C'è un passaggio del discorso del premier che ho trovato particolarmente consonante col lavoro che qui abbiamo fatto perfino quando eravamo di sinistra, ed è questo:
"ancora meno condivido l'idea che ci sia sempre qualcun altro da cui dobbiamo prendere esempio".
Noi che abbiamo fatto dell'autorazzismo un idolo polemico:
aspettavamo da tempo, e con ansia, un Presidente del Consiglio che avesse il coraggio di dire simili parole, parole che, per motivi che tutt'ora mi sfuggono, in Italia sono tanto coraggiose quanto impopolari.
Era ora!
C'è però un "ma", che non ho fatto in tempo a esplicitare in aula, e che riservo ai lettori del blog che non esiste.
Da qualche tempo, negli interna corporis parlamentari (ad esempio, nelle bozze di risoluzione che si elaborano prima del consigli europei), affiora con inquietante frequenza il tema della difesa (o della promozione) delle "imprese esportatrici". Me lo ha fatto notare Claudio, che ha la pazienza eroica di leggersi tutte le puttanate che arrivano da gliUffici. Ora, noi sappiamo (ce lo ha spiegato Carlo M. Cipolla) che l'Italia deve essere un Paese strutturalmente esportatore, per il semplice motivo che non ha materie prime (tranne il marmo, dice lui), e che quindi deve trasformare ed esportare per provvedersi dei fondi con cui importare le materie prime stesse (sul fatto che l'Italia non abbia materie prime tranne il marmo avrei qualche chiosa da fare, visto ad esempio che qui dove vi scrivo sono steso su una gigantesca bolla di gas, accanto a una montagna le cui viscere trasudano di bitume, ma trovo comunque corretto il senso complessivo del ragionamento). Ora, quindi, nessuno vuole negare né tanto meno conculcare l'importanza e l'eccellenza delle imprese esportatrici italiane. Tuttavia, è evidente che esse devono alle (o meglio: ad alcune) imprese importatrici la possibilità di operare, per cui ragionare in termini di figli esportatori e figliastri importatori non è solo esteticamente brutto, ma anche fattualmente sbagliato. E poi, visto che noi esportatori lo siamo perché strutturalmente dobbiamo esserlo, questa insistenza sul doverlo essere di più fa sorgere il sospetto che mentre il premier ci esorta a non seguire modelli altrui, qualcuno di meno brillante da qualche parte, in qualche ufficio di qualche ministero, abbia in mente che sarebbe una gran bella cosa seguire il più fallimentare dei modelli altrui: quello tedesco.
Da qualche giorno, fra un incontro per le provinciali e un incontro per il referendum, mi sto lambiccando il cervello per trovare un modo di rappresentare in modo sintetico il modello tedesco e le sue inevitabili conseguenze. Diciamo che questo modello è basato sulla compressione della domanda interna per favorire quella estera (comprimo i salari per esportare di più) e l'errore di questo modello è che se applicato in un'area economica integrata obbliga gli altri a seguire la stessa strada, di fatto prosciugando i mercati di sbocco e condannandosi alla recessione.
Forse un modo sintetico di vederlo è questo: un grafico in cui il tasso di crescita medio di un determinato periodo è esplicitamente ricavato come somma algebrica della componente interna (consumi e investimenti) e di quella estera (esportazioni nette):
dove i periodi sono quello pre-changeover (fino al 2001), quello pre-austerità (fino al 2011), quello pre-Covid (fino al 2019), e infine quello in corso. Per capire meglio in che cosa il modello tedesco differisca ad esempio da quello italiano vi propongo di leggere questo grafico in parallelo con quest'altro:
Le differenze sono tante, ve ne evidenzio alcune (che poi non sono altro che un modo diverso di rappresentare cose che, se esisteste, sapreste benissimo).
Fra 2002 e 2011 la Germania frena bruscamente sul lato della domanda interna, sostituendola con domanda estera: sono le riforme Hartz, e la conseguente flessione del 6% del potere d'acquisto dei salari. In quello stesso periodo, l'Italia entra nel mondo dello zero virgola (data la frenata della "locomotiva" tedesca!). Nel periodo successivo (2012-2019), è l'Italia a reprimere la domanda interna promuovendo quella estera, con un risultato netto praticamente nullo, mentre in Germania il contributo della domanda estera sparisce (essendo stato devastato il mercato unico europeo dalle politiche di deflazione competitiva). Si arriva così all'oggi (2020-2025). L'Italia può spingere (e lo sta facendo) sulla domanda interna, sacrificando la domanda estera, il cui contributo netto è negativo (possiamo immaginare che siano le importazioni a tenerci giù), ma la Germania ha totalmente perso mercati di sbocco, fra quelli che ha distrutto (quello europeo) e quelli cui ha pestato i piedi (quello statunitense). La sua situazione è quindi uguale e contraria a quella dell'Italia nel periodo precedente: in Germania i tentativi di spingere sulla domanda interna oggi sono frustrati da un peso uguale e contrario della domanda estera netta. Ma, come avrete capito e come ci siamo più volte detti, la zavorra che il settore estero esercita sulla crescita tedesca oggi è la conseguenze logica della spinta che ha dato nel 2002-2011, per la semplice ragione che questa pressione competitiva si è scaricata in modo aggressivo sui Paesi viciniori e poi, ad austerità perpetrata, ha tirato giù chi per primo era entrato nel percorso suicida della repressione della domanda interna.
Ma questo, gli uffici, lo capiranno?
Temo che non lo capiranno e per una semplice ragione, per la maggior parte della nostra burocrazia - specie di quella più 'alta' - l'idea che si debba seguire l'esempio di Germania o Francia è legata a una visione ideologico-culturale secondo cui gli italiani hanno bisogno di vincoli esterni e di lezioni dai più bravi. Di qui consegue una accorta e abile manipolazione della realtà fattuale, una sorta di aggiustamento dei fenomeni che devono essere alla fine sempre ricondotti a quella visione, ed ecco che la crisi odierna della Germania viene letta come frutto di circostanze generali e di congiunture, mentre quella italiana degli anni 2011 era totalmente addebitata alla incapacità degli italiani di fare sacrifici e accettare la decrescita 'infelice' . Loro (tranne eccezioni) non sono affatto incompetenti, tutt'altro, ma di fronte alle analisi dei fatti reali prevale sempre l'imprinting piddino e autorazzista e l'idea malsana per cui l'Italia 'non può farcela' se non accettando la propria inferiorità strutturale e seguendo i fulgidi esempi dei paesi virtuosi.
RispondiEliminaCiao bagnai, scusami se commento il tuo terzultimo post( non so come fai a rispondere ai commenti di vari post contemporaneamente ma spero tu riesca a orientarti) ma, nel merito della questione dell’ “esempio tedesco”, a mio parere la prospettiva corretta non è quella economica ma quella della psicologia individuale adleriana . Per sfuggire, infatti, alla loro inferiorità percepita verso i tedeschi, gli italiani li imitano eppure è proprio imitandoli che falliscono nel loro intento originario. Tutta questa storia che racconti, infatti, mi ricorda una famosa citazione di Adler che traduco << Egli sarà ancora incapace di sopportare i suoi sentimenti di inferiorità, avrà difficoltà a disfarsene; ma egli proverà metodi che non lo faranno migliorare in alcun modo. Il suo fine è ancora “essere superiore alle difficoltà”, ma al posto di superare gli ostacoli che gli si pongono davanti, si ipnotizzerà, si autointossicherà illudendosi di essere superiore(come i tedeschi, aggiungo, o meglio, come l’immagine che abbiamo dei tedeschi). Nel contempo, i suoi sentimenti di inferiorità si accumuleranno, poichè la condizione sottostante che li ha causati rimarrà inalterata. […]Egli non si allena per diventare più forte, più adatto; bensì, si allena per apparire migliore ai suoi stessi occhi. I suoi tentativi di autoingannarsi avranno solo, nei fatti, un successo parziale”. È un pò la medesima dinamica che descrive Adler : fine di queste politiche tese a imitare la Germania è uscire dalla propria inferiorità percepita, eppure sono proprio queste strategie, paradossalmente, a incartare la nazione che le porta avanti. Perché allora non usiamo anche la psicologia individuale adleriana? Secondo me sarebbe un esperimento interessante
RispondiEliminaSeguire i commenti non è poi così difficile: la coda di moderazione indica anche a quale articolo si riferisce il commento e se lo ritengo utile intervengo. Il tema "psicologia delle masse" suscita in me sentimenti contrastanti ma mi lascia mediamente freddo. Ad esempio: che cosa significa applicare la psicologia adleriana a casi come questi?
EliminaPartendo dal presupposto che Adler fonda la psicologia individuale(diversa dalla psicoanalisi di Freud), non di massa( ma ora mostrerò come funziona molto bene nel nostro frangente, ma bisogna seguire l’argomentazione ed essere concentrati) : nella psicologia adleriana la dialettica è tra una inferiorità percepita a cui si contrappone quella che potremmo tradurre come una “volontà di potenza”. La volontà di potenza è un tentativo di rimuovere la propria inferiorità percepita costruendosi un’immagine di superiorità apparente ma, paradossalmente, son proprio questi tentativi tesi a nascondere la propria inferiorità percepita a renderla sempre più radicata e profonda(vedi citazione del primo commento). Questa dialettica funziona bene in molti dei post da te scritti: l’euro è un modo nel quale gli europei hanno tentato di negare a se stessi il declino derivante dalla fine della seconda guerra mondiale, illudendosi di una superiorità apparente, eppure è stata questa stessa illusione a mandarli ancora più nel baratro . Nel caso di questo post, la dinamica è la stessa: imitando i tedeschi, gli italiani che si ritengono inferiori a questi ultimi tentano di superare il proprio complesso di inferiorità scimmiottando la volontà di potenza tedesca ma è proprio questo atteggiamento a renderli ancora più miserabili. I tuoi tentativi di fare una rivoluzione culturale in Italia contro l’autorazzismo sono in linea con la psicologia individuale di Adler, per la quale, per risolvere il proprio complesso di inferiorità, non bisogna agire sulla propria volontà di potenza, bensì bisogna risolvere il problema originario alla base di quest’ultima, che è appunto la propria inferiorità percepita(in questo frangente, l’autorazzismo). Secondo me, è un modello che funziona bene. Un abbraccio
EliminaWE IN ITALY BORROWED A LOT FROM KEYNES, WHO INSPIRED OUR CASSA PER IL MEZZOGIORNO (FUND FOR SOUTHERN ITALY). BUT HERE THE IDEA WAS CHANGED FROM ONE OF CREATING BUSINESS TO A WELFARE STATE.
RispondiEliminaU.S. STATE CAN MAKE LAWS AND UNDERTAKE PROGRAMS, AND IS
RESPONSIBLE TO ITS CITIZENS FOR THE RESULTS. IN ITALY,
INSTEAD [...] THE CENTRAL GOVERNMENT MAKES THE LAWS
AND PROVIDES THE MONEY, WHILE LOCAL POLITICIANS ARE
RESPONSIBLE FOR NOTHING. ITALY SUFFERS FROM A LACK OF INDIVIDUAL RESPONSIBILITY. ITALY HAD THE LARGEST COMMUNIST
PARTY IN THE WORLD, AND THE STATE PROVIDED MONEY FOR
EVERYTHING. [...] BUSINESS NEED A STABLE CURRENCY AND GOOD ROADS -- NOT WELFARE HANDOUTS. THE ITALIAN SOUTH NEEDS REGIONAL GOVERNMENTS WITH REAL POWER AND
RESPONSIBLE TO CITIZENS FOR THE RESULTS. THE PROBLEMS OF
THE SOUTH OF ITALY WILL NEVER BE RESOLVED UNTIL THE CITIZENS
AND POLITICIANS OF THE SOUTH ARE RESPONSIBLE FOR THEIR OWN
FATES