sabato 2 novembre 2019

Sovranismo

Intervengo sull'ordine dei lavori (chi era al #goofy7 sa che cosa significhi) per riportare brevemente un minimo di razionalità in un dibattito che ne ha grande bisogno.

Premetto che io non ho niente contro i volenterosi, soprattutto se in buona fede, se non fosse per il dato oggettivo che questa categoria di persone ha la spiacevole tendenza a far più danni della grandine, e che la difesa è sempre legittima. Do quindi alla buona volontà e alla buona fede di chi ha introdotto e propugnato nel dibattito la categoria di "sovranismo" il giusto peso, cioè zero, e mi limito a fare due brevi considerazioni.

La prima è che in termini comunicativi è sempre un errore fornire agli avversari un bersaglio polemico, ed è un errore ancora più grande accettare di condurre il dibattito all'interno del recinto in cui l'avversario ti costringe. Con l'invenzione della categoria di sovranismo sono stati fatti entrambi gli errori. Pochi mesi di esperienza politica mi consentono di affermare con assoluta certezza che solo la stupidità, mai la perfidia, consente di centrare con tanta precisione un simile bersaglio!

Mi spiego.

Insistendo sulla categoria di sovranismo si è fornito ai media del grande capitale, quello finanziario, e alla pletora dei suoi utili idioti, un'unica etichetta da applicare come bersaglio sulla schiena di chi, da fronti diversi, con percorsi culturali e argomentativi differenziati, con obiettivi politici non sempre coincidenti, ha "messo a tema" (come dicono quelli fichi) un problema evidente: la crisi del sistema di integrazione europeo. In questo modo si è facilitata la denigrazione di un dibattito che ha radici culturali profonde e nobilissime, e si è consentito ai cialtroni dei media di appiattirlo sulle esternazioni di qualcuno dei tanti squinternati che in democrazia hanno comunque diritto di esprimersi, ma verso i quali la saggezza popolare da sempre ci esorta a usare prudenza: "dagli amici mi guardi Iddio". Peraltro, se dopo aver affrontato nelle sedi pubbliche e in quelle scientifiche un dibattito che era oggettivamente pericoloso da affrontare sono ancora vivo (con gran dispetto di Annaberta) è perché dagli "amici" mi sono guardato io, per un atto di solidarietà verso una persona che, ancorché trina (solo Giuseppi era bino), ha senz'altro da fare più di me (è successo coi memmetari, con gli ortotteri, coi decrescisti, ecc.).

Non solo.

Il genio che ci ha regalato il sovranismo ha anche compiuto un'altra operazione perversa e deleteria: quella di creare un recinto al cui interno vengono ricondotte, per assoggettarle a un biasimo acritico e preconcetto, una quantità di fattispecie che col dibattito sull'integrazione europea, e, per altri versi, col dibattito sulla sovranità, nulla hanno a che fare: dal legittimo fastidio di Trump per la svalutazione competitiva dell'euro praticata da Draghi, all'affermazione del capitalismo di Stato nei paesi emergenti (sapete gli idioti che "il mondo è pieno di sovranismi!..."?). Negli ambienti che una volta furono intellettuali, se vuoi sembrare intelligente (nella - vana - speranza di chiudere la serata con la tipa che ti piace, e che non sai più come corteggiare senza cadere in fattispecie plurime di reato!), per criticare qualcosa devi dire che è sovranista. "C'è tanto sovranismo, signora mia", si sente dire in quelli che ancora si credono salotti, e forse non sono più nemmeno portierati, perché gli umili, i semplici, quelli che nostro Signore ha deciso di esaltare, ci sono arrivati prima degli istruiti, dei potenti, che in tutta evidenza vengono oggi deposti nell'umido della Storia...

Questo per quanto riguarda la prima considerazione, che potremmo riassumere così: la promozione della categoria di sovranismo all'interno del dibattito è stato un gigantesco autogol comunicativo (andrebbe anche capito una volta per tutte che politica non è tanto avere idee - quelle utili sono già tutte lì, come mi accingo a esemplificarvi - quanto condividerle, e chi comunica male condivide peggio...).

La seconda considerazione ve la riassumo prima di svilupparla: la promozione della categoria di sovranismo all'interno del dibattito è stato un gigantesco errore in termini sostanziali, tematici, concettuali.

Mi spiego.

Altro è la sovranità, e altro il sovranismo. La categoria di sovranità risponde a una domanda semplice, ma essenziale per l'ordinato funzionamento di qualsiasi comunità umana composta da un numero n>1 di persone: chi comanda? Le persone si associano per realizzare obiettivi, dai più ovvi (riprodursi) ai più complessi. Il perseguimento di questi obiettivi richiede che qualcuno prenda decisioni.

La Repubblica Italiana nasce con la Costituzione antifascista e si propone in particolare un obiettivo: quello di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese" (art. 3). Per inciso, questo è l'umanesimo di cui abbiamo bisogno, e a che ci propone il "nuovo" umanesimo suggerirei di riservare il trattamento abitualmente riservato ai venditori del noto elettrodomestico o ai proverbialmente petulanti apostoli della nota fede. Ma torniamo al punto: chi comanda? Chi prende cioè le decisioni necessarie per traghettare questo compito della Repubblica, esplicitamente indicato come tale dall'art. 3 ("è compito della Repubblica...") dal regno delle buone intenzioni a quello dei risultati? Il popolo, perché "la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione" (art. 1, secondo comma).

Le categorie per affrontare i temi dell'attualità, quindi, già esistevano, a patto di fare quella quasi mai semplice, ma quasi sempre proficua operazione che consiste nel ribaltare completamente i termini del problema (Copernicus docet). Non è sovranista chi afferma il diritto del popolo ad esercitare la propria sovranità nelle forme e nei limiti della Costituzione: è fascista chi nega questo diritto (agevolo un noto contributo dalla regia):


(e nel mondo dei mass media poco cambia se la negazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione risponda a una consapevole volontà di propugnare un modello politico antidemocratico, o sia espressione inconsapevole di pura e semplice ignoranza: ignoranza e fascismo hanno diritto di cittadinanza in democrazia, ma entrambi sono una minaccia esistenziale per i nostri diritti politici e come tali vanno contrastati "nelle forme e nei limiti della Costituzione").

La categoria di sovranismo quindi andrebbe serenamente archiviata: per descrivere i nemici della Costituzione repubblicana antifascista, cioè i nemici del vostro diritto di concorrere alla determinazione dell'indirizzo politico del vostro paese, è più che sufficiente la categoria di fascismo, che riassume in sé tutti gli attacchi quotidianamente subiti dalla nostra democrazia, a partire da chi sempre più esplicitamente nega il più fondamentale dei diritti politici, il suffragio universale, per arrivare a chi vuole istituire tribunali politici dai nomi altisonanti per fattispecie di reato che o sono indefinite (e allora il pericolo per la democrazia di sanzionarle a maggioranza dovrebbe essere evidente!), o sono già normate dal codice penale (e allora a che servono leggi speciali?).

Lo dico ancora in un altro modo: la categoria di sovranismo ha oggettivamente ribaltato i corretti termini del problema, costringendo sulla difensiva chi semplicemente afferma i principi fondamentali della democrazia costituzionale italiana e la necessità di difenderli da nemici interni ed esterni.

Naturalmente , visto che la categoria di sovranismo è inutile (e quindi dannosa), credo le si debba applicare il noto aforisma del Pedante: se non serve a niente, serve a qualcos'altro.

Il qualcos'altro non è difficile da individuare: dare una bandiera a movimenti dello zero virgola, cui poco importa di portare il degrado nel dibattito politico, pur di rinsaldare la bollicina del proprio consenso, dare un minimo di visibilità a attori del dibattito cui sarebbe il caso che qualcuno finalmente dicesse che la somma di n insuccessi politici non sarà mai un successo politico per n tendente ad infinito, e, naturalmente (e il pericolo è qui), dare agli odiatori autorizzati, ai volenterosi carnefici del politicamente corretto, rigorosamente a norma CE, un utile sfogatoio, un punto dialettico su cui focalizzare i quotidiani due minuti di odio, banalizzando una riflessione politica che ha coinvolto pensatori di cui i sullodati carnefici, in quanto letame, nulla sanno, ma che invece qui abbiamo imparato a leggere e ad ascoltare.

Casualmente nessuno di questi pensatori, né Streek, né Majone (autore di Rethinking the Union of Europe), né Galli, né Canfora, né Zielonka (e la lista potrebbe continuare) ha mai usato la categoria di sovranismo (se sbaglio mi correggerete), limitandosi ad usare quella di sovranità. Ci sarà pure un motivo! Quando ho sete bevo, ma non per questo sono un bevista; senza farci troppo caso respiro (e spero altrettanto di voi), ma non per questo sono un respirista. Perché fare un'ideologia dell'ovvio, cioè del fatto che in democrazia l'indirizzo politico deve essere espresso dal popolo? Quando ideologia rima con tautologia il dibattito va in cortocircuito e il peso delle idee viene sostituito senza possibilità di riscatto da quello dei rapporti di forza.

Siamo sicuri che questa operazione ci avvantaggi?

Le ideologie servirebbero.

La loro mancanza, anch'essa frutto di un'operazione culturale portata avanti col volenteroso contributo di tante brave persone in buona fede (vedi alla voce: più danni della grandine) è la vera radice del degrado in cui il dibattito politico si trova. La morte (presunta) delle ideologie non solo ha lasciato spazio a un'unica di esse (il neoliberismo), come ci ricordava Carlo Galli a Pescara, ma, soprattutto, non ha reso meno ideologica (nel senso di acritica, fideistica, basata sulla logica dell'appartenenza) la conduzione del dibattito. Le ideologie sono, sarebbero utili se basate su qualcosa, non se basate sul niente. Raccogliere le persone sotto la bandiera della CO2, ad esempio, è barbarie, una barbarie le cui motivazioni, la cui political economy, per usare un termine della mia disciplina, abbiamo imparato qui a riconoscere molto presto. Trasformare in ideologia una molecola, anziché una proposta di organizzazione della società, ha un unico ovvio scopo, talmente ovvio che sfugge, pur essendo il proverbiale "ornitorinco nello spritz" (come direbbe Bersani): lo scopo ovvio è ovviamente quello di evitare che la discussione verta sulle proposte di organizzazione della società. Il circuito del risparmio deve essere totalmente privatizzato, come vuole e attivamente coopera a realizzare l'unica ideologia rimasta in vita, con tutto quello che ne consegue in termini di instabilità finanziaria, o deve essere almeno parzialmente socializzato, cioè gestito anche da istituzioni pubbliche (prima fra tutte il sistema del welfare, ma anche istituti di credito, ecc.)? Di questo non si deve parlare: ma si deve invece parlare di quello che serve a farci accettare modelli di organizzazione sociale della produzione precostituiti e definiti altrove, al di fuori di un normale scrutinio democratico.

Mentre siamo qui in trepida e fiduciosa attesa del prossimo immancabile shock finanziario (nel frattempo Repo-satevi...), forse dovremmo porci qualche domanda su questo modus operandi, e in particolare sull'opportunità di trasformare in "-ismo", cioè in ideologia, e quindi in tema di dibattito, e di dibattito gestito in modo strumentalmente divisivo, un'altra ovvietà: il diritto di una comunità di autodeterminare i propri indirizzi politici nel rispetto della propria legge fondamentale. Siamo proprio sicuri di voler (involontariamente?) trasformare questo diritto, che è il respiro della democrazia, in materia di dibattito?

Torno a dire che lo trovo inopportuno.

Era un po' che volevo dirvelo, e ora ve l'ho detto. E adesso scatenatevi: io mi studio l'ennesima bozza della legge di bilancio. Al testo definitivo ormai ci ho rinunciato, e comunque l'esercizio provvisorio non è poi così male, se consideri l'alternativa: una manovra fatta da disperati che stanno usando qualsiasi strumento possibile per raschiare il fondo del barile, comprimendo i diritti del contribuente, giocando sugli effetti immediati dell'alterazione di alcune scadenze, ammantando di nobili motivazioni l'equivalente odierno della tassa sul macinato. Il Signore abbia pietà di loro. Per quanto riguarda noi, ci vediamo il 26 gennaio...