Come avrete notato, in un momento in cui il Parlamento, e quindi la politica, sembra riacquistare una certa centralità, in diretta conseguenza del fatto che la mancanza di una maggioranza definita impedisce di confinarlo a quella funzione meramente notarile, di ratifica degli atti governativi, cui viene dato il rassicurante nome di governabilità, sono partiti sui vari media attacchi tesi a delegittimarlo. Noi politici, si dice, staremmo scaldando la poltrona: ci saremmo guadagnati il primo stipendio senza far nulla, ecc.
Non entro (perché non ho tempo) in tutto quello che ho fatto in questo mese: se vi interessa, farò un post a parte. Non entro nemmeno (per lo stesso motivo) in quanti soldi mi sono entrati in tasca: ricordo solo che il buon Serendippo parlava di un incremento del 600% del mio stipendio (che avrebbe significato, a spanna, arrivare a 20.000 netti al mese). Posso rassicurarlo: siamo molto al di sotto di questo obiettivo. Mi chiedo solo perché chi si preoccupa tanto degli stipendi dei politici non si preoccupi altrettanto di quelli degli eurocrati o dei funzionari di altre organizzazioni sovranazionali, che svolgono funzioni di indirizzo politico senza essere stati eletti da nessuno e senza pagare tasse a nessuno (ogni riferimento a nomine recenti è puramente intenzionale), o di quelli dei consiglieri delle società pubbliche partecipate, o di quelli dei magistrati (gli unici sfuggiti al congelamento delle retribuzioni nel comparto della pubblica amministrazione per il semplice motivo che erano gli unici a poter dare ragione a se stessi in un tribunale, come qui spiega un collega).
Chissà perché questa attenzione (o, se volete, disattenzione) selettiva?
Già, chissà...
In effetti, oltre a tutto il resto, in questi giorni sto anche chiudendo alcuni lavori che ho ereditato dalla mia vita precedente. In uno (veramente, in due, ma nell'altro ho due coautori) mi sto preoccupando del solito problema: dell'impatto sulla nostra produttività di un cambio sbagliato per la nostra economia. L'argomento non è nuovo ai lettori di questo blog. Lo introdussi in un post di quasi cinque anni fa, da cui trassi svariati articoli scientifici: il primo, del 2016, ha avuto l'onore di essere citato da Zingales, il secondo è qui, e il terzo (l'unico ad accesso libero per i non addetti ai lavori - cioè per i non iscritti alle riviste specializzate) è qui. Nel lavoro che sto concludendo modifico leggermente approccio: invece di considerare l'impatto sulla produttività del tasso di cambio, considero quello dello scostamento del cambio dal proprio valore di equilibrio.
Il modello post-Keynesiano si basa sull'idea che la domanda stimoli l'offerta: sono le aspettative di domanda (e non il tasso di interesse) a indurre gli imprenditori a investire (cioè ad acquistare macchinari, attrezzature, mezzi di trasporto ecc.), ed è il "tiro" della domanda a stimolare la produttività: un'idea vecchia quanto l'economia, visto che come voi sapete (e i miei colleghi, anche quelli che si scoprono il capo ostentando deferenza al nome di Sylos-Labini, non sanno) è stata introdotta in letteratura da Adam Smith. Ora, se il tasso di cambio cresce, normalmente questo deprime la domanda: i prodotti nazionali diventano più cari per gli acquirenti esteri, le esportazioni rallentano, e la produttività ristagna, in un processo di causazione circolare e cumulativa. Tuttavia, può anche capitare che la crescita del cambio sia associata a (o causata da) una crescita della produttività (questa è l'obiezione di Zingales al mio lavoro). Se il cambio sale, ma sale anche la produttività, la competitività di prezzo in linea di principio potrebbe restare invariata: infatti, è vero che per l'acquirente estero, a parità di prezzo nazionale, il bene nazionale costa di più, ma è anche vero che siccome i lavoratori sono diventati più produttivi, il costo del lavoro per unità di prodotto scende (uno stesso salario si "spalma" su più prodotti) e quindi il prezzo del bene nazionale in valuta nazionale può scendere. Può quindi darsi che questa discesa del prezzo in valuta nazionale sul mercato interno compensi l'aumento del prezzo della valuta per l'acquirente estero, dando come risultato un uguale prezzo in valuta estera sui mercati internazionali.
La morale di questa favola (per chi non si è perso: ma siccome a nessuno fa piacere far brutta figura, farete tutti finta di aver capito cosa è successo...) è che più che i movimenti in alto o in basso del cambio, contano gli scostamenti dall'equilibrio. Un paese con forte produttività può essere competitivo anche con un cambio "alto" (o in crescita), e un paese con debole produttività può essere non competitivo anche con un cambio "basso" (o in calo). Ovviamente, nel calcolare gli scostamenti del cambio dall'equilibrio si tiene conto, appunto, del divario fra la produttività del paese e quella dei suoi concorrenti, e di un paio di altre cosucce, come abbiamo visto un paio di anni or sono. Nell'articolo sull'uscita dell'Italia dall'eurozona avevo applicato uno di questi approcci (il BEER) per stimare di quanto si sarebbe apprezzata o deprezzata la nuova valuta italiana in seguito a uno sganciamento dall'euro. Nel frattempo, un gruppo di colleghi francesi che lavora presso il CEPII ha redatto EQCHANGE, un database che riporta le serie degli scostamenti del cambio dal proprio valore di equilibrio per oltre cento paesi, a partire dal 1973. Se vi interessa, potete iscrivervi e scaricarlo.
Qui mi limito a riportare un grafico costruito con due serie estratte dal database:
Nel grafico vedete gli scostamenti del tasso di cambio dal proprio valore di equilibrio per due paesi: Germania e Italia. La linea orizzontale (per gli amici: le ascisse) corrispondono a zero scostamento, cioè a una situazione di equilibrio. Sotto l'equilibrio la valuta è sottovalutata (cioè favorisce indebitamente le esportazioni), sopra è sopravvalutata (e quindi penalizza indebitamente le esportazioni). Com'è andata mi pare si capisca. Secondo queste stime, negli anni '70 l'Italia aveva una valuta piuttosto sottovalutata (intorno al -15%) e la Germania relativamente sopravvalutata (attorno al 5%). L'adesione allo SME nel 1979 ci riporta in equilibrio, e lo SME "credibile" (quello senza periodiche revisioni della parità) ci porta in territorio positivo: una sopravvalutazione cui rimediamo con la svalutazione del 1992. Il resto è piuttosto ovvio: con l'entrata nell'euro, la nostra valuta (appunto: l'euro) diventa progressivamente sempre più forte per noi, toccando punte di sopravvalutazione del 15%, fino alla gigantesca "svalutazionecompetitiva" predisposta da Draghi nel 2014, della quale ora paghiamo le conseguenze (sapete che qui abbiamo previsto l'una e le altre) sotto forma di ritorsioni da parte degli Stati Uniti. La situazione tedesca è quasi speculare. Dico "quasi", perché in effetti per capire come si sono sviluppati i rapporti fra noi e la potenza egemone conviene prendere lo scarto fra le due serie, cioè lo scostamento fra gli scostamenti dall'equilibrio:
Qui si vede meglio cosa sta succedendo. La tendenza "secolare", interrotta dal riallineamento del 1992, è quella di un indebolimento relativo del marco/euro rispetto alla lira. Anche alla fine della storia, quando noi ci troviamo sottovalutati (come si vede nel primo grafico), la Germania è più sottovalutata di noi, e quindi resta "sottoprezzata" per sul mercato italiano. Certo: per la Germania l'euro è debole perché la Germania è forte (in un certo senso che i lettori qui hanno imparato a comprendere). Ma il punto resta! Il fatto che questo grafico, invece di oscillare attorno allo zero, manifesti una tendenza negativa ci dice, di per sé, che un mercato non sta funzionando: quello della valuta, che oggi non funziona... perché non c'è! Ci siamo chiesti mille e una volta perché i "libbbberali" vedano nell'abolizione di un mercato una cosa buona e giusta. Forse perché sono scemotti a libro paga, che di Smith hanno solo sentito il nome in qualche corso di Istituzioni di economia politica di qualche facoltà minore (se pure...). In ogni caso, il punto di fondo è sempre lo stesso, e tale resta: accordi irrazionali non sono benefici per nessuno. E se ne volete una riprova, considerate che Deutsche Bank si è fumata in pochi anni oltre 10 miliardi di aumenti di capitale e non gode di ottima salute.
Anche i ricchi piangono, a quanto pare, soprattutto perché sono poveri.
Quindi, a chi mi chiede se usciremo dall'euro, io continuo a ripetere quello che dissi a un giornalista particolarmente poco piacevole la prima volta che andai in televisione, molti anni fa: questo è un falso problema, perché sarà l'euro a uscire da noi. I numeri per una soluzione politica ad oggi non ci sono, ma stanno diventando sempre più grandi, esattamente come stanno diventando sempre più grandi le cifre necessarie per tenere insieme la baracca. Non ci voleva quel genio di Stiglitz per suggerirci che un giorno i costi supereranno i benefici.
Intanto, godiamoci il seguito della telenovela...
(...ah, fedele allo spirito di questo blog, come vedete, non vi parlo di cronaca, ma una cosa ve la dico: sono umanamente - prima che politicamente - molto contento...)
(...ovviamente questa modifica metodologica, che tiene conto dell'osservazione di Zingales, non altera in nulla i risultati dei precedenti studi: la sopravvalutazione - rispetto all'equilibrio - deprime la dinamica della produttività. Non c'è niente da fare: se una moneta è sbagliata, è sbagliata...)
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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lunedì 30 aprile 2018
martedì 5 febbraio 2013
BDSM: il meraviglioso mondo di...
(dopo esser stato per
svariate settimane testa a testa con “50 sfumature di grigio”, dovevate
aspettarvi che mi togliessi qualche soddisfazione. La storia è lunga, e
dolorosa... per voi! Accomodatevi, si comincia...).
Il meraviglioso mondo di Econ101
C’era una volta un fornaio che voleva massimizzare il
profitto. Tanto per evitare equivoci, diciamo subito che nel meraviglioso mondo
di Econ101 il profitto è dato dalla differenza fra ricavi e costi (con tutti
gli espertoni che ci sono in giro – cognati laureati alla Bocconi, cugini
assunti in Germania, trader di calzini al mercato rionale – non sia mai
qualcuno si sbagli).
Insomma, il profitto somiglia a questa cosa qua:
Profitto = Ricavi – Costi
Smontiamolo pezzo per pezzo, lavoro noioso ma utile.
Nel meraviglioso mondo di Econ101, ma anche nel nostro
mondo, i ricavi sono dati dalla quantità di prodotto venduta, Q, moltiplicata
per il prezzo, P.
Ora, questo fornaio era uno di quelli che piacerebbe
incontrare a me, quelli che vendono il pane. “Perché?” dirai tu, caro lettore
(o caro troll) “Quali sono i fornai che non ti piacciono?” Semplice! Quelli che
vendono i pani. Ma di questo parliamo un’altra volta, quando sarete cresciuti
e si potrà parlare di discriminazione di prezzo, o anche semplicemente di pane
(argomento sul quale credo mi seguirebbero solo Marco Bessi, Francesco Lenzi,
Silvia-r e pochi altri, per motivi etnici sui quali adesso non mi dilungo,
rinviando a Par.
XVII, 58).
Il fatto che il fornaio del meraviglioso mondo di Econ101
vendesse semplicemente il pane, gli rendeva particolarmente facile calcolare i
ricavi. Diciamo che se una pagnotta da un chilo costava due euro (era proprio
meraviglioso, il mondo di Econ101), i ricavi erano semplicemente il numero di
pagnotte prodotte, moltiplicato per due euro. Produci 15 pagnotte, ricavi 30
euro. E questa era proprio la situazione nella quale si trovava il nostro
fornaio massimizzante.
Poi c’è l’altro pezzo, quello meno allegro, i costi. Il
meraviglioso mondo di Econ101 è un mondo un po’ magico, un mondo da favola, nel
quale, pensate un po’, il sacco di farina si riempiva da solo ogni giorno, la
legna per il forno cadeva ogni giorno dall’albero, già stagionata, accatastandosi
in bell’ordine, il forno era di proprietà, quindi non c’erano affitti né
interessi da pagare, insomma, alla fine restava da pagare solo il lavorante. Un
mondo alla rovescia, insomma, considerando che nel nostro la tendenza è proprio
quella contraria: pagare tanti interessi, e pochi salari. Ma questa è una
favola, non possiamo pretendere che sia realistica!
Ora, il nostro fornaio di lavorante ne aveva uno, che
prendeva 20 euro al giorno. E siccome l’unico costo del nostro fornaio era
quello del lavoro, il suo profitto era:
Profitto = Ricavi – Costi = PxQ – WxN = 2x15 – 20x1 = 30 –
20 =10
dove, per i non addetti ai lavori, P è il prezzo unitario
(2), Q è la quantità prodotta (15), W è il salario (20. "Perché non S?" Perché in
inglese si dice wage, ignorante!), e N è il numero di lavoratori (uno solo).
Piccoli trabocchetti: dice: “Ma Q è la quantità prodotta:
chi ti dice che essa sia anche venduta? Se produci 15 ma vendi 10 il ricavo è
20 e il profitto è zero!”. Dico: “Giusto! Ma nel meraviglioso mondo di Econ101
vige la concorrenza
perfetta, e quindi ogni produttore fronteggia una curva di domanda
infinitamente elastica, il che significa, sostanzialmente, che tanto produci e
tanto vendi”. Dice: “Ma il mondo non funziona così!”. Dico: “Scusate, lo so
bene. Andatelo a spiegare ai gianninizzeri, quindi, non a me: io mi limito a
raccontarvi una favola”.
Bene.
Posso andare avanti?
Allora, il nostro fornaio si metteva in tasca 10, che però
non gli bastava. Voleva di più. Che c’è di male? Nulla. Dice: “Be’, è semplice!
Metti il pane a 2.50, e così invece di 30 di ricavi tiri su 37.5, e i tuoi
profitti aumentano di 7.5 euro”. No, non funziona così. Perché curva
“infinitamente elastica” vuol dire che puoi vendere una quantità infinita di
prodotto al prezzo di mercato, ma se ti scosti anche di un centesimo non vendi
più nulla. Niente. Zero.
Sorpresa!
Non lo sapevate, eh?
In concorrenza perfetta gli agenti economici sono price takers. Cosa vuol dire? Vuol dire
che nessuno di loro ha potere di influire sul prezzo: il prezzo è un dato, e
quindi lo “prendono” come viene. Un po’ come noi, che lo stiamo prendendo (ma
non il prezzo), proprio perché siamo circondati da persone che sono abbastanza
sceme da credere alla concorrenza, o abbastanza furbe da far finta di crederci.
Perché vedete, la concorrenza ha questo
di paradossale: viene propugnata dai cosiddetti liberisti, ma non esiste un
mondo più cupo e opprimente, non esiste mondo nel quale il libero arbitrio
venga mortificato con maggiore crudeltà e sistematicità di quello della
concorrenza perfetta, sì, insomma, del meraviglioso mondo di Econ101: un mondo
fatto di individui piccoli e meschini, ininfluenti, frustrati, miopi, costretti
dalla logica degli eventi a fare tutti la stessa cosa, e a farla subito.
Ubi carcerem faciunt, libertatem appellant...
...e infatti vedrete che anche il nostro piccolo fornaio
sarà costretto dalla logica degli eventi a fare la cosa giusta.
Intanto, però, vedete il bicchiere mezzo pieno. Perché
esattamente come il fornaio non può alzare il prezzo (altrimenti perderebbe
all’istante tutti i clienti), così non può nemmeno abbassare il salario
(altrimenti perderebbe all’istante tutti i lavoratori).
E allora cosa può fare, il nostro fornaio massimizzante? Una
cosa, sola, la cosa giusta: aumentare la
produzione (tanto qualcuno che compra si trova sempre), sperando che l’aumento
di ricavi (vendi più pane, incassi di più) sia superiore all’aumento dei costi
(assumi un altro lavoratore, spendi di più).
Ora, c’è un problemino-ino-ino (per dirla con Ned Flanders).
Il forno è uno, quindi, come direbbe un collega, il “fattore capitale” in
questa favola è fisso. Capita che se un fattore di produzione resta fisso, la
produttività dell’altro fattore sia decrescente. Mi riferisco, in particolare,
a quella che gli economisti chiamerebbero la “produttività marginale”, cioè la
produttività dell’ultima dose di fattore impiegata (ora non partitemi per la
tangente sul termine dose, per favore...).
Mantenete la calma, è semplice. Immaginiamo che con una pala
un operaio scavi una buca all’ora (mi piace servirmi di questo, che è l’esempio
di lavoro improduttivo tipico dello spaghetti-liberista scatenato al bar dello
Sport). Bene: se avete due operai e una pala, in un’ora scavate una buca. Se
avete due operai e due pale (incremento di capitale: una pala), scavate due buche (incremento di prodotto: una buca). Se avete due operai e tre
pale (incremento di capitale: una pala), scavate sempre due buche
(incremento di prodotto: zero buche), o avete almeno un operaio con quattro
braccia, nel qual caso passeremmo però dalle favole alla fantascienza...
La produttività marginale del capitale-pala passa a zero con
la terza dose di capitale impiegato, se il fattore lavoro rimane fisso.
Col forno succede una cosa simile, solo che lì il fattore
fisso è il capitale (appunto, il forno).
Se il primo lavorante produce 15 pagnotte, il secondo magari
ne produce 13 in più (cioè la produttività marginale del secondo lavorante è
13), perché comunque il forno, per parte del tempo, è occupato dall’infornata
del collega, e possiamo pensare che un terzo lavorante aggiunga altre 10
(produttività marginale 10), e un quarto altre 6, ecc. A mano a mano che
l’impiego di un fattore aumenta, si “satura” l’impiego degli altri, e la
congestione che ne risulta rende meno produttive le successive “dosi” del
fattore considerato. Si chiama legge dei rendimenti
decrescenti.
Ora, vedete, il fatto è che la produttività marginale è
decrescente, ma non per questo puoi pagare di meno il lavoratore che assumi:
lui è assunto, e il suo stipendio lo vuole tutto. E quindi cosa succede?
Andiamo per tentativi.
Il fornaio massimizzante decise così di assumere un secondo
lavoratore. I costi così passavano da 20 a 40, ma i ricavi? Il secondo
lavoratore produceva, come abbiamo detto, 13 pagnotte in più al giorno, e
quindi i profitti passarono da 10 a:
2x(15+13) – 2x20 = 56 – 40 = 16
Bene! Sono aumentati! E, guarda un po’, è aumentato anche il
prodotto, quindi, in qualche modo, il benessere materiale dei cittadini (visto
che nel mondo di Econ101 tanto produci, e tanto mangiano). Esperimento
riuscito. Che dite, andiamo avanti?
Il fornaio massimizzante decise allora di assumere un terzo
lavoratore. La sua produttività marginale era di 10 pagnotte, ricordate no? Ma
il suo salario unitario sempre di 20. E allora cosa successe? Questo:
2x(15+13+10) – 3x20 = 76 –60 = 16
Ooops! Il profitto non aumenta più...
Siete mai stati in montagna? Come vi accorgete di essere in
cima? Semplice: quando smettete di salire. I matematici forbiti vi direbbero
che un massimo è un punto stazionario,
dove non si sale e non si scende. Attenzione però: c’è anche un altro caso nel
quale non si sale e non si scende: immaginate di prendere un sottopassaggio.
Quand’è che siete in fondo? Quando smettete di scendere, e non state ancora
risalendo. Quindi anche un minimo è un punto stazionario, salvo nel caso in
cui, come normalmente accade in Italia, chi ha toccato il fondo decida di
scavare. Ma il punto non è questo. Siccome vorrei fare di quei bruti che siete
(vostro malgrado) degli economisti, mi correva l’obbligo di attirare la vostra
attenzione sul fatto che la stazionarietà è una condizione al più necessaria
per un massimo, certo non sufficiente (perché sono stazionari anche i minimi).
Matematici: ho detto “al più”. So che ci sono funzioni non
derivabili. Già eravate pronti con la matitina blu, eh? Be’, se non sapete cosa
farci...
Quindi?
Quindi mi sa che butta male. Visto che siamo in cima, se
facciamo un altro passo finiamo di sotto!
Infatti, il nostro fornaio ottimizzante, che non sapeva di
calcolo differenziale, fece un altro passo, e assunse un quarto lavorante. Vi
ricordate? Quello che aveva una produttività marginale di sei pagnotte. E il
profitto? Eccolo:
2x(15+13+10+6) – 4x20 = 88 –80 = 8
Ahia! Abbiamo fatto il passo più lungo della gamba! Col
quarto lavorante il profitto si dimezza, scende addirittura sotto al valore
iniziale! Poco male. Nel meraviglioso mondo di Econ101 è vero che non puoi
contrattare il salario col tuo lavoratore, e quindi non puoi ridurglielo. Ma
almeno puoi licenziarlo senza che qualche guitto da 30 denari venga a fare
sceneggiate (sapendo benissimo come va a finire, e intonando le lodi degli IDE e dell'euro che difendono il proletario). E allora il nostro fornaio,
prudentemente e istantaneamente, licenziò il quarto lavoratore, tenendosi tre
lavoratori e 16 euro di profitto.
La morale della favola
(si plachino per un
attimo i tecnici)
La morale è riassunta da questa tabella, dove N è il numero
di occupati, MP la produttività marginale (marginal productivity), Q il
prodotto totale, AP la produttività media (prodotto diviso addetti, average
productivity), R il ricavo, C i costi, PI greco i profitti, W il salario per
addetto, e PxMP il valore della produttività marginale.
Cosa abbiamo imparato?
Una cosa molto semplice: che in mercati perfettamente
concorrenziali un imprenditore ottimizzante spingerà la produzione fino al
punto di massimo profitto, che è quello in cui il valore della produttività
marginale (cioè quello che ricava dall’ultimo operaio assunto) uguaglia il
salario (cioè quello che gli costa l’ultimo operaio assunto). Dopo di che si
fermerà, perché siccome la produttività è decrescente, se andasse oltre
pagherebbe sempre un salario intero (stesso costo marginale), ma a una persona
che gli produce un minor ricavo marginale, e quindi intaccherebbe il totale dei
profitti.
Cioè abbiamo imparato
che l’equilibrio concorrenziale richiede che sia: PxMP = W
Abbiamo anche imparato che nel punto di massimo, il prodotto
marginale è uguale al salario reale, cioè al salario diviso per il livello dei
prezzi. Eh sì, infatti il terzo operaio assunto produce 10 pagnotte, e guadagna
un salario di 20, che espresso in termini reali, cioè diviso per i prezzi,
diventa 20/2=10. Insomma: la produzione del lavoratore marginale uguaglia il
potere di acquisto che riceve dall’impresa.
Nota: in quanto precede supponiamo che la produttività
marginale sia decrescente, cioè che a ogni lavoratore in più il prodotto
cresca, ma cresca un po’ di meno, cioè che la funzione di produzione sia
concava, come si vede in questo bel grafichetto qui:
Nota (inutile): sì, lo so, in questo caso l’equilibrio non è
unico. Ma del resto non sto ipotizzando che la funzione di produzione sia differenziabile in
modo continuo: ha degli “angoletti” (punti angolosi), vedete,
ma il motivo non è matematico, bensì biologico. Avete mai provato ad aggiungere
alla vostra linea di produzione, che so, 1/3 di operaio (per restare nei numeri
razionali)? A meno che non produciate carne in scatola, non credo che
l’operazione funzionerebbe... Normalmente nei libri ipotizziamo che la funzione
di produzione sia liscia e concava, e l’equilibrio interno è garantito al
limone, oltre a essere unico. Inoltre, in questo caso, visto che il profitto è
16 sia con due che con tre lavoratori, al nostro conviene assumerne comunque
tre, perché non sia mai nel mondo delle favole arriva l’influenza, e gliene
resta uno a casa, lui mantiene il profitto costante. Ma la cosa importante è
che nel punto N=3, la variazione del profitto rispetto a N=2 è nulla, cioè
16-16=0. Insomma, volendo potremmo usare questo esempio per far capire che nei
punti stazionari la derivata prima si annulla (ri-precisazione: sì, credo di
ricordare quella storia di epsilon eccetera, amici. Ma se siete così bravi,
perché quando spiegate le cose voi nessuno capisce niente?). Comunque, per gli
amici delle figurine, la funzione del profitto nel nostro esempio funziona
così:
Nota (inutilissima): sì, lo so, potremmo misurare l’input di
lavoro in ore lavorate, così potremmo dividerlo più finemente. Ma cosa
cambierebbe? Il dominio
comunque non sarebbe continuo, a meno di non pensare che l’imprenditore misuri
i miliardesimi di secondo (e oltre).
Ecco: adesso sapete quanto è difficile il mio lavoro. Lo è soprattutto per merito di quelli che vogliono aiutarmi (e degli espertoni, e dei fuuuuuuuuuuurbi, e dei professorechenepensa...).
E sapete anche che in equilibrio W=PxMP (nell’esempio:
20=2x10).
Il meraviglioso mondo di Lampredotto
Nello scorso mese è circolato su Internet, in sinistra e
sospetta (SS) coincidenza con il dilagare della nostra (mia e vostra) opera di
corretta informazione, un
filmato amatoriale piuttosto esilarante.
Il personaggio, par di capire un padano espatriato in
Germania, si aggira tronfio e impettito in camicia nera per un supermercato
tedesco, leggendo i cartellini dei prezzi. Partendo dal presupposto che gli
stipendi in Germania siano “quasi il doppio che in Italia” (“una cassiera
guadagna 1800 euro al mese, un operaio 2800”, dice), il simpatico cioccolataio
grufola fra i banchi alla ricerca di generi di prima necessità, sbertucciando
l’idea che secondo lui alcuni italiani nutrono, vale a dire quella che in
Germania la vita costi di più, e che quindi in termini di potere d’acquisto (in
termini reali) i lavoratori tedeschi non stiano meglio di noi. Bisogna girare
il mondo, e lui sì che l’ha girato: il militare non l’ha fatto a Cuneo, ma
addirittura nel Baden-Württemberg!
Dettaglio significativo (colto da diverse persone): il
supermercato è deserto, e siamo al 19 dicembre. Eh già, ma in Germania lavorano
tutti (tranne lui, par di capire), e chi ha tempo di guadagnare non ha tempo di
spendere. Sarà per questo che la crescita del Pil si
è dimezzata...
Il divertente personaggio fa la sua spesa, rovesciando uno
tsunami di livore sui suoi connazionali. Difficile inizialmente capire il
motivo di tanto astio, ma una mano ce la da proprio il singolare paniere di
prodotti sui quali il simpatico guitto padano concentra la propria attenzione.
In un video che dura 9 minuti, tre sono dedicati a prodotti
per l’igiene personale (colluttori, dentifrici, deodoranti, doccia schiuma,
coloranti per capelli, shampoo; si sa in effetti che i maiali son bestie pulite),
poi, dopo una breve parentesi dedicata all’infanzia (omogeneizzati e pannolini),
cinque minuti e passa sono dedicati a integratori alimentari di vario tipo (bevande
vitaminizzate, 60 capsule di magnesio 400, 1 chilo di proteine, barrette
multivitaminiche, creatina, Isostad...). Quando ti chiedi quanto la menerà
ancora con questi prodotti da culturista decerebrato, eccolo profferire un “vediamo
se troviamo qualcos’altro, figa!”, e tu pensi: “Meno male, si è stancato anche
lui. Ora ci parlerà dei prezzi di quello che compriamo ogni giorno! Non
dovrebbe essere difficile trovare qualcos’altro in un ipermercato, no? Che so,
pane, carne, pasta, latte, riso, pesce..., ma anche, se preferisci, wurstel,
crauti, birra...”.
Dopo una breve parentesi dedicata ai cioccolati (fonte di
calorie, ma anche questa non esattamente nel paniere quotidiano), si arriva al
top (dice lui): la vitamina C. Un altro minuto e mezzo passa a commentare
svariati tubi di vitamine assortite...
Kaum zu glauben,
verrebbe da dire.
Tutto questo insistendo sul “culo flaccido” (relata refero)
del “piteco italico” che gira il mondo dietro alla tastiera del suo computer:
parla di voi, perché io sono all’estero!
Ma improvvisamente, osservandolo, vieni folgorato da
un’intuizione, e capisci il lato umano, capisci il perché di tanto livore, di
tanta iattanza. Improvvisamente visualizzi, come in Ratatouille, il giovane
Lampredotto adolescente: un adolescente obeso, pustoloso, maleodorante e
malaticcio, schifato dalle compagne, canzonato dai compagni, insomma, il tipo umano reso immortale
dal poeta. Poi tanta solitudine, tanta palestra (tanta creatina), tanti videogiochi, i brufoli van
via, e infine l’esperienza dell’espatrio, che sana tante ferite, per
quell’inspiegabile tendenza che hanno le donne straniere a preferire, fra i
nostri compatrioti, i più truzzi (esclusi gli eventuali fortunati presenti, va
da sé). Sarà perché ci vedono come delle bestie, e quelli di noi che non lo
sono (una maggioranza silenziosa) non presentano ai loro occhi il fascino
dell’esotico? Lampredotto credo le abbia soddisfatte, e ne sono lieto per lui e
per loro.
Ma attenzione: la scelta del paniere fatta dal simpatico
guitto padano può essere interessante sotto il profilo sociologico, o forse
dovrei dire antropologico, o forse dovrei dire psicologico, o forse dovrei dire
psichiatrico, ma non vorrei discuterla molto sotto il profilo economico (anche
se è piuttosto ovvio che un paniere simile non è rappresentativo del costo
della vita). Insomma, se vi ho fatto la fedele lista dei beni scelti, e del minutaggio
relativo, non è per insinuare che l’amico si sia soffermato su certi prodotti,
anziché su altri, al fine di distorcere la sua analisi. Forse un po’ sì, ma non
credo. Penso che abbia scelto i prodotti che sono stati importanti nel suo
percorso di riscatto (collutorio antifiatella, shampoo antiseborroico,
creatina), ed è giusto sia così.
Mi affretto ad aggiungere, per onestà e solidarietà
intellettuale, che in fondo una parte del suo scetticismo nei riguardi dell’Italiano Medio
purtroppo è giustificata. Lo prova il fatto che questo filmato pare abbia avuto
un grande successo, nonostante in effetti sia, come tutti i tentativi di
disinformazione condotti dai nemici del nostro splendido e martoriato paese, un
doppio autogol.
Perché mai, direte voi?
Ma intanto perché, con tutta la simpatia che si può avere
per Lampredotto, il filmato non rende giustizia alla sua statura intellettuale:
non ne esce bene, presentando come una
grande scoperta il fatto che in Germania i prezzi sono più bassi, quando
sappiamo che da più di cinquanta anni in Germania l’inflazione è più contenuta
che da noi. Insomma: metti in pista una Ferrari e un maggiolino, e poi ti
stupisci se arriva prima la Ferrari! I dati li vediamo sotto.
Poi c’è un altro motivo, più sottile, che ammetto possa
essere sfuggito alla maggior parte dei lettori (e dei disinformatori, e di chi
si è prestato in buona fede a far loro da eco). Il fatto è che il “piteco italico”, per dirla con Lampredotto, non è
poi così ingenuo quando si aspetta che i prezzi in Germania siano più alti. In
effetti, dovrebbero esserlo, ed è proprio il fatto che non lo siano a far
capire su cosa si basa il miracolo tedesco.
Ma per questo devo portarvi in un altro mondo meraviglioso,
anzi, due o tre. La strada è lunga, ma poi mi ringrazierete (forse).
Cominciamo.
Il meraviglioso mondo della globalizzazione
C’era una volta la concorrenza perfetta, che, fra l’altro,
implica l’assenza di costi di transazione: tutti sono perfettamente informati
su tutto quello che succede e sanno esattamente dove andare ad acquistare un
dato prodotto al minor prezzo possibile, il che contribuisce a far uscire dal
mercato i produttori meno efficienti (nessuno si rivolge a loro), e al tempo
stesso a equalizzare il livello dei prezzi dei prodotti fra i vari produttori.
Poi c’era la globalizzazione, che, come sanno i meno
sprovveduti, c’è sempre stata. Ci si aspetta quindi, e ci si aspettava, che le
forze di mercato tendano ad uguagliare i livelli dei prezzi fra i vari paesi,
per il semplice motivo che se un paese praticasse prezzi più bassi, i
compratori vi si recherebbero istantaneamente e in massa, e la loro domanda
spingerebbe verso l’alto il livello dei prezzi del paese considerato (mentre al
tempo stesso la carenza di domanda porterebbe verso il basso il livello dei
prezzi dei concorrenti).
Questa idea è espressa dalla cosiddetta legge del prezzo unico,
che in buona sostanza dice che il livello dei prezzi di un paese tenderà ad
essere identico a quello del resto del mondo (dei paesi concorrenti), una volta
tenuto conto del tasso di cambio.
In un mondo a due paesi dovremmo quindi avere una cosa del
tipo:
ExP1 = P2
dove E è il tasso di cambio fra i due paesi, P1 il
livello dei prezzi del paese 1 in valuta del paese 1, e P2 quello
del paese 2 in valuta del paese 2. Il cambio è espresso certo per incerto
(quantità di valuta di 2 per una unità di valuta di 1; es.: quantità di dollari
per un euro), e quindi l’uguaglianza sopra è espressa in termini di valuta del
paese 2. Esempio: se 1 è l’Europa e 2 sono gli Stati Uniti, E è il cambio
euro/dollaro, P1 i prezzi europei in euro, e P2 i prezzi
statunitensi in dollari.
Quindi E=1.20 significa che con un euro ti danno un dollaro
e venti centesimi, e la legge del prezzo unico sarebbe rispettata se, fatto 100
il livello dei prezzi europei in euro, quello dei prezzi americani in dollari
fosse 120:
1.2x100 = 120
Il meraviglioso mondo di Big Mac
Se valesse la legge del prezzo unico, varrebbe anche la parità del potere
di acquisto fra i due paesi, perché il tasso di cambio di mercato rifletterebbe,
per definizione, la forza delle valute sui rispettivi mercati interni.
Restando nei numeri dell’esempio, vediamo che con un cambio
a 1.20 la legge del prezzo unico implica che i prezzi di 2 in valuta di 2 siano
più alti del 20% rispetto ai prezzi di 1 in valuta di 1. Quindi, se il pane in
Europa costa 2 euro, negli Usa dovrebbe costare il 20% in più: 2.4 dollari. In
questo modo dieci euro comprano la stessa quantità di pane ovunque: in Europa
comprano cinque pagnotte a due euro (2x5=10), e negli Stati Uniti, visto che
con 10 euro ti danno 12 dollari, comprerai 5 pagnotte a 2.4 dollari (2.4x5=12).
Ora, qui cominciano i problemini-ini-ini. Perché questa
storia, cioè il fatto che la legge del prezzo unico prevalga, e che quindi il
tasso di cambio rifletta il potere d’acquisto delle valute, per cui una certa
quantità di moneta, cambiata ai tassi di mercato, compra gli stessi beni in
tutte le parti del mondo... Bene: questa storia, come sa chi viaggia, e come
sanno anche i pitechi dal culo flaccido che leggono in poltrona l’Economist, o che
studiano l’economia internazionale, non funziona. Cosa significa? Significa che
se parti da un certo paese, ad esempio dall’Europa, con una certa quantità di
euro in tasca, e giri il mondo, qualche volta di dice bene, nel senso che
cambio e prezzi sono tali per cui nel paese che visiti compri più beni, e
qualche volta di dice male, nel senso che cambio e prezzi sono tali per cui nel
paese che visiti compri meno beni. Evidentemente gli euro di partenza hanno un
potere d’acquisto maggiore nei primi paesi, e minore nei secondi.
Del resto, è quello che Lampredotto ci vuole dire, e il
fatto che il fenomeno sia noto non rende il suo contributo meno interessante,
come vedremo.
Ma intanto giochiamo un po’, volete? Così ci familiarizziamo
coi concetti. Non so perché, ma di tutto il mio corso questa è la parte che i
miei studenti capiscono di meno. Forse sono un po’ pitechi, o forse non la so
spiegare, ma sono testardo e ci riprovo. Guardatevi questa bella tabellina,
fatta coi dati dell’Economist.
Cosa riportano le colonne? La prima riporta il prezzo in
valuta locale del Big Mac (sì, quello). La seconda il tasso di cambio fra il
dollaro e i diversi paesi elencati (alla data dei calcoli con un dollaro si
compravano 0.74 euro, il che significa che l’euro stava a 1/0.74=1.35 sul
dollaro). La terza riporta il prezzo in dollari del Big Mac, calcolato col
tasso di cambio di mercato (ovvero, un Big Mac europeo sarebbe costato
3.59/0.74 = 3.59x1.35 = 4.85 dollari). Nota quindi che il Big Mac europeo costa
più dollari (4.85) del Big Mac americano (4.37), cioè che con un Big Mac
europeo (più esattamente, con gli euro che ti occorrono per acquistarlo)
avresti comprato (previa conversione in dollari al tasso di mercato) più di un
Big Mac americano. La quarta colonna riporta il tasso di cambio che
garantirebbe la legge del prezzo unico. Calcolarlo non è difficile, basta fare
il rapporto fra il prezzo in valuta nazionale e quello in dollari. Ad esempio,
nel caso dell’euro questo cambio è 3.59/4.37=0.82, e infatti con questo cambio,
che corrisponde a 1/0.82=1.22 dollari per euro, il Big Mac europeo costerebbe quanto
quello statunitense: 3.59x1.22=4.37 (cioè: convertendo in dollari con questo
tasso di cambio l’ammontare di euro necessario per comprare un Big Mac in
Eurozona, compri esattamente un Big Mac negli Stati Uniti). Questo tasso di
cambio si chiama cambio alla parità dei poteri d’acquisto, e lo indichiamo come
EPPP. Naturalmente, se una valuta compra più merce all’estero che a
casa propria, significa che è sopravvalutata. La sopravvalutazione si può
calcolare, appunto come scarto fra il cambio a parità di potere d’acquisto e il
cambio di mercato. Sempre per restare al caso USA/Eurozona, vedete che
(0.82-0.74)/0.74=11%. L’euro è sopravvalutato dell’11%, che poi significa che
con un Big Mac dell’Eurozona ti compri un Big Mac americano, più l’11%.
L’ultima colonna, infine, è il rapporto fra i prezzi nazionali e USA espressi
entrambi in dollari, cioè il cambio reale. Dove è maggiore di uno, la moneta è
sopravvalutata.
Ragioniamo un po’ su questo.
La tabella riporta pochi dati (quella completa ve la
scaricate dal sito), ma intanto una cosa si capisce. Rispetto al dollaro,
risultano in genere sopravvalutate la valute di paesi ricchi (Norvegia,
Svizzera, la stessa Eurozona) e sottovalutate quelle di paesi poveri, anche se
emergenti (Cina, India). Ci sono eccezioni, certo, come il Giappone, ma il
quadro che emerge è più o meno questo: i paesi più ricchi hanno un cambio reale
apprezzato (maggiore di uno) rispetto agli Stati Uniti, il che significa che da
loro la vita costa di più (e quindi, di converso, che con un Big Mac loro
compri più di un Big Mac negli Usa). Il contrario nei paesi meno ricchi.
Proprio questo ci dice il grafico che trovate in questa pagina, sotto
alla carta geografica. Vedete? Il grafico mostra la relazione fra reddito pro
capite, e prezzo del Big Mac in dollari. Nei paesi più ricchi, il prezzo in
dollari è più alto, il che significa che il suo rapporto col prezzo in dollari
negli Stati Uniti (il cambio reale) è più alto, il che significa che il paese
in questione ha il cambio sopravvalutato. I grafici sono interattivi, provate a
scorrere sui vari punti col mouse, o a scorrere sulle barre del grafico a
destra, o a selezionare una diversa valuta come base del confronto...
Naturalmente non ci si può basare su un solo prodotto per
valutare il costo della vita. Esistono analisi più serie di quella,
dichiaratamente scherzosa, dell’Economist.
La Banca Mondiale conduce da decenni un programma
di confronto internazionale, volto appunto a confrontare redditi e consumi
dei diversi paesi a parità di potere d’acquisto, e le relative statistiche,
oltre a essere incorporate in database come quello del World
Economic Outlook, sono consultabili interattivamente qui. Guardate ad esempio
questo grafico. Riporta i fattori di conversione a parità dei poteri di
acquisto, cioè la quantità di valuta locale necessaria per comprare sul mercato
interno lo stesso ammontare di beni che si sarebbe potuto comprare con un
dollaro negli Stati Uniti.
Cosa vediamo? Vediamo che nel 1980 per comprare
quello che a New York si sarebbe comprato con un dollaro, a Roma bastava
l’equivalente di 44 centesimi di euro, e a Berlino ci voleva quasi un euro e
venti centesimi (e ad Atene circa 10 centesimi; nota: sì, nel 1980 l'euro non c'era, mi pare di ricordarlo, ma ovviamente i calcoli sono fatti convertendo in euro la valuta locale con i noti tassi di conversione, e convertendo in dollari il valore in euro usando i tassi dell'ECU/dollaro - per i tecnici).
Quindi, par di capire, la vita era più cara a Berlino che a Roma. Poi il differenziale di inflazione ha fatto la parte sua, e mentre la vita diventava sempre più cara in Italia, diventava sempre meno cara in Germania, fino a che, par di capire, nell’ultimo decennio i costi della vita tendono a convergere. Non è proprio quello che dice Lampredotto, ma cerchiamo altri dati.
Quindi, par di capire, la vita era più cara a Berlino che a Roma. Poi il differenziale di inflazione ha fatto la parte sua, e mentre la vita diventava sempre più cara in Italia, diventava sempre meno cara in Germania, fino a che, par di capire, nell’ultimo decennio i costi della vita tendono a convergere. Non è proprio quello che dice Lampredotto, ma cerchiamo altri dati.
L’OCSE, nelle FAQ
della direzione statistica, spiega come confrontare in modo meno episodico
di Lampredotto, e con le opportune cautele, il costo della vita nei diversi
paesi membri. Il suggerimento è quello di utilizzare le statistiche sui prezzi
al consumo delle famiglie comparati. Li troviamo nel solito database
(suggerimento: selezionate “Data by themes” nella linguetta a sinistra, poi
inserite PPP nel riquadro “Find in themes”, e avviate la ricerca; cliccate
sulle “PPP statistics” per espandere il relativo albero, e trovate le Monthly
statistics in fondo). Il funzionamento di questi indici è spiegato nelle note
che potete consultare cliccando sulla “i” rossa. Sostanzialmente, per ogni
colonna, le righe vi dicono quante unità di valuta nazionale occorrono nel
paese elencato sulla riga, per acquistare quello che 100 unità di valuta
nazionale acquistano nel paese indicato in cima alla colonna (Each column shows
the number of specified monetary units needed in each of the countries listed
to buy the same representative basket of consumer goods and services. In each case the representative
basket costs a hundred units in the country whose currency is specified).
Ecco
i dati estratti oggi (3 febbraio 2013) con riferimento a Germania e Italia.
In ogni colonna ho evidenziato in giallo la riga che
corrisponde al paese indicato cui la colonna si riferisce. Nella casella
evidenziata riga troviamo regolarmente 100, per il semplice motivo che in
Germania, con 100 euro, compri quello che compri in Germania con 100 euro (e in
Italia, con 100 euro, ecc.). La risposta alle domande interessanti è nelle
colonne non evidenziate. Ad esempio: quanti euro ti ci vogliono per comprare in
Australia quello che compri in Germania con 100 euro? La risposta è in alto a
sinistra: 154. Quindi in Australia la vita è più cara del 54% rispetto alla
Germania. E in Italia? Ci vogliono 102 euro. Quindi la vita è più cara anche in
Italia, rispetto alla Germania, ma solo del 2%. La prova del nove? Guardiamo la
colonna “Italy”. Quanti euro occorrono per acquistare in Germania l’equivalente
di un paniere rappresentativo di prodotti di consumo che vale 100 euro in
Italia? 98, il 2% in meno.
Anche l’OCSE quindi, come la Banca Mondiale, dipinge un
quadro di sostanziale allineamento del costo della vita nei due paesi, se pure
sfavorevole all’Italia. Credo dipenda dal fatto che quei buontemponi degli
statistici dell’OCSE, a differenza di Lampredotto, partono dall’idea assurda
che in una famiglia si consumino più litri di latte che di collutorio, e più
chili di pasta che di magnesio. Che dilettanti! Dovrebbero andare a lezione da
Lampredotto, per sapere quanto è buono il cappuccino al Listerine, e quanto è
appetitoso il magnesio all’amatriciana. Certo, fa un po’ cacare. Come lui, del
resto.
Insomma: ci siamo capiti...
Attenzione, però. L’amico è quello che i suoi tratti
somatici e il suo astio antitaliano denotano, e fino a lì ci siamo. Ma il fatto
che la sua sia una disinformazione provata e abbastanza pacchiana non cambia
l’essenza del problema, e quindi non rende meno plateale e patetico il suo
autogol. Perché vedete, che la vita in Tedeschia costi un terzo in meno (come
dice Lampredotto) o solo il 2% in meno (come dice l’OCSE), rimane sempre il
problema di capire come mai in un paese più ricco del nostro del 100% (come
dice Lampredotto), o solo del 18% (come dice la Banca
Mondiale), il costo della vita sia comunque più basso. Perché questo dato
contrasta sia la tendenza che abbiamo visto emergere analizzando un campione di
più paesi, sia quello che la teoria economica ci dice debba accadere, che,
guarda caso, è quello che i “pitechi” italiani si aspetterebbero accadesse (ma
non accade), e che Lampredotto smentisce truccando le carte (quando non sarebbe
necessario).
Ma per capirlo, dobbiamo andare alla scoperta di un altro
meraviglioso mondo.
Il meraviglioso mondo di Balassa-Samuelson
E arriviamo al quarto dei meravigliosi mondi nei quali
voglio condurvi oggi, quello scoperto da due arditi esploratori, Bela Balassa e Paul
A. Samuelson (due de’
passaggio, soprattutto il
secondo). Sì, perché voi giustamente a questo punto sarete lessi, e già vi
sarete dimenticati il discorZetto su W=PxMP. Eh, allora vi tocca rileggervi il
meraviglioso mondo di Econ101, perché non stava lì per bellezza...
Comunque: Balassa e Samuelson (come del resto Prebisch e
Singer), si posero il problema di capire come mai nei paesi più ricchi,
perché più produttivi, il costo della vita è mediamente più alto. Il discorso
di Prebisch e Singer è abbastanza diverso e si adatta ai rapporti Nord-Sud
(tipo Francia-Burkina Faso: noi non siamo ancora a quel livello, soprattutto
perché non siamo esportatori di materie prime), mentre nei rapporti Nord-Nord
torna utile l’ipotesi di Balassa-Samuelson, che trovate esposta bene qui,
ma che vi rispiego in italiano.
Le ipotesi di partenza sono quattro:
1)
vige la concorrenza perfetta e quindi il salario
è uguale al valore della produttività marginale (e questo è il motivo per il
quale siamo passati prima a fare un giro nel mondo di Econ101);
2)
ogni paese ha un settore che produce beni o
servizi commerciabili (meccanica, elettronica, abbigliamento, ecc.) e un
settore che produce beni o servizi non commerciabili (esempio classico: il
taglio di capelli dal barbiere);
3)
nel settore “tradable” (beni commerciabili) il
livello dei prezzi obbedisce alla legge del prezzo unico (e questo è il motivo
per il quale ve ne ho parlato sopra);
4)
la concorrenza sui mercati del lavoro nazionali
tende a uguagliare i livelli dei salari fra i due settori tradable e
nontradable (non è detto che debbano essere identici i salari di un ingegnere e
di un barbiere, ma certo un barbiere a Zurigo guadagna più che a Calcutta)..
Ciò posto, basta applicare Econ101, e cosa succede? Succede
che il salario nei paesi 1 e 2 obbedirà a queste relazioni:
W1 = Pnt,1xMPnt,1 = Pt,1xMPt,1
W2 = Pnt,2xMPnt,2 = Pt,2xMPt,2
cioè il salario è uguale, sia in 1 che in 2, al prodotto di
prezzi per produttività marginale, e questo prodotto è uguale nei due settori
(il che implica che nel settore con la produttività marginale più bassa i
prezzi saranno più alti, e la cosa un senso ce l’ha).
Possiamo semplificare la relazione in due modi:
1)
applicando la legge del prezzo unico, che
implica che il prezzo nei tradable sia uguale fra i due paesi, cioè che Pt,1
= Pt,2 = Pt (il meraviglioso mondo della globalizzazione);
2)
ipotizzando che la produttività nei non tradable
sia uguale nei due paesi e sia pari a uno (non è essenziale, ma semplifica la
vita): MPnt,1 = MPnt,2 = 1.
I salari nei due paesi diventano allora:
W1 = Pnt,1 = PtxMPt,1
W2 = Pnt,2 = PtxMPt,2
Ora, supponiamo che il paese 2 sia più produttivo nel
settore tradable (un po’ come la Germania rispetto a noi), cioè che sia MPt,2>
MPt,1. Dato che il prezzo dei tradable è uguale ovunque, questo
significa che W2>W1 (cioè i lavoratori dell’economia
più produttiva guadagnano tutti di più – dove per tutti intendo: quelli del
tradable e quelli del non tradable), e significa
anche che Pnt,2> Pnt,1, cioè che i prezzi del settore
non tradable del paese 2 sono più alti di quelli del paese 1. Ma siccome il
livello generale dei prezzi è una media dei prezzi non tradable e tradable, e
questi ultimi sono uguali fra i due paesi, ne seguirà che avremo P2>P1,
e questo in Germania non succede (anche se il piteco a istinto se lo aspetta).
Ecco, il problema, come ci siamo detti tante volte, è
proprio questo. Perché mai in Germania, caso strano, non succede quello che le
elementari leggi del mercato vorrebbero succedesse, e che l’esperienza degli
altri paesi conferma? Guardate che questa non
è un’idea mia, ma è un fatto stilizzato noto a chi si occupa di economia
internazionale. In Germania c’è qualcosa che non torna. Quando nel 2005 Mohsen
Bahmani-Oskooee (che voi non conoscete, ma che non è l’ultimo arrivato, come potete constatare dai
ranking dei quali va giustamente fiero) passa in rassegna la
letteratura scientifica sull’ipotesi di Balassa-Samuelson, cosa trova? Che
l’ipotesi generalmente è supportata dai dati (cioè i paesi più produttivi e più
ricchi hanno anche il livello dei prezzi più elevato, cioè il cambio reale più
apprezzato), ma, caso strano, le verifiche funzionano sempre se prendi come
riferimento gli Usa (come nel caso del Big Mac, per capirci), mentre non
funzionano se prendi come riferimento la Germania (“when Germany was selected
as standard country, the hypothesis was not supported, whereas when US is
selected, there is strong support for the hypothesis”, p. 691). E nota che
quando quell’altro dilettante di Alan
Taylor (mica un professionista come Lampredotto) studia con i suoi coautori
l’impatto della produttività sul cambio reale,
caso strano in Germania la relazione non gli esce significativa (e non
lo fa grufolando per un supermercato, ma usando il metodo delle proiezioni locali di
panel cointegrati). Eccetera.
Strano, no?
No!
E non ditemi che non ve ne ho mai parlato. Ma facciamo pure
finta che sia così...
Il meraviglioso mondo di Angela
Il teorema di Balassa-Samuelson un paio di dritte su cosa
andare a vedere ce le dà. Se il livello generale dei prezzi è compresso
rispetto a quello che ci si aspetterebbe, probabilmente significa che nel paese
2 almeno il prezzo dei non tradable, e quindi dinamica dei salari, non hanno
seguito la produttività, cioè che W2 = Pnt,2 < PtxMPt,2.
In Germania è proprio andata così, e anzi, come sapete (perché ne ho parlato la prima volta che ho
parlato in pubblico di questi argomenti), è andata anche peggio, perché
nonostante la produttività fosse relativamente più alta, o quanto meno più
rapidamente crescente, che in Italia, i salari reali sono rimasti indietro, nel
senso che sono cresciuti meno della produttività, e meno che in Italia, in
tutti i settori (per non far contento nessuno).
Permettetemi di dire subito da dove vengono i dati, prima
che gli sciatti cialtroni pagati dall’Europa per
venderci il sogno alamanno intervengano strepitando. I dati vengono, guarda
caso, dall’Europa, che fa i danni ma non li nasconde, tanto sa che voi siete
beati (per
il noto motivo). Mi sono servito del database AMECO,
che è di consultazione piuttosto agevole. La produttività media del lavoro la
trovate al punto 12.9 (espandendo l’albero), e si chiama Gross Value Added by
Main Branch at Constant Prices per Person Employed (che significa valore
aggiunto lordo in termini reali per occupato e per branca principale, cioè:
agricoltura, industria in senso stretto, costruzioni e servizi, dove
l’industria in senso stretto è quella escluse costruzioni... certo che bisogna
proprio dirvi tutto, eh?); i salari per occupato li trovate al punto 12.13:
nota che ho usato la “Compensation of employee”, cioè le retribuzioni al lordo
degli oneri sociali, cioè la variabile che misura il costo del lavoro per
l’impresa; per trasformarli in termini reali ho usato come al solito l’indice
dei prezzi al consumo che trovate nei dati WEO.
Giusto per, ho anche verificato che i tassi di crescita
della produttività media che mi risultavano dal database AMECO coincidessero
con quelli dell’OCSE, e
coincidono. Il dato quello è e quello rimane.
E cosa dice questo dato? Quello che sappiamo dirà, dato
l’ameno reportage di Lampredotto, e dato che in economia non esistono miracoli
(checché ne pensi Lampredotto):
Leggiamo insieme, volete?
La tabella riporta il tasso di crescita della produttività,
quello del salario reale, e quello dello scarto fra produttività e salario
reale. E qui forse occorrerebbe una precisazione, visto che volete fare i
tecnici. Ve ne dò due al prezzo di una.
Prima precisazione: se dico che in un equilibrio concorrenziale
deve essere W=PxPM, evidentemente, con un piccolo sforzo algebrico, vi sto
dicendo che PM=W/P. Insomma: se il salario è uguale al valore della
produttività marginale (cioè al prodotto della produttività marginale per il
livello del prezzo), allora la produttività marginale è uguale al salario
diviso per il prezzo, cioè al salario reale.
Seconda precisazione (per gli espertoni, ma se vi interessa
fornisco dettagli a chi sa cos’è una derivata): nel meraviglioso mondo di
Econ101 l’imprenditore guardava alla produttività marginale, cioè a quanto gli
produceva in più l’ultimo arrivato, mentre i dati per forza di cose ci parlano
della produttività media, cioè della produzione totale divisa per gli addetti
totali. Non esiste un metodo sensato per rilevare statisticamente la
produttività marginale di un fattore a livello di un’intera branca produttiva
(se ci pensate un attimo... come si fa a capire chi è l’ultimo arrivato, e poi
dove? Nell’acciaieria X o nella
raffineria Y?). Questo sarebbe un
problema se ci interessassero i livelli delle variabili, che sono ovviamente
diversi. Se tornate sopra vedrete ad esempio che il quarto operaio ha una
produttività marginale di 6, ma assumendolo il fornaio porta la produttività
media a 11. Ma noi consulteremo i tassi di variazione, semplicemente perché ci
interessa sapere se le variabili si sono mosse insieme, o se una è rimasta
indietro. In questo caso il problema non si pone perché esperti ed espertoni
sanno che sotto ipotesi piuttosto comuni (es.: funzione di produzione
Cobb-Douglas) la produttività media e quella marginale sono proporzionali e
quindi evolvono con lo stesso tasso di variazione.
Ci siamo?
Contenti?
Possiamo leggere i dati, o arriva quello
che ha la portiera col cognato che ha studiato alla Bocconi? Mai sentito
parlare di falsi diminutivi? Posso andare avanti, o mi presenterete vostro
cuggino che lavora alla VW?
Io vado avanti...
I dati sono medie calcolate nella favolosa età dell’euro.
La prima colonna riporta il tasso di crescita della
produttività.
In tutti i settori la Germania batte l’Italia, ma nel
settore dei servizi (non tradable) la batte di stretta misura (lo scarto è
minimo). Insomma un quadro molto Balassa-Samuelson, se volete: nel
manifatturiero (tradable) la produttività alamanna è cresciuta del 3.1%
all’anno in media e quella italiana dell’1.0%, con uno scarto di 2.1 punti a
favore della Germania; nei servizi (non tradable) la produttività alamanna è
stata molto più lenta, è cresciuta solo dello 0.3%, e quella italiana dello
0.2%, con uno scarto che per errori di arrotondamento diventa 0.2 (gli idioti
amano i decimali, quindi sarò lieto di fornir loro tutti i decimali che vogliono.
I valori esatti sono: 0.349559542070, 0.178646004705, 0.170913537365. E così
abbiamo accontentato anche i patetici mentecatti del “Bagnai trucca i dati ma
io sono fuuuuuuuuuuuuuuurbo!”).
La seconda colonna riporta il tasso di crescita del salario reale,
che, vi ricordo, in condizioni Econ101 (concorrenza perfetta con tecnologia
concava) dovrebbe essere uguale a quello della produttività, il che poi
significa che gli operai dovrebbero essere pagati meglio dove lavorano di più.
Giusto? Ma qui le cose si mettono male. Perché se lo spread di crescita della
produttività è sempre positivo per la Germania, quello di crescita del salario
reale è sempre negativo: in ogni e ciascun settore i salari reali tedeschi crescono più
lentamente che in Italia, quando non calano.
Esempio: nel “non tradable” (servizi) i salari reali
tedeschi sono in media diminuiti
dello 0.4% all’anno (vi dice niente la parola minijob?), mentre quelli italiani sono aumentati dello 0.3%
all’anno. Lo scarto è di -0.7 punti a svantaggio della Germania. E ora aspetto
il cretino che mi dirà: “D’accordo, ma che ci importa della crescita? I
tedeschi avranno anche fatto sacrifici, ma hanno comunque paghe più alte delle
nostre!”. Non è mica sempre così! Se vi andate a prendere i dati, vedrete che
la “compensation of employees” pro capite nei servizi è sempre inferiore in Germania rispetto all’Italia: nel 1991 stavamo 22061
a 27633 euro all’anno (vantaggio nostro), e nel 2011, invece, 32906 a 38818 (vantaggio
nostro, allargatosi nel frattempo; dati ovviamente in euro correnti).
Nel “tradable”, nel manifatturiero, ad esempio, la punta di
diamante dell’industria alamanna? Be’, lì i salari sono cresciuti... dello 0.4%
all’anno in termini reali. Dice: ma c’è stata la crisi! Sì, invece da noi no!
Però da noi i salari sono cresciuti dello 0.8% in termini reali. Eh già...
Dice: ma in Germania sono comunque più alti! Certo: 48137 invece di 41861 nel
2011. Uno scarto di 6275 euro all’anno. Intanto, nel 1999 lo scarto era di 9104
euro (sempre in termini nominali): per forza, se i salari sono cresciuti più in
fretta, con inflazioni tutto sommato simili, dobbiamo aver recuperato
posizioni. Ma il punto non è questo. Il punto è che se la produttività cresce
ma i salari no, cosa cresce? I pro... I prof... “I professori!” No, aspetta: i
profi... I profit... I profitt...
“I!”.
Bravo! I profitti.
Del resto, è successo anche da noi: quando i salari hanno
smesso di crescere, ma la produttività no (cioè più o meno in sincrono col
divorzio, come abbiamo visto qui),
la quota dei salari sul prodotto ha ricominciato a calare (come abbiamo visto qui).
Ma che sorpresona!
Ecco: l’ultima colonna vi dà la misura del miracolo
alamanno. Riporta lo scarto fra crescita della produttività e crescita dei
salari. In Germania è positivo in tutti i settori: in qualsiasi settore i
dipendenti non hanno potuto beneficiare degli aumenti di produttività, della
loro produttività (la produttività del lavoro). I salari sono rimasti indietro.
I meccanismi li sapete (precarizzazione, annessione della Germania Est con
relativa segmentazione del mercato del lavoro – cioè creazione di un serbatoio
di poveracci, che noi andremo presto ad alimentare – minaccia di delocalizzazioni
nell’Est europeo, ecc.). I leader tedeschi hanno tanti difetti, ma nessuno
potrà mai rimproverarli di non saper trovare argomenti convincenti (e qui mi
fermo, perché purtroppo una parte della loro forza di persuasione è dovuta alla
grande disciplina dei loro follower).
In Italia le cose non stanno così. Certo, la produttività è
stata mediamente inferiore, ma solo in agricoltura le retribuzioni sono rimaste
indietro, perché a una crescita della produttività di 1.9% ha corrisposto una
variazione media dei salari reali del -0.1% (e quindi lo scarto è stato di 2
punti tondi). Negli altri settori lo scarto è stato esiguo (pochi decimali),
confermando quello che vi avevo mostrato a Chianciano: in Italia le
retribuzioni sono cresciute poco, ma in linea con la produttività. Addirittura
nel settore delle costruzioni, dove la produttività è calata, le retribuzioni
sono comunque cresciute (poco) e quindi lo scarto è negativo.
Non so dirvi se sia un bene che in Italia le cose siano
andate come sono andate. Certo, la produttività ha preso, come teoria economica
vuole, una bella botta con la perdita di competitività legata all’euro e la
conseguente difficoltà di accesso ai mercati internazionali, e ne
abbiamo parlato.
Vi ripeto, perché lo dice l’International Labour Office, che
è un male che in Germania le cose siano andate come la leadership tedesca ha
voluto farle andare, e
anche di questo abbiamo diffusamente parlato. Le politiche di moderazione
salariale tedesca hanno provocato squilibri esterni fra paesi dell’Eurozona, corrispondendo
a una svalutazione reale competitiva che ha danneggiato i principali
concorrenti, come
afferma la Commissione Europea. Non solo: esse sono state condotte in
violazione di precisi obblighi stabiliti dai Trattati Europei, come l’obbligo
di coordinamento delle politiche economiche stabilito dall’articolo 5 del Trattato sul
funzionamento dell’Unione Europea, e lo stesso obbligo di non sforare il 3%
del rapporto deficit/Pil, che invece la Germania ha sforato per prima, in
chiara connessione con l’implementazione delle riforme Hartz, come dimostra la
dinamica di entrate e uscite e soprattutto la natura di queste ultime (e
lo abbiamo visto qui). E vi ho anche detto che queste cose in Germania sono
chiarissime a chi voglia vederle, come ad esempio ai ricercatori dell’Università
di Duisburg.
Ah, sì, e poi, naturalmente, queste politiche hanno
contribuito a contenere il costo della vita in Germania, che come ci dicono le
statistiche OCSE è del 2% inferiore a quello italiano. Il che, con buona pace
di Lampredotto, se sei uno che lavora nei servizi, e quindi mediamente guadagna
il 18% in meno dell’omologo italiano, deve essere veramente una bella
soddisfazione.
Dice: ma nel manufacturing guadagnano il 13% in più! E
certo... Infatti, fra i tanti pregi di questa bella politica, c’è anche quello
di aver aumentato la disuguaglianza, cosa della quale si meraviglia l’Economist
(porello...), si preoccupa l’OCSE
(porella...), e si indignano i
tedeschi (poracci...). Dice, l’OCSE “e pensare che una volta la Germania
era uno dei paesi con meno disuguaglianza”.
Eh sì, bei tempi quelli...
Ma vedi
com’è, ora te lo spiego: torniamo su AMECO,
vuoi? Se al punto 12.1 ti scarichi gli occupati per branca di attività
economica, vedrai che quelli che in Germania stanno peggio che in Italia in
termini di retribuzioni medie (cioè quelli impiegati nei servizi) sono circa il
70% del totale, mentre quelli che stanno meglio che in Italia (cioè quelli del
manufacturing) sono circa il 18%. Insomma, vi ci entra nel cranio sì o no che
in Germania non c’è solo la Volkswagen,
e la Siemens,
e la Thyssen-Krupp,
ma che ci sono, come del resto in ogni paese avanzato, un buon 70% di
lavoratori impiegati nei servizi? E che questi lavoratori non stanno, di norma
e in media, meglio che da noi?
“Ma Lampredotto dice che la commessa guadagna 1800 euro al
mese!”
Guardate, a me il tronfio brianzolo sta anche simpatico, nel
suo grufolare alla ricerca di pasticche miracolose. Non voglio dire che abbia
mentito, non mi permetterei. Diciamo però che è stato molto fortunato. Perché
se andate ad esempio su Gehaltsvergleich.com
e cercate lo stipendio di una
cassiera nel Baden-Wurttemberg, vi esce un lordo (capito questa parola:
lordo) che va da 400 a 2529 euro, con una media di 1288 euro, e se andate a
calcolare il netto, anche partendo dal lordo massimo, ottenete valori intorno
ai 1600 euro (poi bisognerebbe entrare nelle varie classi di imposta e vedere
per esempio se con figli a carico la cosa migliora: ne sono certo, non ho
voluto però fare il commercialista in Italia, non chiedetemi di farlo in
Germania).
Ora, io quanto sia affidabile questo sito non lo so, non l’ho
visto in faccia. Lampredotto invece lo abbiamo visto in faccia, no? È quello che dice pitéco (con la é, ma direbbe
fabbrichètta con la è). Chiaro, no? 1600 euro è molto, ma non è 1800, e diciamo
che corrisponde a un lordo compatibile
col dato aggregato che vi ho riportato sopra.
Postilla prima
Dopo gli importuni del “professore che ne pensa”, ho deciso
di difendermi anche dagli invasati del “professore deve intervenire”. Allora.
Io non devo niente, non so se è
chiaro. Niente. Sono d’accordo col buon Torny: se gli italiani vogliono farsi
perculare dal PD per un altro secolo (come dice lui) va bene così, rispetto la
loro scelta. O no?
Ecco.
Allora capiamo una cosa: perché ho insistito riportando con
puntiglio tutti i post precedenti nei quali si era parlato del problema? Ma è
semplice. Perché qui, certo, ho aggiunto il dettaglio su Balassa-Samuelson, la
spiegazione scientifica del perché ci si aspetta che in un paese col manifatturiero
più produttivo i prezzi siano più alti (più svariate conferme empiriche del
fatto che in Germania c’è qualcosa che non funziona). Abbiamo imparato, siamo
più bravi, ecc.
Ma il succo del discorso lo sapevate già: Lampredotto mente
platealmente sul salario, quello è il problema del miracolo tedesco, e che in
Germania il 17% stia meglio che da noi ci fa piacere, se non fosse per quel 70%
che sta peggio, e soprattutto per i motivi per i quali sta peggio. Perché noi,
in fondo, se abbiamo avuto meno crescita dei salari, potremmo anche dirci che
ce la siamo meritata; siamo stati meno produttivi!
Loro invece sono stati più produttivi, ma i loro salari sono
cresciuti meno dei nostri. E io questo lo sto ripetendo da un anno, e vi sto spiegando le infauste conseguenze per loro e per noi di questa scelta, che ovviamente non è una scelta di chi viene pagato, ma di chi deve pagarlo (devo spiegarvi anche questo?).
Allora mi spiegate che senso ha venire a chiedermi di
intervenire su roba simile? Dice: “Ma su Youtube ha avuto migliaia di
visualizzazioni!” Certo. E io devo perdere tre giorni di lavoro perché su
Youtube ci sono dei poveri coglioni che non capiscono che non si può campare
solo di pasticche di magnesio e di vitamina C!? Non siete in grado di spiegarglielo voi?
Bene: questi l’euro se lo meritano tutto. E ve lo meritate
anche voi se dopo un anno nel quale ho detto le stesse cose in mille e uno modi
non siete in grado di contrastare da soli una disinformazione così smaccata e
plateale. Oppure, no, voi non ve lo meritate, ma evidentemente io non so fare
il mio lavoro, e quindi forse è meglio che smetta, tanto più che non riesco più
a divertirmi.
Postilla seconda
Sono rimasto veramente male, e l’ho anche detto a lui via Twitter, ma mi ripeto, nel vedere
Claudio Messora, che mi sta simpatico e che stimo (magari sbaglierò, ma in questo caso mi dispiacerebbe), fare da cassa di risonanza a
una roba simile. Continuo a dire che se qualcuno dicesse che il cancro si cura
bevendo un bicchiere di diossina a stomaco vuoto, non penso che sarebbe
opportuno dare a questa “opinione” spazio, in modo non filtrato, non penso che
ciò potrebbe essere considerato “democrazia”, non penso che “aiuterebbe” la “gente”
a “formarsi” “un” “giudizio” “equilibrato”. Scusate le virgolette.
E non venitemi a dire che siamo nel campo delle opinioni,
perché altrimenti poi ve li meritate i tecnici come Monti: i dati ci sono, i
lavori scientifici ci sono, e esattamente come sappiamo che la diossina non fa
bene, sappiamo che se il mercato funziona i prezzi devono seguire la
produttività nel modo indicato da Balassa-Samuelson, e sappiamo che nei
servizi, in Germania, le retribuzioni medie sono quelle che sono.
Quella di dare spazio a disinformatori di qualsiasi risma, ma
sempre a senso unico, sempre pro euro, per aiutare la gente a formarsi in
giudizio "equilibrato" (ovviamente... a senso unico!) è purtroppo, e dico purtroppo, una tecnica
tipicamente ortottera. Ne abbiamo parlato più volte, ricordando la desinenza in
“azzo” e la desinenza in “demenza” e le loro non fugaci, ma insistenti e
ripetute apparizioni sull’organo-non/organo del movimento. Fatti loro. Io
continuo a provare simpatia per Claudio, e provando simpatia per lui ritengo di
potergli dire che ci sono rimasto un po’ male, e di potergliene spiegare i
motivi, sperando che questo non sollevi un casus belli.
Perché poi, alla fine, caro Claudio, l’unico risultato della sua
operazione è stato quello di dare voce a una torma di eurotroll che qui sono
stati accuratamente indirizzati verso il Washington Consensus (per gli amici, WC), e ai quali a casa tua è
stata data una visibilità della quale sinceramente non si vedeva il bisogno.
Conclusione, cioè epilogo, o forse epitaffio (qui giace il modello tedesco)
Bene. Ora sapete quello che c’è da sapere sui prezzi, sul
potere d’acquisto, e sui porci, e avete sufficienti link per soddisfare nel
dettaglio le vostre curiosità. L’argomento non mi appassionava prima, e mi
appassiona ancor meno dopo avergli dedicato due giornate di lavoro. Non dico
che queste curiosità fossero illegittime o futili. Dico solo, però, che secondo
me le avevo già soddisfatte a Chianciano due anni fa. Non è che ci sia molto da
capire.
(dice: ma perché BDSM?
Be’, sarebbe Balassa-Samuelson-Merkel. Dice: e la D? Ah, sì scusa, D sta per
Donald. Dice: ma che c’entra Donald? Ah, lui con l’economia non c’entra niente,
sfondi una porta aperta, ma se nessuno è indispensabile, nessuno è nemmeno
completamente inutile: ho preso da lui l’unica cosa che può dare, una iniziale,
per attirare l’attenzione – cosa nella quale lui un tempo eccelleva. Se avesse
avuto un titolo diverso, avreste letto questo papiro? Non credo...)
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