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giovedì 7 agosto 2025

Breve nota tecnica sull'impatto dei dazi

Premesso che chi si è esibito in performance simili:


forse farebbe meglio a lasciar passare qualche secolo in dignitoso silenzio, nella speranza di farsi dimenticare, ma riconosciuto altresì che un minimo di imbonimento da fiera paesana è comunque connaturato alla rappresentazione degli interessi ed è da considerarsi fisiologico, voglio fare ammenda su una mia valutazione errata riportata in questo post. Il delitto mio non è, direbbe Leporello, ma è dei soliti noti, dei nemici della democrazia, degli operatori informativi. Sono loro ad aver titolato:


e questo mi ha indotto a pensare che al CSC avessero seri problemi col concetto di elasticità al prezzo (che con ordini di grandezza simili sarebbe stata del 200%: una cosa mai vista in natura, come spiegavo appunto nel post sull'impatto dei dazi).

In realtà, la valutazione del modello CSC (pubblicato dove?) è coerente con quella del modello di Bagnai et al. (2017) (pubblicato su Economic Modelling), perché, come spiegato da una civile & resiliente esponente della nota associazione di categoria nel corso di questo pacato & costruttivo dibattito:


l'impatto di 23 miliardi è calcolato tenendo conto anche della rivalutazione nominale dell'euro, stimata al 15%, e quindi è riferito a un incremento complessivo del 30% sul tasso di cambio reale. A incremento doppio, impatto doppio, e pari elasticità (sempre intorno a 1).

Tuttavia qualcosa mi lascia supporre che questi impatti siano sempre sovrastimati, e pesantemente, e se volete vi spiego subito perché. Il fatto è che i tassi di cambio reali (che sono il prezzo relativo dei beni nazionali rispetto a quelli esteri) sono costruiti con riferimento a due classi di indicatori: o gli indici dei prezzi al consumo, o il costo del lavoro per unità di prodotto. Lo vedete ad esempio qui, nel database dell'Eurostat, che vi consente appunto di scegliere l'indicatore che preferite:


Non entro ora nella ratio di questa scelta, cioè nel perché si usi l'uno o l'altro indicatore e su quale sia preferibile per quale analisi (a richiesta ve lo spiego). Voglio solo far notare che quello che riusciamo a misurare econometricamente è la reazione dei volumi venduti alla variazione del prezzo finale, quello al consumo. Ora, il fatto è che, come sa chiunque abbia un minimo di cervello, il famoso 15% non si applica allo scaffale, ma in dogana. Per capirci, con qualche approssimazione: non si applica al prezzo al dettaglio (che è quello che confluisce nella valutazione del tasso di cambio reale e quindi nella stima dell'elasticità di prezzo), ma al prezzo all'ingrosso, con riflessi proporzionalmente inferiori sul prezzo al dettaglio.

Credo capiate dove voglio arrivare, anche perché è sempre la stessa storia. Quelli che oggi dicono che all'aumento dei dazi del 15% conseguirà un apprezzamento del cambio reale del 15% sono della stessa pasta marrone (che non è cacao) di quelli che dicevano che a un deprezzamento reale del 20% sarebbe conseguita un'inflazione del 20% (ne abbiamo parlato qui, come ricorderete, analizzando le leggende metropolitane bipartisan - perché il non cacao è assolutamente trasversale, c'è in versione socialisteggiante e c'è in versione #verolibberale...). Ci vuole più di un neurone per capire che l'attività economica è fatta di tanti snodi, e che fra ognuno di questi c'è un pass-through: esattamente come un deprezzamento di x% non comporta una inflazione del x%, e esattamente per gli stessi motivi (perché il pricing in regimi oligopolistici o imperfettamente concorrenziali si basa sull'applicazione di mark-up sui costi, mark-up che possono essere ridotti per assorbire shock di prezzo allo scopo di mantenere quote di mercato), un dazio di x% non comporta un aumento del prezzo finale di x% e quindi un apprezzamento del cambio reale misurato sul prezzo finale di x%.

Morale della favola?

Dopo tanto stracciavestismo e espertonismo un tanto al mazzo (di cui fra un po' avrete un esempio all'Aria che tira) non è escluso che, come già accadde nel primo mandato Trump, e prese tutte le debite cautele rispetto al fatto che qui si parla di un dazio generalizzato e comunque il clima internazionale è improntato a una maggiore conflittualità, alla fine le esportazioni italiane verso gli Usa possano in realtà crescere, se l'effetto reddito (maggiore crescita negli Usa) prevarrà sull'effetto prezzo (minore competitività del prodotto europeo), tanto più che il prodotto italiano è solo italiano, e quindi in re ipsa difficilmente sostituibile.

Quindi calma!

Il vero problema è un altro: il fallimento industriale europeo del green deal, e il nostro fallimento politico nel realizzare quella che è e resta una nostra legittima ambizione: essere arbitri del nostro destino sganciandoci da chi regolarmente ci porta a combattere battaglie in guerre che non sono la nostra guerra. Sì, finora non siamo riusciti a renderci indipendenti, ma qualche passo lo abbiamo fatto (vedi riforma MES) e continuiamo a spingere in quella direzione. Ci vediamo fra un po' in TV con chi lo desidera...

martedì 29 luglio 2025

L'impatto dei dazi: ordini di grandezza

Premesso che sapete bene che cosa pensi del Fmi e delle sue previsioni, segnalo che mentre sui media italiani imperversa la narrazione terribilista e stracciavestista sui dazi di Trump, dalle istituzioni internazionali ci perviene questo messaggio:


e quindi la domanda, oggettivamente, si pone: ma com'è possibile che se siamo finiti, se il disastro dei dazi ci travolgerà, il Fmi innalzi le stime di crescita? Dov'è l'errore, se c'è?

Per mettere un po' di ordine nel caos volevo darvi qualche ordine di grandezza utile a valutare l'impatto di questa contromisura. Come punto di partenza prendo il mio modello dell'economia italiana, quello pubblicato nel 2017 con Brigitte Granville e Christian Mongeau-Ospina su Economic Modelling (la versione working paper, accessibile a tutti, è qui). Questo modello ci è utile intanto perché è pubblicato con peer-review (non mi risulta che i pronostici di altri centri di ricerca più o meno prestigiosi siano tutti passati da quel vaglio) e poi perché il suo blocco del commercio estero rappresenta il commercio estero dell'Italia disaggregandolo per i principali blocchi dell'economia mondiale, e quindi prevede una funzione delle esportazioni specifica per gli Stati Uniti, questa:

dove vi ho evidenziato il parametro che ci serve, l'elasticità delle esportazioni al tasso di cambio reale, che è sostanzialmente pari a -1. Una elasticità di -1 significa che un aumento del 15% del tasso di cambio reale verso gli Stati Uniti, come quello astrattamente causato da un aumento dei dazi del 15%, dovrebbe determinare una variazione del -1x15% (cioè una diminuzione del 15%) del volume delle esportazioni verso gli Stati Uniti.

Ora, secondo le statistiche di bilancia dei pagamenti le esportazioni italiane nel 2024 erano così configurate:


720 miliardi di euro, di cui 341 al di fuori dell'UE, di cui 74 verso gli Stati Uniti. Il 15% di 74 è 11.1, quindi i dazi al 15% causerebbero una diminuzione delle esportazioni italiane di 11 miliardi, che sono il 15% delle esportazioni verso gli Usa, e siccome le esportazioni verso gli Usa sono il 10% di quelle totali, la diminuzione delle esportazioni totali sarebbe pari all'1.5%, e siccome le esportazioni sono un terzo del Pil:


l'impatto sarebbe ceteris paribus pari a circa lo 0.5% del Pil, che non è poco.

Undici miliardi, per capirci, è una roba tipo la stangata che Monti ci diede nel 2011 con l'IMU:


Vi dico subito che queste valutazioni (di cui mi fido per ovvi motivi) sono all'interno del range delle valutazioni effettuate dagli altri (in appendice vi metto un riassunto fatto dall'amico intelligente), i cui valori vanno dai 7.5 miliardi di Unimpresa ai 22 miliardi di Confindustria. 

Va però aggiunto che si tratta di valutazioni di lungo periodo, di equilibrio parziale, e che non considerano il livello attuale dei dazi.

Partendo dalla fine, i dazi prima dell'arrivo di Trump non erano a zero. Una valutazione macroeconomica non è facile da fare, perché l'imposizione dei dazi è molto granulare, colpisce le singole merci, con percentuali differenziate, ma insomma quelli bravi ci dicono che prima di Trump la media si avvicinava di molto al 5%:


L'incremento non sarebbe quindi di 15 (da zero a 15) ma di 10 (da 5 a 15), e conseguentemente l'impatto totale sarebbe ridotto di un terzo: il 10% di 74 è 7,4 che corrisponde appunto al 10% delle esportazioni verso gli Usa, cioè all'1% delle esportazioni totali, cioè allo 0,3% del Pil.

Circa il tema breve-lungo periodo, nel nostro modello in effetti le due elasticità sono sostanzialmente identiche, a testimoniare che gli aggiustamenti di prezzo sostanzialmente hanno luogo all'interno dell'anno (i dati hanno cadenza annuale). L'elasticità di breve periodo infatti è:


-0.92, sostanzialmente pari a uno (volendo fare i precisetti, dovremmo dire che la variazione delle esportazioni è data dal 0.102 x (-0.929) = - 9.4758%, pari a 7 miliardi di calo delle esportazioni nel breve periodo, ma insomma siamo lì, anche se più vicini al limite inferiore del range calcolato da Unimpresa).

Il vero tema però è un altro, cioè il fatto che queste sono valutazioni di equilibrio parziale, cioè non tengono conto di una serie di altri effetti indotti, fra cui:

1) l'effetto reddito negli Stati Uniti (se Trump riesce a spingere l'economia Usa, è vero che il vino costerà di più, ma è anche vero che gli statunitensi, soprattutto quelli in grado di apprezzare il vino italiano, avranno più soldi in tasca);

2) l'effetto reddito negli altri paesi (se #idazzidiTrump scatenassero una recessione mondiale, cosa che il Fmi smentisce:


allora avremmo un calo generalizzato delle esportazioni, cioè avremmo un problema non solo col 10% che va verso gli Usa, ma anche col 90% che va altrove);

3) l'effetto sostituzione (c'è chi è stato "dazziato" più di noi, ad esempio, e sicuramente le misure di Trump un po' di trade diversion la causano: non è detto che non ci facciano guadagnare qualche cliente).

Naturalmente il discorso non si esaurisce qui e va fatto filiera per filiera, prodotto per prodotto, mercato per mercato. Questi però sono gli ordini di grandezza macroeconomici, e in appendice, come vi ho detto, trovate una rassegna fatta dall'amico intelligente, nella quale credo che dopo questo esame sarete in grado di orientarvi meglio.

Buona lettura (ora ho una riunione organizzativa del #goofy14, dove ovviamente si parlerà anche di questo...)!



Appendice: l'amico intelligente

L’imposizione di dazi al 15% sulle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti, come previsto dall’accordo USA-UE annunciato il 27 luglio 2025, avrà un impatto significativo sull’export italiano, con stime che variano in base a fonti e metodologie. Di seguito, sintetizzo le informazioni disponibili da studi recenti, riportando i dati in miliardi di euro e, dove possibile, in percentuale, con riferimento alle fonti consultate.

### Stime del Calo delle Esportazioni
1. *Confindustria e Centro Studi Confindustria*:
   - *Stima del calo: Secondo il Centro Studi Confindustria, i dazi al 15% potrebbero causare una contrazione delle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti di circa **22,6 miliardi di euro, pari a circa un terzo (circa **33%) delle vendite totali verso gli USA, che nel 2024 ammontavano a circa **65-66 miliardi di euro. Tuttavia, parte di questa perdita (circa **10 miliardi di euro*) potrebbe essere compensata da un aumento delle esportazioni verso altri mercati.[](https://www.panorama.it/attualita/economia/dazi-usa-ue-cosa-cambia-per-litalia-dopo-laccordo-trump-von-der-leyen)
   - In uno scenario con dazi più alti (30%), Confindustria aveva stimato una riduzione di *38 miliardi di euro* (58% delle vendite negli USA), ma con i dazi al 15% l’impatto è più contenuto.[](https://www.startmag.it/economia/confindustria-impatto-dazi-trump-italia/)[](https://www.confindustria.it/pubblicazioni/da-dazi-e-dollaro-svalutato-piu-incertezza-e-meno-fiducia-frenano-export-consumi-e-investimenti/)
   - *Impatto sul PIL: L’effetto netto sul PIL italiano è stimato in una riduzione di circa **0,5-0,8%* entro il 2027, mitigato dalla capacità di reindirizzare l’export verso altri mercati.[](https://www.startmag.it/economia/confindustria-impatto-dazi-trump-italia/)[](https://www.confindustria.it/pubblicazioni/da-dazi-e-dollaro-svalutato-piu-incertezza-e-meno-fiducia-frenano-export-consumi-e-investimenti/)

2. *Unimpresa*:
   - *Stima del calo: Un’analisi del Centro Studi di Unimpresa prevede un impatto più contenuto, con una perdita di esportazioni compresa tra **6,7 e 7,5 miliardi di euro, significativamente inferiore alle stime iniziali di **10,5 miliardi di euro*. Questo grazie a esenzioni parziali o totali per settori strategici come le tecnologie avanzate.[](https://benessereconomico.it/esportazioni-italiane-e-nuovi-dazi-usa-ue-impatto-ridotto-ma-ancora-pesante-per-le-imprese/)
   - *Percentuale: Considerando che le esportazioni italiane verso gli USA nel 2024 sono state di **66-70 miliardi di euro, il calo stimato da Unimpresa rappresenta circa il **10-11%* dell’export totale verso gli Stati Uniti.

3. *Confimi Industria*:
   - *Stima del calo: Secondo il presidente di Confimi Industria, Paolo Agnelli, i dazi al 15% potrebbero portare a una perdita di fatturato di circa **12 miliardi di euro, equivalente a una riduzione del **20%* delle esportazioni italiane verso gli USA.
   - Questa stima tiene conto anche del differenziale del cambio euro-dollaro (circa 15%), che aggrava l’impatto economico.

4. *Centromarca*:
   - Per i beni di largo consumo, il calo delle esportazioni è stimato in *767 milioni di euro, corrispondente a una riduzione del **7,7%* a valore.

5. *ISPI*:
   - Secondo l’ISPI, un dazio del 15% potrebbe causare una contrazione delle esportazioni europee verso gli USA del *25-30%. Per l’Italia, considerando un’esposizione di circa **64-66 miliardi di dollari* (circa *55-57 miliardi di euro* al cambio attuale), ciò potrebbe tradursi in una perdita di *14-17 miliardi di euro. Tuttavia, l’impatto sul PIL italiano sarebbe limitato a circa **0,2%*.[](https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/dazi-di-trump-al-15-limpatto-su-europa-e-italia-214963)

6. *Altri studi*:
   - Un’analisi riportata da lavoce.info stima un impatto di breve periodo più contenuto, con una contrazione delle esportazioni di circa *6 miliardi di euro* nei principali settori, grazie alla bassa elasticità di sostituzione dei prodotti italiani di alta qualità nel breve termine.[](https://lavoce.info/archives/107491/lexport-italiano-di-fronte-ai-dazi/)
   - Per il settore agroalimentare, che vale circa *8 miliardi di euro* di export verso gli USA, si stimano perdite di circa *500 milioni di euro per il vino, **240 milioni per l’olio d’oliva, **170 milioni per la pasta* e *120 milioni per i formaggi*.[](https://www.avvenire.it/economia/pagine/tutto-sui-dazi-ecco-cosa-rischia-l-economia-globale)

### Fattori che Influenzano l’Impatto
- *Esenzioni e settori colpiti*: Alcuni settori beneficiano di esenzioni parziali o totali, come i farmaci generici e alcune tecnologie avanzate, riducendo l’impatto complessivo. Tuttavia, settori come agroalimentare (vino, olio, salumi, formaggi), farmaceutico (non generici), meccanica, e moda sono particolarmente vulnerabili.[](https://www.corriere.it/economia/finanza/25_luglio_28/cosa-cambia-made-italy-dazi-esportazioni-usa-4c15e916-98c2-4f5d-8fb6-b85545991xlk.shtml)[](https://benessereconomico.it/esportazioni-italiane-e-nuovi-dazi-usa-ue-impatto-ridotto-ma-ancora-pesante-per-le-imprese/)
- *Cambio euro-dollaro: La svalutazione del dollaro (circa -13% rispetto all’euro dall’insediamento di Trump) aggiunge un “dazio implicito” che porta l’onere complessivo per gli esportatori italiani a circa il **21%*, riducendo ulteriormente la competitività.[](https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/dazi-di-trump-al-15-limpatto-su-europa-e-italia-214963)[](https://www.confindustria.it/pubblicazioni/da-dazi-e-dollaro-svalutato-piu-incertezza-e-meno-fiducia-frenano-export-consumi-e-investimenti/)
- *Capacità di assorbimento*: Le imprese italiane di grandi dimensioni, che rappresentano oltre il 50% dell’export verso gli USA, sono più resilienti grazie a margini più alti e diversificazione geografica. Le PMI, invece, sono più esposte.[](https://www.unimpresa.it/dazi-terzo-aziende-italiane-esporta-usa/66365)
- *Compensazione su altri mercati: La capacità di reindirizzare l’export verso mercati in crescita come Emirati Arabi, Arabia Saudita, Turchia, Brasile, India e Messico potrebbe mitigare le perdite. Secondo ICE, questi mercati valgono già **25 miliardi di dollari* di export italiano.[](https://www.quotidianopiu.it/dettaglio/11090627/nuovi-dazi-usa-impatti-sul-commercio-internazionale)

### Sintesi
- *Range di calo atteso*:
  - *Valore assoluto: Le stime variano da **6 miliardi di euro* (lavoce.info, breve periodo) a *22,6 miliardi di euro* (Confindustria). Una stima media ragionevole si attesta tra *7,5 e 12 miliardi di euro*, con possibilità di compensazione parziale (circa 10 miliardi) su altri mercati.
  - *Percentuale: Il calo delle esportazioni verso gli USA è stimato tra il **7,7%* (beni di largo consumo) e il *33%* (Confindustria), con una media probabile intorno al *10-20%*.
- *Impatto settoriale*: I settori più colpiti saranno agroalimentare (soprattutto vino, olio, pasta, formaggi), farmaceutico (non generici), meccanica, e moda. L’automotive beneficia di una riduzione dei dazi dal 25% al 15%.[](https://www.corriere.it/economia/finanza/25_luglio_28/cosa-cambia-made-italy-dazi-esportazioni-usa-4c15e916-98c2-4f5d-8fb6-b85545991xlk.shtml)[](https://www.panorama.it/attualita/economia/dazi-usa-ue-cosa-cambia-per-litalia-dopo-laccordo-trump-von-der-leyen)
- *Studi di riferimento*: Le analisi più dettagliate provengono da Confindustria, Unimpresa, ISPI, e lavoce.info, con stime basate su dati Eurostat, World Bank-WITS, e modelli macroeconomici.[](https://www.startmag.it/economia/confindustria-impatto-dazi-trump-italia/)[](https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/dazi-di-trump-al-15-limpatto-su-europa-e-italia-214963)[](https://benessereconomico.it/esportazioni-italiane-e-nuovi-dazi-usa-ue-impatto-ridotto-ma-ancora-pesante-per-le-imprese/)

### Conclusione
Il calo delle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti a causa dei dazi al 15% è stimato tra *7,5 e 12 miliardi di euro* (circa *10-20%* delle esportazioni totali verso gli USA), con perdite maggiori nei settori agroalimentare, farmaceutico, e meccanica. Tuttavia, esenzioni per settori strategici e la possibilità di reindirizzare l’export verso altri mercati possono mitigare l’impatto. L’effetto sul PIL italiano è previsto tra *0,2% e 0,8%* nel medio-lungo periodo. Per dettagli su specifici settori o prodotti, posso approfondire ulteriormente se richiesto.

Le bimbe di Uva

La petulanza con cui i piddini recriminano sul fatto che a trattare con gli Usa sarebbe dovuto andare il nostro amico 🍇 (un vile affarista) dà l’esatta misura di quanto non abbiano capito i termini del problema, rispetto ai quali le qualità vere (o, come nel caso di 🍇, presunte) del negoziatore non spostano nulla. Rispetto a questo, vi dico che sarei stato io il primo a volere 🍇 al comando in una situazione come questa, soprattutto dopo aver visto come balbetta quando si trova davanti qualcuno che parla chiaro (virtù che a Trump non può essere disconosciuta)! Che cosa ci può essere di meglio per togliersi di torno un avversario che metterlo alla guida di un autobus senza freni lanciato a tutta velocità contro una rupe di granito!? Come si è schiantata VRSVLA, così si sarebbe schiantato 🍇, che in più (conoscendolo) ci avrebbe lasciato da gestire una pesante serie di ritorsioni.

Il fatto è che, come vado dicendo da sedici anni, l’UE nulla ha fatto per risolvere il problema degli squilibri macroeconomici globali e molto ha fatto per aggravarli. La semplice macroeconomia dei saldi settoriali, che dovrebbe essere per noi uno strumento acquisito almeno dal 2012, ci ammonisce che S-I = X-M. Ora, noi ci siamo raccontati che ci saremmo messi insieme per fare tanto “I” (investimenti pubblici e privati per favorire la crescita), ma sappiamo bene, essendo in grado di leggere i dati e di valutare i resoconti dei disinformatori, che invece abbiamo tenuto il freno tirato per fare tanto “X” (esportazioni), e con questo non abbiamo aiutato né noi né il resto del mondo.

La svalutazione competitiva dell’euro, rispetto alla quale i dazi sono una ritorsione tutto sommato blanda, è un pezzo, o meglio un epifenomeno, di questo squilibrio fondamentale. Sullo sfondo restano le parole di Alesina: “l’integrazione economica dovrebbe procedere di pari passo col separatismo politico: l’Europa sta andando nella direzione opposta”.

E quindi, anche se non possiamo dirlo perché altrimenti 🎺 si adonterebbe, dieci, cento, mille 🍇 alla guida del negoziato! Esattamente come la presidenza del consiglio non è stata, come credeva lui, un trampolino ma una tagliola sulla via del Quirinale, mettersi alla guida della cage aux folles europea non sarebbe il rilancio, ma la pietra tombale su una comunque invidiabile carriera politica, e questo non tanto perché l’Europa non è unita dall’UE, quando perché dovrebbe essere più divisa!

Non a caso chi auspica una soluzione simile è un altro uomo con un grande futuro dietro le spalle… 😉

Possiamo comunque tranquillizzare 🎺 e tutti i famoerpartitisti: un esito simile non è plausibile.

Purtroppo… 🤣


lunedì 28 luglio 2025

Breve storia dei dazi e controdazi

Ieri avevo appena finito di rispiegare alcuni perché del "meno Europa", quando è arrivata la prova regina:


L'Europeona Unitona ha fatto peggio del povero San Marinuccio, che l'aveva chiusa bilateralmente al 10% tre mesi fa:


(come del resto aveva fatto il Regno Unito).

Che un negoziato bilaterale fosse possibile e potesse essere vantaggioso per il nostro Paese ce lo eravamo detti sei mesi fa, visto che l'Italia non era la principale fonte dello squilibrio causato dall'Eurozona:

D'altra parte, nonostante nessuno (tranne chi vi parla) lo mettesse in evidenza, la manovra statunitense era una contromisura allo squilibrio causato da quelli che abbiamo chiamato "i dazi di Draghi", cioè alla svalutazione competitiva dell'euro:


(svalutazione competitiva perché avveniva mentre il surplus europeo stava crescendo, diversa quindi dal fisiologico deprezzamento che subiscono le valute dei Paesi in deficit). Anche in questa svalutazione competitiva il nostro Paese aveva avuto un ruolo tutto sommato marginale, altrimenti la si sarebbe vista quando eravamo in crisi noi, intorno al 2011, mentre si è materializzata intorno al 2015, all'epoca del Dieselgate, cioè dell'inizio della fine tedesca. La contromisura, del resto, era largamente annunciata. Era il 2019 quando parlandovi di quelle che gli operatori informativi chiamano le tariffe vi facevo vedere che da quasi un decennio (allora) gli Stati Uniti manifestavano aperta insofferenza verso la manipolazione della valuta posta in essere dalla Germania. Tuttavia, nonostante le sparate iniziali (se ricordate, a febbraio si parlava di dazi al 25%):


ad aprile davo per molto probabile un punto di caduta vicino a quel 10% di cui Trump e i suoi esperti avevano parlato in campagna elettorale. In effetti, sia San Marinuccio che il Regnone Unitone (due realtà la cui distanza non devo evidenziarvi) l'hanno chiusa lì, come sapete. Ma noi ci siamo affidati alla sagace negoziatrice europea, in ossequio alla saggezza popolare secondo cui l'unione fa la forza. Il risultato è stato il profferire una serie di sconclusionate minacce:


Ben 95 miliardi di controcazzi, pardon: controdazi, senza mai e poi mai ammettere la natura del problema e dimostrare un minimo di resipiscenza e di volontà di raggiungere soluzioni cooperative. Insomma, una vera e propria Strafexpedition (che è la dimensione negoziale delle Sturmtruppen, come l'autogol è la dimensione dialettica del piddino) che non poteva portare che da una parte, qui:


Questa arroganza totale, questa incapacità ontologica di ammettere le proprie colpe, stupisce, perché poi si scopre che quando nelle vesti dell'importatore si trova l'UE, la signora von der Leyen ha ben chiaro che deve chiedere quello che da esportatrice non è disposta a concedere:


La malafede (e anche una certa ingenuità, se posso...) è quindi palese...

Inutile dire che alla minaccia di controdazi il Donaldo Trumpo ha reagito da par suo:


andando 5 punti percentuali oltre la sua pretesa iniziale del 25% (apro e chiudo una parentesi: le forme di parmigiano esposte sul Sole 24 Ore fanno capire come il giornale degli industriali italiani immagina sia composto il nostro export verso gli Usa), e trascinando così verso l'alto di 5 punti percentuali il punto di caduta, che quindi è stato il 15%, non il 10% che pensavo io (e pensava anche lui, come vi ho dimostrato per tabulas). D'altra parte, all'arroganza del botolo tedesco non si poteva rispondere in altro modo, ed è colpa nostra, non di Trump, se non ci è bastata la lezione del 1945.

I mercati, lungo tutto lo svolgersi di questa complessa vicenda, se ne sono battuti completamente il belino, tranne all'inizio, quando ci fu un tuffo verso il basso prontamente recuperato:


(questo è il FTSE MIB).

Non è chiaro perché mai gli operatori informativi e gli economisti da talk show, sempre così inclini a prosternarsi al verdetto dei mercati, in questo caso lo ignorino. Non è chiaro, cioè è chiarissimo: in questo caso il verdetto dei mercati non quadra con la loro narrazione terribilista "Trump pazzo cacca pupù disastro", e quindi lo ignorano. Mi è invece chiaro perché i mercati non si preoccupino: perché il 15% (cugino del 10%) è un margine che lungo catene distributive complesse si può assorbire, nel tempo, soprattutto considerando che a monte di questo aumento del 10% c'era stata una svalutazione del 25% che aveva consentito a molti di mettere, quatti quatti, tanto bel fieno in cascina. Ma non vi annoio con una lezioncina sul pricing delle aziende oligopolistiche che operano in mercati internazionali.

Non è nemmeno chiarissimo per quale motivo abbiamo evitato di percorrere la strada, assolutamente lecita, del negoziato bilaterale. Vero è che era stato Trump il primo a escluderla:


come era in sua piena potestà fare (mentre spero che abbiate capito, almeno voi, che la competenza esclusiva dell'UE è sui dazi che mette lei - perché anche lei ne mette! - non su quelli che mettono gli altri, nonostante questo concetto sia impervio a peraltro garbati colleghi con cui non voglio litigare: lascio che litighino loro col mio amico Aristotele...). Trump potrebbe averlo fatto per evitare di subire la solfa deamicisiana: "Trump, tu uccidi l'Europa!", ben consapevole che quest'ultima è di per sé un morto che cammina, e lo è tanto più quanto più si affanna a dare segni di vitalità. Lato nostro, credo che sia entrata in gioco una complessa valutazione di opportunità che tutto sommato condivido: se ci fate caso, mandare la von Sturmtruppen a schiantarsi contro il muro della propria connaturata arroganza di certo non la rafforza, ci ha evitato di passare per sabotatori del meraviglioso brogeddoeurobeo, con annesso costo politico di un nuovo otto settembre (di cui l'Italia è meglio che abbia fatto a meno), e alla fine ci è costato solo il 5% in più (15% invece di 10%). Un costo che molti imprenditori, inclusi quelli sollecitati dai media per alimentare la narrazione terribilista, trovano in fondo sostenibile (anche se è ovvio che chi ha beneficiato di una svalutazione del 25% preferisce poi non sostenere un dazio del 15%)!

Quindi, come dire: tutto è bene quel che finisce male!

Il nostro principale nemico ne esce indebolito anche di fronte ai più subalterni dei suoi vili lacchè (l'odierna rassegna stampa offre un florilegio inestimabile). Il nostro Paese non ne esce troppo danneggiato, posto che l'alleanza con il fiero alleato germanico ormai è lì, e sbarazzarsene non è semplice come ordinare una cedrata al bar (il che significa che l'ottica in cui dobbiamo porci è quella di riduzione del danno, e mi sembra che sia stata interpretata bene). Non ne esce troppo male nemmeno il blog, anche se avevamo fatto una previsione che era un bijoux, quel 10% che era nelle cose come tanti esempi dimostrano, e da cui ci siamo discostati, come il breve resoconto storico che vi ho fatto dimostra, solo per le goffe vociferazioni dell'odiosa megera.

Inutile dire che l'opportunità offerta dai dazi, quella di riflettere, come oggi chiede perfino Draghi, sul nonsenso di un modello di crescita sbilanciato sull'inseguimento dei mercati esteri, è finora andata perduta. Un modo per coglierla potrebbe essere, come sta facendo Claudio, usare la sponda della narrazione terribilista per chiedere un provvedimento che, come vi dicevo, è comunque nelle cose (l'allentamento delle regole di bilancio), o un provvedimento che non verrà mai accordato (la sospensione delle regole di bilancio). Tatticamente sarebbe una mossa interessante, ma vanno viste anche le sue implicazioni strategiche. Un'Europa che non strangoli se stessa con il Patto di stabilità rischia di innescare una nuova dinamica centro-periferia, un nuovo ciclo di Frenkel? Non è da escludersi, anche se in questo caso il motore degli squilibri, la Germania, più che sul dumping salariale e quindi sull'espansione delle esportazioni (con conseguenti squilibri debitori della periferia) sembra puntare su una sorta di dumping di bilancio e quindi sull'espansione degli investimenti bellici (con una spinta espansiva da cui in realtà la periferia potrebbe trarre beneficio, naturalmente fino al momento di rinnovare il magazzino). La fragilità causata dall'assenza di quel fisiologico meccanismo di riequilibrio che è il cambio nominale potrebbe tardare a palesarsi, ma sarebbe necessariamente parte degli sviluppi di un'Unione Europea che in un modo o in un altro cessasse di crescere sotto potenziale.

Intanto, il dollaro sta cedendo, cioè l'euro si sta rivalutando:


e chi ci dice (ora) che l'euro forte danneggia le imprese sta dicendo, senza rendersene conto, che una lira correttamente prezzata non le danneggiava.

Un passo alla volta...

lunedì 14 luglio 2025

Sono vivo! Su Trump, Draghi, i dazi, le unioni doganali...

Ieri volevo andare in alto ma il tempo si preannunciava instabile. Per fortuna ero solo (in montagna non si va da soli, ma la solitudine nel weekend è molto relativa: diciamo che decidevo da solo, ma sarei certamente stato in compagnia...) e così mi sono preso il rischio (calcolato da me, quindi accettabile) di partire ugualmente, mitigando con una oculata gestione del fattore tempo la probabilità di eventi avversi (incenerimento da parte di una folgore). Sveglia alle 5: mentre faccio rapidamente colazione la prima notizia su cui mi cade l'occhio è questa, giro la chiavetta nel quadro e l'autoradio mi parte su questa... Imperturbato mi avvio, e tutto va come deve andare. Sulla vetta relativamente laterale che mi interessava ho trovato ben quattro persone (due mentre salivo, una mentre scendevo, e una che mi ha fatto compagnia in vetta per qualche minuto, senza dire una parola, nemmeno buongiorno, cosa questa relativamente rara)! Sulla dorsale principale del gruppo, poi, ne avrò incontrate una cinquantina, di tutte le condizioni: dal matto che mi ha superato di corsa mentre andavo e si è fatto (correndo) il tour Pomilio-Monte Amaro-Monte Pescofalcone-Pomilio (via Tre portoni, ovviamente), superandomi di corsa anche al ritorno (non so se farei una cosa simile nemmeno con trenta anni di meno addosso), a gente che scendeva dalla notturna dopo aver visto l'alba dalla vetta più alta (altra cosa che non so se farei, ma capisco chi la fa), famiglie con bambini, bambini con famiglie, persone di ogni stazza, di ogni forma, di ogni età (semicit.).

Quando vado in compagnia di ggiovani (ma anche di ex ggiovani) non riesco mai a stare in vetta quanto voglio, perché toccata la croce si riscende nell'ansia di fare "il tempone". Da solo posso restare quanto voglio, e l'ho fatto anche questa volta, bighellonando per un'oretta sul "desolato pianoro sommitale", sempre monitorando i parametri del clima, cioè, scusate, del meteo. La mia ansia tassonomica trovava sfogo nel battezzare dall'alto tutte le cime note (ultimi arrivati dalla penultima escursione: il Bolza e il Cappucciata), e interrogandomi su quelle ignote. I corridori, gli agonisti, si perdono occasioni rare come questa:


una gioia per gli occhi e per il cuore!

Poi sono sceso, facendo altri incontri che trovate nei miei altri canali social (in particolare su questo), e prendendomi nelle quattro ore del ritorno un'ora buona di acqua, per la quale ero attrezzato e che mi ha fatto più che altro piacere, visto che sui 2000 di quota comunque il rischio di schiantare di caldo c'era, e che non si trattava di un temporale (solo un tuono in lontananza, nessuna folgore).

Tutto questo solo per dirvi che sono vivo (qualcosa può sempre andare storto, ma questa volta non lo ha fatto) e che se ultimamente vi ho un po' trascurato non è perché non avessi nulla da dire, ma perché ho avuto (e anche oggi ho) molto da fare. Un esempio, fra quanto è condivisibile (perché non tutto può essere detto, con buona pace dei fatequalcosisti), del mio da fare è questo:


(magari a qualcuno interessa) ma poi c'è anche molto altro, di cui passo ad occuparmi, non prima di un commento sui fatti del giorno.

Devo ancora rispondere ad alcuni commenti del post precedente (e sbloccare quello di Marco Pezzini che ha un suo interesse e merita di essere valorizzato), ma intanto riapro qui una nuova coda perché, come ricorderete, al verificarsi di una certa condizione - che, se pure in ritardo, pare si sia materializzata - vi avevo autorizzato a darmi del coglione (qui), e non sono certo io il tipo che si sottrae alle critiche! In effetti, la congettura aveva retto per il periodo su cui era stata definita:


ma indubbiamente qualche ulteriore considerazione va fatta (anche a prescindere dal fatto che il negoziato - per favore, non "la negoziazione" - non è finito!).

Mi limito per il momento a osservare una cosa che ci siamo detti mille volte e che abbiamo anche scritto qualche volta, parlando dell'Europa secondo i tedeschi, ed è quindi un QED:


Le sagge considerazioni di Claudio secondo cui non si dovrebbe negoziare insieme con la Germania sono in realtà un ovvio "di cui", uno dei tanti "di cui", di un dato fondamentale, di una inequivocabile lezione della SStoria che qui ci è sempre stata ben chiara: non ci si dovrebbe mai alleare con la Germania.

La lezione dei classici in questo era stata esplicita e direi anche più radicale:


In Germania non ci si dovrebbe proprio andare!

Ma i classici chi li studia più, ormai?

A che cosa porti un'alleanza con la Germania tutti credono di ricordarlo ma pochi se lo rammentano e nessuno credo ne abbia analizzato le ragioni con la nostra stessa accuratezza e, per certi versi, lungimiranza. Guardate ad esempio questo vecchio dibattito con Andrea Mazzalai:


C'era già tutto, otto anni fa. Il cambio decisamente non è andato a 1. Resta da vedere se il Paese esploderà. La domanda di fondo quindi è sempre la solita, e a quella, come sapete, purtroppo non so dare risposta: che cosa si aspettano gli Stati Uniti dall'UE e dall'euro? Declinata nell'attualità, la domanda è: il rilancio da parte di Trump sui dazi oltre il target che si era dato è una mossa tattica negoziale, è un momento di irrazionalità (ma decide veramente da solo? Si è totalmente sbarazzato del deep State?), o è un deliberato tentativo di forzare gli Stati membri dell'Unione a un "tana liberi tutti", cioè un gesto deliberatamente aggressivo verso l'UE? Vi confesso la mia incapacità di rispondere a questa domanda, che è senz'altro conseguenza di un mio limite, ma anche di un dato oggettivo: difficile intuire che cosa voglia fare una cosa che in fondo non conosciamo (gli Stati Uniti) di una cosa che in fondo non esiste (l'Unione Europea)! Valgono sempre le note parole di Kissinger. 

Due considerazioni finali.

La prima l'ho espressa nella cloaca e ve la ripropongo qui:


Il trade-off di cui parlava Alesina nel 1997 commentando quella che Obstfeld chiamava "la scommessa europea":


quello fra la relativa facilità nel raggiungere un indirizzo politico unitario quando si è piccoli, e la capacità di resistere a shock esterni quando si è grandi, semplicemente non esiste: l'Unione Europea si è dimostrata in almeno due circostanza (la crisi debitoria del 2011 e la crisi dei dazi in corso) un amplificatore, anziché un ammortizzatore, di shock, e il motivo risiede essenzialmente in un dato che Alesina non poteva prevedere perché non era parte del progetto originario. Questo progetto, come ricorderete, prevedeva che:


i bilanci nazionali mantenessero la loro capacità di rispondere a shock (avversi) nazionali o "regionali" (cioè a livello di Eurozona) tramite gli stabilizzatori automatici (la sicurezza sociale, cioè indennità di disoccupazione, ecc.) e altre politiche discrezionali.

In realtà non è andata così, per il combinato disposto dell'adozione del Patto di stabilità e di crescita e dell'aver fatto entrare nell'Unione economica e monetaria Paesi che, come il nostro, ai sensi del Patto non avevano "spazio fiscale" per intervenire (tralascio la follia ideologica del non comprendere che la spesa pubblica, soprattutto in investimenti, apra più spazio fiscale di quanto non ne tolgano i tagli). Le conseguenze erano evitabili, ma non le abbiamo evitate, e ora tutti lo ammettono, tranne qualche scemo nella cloaca, Qui avete la versione profetico-assertiva:

e qui la versione imbarazzata e balbuziente:


ma sempre la stessa cosa è. La distruzione dello Stato sociale, della domanda interna, attraverso politiche di compressione dei salari priva il mercato unico della sua fondamentale funzione assicurativa contro gli shock esterni, e al contempo alimenta gli squilibri esterni, come ho altresì rimarcato a uso dei ratti della cloaca:


Quindi il progetto unionale ha fallito, e ha fallito per un motivo che a qualcuno sembrerà paradossale, ma che in realtà è piuttosto ovvio: se i Paesi che compongono un mercato unico non sono un'area valutaria ottimale, l'adozione di una moneta unica comprometterà il funzionamento del mercato unico perché obbligherà a politiche di distruzione della domanda (cioè del potere d'acquisto) i Paesi in temporaneo deficit.

Contro questo c'è poco da fare.

Le richieste, pur apprezzabili, di sospendere le regole del Patto di stabilità, nella sua nuova versione, hanno ovviamente un senso, ma rientrano nella categoria dell'appellismo, qui sviscerata a suo tempo, perché finché sarà a trazione tedesca, cioè finché esisterà, l'Unione Europea non sarà mai disposta ad articolare il proprio modello di crescita sulla domanda interna, cioè non sarà mai disposta a scommettere su quello che vanta come suo risultato più significativo, ma che nei fatti ha smantellato deliberatamente con l'austerità: il mercato unico.

La seconda considerazione è anch'essa piuttosto ovvia e la fa oggi Liturri su La Verità. Voi sapete che cosa sono le regole di origine? Non credo lo sappiate in molti, perché sono un tema per addetti ai lavori, per chi ha insegnato e studiato economia internazionale. La richiesta di negoziati bilaterali da parte di membri di una unione economica, che quindi è anche una FTA e una custom union, si scontra contro un dato: il problema non è da quale frontiera esce il bene che la controparte vuole assoggettare a dazio, ma in quale Stato membro è stato prodotto. Quindi forse il negoziato più che sui Paesi dovrebbe essere sulle classi di prodotti, ma all'atto pratico questo approccio costringerebbe a coinvolgere gli altri partner dell'unione (economica, commerciale, doganale), con un accresciuto rischio, peraltro, di vederne esplodere le tensioni interne. La questione prima facie sembra facilmente risolvibile: dato che il problema sono sostanzialmente le automobili tedesche, possiamo serenamente dirci che una BMW, anche se parte da Lisbona, è chiaramente riconoscibile come bene di origine tedesca. Ma il mondo purtroppo è un po' più complicato di così. La sintesi di questa considerazione è semplice ma mi prendo la responsabilità di esplicitarla: l'unico Stato che può condurre negoziati semplicemente e genuinamente bilaterali in una unione (doganale, commerciale, economica) è quello che è uscito dall'unione, e abbiamo nelle vicende del Regno Unito un chiaro esempio di questa asserzione.

Che poi è come dire che da un legno così storto come quello di cui è fatta l'Unione, non si può costruire nulla di perfettamente dritto.

E anche questo, lo avrete riconosciuto, è un "di cui", che ci viene dritto dritto dalla patria del problema: "Aus so krummem Holze, als woraus der Mensch gemacht ist, kann nichts ganz Gerades gezimmert werden".

Dichiaro aperta (e chiusa da Kant) la discussione generale...

giovedì 19 giugno 2025

Miran vs Obstfeld

Il lavoro di Miran è qui, quello di Obstfeld qui. Meritano entrambi un’attenta lettura, nella quale cercherò di assistervi. Il secondo critica il primo, con argomenti fondati, e nel farlo fornisce un’algebra utile per interpretare i trend che abbiamo descritto qui e rispondere alle domande che si poneva ad esempio Simo97 qui.

(…io però ci dormo sopra. Sono a Milano sfasciato dal caldo, domani assisto nel mio ruolo istituzionale all’incontro della CONSOB coi mercati, e poi me ne torno giù, facendo tappa a Roma prima di salire dove si respira…)

sabato 19 aprile 2025

Che ho detto?

Mi arriva da una persona che stimo (perché se lo merita) un messaggio caloroso, direi quasi accalorato: “Bravo prof, è una gioia ascoltarla parlare finalmente liberamente”, con uno screenshot di questa trasmissione:



…e a questo punto mi sorge una domanda: ma che avrò mai detto? Nel dubbio, mi riascolto. Se notate qualcosa di strano, fatemelo sapere…



martedì 15 aprile 2025

Sui dazi (a futura memoria)

Domenica scorsa ci siamo divertiti:

Torno sull’episodio per valorizzare un mio educated guess: siccome Trump è già arrivato dove voleva arrivare (mettere sui prodotti europei un dazio pari a quello medio europeo, che è del 10%, contro il 2,5% di dazio medio Usa prima dell’intervento), è molto probabile che allo scadere dei fatidici novanta giorni (il 4 luglio prossimo, se non ricordo male) non succeda un accidenti di nulla.

Quelli bravi mi dicono che Rai3 tira giù da YouTube i nostri video, quindi non vi posso “embeddare” la trasmissione, che trovate (spero) qui (si possono inserire video anche da Rumble ma non mi va di fare tutta la sbatta da cellulare in attesa del decollo da Genova)!

Quindi, ricapitolando: fra meno di tre mesi vi offro la preziosa (perché rara) opportunità di darmi del coglione, cosa che potrete fare se si scatenerà l’apocalisse, oppure torneremo nella tana degli operatori informativi e ricorderemo la differenza fra chi, non per suo merito ma perché è andata così, ha studiato quella materia arida e noiosa che è il commercio internazionale, e chi, a domanda tecnica, altro non sa rispondere che “Trump pazzo fascista cacca pupù!”.

Tre mesi passano in fretta!

Con l’occasione, vi ricordo anche la congettura di medio periodo sul TTIP. La storia dello “zero a zero” a me non piace per nulla e peraltro storicamente non è mai piaciuta al partito in cui mi onoro di militare, da sempre scettico sulle virtù del liberoscambismo. Quella storia mi preoccupa molto di più, ed è una delle tante occasioni in cui spero proprio di essere smentito dai fatti. In alternativa, mi cercherò una casa in montagna con sorgente, orto, e pollaio.

E ora, decolliamo da GOA per FCO: la giornata è ancora lunga!

domenica 13 aprile 2025

Simmetrie

Il progetto europeo è qualcosa di così distante dalla possibilità di reale esercizio della democrazia (perché è difficile immaginare una democrazia senza demos) da far perdere ai suoi fanatici il senso del perimetro all’interno del quale la democrazia può ragionevolmente essere agita, nel rispetto del fondamentale principio di autodeterminazione dei popoli.

Vi faccio due esempi uguali e contrari tratti dal dibattito recente.

I dazi sono imposte, e sono come tali soggetti al noto principio no taxation without representation, un cardine, anzi, direi di più: un elemento genetico delle democrazie occidentali. Ora, se è vero che i paesi che si uniscono in una unione doganale accettano di avere una tariffa doganale comune, e quindi uguali dazi nei riguardi dei paesi terzi, resta il fatto che questo accordo vincola i paesi che ad esso aderiscono, i quali, a casa propria, hanno il diritto di regolarsi come meglio credono, ma che gli accordi tra loro conclusi non attribuiscono loro alcun diritto di decidere la struttura delle aliquote di alcuna tassa in alcun paese terzo! Ne consegue che un paese terzo può imporre dazi diversificati alle merci di provenienza da diversi paesi membri di una unione doganale, mentre i membri di una unione doganale, per definizione, non possono opporre dazi diversificati alle merci di provenienza da un paese terzo. È una semplice e immediata conseguenza del principio sopra ricordato: no taxation without representation. Il governo degli Stati Uniti rappresenta i cittadini degli Stati Uniti e impone loro quella particolare imposta che sono i dazi nella misura che ritiene conveniente e nelle modalità che ritiene opportune, rispetto alle quali gli eletti e i governi europei non hanno alcun diritto di mettere bocca. La democrazia funziona così, e ignorarlo indica scarsa consuetudine non tanto con la teoria pura del commercio internazionale, quanto con le più banali e consuete prassi della politica democratica.

Simmetricamente, in uno degli ultimi editoriali del nostro amico Piroetta, si rinviene questa perla:


Sì, avete letto bene: secondo il nostro autorevole piroettatore Trump può decidere le politiche di investimento della Germania, e quindi dovrebbe farla investire anziché imporle dei dazi! Sfugge un dettaglio: che le politiche di investimento della Germania le decidono il governo e gli imprenditori tedeschi, su cui Trump non ha alcuna presa, se non quella indiretta, che sta utilizzando, consistente nell’applicare dazi ritorsivi. Assistiamo quindi al doppio paradosso, o se volete, alla doppia piroetta,  di una persona che rimprovera a Trump di non star facendo una cosa nel modo sbagliato, mentre Trump la sta facendo in quello giusto.

Giavazzi che non capisce che in Germania sugli investimenti tedeschi decidono i tedeschi è simmetrico alla legione di sprovveduti che non capiscono che negli Stati Uniti sui dazi degli Stati Uniti decidono gli americani

D’altra parte, si potrebbe pensare che se da un lato è vero che in Germania comandano i tedeschi come negli Stati Uniti gli americani, dall’esterno si possa esercitare un minimo di moral suasion per indurre un governo sovrano in casa propria a “fare la cosa giusta”. Per carità, tutto è possibile, ma risparmiateci un film già visto! Questo tipo di moral suasion è stato esperito invano per anni dal partigiano Joe:

Risultati, credo sia corretto dirlo, non se ne sono visti: il capitalismo tedesco va per la sua strada come ha diritto di fare, e se non deflette quando glielo chiede un premio Nobel come Stiglitz, non defletterà neanche quando glielo chiede Giavazzi, atteso che la materia in cui quest’ultimo eccelle (la danza classica) non prevede un così prestigioso riconoscimento.

In questa incapacità a riconoscere, o forse ad ammettere, che i popoli abbiano il sacrosanto diritto di autodeterminarsi, si riconosce tutto l’orrore di un progetto nato per conculcare i popoli europei con la teoria fallimentare e fascista del vincolo esterno di cui appunto il nostro è stato uno dei primi e più accesi propugnatori. Un progetto che continua imperterrito a perseguire il male delle parti, illudendosi così di fare il bene del tutto, ma condannandoci invece ad una lenta ma inesorabile discesa verso la totale irrilevanza. Per chi ha deciso che gli italiani non possano comandare a casa loro suona assolutamente familiare e anzi desiderabile l’idea che non possano farlo né gli statunitensi né i tedeschi. Peccato che non funzioni così e quindi, prima di venire al pettine, i nodi dovranno ingarbugliarsi ancora un po’.

sabato 12 aprile 2025

Ma abbiamo anche dei difetti!


“Io più chiaro di così non lo so dire” (cit.), ma “mi verrebbe da dire” (cit.) che gli sforzi di chiarezza fatti a beneficio di chi le cose non vuole capirle sono sempre utili a chi li fa ma mai a chi li riceve! 😉

Dichiaro aperta la discussione generale, ma abbiate pazienza perché devo tornare di corsa a Roma e quindi non potrò partecipare per le prossime due o tre ore.

(…grazie a marco per averci segnalato il perspicuo Miran…)




giovedì 10 aprile 2025

E sti dazi?

Ci sono almeno tre motivi per cui trovo l'argomento dazi ontologicamente poco interessante.

Il primo è di ordine assolutamente generale: se una cosa interessa agli operatori informativi, perché all'improvviso aggalla nel torbido flusso della cronaca quotidiana, possiamo essere certi che è una cosa poco interessante, perché, se non è quella che i padroni del mondo chiamano un'aringa rossa, è senz'altro una cosa di cui ci siamo occupati anni prima. Nel caso dei dazi direi che sono rispettati entrambi i requisiti: essi sono al tempo stesso una cosa che avevamo previsto dieci anni fa:

("gli Stati Uniti si adonteranno, dottor Passera!") e un simpatico diversivo per un'Unione Europea che non riesce proprio a spiegarci come mai dobbiamo spendere per riarmarci a guerra finita quei miliardi non potevamo spendere per contrastare la grande crisi finanziaria mentre era in corso.

Il secondo motivo è che l'epopea dei dazi, con i suoi toni terribilisti, si inserisce nel solco della demonizzazione dell'avversario politico che è ormai l'unico registro dialettico di cui disponga la sinistra dopo aver scelto un campo per lei innaturale (quello della difesa del grande capitale finanziario internazionale). Il problema, insomma, non è l'utilità o disutilità dei dazi (tema astratto da manuale di politica economica), quanto la disumanità dei dazidiTrump, cioè la bestialità dell'hostis humani generis, che una volta era Abberluscone, poi è stato (e tutt'ora fieramente è) Salveenee, e ora è Ciamp. In un contesto al contempo così puerile e esasperato, pensare di ricevere informazioni un minimo fattuali su cui articolare un ragionamento è piuttosto utopistico. Per chi è rimasto sotto i cocci dell'elezione di Trump come già era rimasto sotto le macerie del muro di Berlino dimostrare che Trump è un pazzo furioso è questione esistenziale, è l'unico modo per poter dare a se stessi e agli altri l'illusione di possedere un minimo di razionalità. Quale sia per la sinistra la razionalità di difendere il liberoscambismo mi sfugge (ma una volta non erano noglobal!?), ma quale ne sia l'intento tattico e identitario invece è chiaro. Parce sepultis, ma, appunto, parliamo d'altro.

Last but least, il terzo motivo di disinteresse è la loro (ir)rilevanza quantitativa (loro, cioè dei dazidiTrump), se misurata rispetto agli ordini di grandezza della macroeconomia per cui siamo passati negli ultimi tre decenni. Per farvi capire che cosa intendo, estendo al 2026 il noto grafico sull'evoluzione nel secondo dopoguerra del Pil dell'Italia in termini reali:


che a fine 2023 vi avevo proposto sul campione 1950-2023 (qui). Anzi! Mi voglio rovinare! Non vi fornisco un nuovo grafico, ma ben due: uno con e l'altro senza l'effetto dei dazidiTrump!

Eccoli qui!


e


(...i grafici sono costruiti utilizzando i soliti dati storici della Banca d'Italia, la proiezione fino al 2026 è fatta utilizzando le previsioni del WEO dell'ottobre scorso - a giorni usciranno le nuove - e il controfattuale è quello proposto qualche giorno fa da JP Morgan:


...)

Domanda: in quale grafico vengono rappresentati gli effetti dei dazi? Vedete la differenza?

La differenza, se si sa che c'è, si riesce anche a vedere: è di -0.2% nel 2025 e di -0.3% nel 2026. Per darvi un'idea, significa che nel 2025 saremo del -22.7% o del -22.9% al di sotto di quello che sarebbe il nostro sentiero di sviluppo storico, se fossimo riusciti a mantenerlo, cioè se non avessimo applicato le politiche di austerità, che significa, in buona sostanza, che il danno che ci fanno i dazidiTrump è un centesimo (0.2/22=0.009, cioè, approssimando, un centesimo) di quello che ci ha fatto l'Unione Europea.

Per carità!

Non voglio banalizzare!

Lo 0,2% del Pil è pur sempre una cosa intorno ai 4 miliardi di euro (dipende dalla base dei prezzi utilizzata: con quella usata dal WEO vengono 3,86 miliardi), cioè una roba che, se la avessi in tasca, probabilmente non starei qui a parlare con voi (anacoluto di cortesia...).

D'altra parte, però, una roba simile è pur sempre di dimensioni inferiori all'errore statistico normalmente incorporato nelle stime del Pil. Per darvi un'idea, e tornando indietro a tempi meno turbolenti di quelli pandemici e bellici, il tasso di crescita del Pil del 2017 stimato nel 2018 dal WEO era di 1.5% (per l'esattezza: 1.502: quelli del mestiere sanno su che carta stampare i decimali dal secondo in giù...), mentre nel 2020 lo stesso tasso risultava essere di 1.7% (0.2% in più, appunto), per effetto delle normali revisioni statistiche. Inutile che vi dica che dopo pandemia e guerra le cantonate prese sono state (scusabilmente) di ordine molto superiore, perché il Pil, va sempre ricordato, è una stima. Dire quindi che i dazidiTrump abbasserebbero la crescita del Pil di 0.2% significa dire che non la abbasserebbero.

Ci sono naturalmente diverse stime, non solo quelle di JP Morgan, ma la stragrande maggioranza degli operatori prevede impatti largamente inferiori a un punto percentuale e la Banca Nazionale Greca (per dirne uno) prevede un impatto di 0.3% per l'Eurozona (lo stesso ordine di grandezza previsto dagli economisti di ING), che è compatibile con uno 0.2% per l'Italia, perché a essere più colpita, lo sappiamo tutti, sarà la Germania, e quindi se la media della zona è 0.3% noi saremmo al di sotto.

Ci sarà pure un motivo, no, se tutti gli imprenditori che sento io, imprenditori reali, non percepiti attraverso la lente deformante degli operatori informativi, non si abbandonano alla disperazione?

Vi faccio un esempio tratto da una chat vera, quella con un imprenditore che sicuramente tutti conoscete ma di cui ovviamente tutelerò l'anonimato:


[14:28, 08/04/2025] Uno De Passaggio: Auguri buon onomastico

[18:57, 08/04/2025] Caro Uno De Passaggio, che pensiero gentile! Ho scoperto così che esiste anche un Sant’Alberto di Gerusalemme che si festeggia oggi! Io mi ero attribuito, nella mia connaturata modestia, il Sant’Alberto Magno che si festeggia il 15 novembre… Come stai?

[18:59, 08/04/2025] Uno de Passaggio: Io bene , Tu ? Perché tutta sta panna sui dazi ? ognuno si adeguerà , poi in 25 anni il dollaro ha oscillato fra 0,83 ed 1,60 e non è morto nessuno, come mai sto gran casino?

[19:00, 08/04/2025] Alberto Bagnai: Me lo chiedo anch’io! 😂

[19:00, 08/04/2025] Alberto Bagnai: La risposta credo sia che devono mostrificare Trump.


La gente col cervello ragiona così, perché chi sui mercati internazionali ci lavora sa, fra l'altro, che quella della stabilità dell'euro era una solenne bufala, tant'è che, come vi ho spiegato qui, le oscillazioni del cambio euro/dollaro sono state sostanzialmente del medesimo ordine di grandezza di quelle del cambio lira/dollaro!

Del resto, il dazio del 25% (o di quel che l'è, perché fra le varie cose che mi pregio di avervi detto nelle mie dirette mattutine c'era anche che prima si doveva vedere se i dazi sarebbero stati applicati, e ancora non lo sono stati - la strategia negoziale di Trump ormai mi sembra piuttosto chiara, no?) è appunto il recupero di una svalutazione competitiva del 26% che va avanti da anni.

Vogliamo parlarne delle cause di questi dazi? Vogliamo interrogarci su come agire su di esse, su come ricomporre gli squilibri interni all'Eurozona evitando così di esportarli verso il resto del mondo, con ovvie reazioni?

Non credo che qui da noi si sia ancora pronti ad affrontare un dibattito serio sulle cause del problema, che sono quelle che vi ho descritto al primo convegno del Dipartimento Economia Lega (e da anni su questo blog).

Motivo per cui, quando mi intervistano sul tema del giorno, mi viene tanto da rispondere: "Ah, sì, certo, Trump!... E sti dazi?"


(...ma speriamo che il Signore mi preservi dalla tentazione di farlo stasera:


Non vorrei mancare di riverenza alla Terza Camera della Repubblica...)

martedì 8 aprile 2025

TTIP

Dunque, da quello che sono riuscito a capire la storia sta andando avanti così: arriva il poliziotto cattivo e dice di voler mettere dazi ritorsivi contro Paesi che da 10 anni il suo Paese denuncia come manipolatori di valuta. Ci sta, verosimilmente una manovra simile è ammessa anche dal WTO, che infatti (non so se ci avete fatto caso) nella disputa che si è sollevata è il grande assente, o quantomeno, se è intervenuto, non ha avuto da parte degli operatori informativi alcun particolare risalto. Strano, perché questa è proprio materia sua! Forse lo sberlone dato dal poliziotto cattivo all’OMS ha insegnato alle fallimentari istituzioni della globalizzazione ad abbassare le penne, o forse mi sono semplicemente distratto…

Partono dotte disquisizioni sulla fine della globalizzazione e sul desiderio del capitalismo di schierarsi dalla parte dei lavoratori (qui abbiamo aggiunto a questa pozione un discreto mestolo di punti interrogativi, ma noi siamo brutte persone…).

Poi arriva il poliziotto buono, che con accenti degni del miglior John Lennon ci dice: “Immagina un mondo senza dazi!”

Last but not least, arriva la causa degli squilibri a dire: “Ci piace un mondo senza dazi! Facciamolo, o altrimenti la nostra vendetta sarà terribile!”

E a questo punto il poliziotto cattivo si fa una risata omerica di fronte alle minacce del minacciato e si frega le mani soddisfatto per aver portato il risultato a casa.

Che ne dite, il ragionamento tiene?

In questo caso, buon Parmesan a tutti!


(… non metto link perché tanto non li leggete, e quando ci servirebbero, fra una decina d’anni, per capire a chi mi sto riferendo - nell’ordine: Trump, Musk, von der Leyen - i link sarebbero inevitabilmente corrotti, impedendoci di ricostruire questo esilarante momento storico caratterizzato, come tutti i momenti storici, dal fatto che a fare più rumore sono quelli con meno argomenti…)

(…a tanta raffinatezza non credo neanche io, ma vedo che in questo periodo si tende a perdere la bussola con una certa facilità. Se si parla di tattica, il nemico del mio nemico è necessariamente un mio amico. Se si parla di strategia, bisogna avere la capacità di guardare qualche mossa avanti. Inutile dire che, pur con tutti i condizionamenti che abbiamo imparato a leggere storicamente in testi come “Sorvegliata speciale“, se il Paese godesse di una maggiore autonomia la situazione sarebbe meno complessa da gestire e soprattutto da interpretare. L’obiettivo strategico è e resta chiaro…)

venerdì 4 aprile 2025

Lessico (non) famigliare

Scusate, ma siccome vedo che la panna monta (come al tempo della Brexit, che, ci tengo a ricordarlo, non è andata come dicevano i terroristi), mi limito sommessamente a ricordare che l'integrazione economica prevede normalmente queste tappe:


Di tutta questa storia probabilmente ci interessa la nostra situazione, che è quella di una unione economica e monetaria, cioè dell'integrazione fra:

  1. un mercato comune,
  2. un'unione doganale
  3. un'unione monetaria.

Tralasciando come funzionano il mercato comune e l'unione monetaria (entrambi male, perché sono incompatibili, dato che l'esistenza di un'unione monetaria obbliga i Paesi membri del mercato comune a reagire con politiche restrittive, cioè a fare competizione coi salari, abbattendo il potere di acquisto dei partecipanti al mercato, come Draghi chiedeva nel 2011 e ha rinnegato nel 2024), mi soffermo su come funziona una unione doganale, anche nota agli europei come Zollverein, dal nome del suo più illustre precedente storico.

In un'unione doganale non solo si abbattono le barriere commerciali interne all'area (cioè, per semplificare, si portano a zero i dazi fra i Paesi membri), cosa che avviene anche in una zona di libero scambio (esempio attuale: l'ASEAN), ma si adotta anche una tariffa doganale unica verso le merci che arrivano dall'esterno. I singoli membri di una zona di libero scambio, in altri termini, possono farsi concorrenza (o proteggersi) abbattendo (o mettendo) dazi verso paesi terzi diversi da quelli vigenti negli altri Paesi membri della zona. In un'unione doganale, invece, il dazio sulle merci che entrano (precisazione pleonastica, ma purtroppo occorre farla, dato il livello...) è uguale per tutti i Paesi membri.

Ora, il dazio è intrinsecamente imposto sui flussi di merci in entrata a un Paese. I dazi sulle esportazioni sono eccezioni limitatissime e circoscritte. Visto che il mondo è pieno di analfabeti soggetti al principio di autorità, ecco un riferimento utile:


Inoltre, un'Unione doganale ovviamente regola le tariffe imposte alle merci in entrate dai Paesi che ad essa appartengono, non quelle praticate dai Paesi che ad essa non appartengono, per lo stesso motivo per il quale, che so, un abbattimento del cuneo fiscale deciso dal Governo italiano non si applica ai cittadini statunitensi o neozelandesi (mi fa strano doverlo dire, ma qualcosa mi lascia intuire che è necessario).

Ne deriva che la strana idea secondo cui gli Stati Uniti non potrebbero applicare dazi diversificati ai Paesi dell'Unione Europea perché questi sono membri di un'Unione doganale o perché m'ha detto mi cuggino che er commercio è competenza esclusiva dell'Unione ai sensi dell'art. 3 TFUE non ha alcun fondamento!

Gli Stati Uniti non possono decidere quali dazi carichiamo sulle loro merci in ingresso da noi (possono negoziarlo, non deciderlo), e quei dazi dovranno però essere identici per tutti i Paesi dell'Unione Europea perché essa è anche una Unione doganale. Ma noi non possiamo decidere che gli Stati Uniti mettano dazi uniformi sulle nostre merci in ingresso da loro, perché che cosa fanno a casa loro lo decidono loro, perché non sono membri della nostra Unione doganale, e perché se anche lo fossero l'Unione doganale si preoccupa dei dazi all'import nostro (export degli altri), non all'import altrui (export nostro)! Quindi è assolutamente possibile dal punto di vista economico, logico, astratto e concreto che gli Usa decidano di applicare dazi diversificati ai Paesi membri dell'UE, perché il fatto che noi siamo una Unione doganale riguarda noi e il modo in cui abbiamo deciso di non farci concorrenza o di non proteggerci con tariffe doganali unificate, ma non riguarda loro. Tanto è vero che è già successo, e a gennaio ve ne ho fatto un esempio qui. Non solo! L'ottimo Borghi ha anche rintracciato una ammissione piuttosto ovvia di un personaggio che alcuni potrebbero considerare autorevole:


Non so se è chiaro!

Basta così, o volete dell'altro?

Lo so, questa spiegazione sembrerà assurda, perché è assurdo che la si debba dare.

Ma visto che funziona così, allora meglio togliersi il pensiero, così poi passiamo ad altro.

Aggiungo però una sottolineatura politica. Forse di questo strano trucchetto (consistente nel fatto che i membri di una unione doganale devono avere dazi uniformi in entrata, ma possono subire dazi diversificati in uscita, per il semplice motivo che i loro dazi in uscita in realtà sono i dazi in entrata di Paesi terzi che decidono loro quanto far pagare e a chi perché nulla hanno a che spartire con le logiche di una Unione doganale cui non appartengono!) sarebbe meglio non parlare troppo, e il negoziato bilaterale sarebbe meglio farlo (come staranno facendo Francia e Germania) anziché annunciarlo. Va bene che la turba così si sommuove e "laika" (voce del verbo "laikare", ma anche nome di un cane che finì male), ma nell'affermare certe cose si mettono inutilmente in imbarazzo i membri di Governo, si costringono altri membri di Governo a dire leggere imprecisioni, e soprattutto si afferma una cosa che l'arbitro che gioca con i nostri avversari non è disposto ad accettare: che il progetto unionale è fallimentare. E perché turbare così un personaggio cui invece deve andare la nostra riverenza e il cui sogno non va turbato? Ci sono situazioni in cui le cosa vanno fatte, non dette. E se chi ci dovrebbe sostenere nella nostra battaglia di buonsenso non lo capisce, amen! Siamo veramente così convinti che ci occorra il consenso di chi, per soddisfare il proprio narcisistico bisogno di aver votato "le persone giuste", costringe sistematicamente le persone giuste a fare la cosa sbagliata, cioè a svelare al nemico le sue posizioni?

Io no.

Ma io sò strano...