Tesi
luca grignani ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Una cortesia":Comincio a notare anche qui sul blog di Bagnai una certa qual avversione verso la sovranità monetaria.....
Antitesi
Da "Il tramonto dell'euro", p. 277:E dopo che si fa?
Proviamo allora a unire i puntini.
Questa crisi richiede un deciso cambio di paradigma, che è
fuori dalla portata di chi si ostina a difendere l’esistente, per difetto etico
(collusione col potere, incapacità di ammettere un errore), o politico
(incapacità di immaginare un cambio di rotta senza sopportare enormi costi in
termini elettorali). Il nuovo paradigma, evidentemente, deve muovere dal
superamento degli errori del vecchio, e da una percezione chiara, e articolata
per priorità, dei problemi che abbiamo di fronte. Problemi, giova ricordarlo,
che quando non sono stati creati, non sono stati nemmeno risolti dall’entrata
nell’euro. Problemi, va anche detto, che non
sono tutti alla nostra portata, né come singoli, né come collettività
nazionale. Tuttavia se prima non si acquisisce una consapevolezza, è
impossibile proporre un’azione politica tale da coinvolgere altri soggetti
(siano essi il vicino di casa, o altre nazioni europee). L’agenda di quello che
si può fare parte anche da una visione costruttiva, e non scaltramente
distruttiva, di quello che non si può
fare, o non da soli, o non adesso.
Il quadro sopra delineato chiarisce che l’uscita dall’euro,
di per sé, non risolverebbe tutti i problemi. Ma questo nessuno potrebbe
pensarlo, nessuno l’ha mai né creduto né detto né in Italia né altrove. Le
analisi dei possibili percorsi di uscita dall’euro abbondano e sono facilmente
consultabili su Internet. Da inventare c’è veramente poco, e nessuna fra le
analisi proposte, che esamineremo in dettaglio, considera l’uscita dall’euro
come risolutiva. Chi sostiene il contrario è disinformato o in cattiva fede.
Se abbiamo unito bene i puntini, l’agenda mi sembra sia
evidente: bisogna smontare pezzo per pezzo le istituzioni partorite dai
paradigmi fallimentari che hanno messo in crisi la nostra economia e soprattutto
la nostra democrazia, seguendo quattro linee guida:
1)
Uscire dall’euro, come affermazione di sovranità
e di democrazia, riprendendo il controllo della politica valutaria.
2)
Ristabilire il principio che la Banca centrale è uno strumento del potere
esecutivo, e non un potere indipendente all’interno dello Stato.
3)
Riprendere il pieno controllo della politica
fiscale, non più costretta ad agire in funzione prociclica (cioè a rispondere
alle crisi con tagli).
4)
Adottare, nella misura consentita dagli atteggiamenti
dei partner commerciali, e propugnare nelle sedi istituzionali, una politica di
scambi con l’estero basata sul principio che squilibri persistenti della
bilancia dei pagamenti, quale ne sia il segno, cioè siano essi surplus o
deficit, devono essere simmetricamente combattuti, secondo il principio che
abbiamo definito dell’External Compact.
Riprendere il controllo della politica
valutaria significa, in primo luogo, lasciare che il tasso di cambio nominale
torni a un valore più allineato con i fondamentali dell’economia. Per l’Italia,
oggi, ciò implica una svalutazione non catastrofica, di un ordine di grandezza verosimilmente
inferiore a quello sperimentato dalla lira dopo la crisi del 1992, o dall’euro
nei primi due anni della sua introduzione. In nessuno di questi due precedenti
storici l’Italia è stata devastata dall’iperinflazione. Discuteremo fra breve,
razionalmente, quale sarebbe l’impatto di questo provvedimento sul nostro
tenore di vita. Ma riprendere il controllo della politica valutaria significa
anche rientrare in possesso di uno strumento che consenta di difendersi da
shock esterni, siano essi determinati da crisi economiche, siano essi il risultato
di politiche deliberate di aggressione commerciale (nelle pagine precedenti
abbiamo visto esempi dell’uno e dell’altro caso).
Riprendere il controllo della politica
monetaria significa:
1)
Rifiutare il dogma dell’indipendenza della Banca
centrale, e quindi l’art. 104 del Trattato di Maastricht, il quale al primo
comma recita:
È
vietata la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di
facilitazione creditizia, da parte della BCE o da parte delle Banche centrali
degli Stati membri (in appresso denominate “Banche centrali nazionali”), a
istituzioni o organi della Comunità, alle amministrazioni statali, agli enti
regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico
o a imprese pubbliche degli Stati membri, così
come l'acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della BCE o
delle Banche centrali nazionali.
Se ciò comporti un’uscita dall’Unione, o
solo una sospensione dell’applicazione del Trattato, è materia controversa, la
cui soluzione dipende comunque dall’atteggiamento delle controparti europee (ne
parleremo più avanti). Certo, alla luce di quanto abbiamo detto finora,
l’Italia, se intende difendere i valori fondanti della propria Costituzione,
non può più permettersi di aderire a un progetto d’integrazione continentale
fondato sul principio antidemocratico della costituzione di un “quarto potere”
monetario indipendente. L’insofferenza crescente nelle sedi internazionali
verso questo principio e verso l’ideologia ad esso sottostante potrebbero consigliare
atteggiamenti interlocutori alle controparti europee.
2)
Rivedere la riforma bancaria del 1994, ripensando
il concetto di banca “universale” o “mista”, di derivazione tedesca, da essa
introdotto, e ristabilendo la separazione delle funzioni fra banca commerciale
e banca d’affari, sancita in Italia dalla legge bancaria del 1936. Quest’ultima
si ispirava al Glass-Steagall Act del 1933, che aveva riformato il sistema
bancario statunitense smantellando i meccanismi che avevano fomentato la
speculazione borsistica prima della crisi del 1929. Oggi numerosi commentatori
(ad esempio, Stiglitz, 2012) attribuiscono all’abrogazione del Glass-Stegall
Act una responsabilità diretta nella crisi finanziaria statunitense, e nei
paesi anglosassoni è animato il dibattito sul cosiddetto ring fencing (separazione delle funzioni)[1].
3)
Reintrodurre il “vincolo di portafoglio”, cioè
l’obbligo per le banche di acquistare titoli di Stato fino a una certa quota
del proprio attivo. Questa norma, introdotta nel 1973, aveva lo scopo di
contenere il costo del debito pubblico, favorendone il collocamento. Essa venne
abrogata nel 1983, “anche grazie all’incessante pressione di Mario Monti”
(Zingales, 2012). Andreatta (1991) ricorda che il progetto complessivo di
“divorzio” prevedeva la “costituzione di un consorzio di collocamento tra
banche commerciali”, ma che “i tempi non erano maturi per affrontare questi
aspetti e la Banca d’Italia preferì procedere solo sul nuovo regolamento della
sua presenza nelle aste”. Prevalse insomma la “linea Monti”, che, come sempre,
aveva motivazioni ideali “alte” (favorire l’efficienza allocativa del mercato),
e conseguenze politiche più spicciole (orientare il conflitto distributivo). Vedremo
che la reintroduzione di un simile vincolo viene data per scontata da tutte le
proposte più sensate di smantellamento dell’euro, sia che provengano da
economisti di sinistra come Sapir (2011b), sia da economisti espressione della comunità
finanziaria come Bootle (2012).
Riprendere il controllo della politica
fiscale significa evidentemente ripudiare gli obiettivi di pareggio di bilancio
e di rientro coattivo del debito verso soglie prive di particolare valore
economico, come quelle stabilite dal Fiscal
Compact. Ciò posto, la politica fiscale dovrebbe:
1)
Nel breve
periodo, stimolare l’economia attraverso una politica di piccole opere volte:
a.
alla riqualificazione del patrimonio pubblico (edilizia
scolastica, patrimonio artistico e archeologico, ecc.);
b.
alla messa in sicurezza del territorio
(viabilità locale, monitoraggio e gestione del rischio idrogeologico, ecc.);
c.
all’integrazione e riqualificazione degli
organici della pubblica amministrazione, stabilizzando le posizioni precarie,
normalizzando i percorsi di carriera e le procedure di reclutamento.
Queste
misure devono avere come obiettivo complementare quello di rilanciare
l’occupazione, riportando rapidamente il tasso di disoccupazione sotto al 6%,
e riattivando il tessuto economico del paese, tramite la valorizzazione del
tessuto delle piccole e medie imprese.
2)
Nel
medio-lungo periodo, finanziare e gestire misure che favoriscano la crescita
sostenibile e la competitività del paese, da orientare secondo i seguenti assi
prioritari:
a.
Definire le linee di un piano energetico
nazionale che affronti il tema del contenimento degli sprechi e
dell’incentivazione delle energie rinnovabili, adeguando il paese alle best practices europee, con l’obiettivo minimo di rispettare l’obiettivo
definito dalla strategia europea 20-20-20 (Parlamento Europeo, 2008), rispetto
alla quale l’Italia si trova in ritardo (Deutsche Bank, 2012), e l’obiettivo
strategico di ridurre la dipendenza da fonti fossili, che vincola la crescita
del paese.
b.
Adeguare, anche in questa ottica, gli
investimenti in istruzione e ricerca al livello dei partner europei, portando la
spesa in ricerca e sviluppo dall’1% al 2% del Pil, riaffermando il ruolo chiave
dello Stato nell’incentivazione e nella tutela della ricerca fondamentale.
c.
Recuperare il digital divide (ritardo nell’uso delle tecnologie digitali) che
separa l’Italia dagli altri paesi industrializzati e ne penalizza la crescita, adeguando
il paese ai requisiti dell’Agenda Digitale Europea (Unione Europea, 2012c;
Messora, 2011).
d.
Adeguare la dotazione infrastrutturale del
paese, con particolare riguardo alle reti di trasporto locale.
e.
Promuovere una riforma strutturale della
Pubblica Amministrazione volta all’abbattimento dei costi della politica e
della corruzione, incidendo in particolare sulla disciplina delle società a
partecipazione pubblica (disciplina delle nomine, ripristino dei controlli di
legittimità sugli atti, ecc.), e su quella delle autonomie locali attuata con
la riforma del Titolo V della Costituzione (Barra Caracciolo, 2011).
Certo, immagino le perplessità: queste sono
solo affermazioni di principio, ma poi, le difficoltà pratiche, le ritorsioni
degli altri paesi, l’Italia è piccola, la liretta, il mutuo di casa,
l’iperinflazione... Giusto! Si tratta, in effetti, di affermazioni di
principio, che devono essere precisate nel contenuto (ma questo è un compito
politico, e questo non è un programma elettorale), e, soprattutto, che lasciano
indietro due ordini di problemi: come gestire in pratica l’uscita (cosa succede
al mutuo, ecc.), e come guidare il paese nella fase di transizione (come
contenere l’inflazione, come comportarsi rispetto ai partner europei, ecc.). Ne
parleremo, promesso. Prima, però, sgombriamo il campo da equivoci pericolosi.
(ndC: e il resto lo trovate nel libro tutto insieme, e ne parliamo, o ne abbiamo parlato qui, un pezzo alla volta)
Sintesi
L'intersezione fra:
1) la frase di Grignani (Bagnai ha avversione per la sovranità monetaria) e
2) le linee più volte esposte in questo blog e sintetizzate ne "Il tramonto dell'euro" (punto primo, ripristino della sovranità valutaria e monetaria)
è, evidentemente, l'insieme vuoto. Plastica rappresentazione della volta cranica del suddetto Grignani. A queste persone rimane solo l'attacco personale e la maldicenza. Che tristezza... Dopo l'idea che se non starnazzi non sei efficace in televisione (e si è visto), adesso abbiamo anche l'idea che se non starnazzi sei neoliberista. Insomma: il criterio è lo starnazzamento! Ma come si fa?
Perdonatemi, ma avevo promesso al Grignani di pubblicare i suoi interventi. Questo è il migliore. Gli altri vi interessano? Oppure andiamo avanti con qualcosa di più costruttivo, e magari parliamo di questi punti, che a differenza di quelli di Mammeta non sono fondati sull'idea pinochettiana che la moneta "crei" l'inflazione...
Ditemi voi cosa preferite, tanto io poi faccio come mi pare.
[1] La Commissione indipendente per la riforma del
sistema bancario, nominata dal governo britannico, ha emesso nel giugno 2012 un
libro bianco (HM Treasury, 2012) che dedica un intero capitolo al ring fencing.