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domenica 11 gennaio 2026

Il pangolino nello spritz: Mercosur e CETA

Il dibattito in merito al Mercosur sta attirando una notevole attenzione. Nelle due fabbriche del disagio ho dichiarato un aspetto che più degli altri suscita la mia perplessità (qui e qui): l'idea che "siccome Trump è tanto cattivo signora mia!" e quindi destabilizza il quadro geopolitico precludendoci (?) l'accesso al mercato Usa, noi si debba andare in giro per il mondo mendicando mercati frusto a frusto, quando al mercato che più ci dovrebbe interessare, quello interno al nostro Paese, abbiamo fatto questo:


come ci siamo detti tre anni or sono (e ricordo che fra i punti C e D ballano 531 miliardi di euro ai prezzi del 2010: hai voglia a vendere Maserati ai narcos!). Intendiamoci bene: credo di essere stato uno dei pochi ad aver detto da subito chiaro e tondo, per smorzare facili entusiasmi (è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo e di solito lo lasciano fare a me) che né Ciamp né Elonio sono "uuuuuuuuuuuuuuuuuno di nooooooooooooooooi!" (ad esempio qui, dove citavo un mio articolo del 2017 che dovremo rispolverare per commentare le "nuove" linee strategiche statunitensi). D'altra parte, pareva che dovesse cadere il mondo per via dei dazzzi, ma la situazione al momento attuale è questa:


Il saldo merci, dopo lo "spike" del primo trimestre determinato dal desiderio degli operatori statunitensi di anticipare le spese nell'attesa di dazi la cui entità veniva magnificata oltre il limite del verosimile dai solerti operatori informativi, è tornato esattamente sulla sua linea di tendenza di lungo periodo (e il saldo servizi prosegue sulla sua tendenza decrescente iniziata nel 2019). Tutta questa urgenza di andare in giro a cercare clienti perché "gli Usa non ci sono più" nei dati non si vede, perché la domanda netta degli Usa c'è ancora. Poi magari sarò superficiale io, ma ripeto: nei dati questa roba non c'è, mentre la distruzione del nostro mercato c'è e come!

Questa banale osservazione ha due risvolti.

Il primo, rovesciando l'argomento, è che a rigor di logica, soprattutto in un periodo di instabilità geopolitica, andare in cerca di mercati di sbocco esteri avrebbe un senso per chi avesse deciso di deprimere ulteriormente il proprio mercato, avesse cioè deciso di andare avanti sulla strada della deflazione salariale come unico strumento per recuperare competitività (tralasciando così la strada più incerta nei tempi ma più solida nei risultati degli investimenti in infrastrutture materiali e immateriali).

A livello europeo, imboccare questa strada equivale a una duplice confessione:

1) la confessione di voler perseguire, o comunque (e peggio ancora!) di non riuscire a immaginare, un modello di sviluppo diverso da quello impostato sulla deflazione competitiva, assiduamente perseguito e poi imposto ai partner dalla Germania nel secondo dopoguerra, nonostante che questo modello di sviluppo oggi sia deprecato, come sapete, perfino da Draghi.

2) la confessione tanto plateale quanto involontaria del fallimento del progetto europeo, perché nel momento in cui vai in cerca di mercati fuori dall'Unione ammetti che "il più grande successo" (?) del progetto di integrazione europea, il mercato unico, non serve a un accidenti di niente, e questo perché la scommessa europea, come la chiamava Obstfeld, è stata persa: l'aggiunta di una moneta unica a un mercato unico depotenzia quest'ultimo perché obbliga a tagli reciproci di potere d'acquisto fra Stati membri in caso di shock esterno, che quindi non viene assorbito ma amplificato. Questo costo non era poi così chiaro ai "grandi" economisti degli anni '90:

(qui Alesina nella discussion del paper di Obstfeld citato), e di fatto rappresenta uno dei pochi contributi originali che penso di aver dato al dibattito. Era però chiaro a tutti che i benefici erano molto limitati. Sarebbe quindi bastato (e basterebbe) applicare la saggezza popolare: dove non c'è guadagno la remissione è certa!

Il secondo risvolto della mia banale osservazione secondo cui forse dovremmo preoccuparci più del mercato interno (italiano e europeo) che dei mercati altrui è che alla fine, nonostante susciti forti passioni, la preoccupazione per il Mercosur dovrebbe essere relativamente ancillare.

Per chiarirlo, parto dal pangolino nello spritz (la mia personale versione della mucca nel corridoio), cioè da una cosa che tutti dovrebbero notare, ma non mi pare che alcuno stia notando: abbiamo un illustre precedente, che tanto ci ha occupato anche su questo blog (qui trovate i post che lo analizzavano), per il quale sono state investite ingenti risorse in stracciavestismo e in entusiasmo, e che zitto zitto è andato avanti per la sua strada: il CETA.

Possibile che un precedente che tanto ci ha appassionato non abbia nulla da insegnarci?

Se vogliamo imparare qualcosa da questo pangolino, dobbiamo però rapidamente ripassare #lebbasi, che si riassumono così, per punti:

1) le politiche commerciali sono competenza esclusiva dell'Unione ai sensi dell'art. 3 TFUE:

Articolo 3

1. L'Unione ha competenza esclusiva nei seguenti settori:

a) unione doganale;

b) definizione delle regole di concorrenza necessarie al funzionamento del mercato interno;

c) politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l'euro;

d) conservazione delle risorse biologiche del mare nel quadro della politica comune della pesca;

e) politica commerciale comune.

2. L'Unione ha inoltre competenza esclusiva per la conclusione di accordi internazionali allorché tale conclusione è prevista in un atto legislativo dell'Unione o è necessaria per consentirle di esercitare le sue competenze a livello interno o nella misura in cui può incidere su norme comuni o modificarne la portata.

2) in quanto tali sono soggette alla procedura di approvazione dettata dall'art. 218 TFUE (invocato dal terzo comma dell'art. 207 TFUE):

Articolo 218

(ex articolo 300 del TCE)

1. Fatte salve le disposizioni particolari dell'articolo 207, gli accordi tra l'Unione e i paesi terzi o le organizzazioni internazionali sono negoziati e conclusi secondo la procedura seguente.

2. Il Consiglio autorizza l'avvio dei negoziati, definisce le direttive di negoziato, autorizza la firma e conclude gli accordi.

3. La Commissione, o l'alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza quando l'accordo previsto riguarda esclusivamente o principalmente la politica estera e di sicurezza comune, presenta raccomandazioni al Consiglio, il quale adotta una decisione che autorizza l'avvio dei negoziati e designa, in funzione della materia dell'accordo previsto, il negoziatore o il capo della squadra di negoziato dell'Unione.

4. Il Consiglio può impartire direttive al negoziatore e designare un comitato speciale che deve essere consultato nella conduzione dei negoziati.

5. Il Consiglio, su proposta del negoziatore, adotta una decisione che autorizza la firma dell'accordo e, se del caso, la sua applicazione provvisoria prima dell'entrata in vigore.

6. Il Consiglio, su proposta del negoziatore, adotta una decisione relativa alla conclusione dell'accordo.

Tranne quando l'accordo riguarda esclusivamente la politica estera e di sicurezza comune, il Consiglio adotta la decisione di conclusione dell'accordo:

a) previa approvazione del Parlamento europeo nei casi seguenti:

i) accordi di associazione;

ii) accordo sull'adesione dell'Unione alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali;

iii) accordi che creano un quadro istituzionale specifico organizzando procedure di cooperazione;

iv) accordi che hanno ripercussioni finanziarie considerevoli per l'Unione;

v) accordi che riguardano settori ai quali si applica la procedura legislativa ordinaria oppure la procedura legislativa speciale qualora sia necessaria l'approvazione del Parlamento europeo.

In caso d'urgenza, il Parlamento europeo e il Consiglio possono concordare un termine per l'approvazione;

b) previa consultazione del Parlamento europeo, negli altri casi. Il Parlamento europeo formula il parere nel termine che il Consiglio può fissare in funzione dell'urgenza. In mancanza di parere entro detto termine, il Consiglio può deliberare.

7. All'atto della conclusione di un accordo, il Consiglio, in deroga ai paragrafi 5, 6 e 9, può abilitare il negoziatore ad approvare a nome dell'Unione le modifiche dell'accordo se quest'ultimo ne prevede l'adozione con una procedura semplificata o da parte di un organo istituito dall'accordo stesso. Il Consiglio correda eventualmente questa abilitazione di condizioni specifiche.

8. Nel corso dell'intera procedura, il Consiglio delibera a maggioranza qualificata.

Tuttavia esso delibera all'unanimità quando l'accordo riguarda un settore per il quale è richiesta l'unanimità per l'adozione di un atto dell'Unione e per gli accordi di associazione e gli accordi di cui all'articolo 212 con gli Stati candidati all'adesione. Il Consiglio delibera all'unanimità anche per l'accordo sull'adesione dell'Unione alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali; la decisione sulla conclusione di tale accordo entra in vigore previa approvazione degli Stati membri, conformemente alle rispettive norme costituzionali.

9. Il Consiglio, su proposta della Commissione o dell'alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, adotta una decisione sulla sospensione dell'applicazione di un accordo e che stabilisce le posizioni da adottare a nome dell'Unione in un organo istituito da un accordo, se tale organo deve adottare atti che hanno effetti giuridici, fatta eccezione per gli atti che integrano o modificano il quadro istituzionale dell'accordo.

10. Il Parlamento europeo è immediatamente e pienamente informato in tutte le fasi della procedura.

11. Uno Stato membro, il Parlamento europeo, il Consiglio o la Commissione possono domandare il parere della Corte di giustizia circa la compatibilità di un accordo previsto con i trattati. In caso di parere negativo della Corte, l'accordo previsto non può entrare in vigore, salvo modifiche dello stesso o revisione dei trattati.

in cui vi segnalo i commi 2 (l'accordo è concluso dal Consiglio), 8 (che decide a maggioranza qualificata), e 6 (senza ratifica parlamentare nel caso di accordi commerciali).

3) se un accordo internazionale disciplina anche competenze concorrenti ai sensi dell'art. 4 TFUE (è quindi un accordo cosiddetto "misto") per la sua approvazione è necessaria anche la ratifica dei Parlamenti nazionali.

4) il CETA era un accordo misto, come sancito da questo parere della Corte di giustizia dell'UE, che in particolare definiva questa attribuzione di competenze:

5) un accordo misto può essere applicato in via provvisoria, ovvero per tutte le parti che riguardano le competenze esclusive dell'UE, fino alla ratifica da parte di tutti gli Stati membri. 

In particolare, il CETA (pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell'UE il 14 gennaio 2017) è stato approvato (e infatti risulta "in force"):


ma è applicato in via provvisoria ai sensi del comma 3 dell'articolo 30.7 dello stesso Trattato:


a far data dal 21 settembre 2017 e con le esclusioni previste in questa comunicazione (che riguardano appunto gli art. 8 e 13 su regolamento delle controversie e investimenti finanziari: quindi tutta la parte glifosatoooh, polli lavati con la varecchinaaaah ecc. è in vigore, just so you know...).


Ci siamo fino a qui? Siete a vostro agio con #lebbasi?


Procedo.


Il CETA finora è stato ratificato da 17 Stati membri, come potrete controllare qui, fra cui non c'è l'Italia (ma questo non ci salverebbe, ove fosse necessario, dal glifosato). Quindi, per tutta la parte che attiene alla liberalizzazione degli scambi, all'abbattimento delle tariffe doganali, ad altri aspetti regolatori, il CETA è vivo e lotta contro di noi da 9 anni. E qui arrivo al dunque: in questi nove anni, se avesse determinato un radicale reindirizzamento dei nostri flussi commerciali a nostro vantaggio o a nostro danno probabilmente lo si vedrebbe.

E infatti se prendiamo il grafico del saldo merci e servizi della bilancia dei pagamenti del nostro Paese nei riguardi del Canada balza immediatamente all'occhio quello che in analisi delle serie storiche si definisce con linguaggio tecnico:


un bel cazzo di niente! Il saldo era in espansione nei nove anni dal 2008 al 2017, e resta in espansione nei sette anni successivi fino al 2024, senza allontanarsi dalla sua tendenza, a parte per un visibile scostamento verso il basso durante il COVID, dovuto a un crollo del saldo servizi:

a sua volta riconducibile all'azzeramento (con successivo rimbalzo) delle nostre esportazioni di servizi verso il Canada:


(meno turisti a causa del lockdown, mi viene da pensare), e fine lì.

Il CETA? Tamquam non esset.

Insomma, ve lo ridico meglio: il CETA che tanto ci preoccupava è sostanzialmente entrato in vigore nove anni fa, all'epoca nemmeno ce ne accorgemmo, e nove anni dopo... non se ne sono accorti neanche i dati! I benefici in termini di iniezione di domanda per la nostra economia sono impercettibili nei dati, e questa non è una gran sorpresa, perché è quello che si aspettava lo studio di impatto condotto all'epoca (lo trovate qui):

un pari aumento delle esportazioni dell'UE verso il Canada e del Canada verso l'UE, con un aumento del commercio bilaterale lordo (cioè della somma dei flussi), ma un saldo (differenza fra i flussi) sostanzialmente invariato, e quindi nessun apporto di domanda estera netta per noi. In altre parole: lo studio prevedeva che il nostro mercato di sbocco crescesse dell'8% e che noi però acquistassimo l'8% in più dai canadesi (saldo zero), e i grafici ex post ci raccontano che è andata più o meno così.

Capito perché l'argomento "ci servono mercati di sboccoooh!" non mi convince in casi come questo? Perché certo, ogni area deve far contenti i propri imprenditori, ogni imprenditore è contento se gli si apre un mercato, ogni imprenditore percepisce solo il proprio mercato, ma la crescita non è guidata dalle percezioni e dalla legittima soddisfazione dei singoli imprenditori, delle singole Confquesto o Assoquellaltro, bensì, banalmente, dall'aumento della domanda aggregata, di cui la domanda estera netta è una componente determinante (o per lo meno quella che ci si illude di stimolare concludendo accordi commerciali). Se per tanto prosciutto di Parma che vendiamo compriamo tanto sciroppo d'acero, l'effetto sul saldo è nullo e morta lì.

Voglio essere assolutamente scrupoloso e chiarire un punto: è ovvio che questa analisi messa così è semplicistica e che studiosi raffinati come l'amico Salvatici ci potranno dire mirabilia degli effetti granulari sui singoli comparti industriali (e noi annuiremo compunti). Il mio argomentare è (relativamente rozzo) intanto perché devo farmi capire da voi (vi voglio bene!), e poi perché risponde a un argomento a sua volta rozzo, con in più il pregio di essere infondato: quello secondo cui concludere Trattati in giro per il mondo ci serve a trovare sbocchi (che non sono tali dal momento in cui anche noi diventiamo uno sbocco per loro, rivolgendo al di fuori del Paese la nostra spesa, come previsto ex ante e verificato ex post nel caso del CETA)!


Ci siamo anche fino a qui?


Bene, allora, ora che abbiamo visto il pangolino, possiamo toglierlo dallo spritz, aggiungendo un dettaglio.


Anche il Mercosur è un trattato misto, e quindi anche per il Mercosur, in linea di principio, sarebbe prevista una ratifica da parte dei Parlamenti nazionali. Non solo! Anche per il Mercosur gli studi di impatto, che trovate qui, prevedono una roba di questo tipo:

cioè un aumento del Pil dell'Unione dello 0,1% nel lungo periodo (moriremo aspettando il nulla) e, peraltro, un aumento delle nostre importazioni superiore a quello delle nostre esportazioni (quindi già sappiamo di partire battuti).

Nulla di strano, no?

L'attrazione fatale che la signora (diciamo così) Merkel provava per la Cina e per gli accordi di libero scambio muove da un'identica matrice: il desiderio di approvvigionarsi di beni di sussistenza a basso costo presso popolazioni a torto ritenute inferiori e quindi turlupinabili allo scopo di assicurare la sopravvivenza di lavoratori pagati sempre peggio (e salvo poi risvegliarsi turlupinati come è andata con le auto elettriche cinesi). Quindi è chiaro che lo scopo del gioco non è esportare ad alto prezzo, ma importare a vil prezzo, e gli studi di impatto dicono già che sarà così.

Ma allora perché queste cose le dico a voi qui, in questo blog che non esiste e che nessunomila persone leggono ogni giorno?

Perché non potrò dirle mai in aula. E perché so che non potrò dirle mai in aula? Forse perché anche per il Mercosur si pensa di procedere con una applicazione provvisoria limitata alla parte riguardante le competenze esclusive (che poi è la ciccia), rinviando sine die (da pronunciare, ovviamente, sain dai) la ratifica? No, questa volta è diverso: perché il Mercosur è stato diviso in due pilastri, quello commerciale, che passerà senza coinvolgimento parlamentare, e quello "investimenti", dove saremo coinvolti. E che cosa cambia rispetto al procedimento seguito con il CETA? Beh, qualcosa cambia e lo spiega appunto Luca Salvatici nel suo paper. L'applicazione provvisoria infatti in linea di principio può tranquillamente estendersi all'infinito, come sta succedendo in molti casi:


tuttavia in un contesto simile i singoli Stati membri conservano, in linea di principio, un potere di ricatto, teorico e controverso, ma lo conservano:


Lo spacchettamento del Mercosur, avvenuto anch'esso senza che ce ne accorgessimo (non possiamo essere dappertutto, soprattutto se il nostro tempo è assorbito dalla appassionante gestione degli haitraditisti...), serve appunto a evitare questa "potenziale vulnerabilità" degli accordi misti. La si evita dividendoli in due accordi "puri": uno sulle competenze esclusive, e uno sulle concorrenti. Simple comme bonjour, e con questo bel risultato si priva il Parlamento anche del proprio sacrosanto diritto di mugugno (quello su cui voi vi esercitate con estenuante voluttà). In effetti, nel comunicato stampa di dicembre 2024 si parlava già di un accordo articolato su due pilastri, e quello avrebbe dovuto far suonare un campanello d'allarme.

In ogni caso, diffidare sempre del clickbait. Questo indignato "m'ha detto mi cuggino che la Germaggna ha abolito la clausola" non mi pare fondatissimo alla luce di quanto vi ho documentato, proprio perché dopo lo spacchettamento la procedura non prevede più una ratifica parlamentare (che quindi non può essere stata esclusa perché non era prevista). Ma insomma, la materia è sufficientemente complessa e ci può stare che ci si perda (magari mi sono perso io): caso mai, fa ridere che a indinnniarsi sui social per la mancanza di un dibattito parlamentare siano per lo più gli eredi (o i reduci) di quelli della scatoletta di tonno! Non è questo il mondo che volevano, quello in cui i Parlamenti non contano nulla?

Termino con una provocazione: ma siamo proprio sicuri che accordi che fanno così poco bene possano fare così tanto male? Nel caso del CETA, ad esempio, avete evidenze di danni subiti da qualcosa o da qualcuno (oltre all'evidenza dell'irrilevanza macroeconomica e del tempo buttato al cesso preoccupandosi)? Io sinceramente no. Quello però che non sopporto è la filosofia sottostante a questi indirizzi politici, e il fatto che mi venga precluso di discuterla in Parlamento. Ma quest'ultima cosa a voi non credo dia fastidio, un po' perché non esistete, e un po' perché, se esisteste, vi fareste bastare la discussione ampia e documentata che abbiamo potuto fare qui, e che non potremmo fare in nessuna aula di nessun parlamento.

giovedì 11 dicembre 2025

La Cina e le leggi sul grano

Sugli operatori informativi mi sono espresso più volte. Da politico è meglio che non lo faccia, ma continuo (silenziosamente) a ritenerli gli assassini della nostra democrazia. Come si fa però a volergli male? Non passa giorno senza che ci regalino momenti di ilarità che per essere involontaria non è meno genuina. Qualche giorno poi la nota agenzia ha superato se stessa, raggiungendo un picco di analfabetismo funzionale che mai avremmo ritenuto potesse essere attinto.

Vediamo che cosa è successo. Il 7 dicembre scorso il nostro amico Emmanuel aveva minacciato la Cina di imporle dei dazi se questa non si fosse adoperata per ridurre il suo gigantesco surplus nei confronti dell'Eurozona. Lo ha fatto in un'intervista al Sòla francese, che si chiama Les Echos, e che trovate qui:


e il cui contenuto è difficilmente equivocabile:


L'Unione Europea ha un gigantesco deficit commerciale di oltre 300 miliardi l'anno nei riguardi della Cina e quindi Macron auspicava che la cosa si potesse sistemare con le buone maniere, o altrimenti sarebbero dazzi.

Articolo pubblicato alle 9:04, ripreso nel modo seguente alle 12:07 dai nostri agenti all'Avana (svegli!):

dove non vi sfuggiranno due assurdità. La prima, che Macron, per quanto sia uno zombie, è lucido, e quindi non ha parlato del deficit della Cina con l'Unione Europea, perché non c'è, ma dell'esatto contrario: del deficit dell'Unione Europea con la Cina o, se volete, del surplus della Cina verso l'Unione Europea.

"E vabbè, deficit, surprus, ma che tte frega? Basta che sse capimo!"

(immagino così, con quel velo di disincanto cialtrone che il romanesco inesorabilmente conferisce, il nostro aspirante Pulitzer).

Eh, no! Non basta "che sse capimo", caro operatore informativo, direi proprio che non basta, per almeno tre ordini di motivi.

Primo, perché a Montesilvano abbiamo appreso da Thomas Fazi quanti milioni ciucci ogni anno all'Unione Europea (cioè alle nostre tasche) per (dis)informarci, e quindi visto che paghiamo vorremmo un po' di qualità (pago preténdo, dicono nella culla del partito in cui mi onoro ecc.).

Secondo, perché chi si impanca a giudice del tribunale della verità poi deve dire la verità, o subire la sanzione del ridicolo.

Terzo, perché non è tollerabile che chi informa sui fatti economici sia così ignorante non dico di economia, ma di logica elementare! Scusate tanto, eh! Ma facciamo finta per un attimo che le cose stiano come dite voi, fonte autentica e incontestabile della Notizia con la "N" maiuscola, e che veramente Pechino abbia un deficit commerciale verso l'Unione Europea, cioè compri da noi più beni di quelli che noi compriamo dalla Cina. Ma scusate: avrebbe un senso chiedere a “Pechino” (e perché non a Shanghai?) di rimediare a questa situazione per noi favorevole? Ma lo connettete il cervello alle dita quando scrivete? Evidentemente no, ed è grave, ma ancora più gravi sono i motivi ideologici di questa svista, che derivano dall'aver creduto a una favoletta che da tempo vi abbiamo sentito diffondere: quella secondo cui i Paesi "virtuosi" dell'Unione Europea sarebbero in surplus con la Cina (che quindi sarebbe in deficit con loro), a differenza di noi pezzenti del Sud che saremmo in deficit con la Cina perché incapaci di sostenere le sfide della modernità e della globalizzazione. Ne deriverebbe, peraltro, che la crisi del modello tedesco non deriverebbe dalle suicide politiche di austerità che hanno distrutto il mercato interno (e quindi dalla Germania), ma dal fatto che la Cina ha preso il sopravvento: quindi "avrebbe stato" la Cina a mettere in crisi la virtuosa Germania.

Questa solenne puttanata notevole imprecisione fattuale fu oggetto, a suo tempo, di un mio commento salace all'indirizzo della seconda Reichlin (il primo è Alfredo e il terzo è lui), ma ho potuto constatare con qualche raccapriccio che nonostante che i fatti la smentiscano, la suadente favoletta ha fatto breccia anche nelle menti di chi una mente ce l'ha. E allora vediamo un attimo come stanno le cose, cominciando con l'aggiornare il grafico del 2012, cioè questo qui:


che all'epoca commentavamo così:

"Su questa parete vedete il surplus della Germania con la Cina, rappresentato dal tratto verde, che è sotto l’asse delle ascisse e quindi è un deficit, come ogni “surplus” negativo. L’autore – la Germania – ha voluto rappresentare in questo dipinto l’inanità del proprio sforzo di competere con un popolo che vanta un anticipo di tre millenni di civiltà. Questa impotenza è plasticamente rappresentata nella parte destra del dipinto, che sembra mostrare un parziale successo teutonico. La débâcle del saldo, che stava precipitando dal 2003, sembra sperimentare nel 2009 una parziale, tardiva resipiscenza: si torna su! Ma l’autore, lucido, impietoso ed implacabile, ci mostra quanto ingannevole sia questo apparente successo, a suo tempo strombazzato dai Tafazzi di tutto il mondo, e ce lo mostra nella parte superiore del grafico. L’inversione del saldo non è dovuta, oh no!, ad un’accelerazione delle esportazioni tedesche (spezzata blu) nel 2009, magari dovuta a investimenti in ricerca e sviluppo o a riforme del mercato del lavoro (tanto per ricordare i mantra tafazziani che aleggiano in altri blog). No, essa è dovuta a un crollo delle importazioni (spezzata rossa). Il critico Bodoni Tacchi (to the happy very few) ci ricorda che in quell’anno il Pil tedesco crollò del 5%. Non è strano che crollassero le importazioni, conciossiacosaché laddove te ttu meno guadagni, e tte ttu meno hai da spendere e spandere per l’universo mondo. Come non è strano che col ripristino di condizioni quasi normali la Germania abbia ricominciato a scivolare inesorabilmente verso il basso. Un senso di inesorabilità che l’autore riesce a rendere con tre soli tratti di matita, in un’opera geniale quanto profetica, nel suo anticipare lo spettacolo di Angela con la coda fra le gambe alla corte dei mandarini”.

Bene. vediamo che cosa è successo nel frattempo. Pare sia successo questo:


La Germania ha avuto un (esiguo) surplus nei riguardi della Cina in tre occasioni: nel 2014, a causa di un vistoso crollo delle importazioni, nel 2018 e nel 2019. In tutti gli altri anni il suo saldo è stato negativo. Credo quindi che nel parlare della Germania si faccia un po' di confusione fra esportazioni lorde e nette: è vero che quelle lorde (la spezzata blu) hanno cominciato a perdere catastroficamente terreno solo nel 2022; ma non è vero che quelle nette siano mai state significativamente positive. La Germania è sempre stata sostanzialmente in deficit con la Cina, e come lei le altre maggiori economie europee:


e incidentalmente faccio notare che al gioco della Cina i più bravi a giocare siamo noi, visto che tendenzialmente eravamo, e siamo tornati, quelli con il minor deficit (se escludiamo l'exploit tedesco del 2012-2019).

Ricordo che quello che conta in termini di impulso alla crescita sono le esportazioni nette, perché se le esportazioni sono domanda per i beni nazionali, le importazioni sono domanda per i beni esteri, sono cioè una dispersione dal circuito del reddito nazionale che va a creare occupazione e valore (Pil) nel resto del mondo. Diciamo che quando le è andata bene, la Germania con la Cina ha pareggiato. Certo, ridurre il contributo negativo della Cina alla crescita tedesca per la Germania è stato comunque un dato positivo, ma anche una strada che, per essere obbligata (dopo la distruzione del mercato unico a botte di austerità) non si è rivelata meno impervia (altrimenti avremmo visto dei sirplus significativi). Questo pro veritate, e così ci siamo sbarazzati (vorrei sperare definitivamente) di una stucchevole favoletta.

E le leggi sul grano?

Le corn laws sono ben note agli studiosi di economia: si trattava di provvedimenti che nel 1815 misero un dazio sul grano importato in Inghilterra allo scopo di proteggere i redditi dei proprietari terrieri. Sapete anche che David Ricardo si scagliò contro di loro, perché rappresentava gli interessi della classe manifatturiera che, se fosse stato possibile importare grano estero a buon mercato, avrebbe potuto pagare di meno i lavoratori, espandendo la propria quota di profitti. Che ci crediate o meno, agli imprenditori non interessava che il povero operaio trovasse il pane a buon mercato: li interessava maggiormente poter pagare di meno il povero operaio, senza che però questo ci rimettesse le penne!

Si chiama legge bronzea dei salari.

Come sapete, alla fine vinsero gli industriali e nel 1846 i dazi vennero tolti. Non sarete stupiti nell'apprendere che siccome lo scopo del gioco non era pagare di più gli operai, ma eventualmente pagarli di meno, nessuno di questi due shock legislativi lasciò particolari tracce nella serie del salario reale. Ci aspetteremmo in teoria una diminuzione o stagnazione di quest'ultimo all'introduzione dei dazi, per effetto dell'aumento del "carrello della spesa" (costo della siasistenza), e un decollo dopo il 1846, per effetto della diminuzione del prezzo del grano e naturalmente dell'aumento della produttività (ça va sans dire). Mi sono cercato qualche studio (se ne trovate altri sono bene accetti) e pare che le cose non siano andate esattamente così.

Crafts, N. F., & Mills, T. C. (1994). Trends in real wages in Britain, 1750-1913. Explorations in Economic History, 31(2), 176-194, giungono alla conclusione che:


cioè che le cose sono andate più o meno così:


e come vedete né l'imposizione né la rimozione dei dazi sul grano marcano un cambiamento strutturale rilevante nella serie del potere d'acquisto dei lavoratori inglesi dell'epoca (60 significa 1760, 80 significa 1780, e via così). La materia è aperta al dibattito, va da sé, ma, vi chiederete voi: "E a noi che ce ne frega degli operai inglesi del XIX secolo, tanto più che stavamo parlando di Cina?"

Ma benedetti ragazzi, devo spiegarvi proprio tutto? Non stavamo parlando di Cina: stavamo parlando di dazi, dazi su prodotti a buon mercato importati.

Ci siamo? Beh, se ancora non ci siete arrivati, vi aiuta questo nostro nuovo amico Lycan:


e così vedete che non c'è nulla di nuovo sotto il Sole. La paccottiglia cinese sta al proletario terziarizzato odierno come il grano statunitense o ucraino stava al proletario del manifatturiero inglese nel XIX secolo!

Si capisce così l'attrazione fatale del progetto europeo per la Cina! La Cina non serve a esportare di più, ma a importare di più!

Chiarisco.

Un progetto intrinsecamente basato sulla deflazione salariale necessita da un lato di importare manodopera a buon mercato per contenere le pretese degli autoctoni: ve lo dice qui al minuto 24 uno che se ne intende:

ma dall'altro, una volta “disciplinati” i salari con le “risorse” o con la flessibilità, abbisogna di paccottiglia a buon mercato per evitare che la compressione salariale risulti nell'inedia (reale o figurata) dei lavoratori! Il libero scambio viene predicato in nome della sovranità del consumatore, cui si promette sussistenza a buon mercato, ma viene praticato in nome della sovranità del capitale, che aumenta i propri margini inseguendo il lavoro a buon mercato.

Qualcuno potrebbe trovare fuori luogo il riferimento alla legge bronzea dei salari, e in qualche modo potrei anche essere d’accordo. Faccio però notare un dettaglio: certo, ora un tozzo di pane ce l'hanno tutti, la sussistenza di per sé è raramente un problema, ma siccome tutti hanno anche un'istruzione (con la possibile eccezione degli utenti Twitter), controllarli è più difficile, quindi devi imporgli lo smartphone, per dirne una, e molti possono permettersi solo quello de “lu cinesə” (come lo chiama il mio amico Giustino). Con l'auto elettrica, poi, abbiamo incautamente creato un altro bisogno che solo la Cina potrà soddisfare. Il discorso potrebbe essere sviluppato ulteriormente, e mi affido alla vostra fertile fantasia, limitandomi ad un'osservazione: capite perché un Paese che, come la Germania, affida il suo successo di esportatore alla deflazione salariale, non può non essere un importatore netto da un Paese come la Cina, dove la forza lavoro è ancora a buon mercato?

Il reale, a differenza degli operatori informativi, è razionale!

Sarebbe naturalmente meglio adottare un modello di crescita wage-led, affidando al cambio , anziché ai salari, l'ammortizzazione degli shock macroeconomici, ma questa felice evoluzione non è dietro l'angolo, nonostante le belle parole di Trump e di Musk, che forse hanno capito che cosa vogliono dall'Europa, ma sicuramente non hanno ancora espresso chiaramente il motivo per cui non possono averlo.

Ma di questo parleremo in altra sede: intanto, godiamoci l'atmosfera piacevolmente dickensiana di questa nuova rivoluzione industriale. Un eterno ritorno dell’uguale la cui lettura è preclusa ai progressisti, cioè agli sciocchi che ideologicamente negano che nel passato possa esserci qualcosa da imparare.

E invece c’è, oh, se c’è!…

giovedì 27 novembre 2025

Qualche appunto sulla crescita

Domani escono i dati del Pil nel terzo trimestre (per ora abbiamo solo il provvisorio) e capiremo un po' meglio che aria tira. Intanto, vi fornisco qualche dato utile per inquadrare la situazione. Il Pil trimestrale nelle tre principali economie europee, fatto 100 l'ultimo trimestre del 2022 (quello in cui è arrivato il fasheesmo, per capirci) finora si è mosso così:


dove l'ultimo dato italiano è provvisorio (domani avremo il definitivo; la fonte di questi dati è Eurostat).

Diciamo bene ma non benissimo, nel senso che ovviamente sarebbe stato meglio crescere quanto la Francia.

Su cosa sostenga la crescita della Francia penso di poter fare un paio di educated guess. Senz'altro gioca un ruolo la spesa pubblica corrente, ma anche questo dato di fatto:


Il minor aumento del Pil in Italia è indubbiamente legato alla maggiore esposizione del nostro Paese verso la Germania, con un rapporto fra interscambio commerciale e Pil inferiore di oltre un punto.

Quindi il Pil tedesco è diminuito, mentre quello italiano è aumentato. Macabro dettaglio, i consumi delle famiglie sono però aumentati ovunque, anche in Germania dove i redditi diminuivano:


il che, così, a lume di naso, mi farebbe pensare che in Germania sia aumentato il debito delle famiglie (ma bisognerebbe approfondire l'analisi, ad esempio considerando il reddito disponibile delle famiglie ecc.).

Ci stiamo deindustrializzando?

Questo è l'indice della produzione industriale nel settore manifatturiero, base 2020 = 100, per Italia e Germania:

e non è difficilissimo vedere che in Germania la produzione è tendenzialmente cresciuta nell'ultimo trentennio, mentre in Italia scesa (il fatto che gli indici verso la fine coincidano ovviamente non significa nulla se non che la base degli indici è convenzionalmente posta al 2020: quello che va guardato di un indice è la dinamica.

Si vede anche abbastanza bene quand'è che le cose cominciano ad andare storte, e in effetti anche in questo caso il fasheesmo c'entra poco. Se ci soffermiamo sul periodo dal 2017 a oggi le cose vanno così:


e si vede bene dov'è il problema: dopo lo shock del COVID l'Italia è rimbalzata, la Germania no. Se restringiamo lo zoom vediamo una roba simile:


La discesa dell'indice della produzione industriale italiana comincia al tempo di LVI e tutto sommato il fasheesmo (insomma: noi) riesce a frenarla più che ad accelerarla.

Vero è che in Italia il peso del manifatturiero sul valore aggiunto totale si è andato riducendo a partire dagli anni '90:

A metà anni '90 il manifatturiero pesava per il 20% dell'economia sia in Germania che in Italia, ora pesa ancora per il 20% in Germania e in Italia per il 16%, un calo di quattro punti. Al #goofy12 l'amico Münchau ci ha insegnato a leggere questo dato non solo, o non necessariamente, come una funesta deindustrializzazione dell'Italia, ma forse come una altrettanto funesta strozzatura dell'offerta di servizi all'economia tedesca: non sarebbe cioè tanto il nostro manifatturiero a essere sottodimensionato, quanto il loro settore dei servizi ad esserlo (ricorderete l'aneddoto del figlio che chiede al padre: "Babbo, perché il telefonino non funziona?"):

Inutile dire che, come sempre, la verità è probabile che sia nel mezzo, ma sicuramente, qualsiasi cosa sia, non è difficile vedere quando è successa, e anche qui il fasheesmo c'entra poco (come c'entra poco con la crisi dei salari, come c'entra poco col fiscal drag, insomma: come c'entra poco con tutto, o come non c'entravano niente con la crisi da debito estero del 2011 le abitudini sessuali di Berlusconi - cosa che vi dicevo da sinistra e vi ripeto senza problemi da destra!). Basta vedere come si muove lo scarto fra le quote del manifatturiero in Italia e Germania:


Questo scarto si divarica in modo pressoché lineare fra il 1996 e il 2011, poi si ferma lì (e eventualmente dal 2022 a oggi si sta lievemente richiudendo, ma è presto per dire se si tratta di un cambiamento strutturale).

Voi direte: ma come fa il Pil italiano a crescere se la produzione industriale diminuisce? Perché nel Pil ci sono anche agricoltura e servizi, e poi perché l'indice della produzione industriale è un indicatore congiunturale basato sulla quantità fisica di prodotto, che è un concetto di misurazione relativamente facile a intervalli mensili, ma non è economicamente raffinato come il valore aggiunto, che misura il prodotto netto sottraendo al volume della produzione quello degli input intermedi (e quindi risente di elementi quali la struttura del processo produttivo e i costi degli input produttivi). Ovviamente nel lungo periodo le due misure sono correlate, e infatti se prendete le serie del valore aggiunto nel manifatturieri espresso come indice ritrovate un profilo simile a quello dell'indice della produzione industriale:


Simile, ma non identico, come si vede confrontando le due serie separatamente nei due Paesi, cioè in Italia:

e in Germania:


da cui vedete un paio di cose: che lo scollamento fra le due serie è maggiore in Germania che in Italia, e che a fine corsa, cioè con l'avvento del fasheesmo, la serie del valore aggiunto penalizza più la Germania che l'Italia. I motivi tecnici di queste differenze, se interessano, li trovate qui.

La sintesi estrema è che, pur non essendoci un gran che da stare allegri con l'andamento del nostro indice della produzione industriale, se invece di questo indice congiunturale guardiamo un indice più strutturale come il valore aggiunto la situazione è leggermente migliore da noi (per il semplice fatto che è leggermente peggiore in Germania ora che non può più fare dumping energetico col gas russo), e comunque rispetto a quanto accade in Germania, che, come sapete, non è la locomotiva ma la zavorra dell'Eurozona, quello che accade qui non dico che ci debba far stare tranquilli, ma sicuramente non giustifica gli alti lai disfattisti del PD, perché se non stiamo facendo molto meglio (e dentro un'unione monetaria è concettualmente difficile riuscirci), non stiamo nemmeno facendo peggio.

giovedì 7 agosto 2025

Breve nota tecnica sull'impatto dei dazi

Premesso che chi si è esibito in performance simili:


forse farebbe meglio a lasciar passare qualche secolo in dignitoso silenzio, nella speranza di farsi dimenticare, ma riconosciuto altresì che un minimo di imbonimento da fiera paesana è comunque connaturato alla rappresentazione degli interessi ed è da considerarsi fisiologico, voglio fare ammenda su una mia valutazione errata riportata in questo post. Il delitto mio non è, direbbe Leporello, ma è dei soliti noti, dei nemici della democrazia, degli operatori informativi. Sono loro ad aver titolato:


e questo mi ha indotto a pensare che al CSC avessero seri problemi col concetto di elasticità al prezzo (che con ordini di grandezza simili sarebbe stata del 200%: una cosa mai vista in natura, come spiegavo appunto nel post sull'impatto dei dazi).

In realtà, la valutazione del modello CSC (pubblicato dove?) è coerente con quella del modello di Bagnai et al. (2017) (pubblicato su Economic Modelling), perché, come spiegato da una civile & resiliente esponente della nota associazione di categoria nel corso di questo pacato & costruttivo dibattito:


l'impatto di 23 miliardi è calcolato tenendo conto anche della rivalutazione nominale dell'euro, stimata al 15%, e quindi è riferito a un incremento complessivo del 30% sul tasso di cambio reale. A incremento doppio, impatto doppio, e pari elasticità (sempre intorno a 1).

Tuttavia qualcosa mi lascia supporre che questi impatti siano sempre sovrastimati, e pesantemente, e se volete vi spiego subito perché. Il fatto è che i tassi di cambio reali (che sono il prezzo relativo dei beni nazionali rispetto a quelli esteri) sono costruiti con riferimento a due classi di indicatori: o gli indici dei prezzi al consumo, o il costo del lavoro per unità di prodotto. Lo vedete ad esempio qui, nel database dell'Eurostat, che vi consente appunto di scegliere l'indicatore che preferite:


Non entro ora nella ratio di questa scelta, cioè nel perché si usi l'uno o l'altro indicatore e su quale sia preferibile per quale analisi (a richiesta ve lo spiego). Voglio solo far notare che quello che riusciamo a misurare econometricamente è la reazione dei volumi venduti alla variazione del prezzo finale, quello al consumo. Ora, il fatto è che, come sa chiunque abbia un minimo di cervello, il famoso 15% non si applica allo scaffale, ma in dogana. Per capirci, con qualche approssimazione: non si applica al prezzo al dettaglio (che è quello che confluisce nella valutazione del tasso di cambio reale e quindi nella stima dell'elasticità di prezzo), ma al prezzo all'ingrosso, con riflessi proporzionalmente inferiori sul prezzo al dettaglio.

Credo capiate dove voglio arrivare, anche perché è sempre la stessa storia. Quelli che oggi dicono che all'aumento dei dazi del 15% conseguirà un apprezzamento del cambio reale del 15% sono della stessa pasta marrone (che non è cacao) di quelli che dicevano che a un deprezzamento reale del 20% sarebbe conseguita un'inflazione del 20% (ne abbiamo parlato qui, come ricorderete, analizzando le leggende metropolitane bipartisan - perché il non cacao è assolutamente trasversale, c'è in versione socialisteggiante e c'è in versione #verolibberale...). Ci vuole più di un neurone per capire che l'attività economica è fatta di tanti snodi, e che fra ognuno di questi c'è un pass-through: esattamente come un deprezzamento di x% non comporta una inflazione del x%, e esattamente per gli stessi motivi (perché il pricing in regimi oligopolistici o imperfettamente concorrenziali si basa sull'applicazione di mark-up sui costi, mark-up che possono essere ridotti per assorbire shock di prezzo allo scopo di mantenere quote di mercato), un dazio di x% non comporta un aumento del prezzo finale di x% e quindi un apprezzamento del cambio reale misurato sul prezzo finale di x%.

Morale della favola?

Dopo tanto stracciavestismo e espertonismo un tanto al mazzo (di cui fra un po' avrete un esempio all'Aria che tira) non è escluso che, come già accadde nel primo mandato Trump, e prese tutte le debite cautele rispetto al fatto che qui si parla di un dazio generalizzato e comunque il clima internazionale è improntato a una maggiore conflittualità, alla fine le esportazioni italiane verso gli Usa possano in realtà crescere, se l'effetto reddito (maggiore crescita negli Usa) prevarrà sull'effetto prezzo (minore competitività del prodotto europeo), tanto più che il prodotto italiano è solo italiano, e quindi in re ipsa difficilmente sostituibile.

Quindi calma!

Il vero problema è un altro: il fallimento industriale europeo del green deal, e il nostro fallimento politico nel realizzare quella che è e resta una nostra legittima ambizione: essere arbitri del nostro destino sganciandoci da chi regolarmente ci porta a combattere battaglie in guerre che non sono la nostra guerra. Sì, finora non siamo riusciti a renderci indipendenti, ma qualche passo lo abbiamo fatto (vedi riforma MES) e continuiamo a spingere in quella direzione. Ci vediamo fra un po' in TV con chi lo desidera...

martedì 15 aprile 2025

Sui dazi (a futura memoria)

Domenica scorsa ci siamo divertiti:

Torno sull’episodio per valorizzare un mio educated guess: siccome Trump è già arrivato dove voleva arrivare (mettere sui prodotti europei un dazio pari a quello medio europeo, che è del 10%, contro il 2,5% di dazio medio Usa prima dell’intervento), è molto probabile che allo scadere dei fatidici novanta giorni (il 4 luglio prossimo, se non ricordo male) non succeda un accidenti di nulla.

Quelli bravi mi dicono che Rai3 tira giù da YouTube i nostri video, quindi non vi posso “embeddare” la trasmissione, che trovate (spero) qui (si possono inserire video anche da Rumble ma non mi va di fare tutta la sbatta da cellulare in attesa del decollo da Genova)!

Quindi, ricapitolando: fra meno di tre mesi vi offro la preziosa (perché rara) opportunità di darmi del coglione, cosa che potrete fare se si scatenerà l’apocalisse, oppure torneremo nella tana degli operatori informativi e ricorderemo la differenza fra chi, non per suo merito ma perché è andata così, ha studiato quella materia arida e noiosa che è il commercio internazionale, e chi, a domanda tecnica, altro non sa rispondere che “Trump pazzo fascista cacca pupù!”.

Tre mesi passano in fretta!

Con l’occasione, vi ricordo anche la congettura di medio periodo sul TTIP. La storia dello “zero a zero” a me non piace per nulla e peraltro storicamente non è mai piaciuta al partito in cui mi onoro di militare, da sempre scettico sulle virtù del liberoscambismo. Quella storia mi preoccupa molto di più, ed è una delle tante occasioni in cui spero proprio di essere smentito dai fatti. In alternativa, mi cercherò una casa in montagna con sorgente, orto, e pollaio.

E ora, decolliamo da GOA per FCO: la giornata è ancora lunga!

lunedì 24 febbraio 2025

Come distruggere il mercato unico

Non c'è nulla da fare: pe' malati c'è la china, per gli euroni non c'è medicina!

Ma benedetti figliuoli! L'ha detto Draghi che " We pursued a deliberate strategy of trying to lower wage costs relative to each other – and combined this together with a procyclical fiscal policy - the net effect was only to weaken our own domestic demand and undermine our social model"! (qui) Insomma: ci ha spiegato che l'Unione Europea, come unico strumento di reazione al calo della domanda internazionale, ha adottato il taglio della domanda interna. Come può essergli venuta un'idea così bislacca? Saranno mica matti!?

Ma no!

Si tratta di una semplice e diretta conseguenza dell'adozione di un regime di cambio fisso: quando uno shock esterno colpisce (quando cala la domanda internazionale dei tuoi beni), se sei legato a un Paese forte e quindi meno colpito dallo shock, non potendo far flettere il cambio (che non flette perché è tenuto su dal Paese forte) devi far flettere i salari, cioè, in definitiva, il Pil, visto che:


secondo l'infografica veramente ottima di Borsa Italiana.

E quindi?

E quindi, come mi sforzo di ripetere inascoltato, se quando arriva una recessione internazionale la nostra reazione è quella di togliere soldi dalle tasche dei clienti del mercato (interno) unico, la conseguenza sarà che proprio in recessione l'importanza del mercato unico scemerà.

E siccome il pensiero critico non è pensiero magico, come il pensiero di quelli che "l'euro è come la Roma, non si discute: si ama!" (tipo Marattin), ovviamente i dati si conformano ad esso:


Quale che sia la fonte utilizzata (le Directions Of Trade Statistics, DOTS, o l'Eurostat), che cosa vediamo in occasione della sberla del 2008? Che il contributo del mercato interno alle nostre esportazioni, cioè la quota di esportazioni avviate verso l'UE, si contrae in fase di recessione. Vediamo cioè che quando c'è meno domanda mondiale dei nostri prodotti, in proporzione c'è ancora meno domanda europea: la spiegazione è l'austerità (procyclical fiscal policies), cioè la moneta unica.

Che ne dite, vi sembra che questi dati siano coerenti col mio ragionamento, o con i ragli di quelli che "ci vuole più Leuropa?"

Non so, fate voi...

Comunque, qui si riesce a fare un ragionamento fact based e data driven. Per gli sciamani ci sono i parterre televisivi. Chi ha dati da portare è sempre bene accetto, chi ha cazzate lievi imprecisioni da dire un po' meno, ma siccome non siamo dem(enti), qui anche questi ultimi, i lievemente imprecisi, hanno un minimo costituzionale di libertà di espressione.

Alla prossima!

(...Eurostat non fornisce dati prima del 2008, mentre DOTS non fornisce l'aggregato EU27, per cui me lo sono costruito al volo prendendo i 12 stati più rilevanti - escluso il Regno Unito, per non truccare le carte - il che spiega lo scarto fra la serie Eurostat e la DOTS, che è più "bassa" perché, appunto, considera solo 12 e non 27 Stati membri. La dinamica però è esattamente la stessa, quindi il punto l'abbiamo portato a casa. Resta la domanda inevasa: a che ci serve un mercato unico se a causa della moneta unica dobbiamo gestirlo così, cioè impoverirlo quando più ci servirebbe che fosse ricco? Non lo so, chiedetelo al signor Do Something...)

mercoledì 22 gennaio 2025

Una rondine non fa primavera (i dazi di Trump)

 (…per quanto a noi questo sembri assolutamente anomalo, è successo che per una volta un’agenzia di stampa abbia ripreso le mie parole, senza nessun intervento dei miei uffici, e li abbia riprese in modo corretto. Godi, popolo!…)




domenica 19 gennaio 2025

Svalutazione e dazi

Al prossimo piddino che si straccerà le vesti dicendovi che "Oddio! Adesso arriva Trump, mette i dazi e siamo rovinati, l'economia rallenterà, poveri noi, che ne sarà della nostra economia, [ecc. ecc. ecc.]" suggerisco di rispondere con un asciutto: "Magari! Hai mai pensato a quale sarebbe l'alternativa?"

Poi, approfittando del suo sconcerto, spiegate non a lui, ma agli astanti, perché i dazi potrebbero essere un'alternativa preferibile. Ma prima cercate di capirlo voi! Provo a spiegarvelo...

Parto da una constatazione ovvia. Un Paese che si trova in una simile situazione di squilibrio con l'estero:


qualcosa dovrà pur fare: al limite niente, nel qual caso i mercati penseranno a correggere lo squilibrio, riallineando il valore della sua valuta!

Può essere utile ricordare come vennero corrette le due precedenti situazioni di squilibrio. Quella dei primi anni '80, causata dall'apprezzamento del dollaro a sua volta causato dall'innalzamento dei tassi di interesse Usa (Volcker shock), fu curata svalutando il dollaro, cioè facendo apprezzare lo yen (accordi del Plaza). Lo si vede bene mettendo insieme il tasso di cambio reale con il saldo delle partite correnti:


Il secondo squilibrio, quello che culmina attorno al 2006, fu corretto dalla Grande crisi finanziaria (a partire dalla crisi dei subprime nel 2007).

Ora, escludendo (nell'interesse di tutti) uno scenario globale catastrofico, ed escludendo l'applicazione di politiche di austerità da parte del Governo degli Stati Uniti, per correggere lo squilibrio dal lato delle importazioni Usa (distruggendo l'American way of life e un nostro significativo mercato di sbocco), i due elementi che possono contribuire a "chiudere" abbastanza rapidamente il gap fra importazioni ed esportazioni sono un riallineamento del cambio e l'imposizione di dazi.

Il riallineamento è chiaro come dovrebbe operare: dato che gli Usa sono in deficit e l'Eurozona in surplus, il dollaro dovrebbe cedere (simmetricamente: l'euro dovrebbe rafforzarsi). Una svalutazione del dollaro poniamo del 10% (la si potrebbe facilmente avere nell'arco di un anno, è già successo di peggio in passato) per il cittadino statunitense avrebbe effetti indiscriminati: implicherebbe che tutti i prodotti di ogni Paese che adotta l'euro (quindi anche tutti i prodotti italiani) aumenterebbero di prezzo del 10%. Diciamo che per noi non sarebbe il massimo, soprattutto considerando che non siamo i principali responsabili dello squilibrio commerciale verso gli Usa:


I dazi, che tanta preoccupazione suscitano, consentono invece un'applicazione selettiva. Volete un esempio? Eccolo qua:


Nel quadro di una delle più lunghe dispute commerciali fra Stati Uniti ed Europa, quella fra Boeing e Airbus, nel 2019 gli Stati Uniti decisero di imporre un dazio ritorsivo sui vini provenienti da Francia, Spagna, Germania e Regno Unito.

E sui nostri?

Sui nostri no (per ovvi motivi: non davamo fastidio).

Questo, ovviamente è solo un esempio, un aneddoto, il cui plurale non sarebbe "dati". Tuttavia, i dati dicono che durante la temibile epoca dei "dazzzi di Trump" (diciamo dal primo trimestre del 2017 all'ultimo del 2019, perché poi c'è stato l'Armageddon che ricorderete) le nostre esportazioni verso gli Usa sono cresciute del 22%, quelle francesi del 20%, quelle tedesche dell'11%:


 L'atteggiamento di Trump è sempre stato favorevole ad accordi bilaterali:

e continua ad esserlo. Tanto meglio. Il nostro Paese, il nostro Governo, per inciso anche il mio partito non sono posizionati male, non devono, almeno in teoria, temere mosse aggressive. Lo stesso non può dirsi di altri Paesi e di altri Governi (quelli ai quali già la prima volta non andò benissimo).

Mi sembra quindi ovvio che fra un aggiustamento di mercato che comporterebbe una indiscriminata perdita di competitività per tutti i nostri prodotti (perché tanto per cambiare il valore della nostra moneta risulterebbe artificialmente gonfiato in conseguenza delle politiche della Germania) e interventi mirati dell'amministrazione Usa per ridurre gli squilibri bilaterali più fastidiosi e artificiali (determinati dal fatto che la Germania continua a godere di un cambio per lei eccessivamente favorevole) non c'è dubbio su quale sarebbe la soluzione preferibile per noi.

Vedo più difficile che l'amministrazione Trump ci lasci proseguire sulla strada della svalutazione competitiva dell'euretto, che vi ho documentato qui, e alla quale del resto già nel primo mandato Trump aveva in qualche modo messo un freno.

E la morale della favola è che, salvo prova del contrario che saremo lieti di valutare insieme, sia per il passato che per il futuro, vale per i dazi quello che vale per tante altre cose: se gli operatori informativi ce ne parlano tanto è perché, alla fine, non sono poi così rilevanti per noi.


(...il che non esclude, ovviamente, che non siano un bello e meritato stress test per il progetto leuropeo: ma questo ci preoccupa?...)

domenica 8 settembre 2024

I cretini e il saprofita d'Europa

Ogni tanto in questo blog ci siamo dovuti occupare del cretino, quell'essere sulla cui nefasta prevalenza Fruttero&Lucentini ci avevano ammonito nel 1985, e dalla cui tendenza alla specializzazione Flaiano ci aveva messo in guardia nel lontano 1956, nel prefigurare l'avvento del "medioevo degli specialisti" (ma era solo uno sconosciuto scrittore di provincia, no? Eppure, col senno di poi...).

Sulla prevalenza ci siamo esercitati anche noi e l'argomento pare stia tornando di moda. Dei cretini invece ci siamo occupati l'ultima volta un annetto fa a proposito della Brexit, ma credo sia d'uopo un supplemento, per sostanziare, o meglio, risostanziare, il contenuto di questa diretta breve ma intensa:


Dico: risostanziare, perché del tema (la pretesa funzione di "traino" esercitata dalla Germania sull'Eurozona) ci eravamo già occupati in modo tombale nel febbraio 2012, cioè oltre dodici (12) anni fa, in due post che suggerisco di rileggere (perché va bene "il giorno della marmotta", ma credo sia vostro interesse crescere culturalmente):

1) Reichlin vs tutti, ovvero Germany vs Eurozone;

2) La locomotiva d'Europa e le locomotive della Germania

Bene. Quindi ora rileggeteli, visto che stamattina ho perso una mezz'oretta a restaurarli reinserendo grafici e tabelle originali (ho deciso di non combattere la battaglia con gli informatici del mio ateneo: perché affrontare un ostacolo quando gli si può girare intorno?). Buona lettura.












































































Avete fatto?

















































































No?












































































Sentite: io mi sono rotto i coglioni di ripetere sempre le stesse cose, per cui quando vedete un link, cioè una porzione di testo evidenziata in questo modo, dovete farmi il cazzo di favore di cliccarci sopra e leggere, perché il Dibattito non è un testo: è un ipertesto, e a chi non lo ha capito verranno le doppie punte, l'alitosi, e ogni notte apparirà in sogno un Padre fondatore per ricordargli quanto sia dolce e decoroso morire per Maastricht. Va bene così? Adesso rileggete quei due cazzo di post e andiamo avanti.



























































Bene. So che a molti non era chiaro che il Dibattito è ipertestuale, ma sono lieto di avere avuto un'occasione per chiarirlo pacatamente, e altrettanto pacatamente ve ne illustro i vantaggi, che poi sono ovvi: non ricominciare sempre da zero, e quindi procedere più avanti sulla strada della conoscenza.

Perché vedete: il fatto che un Paese che ha fatto del mercantilismo, cioè del vivere di esportazioni, cioè di campare sulla domanda (capacità di spesa) altrui, cioè del sottrarre ai propri partner commerciali domanda interna per rivolgerla verso i propri beni (indebolendo la crescita dei suddetti partner), non possa essere una "locomotiva" dei Paesi cui sottrae domanda, cui vende beni, da cui non compra beni, è piuttosto semplice da capire (e infatti chi non lo capisce è un cretino, e ogni tanto questo gli andrebbe detto, per mera carità cristiana, cioè per evitare che si faccia delle illusioni). Non può essere una "locomotiva" (non può trainare i Paesi dei quali non sostiene la produzione, mi sembra ovvio: non sono così tanto cretino!), e non può nemmeno essere, conseguentemente, una credibile potenza imperiale. Lo sono gli Stati Uniti, che infatti sono strutturalmente compratori netti dei beni altrui, anziché venditori netti dei beni propri, anche perché questo, come spiegato in innumerevoli sedi, comprese quelle scientifiche, è il modo più ovvio per far circolare nella propria area di influenza la propria moneta (scambiarla con gli altrui beni). Ma dei risvolti finanziari potremo parlare (cioè riparlare, da brave marmotte) più diffusamente quando ci saremo scrollati di dosso i fastidiosi cretini!

Tuttavia (e qui si vedono i benefici dell'ipertestualità - per chi vuole approfittarne - e del riprendere i discorsi da dove si erano lasciati, anziché cominciare ogni volta da capo), nonostante che questo dato sia ovvio (un Paese mercantilista esporta deflazione, non crescita), nei dodici anni da cui abbiamo affrontato l'argomento qualcosa potrebbe in effetti essere cambiato. Che so? Magari la Germania potrebbe essere andata in deficit nei riguardi dell'Eurozona, sostanziando così il proprio ruolo di "locomotiva", cioè di acquirente netto? Oppure potrebbe essere andata in surplus nei riguardi della Cina (scemenza sostenuta autorevolmente in uno dei due post che vi ho chiesto di rileggere e che senz'altro avete riletto), avvalorando la tesi di quelli secondo cui grazie all'elevato livello dei suoi investimenti e della sua ricerca la Germania è in grado di competere con la Cina, e di riflesso consente, esportando in quel Paese lontano, a tutti noi di beneficiare dello sbocco su un mercato così importante?

Ecco: a distanza di dodici anni un tagliando a quei due  post può valere la pena di farlo, aggiornando gli stessi grafici e le stesse tabelle. Ci servirà a vedere se magari siamo diventati noi cretini, grazie alla nostra proverbiale adorabile supponenza, o se i cretini sono rimasti tali, a causa della loro proverbiale disprezzabile ottusità. La risposta penso di saperla, perché dell'andamento dei surplus tedesco abbiamo già parlato in lungo e in largo (una delle ultime volte nel post sui banchieri filantropi), ma mi dispongo con animo sereno e laico a riscoprirla con voi.

Partirei quindi dal grafico su cui Lucrezia Reichlin aveva spudoratamente costruito una fake news: quella secondo cui "il suo surplus commerciale [della Germania, NdCN] si è accresciuto soprattutto grazie all’export verso i paesi extra Unione: Cina, Paesi del Centro ed Est Europa e Paesi Produttori di Petrolio":


La fonte della Reichlin era il Fmi (che poi vuol dire tutto e niente: nel WEO ad esempio non ci sono i dati per origine e destinazione). All'epoca verificammo sul Data Explorer dell'OCSE, che nel frattempo ha cambiato struttura, diventando meno intuitivo da usare, ma nel frattempo è diventato più intuitivo da usare (ed è espresso in euro) il Data Browser dell'Eurostat, quindi utilizzo lui.

Per prima cosa vediamo se replicando oggi il grafico che sputtanava sbugiardava l'esimia collega, cioè questo:


dodici anni dopo e su un diverso database otteniamo cose diverse:


e no, spiaze (poco), ma quella della Reichlin si dimostra, con poca sorpresa, una fesseria assolutamente resistente alla prova del tempo: si conferma che il suo ponzoso editoriale confondeva le esportazioni extra-Eurozona con quelle mondiali, e che nel periodo da lei considerato le esportazioni verso l'Eurozona erano state sistematicamente superiori a quelle verso l'esterno dell'Eurozona, confutando l'assunto che la Germania crescesse prevalentemente a spese altrui: cresceva invece prevalentemente a spese nostre! Era il noto gioco di prestare (via banche franco-tedesche) ai PIIGS i soldi con cui comprare le automobili e i sommergibili tedeschi (e quest'ultimo dettaglio mi sa che non ve lo ricordavate: pensa che risate si sono fatti i turchi!).

Possiamo quindi fiduciosamente estendere il grafico per vedere se poi le cose sono cambiate in qualche modo e come, cioè se la Germania abbia smesso di crescere a spese nostre, e se magari abbia addirittura contribuito alla nostra crescita, diventando un importatore netto dall'Eurozona per sostenerne le economie, come più o meno in quegli anni chiedeva tanto appassionato quanto inascoltato il partigiano Joe!

Il grafico esteso è qui:


(non si riesce ad andare oltre al 2021), e ci dice quello che già sappiamo e che avevamo visto, ad esempio, qui (dove però consideravamo il saldo delle partite correnti, quindi non esattamente gli stessi dati):

Dopo aver assassinato i suoi mercati di sbocco interni, la Germania è stata costretta a rivolgersi a mercati di sbocco esteri, da cui una esplosione del surplus merci extra-zona e un relativo smorzamento del surplus merci intra-zona.

Ma... vuol dire che la Germania ha cominciato a sostenerci con la sua crescita?

Prima di rispondere togliamoci subito un altro sassolino-ino-ino dalla scarpa. Sarà veramente vero, come dicono i cretini, che la Germania è in surplus con la Cina a causa della sua leadership tecnologica? Ci eravamo esercitati anche su questo, facendo vedere all'epoca che no, non era proprio così:


La Germania era (abbastanza ovviamente) in deficit con la Cina, in quanto principale hub di smercio, via Amburgo, di quella che all'epoca era paccottiglia cinese (magari ribrandizzata Made in Germany) e che oggi sono prodotti a sempre maggior valore aggiunto. Ma le cose sono cambiate? Cerrrrrto che no! In effetti, replicando quel grafico coi dati Eurostat otteniamo questo:


I numeri sono drammaticamente gli stessi, per cui rinvio al commento che feci qui, e prolungando il grafico approdiamo su un #sevedeva:


I tedeschi hanno sì provato a diventare esportatori netti verso la Cina, ma non ci sono mai riusciti, e la greendemia che ci hanno inflitto ha dato loro una bella botta dalla quale difficilmente si riprenderanno, con un decollo delle importazioni associato a un declino delle esportazioni.

Chiara la lezione?

Ma torniamo sull'idea che la Germania ci sostenga con la sua crescita.

Intanto: quale crescita?

Forse conviene aggiornare anche questa tabella:


cioè quella che chiariva qui (cioè in uno dei due post che avete riletto, vero!?) come la Germania avesse sostanzialmente sottoperformato a partire dal Trattato di Maastricht fino al 2010 (quindi locomotiva de che, se andava più lenta dei vagoni?).

Utilizzando i World Development Indicators (cambiati anche loro, ma relativamente agevoli da consultare per chi sa che cosa cerca) la situazione è questa:


I dati medi annui sul sottoperiodo 1992-2010 confermano (e anzi accentuano) il fatto che nel post-Maastricht la Germania ha corso meno del resto dell'Eurozona, e quelli sul sottoperiodo 2011-2023 (da Monti in poi) sostanzialmente non smentiscono. Possiamo immaginare che con le prossime rettifiche della contabilità nazionale quell'1.3% di crescita media annua fra 2011 e 2023, sostanzialmente identico all'1.2% del resto dell'Eurozona, diventi un 1.2% piuttosto che un 1.4%! Non è la prima volta che la Germania evita di dichiarare una recessione truccando le carte, come qui abbiamo evidenziato (chi se lo ricorda)?

Quindi, la Germania non può aver sostenuto l'Eurozona con la sua crescita perché al più è cresciuta quanto l'Eurozona (quando non l'ha ostacolata), cioè perché... non è cresciuta! Vedete che chi parla di locomotiva tedesca è un cretino? Come fa a "tirare" una macchina che non cammina? Ma i dati li guardano, questi imbesuiti, o no?

Indipendentemente dalla sua crescita, che resta asfittica, la Germania non può comunque aver sostenuto l'Eurozona perché è stata venditore, non acquirente, netto dei prodotti dei suoi partner. Ce lo dice il fatto che la Germania è rimasta comunque in surplus nei riguardi dell'Eurozona, anche dopo averla devastata con l'austerità, e per avere un'idea più accurata possiamo spacchettare questo surplus nelle sue principali componenti:


Sopra a tutto avete la linea rossa della Figura 1 e successivi aggiornamenti (cioè il saldo commerciale della Germania verso l'Eurozona) e sotto avete i saldi dei principali Paesi. Non sarete sorpresi di constatare che mentre Spagna, Italia, e tutti gli altri hanno ridotto dopo il 2008-2009 il loro deficit verso la Germania (qui lo vedete come riduzione del surplus della Germania nei loro confronti, che tuttavia resta positivo!), la Francia se n'è andata dritta per la sua strada: il surplus tedesco nei confronti della Francia (deficit francese nei confronti della Germania) lo vedete in grigio, e in effetti... la vedrei grigia (se fossi in loro, come per fortuna non sono)...

Sintesi in dieci minuti, perché tanti ne ho.

1) la Germania non ha mai avuto una performance di crescita tale da giustificare per lei l'appellativo di locomotiva;

2) ove mai l'avesse avuta (ma non l'ha avuta) dal nostro punto di vista avrebbe tirato nella direzione sbagliata, come diceva De Nardis anni prima del partigiano Joe, perché è sempre stata venditrice, non acquirente netta dei nostri beni, e questo vale in particolar modo per la Padania, come abbiamo avuto modo di approfondire in altra sede;

3) l'aggiustamento macroeconomico determinato dall'aver segato il ramo su cui sedeva (la domanda interna dei paesi dell'Eurozona) non ha cambiato in nulla queste circostanze: la Germania ha tentato di campare per un po' sui soldi dei Paesi extra-Eurozona (lo si vede dall'esplosione del surplus merci e anche di quello delle partite correnti nei riguardi dell'extra-Eurozona) ma questo periodo è terminato, perché gli USA si sono seccati (vedi Dieselgate e esplosione dei gasdotti), la Russia è diventato un mercato precluso per motivi geopolitici, la Cina non è mai stato un mercato di sbocco, e gli altri emergenti guardano altrove;

4) più in generale, la Germania ha campato sempre e solo di dumping: fece dumping energetico negli anni '70, quando in risposta allo shock petrolifero si buttò sul proprio carbone, causando un grave danno ambientale a sé e agli altri (ricordate le piogge acide? Ricordate la fiatella tedesca?) ma evitando le conseguenze inflattive dell'aumento dei prezzi del petrolio; fece dumping salariale con le riforme Hartz a inizio secolo, senza che questo la aiutasse a crescere né a farci crescere; ha fatto dumping valutario con l'euro, con l'unico risultato di far incazzare gli Stati Uniti (vedi Dieselgate); ha rifatto dumping energetico concludendo una pace separata con la Russia, senza voler vedere o capire quale strategia l'Alleanza Atlantica stesse perseguendo (eppure non era difficile: l'avevano capito tutti!), e trascinandoci nelle conseguenze della sua hybris.

Questo paese saprofita ci è stato dipinto per decenni da coorti di pisciapenne prezzolati come una potenza che investiva in ricerca e tecnologia (solo qui avevate potuto vedere i dati) e che in quanto tale aveva un vantaggio competitivo che le permetteva di crescere più degli altri (?) grazie al rilevante flusso di esportazioni, quando in realtà il vantaggio competitivo era determinato esclusivamente da una riforma del mercato del lavoro che le consentiva di tenere il tasso di crescita dei salari reali sotto quello della produttività, come altresì vi avevo fatto vedere qui, nel post su Lampredotto:


(l'analisi della tabella la trovate qui).

E quindi, cari amici, di che cosa vogliamo parlare? Con cotanta locomotiva è ovvio che non andremo da nessuna parte. L'euro è irreversibile? Certamente, e chi ha mai detto il contrario!? La prima volta che andai in televisione dissi che non saremmo usciti noi da lui, ma lui da noi, perché il suo essere irreversibile non oblitera, ma anzi rafforza, il suo essere insostenibile!

Quindi calma: ora noi siamo in relativa sicurezza: lasciamo che si divertano fra loro i carolingi, i lotaringi, e i germani (o quel che ne resta).

Il nostro problema non sono loro. Il nostro problema sono i cretini, e quello sì che, come avrete capito, è un problema irrisolvibile, ma meno grave di quanto possa apparire, perché per quanto vogliano ripetersi che la Terra è piatta e la Germania è una locomotiva, la curvatura si vede a occhio nudo, a differenza della crescita tedesca (che non c'è mai stata). I fatti hanno la testa dura, e possiamo tranquillamente lasciare che i cretini li prendano a capocciate. Noi teniamo la barra dritta e non lasciamoci distrarre.



(...la prossima settimana vi annuncio il click day: Giacché, Balzano, Borghi, Galli, Gaiani, ecc....)

(...ah, lo so che tu, che ti credi più fregno degli altri, non hai riletto i due post del febbraio 2012: questa notte ti apparirà in sogno Canne, cioè, scusa: Spinelli! Io ti avevo avvertito...)