aumento dell'occupazione, fa aumentare i salari, quindi i prezzi, e quindi fa apprezzare il tasso di cambio reale (che è il rapporto fra i prezzi nazionali e esteri), e quindi diminuire la competitività, e quindi peggiorare la bilancia dei pagamenti, e quindi aumentare l'indebitamento estero (o diminuire l'accreditamento estero), non è per niente banale avere simultaneamente il massimo storico dell'occupazione e della posizione  (creditoria) netta sull'estero.

Non lo dico per fare i complimenti alla mia maggioranza, che secondo me nemmeno se ne rende conto (sentite mai qualcuno parlare del vero debito, quello estero?). Lo dico perché siamo qui per parlare di economia, e questa configurazione dei fondamentali macroeconomici è piuttosto inedita e merita di essere evidenziata.

Qualche commento

Partirei dai più ovvi.

Intanto, i salari reali sono i salari nominali depurati per l'effetto dei prezzi. A benefici dei piddini che mi commentano su FB, ricordo che "reale" in economia non è il contrario di "immaginario", ma di "nominale o a prezzi correnti". Il salario reale cioè misura il potere d'acquisto, la "quantità di cose" (res) che puoi comprare col tuo salario. 

Quindi:

  1. non ha senso chiedere di depurare dall'inflazione il salario reale, perché per definizione già ne tiene conto;
  2. non ha nemmeno senso dire che se rimane costante va tutto bene.

Il secondo punto merita un approfondimento.

No, non è corretto dire che se il potere d'acquisto dei salari resta costante allora siamo a posto, per il semplice motivo che per il lavoratore non è un gran vantaggio poter comprare la stessa quantità di cose in un mondo in cui ci sono più cose da comprare! In altri termini, non è detto che quando non crescono i salari reali (la parte di prodotto che va ai lavoratori) non cresca l'economia (e quindi il prodotto totale)!

Se calcoliamo il rapporto fra il monte salari e il prodotto interno lordo otteniamo un rozzo indicatore della quota salari (variabile di cui ci siamo occupati in diverse occasioni):


e constatiamo un altro dei "fatti stilizzati" che i lettori di questo blog conoscono bene, ma l'average Joe piddino non vorrà mai ammettere: al tempo dell'inflazione a due cifre negli anni '70 della liretta e della svalutazione (secondo l'immaginario distorto dei piddini), la quota salari si è mantenuta o è andata crescendo, mentre lungo tutti gli anni '80 e fino alla metà degli anni '90 la quota salari è andata diminuendo, questo perché a partire dagli anni '80, mentre la produttività continuava ad aumentare, la remunerazione reale del lavoro restava costante. Quello che vedete nel grafico soprastante, in altre parole, è la conseguenza di quanto vedete in questo grafico:


che forse ricorderete (ve lo avevo mostrato un anno addietro parlando de "La crisi dei salari e la produttività"). In estremissima sintesi, mentre la corsa dei salari reali si è arrestata con il divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia (all'inizio degli anni '80), cioè con le politiche di disinflazione, quella della produttività si è arrestata con l'ingresso nell'euro, cioè con le politiche di deflazione, il che comporta che dall'inizio degli anni '80 alla metà degli anni '90 la quota salari sia diminuita, cioè il tenore di vita delle classi salariate non sia rimasto costante, ma sia arretrato in termini distributivi (la relazione fra produttività, salario reale e quota salari voi la conoscete perché ho dovuto spiegarla a un collega che non la conosceva), in concomitanza del resto con l'aumento della disuguaglianza.

Questo dibattito non è meramente teorico, è anzi dannatamente pratico! Quello che ci dice infatti è che se in termini di salario medio in termini reali oggi siamo tornati ai livelli del 2013, che poi erano quelli del 1988, in termini di quota salari siamo tornati ai livelli del 2010, che poi erano quelli del 1970! Questo spiega come nonostante una dinamica dei salari in crescita i lavoratori non percepiscano un effettivo beneficio, e naturalmente fa capire ancora meglio quanto sia lontana la radice del problema.

Ovviamente non mi fiderei troppo di questi calcoli fatti "sulla carta del prosciutto". Se però prendiamo la variabile "adjusted wage share" calcolata dal database AMECO, con riferimento a variabili diverse (AMECO rapporta i redditi da lavoro dipendenti nominali al Pil nominale e aggiusta ulteriormente per il rapporto fra occupati dipendenti e totale degli occupati) otteniamo una dinamica sostanzialmente simile:


con un declino lungo tutti gli anni '80 e '90 che sarà piuttosto difficile recuperare, in un mondo in cui il capitale ha decisamente più del solito il coltello dalla parte del manico.

In ogni caso, credo sia sufficientemente ovvio che né la mitologica "inflazzione a due cifre" né la temibilissima "svalutazzione" hanno un rapporto immediato e diretto con la dinamica della quota salari, o semplicemente dei salari reali. I salari reali, come qui vi ho fatto vedere fin dall'inizio, sono andati crescendo (e la quota salari è cresciuta o si è mantenuta comunque stabile) nel periodo dell'esecranda "inflazzione a due cifre", come mi pregio di farvi nuovamente vedere su dati trimestrali:


ma anche:


talché pare proprio che contrariamente a quanto credono i piddini, nel lungo termine l'inflazione sia piuttosto amica che nemica dei lavoratori, e sui motivi ci siamo dilungati (ma se qualcuno ha dubbi, sono qui per rispondere). Aggiungo che i salari reali sono diminuiti con l'austerità fra 2011 e 2014, ma non con la svalutazione competitiva dell'euro fra 2015 e 2020! Insomma, il meraviglioso mondo di Drindrin resta una fola per bimbi sciorni (ma rigorosamente col pieiccdì).

Conclusioni

In Italia la crisi salariale va avanti da decenni: la colpa non è del fasheesmo (nel senso di Giorgia), ma, come sappiamo, di un esito del conflitto distributivo per tanti motivi sfavorevole ai lavoratori, per via del quadro complessivo della terza globalizzazione, e, nel nostro contesto regionale, della necessità di competere al ribasso sui salari cui prima dell'euro costringeva anche il Sistema Monetario Europeo. Va da sé che poter trasferire sul mercato valutario una parte dell'aggiustamento macroeconomico aiuterebbe, ma, come del resto dimostrano anche i grafici che abbiamo visto (o rivisto) non è detto che sarebbe risolutivo. La discesa della quota salari, o, se volete, la stasi del salari reali, è iniziata infatti quasi venti anni prima della moneta unica, e se da un lato è vero che il vincolo esterno monetario era già in opera (attraverso il meccanismo di cambi fissi ma aggiustabili dello SME), è pur vero che all'epoca una parte dell'aggiustamento poteva ancora essere scaricata sui cambi (come accadde nel 1992). Nell'unione monetaria il sentiero che la politica economica può percorrere è particolarmente stretto, come ricordava il buon Pier Carlo. Credo converrete con me che lui questo sentiero lo ha percorso con minori risultati del Governo attuale, sia in termini di dinamica salariale, che in termini di assetto dei conti con l'estero. Avere al tempo stesso il massimo storico dell'occupazione e della posizione netta sull'estero non è senz'altro merito di questo governo: probabilmente è molto più merito del fiscal overkill messo su dal PD e dalla troika. Fatto sta che le accuse fatte a questo governo di aver causato la crisi salariale "perché non ha approvato il salario minimo" sono piuttosto ridicole, ne converrete. Non è questo che dicono i numeri.

Qualcuno potrebbe obiettare: "Certo, ma i numeri dicono anche che si potrebbe fare di più! In fondo abbiamo recuperato un buon margine di competitività, potremmo anche spingere di più sul meccanismo deficit-investimenti pubblici-crescita-occupazione-aumento dei salari, senza compromettere troppo i nostri conti con l'estero!" Questo argomento ha una sua tenuta logica ed è esattamente quello che farei anch'io da professore. C'è però un pezzo di complessità del reale che temo sfugga anche a voi. Nei modelli econometrici la spesa pubblica è una variabile, G, che si può far aumentare o diminuire con un clic. Nella realtà, ci sono di mezzo non solo la Ragioneria Generale dello Stato e le regole europee, ma anche il codice degli appalti, la Corte dei Conti, i bandi europei, gli uffici dei ministeri, delle regioni, delle province e dei comuni, dove il personale non c'è, o è troppo anziano, o non è abbastanza formato (perché c'è stato il blocco del turn over, ricordate?), o è troppo scojonato, perché solo l'anno scorso sono stati allocati dieci miliardi per un primo rinnovo dei contratti. Vi ricordate quando pareva crollasse il mondo perché avevamo proposto un deficit al 2,4%? Vi ricordate poi come andò a finire? Che si spese l'1,6%. Come mai? Perché la macchina amministrativa di cui disponiamo, logorata da anni di austerità a trazione PD, non è in grado di assorbire il carico di lavoro necessario per seguire la mole di spesa che astrattamente sarebbe necessaria per rimettere in piedi la baracca. Avrebbe senso far ripartire la solfa dello spread, attirare su di noi invece su chi se la merita (Francia e Germagna) l'attenzione dei mercati, per fare promesse di stimolo di bilancio che poi non saremmo in grado di mantenere? Varrebbe la pena di sostenere in anticipo il costo dell'incertezza sui mercati, senza poter incassare a valle il beneficio dello stimolo di bilancio, solo per far contento er sor Perepè, il compagno Rizzovich, e Foffoletta647827 su Twitter?

Può darsi che secondo voi questo sia essere keynesiano. Non credo che funzioni così, ma ove mai fosse, devo dirvi che preferisco, per me e per voi, essere giorgettiano, o semplicemente napoleonico: "Non bisogna mai interrompere un nemico mentre sta facendo un errore!". Ripeto: perché dovremmo schiantarci sui mercati noi, ora che stanno shortando gli OAT?

"Ma er popolo soffrono, laggente ci hanno fame!"

Beh, sì, questo credo di saperlo, ma è pur vero che siamo in democrazia, e quindi se ci troviamo su un sentiero stretto questo in qualche modo è avvenuto per scelta del popolo sovrano, cui a questo punto, nel suo interesse, dobbiamo sconsigliare di buttarsi di sotto (per questo basterebbe un PD qualsiasi, che ovviamente correrebbe in soccorso degli angioini)! Sapete benissimo che cosa penso di questo percorso: non l'ho scelto, lo trovo irrazionale, ve ne ho spiegato i limiti in lungo e in largo. Ma finché i commenti al grafico dei salari reali sono quelli che ho suscitato su Facebook, vi assicuro che non avremo (e infatti non abbiamo) la forza politica di fare una cosa che in questo momento tra l'altro è inutile: forzare delle regole che... stanno logorando i nostri nemici!

Quindi alle lamentationes de "er popolo" (che ha quello che desiderava) si provvederà, come è giusto, ma mantenendo un quadro ordinato e mantenendo margine di competitività. Ognuno di noi, istintivamente, tende a ragionare in modalità BAU (business as usual). Eppure dovreste sapere, perché è un po' che ne parliamo, che sono dietro l'angolo una guerra e una crisi finanziaria (whatever comes first).

Non è il momento migliore per farsi notare.

E se Foffoletta647827 ci toglierà il follow, ce ne faremo una ragione: non sapendo chi è, ignoriamo l'entità del lutto che dovremmo elaborare, ma possiamo precauzionalmente stimarla a zero e tirare dritto.

Dichiaro aperta la discussione generale (già immagino gli iscritti a parlare...).

Appendice

Per estendere fino al 1970 le serie di contabilità nazionale ho usato una vecchia versione della contabilità trimestrale dal 1970q1 al 1996q3 che avevo usato per un aggiornamento di questo modello. Naturalmente le serie erano in miliardi di lire anziché in milioni di euro. Inoltre la base dei prezzi era in quel caso il 1990 anziché il 2020. Ne consegue che rifacendo i calcoli separatamente sui due database veniva fuori una roba simile:


con una evidente soluzione di continuità, determinata dai due fattori sopra ricordati (diversa valuta, diversa base dei prezzi) e da una serie di revisioni minori, ad esempio nei criteri di revisione degli occupati. Per ottenere una serie relativamente uniforme ho convertito tutto in euro usando il noto cambio irrevocabile (666 lire per euro) e ho retropolato indice dei prezzi e occupati dipendenti utilizzando i tassi di crescita delle vecchie serie, applicati al primo valore delle nuove. Naturalmente all'ISTAT storcerebbero il naso, ma qualora desiderassero applicarsi loro al compito di ricostruire le serie di CN trimestrale fino al 1970 non credo che con metodi molto più sofisticati otterrebbero risultati particolarmente diversi, tanto più che qui quella che ci interessa è l'informazione "a frequenza zero", su cui le revisioni di cui vi parlavo non impattano (come non impatta la conversione in euro, che è semplicemente una moltiplicazione per una costante).

Quanto alla ricchezza esterna delle nazioni, i tassi di cambio reale vengono da qui e la posizione netta sull'estero viene da qui. Come ricorderete dal post del 2022, l'indicatore di competitività è dichiaratamente discutibile: si tratta del tasso di cambio bilaterale fra Italia e Germania, che quindi misura la competitività rispetto a un particolare partner commerciale, mentre la posizione netta è riferita all'intero resto del mondo. Fatto sta che per le caratteristiche strutturali della Germania e per il peso che ha nel nostro commercio questo indicatore è molto esplicativo delle vicende del nostro indebitamento estero, con un coefficiente di correlazione attorno a -63%.

martedì 20 maggio 2025

Il crepuscolo degli sghei


A commento del post precedente, visto che il tempo è poco e le domande sono tante, vi fornisco un breve contributo cotto e mangiato da Eurostat perché riflettiate sul senso e il nonsenso di certe valutazioni del tipo: "Ma se la Germania cresce poco perché i tedeschi sono ricchy!", e via argomentando (o meglio: provandoci):

Nel periodo fra 2018 e 2022, che a qualcuno, non so perché, sembrava particolarmente rilevante (io la penso diversamente perché è un periodo "disturbato" da eventi eccezionali, ma tant'è), il Pil tedesco è aumentato di 522 miliardi di euro, le esportazioni di 348 miliardi di euro, e il monte salari di 211 miliardi di euro, il che significa, ripercorrendo a ritroso, che non tutti i soldi che entrano a fronte di esportazioni vanno in salari, e che il Pil non aumenta solo per le esportazioni. Fatto sta che mentre la quota di esportazioni sul Pil è cresciuta dal 43% al 46%, la quota salari è scesa dal 44% al 43% e questo non è per nulla strano, come non è strano che si accumuli ricchezza in un Paese in cui gli investimenti (e quindi la crescita reale) sono repressi, dal momento che come dovreste sapere bene almeno fin da quando parlammo della Premiata armeria Hellas contabilità vuole che:

X - M = S - I

Quindi ovviamente a esportazioni nette positive corrisponde un'esportazione di risparmio (e un'accumulazione di ricchezza: è il mercantilismo, bellezza!). Il problema è sempre quanto sia sostenibile questo modello, il modello che forza gli altri a fallire sotto il peso del debito accumulato. Mi sembra che sia ormai una evidenza conclamata quella che nel 2011 era solo un educated guess: non è sostenibile, e infatti non si sta sostenendo.

La Germania è in recessione da due anni, se non ve ne siete accorti.

Tutto qua.

(...sono a disposizione dopo il primo turno delle amministrative per valutare se quello che micuggino o la tal banca d'affari ha detto della ricchezza dei tedeschi sia compatibile con quello che la contabilità nazionale ci racconta. Il semplice schema che vi ho proposto ci dice che qualche tedesco si è sicuramente arricchito, e che molto verosimilmente costui rientra nella classe di persone a bassa propensione marginale al consumo, cioè rientra fra i ricchi...)

domenica 27 aprile 2025

Produzione di squilibri a mezzo di squilibri

Parafraso il titolo di un libro che mi venne imposto dal docente di storia delle dottrine economiche quando ero iscritto a filosofia. Potete immaginare quanto riuscissi a capire di un testo così tecnico, ma all’epoca funzionava così, non si era ancora affermata l’ideologia del facilismo, con le sue carte patinate e i suoi box riassuntivi dai colori tenui: i docenti universitari buttavano tutti in piscina e poi si interessavano a quelli che sapevano nuotare. Suona un po’ darwinista, e forse lo è (mi perdonerà Enzo che ho rivisto con piacere ieri sera), ma il fatto è che nella sua apparente scorrettezza quel sistema funzionava.

Oggi però non voglio parlarvi della conversione dei valori in prezzi (quindi non voglio neanche spiegare che cosa sia a chi ha la fortuna di non saperlo), ma di una conversione molto più semplice: quella degli euro in dollari, ponendo qui a voi in modo più articolato e disteso, una domanda che ieri ho posto a un amico in una conversazione privata, e poi, in serata, a una platea ristretta di studenti in un seminario altresì privato, dove ci siamo molto divertiti (nel senso eletto ed etimologico del termine):



La domanda parte dalle osservazioni di Paolo Torp al post su Unione Europea e squilibri globali, e in particolare dalla sua constatazione di quanto lucida fosse la visione che Geithner aveva del tema degli squilibri globali. Come penso di avervi ricordato più volte, e senza nulla togliere alla capacità analitica e alla chiarezza di esposizione di Geithner (o dei suoi stagisti), in tanta consapevolezza non v’era nulla di miracoloso. I global macroeconomic imbalances erano un tema di ricerca assestato e consolidato da anni negli Stati Uniti, arrivato poi qui con il consueto ritardo di fase della nostra produzione accademica, tant’è che due anni prima anch’io mi ci ero buttato per scrivere un lavoro sul ruolo svolto dalla Cina nella loro formazione.

Ora, nel post in questione ironizzavo sul fatto che all’epoca Geithner diceva al G20 quello che oggi Draghi balbetta in audizione.

A parte il ritardo di Draghi, in fondo non è così strano che eventually (che non significa "eventualmente", ma "alla fine", nonostante quello che pensano i colleghi che chiamano il pi greco “Pai” come le patatine e i decenni “decadi”) i due si ritrovino su una diagnosi condivisa. Diagnosi che poi è quella della migliore economia ortodossa ed eterodossa da sempre, e, con maggiore consapevolezza, in particolare dai tempi degli accordi di Bretton Woods, dove, come sapete, il contrasto fra le posizioni americana e inglese verteva essenzialmente su come strutturare il sistema monetario internazionale perché arginasse l’emersione di squilibri globali, ovvero sul tema, oggi di particolare attualità grazie alle posizioni espresse dagli esperti di Trump, della condivisione dei costi di quella struttura cruciale per lo sviluppo economico che è l'architettura finanziaria internazionale (ne parlammo occupandoci di Keynes, Draghi, Gollum e i tassi negativi).

Questa unità di visione attraverso il tempo è tanto meno strana in quanto Geithner e Draghi sono cuccioli più o meno riusciti della stessa nidiata globalista. Eventualmente (nel senso di eventualmente!) può apparire strano che posizioni simili siano espresse dal segretario al Tesoro di Obama e dagli esperti di Trump! Che cosa potrà mai avere in comune il presidente statunitense che Berlusconi definiva “abbronzato“, fulgida icona della globalizzazione, con l’attuale presidente statunitense? La risposta superficiale credo sia “niente!". Penso che ci possano anche essere risposte meno superficiali e più articolate (che però nessuno mi sta dando), ma intanto andiamo avanti con la domanda che ieri ho posto due volte: se per gli Stati Uniti, indipendentemente dall’orientamento politico di chi li conduce, gli squilibri globali sono un problema, è mai possibile che non si siano posti e non si stiano ponendo il tema del ruolo dell’euro?

Mi spiego.

Anche gli squilibri globali sono, a modo loro, un “bene” (cioè un male, un’esternalità negativa), e vale quindi per loro quello che vale per gli altri beni. Esattamente come una Volkswagen, così anche uno squilibrio globale, per poterlo esportare, devi prima produrlo. La fabbrica delle Volkswagen (o almeno la sua principale sede legale) è a Wolfsburg, quella degli squilibri è a Francoforte: è la BCE. Come vi ho documentato nel post sugli squilibri globali, un paio di giorni fa, e nei post cui esso rinvia, la “materia prima“ del colossale squilibrio commerciale esportato dall’eurozona a partire dagli anni '10 è costituita dai tanti squilibri regionali fra Germania e paesi appartenenti al mercato unico. Questi squilibri regionali, costruitisi grazie all’euro, si sono poi riversati sui mercati globali a causa dell'austerità, che aveva prosciugato la capacità del mercato unico di assorbirli. Il punto è che se in primis questi squilibri non ci fossero stati, nessuna austerità avrebbe potuto contribuire a esportarli! Ai neofiti e ai passanti ricordo in sintesi che l'euro ha permesso alla Germania di vendere le proprie auto (e le proprie lavatrici, e i propri sommergibili...) all'Europa periferica a un prezzo relativamente contenuto perché non influenzato dal marco forte, e ai paesi periferici di indebitarsi a tassi molto convenienti per comprare le auto tedesche perché distorti al ribasso dalla "credibilità" dell'Unione economica e monetaria: gli squilibri nascono così, per una duplice inibizione del meccanismo di formazione di un prezzo di equilibrio in due mercati importanti, quello valutario (che avrebbe naturalmente condotto a un cambio tedesco più alto) e quello finanziario (che avrebbe naturalmente condotto a tassi di interessi greci, portoghesi, spagnoli ecc. più alti). Può sembrare strano ai profani che quello che è stato descritto come un bene assoluto (i bassi tassi di interesse) si riveli un male (un incentivo all'indebitamento), ma per i professionisti due principi dovrebbero essere assodati: che non ci sono pasti gratis e che non esistono distorsioni benefiche del mercato...

Ora, qui bisogna rovesciare una frase a me tanto cara di Keynes ne “Le conseguenze economiche di Mr. Churchill”: “chi vuole il fine vuole anche i mezzi per realizzarlo!”. Dobbiamo cioè chiederci se, perché e fino a quando gli Stati Uniti potrebbero volere il mezzo (cioè l’euro) visto il fine che realizza (cioè gli squilibri globali), fine al quale loro si sono sempre detti contrari in un’ottica assolutamente trasversale dal punto di vista degli orientamenti politici.

Ecco: mentre nella conversazione privata con uno di voi sono riuscito ad andare al punto in modo abbastanza rapido, ho seri dubbi che intervenendo al seminario io sia riuscito a farmi capire.  Come vi dicevo in un commento al post precedente, il costo di una accresciuta consapevolezza rischia di essere l'autoreferenzialità. Un costo che forse paghiamo anche qui: per farmi capire da chi è appena arrivato sono costretto a citare altri post di questo blog, il che, mi rendo conto, trasmette un senso di autoreferenzialità (ma ogni post in realtà cita letteratura e dati "esterni"), anche se è semplicemente un modo per tenere insieme il filo del discorso.

Faccio un esempio delle mie difficoltà nel dibattito di ieri sera, partendo da un argomento che ho sentito formulare, quello secondo cui “dobbiamo stare con Trump perché scardina il sistema”, cioè, in sintesi, “il nemico del mio nemico è necessariamente un mio amico”. Ora, non è che io non lo condivida, questo approccio, come sapete! Per me che sono entrato in politica con un unico obiettivo, quello di espellere gli occupanti abusivi del concetto di “sinistra”, qualsiasi cosa li faccia impazzire è naturalmente benvenuta! Tuttavia, mi fa un po’ sorridere che le persone che ragionano così siano le stesse che poi con fare pensoso e riflessivo affermano un’altra banalità, cioè che “di tattica si muore”. Il dibattito fra tattica e strategia ha una lunghissima dignità anche nelle scienze economiche e si riconduce al dibattito se il lungo periodo possa essere o meno considerato come la somma di tanti brevi periodi. Non è di questo che voglio parlare, dovrei studiare molto per aiutarmi e aiutarvi a capire questo dibattito, peraltro irrisolto, ma voglio solo stabilire il punto che “il nemico del mio nemico è mio amico” è un ragionamento intrinsecamente tattico: mi suggerisce come posso fare un danno al mio avversario, ma non mi definisce l’obiettivo che voglio raggiungere, sia esso la vetta del Monte Porrara o una più equa distribuzione del reddito.

Il dibattito di ieri sera era anche arricchito, e in qualche modo confuso, dall’apporto di diversi geopolitici, categoria che qui abbiamo trattato un po’ come gli ingegneri, liquidandoli affettuosamente e forse un po’ affrettatamente, e di cui mi piace evidenziare un paradosso: a quel che capisco, secondo loro la geografia dominerebbe in quanto determina l’accesso a risorse strategiche per lo sviluppo economico, ma l’economia sarebbe però una categoria trascurabile. Insomma: la geografia ci interessa perché determina l’economia che però non ci interessa. Sul primo pezzo della proposizione non posso che essere d’accordo, da persona che con la geografia lotta ogni settimana sulle creste delle montagne, e che quindi è in grado di capire perché Passo Lanciano o Forca di Penne si chiamino così - anche se oggi pochi li percorrerebbero per raggiungere le rispettive località eponime (sì, perché ci sarebbe anche quell’altro dettaglio: sulla geografia regna la geologia, ma il percorso che porta dai lenti movimenti delle placche tettoniche all’estrema volatilità del tasso di cambio è un pochino troppo lungo e oggi ce lo risparmiamo)! Sul secondo ho qualche dubbio. In effetti, quello che attribuisce a un particolare elemento della tavola periodica lo status di risorsa è la sua capacità di soddisfare bisogni che in alcuni casi sono determinati dalla biologia, ma in molti altri dall'economia. Pensate alle famose terre rare (che rare non sono): quello che le ha fatte diventare così cruciali è stata la risposta statunitense al surplus della Germania, il Dieselgate con il conseguente reindirizzamento dell'automotive tedesco verso il green (e connessa sceneggiata gretina). Come la definiremmo questa dinamica se non economica? E quindi viene prima l'uovo geografico o la gallina economica?

È un po’ come l’altro paradosso, quello secondo cui la volontà di potenza della politica è indirizzata a espandere la propria sfera di influenza economica, ma l’economia non conta perché c’è il primato della politica! Fatto sta che senza sghei non si armano eserciti, e il primato della politica va così a farsi benedire di fronte al primato della contabilità (che ha a più che vedere con l'economia che con la politica).

Non voglio però commettere l’errore dal quale vi metto sempre in guardia, quello per cui se sei un martello ogni problema ti sembra un chiodo. Non mi viene in mente nessun modo consentito dalla legge per vincere una partita a scacchi con un martello (mentre quello non consentito dalla legge è ovvio: suonarlo in fronte all’avversario, che poi è quanto regolarmente avviene sullo scacchiere internazionale)! Non voglio quindi sminuire assolutamente il ruolo di altri approcci analitici, considerando che le categorie economiche in 15 anni di riflessione non mi hanno consentito di trovare una risposta a questa semplice ma fondamentale domanda: che cosa vogliono fare gli Stati Uniti dell’euro (e quindi dell’Europa)? È chiaro che a questa domanda non si può trovare risposta nell’ambito della mera ottimizzazione, soprattutto perché la funzione obiettivo ci è ignota, e il contesto è di informazione estremamente asimmetrica. Cercherò di promuovere un dibattito su questo tema coinvolgendo più competenze, ma intanto “mi verrebbe da” (cit.) dirvi in che cosa penso che la dimensione economica possa aiutarci, e per farlo vi ricorderò alcuni "fatti stilizzati" economici che secondo me dovrebbero essere integrati (e non so se lo siano) nel ragionamento "geopolitico" per dargli una piena rotondità. Perché sì, va bene la KernEuropa, vanno bene le "grandi potenze talassocratiche", va bene tutto, ma poi la sera, o almeno a mezzogiorno, qualcosa in tavola ci deve essere, e la categoria rilevante in questo caso è indubbiamente quella di distribuzione del reddito...

Parto da una delle cose in qualche modo “dissonanti“ con le categorie della mia professione che ho sentito ieri: l'idea che la globalizzazione sarebbe stata provocata dal crollo del muro di Berlino, e sarebbe il tentativo di dare una risposta al mutamento degli assetti geopolitici determinato da questo crollo. Ora, gli economisti sono abbastanza d’accordo sul fatto che la terza ondata di globalizzazione sia in realtà iniziata quasi un decennio prima, cioè all’inizio, non alla fine, degli anni ‘80, e si sia manifestata in termini istituzionali sotto forma di una liberalizzazione progressivamente indiscriminata dei movimenti di capitale (le "riforme strutturali", come oggi si direbbe, all'epoca furono quelle). La liberalizzazione era lo strumento che serviva al capitale per sconfiggere definitivamente il lavoro mettendo in concorrenza il penultimo con l’ultimo proletariato (fuori di metafora, portando i capitali a costruire fabbriche dove il lavoro costava di meno). Volendola buttare in politica, questo significa che la tromba della globalizzazione ha squillato non quando il blocco occidentale ha sconfitto i comunisti a casa loro, ma quando il capitale ha sconfitto il lavoro in casa propria. Volendola dire in un altro modo, in questa lettura la terza globalizzazione comincia quando il capitale ha vinto la lotta di classe, non è la battaglia che ha consentito al capitale di vincerla (ricordo agli interessati anche il post in cui abbiamo affrontato specificamente il tema delle caratteristiche strutturali di questa globalizzazione).

Ora, un geopolitico secondo me è assente giustificatissimo dai presupposti di questa interpretazione della realtà. Gli mancano almeno due elementi che noi invece qui possediamo. Il primo è la constatazione di un fatto: la crescita dei salari reali da noi termina alla fine degli anni ‘70 (quando i salari si fermano e la produttività prosegue per un po’ il suo cammino); il secondo è la nozione di che cosa sia la “repressione finanziaria” e di cosa comporti la sua affermazione o il suo smantellamento. Il primo fenomeno ve l’ho messo in evidenza fin dall’inizio e l’ultima volta nel post sull’Italietta della liretta, sul secondo ci siamo soffermati più volte, a partire dal post su produttività, salari, crisi, logaritmi, marxiani, onestà, che è comunque un post fondante di questo blog e che vi consiglio di rileggere anche per capire che il fenomeno dell’arresto dei salari reali non è circoscritto al nostro paese:


ma è un fatto stilizzato, anzi: il fatto stilizzato più significativo per caratterizzare le dinamiche del blocco occidentale, un fatto che non può essere eluso da spiegazioni che ambiscano a fornire basi solide a ragionamenti predittivi.

Mi viene qui in mente un altro paradosso: in tutte le conversazioni “geopolitiche” prima o poi salta fuori il concetto, assolutamente dignitoso e condivisibile, secondo cui l’ordine mondiale proposto, esposto, imposto, dalle cosiddette democrazie liberali non sia assolutamente l’unico modello di democrazia. Il paradosso consiste nel fatto che quelli che affermano questa indiscutibile verità nella stragrande maggioranza dei casi mettono in disparte, o proprio non considerano, il fatto che anche all'interno del perimetro delle democrazie liberali esistono diversi possibili atteggiamenti verso l’egemonia del mercato. Anche qui: non vorrei che l’essere un "martello" docente di politica economica mi facesse vedere ogni problema come il "chiodo" del rapporto fra Stato e mercato. Tuttavia, non porre al centro questo tema quando si ragiona dei rapporti politici in uno Stato o fra gli Stati mi sembra un errore. Ve la dico in un altro modo: magari nell’affermare che un altro mondo è possibile si dovrebbe partire dal chiedersi se un’altra Banca centrale sia possibile, il che presuppone la conoscenza del percorso storico che ha portato a questa indipendenza, e la capacità di trarre un bilancio sull'esperienza dell'indipendenza…

Ora, torno al punto cui volevo condurvi: la lettura secondo cui la terza globalizzazione inizia alla fine degli anni  ‘80 può naturalmente convivere con la datazione che del fenomeno danno economisti, se si aggiunge un passaggio, ipotizzando che l’Unione Sovietica fosse già tecnicamente morta all’inizio degli anni ‘80. In questo caso, però, il crollo del muro da elemento "fondativo" della terza globalizzazione andrebbe letto come evento di enorme portata simbolica (quella è innegabile), ma che i capitalismi occidentali non hanno avuto bisogno di aspettare per regolare i conti con i loro proletariati, o almeno per porre le basi istituzionali che consentissero loro di regolare questi conti in modo più spiccio (l’indipendenza della Banca centrale si afferma infatti all’inizio degli anni ‘80). Tuttavia, e qui vado al punto, per capire se sulla relazione con Trump si debba costruire una tattica o si possa articolare una strategia, cioè, in altri termini, per capire se Trump sta veramente scardinando l’ordine mondiale instauratosi alla fine degli anni ‘70 con la sconfitta del lavoro, cioè della classe media, e la vittoria del capitale, cioè del capitalismo dei fondi, credo sia fondamentale avere un’idea condivisa e argomentata di quando è iniziato questo ordine mondiale e in che modo. In altre parole, ho qualche difficoltà con chi mi dice che la terza globalizzazione è finita grazie a Trump, o comunque che Trump vuole porre fine ai suoi giorni (per quanto io possa trovare auspicabile questa prospettiva), ma non mi fornisce una datazione del suo inizio collimante con l’evidenza che vi ho mostrato, cioè con i principali fatti stilizzati riferiti alla distribuzione del reddito nel "primo" mondo!

L’argomento che pure ieri ho sentito, cioè che Trump vorrebbe scardinare tutto in quanto ha preso sul personale il fatto che gli abbiano sparato addosso, non mi sembra molto convincente, non ne fa di per sé “uno di noi”. Questo non tanto perché a quasi nessuno di noi (spero) qualcuno ha sparato addosso, quanto perché, come ampiamente dibattuto al tempo dei "punturini" parlando di quanto la storia insegna, la minaccia esistenziale diretta è comunque un fondamento molto labile per la costruzione di una solidarietà di classe. Sparare addosso a un miliardario non ne fa necessariamente un paladino della classe media, indipendentemente dal fatto che il colpo vada a segno o meno...

Insomma, non sono riuscito a capire bene, ma è un limite mio, in base a quale ragionamento datino ad oggi la fine della globalizzazione quelli che ne datano l’inizio dalla caduta del muro (e che quindi non riescono a spiegarci come mai la quota salari nei paesi occidentali sia scesa in picchiata dieci anni prima che il "comunismo" venisse sconfitto). Quello che so, però, e che qui credo sappiamo tutti, è che il dato veramente segnaletico non è tanto quello su cui, tanto per cambiare, i media vogliono che voi concentriate la vostra attenzione (“dazi sì, dazi no”), quanto il tema più complessivo del rapporto di questa amministrazione con le istituzioni della globalizzazione, e in particolare con l’indipendenza della Banca centrale.

Quella è la battaglia da seguire.

Qui abbiamo ampiamente discusso sul ruolo che l'indipendenza della Banca centrale gioca nell'orientare la distribuzione del reddito a vantaggio della rendita finanziaria (ad esempio, alle pagg. 267 e seguenti de Il tramonto dell'euro). Basti pensare che da noi l’indipendenza ha condotto alla lunga stagione degli avanzi primari, che sono stati altrettanti trasferimenti di risorse dei contribuenti ai percettori degli interessi sul debito (categorie che in alcuni casi possono coincidere, ma che proprio nel meraviglioso mondo dell'indipendenza si sono progressivamente disaccoppiate). Oggi il fronte di questa eterna lotta è destinato a scaldarsi ancora di più, per il semplice motivo che sia negli Stati Uniti che nell’Unione Europea gli orientamenti politici necessariamente conducono a tensioni inflazionistiche: non credo di dovervi spiegare nulla circa le tensioni inflazionistiche intrinseche nella strategia Green in cui l’Europa ha cercato salvezza e che rilutta ancora ad abbandonare in modo chiaro e definitivamente segnaletico, e penso di non dovervi spiegare che voler rimpatriare le fabbriche negli Stati Uniti, in cui il tasso di disoccupazione è vicino ai minimi:


significa accettare il rischio che ci siano tensioni inflattive, per l'operare della curva di Phillips, di cui parlammo spiegando lo scopo inconfessato della riforma del mercato del lavoro, e su cui siamo tornati recentemente per spiegare come si fa a far scendere i salari.

La domanda quindi diventa: questa promozione, consapevole o meno che sia, di un ambiente di crescita (nel caso degli Stati Uniti) o decrescita (nel caso dell'Unione Europea) moderatamente inflazionistica verso quale scenario ci porta? Per usare le categorie di Reinhart e Sbrancia, stiamo aprendo a una "liquidazione del debito pubblico" (e non solo pubblico), realizzata tramite la promozione di una crescita moderatamente inflazionistica e della regolamentazione dei mercati dei capitali, cioè della "repressione finanziaria", con il conseguente abbandono del dogma dell'indipendenza della banca centrale e la riappropriazione dello strumento monetario da parte dei governi, o ci trincereremo dietro il dogma dell'indipendenza (per quanto la sua applicazione non abbia praticamente mantenuto alcuna delle tante promesse fatte), innalzando i tassi di interesse e conducendo il sistema economico a un progressivo soffocamento (cioè giapponesizzandoci, per usare l'espressione di Krugman che vi ho ricordato parlando dei negazionisti del declino)?

La battaglia è questa, come ben sapete: nei miei testi e in questo blog il tema dell'indipendenza della Banca centrale (ma più in generale dell'esistenza di istituzioni indipendenti dall'espressione della sovranità popolare) e la sua declinazione locale, cioè il divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia, è sempre stato centrale, perché indissolubilmente legato a una domanda che non è parente così distante di quella da cui siamo partiti: chi deve decidere sulla distribuzione del reddito? Questa decisione è tecnica o politica? Spetta a burocrati non eletti e privi di responsabilità politica o a rappresentanti dei cittadini, soggetti alla volontà popolare attraverso il processo elettorale (cioè quella cosa da cui Monti voleva proteggere le decisioni importanti, che per lui andavano appunto riposte "al riparo dal processo elettorale")?

Non sono mai riuscito a capire (per mia superficialità, s'intende) quanto i geopolitici "mettano a tema" (come credo direbbero) questa domanda, che però è la domanda fondativa del vivere comune. Fatto salvo Robinson Crusoe, che non aveva motivi di porsela (e che non a caso è diventato paradigma economico del modello neoclassico - quello che nel becero e disinformato dibattito nostrano viene chiamato "neoliberista"...), chiunque non se la ponga non è un cittadino particolarmente consapevole né uno studioso particolarmente illuminante dei processi sociali.

A questa domanda è legata la domanda da cui siamo partiti: che cosa vogliono fare gli Stati Uniti dell'Europa? Immagino che i geopolitici (o i politologi, o gli ingegneri, o gli editorialisti dei grandi giornali in caduta libera) abbiano lettura diverse e tutte interessanti del significato del Trattato di Maastricht, ma dal punto di vista tecnico è piuttosto evidente che "la ciccia" è nell'articolo 104, quello che ha istituzionalizzato e formalizzato il "divorzio", cioè l'indipendenza della Banca centrale dal potere esecutivo. Quanto reggerebbe l'Occidente (immaginando che esso si componga di America settentrionale ed Europa) nel caso in cui gli Stati Uniti rinunciassero all'indipendenza della Banca centrale, per assicurare un regime di crescita moderatamente inflazionistica, e l'Europa reprimesse la propria crescita sotto la sferza di alti tassi di interesse? La repressione della crescita significa, come sapete, repressione delle importazioni, quindi promozione di surplus di bilancia dei pagamenti, quindi, ancora una volta, per finire da dove abbiamo cominciato, produzione di squilibri (commerciali) a mezzi di squilibri (istituzionali).

La posta in gioco è questa. Trump ha bisogno di una Banca centrale accomodante per realizzare il suo progetto di reindustrializzazione degli Stati Uniti, i cui sistemi d'arma, mi dicono gli esperti, dipendono ormai in modo preoccupante dalle tecnologie cinesi. Se il rimpatrio delle catene del valore strategiche, con le conseguenti tensioni inflazionistiche, venisse stroncato da politiche di alti tassi di interesse, l'intento strategico sarebbe frustrato. Lo sarebbe però anche se qui da noi si continuasse a esportare squilibri, magari sotto forma di carri armati VW!

Ecco: io alla domanda che da anni mi pongo (e che ieri ho posto due volte con scarso successo) ancora non so rispondere, ma qualcosa mi dice che vivrò abbastanza da vedere quale sarà la risposta della Storia. Come vedete, i temi posti tredici anni fa nel Tramonto dell'euro e più in generale nel corso della nostra lunga conversazione mantengono la loro centralità anche oggi che la crisi non si presenta sotto le categorie dell'economico (non è fallita nessuna grande banca, non si parla di spread, ecc.) ma del politico (la richiesta esplicita di Trump all'Unione Europea di scegliere in quale campo stare). Almeno in questo senso il tanto lavoro fatto e il tanto tempo passato insieme non sono stati inutili.

Buona domenica!

lunedì 20 gennaio 2025

Voltafaccia (s.m.)

(...proseguiamo con la nostra analisi lessicale...)


"Sta venendo giù tutto! Si riposizionano! Abbiamo vinto!..."


Calma!


Da qualche giorno sto cercando di condividere con voi un paio di concetti, ma tutte le volte che ci provo la diretta salta per la telefonata "a secco" di qualche sconsiderato. Questo weekend mi sono ritagliato un po' di tempo per metterle qui a verbale, sperando che non scoppi qualche altra grana che mi impedisca anche di scrivere.


(...sarebbe ora che mi imparassi a stare zitto: da quando scrivevo queste parole venerdì scorso è successo l'inverosimile, tant'è che mi ritrovo a chiudere questo post oggi! Devo assolutamente ricordarmi del fatto che le mie parole hanno valore performativo: se dico "a meno che non scoppi qualche grana", poi la grana scoppia...)


Forse converrebbe partire dalle conclusioni, ma prendo il rischio, invece, di partire da un episodio storico che ignoravo e che ben esemplifica quanto vorrei condividere.

Tutti qui sappiamo (rectius: crediamo di sapere) che dopo la crisi valutaria del 1992 Mario Monti ammise che svalutare ci aveva fatto bene:

Questo articolo del 13 settembre 1993, che trovate ancora qui, ci era stato segnalato da Alberto, che ogni tanto vedo ancora con piacere affacciarsi, il 25 novembre del 2011 in un commento al secondo post di questo blog, quello in cui spiegavo che Monti avrebbe dato la risposta giusta alla domanda sbagliata.

Veniamo alla cosa che non sapevo.

Un altro lettore, KitKot3 (forse erede di un Kit Kot che è con noi dal 2017), ci ha segnalato tre giorni fa da fonte secondaria (un saggio di Sergio Ricossa), come il 20 giugno 1992 invece Monti fosse fieramente avverso all'ipotesi di svalutazione, e come si fosse espresso in tal senso dalle colonne del Corriere della Sera. KitKot3 non aveva il riferimento diretto, ma io ho la biblioteca del Parlamento e quindi eccoci qua:


Uno dei pochi autentici privilegi della casta è quello di poter alimentare la memoria! La lettura di quel numero del Corriere:


ha suscitato in me emozioni contrastanti. Ero nei miei 30 anni, Tangentopoli era iniziata da 142 giorni, Amato stava facendo le consultazioni, avendo ricevuto due giorni prima da Scalfaro l'incarico di formare il Governo (le Camere erano state sciolte a febbraio da Cossiga, che si sarebbe poi dimesso ad aprile dopo le elezioni politiche), e se ne andava in giro per Roma in motoretta:


come quel matto di "Supergiovane" (cit.), mentre Forlani esibiva ancora per poco il suo smagliante sorriso... 

Où sont-ils les lapins d'antant...

Ma torniamo a noi: se restiamo ai titoli, il voltafaccia è clamoroso!

20 giugno 1992: "Perché oggi non si può svalutare".

13 settembre 1993: "La svalutazione ci ha fatto bene".

Da qui, suppongo, la solita solfa scipita e petulante: "Ma come fa a dire il contrario di quello che ha detto prima? Ma era in buona fede? Ma perché i giornalisti non lo inchiodano alle sue contraddizioni?" e via dicendo...

Decisamente non è in simili circostanze che date il meglio di voi!

Tralasciando la questione che temo ormai irrisolvibile del farvi capire che quando si parla di politica, e non della compravendita di un fondo agricolo, di un'auto usata o di una lavatrice, il concetto di "buona fede" non ha alcuna rilevanza pratica (semplicemente perché ritengo che esplorare la dimensione soggettiva di chi danneggia i nostri interessi non ci aiuti a difenderli: gli voteremmo a favore se sapessimo che era "in buona fede"? Di converso: ci lasceremmo sparare addosso da una persone perché in buona fede pensa che vogliamo aggredirla?), a domande tanto accorate quanto vuote credo che se ne potrebbero opporre due, asciutte: "Ma perché leggete solo i titoli?", anzi: "Ma perché non leggete nemmeno i titoli?"

Partiamo dalla prima domanda: i titoli in effetti non andrebbero proprio letti, perché essi sono il Male assoluto, sono il prodotto della cosiddetta "sintesi giornalistica", una elegante perifrasi con cui si suole indicare la menzogna più abietta e miserabile. Fermarsi ad essi è quindi un errore che si paga nel modo più sanguinoso: facendosi manipolare dai nemici dei nostri interessi!

Monti non ha detto che la svalutazione ci aveva fatto bene

Prendiamo l'articolo del 1993, il cui titolo è un virgolettato: "La svalutazione ci ha fatto bene". Inutile dire che nel testo queste parole non le troverete (provare per credere). Sì, è vero: nell'intervista Monti si addentra in una prolissa palinodia che, con moltissima buona volontà, e (immagino) con una certa irritazione dell'interessato, potrebbe anche riassumersi in quel modo. Ma in effetti Monti non dice da nessuna parte che la svalutazione ci ha fatto bene, anzi: sta bene attento a distanziarsi da chi, dopo il fattaccio, prendeva questa posizione. Testualmente, il Mario minor afferma: "vi è una tendenza in Italia a considerare la svalutazione come uno degli elementi positivi del nuovo panorama, anche da parte di coloro che fino al 13 settembre scorso si erano pronunciati a favore del mantenimento del cambio. Io sono tra questi [intendendo, evidentemente, "coloro che fino al 13 settembre scorso si erano pronunciati a favore del mantenimento del cambio", non certo quelli che "tendono" a considerare la svalutazione un elemento positivo, NdCN] e perciò mi sono chiesto ogni tanto in che cosa fosse giusta e in che sbagliata la posizione [sottinteso: mia e che non rinnego, NdCN] che poi è stata smentita dai fatti".

Insomma, il Mario minor non afferma che il riallineamento ci ha fatto bene ma riferisce che sta cercando di capire perché non ci ha fatto tanto male quanto lui credeva che ci potesse fare. I timori che avrebbe nutrito nel 1992 erano, secondo quanto riferiva nel 1993, che il riallineamento:

  1. avrebbe avuto conseguenze inflazionistiche;
  2. avrebbe interrotto il processo di risanamento della finanza pubblica.

Monti riconosce che questo non è successo, e quindi non riconosce che "la svalutazione ci ha fatto bene", ma, mi ripeto, riconosce che "la svalutazione non ci ha fatto male", e cerca di spiegarsi perché.

Sul primo punto la spiegazione è questa: 

In sintesi, le drammatiche conseguenze inflazionistiche paventate sarebbero state smorzate dalla recessione e dagli accordi di luglio 1992 con cui venne soppressa la scala mobile

Sul secondo punto, la spiegazione invece è questa:

In sintesi, la svalutazione sarebbe stata così catastrofica da impaurire le parti sociali determinando consenso attorno alla manovra restrittiva (da una cinquantina di miliardi...).

Ora, prima ancora di valutare nel merito (scarsissimo) questi argomenti, cosa che mi ripropongo di fare dopo aver analizzato il contenuto dall'articolo precedente, vi faccio notare che già da questo capiamo che il voltafaccia è solo nel titolo: Monti non ha mai detto che la svalutazione ci aveva fatto bene.

Monti ha detto che la svalutazione ci avrebbe potuto fare bene

D'altra parte, se facciamo un passo indietro e torniamo all'articolo del 20 giugno 1992, basta rileggerne bene il titolo: "Perché oggi non si può svalutare". Monti non dice: svalutare ci farebbe male (nel qual caso, se nel 1993 avesse poi detto - ma non l'ha detto - che svalutare ci aveva fatto bene si sarebbe contraddetto)! Monti dice: oggi non possiamo, ma domani ci farà bene!


(...a beneficio di tutti i fuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuurbi che abbiamo incontrato in tanti anni di Dibattito, di quelli che la sanno lunga, di quelli che vengono a spiegarmi che Giorgetti così e che Fedriga colà, e che l'euro non è una buona idea, ecc.: troppi panini dovete mangiare prima di arrivare al livello del Mario minor, figuriamoci di quello maior!...)

Eh già, visto che sorpresa? Mentre non abbiamo evidenza che Monti ci abbia mai detto che la svalutazione ci aveva fatto bene, abbiamo prova provata (scritta) del fatto che Monti ci ha detto che l'inflazione avrebbe potuto farci bene! Esattamente il contrario di quello che pensavate voi, esattamente nell'articolo in cui voi pensavate (fuorviati da Ricossa) che avesse detto il contrario di quello che in effetti ha detto.

Ma anche qui giova entrare nella linea del ragionamento, in particolare per apprezzare la capacità, che molti di voi non hanno, ma il Mario minor sì, di scegliere con estrema cautela il lessico, di celare le proprie intenzioni dietro perifrasi accuratamente ponderate. Eh già! Perché il Mario minor, come il Mario maior, difendono gli interessi di persone intelligenti, che quindi sanno leggere (e leggono) fra le righe: non di analfabeti funzionali sobillati da arruffapopolo da strapazzo, dagli scopiazzatori di Goofynomics, da quelli che pensano che il 2025 sia il 2011, e quindi cercano il like sulla base di modalità di comunicazione tatticamente inappropriate...

Quanta pazienza ci vuole: ma non con Formigli, con voi!

Il ragionamento del Mario minor nel suo articolo del 1992 (tre mesi prima del riallineamento) è piuttosto lineare. Riallineare il cambio nell'estate del 1992 sarebbe stato impossibile perché gli altri Paesi membri non ce lo avrebbero consentito:


(e questa ovviamente è una sciocchezza, tant'è che poi abbiamo riallineato), ma soprattutto (e la ciccia del ragionamento è qui):


Capito? La preoccupazione del Mario minor era che, senza il ricatto di un cambio forte, non ci sarebbe stata una "profonda modifica nei rapporti fra lo Stato e il mercato del lavoro". Frase sibillina: che rapporti ha lo Stato col mercato del lavoro? Lo Stato lo disciplina, lo Stato vi accede (per le assunzioni), che cosa vuol dire Mario minor? Ma lo dice, basta leggerlo! La svalutazione "renderebbe meno cogente la pressione perché quegli interventi, che incontreranno profonde resistenze, siano impostati e realizzati". Insomma: se si fosse riallineato c'era il rischio che saltassero quelli che poi, il mese successivo, sarebbero stati battezzati come accordi di luglio, cioè l'abolizione della scala mobile.

Discussione e conclusioni

Rimetto le cose in ordine, perché magari vi siete persi.

Il 20 giugno del 1992 Monti non dice che la svalutazione ci avrebbe fatto male: dice che ci farà bene se però prima avremo riformato il mercato del lavoro smantellando la scala mobile, cosa che nel caso fosse venuta meno la "pressione" esercitata dal cambio forte si sarebbe rischiato di non fare.

Il 13 settembre del 1993 Monti non dice che la svalutazione ci aveva fatto bene: dice che non ci aveva fatto male come lui credeva perché non aveva impedito le politiche di rigore (e non aveva causato inflazione).

Non c'è alcuna contraddizione: c'è una coerenza assoluta attorno a un'agenda politica (se vogliamo proprio chiamarla così: io parlerei semplicemente di indirizzo politico) orientata a redistribuire il reddito dal lavoro al capitale. E non c'è alcun "complottismo"! Che l'economia funzioni così, cioè che il cambio forte serva a esercitare una pressione su alcune parti sociali (quelle più deboli) è materia da libro di testo! Non ci credete? Ecco qua:



(tratte da La politica economica nell'era della globalizzazione, di Nicola Acocella, che adottavo nei miei corsi): "introdurre un elemento esterno di disciplina al comportamento di alcuni operatori... contrastare politiche salariali ritenute inflazionistiche...".

Tutto chiaro, no?

Ovviamente qualcuno potrebbe dire: "Ma nel pensiero del Mario minor, oltre a non esserci contraddizione - che effettivamente non c'è, perché leggendo il testo degli articoli non ci si trova quello che lettori frettolosi credono di aver letto in un titolo ambiguo e in un altro truffaldino - c'è anche sollecitudine verso il povero lavoratore: il Mario minor vuole salvare da se stesso l'elettore che, non essendo disciplinato, si esporrebbe all'inflazzzzzzzzzzzzzzzione, la più iniqua delle imposte ecc. ecc.".

Ecco.

Questa è la scemenza che va di moda nel Paese dei campanelli, quella secondo cui un riallineamento dello x% si traduce in una variazione dei prezzi interni dello x%. Il Monti del 1993 potrebbe giustificare quello del 1992 dicendo: "Ma io volevo solo evitare che i salari reali venissero falcidiati dall'inflazione! Ed è stata la riforma della scala mobile a evitare che lo fossero! Quindi ho fatto bene a sconsigliare un riallineamento nel 1992, e posso spiegare con le riforme intervenute il fatto che poi nel 1993 a riallineamento effettuato non ci sia stata una fiammata di inflazione!"

Ma noi sappiamo che questo argomento sarebbe specioso: lo sapevamo ex ante e lo sappiamo ex post. Ex ante, le stime del pass-through fra riallineamento e prezzi interni sono piuttosto basse! Lo studio più esaustivo resta ancora quello, che vi ho citato spesso, di Goldfajn e Verlang (2000), da cui traiamo questa tabella:


secondo cui dopo un anno al più un terzo della eventuale svalutazione si traduce in inflazione, e nei casi di crisi valutaria il trasferimento è ancora più lento:


tant'è che gli autori riconoscono che:


Ma anche ex post abbiamo visto che la modifica profonda delle istituzioni del mercato del lavoro non ha minimamente alterato il trasferimento di shock esterni all'inflazione interna! Ricordate questo grafico?


Lo avevamo visto insieme qui, e ci dice sostanzialmente che il trasferimento dei costi delle materie prime sull'inflazione interna è oggi assolutamente proporzionale a quello che era stato negli anni '70. Questo significa, in buona sostanza, che tante riforme del mercato del lavoro non hanno alterato in modo significativo la risposta del sistema.

Ora: si può mandare assolto il Mario minor per il fatto di non aver letto nel 1993 un articolo scientifico uscito nel 2000, come pure per non aver constatato nel 1992 che nel 2023 gli shock esterni avrebbero avuto più o meno lo stesso impatto che nel 1973! Non occorre a questo scopo troppa indulgenza per chi come noi è affezionato ad Aristotele e al calendario! Direi però che è molto, molto grave che nel 2025 ci siano ancora dei cretini che vanno in giro a dire che "una svalutazione produce un beneficio illusorio perché l'inflazione prodotta si mangia i salari reali". Non succede mai, come abbiamo documentato qui, l'unica eccezione essendo il Messico, proprio perché fa eccezione anche nel grafico di Goldfajn e Verlang!

Torno però al punto, che andrà sviluppato ulteriormente:


KitKot3 ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La svalutazione è una droga!":

«Monti è sempre stato piuttosto rilevante, e se avesse detto che era opportuno svalutare ...»

Comprendo questa sua argomentazione, però qui non si tratta di un'intervista, bensì di un articolo sul Corriere che riporta la sua firma e titolato: Perché, [sic!]] oggi non si può svalutare.

Fonte: «Corriere della sera» del 20 giugno 1992.

Perché scrivere un articolo in merito se intellettualmente non condivideva la difesa della lira e politicamente una sua dichiarazione contraria avrebbe avuto ripercussioni politiche di cui non voleva assumersi le responsabilità? Non sarebbe stato più opportuno tacere?

Pubblicato da KitKot3 su Goofynomics il giorno 15 gen 2025, 18:56


Chiaro cosa c'è che non va in questo approccio? Chiare le motivazioni del collega Monti? Chiaro il loro fondamento politico, e la loro (in)consistenza economica?

Ecco.

Credo che questo case study possa essere utilizzato per mettere in prospettiva anche alcuni voltafaccia più apparenti che reali cui abbiamo assistito negli ultimi tempi (diciamo dal 2015 in poi). A conclusione, riporto due considerazioni che ho espresso nelle mie ultime dirette.

La prima è questa: ognuno di noi si sente unico (perché lo è), ma da qui a ritenere che la sensazione di vivere tempi unici sia fondata ce ne corre.

La seconda è questa: la vera svolta non sarà quando loro verranno a dirci le nostre verità, ma quando noi saremo lì a dire le loro menzogne.

(...immagino i commenti...)