L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
C'è un passaggio del discorso del premier che ho trovato particolarmente consonante col lavoro che qui abbiamo fatto perfino quando eravamo di sinistra, ed è questo:
"ancora meno condivido l'idea che ci sia sempre qualcun altro da cui dobbiamo prendere esempio".
Noi che abbiamo fatto dell'autorazzismo un idolo polemico:
aspettavamo da tempo, e con ansia, un Presidente del Consiglio che avesse il coraggio di dire simili parole, parole che, per motivi che tutt'ora mi sfuggono, in Italia sono tanto coraggiose quanto impopolari.
Era ora!
C'è però un "ma", che non ho fatto in tempo a esplicitare in aula, e che riservo ai lettori del blog che non esiste.
Da qualche tempo, negli interna corporis parlamentari (ad esempio, nelle bozze di risoluzione che si elaborano prima del consigli europei), affiora con inquietante frequenza il tema della difesa (o della promozione) delle "imprese esportatrici". Me lo ha fatto notare Claudio, che ha la pazienza eroica di leggersi tutte le puttanate che arrivano da gliUffici. Ora, noi sappiamo (ce lo ha spiegato Carlo M. Cipolla) che l'Italia deve essere un Paese strutturalmente esportatore, per il semplice motivo che non ha materie prime (tranne il marmo, dice lui), e che quindi deve trasformare ed esportare per provvedersi dei fondi con cui importare le materie prime stesse (sul fatto che l'Italia non abbia materie prime tranne il marmo avrei qualche chiosa da fare, visto ad esempio che qui dove vi scrivo sono steso su una gigantesca bolla di gas, accanto a una montagna le cui viscere trasudano di bitume, ma trovo comunque corretto il senso complessivo del ragionamento). Ora, quindi, nessuno vuole negare né tanto meno conculcare l'importanza e l'eccellenza delle imprese esportatrici italiane. Tuttavia, è evidente che esse devono alle (o meglio: ad alcune) imprese importatrici la possibilità di operare, per cui ragionare in termini di figli esportatori e figliastri importatori non è solo esteticamente brutto, ma anche fattualmente sbagliato. E poi, visto che noi esportatori lo siamo perché strutturalmente dobbiamo esserlo, questa insistenza sul doverlo essere di più fa sorgere il sospetto che mentre il premier ci esorta a non seguire modelli altrui, qualcuno di meno brillante da qualche parte, in qualche ufficio di qualche ministero, abbia in mente che sarebbe una gran bella cosa seguire il più fallimentare dei modelli altrui: quello tedesco.
Da qualche giorno, fra un incontro per le provinciali e un incontro per il referendum, mi sto lambiccando il cervello per trovare un modo di rappresentare in modo sintetico il modello tedesco e le sue inevitabili conseguenze. Diciamo che questo modello è basato sulla compressione della domanda interna per favorire quella estera (comprimo i salari per esportare di più) e l'errore di questo modello è che se applicato in un'area economica integrata obbliga gli altri a seguire la stessa strada, di fatto prosciugando i mercati di sbocco e condannandosi alla recessione.
Forse un modo sintetico di vederlo è questo: un grafico in cui il tasso di crescita medio di un determinato periodo è esplicitamente ricavato come somma algebrica della componente interna (consumi e investimenti) e di quella estera (esportazioni nette):
dove i periodi sono quello pre-changeover (fino al 2001), quello pre-austerità (fino al 2011), quello pre-Covid (fino al 2019), e infine quello in corso. Per capire meglio in che cosa il modello tedesco differisca ad esempio da quello italiano vi propongo di leggere questo grafico in parallelo con quest'altro:
Le differenze sono tante, ve ne evidenzio alcune (che poi non sono altro che un modo diverso di rappresentare cose che, se esisteste, sapreste benissimo).
Fra 2002 e 2011 la Germania frena bruscamente sul lato della domanda interna, sostituendola con domanda estera: sono le riforme Hartz, e la conseguente flessione del 6% del potere d'acquisto dei salari. In quello stesso periodo, l'Italia entra nel mondo dello zero virgola (data la frenata della "locomotiva" tedesca!). Nel periodo successivo (2012-2019), è l'Italia a reprimere la domanda interna promuovendo quella estera, con un risultato netto praticamente nullo, mentre in Germania il contributo della domanda estera sparisce (essendo stato devastato il mercato unico europeo dalle politiche di deflazione competitiva). Si arriva così all'oggi (2020-2025). L'Italia può spingere (e lo sta facendo) sulla domanda interna, sacrificando la domanda estera, il cui contributo netto è negativo (possiamo immaginare che siano le importazioni a tenerci giù), ma la Germania ha totalmente perso mercati di sbocco, fra quelli che ha distrutto (quello europeo) e quelli cui ha pestato i piedi (quello statunitense). La sua situazione è quindi uguale e contraria a quella dell'Italia nel periodo precedente: in Germania i tentativi di spingere sulla domanda interna oggi sono frustrati da un peso uguale e contrario della domanda estera netta. Ma, come avrete capito e come ci siamo più volte detti, la zavorra che il settore estero esercita sulla crescita tedesca oggi è la conseguenze logica della spinta che ha dato nel 2002-2011, per la semplice ragione che questa pressione competitiva si è scaricata in modo aggressivo sui Paesi viciniori e poi, ad austerità perpetrata, ha tirato giù chi per primo era entrato nel percorso suicida della repressione della domanda interna.
Con una certa qual sorpresa ieri mi sono imbattuto in questo:
Io pensavo (non “noi pensavamo”) che fosse già online da un pezzo, ma da un male nasce un bene: posso regalarvelo per Natale, anche se temo che questo possa indurvi nella tentazione demoniaca di entrare in tenzone col parente piddino.
Divertitevi, e sappiate resistere!
(…ma soprattutto ricordate: Monti ha salvato il Paese!…)
Ieri volevo andare in alto ma il tempo si preannunciava instabile. Per fortuna ero solo (in montagna non si va da soli, ma la solitudine nel weekend è molto relativa: diciamo che decidevo da solo, ma sarei certamente stato in compagnia...) e così mi sono preso il rischio (calcolato da me, quindi accettabile) di partire ugualmente, mitigando con una oculata gestione del fattore tempo la probabilità di eventi avversi (incenerimento da parte di una folgore). Sveglia alle 5: mentre faccio rapidamente colazione la prima notizia su cui mi cade l'occhio è questa, giro la chiavetta nel quadro e l'autoradio mi parte su questa... Imperturbato mi avvio, e tutto va come deve andare. Sulla vetta relativamente laterale che mi interessava ho trovato ben quattro persone (due mentre salivo, una mentre scendevo, e una che mi ha fatto compagnia in vetta per qualche minuto, senza dire una parola, nemmeno buongiorno, cosa questa relativamente rara)! Sulla dorsale principale del gruppo, poi, ne avrò incontrate una cinquantina, di tutte le condizioni: dal matto che mi ha superato di corsa mentre andavo e si è fatto (correndo) il tour Pomilio-Monte Amaro-Monte Pescofalcone-Pomilio (via Tre portoni, ovviamente), superandomi di corsa anche al ritorno (non so se farei una cosa simile nemmeno con trenta anni di meno addosso), a gente che scendeva dalla notturna dopo aver visto l'alba dalla vetta più alta (altra cosa che non so se farei, ma capisco chi la fa), famiglie con bambini, bambini con famiglie, persone di ogni stazza, di ogni forma, di ogni età (semicit.).
Quando vado in compagnia di ggiovani (ma anche di ex ggiovani) non riesco mai a stare in vetta quanto voglio, perché toccata la croce si riscende nell'ansia di fare "il tempone". Da solo posso restare quanto voglio, e l'ho fatto anche questa volta, bighellonando per un'oretta sul "desolato pianoro sommitale", sempre monitorando i parametri del clima, cioè, scusate, del meteo. La mia ansia tassonomica trovava sfogo nel battezzare dall'alto tutte le cime note (ultimi arrivati dalla penultima escursione: il Bolza e il Cappucciata), e interrogandomi su quelle ignote. I corridori, gli agonisti, si perdono occasioni rare come questa:
una gioia per gli occhi e per il cuore!
Poi sono sceso, facendo altri incontri che trovate nei miei altri canali social (in particolare su questo), e prendendomi nelle quattro ore del ritorno un'ora buona di acqua, per la quale ero attrezzato e che mi ha fatto più che altro piacere, visto che sui 2000 di quota comunque il rischio di schiantare di caldo c'era, e che non si trattava di un temporale (solo un tuono in lontananza, nessuna folgore).
Tutto questo solo per dirvi che sono vivo (qualcosa può sempre andare storto, ma questa volta non lo ha fatto) e che se ultimamente vi ho un po' trascurato non è perché non avessi nulla da dire, ma perché ho avuto (e anche oggi ho) molto da fare. Un esempio, fra quanto è condivisibile (perché non tutto può essere detto, con buona pace dei fatequalcosisti), del mio da fare è questo:
(magari a qualcuno interessa) ma poi c'è anche molto altro, di cui passo ad occuparmi, non prima di un commento sui fatti del giorno.
Devo ancora rispondere ad alcuni commenti del post precedente (e sbloccare quello di Marco Pezzini che ha un suo interesse e merita di essere valorizzato), ma intanto riapro qui una nuova coda perché, come ricorderete, al verificarsi di una certa condizione - che, se pure in ritardo, pare si sia materializzata - vi avevo autorizzato a darmi del coglione (qui), e non sono certo io il tipo che si sottrae alle critiche! In effetti, la congettura aveva retto per il periodo su cui era stata definita:
ma indubbiamente qualche ulteriore considerazione va fatta (anche a prescindere dal fatto che il negoziato - per favore, non "la negoziazione" - non è finito!).
Mi limito per il momento a osservare una cosa che ci siamo detti mille volte e che abbiamo anche scritto qualche volta, parlando dell'Europa secondo i tedeschi, ed è quindi un QED:
Le sagge considerazioni di Claudio secondo cui non si dovrebbe negoziare insieme con la Germania sono in realtà un ovvio "di cui", uno dei tanti "di cui", di un dato fondamentale, di una inequivocabile lezione della SStoria che qui ci è sempre stata ben chiara: non ci si dovrebbe mai alleare con la Germania.
La lezione dei classici in questo era stata esplicita e direi anche più radicale:
In Germania non ci si dovrebbe proprio andare!
Ma i classici chi li studia più, ormai?
A che cosa porti un'alleanza con la Germania tutti credono di ricordarlo ma pochi se lo rammentano e nessuno credo ne abbia analizzato le ragioni con la nostra stessa accuratezza e, per certi versi, lungimiranza. Guardate ad esempio questo vecchio dibattito con Andrea Mazzalai:
C'era già tutto, otto anni fa. Il cambio decisamente non è andato a 1. Resta da vedere se il Paese esploderà. La domanda di fondo quindi è sempre la solita, e a quella, come sapete, purtroppo non so dare risposta: che cosa si aspettano gli Stati Uniti dall'UE e dall'euro? Declinata nell'attualità, la domanda è: il rilancio da parte di Trump sui dazi oltre il target che si era dato è una mossa tattica negoziale, è un momento di irrazionalità (ma decide veramente da solo? Si è totalmente sbarazzato del deep State?), o è un deliberato tentativo di forzare gli Stati membri dell'Unione a un "tana liberi tutti", cioè un gesto deliberatamente aggressivo verso l'UE? Vi confesso la mia incapacità di rispondere a questa domanda, che è senz'altro conseguenza di un mio limite, ma anche di un dato oggettivo: difficile intuire che cosa voglia fare una cosa che in fondo non conosciamo (gli Stati Uniti) di una cosa che in fondo non esiste (l'Unione Europea)! Valgono sempre le note parole di Kissinger.
Due considerazioni finali.
La prima l'ho espressa nella cloaca e ve la ripropongo qui:
Il trade-off di cui parlava Alesina nel 1997 commentando quella che Obstfeld chiamava "la scommessa europea":
quello fra la relativa facilità nel raggiungere un indirizzo politico unitario quando si è piccoli, e la capacità di resistere a shock esterni quando si è grandi, semplicemente non esiste: l'Unione Europea si è dimostrata in almeno due circostanza (la crisi debitoria del 2011 e la crisi dei dazi in corso) un amplificatore, anziché un ammortizzatore, di shock, e il motivo risiede essenzialmente in un dato che Alesina non poteva prevedere perché non era parte del progetto originario. Questo progetto, come ricorderete, prevedeva che:
i bilanci nazionali mantenessero la loro capacità di rispondere a shock (avversi) nazionali o "regionali" (cioè a livello di Eurozona) tramite gli stabilizzatori automatici (la sicurezza sociale, cioè indennità di disoccupazione, ecc.) e altre politiche discrezionali.
In realtà non è andata così, per il combinato disposto dell'adozione del Patto di stabilità e di crescita e dell'aver fatto entrare nell'Unione economica e monetaria Paesi che, come il nostro, ai sensi del Patto non avevano "spazio fiscale" per intervenire (tralascio la follia ideologica del non comprendere che la spesa pubblica, soprattutto in investimenti, apra più spazio fiscale di quanto non ne tolgano i tagli). Le conseguenze erano evitabili, ma non le abbiamo evitate, e ora tutti lo ammettono, tranne qualche scemo nella cloaca, Qui avete la versione profetico-assertiva:
e qui la versione imbarazzata e balbuziente:
ma sempre la stessa cosa è. La distruzione dello Stato sociale, della domanda interna, attraverso politiche di compressione dei salari priva il mercato unico della sua fondamentale funzione assicurativa contro gli shock esterni, e al contempo alimenta gli squilibri esterni, come ho altresì rimarcato a uso dei ratti della cloaca:
Quindi il progetto unionale ha fallito, e ha fallito per un motivo che a qualcuno sembrerà paradossale, ma che in realtà è piuttosto ovvio: se i Paesi che compongono un mercato unico non sono un'area valutaria ottimale, l'adozione di una moneta unica comprometterà il funzionamento del mercato unico perché obbligherà a politiche di distruzione della domanda (cioè del potere d'acquisto) i Paesi in temporaneo deficit.
Contro questo c'è poco da fare.
Le richieste, pur apprezzabili, di sospendere le regole del Patto di stabilità, nella sua nuova versione, hanno ovviamente un senso, ma rientrano nella categoria dell'appellismo, qui sviscerata a suo tempo, perché finché sarà a trazione tedesca, cioè finché esisterà, l'Unione Europea non sarà mai disposta ad articolare il proprio modello di crescita sulla domanda interna, cioè non sarà mai disposta a scommettere su quello che vanta come suo risultato più significativo, ma che nei fatti ha smantellato deliberatamente con l'austerità: il mercato unico.
La seconda considerazione è anch'essa piuttosto ovvia e la fa oggi Liturri su La Verità. Voi sapete che cosa sono le regole di origine? Non credo lo sappiate in molti, perché sono un tema per addetti ai lavori, per chi ha insegnato e studiato economia internazionale. La richiesta di negoziati bilaterali da parte di membri di una unione economica, che quindi è anche una FTA e una custom union, si scontra contro un dato: il problema non è da quale frontiera esce il bene che la controparte vuole assoggettare a dazio, ma in quale Stato membro è stato prodotto. Quindi forse il negoziato più che sui Paesi dovrebbe essere sulle classi di prodotti, ma all'atto pratico questo approccio costringerebbe a coinvolgere gli altri partner dell'unione (economica, commerciale, doganale), con un accresciuto rischio, peraltro, di vederne esplodere le tensioni interne. La questione prima facie sembra facilmente risolvibile: dato che il problema sono sostanzialmente le automobili tedesche, possiamo serenamente dirci che una BMW, anche se parte da Lisbona, è chiaramente riconoscibile come bene di origine tedesca. Ma il mondo purtroppo è un po' più complicato di così. La sintesi di questa considerazione è semplice ma mi prendo la responsabilità di esplicitarla: l'unico Stato che può condurre negoziati semplicemente e genuinamente bilaterali in una unione (doganale, commerciale, economica) è quello che è uscito dall'unione, e abbiamo nelle vicende del Regno Unito un chiaro esempio di questa asserzione.
Che poi è come dire che da un legno così storto come quello di cui è fatta l'Unione, non si può costruire nulla di perfettamente dritto.
E anche questo, lo avrete riconosciuto, è un "di cui", che ci viene dritto dritto dalla patria del problema: "Aus so krummem Holze, als woraus der Mensch gemacht ist, kann nichts ganz Gerades gezimmert werden".
Dichiaro aperta (e chiusa da Kant) la discussione generale...
A commento del post precedente, visto che il tempo è poco e le domande sono tante, vi fornisco un breve contributo cotto e mangiato da Eurostat perché riflettiate sul senso e il nonsenso di certe valutazioni del tipo: "Ma se la Germania cresce poco perché i tedeschi sono ricchy!", e via argomentando (o meglio: provandoci):
Nel periodo fra 2018 e 2022, che a qualcuno, non so perché, sembrava particolarmente rilevante (io la penso diversamente perché è un periodo "disturbato" da eventi eccezionali, ma tant'è), il Pil tedesco è aumentato di 522 miliardi di euro, le esportazioni di 348 miliardi di euro, e il monte salari di 211 miliardi di euro, il che significa, ripercorrendo a ritroso, che non tutti i soldi che entrano a fronte di esportazioni vanno in salari, e che il Pil non aumenta solo per le esportazioni. Fatto sta che mentre la quota di esportazioni sul Pil è cresciuta dal 43% al 46%, la quota salari è scesa dal 44% al 43% e questo non è per nulla strano, come non è strano che si accumuli ricchezza in un Paese in cui gli investimenti (e quindi la crescita reale) sono repressi, dal momento che come dovreste sapere bene almeno fin da quando parlammo della Premiata armeria Hellas contabilità vuole che:
X - M = S - I
Quindi ovviamente a esportazioni nette positive corrisponde un'esportazione di risparmio (e un'accumulazione di ricchezza: è il mercantilismo, bellezza!). Il problema è sempre quanto sia sostenibile questo modello, il modello che forza gli altri a fallire sotto il peso del debito accumulato. Mi sembra che sia ormai una evidenza conclamata quella che nel 2011 era solo un educated guess: non è sostenibile, e infatti non si sta sostenendo.
La Germania è in recessione da due anni, se non ve ne siete accorti.
Tutto qua.
(...sono a disposizione dopo il primo turno delle amministrative per valutare se quello che micuggino o la tal banca d'affari ha detto della ricchezza dei tedeschi sia compatibile con quello che la contabilità nazionale ci racconta. Il semplice schema che vi ho proposto ci dice che qualche tedesco si è sicuramente arricchito, e che molto verosimilmente costui rientra nella classe di persone a bassa propensione marginale al consumo, cioè rientra fra i ricchi...)
Beh, c'entrano un po' perché, come finalmente il Corriere ha fatto vedere, qui non siamo tutti sole, mare, mandolino, pizza, parmigiano e prosecco, ma siamo soprattutto meccanica e farmaceutica:
(ogni giorno che NSGC mette in terra una retorica cretina muore, ieri il Corriere ha vilmente assassinato la retorica dell'Italia posizionata sui segmenti a basso valore aggiunto e del Made in Italy come branca "alto di gamma" del settore primario).
C'entrano anche perché, se ci fate caso, nel dibattito isterico e sconclusionato sui dazi tutti si soffermano sugli effetti (con scenari di cui sarà divertente saggiare la resistenza alla prova dei fatti), ma nessuno non dico affronta, ma nemmeno menziona la causa, che non è stata ricordata solo da Trump, ma anche da LVI (Draghi) nella sua audizione in Senato:
se pure in un modo un po' raffazzonato e molto al disotto del livello analitico cui voi, miei cari lettori, vi siete dovuti, vostro malgrado, abituare.
Diciamo infine che le cose di cui si parla in queste ore stanno alla causa del problema un po' come il paracetamolo stava a un altro problema (e in effetti, esattamente come il paracetamolo, o meglio: la sua gestione, era suscettibile di aggravare più che di risolvere un certo problema, le ritorsioni, per dirne una, sono senz'altro suscettibili di aggravare anziché risolvere gli squilibri che hanno causato i dazi).
(...ma secondo voi Francia e Germania non stanno già trattando sotto banco?...)
Ogni tanto in questo blog ci siamo dovuti occupare del cretino, quell'essere sulla cui nefasta prevalenza Fruttero&Lucentini ci avevano ammonito nel 1985, e dalla cui tendenza alla specializzazione Flaiano ci aveva messo in guardia nel lontano 1956, nel prefigurare l'avvento del "medioevo degli specialisti" (ma era solo uno sconosciuto scrittore di provincia, no? Eppure, col senno di poi...).
Dico: risostanziare, perché del tema (la pretesa funzione di "traino" esercitata dalla Germania sull'Eurozona) ci eravamo già occupati in modo tombale nel febbraio 2012, cioè oltre dodici (12) anni fa, in due post che suggerisco di rileggere (perché va bene "il giorno della marmotta", ma credo sia vostro interesse crescere culturalmente):
Bene. Quindi ora rileggeteli, visto che stamattina ho perso una mezz'oretta a restaurarli reinserendo grafici e tabelle originali (ho deciso di non combattere la battaglia con gli informatici del mio ateneo: perché affrontare un ostacolo quando gli si può girare intorno?). Buona lettura.
Avete fatto?
No?
Sentite: io mi sono rotto i coglioni di ripetere sempre le stesse cose, per cui quando vedete un link, cioè una porzione di testo evidenziata in questo modo, dovete farmi il cazzo di favore di cliccarci sopra e leggere, perché il Dibattito non è un testo: è un ipertesto, e a chi non lo ha capito verranno le doppie punte, l'alitosi, e ogni notte apparirà in sogno un Padre fondatore per ricordargli quanto sia dolce e decoroso morire per Maastricht. Va bene così? Adesso rileggete quei due cazzo di post e andiamo avanti.
Bene. So che a molti non era chiaro che il Dibattito è ipertestuale, ma sono lieto di avere avuto un'occasione per chiarirlo pacatamente, e altrettanto pacatamente ve ne illustro i vantaggi, che poi sono ovvi: non ricominciare sempre da zero, e quindi procedere più avanti sulla strada della conoscenza.
Perché vedete: il fatto che un Paese che ha fatto del mercantilismo, cioè del vivere di esportazioni, cioè di campare sulla domanda (capacità di spesa) altrui, cioè del sottrarre ai propri partner commerciali domanda interna per rivolgerla verso i propri beni (indebolendo la crescita dei suddetti partner), non possa essere una "locomotiva" dei Paesi cui sottrae domanda, cui vende beni, da cui non compra beni, è piuttosto semplice da capire (e infatti chi non lo capisce è un cretino, e ogni tanto questo gli andrebbe detto, per mera carità cristiana, cioè per evitare che si faccia delle illusioni). Non può essere una "locomotiva" (non può trainare i Paesi dei quali non sostiene la produzione, mi sembra ovvio: non sono così tanto cretino!), e non può nemmeno essere, conseguentemente, una credibile potenza imperiale. Lo sono gli Stati Uniti, che infatti sono strutturalmente compratori netti dei beni altrui, anziché venditori netti dei beni propri, anche perché questo, come spiegato in innumerevoli sedi, comprese quelle scientifiche, è il modo più ovvio per far circolare nella propria area di influenza la propria moneta (scambiarla con gli altrui beni). Ma dei risvolti finanziari potremo parlare (cioè riparlare, da brave marmotte) più diffusamente quando ci saremo scrollati di dosso i fastidiosi cretini!
Tuttavia (e qui si vedono i benefici dell'ipertestualità - per chi vuole approfittarne - e del riprendere i discorsi da dove si erano lasciati, anziché cominciare ogni volta da capo), nonostante che questo dato sia ovvio (un Paese mercantilista esporta deflazione, non crescita), nei dodici anni da cui abbiamo affrontato l'argomento qualcosa potrebbe in effetti essere cambiato. Che so? Magari la Germania potrebbe essere andata in deficit nei riguardi dell'Eurozona, sostanziando così il proprio ruolo di "locomotiva", cioè di acquirente netto? Oppure potrebbe essere andata in surplus nei riguardi della Cina (scemenza sostenuta autorevolmente in uno dei due post che vi ho chiesto di rileggere e che senz'altro avete riletto), avvalorando la tesi di quelli secondo cui grazie all'elevato livello dei suoi investimenti e della sua ricerca la Germania è in grado di competere con la Cina, e di riflesso consente, esportando in quel Paese lontano, a tutti noi di beneficiare dello sbocco su un mercato così importante?
Ecco: a distanza di dodici anni un tagliando a quei due post può valere la pena di farlo, aggiornando gli stessi grafici e le stesse tabelle. Ci servirà a vedere se magari siamo diventati noi cretini, grazie alla nostra proverbiale adorabile supponenza, o se i cretini sono rimasti tali, a causa della loro proverbiale disprezzabile ottusità. La risposta penso di saperla, perché dell'andamento dei surplus tedesco abbiamo già parlato in lungo e in largo (una delle ultime volte nel post sui banchieri filantropi), ma mi dispongo con animo sereno e laico a riscoprirla con voi.
Partirei quindi dal grafico su cui Lucrezia Reichlin aveva spudoratamente costruito una fake news: quella secondo cui "il suo surplus commerciale [della Germania, NdCN] si è accresciuto soprattutto grazie all’export verso i paesi extra Unione: Cina, Paesi del Centro ed Est Europa e Paesi Produttori di Petrolio":
La fonte della Reichlin era il Fmi (che poi vuol dire tutto e niente: nel WEO ad esempio non ci sono i dati per origine e destinazione). All'epoca verificammo sul Data Explorer dell'OCSE, che nel frattempo ha cambiato struttura, diventando meno intuitivo da usare, ma nel frattempo è diventato più intuitivo da usare (ed è espresso in euro) il Data Browser dell'Eurostat, quindi utilizzo lui.
Per prima cosa vediamo se replicando oggi il grafico che sputtanava sbugiardava l'esimia collega, cioè questo:
dodici anni dopo e su un diverso database otteniamo cose diverse:
e no, spiaze (poco), ma quella della Reichlin si dimostra, con poca sorpresa, una fesseria assolutamente resistente alla prova del tempo: si conferma che il suo ponzoso editoriale confondeva le esportazioni extra-Eurozona con quelle mondiali, e che nel periodo da lei considerato le esportazioni verso l'Eurozona erano state sistematicamente superiori a quelle verso l'esterno dell'Eurozona, confutando l'assunto che la Germania crescesse prevalentemente a spese altrui: cresceva invece prevalentemente a spese nostre! Era il noto gioco di prestare (via banche franco-tedesche) ai PIIGS i soldi con cui comprare le automobili e i sommergibili tedeschi (e quest'ultimo dettaglio mi sa che non ve lo ricordavate: pensa che risate si sono fatti i turchi!).
Possiamo quindi fiduciosamente estendere il grafico per vedere se poi le cose sono cambiate in qualche modo e come, cioè se la Germania abbia smesso di crescere a spese nostre, e se magari abbia addirittura contribuito alla nostra crescita, diventando un importatore netto dall'Eurozona per sostenerne le economie, come più o meno in quegli anni chiedeva tanto appassionato quanto inascoltato il partigiano Joe!
Il grafico esteso è qui:
(non si riesce ad andare oltre al 2021), e ci dice quello che già sappiamo e che avevamo visto, ad esempio, qui (dove però consideravamo il saldo delle partite correnti, quindi non esattamente gli stessi dati):
Dopo aver assassinato i suoi mercati di sbocco interni, la Germania è stata costretta a rivolgersi a mercati di sbocco esteri, da cui una esplosione del surplus merci extra-zona e un relativo smorzamento del surplus merci intra-zona.
Ma... vuol dire che la Germania ha cominciato a sostenerci con la sua crescita?
Prima di rispondere togliamoci subito un altro sassolino-ino-ino dalla scarpa. Sarà veramente vero, come dicono i cretini, che la Germania è in surplus con la Cina a causa della sua leadership tecnologica? Ci eravamo esercitati anche su questo, facendo vedere all'epoca che no, non era proprio così:
La Germania era (abbastanza ovviamente) in deficit con la Cina, in quanto principale hub di smercio, via Amburgo, di quella che all'epoca era paccottiglia cinese (magari ribrandizzata Made in Germany) e che oggi sono prodotti a sempre maggior valore aggiunto. Ma le cose sono cambiate? Cerrrrrto che no! In effetti, replicando quel grafico coi dati Eurostat otteniamo questo:
I numeri sono drammaticamente gli stessi, per cui rinvio al commento che feci qui, e prolungando il grafico approdiamo su un #sevedeva:
I tedeschi hanno sì provato a diventare esportatori netti verso la Cina, ma non ci sono mai riusciti, e la greendemia che ci hanno inflitto ha dato loro una bella botta dalla quale difficilmente si riprenderanno, con un decollo delle importazioni associato a un declino delle esportazioni.
Chiara la lezione?
Ma torniamo sull'idea che la Germania ci sostenga con la sua crescita.
Intanto: quale crescita?
Forse conviene aggiornare anche questa tabella:
cioè quella che chiariva qui (cioè in uno dei due post che avete riletto, vero!?) come la Germania avesse sostanzialmente sottoperformato a partire dal Trattato di Maastricht fino al 2010 (quindi locomotiva de che, se andava più lenta dei vagoni?).
Utilizzando i World Development Indicators (cambiati anche loro, ma relativamente agevoli da consultare per chi sa che cosa cerca) la situazione è questa:
I dati medi annui sul sottoperiodo 1992-2010 confermano (e anzi accentuano) il fatto che nel post-Maastricht la Germania ha corso meno del resto dell'Eurozona, e quelli sul sottoperiodo 2011-2023 (da Monti in poi) sostanzialmente non smentiscono. Possiamo immaginare che con le prossime rettifiche della contabilità nazionale quell'1.3% di crescita media annua fra 2011 e 2023, sostanzialmente identico all'1.2% del resto dell'Eurozona, diventi un 1.2% piuttosto che un 1.4%! Non è la prima volta che la Germania evita di dichiarare una recessione truccando le carte, come qui abbiamo evidenziato (chi se lo ricorda)?
Quindi, la Germania non può aver sostenuto l'Eurozona con la sua crescita perché al più è cresciuta quanto l'Eurozona (quando non l'ha ostacolata), cioè perché... non è cresciuta! Vedete che chi parla di locomotiva tedesca è un cretino? Come fa a "tirare" una macchina che non cammina? Ma i dati li guardano, questi imbesuiti, o no?
Indipendentemente dalla sua crescita, che resta asfittica, la Germania non può comunque aver sostenuto l'Eurozona perché è stata venditore, non acquirente, netto dei prodotti dei suoi partner. Ce lo dice il fatto che la Germania è rimasta comunque in surplus nei riguardi dell'Eurozona, anche dopo averla devastata con l'austerità, e per avere un'idea più accurata possiamo spacchettare questo surplus nelle sue principali componenti:
Sopra a tutto avete la linea rossa della Figura 1 e successivi aggiornamenti (cioè il saldo commerciale della Germania verso l'Eurozona) e sotto avete i saldi dei principali Paesi. Non sarete sorpresi di constatare che mentre Spagna, Italia, e tutti gli altri hanno ridotto dopo il 2008-2009 il loro deficit verso la Germania (qui lo vedete come riduzione del surplus della Germania nei loro confronti, che tuttavia resta positivo!), la Francia se n'è andata dritta per la sua strada: il surplus tedesco nei confronti della Francia (deficit francese nei confronti della Germania) lo vedete in grigio, e in effetti... la vedrei grigia (se fossi in loro, come per fortuna non sono)...
Sintesi in dieci minuti, perché tanti ne ho.
1) la Germania non ha mai avuto una performance di crescita tale da giustificare per lei l'appellativo di locomotiva;
2) ove mai l'avesse avuta (ma non l'ha avuta) dal nostro punto di vista avrebbe tirato nella direzione sbagliata, come diceva De Nardis anni prima del partigiano Joe, perché è sempre stata venditrice, non acquirente netta dei nostri beni, e questo vale in particolar modo per la Padania, come abbiamo avuto modo di approfondire in altra sede;
3) l'aggiustamento macroeconomico determinato dall'aver segato il ramo su cui sedeva (la domanda interna dei paesi dell'Eurozona) non ha cambiato in nulla queste circostanze: la Germania ha tentato di campare per un po' sui soldi dei Paesi extra-Eurozona (lo si vede dall'esplosione del surplus merci e anche di quello delle partite correnti nei riguardi dell'extra-Eurozona) ma questo periodo è terminato, perché gli USA si sono seccati (vedi Dieselgate e esplosione dei gasdotti), la Russia è diventato un mercato precluso per motivi geopolitici, la Cina non è mai stato un mercato di sbocco, e gli altri emergenti guardano altrove;
4) più in generale, la Germania ha campato sempre e solo di dumping: fece dumping energetico negli anni '70, quando in risposta allo shock petrolifero si buttò sul proprio carbone, causando un grave danno ambientale a sé e agli altri (ricordate le piogge acide? Ricordate la fiatella tedesca?) ma evitando le conseguenze inflattive dell'aumento dei prezzi del petrolio; fece dumping salariale con le riforme Hartz a inizio secolo, senza che questo la aiutasse a crescere né a farci crescere; ha fatto dumping valutario con l'euro, con l'unico risultato di far incazzare gli Stati Uniti (vedi Dieselgate); ha rifatto dumping energetico concludendo una pace separata con la Russia, senza voler vedere o capire quale strategia l'Alleanza Atlantica stesse perseguendo (eppure non era difficile: l'avevano capito tutti!), e trascinandoci nelle conseguenze della sua hybris.
Questo paese saprofita ci è stato dipinto per decenni da coorti di pisciapenne prezzolati come una potenza che investiva in ricerca e tecnologia (solo qui avevate potuto vedere i dati) e che in quanto tale aveva un vantaggio competitivo che le permetteva di crescere più degli altri (?) grazie al rilevante flusso di esportazioni, quando in realtà il vantaggio competitivo era determinato esclusivamente da una riforma del mercato del lavoro che le consentiva di tenere il tasso di crescita dei salari reali sotto quello della produttività, come altresì vi avevo fatto vedere qui, nel post su Lampredotto:
E quindi, cari amici, di che cosa vogliamo parlare? Con cotanta locomotiva è ovvio che non andremo da nessuna parte. L'euro è irreversibile? Certamente, e chi ha mai detto il contrario!? La prima volta che andai in televisione dissi che non saremmo usciti noi da lui, ma lui da noi, perché il suo essere irreversibile non oblitera, ma anzi rafforza, il suo essere insostenibile!
Quindi calma: ora noi siamo in relativa sicurezza: lasciamo che si divertano fra loro i carolingi, i lotaringi, e i germani (o quel che ne resta).
Il nostro problema non sono loro. Il nostro problema sono i cretini, e quello sì che, come avrete capito, è un problema irrisolvibile, ma meno grave di quanto possa apparire, perché per quanto vogliano ripetersi che la Terra è piatta e la Germania è una locomotiva, la curvatura si vede a occhio nudo, a differenza della crescita tedesca (che non c'è mai stata). I fatti hanno la testa dura, e possiamo tranquillamente lasciare che i cretini li prendano a capocciate. Noi teniamo la barra dritta e non lasciamoci distrarre.
(...la prossima settimana vi annuncio il click day: Giacché, Balzano, Borghi, Galli, Gaiani, ecc....)
(...ah, lo so che tu, che ti credi più fregno degli altri, non hai riletto i due post del febbraio 2012: questa notte ti apparirà in sogno Canne, cioè, scusa: Spinelli! Io ti avevo avvertito...)
Due giorni fa ci hanno lasciato Jacques Delors e Wolfgang Schäuble, personaggi noti, soprattutto il secondo, ai lettori di questo blog.
Non mi sono particolarmente addentrato nella rassegna stampa (magari lo farò dopo) per consultare le editorialesse, che immagino copiose, stimolate da questa singolare coincidenza. L'unico articolo che ho letto mi è arrivato per Whatsapp, è di uno di noi (Durezza del vivere), e posso facilmente presumere che sia l'unico a dire qualcosa di sensato. Sergio attira l'attenzione su una semplice verità: tutti imputano a Schäuble il macello della Grecia, su cui esiste dovizia di dati statistici e di evidenza aneddotica, più o meno romanzata, ma i più sorvolano sui guai che ha causato alla Germania. Se la Germania è, di nuovo, il malato d'Europa, questo dipende dal fatto che le politiche mercantiliste promosse da Schäuble negli otto anni in cui è stato in carica come ministro delle finanze (dal 2009 al 2017) conducevano naturalmente a un livello di investimenti fissi lordi inferiore alle necessità del Paese. L'illustre scomparso era in carica da quattro anni come ministro delle finanze del suo Paese quando facemmo notare che l'idea di una Germania competitiva, che esportava molto "perché investe molto" fosse radicalmente errata: la Germania esportava molto perché investiva poco. Il dato facilmente era desumibile, anche prima di consultarlo, dalla semplice identità di contabilità nazionale X - M = S - I. Se vuoi un X (esportazioni) maggiore di M (importazioni), devi avere un I (investimenti) inferiore a S (risparmi), e visto che la competizione con le economie emergenti comprime verso il basso i redditi, e quindi i risparmi, l'unico modo per avere un saldo attivo è comprimere di pari passo gli investimenti, fino all'implosione.
Inutile sottolineare che le difficoltà (autoinflitte) della Germania non devono rallegrarci.
Posso quindi immaginare che le editorialesse della sinistra "de sinistra" traggano spunto dall'infausta coincidenza per articolare un confronto fra le due Europe: quella dei "padri fondatori" (espressione da non usare mai!), cioè quella di Delors, e quella dell'austerità, cioè quella di Schäuble, annaffiando il tutto col solito pianterellino sull'austerità brutta e cattiva. Schäuble il fisico del cattivo ce l'aveva, non certo per sua colpa, ma per le conseguenze di un tragico evento di cui era stato vittima, e così veniva in qualche modo incontro a questa puerile personificazione dei processi in atto, a quella tabe del pensiero che consiste nel rifiutarsi di ragionare in termini di dinamiche oggettive, derubricandole a complottismo: una tara mentale che fin da subito abbiamo individuato come tomba del pensiero di sinistra. Fatto sta che non solo le analisi di studiosi autorevoli come Giandomenico Maione, non solo quelle di politici di rilievo come Vaclav Klaus, ma anche la cronaca quotidiana, ci illustrano come in realtà un'altra Unione Europea non sia possibile: la prevalenza, nei fatti, del "cattivo" Schäuble sul "buono" Delors, cioè la prevalenza della logica dell'austerità su quella degli investimenti, non dipende dalla sfortuna, dal destino cinico e baro, ma dal fatto che, per il mero dato contabile che abbiamo ricordato qua sopra, un'Europa mercantilista non può e non potrà mai essere un'Europa degli investimenti, quella vagheggiata da Delors. Ripeto: se vuoi un grande X - M devi avere un basso I e conseguentemente una bassa crescita (e infatti, come ricorderete, a dispetto del coro unanime dei cretini mediatici, la Germania non era stata, fino alla crisi, la locomotiva dell'Eurozona)!
La domanda quindi diventa, necessariamente: è possibile un'Unione Europea non mercantilista?
La risposta è abbastanza chiaramente no. L'Unione Europea non può non essere mercantilista. Il mercantilismo è saldamento iscritto fra i suoi principi costitutivi, che parlano di "economia sociale di mercato fortemente competitiva", ponendo a fulcro della costituzione economica il concetto di competitività, cioè di saldo commerciale attivo, e questo non è certo un caso. L'idea che la competitività, e non, poniamo, la crescita, debba essere al centro del progetto ha radici culturali profonde, sulle quali Orizzonte48 si è lungamente esercitato.
Una di esse risiede nell'arretratezza culturale del modello di sviluppo della potenza egemone. Come ci ha spiegato Wolfgang Münchau a Montesilvano, la Germania si basa ancora oggi su un modello di crescita più consono al XIX che al XXI secolo, un modello che insiste su un settore secondario ipertrofico e ipersussidiato, su una manifattura che, in un contesto di repressione strutturale della domanda interna, è perennemente in caccia di mercati di sbocco, un modello che necessariamente conduce a un'antropologia rudimentale e perdente, in cui l'umanità è divisa in due: gli Übermenschen che vendono, e gli Untermenschen che comprano. Non che questa distorsione sia da imputare esclusivamente alla Wille zur Macht connaturata ai nostri fratelli tedeschi. In qualche modo essa è iscritta nel (dis)funzionamento del sistema monetario internazionale così come si è sviluppato dagli accordi di Bretton Woods in avanti. In questo sistema prevale una destabilizzante asimmetria tale per cui il Paese esportatore, che è parte degli squilibri tanto quanto il Paese importatore, viene visto come vincente e meritevole, a differenza dell'importatore visto come perdente e biasimevole. Che un minimo di simmetria vada ristabilito è cosa nota e accettata perfino dalle istituzioni europee, tant'è che una parte generalmente disapplicata della governance economica europea prevede sanzioni per Paesi che hanno surplus esteri eccessivi (è la cosiddetta MIP, Macroeconomic Imbalances Procedure, di cui abbiamo parlato qui e altrove). Perfino l'UE sa che il mercantilismo è autodistruttivo, e cerca di porvi rimedio: ma non ha la forza politica per sostenere coi fatti questa intuizione, per motivi su cui tornerò più avanti,
Non ce l'aveva nemmeno l'Inghilterra al tempo di Bretton Woods, e infatti la proposta di Keynes uscì sconfitta (ne abbiamo parlato tra l'altro qui e qui): in estrema sintesi, Keynes proponeva un sistema di regolazione degli scambi internazionali in cui i Paesi in persistente surplus estero venissero penalizzati come quelli in persistente deficit, ovvero in cui vi fosse un incentivo simmetrico alla composizione degli squilibri commerciali internazionali. Fatto sta che il mercantilismo l'Europa (non l'Unione Europea: l'Europa) poteva permetterselo quando lo concepì, nel XVII secolo, e questo per un banale dato geografico: c'erano ancora tanti Paesi che potevano essere utilizzati come sbocco. Il serbatoio degli Untermenschen, o presunti tali, era o sembrava inesauribile. Già nel XX secolo, però, a terre emerse praticamente tutte scoperte e repertoriate, l'applicazione di questa filosofia politica conduceva inevitabilmente a spiacevoli inconvenienti: gli Untermenschen bisognava fabbricarli, in qualche modo. Nel XXI secolo, poi, la cosa si mette anche peggio, perché c'è un forte rischio che gli Untermenschen siamo noi! Non noi italiani, come ancora raglia qualche macchiettistico editorialista tedesco: noi europei, che ci siamo resi irrilevanti economicamente e geopoliticamente dopo esserci suicidati con l'austerità, diventando così mercato di sbocco e parco a tema degli Übermenschen emergenti.
Una simmetria degli aggiustamenti non è proponibile, però, nel microcosmo europeo, come abbiamo visto, perché non è proponibile nel macrocosmo globale. Non è poi così strano, né particolarmente originale: quando si parla di riformare in senso simmetrico il circuito monetario internazionale c'è sempre qualcuno contrario, ed è, ovviamente, il Paese, o il blocco di Paesi, che si aspetta di essere esportatore netto nel prossimo futuro. A Bretton Woods furono gli Stati Uniti, oggi potrebbero essere alcuni emergenti, quelli che detengono le materie prime strategiche. A noi europei manca ormai non solo la supremazia economica e politica, ma anche, per quanto non ce ne rendiamo conto, quella culturale per poter proporre alcunché.
Non è però solo questo tipo di cortocircuito a impedire che l'Europa "buona", quella dei "padri fondatori", quella di Delors, della crescita, degli investimenti, prevalga su quella "cattiva" dell'austerità. Ci sono anche dei cortocircuiti di carattere più squisitamente "politico". Due giorni fa ricordavo che:
e questo è ovviamente uno fra i principali motivi per cui in un Paese come l'Italia l'appartenenza a un sistema di governance sovranazionale è disfunzionale e può mettere a rischio la democrazia in un modo particolarmente insidioso, cioè rendendola odiosa! Ma a questa patologia, che da quanto so dell'Europa è specifica del nostro Paese, se ne affianca un'altra: la tendenza dei politici del Nord ad additare ai loro elettorati i popoli del Sud come cause delle difficoltà in cui le economie del Nord si trovano (difficoltà che invece, da lì siamo partiti, sono prevalentemente autoinflitte)!
Anche qui, spiace per i cretini (le maggioranze vanno tutelate!), ma il discorsetto "i vostri amici sovranisti in Europa sono ostili al nostro Paese gnegnegnè" non funziona: i governi "frugali" sono o socialdemocratici (come in Germania) o di ispirazione popolare (come era Rutte in Olanda prima di cadere), quindi il discorso non tiene. Non c'entra il sovranismo. C'entra la disfunzionalità di una costruzione sovranazionale disallineata con un qualsiasi "demos", che è quindi costretta a mantenere il circuito della legittimazione democratica a livello delle sue componenti, gli Stati membri. Questi, in un contesto simile, ben lungi dal dissolversi, acquisiscono solo un maggior potere di ricatto, con in più un'aggravante: l'interesse immediato dei Governi nazionali è quello di essere rieletti, non quello di alimentare la solidarietà fra i popoli europei. Se indicare un nemico ha un valore elettorale, alimentare la diffidenza, l'inimicizia, l'odio fra i popoli europei diventa uno sbocco naturale. E non lo fanno i cattivi sovranisti: lo fanno anche e soprattutto i buoni socialdemocratici e gli ottimi popolari. Non è niente di personale: funziona semplicemente così.
Del resto, ce lo siamo detto e vale la pena di ripeterlo: l'Europa delle regole è sostanzialmente l'Europa del sospetto, l'Europa della diffidenza degli elettorati del Nord verso i cittadini del Sud, una diffidenza alimentata da un resoconto mediatico della realtà che non è molto più equilibrato di quello che riceviamo qui, a casa nostra, dai nostri media. State pur tranquilli che una sparutissima minoranza a una cifra in Germania sa che l'Italia è un contribuente netto al progetto europeo, e che per finanziare il loro connaturato e reiterato Drang nach Osten noi ci abbiamo smenato un bel po' di soldi che avremmo potuto utilizzare meglio a casa nostra (invece di finanziare Paesi che ci fanno concorrenza sleale mantenendo sovranità monetaria e ricevendo sussidi da noi)!
Alla fine, questo è il motivo per cui la parte più sensata della governance macroeconomica europea, la MIP di cui parlavamo sopra, non ha mai trovato concreta attuazione. Un'Europa della crescita sarebbe possibile: basterebbe sostituire al fiscal compact un external compact, ovvero misurare lo spazio fiscale non sul saldo del bilancio pubblico, ma su quello della bilancia dei pagamenti, incentivando i Paesi in surplus estero a espandere i propri investimenti pubblici. Una proposta vecchissima, che feci nel Tramonto dell'euro (è descritta qui), e che già all'epoca non era nemmeno particolarmente originale: più o meno nello stesso periodo ne parlava anche Stiglitz, per quanto in modo poco strutturato, cioè non ponendosi la questione di tradurre questo suggerimento in un insieme di regole (visto che l'UE non può essere che una UE delle regole, data la diffidenza verso il Sud alimentata dai politici "solidali & inclusivi" del Nord). Nessuno lo ha mai fatto, in effetti, questo esercizio di immaginare un diverso insieme di regole, neanche quando è stato chiaro che la crisi dell'Eurozona non fosse una crisi di debito pubblico ma di debito estero (cosa che qui sapevamo dall'inizio): abbiamo continuato a utilizzare la politica fiscale in modo asimmetrico, per attenuare i deficit di bilancia dei pagamenti, senza sfruttarla per attenuare i surplus. Tecnicamente, si tratterebbe di dare alla MIP la centralità che oggi ha lo SGP. Ma ovviamente non se ne parla! Lo sappiamo tutti che la soluzione in cui, fin che era in tempo, la Germania avesse fatto investimenti, sarebbe stata una soluzione superiore per tutto il sistema: a chi piacciono le equazioni differenziali può interessare questo, ma anche gli elettori tedeschi che votano per AfD lo hanno capito senza scomodare la scienza! Fatto sta che ora siamo andati un po' troppo oltre. Insidiati dai cattivi "populisti", i governi del Nord si arroccheranno nella loro fortezza di teorie economiche vetuste e di proclami demagogici. Marceremo così al passo dell'OCA (optimum currency area) verso la prossima crisi, che risolveremo coi soliti strumenti: austerità per i perdenti, Banca centrale per i vincitori.
Intuirete l'importanza di essere dalla parte dei vincitori!
Insomma, e in sintesi: due giorni fa non sono morti due interpreti di due diverse Unioni Europee. Sono morti due protagonisti dell'unica Unione Europea possibile. Sappiamo come funziona, sappiamo che non può funzionare che così: sta a noi evitare che ci massacri, rovesciando i rapporti di forza.
(...il 31 parliamo con calma del grafico della vergogna: ci sono un po' di cose che vorrei farvi vedere...)
Voce registrata: "...in caso di perdita di pressione nella cabina..."
Il neoborbonico: "Il vostro cervello esploderà!"
...
Viaggiare col neoborbonico è proprio uno spasso. Ma dove Natura matrigna si distrae, è la SStoria a raggiungerlo. E così, proprio a lui, che è tridentino dentro, doveva capitare di prenotare il treno ICE 1517, che passa da Wittemberg per portarci a Halle esattamente 500 anni dopo il 1517.
Interpreto questo come un segno del destino: forse è meglio se l'aria di furore della nostra diva la facciamo a 95 di metronomo, anziché a 100.
Comunque, non si discute: dove piove, i prati sono verdi, e dove non ci sono montagne, i binari sono rettilinei...
(...e dove c'è il carbone, si usa il carbone, e gli altri si fottano...)
Sappiamo tutti che i tedeschi sono un popolo molto pulito. La loro passione per le docce è nota. Tuttavia, suona un pochino paradossale che la loro attuale leadership conduca loro (e noi) allo scontro con gli Stati Uniti proprio sul tema dell'ambiente, e questo per tre motivi: uno noto a tutti, uno quasi a nessuno, e il terzo senz'altro ai miei lettori (quelli che il blog lo leggono, ricordando che se leggere e guardare sono due verbi diversi, un motivo c'è, e che se un bel volto - o magari un bel sedere - si può anche leggere, un blog sarebbe meglio non limitarsi a guardarlo).
Il motivo noto a tutti è che gli Stati Uniti, come ha molto opportunamente fatto notare Patrizia Grilli su Twitter, dell'ambiente se ne sono sempre battuti. Che il cubista del complesso militare industriale, il simpatico zio Tom, avrebbe impresso una svolta, potevano crederlo solo i gonzi, quelli che si sono rallegrati per il suo premio Nobel, così come poi hanno giubilato ostentatamente per la ratifica degli accordi di Parigi (il cui contenuto confesso di non aver capito, forse perché... non c'è!). D'altra parte, vedere questi quattro servi cretini reagire così, con una spontaneità degna del miglior Minculpop:
fu all'epoca per me la più eloquente indicazione del fatto che si poteva tranquillamente passare oltre. Quattro sciacquette per le quali l'anidride carbonica è tutt'al più un ingrediente della Coca Cola che simulano un entusiasmo posticcio da sit-com per una delle tante cose delle quali non hanno capito una fava... Perché proprio per quella? Eh, non è che ci volesse molto a capirlo...
Il motivo noto a pochi è che Germagna anche in questo campo fa rima con magagna. So che per voi il principio generale non è una sorpresa. Ma spero di farvi cosa gradita segnalandovi due post di un socio di a/simmetrie familiar with the matter e che quindi per questa ragione souhaite garder l'anonimat: la Durezza del vivere al quale si è intitolato diventerebbe per lui un'aspra realtà se l'istituzione cui appartiene sapesse che un suo funzionario ha la pessima abitudine di dire la verità, ad esempio spiegandoci qual è il mix di fonti di energia adottato dai novelli paladini dell'ambiente cheinvestonotantoinenergierinnovabiliperchésonocivili, mix dal quale dal quale consegue quella che lui eloquentemente chiama la fiatella tedesca. Non vi anticipo il contenuto, ma vi esorto a consultarlo: piacevole ed efficace.
Da qui si arriva naturaliter al motivo noto ai lettori del mio blog (e dei miei libri), un motivo messo brillantemente in evidenza da Piergiorgio Gawronski sul Fatto Quotidiano del primo giugno scorso, e che i lettori del Tramonto dell'euro si ricorderanno di aver incontrato a p. 373:
Pagine che con la mia connaturata mancanza di falsa modestia definirei profetiche (da qui il settantacinquesimo QED), se non fosse che sono la quintessenza dell'ovvio, e anche che a forza di profetizzare sventure mi farei una pessima fama! Preferisco quindi insistere sulla loro ovvietà: nessuno penserebbe di dar del profeta di sventura a chi ammonisse che gettandosi dal quinto piano c'è il rischio di farsi male. Tutt'al più invocherebbero la nostra nume tutelare! Ecco: così io non credo di poter essere tecnicamente considerato uno iettatore quando dico che allearsi con la Germania nella lotta contro gli Stati Uniti non è un'ottima idea.
Per tutto il resto, come sapete, ci sono il Corriere e i suoi brillanti editorialisti a cottimo.
Come l'amico Durezza del vivere ci certifica, l'argomento ecologico è del tutto pretestuoso. Una conferma che avvalora l'analisi di Piergiorgio (e mia) secondo cui il problema è altrove: nella congenita insofferenza di un popolo che non sa e non vuole stare al suo posto verso l'ordine mondiale che altri hanno imposto e che ci ha nel bene e nel male assicurato (lo dico in modo sordidamente egoistico) un minimo di stabilità politica e di prosperità. Ripeto: queste mie parole sono egoistiche: so e ricordo di che lagrime grondi e di che sangue il nostro benessere. Posso fare di meglio, e l'ho fatto altrove, ma oggi mi preme sottolineare, perché non smarriate la bussola, quanto ipocrite siano le parole dei media (cioè dei loro padroni). L'ambiente, con quanto sta succedendo, non c'entra nulla, come non c'entrano nulla, quando si questiona su di loro, le donne, o i bambini, o la minoranza etnica x del paese y. Delle donne, dei bambini, dell'ambiente, dei deboli, al capitale e ai suoi editorialisti fottesega (per usare un termine della patria alla quale forse fui troppo molesto - ma posso far di peggio)! Quello che vuole, il capitale, è il profitto, e tenerselo in saccoccia. Peccato per la Germagna, che, a quanto ho potuto constatare di persona questa mattina (uno di voi era lì e condivideva il mio sconforto, per quella storia dei sei gradi di separazione), le casse da morto nun hanno saccocce...
Poveri, tragici, patetici Gollum tedeschi, che nel lungo periodo dovranno lasciare il loro tesssssoro... a chi? Ma, visto che di figli non ne fanno tanti... temo, necessariamente, ai figli degli altri...
Una prece (e occhio al portafogli).
(...in effetti, la connaturata incapacità di riconoscere i propri limiti e starsene buonini al proprio posto, apprezzando ciò che si ha, senza prevaricare gli altri, cioè se stessi, non contraddistingue solo la Germagna, ma anche i suoi aedi, e da qui ne son passati tanti...)
Il mercantilismo è la dottrina economica che promuove un modello di crescita basato sulla spesa altrui, cioè sulle esportazioni. In quanto tale, esso è intrinsecamente nazionalista e "socialista", cioè nazionalsocialista. Per gli amici: nazista.
Il mercantilismo è nazionalista perché si articola su una concezione perversa e aggressiva di interesse nazionale, quella che consiste nel fare l'interesse della propria nazione letteralmente a spese degli altri. Per il mercantilismo la nazione non è una comunità identificata da un percorso storico e culturale e raccolta attorno a valori condivisi. Quando questi valori sono democratici e progressisti, come quelli della nostra Costituzione (il lavoro, la limitazione di sovranità in condizioni di parità con altri Stati al fine di assicurare la pace e la giustizia fra le nazioni), che male c'è a raccogliersi attorno ad essi? Solo un completo cretino, o un parlamentare di Sinistra Italiana, potrebbe biasimare il desiderio di agire un processo politico nell'unico modo in cui è possibile, cioè condividendo una lingua nella quale mediare i conflitti, o la legittima aspirazione a riconoscersi in dei principi fondanti condivisi, cioè comuni. Ma il mercantilismo non è questo: il mercantilismo è identificare la propria nazione come un outlet, e le altre nazioni come clienti, anche loro malgrado. Se chi deve comprare non vuole farlo, il mercantilismo diventa aggressione militare, colonialismo, imperialismo, europeismo...
Il mercantilismo è "socialista" (pregasi notare l'uso delle virgolette) perché per diventare l'outlet del mondo non puoi usare solo il bastone della forza militare, o almeno non sempre. Devi anche usare la carota della convenienza di prezzo. Il fatto è che questa carota finisce dove sapete, cioè nelle parti molli delle tue classi subalterne. E allora, pro bono pacis (perché la guerra è meglio farla agli altri che in casa propria), il capitalismo mercantilista gestisce il suo rapporto con le proprie classi subalterne in un modo peculiare: da un lato schiaccia le sue retribuzioni (cosa che qui abbiamo detto quando non si poteva dire), ma dall'altro supplisce con uno stato "sociale" che è, nei fatti, una massiccia manipolazione del mercato, perché altro non è che un sussidio dato alle imprese, le quali possono permettersi di pagar poco i lavoratori (tanto questi campano lo stesso) visto che c'è lo stato (nazional)sociale che ci pensa. Anche di questo abbiamo parlato quando non ne parlava nessuno, ed è quindi scusabile chi, arrivato oggi, non sappia che per noi certe cose sono chiare e archiviate (mentre la stampa di regime le sta scoprendo ora, cautamente...).
Quindi, sì, viviamo in un regime, e in un regime nazista, impreziosito delle consuete amenità.
Come nel ghetto di Lodz, anche nella periferia dell'eurozona l'umanità viene sacrificata alla produttività, che poi altro non sarebbe che il presupposto per vendere all'estero, in un assurdo gioco al ribasso nel quale il compratore viene fatalmente declassato a Untermensch, perché se compra da te è perché tu sei più produttivo e quindi "migliore". Articolare la dialettica economica attorno alla sopraffazione commerciale (che è cosa diversa dallo scambio in condizioni di parità) non può che condurre alla violenza, ma, come nel ghetto di Lodz, anche nella periferia dell'eurozona ci sono i Chaim Rumkowski che, affascinati dalla "narraffione" dominante, illudendosi di poter essere cooptati nei ranghi dei superuomini, dei quali condividono la Weltanschauung, o semplicemente soggiacendo a un perverso calcolo nel quale l'umanità viene vilipesa relativizzando come male minore la perdita degli elementi più deboli, collaborano col regime, glorificandone le scelte, esaltandone le "regole", nonostante queste siano contrarie a qualsiasi etica e a qualsiasi razionalità economica.
Mi riferisco, è chiaro, a quegli economisti diversamente a proprio agio con la contabilità nazionale, i quali non capiscono che non tutti i paesi possono essere esportatori netti allo stesso tempo, e che un afflusso di capitale, se non è un'eredità dello zio d'America, è un debito, perché dovrai restituirlo, il capitale, dopo averlo remunerato corrispondendo interessi o dividendi.
E, come nella Francia di Vichy, anche nell'attuale regime nazista, che in quanto regime totalitario mal tollera la libertà di espressione, fioriscono i delatori, e si sta strutturando una censura di stato. Ma in questo caso torna veramente appropriato ricordare che la storia si ripete come farsa.
Concludo con un simpatico grafico che attira la vostra attenzione su un dato del quale, chissà perché, non si parla mai. Tutti oggi sanno e dicono quello che cinque anni fa sapevamo e dicevamo solo noi, cioè che il surplus tedesco è il tumore dell'Europa. Sfugge regolarmente nel dibattito che c'è un paese non trascurabile, erede di una simpatica tradizione coloniale, che in termini di surplus estero è messo molto, ma molto peggio. Quale? Questo:
(il grafico rappresenta la media mobile a tre termini del saldo delle partite correnti in rapporto al PIL, ai sensi della Procedura sugli squilibri macroeconomici, e in rosso abbiamo la soglia, che per i surplus è al 6%).
Eh già, sono i simpatici arancioni, gli olandesi.
Due osservazioni. La prima è che esistono anche governi disarmanti nella loro trasparente ingenuità. Il governo olandese può essere annoverato fra di essi. Alla domanda "Waarom keert Nederland niet terug naar de gulden?" (Warum kehrt Holland nicht zurück nach Gulden?), il sito del governo olandese risponde candidamente che i prodotti olandesi diventerebbero troppo "duur" (teuer).
Non avete capito?
Bè, voi siete Untermenschen (non offenderò la vostra intelligenza nascondendovelo), diversamente a vostro agio con le lingue europee e con le arti del quadrivio, ma almeno, se siete qui, ve ne siete accorti!
Pensate invece al povero piddino pseudocolto, che per ostentare latitudine di visuali tiene in vista sul tavolo del salotto la traduzione dell'ultimo bestesller uiguro promosso dal Völkischer Beobachter eurista, che "ha letto" Proust (o simile traduzione) un po' come "si fa" il morbillo, per non prenderlo più, che si annoia nelle sale da concerto (potendole frequentare solo passivamente), e che vi mostro qui in visita a Berlino intento a sfoggiare il suo fluente tedesco.
Ecco: lui, porello, non capirebbe nemmeno se glielo traducessi, e quindi non lo traduco...
Seconda osservazione: se chi esporta è bravo, come mai gli olandesi sono così scontenti e voteranno compatti per Geert Wilders? Forse che nel mondo nazionalsocialista la virtù non viene premiata, e i bravi patiscono? Non posso crederlo! Sarebbe impossibile, per un regime che ha eretto la meritocrazia a Grundnorm etica, convivere con una simile contraddizione (chiamiamola così)...
Ci deve essere sotto qualche mistero. Per scoprirlo, vi suggerisco di seguire @_polemicamente, una regazzetta (?) piuttosto sveglia e addentro alle cose arancioni, sulla cui tweetline troverete molte, moltissime chicche, inclusa quella che non vi ho tradotto sopra...
Ed ora vado: il mio tempo è molto duur, e voi ne avete avuto abbastanza!
(...domenica, da Parigi, riprendiamo il discorso...)
(...per gli intenditori: sì, ho usato "agire" in senso transitivo per far capire ai coglioni che sono di sinistra. Chi non è coglione dovrebbe capirlo dai contenuti, non dai vezz@, ma questo è un lutto che ho elaborato, e altri ne elaborerò...)