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giovedì 19 marzo 2026

Referendum e indipendenza: la distribuzione ipergeometrica

L'incontro di ieri sera al Palazzo Vetoli di Scurcola Marsicana è stato molto partecipato:

e per chi avesse desiderio di prendervi parte in differita il video (fatto al volo col mio telefono, quindi con poca profondità di campo) è qui:

(per inciso, al piano terra di Palazzo Vetoli c'è un posto che vaut le détour e se ci andate dite a Mario che mi conoscete).

Diciamo che se si ha tempo e modo di esprimersi, se si rinuncia a citare i padri nobili (da Giuliano Vassalli in giù) o a inerpicarsi in dotte disquisizioni de iure condendo in cui il disquisente spesso si smarrisce prima della sua incolpevole vittima (il pubblico), se si mettono in campo i chiari e veri e istruttivi numeri della statistica, in particolare quelli che documentano la cultura dell'impunità della magistratura rispetto ai cittadini, e la correlata cultura della sfiducia dei cittadini verso la magistratura (reazione uguale e contraria a una stortura del sistema), se si spiega quello che la riforma vuole fare, è piuttosto difficile che si trovino obiezioni sostanziali. Insomma: se la riforma la spieghi, gli ascoltatori la capiscono. Lo abbiamo visto succedere qui, in questo blog, per cose oggettivamente più complesse come l'economia monetaria internazionale, quindi per noi non è una sorpresa.

Come bonus track vi regalo la domanda che un signore voleva fare, ma non è riuscito a fare per mancanza di tempo. A incontro chiuso sono andato a chiedergli quale fosse la sua curiosità, e la risposta è stata: "Mi è molto piaciuto come ha spiegato la riforma, ma volevo chiedere: come mai il sostenitori del "sì" spesso mentono?" E io: "Guardi, in effetti mentono anche quelli del no!" E lui: "Sì, lo so, ma loro ne hanno bisogno. Perché invece anche quelli del sì non entrano nel merito?" E io: "Perché secondo i comunicatori il popolo non è in grado di capire argomenti non banalizzati. Io non sono d'accordo, sono arrivato in Parlamento dando spiegazioni molto tecniche di cose molto complicate, ma le regole della comunicazione prevedono che siate trattati da idioti, che la vostra attenzione duri pochi secondi, e che quindi si debba urlare. Probabilmente sarà così, non mi intendo di comunicazione, e continuo a fare come mi pare. Resta il fatto che come sempre i peggiori nemici li abbiamo in casa e sarebbe bastato lasciar parlare Gratteri...".

Ma anche di questo abbiamo parlato mille volte e in mille contesti, per cui non credo vi torni nuovo. Vorrei invece dedicarmi a gestire con voi una delle più ricorrenti fra le obiezioni residue (è stata fatta anche ieri sera), quella riferita all'attuazione del sorteggio, che per tutti i "noncielodiconoooh1!!1!", ma anche per un significativo numero di persone normali, resta oggetto di perplessità e quindi merita di essere presa in considerazione.

I negazionisti sostengono che essa sarebbe un grimaldello per mettere il CSM sotto il controllo di tecnici nominati dal Governo. Ora, che non possa essere così è piuttosto ovvio, per il semplice motivo che la riforma preserva la composizione percentuale del (cioè dei) CSM secondo le attuali proporzioni:


Aggiungo che l'elenco di membri laici dovrà essere "compilato mediante elezione" (e quindi votato) dal Parlamento in seduta comune, che non è ovviamente concepibile una votazione a maggioranza semplice, dato che nell'attuale nomina dei laici la legge prevede una maggioranza qualificata di 3/5 e che rimuovere questo presidio di garanzia all'opposizione sarebbe pericoloso per l'attuale maggioranza sia finché è tale (perché significherebbe condannarsi a un fine legislatura di guerriglia su tutto) sia quando diventerà nuovamente opposizione (perché significherebbe non avere voce in capitolo). Ne consegue che l'elenco compilato accoglierà proposte delle varie forze politiche in modo più o meno proporzionale rispetto alla composizione dei gruppi. In questo momento, ad esempio, la maggioranza è di circa il 59,5% alla Camera e 58,5% al Senato, per cui non riuscirebbe ad approvarsi da sola una lista con maggioranza dei 3/5 (cioè del  60%) nemmeno se riuscisse a portare in aula tutti i ministri, i sottosegretari, i deputati in missione, i malati ecc. Possiamo quindi immaginare che ci sia una riserva di posti per l'opposizione fra il 30% e il 40% (può sembrare strano, ma capita che ci siano nomi graditi indipendentemente dagli schieramenti), senza la quale l'opposizione non approverebbe l'elenco.

Resterebbe naturalmente il problema evidenziato da uno degli intervenienti, cioè che la probabilità di avere una componente laica interamente di maggioranza dipende da quanto sarebbe lunga la lista. Con una lista di dieci persone tutte di maggioranza la probabilità di sorteggiare dieci membri laici di maggioranza è abbastanza facile da calcolare, ed è uno (la certezza). Ma se la lista fosse composta da 30 persone di cui 20 di maggioranza e 10 di opposizione? Quanto sarebbe probabile avere dieci componenti laici di maggioranza in un caso come questo? E se invece, visto che i partiti comunque saranno sotto posti a pressioni per inserire un numero ampio di aspiranti candidati, la lista fosse di 100 componenti, di cui 67 si riconoscono nella maggioranza e 33 nell'opposizione? In questo caso quale sarebbe la probabilità di avere in CSM dieci laici che sotto il loro tacco schiaccino i venti componenti togati (come raccontano i negazionisti)?

La soluzione di questo interessante problema è vecchia di alcuni secoli e va sotto il nome di distribuzione ipergeometrica, quella che permette di calcolare la probabilità di estrarre un certo numero di palline "vincenti" (bianche o nere, di maggioranza o di opposizione) da un'urna, senza reinserimento. Quella che interessa è quindi la variabile indicata come H(n, h, r), cioè il numero di componenti di maggioranza che vengono ottenuti estraendo senza reinserimento r componenti, data una lista contenente h componenti di maggioranza e n-h componenti di opposizione. La probabilità di ottenere k componenti di maggioranza (sugli h contenuti nella lista) è data da questa formula:

dove si utilizza l'espressione dei cosiddetti coefficienti binomiali:


in cui n! è il fattoriale di n, cioè il prodotto di tutti i numeri interi da uno a n. Per i non addetti ai lavori mi rendo conto che sono formule complicate, ma Excel vi dà una mano nei calcoli con la sua funzione DISTRIB.IPERGEOM.N, che vi fa i conti in scioltezza. Gli ordini di grandezza, se interessano, sono questi:


e quindi la probabilità del "ritornoo del fasheesmo" (cioè, nella retorica vacua e demagogica degli oppositori della riforma, di avere tutti i laici governativi, cioè di avere k = r = 10), sarebbe dello 0,6% con un elenco di 30 candidati di cui il 66,6% di maggioranza, e del 1,4% se l'elenco arrivasse a 100 candidati mantenendo la stessa composizione percentuale (e quindi 67 candidati di maggioranza su 100). Ovviamente in entrambi i casi, cioè indipendentemente dalla lunghezza della lista di candidati, la composizione più probabile della componente laica, cioè dei dieci estratti, è quella che riflette la composizione della lista (cioè circa 7 su dieci), con probabilità attorno a un terzo (cioè al 30%).

Chiaro, no?

Ci si poteva anche arrivare senza tanta matematica.

Che cos'è quindi che fa paura ai sostenitori del "NO"?

Non è il rischio che nell'1,4% dei casi il sorteggio della componente laica conduca a una granitica e compatta minoranza del 30% di laici che schiacci sotto il suo tacco una esigua e frazionata maggioranza del 70% di togati!

No.

È la certezza che il sorteggio della componente togata sottrarrebbe al ricatto di una chiassosa minoranza del 21,7% di magistrati iscritti alle correnti (2100 su 9657) il destino professionale della silenziosa maggioranza del 78,3% di magistrati che invece pensano solo a fare con scrupolo il loro lavoro.

Questo dicono i numeri, e su questo ci si pronuncia fra tre giorni.

mercoledì 18 marzo 2026

Referendum e indipendenza: l'elezione del vicepresidente

Su questo blog abbiamo maturato una certa sensibilità circa il concetto di "indipendenza", riscontrando come se in teoria essa dovrebbe essere una relazione simmetrica (se A è indipendente da B, B è indipendente da A), in pratica spesso diventa la foglia di fico di uno squilibrio di poteri macroscopico e inemendabile, tale per cui A è indipendente da B ma lo condiziona senza alcuna possibilità per B di richiamare A alle sue responsabilità. Abbiamo insomma imparato a leggere l'indipendenza come un vacuum di accountability, o come un plenum (visto che parliamo di CSM) di impunità!

Trovo piuttosto divertente, a questo proposito, la pretesa secondo cui la riforma Nordio lederebbe l'indipendenza della magistratura. Per vedere quanto la magistratura sia indipendente dalla politica adesso basta rifarsi alla cronotassi dei vicepresidenti del CSM, che sono i presidenti de facto, dato che il presidente de jure ha anche altri incarichi da assolvere e quindi deve lasciare la gestione ordinaria dell'organo (la convocazione delle sedute, gli ordini del giorno) al vicepresidente (un po' come il vero presidente della Commissione Amore era Verducci, non Segre, coi bei risultati che ricordiamo tutti).

Vi ricordo che ai sensi dell'art. 104, comma 5, della #piùbelladelmondo, "Il Consiglio elegge un vicepresidente fra i membri designati dal Parlamento". Viene quindi escluso che la vicepresidenza, cioè la presidenza de facto, possa andare a un togato, e questo, evidentemente, per scongiurare una totale autoreferenzialità dell'organo. Una decisione molto sofferta, come si può evincere dai sempre interessantissimi lavori preparatori, nel corso dei quali se da un lato emergeva con chiarezza la volontà di limitare l'autoreferenzialità (con connessa impunità) della magistratura, dall'altra si affermava la volontà di preservarne l'indipendenza (e quindi le fattispecie considerate furono le più varie, dalla doppia vicepresidenza con una delle due conferite a un alto magistrato, alla vicepresidenza conferita al ministro della Giustizia, ecc.).

Ma torniamo all'esperienza attuale. Vi riassumo la situazione dal 1981 a oggi:

1981-1986 Giancarlo De Carolis, già senatore DC per tre legislature.

1986-1990 Cesare Mirabelli, giurista

1990-1994 Giovanni Galloni, deputato DC per sei legislature, già ministro della pubblica istruzione

1994-1996 Piero Alberto Capotosti, giurista

1996-1998 Carlo Federico Grosso, giurista

1998-2002 Giovanni Verde, giurista

2002-2006 Virginio Rognoni, deputato DC per sette legislature, tre volte ministro

2006-2010 Nicola Mancino, senatore DC-Ulivo per nove legislature, ministro, presidente del Senato, ecc.

2010-2014 Michele Vietti, deputato CCD-UDC-Casa delle libertà per quattro legislature, due volte sottosegretario

2014-2018 Giovanni Legnini, senatore DS-PD per tre legislature, deputato PD per una legislatura, sottosegretario ecc.

2018-2023 David Ermini, deputato PD per due legislature

2024-oggi Fabio Pinelli, avvocato

Quindi, riassumendo: il vicepresidente è stato un tecnico per quattordici degli ultimi 45 anni, mentre in tutti gli altri casi è stato un politico di razza, spesso con precedenti incarichi di Governo.

In concreto, visto che dal 1958 in qua l'elezione "da parte del Parlamento in seduta comune delle  due  Camere  avviene  a  scrutinio segreto e con la maggioranza dei tre quinti dell'assemblea" (legge 24 marzo 1958, n. 195, art. 22), dove i tre quinti si riferiscono agli aventi diritto nei primi due tentativi e ai votanti nei tentativi ulteriori, è evidente che in questo più che in altri casi l'immagine del Parlamento come Pentecoste laica cui gli apostoli-parlamentari accedono con animo puro attendendo  in assemblea l'illuminazione dello Spirito Santo sotto forma di libertà di coscienza è particolarmente poco calzante! Mi sembra invece piuttosto ovvio (dovrebbe esserlo anche a chi a differenza di me non ne è stato testimone) che a monte dell'elezione dei membri laici vi sia la "chiusura" di un pacchetto che per essere a prova di franco tiratore (dato che l'elezione è a scrutinio segreto) deve essere condiviso con la minoranza (dato che salvo il caso improbabile di maggioranza compatta al 60% più uno dei parlamentari l'opposizione diventa essenziale per definire un quadro complessivo). Questo è il motivo per cui nelle cinque consiliature precedenti all'attuale il vicepresidente è sempre stato un parlamentare, eletto dai suoi simili parlamentari, a chiusura di un pacchetto condiviso con le minoranze e da queste conseguentemente votato. La sintesi è che è #lapiùbelladelmondo a porre le premesse perché a guida dell'organo di "autogoverno" ci sia un politico, e questo avviene on purpose, proprio per scongiurare la totale autoreferenzialità di questo organo.

Non vorrei che vi sfuggisse un passaggio, che è il passaggio essenziale: l'elezione del vicepresidente avviene in Consiglio, non in Parlamento. Non mi risulta tuttavia che il Consiglio abbia mai smentito una decisione politica presa in Parlamento nel compilare il "pacchetto" dei laici (magari sbaglio...), votandosi un presidente (necessariamente laico) in difformità da quanto previsto in Parlamento. In altri termini, tramite il meccanismo delle correnti, proprio in quanto esse rispondono ai partiti che raggiungono l'accordo sulla componente laica eletta in Parlamento, si garantisce che la votazione del vicepresidente in CSM non smentisca l'accordo politico raggiunto appunto in Parlamento. Chiaro il concetto? Quindi, come dire: è adesso che la connessione funzionale fra politica e "autogoverno" esiste ed è piuttosto cogente. D'altra parte, se "le toghe" decidessero di sconfessare la "chiusura" politica, la vita dell'organo di "autogoverno" diventerebbe, per forza di cose, piuttosto difficile.

Come cambia questa situazione con la riforma?

Il comma 5 del nuovo articolo 104 recita "Ciascun Consiglio elegge il proprio vicepresidente tra i componenti designati mediante sorteggio dall’elenco compilato dal Parlamento in seduta comune." Si parla di "ciascun Consiglio" anziché de "il Consiglio" perché i consigli diventano due: uno per i giudicanti e l'altro per i requirenti (com'è noto). La votazione dei due vicepresidenti avviene sempre nei consigli, e l'elettorato passivo è sempre dei membri laici. Il problema, però, è che il Parlamento non vota direttamente il "pacchetto" di chiusura dell'accordo politico, ma vota una lista più o meno ampia di nomi, che, per essere approvata, dovrà necessariamente prevedere una rappresentanza proporzionale delle varie sensibilità politiche (incluse quelle  di opposizione, che altrimenti non la voterebbe). Il "pacchetto" di laici inviato al CSM viene eletto dal caso, con sorteggio. Risulta quindi impossibile che quando il Parlamento vota la lista ci sia già un accordo chiuso su chi andrà a fare il vicepresidente, perché quest'ultimo dovrà essere necessariamente eletto (dal Consiglio) nell'ambito di un "pacchetto" sorteggiato, cioè sottoposto all'arbitrio del caso.

Non riesco quindi a capire, ma sarà un limite mio, come si faccia a dire che la riforma rafforza la presa della politica sull'autogoverno della magistratura! Non può oggettivamente farlo, perché il passaggio intermedio del sorteggio fra il voto parlamentare sui laici e l'elezione di un laico in CSM scombina qualsiasi preventivo accordo. Questo non vuol dire che un accordo non ci possa essere e non ci sarà: ma sarà successivo e in qualche modo "indebolito", essendo preclusa alle forze politiche la scelta della farina con cui impastare il proprio pane (perché rimessa all'arbitrio del caso), ed essendo quindi le forze politiche costrette, nel bene o nel male, a fare il pane con la farina che avranno a esito del sorteggio.

E... attenzione!

Mentre sopra vi ho chiarito che oggi è appunto il meccanismo delle correnti a garantire la tenuta dell'accordo politico sulla vicepresidenza (perché è quel meccanismo a far sì che anche i togati si compieghino a votare il laico designato dal negoziato parlamentare), domani, qualora il sorteggio della componente togata facesse saltare il ruolo delle correnti, diventerebbe molto ma molto più complesso per #aaaaabolidiga dire la sua sul vicepresidente, non solo perché questo verrebbe necessariamente eletto da un sottoinsieme di sorteggiati sottratto al di lei controllo, ma anche perché chi materialmente dovrebbe procedere all'elezione, cioè i membri laici e togati del CSM, non avendo vincoli di appartenenza né partitica né correntizia, sarebbe esso stesso sottratto al di lei controllo.

Chiaro?

Insomma: mentre oggi al peón arriva il fogliettino con su scritti i due nomi da votare, e ai piani alti si sentono ragionamenti del tipo "allora, ci danno la vicepresidenza del CSM se in cambio gli diamo due membri nell'Authority tal dei tali", un domani al peón non arriverà nessun fogliettino, e ai piani alti la vicepresidenza sarà sottratta ad accordi preventivi. 

E quindi sì, lo avete capito: dire che con questa riforma l'indipendenza della magistratura sarebbe compromessa è un po' come dire che con l'unione monetaria i salari cresceranno più in fretta! L'analogia, del resto, è completa, perché sapete bene che chi oggi difende l'euro, ieri sapeva che avrebbe compromesso gli interessi dei lavoratori salariati, e chi oggi attacca la separazione delle carriere, ieri la proponeva nei suoi programmi di governo, e difendeva il sorteggio come strumento di indispensabile (ahimè) moralizzazione della magistratura.

Che è un po' come dire "ego sum disputatio tua, qui eduxi te de terra Piddinorum, de domo servitutis. Non habebis disputationem alienam coram me."


(... poi fate come vi pare...)

lunedì 10 febbraio 2025

Un’altra breve riflessione (articolo 68)

L’ho fatta nella cloaca nera, dove trattandosi di tema “divisivo”, che “non interessa la sciura Maria”, ed espresso con l’inefficacia che mi è propria, senza la mediazione professionale dei iComunicatori™️, è passata del tutto inosservata:


Per essere completamente onesto, visto che posso permettermelo (non essendo un Brandi qualsiasi), aggiungo che non è farina del mio sacco. È stato un giurista che voi conoscete, e che non nomino perché non so se desidera essere nominato e perché se invece lo desidera interverrà qui, visto che è uno di noi, a farmi notare questo dettaglio, che dettaglio non è.

Il tweet lo trovate qui, impreziosito dai commenti dei sinistri troll del PD, con cui, se vorrete voi, non io, potrete divertirvi. I loro commenti mi interessano zero, quindi, necessariamente, i vostri mi interessano di più (da zero virgola in su…)!

Aggiungo solo due sottolineature, al duplice scopo di mettere in prospettiva questo commento e di valorizzare quanto abbiamo fatto qui nei lunghi anni che ci hanno visti crescere insieme.

La prima è che qui, spesso, abbiamo evocato la presenza di nazisti negli apparati della Germania post-bellica, anche per trovare una matrice culturale che in qualche modo spiegasse la natura così apertamente totalitaria del progetto europeo, ne rintracciasse radici storiche concrete in una continuità non solo amministrativa, ma anche per così dire esistenziale, col precedente regime della potenza egemone (il nazismo). Su questo tema c’è letteratura, e, guarda caso, uno dei lavori più rilevanti, i Rosenburg files, riguarda proprio la continuità nel ministero della giustizia tedesco.

La seconda è che quando, più e più volte, vi ho ammonito sul fatto che l’Italia era stata ricostruita con e dai fascisti, e che quindi il piazzaleloretismo e il norimberghismo erano e sono atteggiamenti stupidi, lo facevo sulla base di una mera evidenza logica: era ovviamente impossibile che se il giorno prima praticamente tutti erano fascisti il giorno dopo praticamente tutti fossero diventati antifascisti. La lettura di “Sorvegliata speciale” sta dando a questo mero dato logico una veste concreta: il libro riporta i nomi e i cognomi dei tanti fascisti che si sono trovati in posizioni chiave nei vari ministeri e in altri apparati dell’Italia antifascista. Per questo motivo la riflessione che il giurista per ora anonimo ha condiviso con me, e alla quale ho dato la veste goffa e inefficace che vedete qua sopra, mi ha convinto particolarmente, spingendomi non solo a proporla nella cloaca, dove mentre vi scrivevo è arrivata a 52.500 visualizzazioni (la sciura Maria sta facendo la spesa…), ma anche qui, dove attendo sereno le vostre considerazioni.




mercoledì 5 febbraio 2025

“Mani pulite” e il Britannia: un altro caso di “nessuna correlazione”?

 (…qui…)


(…la loro assodata capacità di fottervi sarà sempre superiore al vostro eventuale desiderio di non farvi fottere. Vulgus vult decipi ergo decipiatur…)



domenica 22 dicembre 2024

Politicizzazione (s.f.)

Volevo condividere qui una riflessione che ho svolto molto succintamente, e forse imperfettamente, su uno di quei media locali che, come ci siamo spesso detti (sulla base di una esperienza ormai pluriennale), svettano come giganti nel panorama piuttosto degradato del nostro sistema informativo:

Mi riferisco in particolare a questo passaggio, che "sbobino" per la vostra convenienza:

"La politicizzazione della magistratura è un dato di fatto, che l'ordinamento prevede. L'organo di autogoverno della magistratura è composto anche di membri di nomina politica [i dieci membri laici, NdCN], è diviso in correnti politiche, e questo è un fatto di per sé sano, non malsano. Sarebbe un problema però se le opinioni politiche si nascondessero dietro dei fatti. Nel caso della sentenza di Palermo questo è scongiurato perché è stato affermato che 'il fatto non sussiste'...".

Vorrei chiarire meglio che cosa intendo, partendo dal solito principio che ognuno ha diritto alle proprie opinioni e nessuno ha diritto ai propri fatti (quindi, ad esempio, l'opinione che Salvini sia un puzzone non può diventare, e non è diventata, il fatto che abbia sequestrato delle persone, perché questo fatto non sussiste).

Intanto, è chiaro che negazionare la politicizzazione della magistratura, come fanno certi esponenti di sinistra, non ha alcun senso in re ipsa. Intanto, come chiarivo nell'intervista sopra riportata, l'articolo 104 della Costituzione definisce percorsi esplicitamente politici per la nomina di componenti del suo organo di autogoverno (incluso un importante membro di diritto, il Presidente della Repubblica, che è anche lui eletto dal Parlamento in seduta comune). Ricordo a me stesso che un'elezione non è una sorta di Pentecoste laica in cui i parlamentari si raccolgono, attendendo che cali su di loro la fiammella del "voto secondo coscienza". Un'elezione è il punto di arrivo e di suggello di un negoziato politico, condotto per trovare un compromesso e un equilibrio fra esigenze politiche, equilibrio che spesso si raggiunge trovando compensazioni in altri "tavoli".

Va anche considerato che se le elezioni dei membri laici sono in mano ai partiti stricto sensu, come sapete benissimo le elezioni dei togati sono in mano alle "correnti", che sono, di fatto, il riflesso nella comunità dei magistrati di quello che i partiti sono nella società: strutture organizzate per affermare e difendere una linea di indirizzo politico. In trasmissione da Pancani ho fatto un noto esempio, quello del Congresso di Magistratura Democratica nel 2019, intitolato: "Il giudice nell'Europa dei populismi". Il collega Bonelli, la cui ignoranza è assolutamente scusabile (ignorantia legis non excusat, ma qui si parla dell'ignoranza di un fatto storico, e quindi la scusiamo), evidentemente non sapeva che quella che lui considerava una semplice vignetta satirica era la locandina di quel convegno, ancora rinvenibile nel sito dell'associazione:


Ora: che i magistrati, essendo persone colte, siano anche persone spiritose, lo trovo più rassicurante che preoccupante! Vauro può piacere o non piacere, ma è senz'altro un vignettista efficace (sarà per questo che qualche volta ci infastidisce, ma dobbiamo ammettere che anche quella è efficacia: strano come una vignetta efficace vista da sinistra sembri fastidiosa vista da destra)!

Ma il problema di questo convegno non è la locandina e se essa sia o meno spiritosa (non lo è: è semplicemente apologetica), cosa su cui lui si è incaponito nel corso della trasmissione:

(dal minuto 10 in poi).

No, il problema di quel congresso, volendo vederci un problema, è nel suo assunto programmatico secondo cui "nell'età dei populismi il giudice è chiamato a un lavoro difficile, in bilico tra governo della realtà e ideali di giustizia" (ve l'ho evidenziato in giallo anche nello screenshot, perché so che sembra abbastanza incredibile). Ora, a meno di non voler far rientrare queste parole nella categoria cara a Flaiano delle grandi frasi che non significano niente (non sono sicuro che lui dicesse così, ma il senso era questo), e volendole prendere invece nel loro senso letterale, queste parole letteralmente dicono che secondo MD, nel 2019, il giudice poteva anche parzialmente derogare agli ideali di giustizia per assumere il difficile compito di governare la realtà nell'età dei populismi. Nel concetto di "essere in bilico" è implicito il significato di equilibrio instabile fra due elementi inconciliabili (cioè del cadere da una parte o dall'altra), e qui mi pare che si suggerisca in modo non troppo velato che alla fine sbilanciarsi dalla parte del governo della realtà sia considerato un caso ammissibile. Peraltro, il diritto, la legge, non sono la giustizia: e il giudice in teoria è soggetto solo alla legge, non a (quello che lui legittimamente ritiene sia) la giustizia. Sono due cose diverse.

Aggiungo un'altra sottolineatura precisazionista: perché questo "sporco lavoro che qualcuno deve pur fare" (il governo della realtà) MD sente il bisogno di farlo "nell'età dei populismi"? Perché, ad esempio, non nell'età dei liberismi, quella in cui si crea tanta povertà e ingiustizia sociale che da una parte capisco possa interessare poco l'unico ceto realmente protetto dall'aumento del costo della vita, ma che dall'altra costituisce l'antecedente logico dei populismi che tanto preoccupano certi magistrati?

Cioè: ti preoccupano "i populismi" e vuoi reprimerli, ma non ti preoccupi quando l'austerità fa aumentare significativamente il numero delle persone a rischio di povertà ed esclusione sociale:


portando in terreno negativi gli investimenti pubblici al netto degli ammortamenti (cioè riducendo lo stock di capitale pubblico):


(lo vedete il "tempo in cui si chiudevano gli ospedali" senza che qualcuno avvertisse l'esigenza di governare la realtà?), creando i presupposti del fenomeno che tanto ti spaura?

Il fatto che oggi in Italia dei magistrati di sinistra apparentemente considerino "much social injustice and apparent cruelty as an inevitable incident in the scheme of progress" istintivamente porta a collocarli nel blocco sociale che sosteneva il paradigma economico che Keynes chiama "ricardiano" e loro chiamerebbero "neoliberista", nel quale probabilmente abitano, ma "a loro insaputa", per citare un altro esponente politico (di centrodestra, però...), cioè quello dei rentiers.

Quindi: la politicizzazione c'è, è indiscutibile, negarla sarebbe futile, ma... esattamente come vi ho chiarito che le certezze non vanno valorizzate negativamente quando si parla di ricerca, così vorrei esortarvi a non scagliarvi in modo acritico contro la "politicizzazione", che in determinate circostanze e con determinati accorgimenti mantiene un suo valore positivo (altrimenti dovremmo pensare che la Costituzione è stata scritta male, e qui non credo che nessuno lo pensi: riscritta male sì, scritta male no).

Immagino le reazioni: "Ma come!? Il giudice non deve essere imparziale, e quindi privo di giudizi di valore? Non deve attenersi esclusivamente ai fatti, in modo asettico, direi quasi scientifico?" [CSI docet, NdCN]

Ecco, torna in campo la nostra amica scienza... ed è proprio da uno scienziato che vorrei ripartire, da Gunnar Myrdal, premio Nobel per l'economia nel 1974 insieme a Friedrich von Hayek (ma per motivi ben distanti, tant'è che Myrdal propose di abolire il premio quando seppe che lo prendeva anche von Hayek...). L'opera di Myrdal era citata nel testo di politica economica di Federico Caffè, che ne ricordava il contributo dato all'analisi del ruolo dei giudizi di valore nelle scienze sociali. Il punto che solleva Myrdal è molto semplice: le scienze che si occupano della società, di come organizza il lavoro, di come distribuisce la ricchezza, e quindi in particolare l'economia, che è una scienza sociale, non possono prescindere da giudizi di valore, da una valutazione preliminare di cosa sia "meglio" per una società, di cosa sia, per capirci, il fantomatico "bene comune" (quello di cui blaterano i dilettanti dell'economia e della politica - e dell'economia politica e della politica economica). E siccome non possono farne a meno, sarebbe erroneo che avessero la pretesa di farlo: i giudizi di valore non vanno rimossi freudianamente, ma vanno esplicitati, affinché chi si accosta a una ricerca sia in grado di tenerne conto. 

Vedo (ma forse lo vedo solo io) un filo rosso che lega la pretesa di neutralità ideologica della "vera" scienza (di cui l'assenza di giudizi di valore nelle scienze sociali è una declinazione), alla pretesa di imparzialità del giudice, come, del resto, alla pretesa di obiettività del giornalista che "separa i fatti dalle opinioni": è il filo rosso dell'ingenuità.

Per sostanziare questi argomenti, sono andato a riprendere il testo di Myrdal, ma non avendo sotto mano la mia edizione italiana (nella Nuova Biblioteca Scientifica Einaudi: forse lo vedete alle mie spalle quando parlo ai telegiornali), mi sono trovato un pdf online, e rileggendolo a distanza di forse trent'anni c'è una cosa che mi ha colpito moltissimo:


Come esempio di termine value-loaded, cioè che porta con se un giudizio di valore (positivo), Myrdal sceglie proprio "integrazione economica", cioè, nel nostro contesto: "più Europa"!

Per capire che cosa si intende con termini value-loaded o con giudizi di valore: siccome la disintegrazione è un processo violento e doloroso, ovviamente l'integrazione è, a contrario, una bella cosa a prescindere, mi seguite? Ecco in che modo i giudizi di valore si insinuano nel ragionamento scientifico (e non solo nelle scienze sociali). Tuttavia Myrdal evidenzia che il fatto che un termine, anche se usato in un'indagine scientifica, abbia una implicita connotazione valoriale, non è di per sé un motivo per rifiutarlo. Aggiunge Myrdal che è stato un errore il tentativo fatto per oltre un secolo di rendere "oggettivi" i principali concetti dandone una definizione "puramente scientifica" ipoteticamente non associabile a valutazioni politiche. Questo esercizio di purificazione si è risolto nell'invenzione di sinonimi dall'aspetto più innocente: un tentativo che era destinato all'insuccesso. I giudizi di valore infatti avevano una loro logica e una loro funzione, e quindi hanno perforato anche la corazza delle definizioni "puramente scientifiche".


In effetti, "una scienza sociale disinteressata non è mai esistita e non può esistere per motivi logici". Le società umane possono essere studiate solo dal punto di vista degli ideali umani, sono questi a provocare il nostro interesse per lo studio, a indirizzarlo, e a rendere significative le nostre conclusioni. Quindi i concetti stessi, le categorie, delle scienze sociali, non possono essere definiti se non in termini di valutazioni politiche, ed è per garantire il rigore scientifico del ragionamento che queste valutazioni dovrebbero essere esplicitate. 

Questo è il punto: non è un buono scienziato sociale chi nasconde i propri pregiudizi politici magari dietro la cortina fumogena di qualche formula matematica, ma chi li dichiara e li pone esplicitamente a base del discorso.


Naturalmente i giudizi di valore su cui una ricerca si fonda devono essere rilevanti e significativi per la società in cui viviamo. Tuttavia, non è così immediato orientare la propria ricerca su "quello che gli uomini effettivamente desiderano", per il semplice fatto che "gli uomini" (non nel senso di risorse, nel senso di individui) hanno informazioni molto incomplete. Una premessa di valore rilevante dovrebbe essere corretta nel senso di interpretare che cosa le persone desidererebbero se la loro conoscenza del mondo fosse più completa, ma non c'è metodo econometrico che consenta di fare questo esercizio prescindendo dalle valutazioni individuali delle persone. E quindi, ad esempio, nessuna discussione sull'opportunità di una maggiore integrazione economica internazionale ("più Europa!") è sensata, se prescinde da un insieme di valutazioni politiche che devono essere rese esplicite. Se si attribuisce un significato al termine "integrazione" senza esplicitare alcuna premessa di valore, restano le premesse implicite, che corrispondono alle preferenze politiche dell'autore, o a quelle del suo contesto nazionale. Ma, conclude Myrdal, dato che queste premesse restano nascoste, non solo lo studio è pretenzioso (perché cerca di affermarsi come neutrale e oggettivo), ma effettivamente fraudolento, anche laddove la frode sia inconsapevole.

Per sintetizzare quanto detto fin qui: una buona scienza sociale deve essere politicizzata, perché solo questo le conferisce la necessaria trasparenza, consentendo di verificare il rigore logico degli argomenti usati. Del resto, è questo, non la matematizzazione, ad affratellare le scienze sociali alle cosiddette scienze "naturali" o "dure": il fatto che si configurino come scontro politico fra paradigmi, fra concetti value-loaded, cioè il fatto che siano, entrambe le categorie di scienza, umane (eh, sì, devo darvi una brutta notizia: non esiste la scienza disumana, come non esiste la società incivile...).

Per esemplificare, e rifacendoci alla nostra esperienza di crescita in questo blog: è stata una chiara indicazione delle premesse di valore ad aiutarci a distinguere il pensiero sciamanico del "ci vuole più qualcosa (Europa, dosi, ecc.)" da un corretto ragionamento scientifico, è stata la corretta individuazione ed esplicitazione degli interessi di classe sottostanti, ad esempio, a farci capire perché per ridurre il rapporto debito/Pil sono state fatte politiche che secondo i manuali di economia lo fanno aumentare e che conseguentemente lo hanno fatto aumentare, e così via. Insomma: senza premesse di valore è pretenzioso pensare di poter unire i puntini.

Bene.

Ma con Palermo questo che c'entra?

Un po' forse c'entra. 

Sì, sono d'accordo: la moglie di Cesare ecc., la forma è sostanza ecc. Quindi l'apparenza dell'imparzialità, della de-politicizzazione, andrebbe forse mantenuta, e quando non si desideri farlo e si scenda in piazza forse è meglio trarne le conseguenze.

Ma si può anche ragionare in modo diverso. Partiamo dal presupposto che anche i magistrati non possano prescindere, nella loro attività, che è un'attività di ricerca, da giudizi di valore (mi sembra un dato fattuale: basta leggersi gli atti dei loro convegni)! E allora sarebbe ingenuo tentare di imporre loro un atteggiamento "puramente giurisdizionale", come sarebbe ingenuo nelle scienze sociali tentare di imporre un lessico e un'agenda "puramente scientifica".

Quello però che si può fare è garantire equilibrio fra i vari concorrenti nel mercato della politica: non può esserci una concorrenza sana se alcuni partecipanti possono privare gli altri della libertà, ma il reciproco non è consentito. E quindi, le cose stanno così: o si consente ai vostri rappresentanti di inquisire i magistrati (ma sinceramente, con tutto il lavoro che abbiamo da fare, e non avendo una preparazione professionale specifica, ne farei anche a meno), o si ritorna alla Costituzione del 1948, e al suo articolo 68, che assicurava l'immunità ai rappresentanti del popolo sovrano.

Il problema, insomma, non è la politicizzazione! Sarebbe molto peggio l'ipocrisia o la dissimulazione! Il problema è lo squilibrio (non la mancanza di separazione: la mancanza di equilibrio) fra i poteri.

La soluzione a questo problema è piuttosto ovvia, e i Costituenti, che ci avevano pensato, l'avevano anche introdotta in Costituzione: l'articolo 68 nella sua versione originale.

Non è l'unica soluzione, va da sé! Se ne possono immaginare tante altre: ad esempio, riformare l'art. 104 introducendo un criterio di sorteggio per il CSM, o prevedendo un CSM di soli laici o comunque con una maggioranza (o una più forte rappresentanza) di laici, o adottare un modello ibrido come quello francese in cui il procuratore mantiene un rapporto forte con l'esecutivo, o quello che volete (qui gli esperti siete voi, non crediate che me ne sia dimenticato, e certo non io).

Certo è che qualcosa andrà fatto, e probabilmente il miglior modus operandi, per chi, come noi, ha ampiamente studiato i danni fatti dall'antipolitica, è tentare di risalirne la china: finanziamento pubblico ai partiti e immunità parlamentare. Non sarà un compito facile, ma è un compito che voi dovreste ritenere necessario se non altro per esercitare quel diritto il cui esercizio è più dolce e liberatorio e tanto vi molce il cuore da mane a sera nella cloaca nera (rima intenzionale): il diritto al mugugno! Perché, questo possiamo dircelo, lamentarsi di una classe politica cui sono stati tolti strumenti fondamentali per strutturare un ceto politico e per sottrarsi a condizionamenti impropri non è un esercizio particolarmente onesto intellettualmente. Qui credo siano pochi quelli che si sono lasciati convincere che vincendo la sua lotta contro la politica il popolo si sarebbe liberato! Ma altrove sono ancora egemoni, e questo richiede un dispiego di mezzi e di impegno che nelle condizioni attuali è impossibile.

Non ci vuole più Europa: ci vuole più politica.

E chi è qui da un po' sa quanto, e perché, questi due termini, presi nella loro accezione corrente, siano così radicalmente antitetici...

sabato 11 maggio 2024

Il costo della democrazia

Parto da un presupposto, la comprensione del quale distingue l'uomo dal fascista (perché il fascismo è in primis et ante omnia antiparlamentarismo): la democrazia ha un costo.

Gli staff di tecnici che in Parlamento ci aiutano a seguire i provvedimenti (staff tanto più necessari in quanto l'esercizio della funzione legislativa è costantemente perturbato dalla gragnuola di provvedimenti di iniziativa governativa ed europea, sotto la quale orientarsi è veramente complesso), le ipotetiche sezioni in cui si potrebbe ipoteticamente svolgere quel dibattito "dal basso" che ipoteticamente potrebbe portare all'emergere di  candidature espressione del "bobolo", la propaganda elettorale, col suo corredo di materiali, di eventi, di diffusione sui media, ma anche le attività divulgative, di diffusione di un messaggio e di sollecitazione di una consapevolezza (esclusa quella in cui vi trovate ora), hanno un costo finanziario. Ma senza la diffusione di un messaggio, senza un'organizzazione territoriale, senza una classe dirigente, non esistono i partiti e non esiste la democrazia rappresentativa. Si rimane quindi con la dittatura, o con la sua versione per gonzi: il mito della democrazia diretta, da esercitare magari su un registro distribuito mediante blockchain (e vi ci vedo proprio a votare il 24 dicembre i millesettecento emendamenti della legge finanziaria dal cellulare, invece di fare gli ultimi regali)!

Se la democrazia ha un costo, i casi quindi sono due: o si rinuncia ad essa, o la si finanzia.

Vengo quindi alla domanda che volevo porvi.

Quale sarà la ratio (aspetto il cretino che legga: rescio) legis dei complessi adempimenti in tema di trasparenza del finanziamento pubblico dei partiti, col loro corredo di timbri, firme, ceralacche, controlli da parte della Corte d'Appello, dichiarazioni congiunte (cioè a doppia firma del donante e del donatario) sopra una certa soglia, dichiarazioni semplici sotto una certa soglia, pubblicazione degli elenchi (autentiche liste di proscrizione!) sui siti dei partiti, ecc. ecc.?

Perdonatemi se sarò superficiale, non citandovi tutta la complessa normativa, non fornendovi i dossier e gli atti parlamentari che hanno condotto a proporla e adattarla infinite volte, insomma, non esercitando lo scrupolo documentale che è una delle cifre di questo blog, e che ha contribuito alla sua credibilità. Fatto si è che a me qui, oggi, non interessa un lavoro di ermeneutica legislativa né di tracciamento delle responsabilità o addirittura delle intenzionalità politiche che ci hanno condotto a tanto, e non mi interessa nemmeno una storicizzazione rigorosa di questi sviluppi, che ovviamente si collocano nell'alveo di quella "moralizzazione" che, come abbiamo ormai capito, nata con nobili intenzioni altro non è diventata che il volto presentabile dell'antipolitica, cioè del tentativo (riuscito) da parte del complesso militare-industriale-mediatico-giudiziario di indebolire ed esautorare i corpi elettorali.

A me interessa solo il fottuto Aristotele, il grande sconfitto della stagione politica scaturita dalla micidiale accoppiata Maastricht-Mani pulite.

Mi chiedo, e vi chiedo: tanta trasparenza serve forse alla magistratura, serve a coadiuvare il suo lodevole sforzo nel contrastare la corruttela, nell'evitare che il politico agisca contro l'interesse pubblico (di chi?) perché catturato da interessi particolari (di chi?)?

Mi sembra ovvio che la risposta a questa domanda non può essere che un netto e risonante: no.

Lo scandalo dei dossieraggi, una vicenda popolata da personaggi uno più sordido dell'altro, ci rende chiaro che siamo tutti ascoltati. Io, ad esempio, do per scontato di esserlo, e di esserlo illegalmente, va da sé. Basta saperlo per regolarsi di conseguenza: siccome sono una persona disonesta fino a prova contraria (essendo un parlamentare: questo è il lascito del grillismo...), con sprezzo del pericolo uso ancora il telefono! Se fossi un mafioso userei i pizzini (analogico batte digitale uno a zero). Scherzi a parte: la magistratura ha, e deve avere, tutti gli strumenti che le servono (e di cui non dovrebbe abusare, ma le cronache ci confermano che spesso abusa) per esercitare il suo controllo di legittimità. Se sospetta, o presume (magari, ipotizzo, per pregiudizio ideologico) l'esistenza di un reato, può disporre intercettazioni, accessi alle basi dati, ecc. Non ha certo bisogno di andare a consultare le liste dei finanziamenti leciti (lecitamente concessi, lecitamente accolti, lecitamente pubblicizzati) per fare il suo lavoro, che non dovrebbe essere un controllo di merito, ma sempre di più, sempre più smaccatamente, vuole esserlo.

La pubblicità dei finanziamenti leciti ha evidentemente un'unica "rescio", che non è quella di permettere alla magistratura di esercitare il proprio giudizio di legittimità (l'ordinamento le attribuisce ben altri e più pervasivi mezzi per farlo), ma quella di permettere agli elettori di esercitare il proprio giudizio di merito. L'elettore, che non ha i poteri della polizia giudiziaria, ha un unico modo per formarsi un libero convincimento su quanto la linea del partito che vorrebbe votare sia o meno influenzata da interessi più o meno loschi, ed è appunto quello di accedere alle liste dei finanziamenti pubblicate sui siti dei partiti, valutando chi sono i soggetti finanziatori, e riflettendo liberamente su quanto gli interessi di questi soggetti coincidano col proprio. Non potendoci intercettare tutti a vicenda (non fosse che per mancanza di tempo!), è in base a questi elenchi pubblici che possiamo formarci un giudizio (noi), ed esercitare (noi) il (nostro) giudizio di merito votando o non votando una determinata forza politica in base al fatto (cioè alla nostra percezione) che essa sia o non sia indipendente da interessi più o meno loschi.

In altri termini, in una democrazia sana la magistratura dovrebbe finire dove inizia la trasparenza, o, se volete, dovrebbe iniziare dove la trasparenza finisce, perché consentire alla magistratura di sindacare sul merito di un finanziamento lecitamente concesso e pubblicato significa attribuirle un potere di indirizzo politico che in una democrazia sana non dovrebbe avere, se non per la quota parte dell'esercizio dei diritti di elettorato attivo e passivo di ogni magistrato uti singulus.

Ma sappiamo tutti benissimo che non è così, lo abbiamo capito da un pezzo, lo abbiamo plasticamente visto in Senato, quando all'epoca dello scandalo Palamara nessuno fece un fiato, e in infinite occasioni precedenti e successive di personaggi silurati con processi cui sono conseguite assoluzioni ampiamente anticipate, ma che hanno lasciato nella vita delle persone interessate un buco del tutto analogo a quello che il Partito Dossieraggi ha lasciato nel Pil italiano (ve ne parlavo nel post precedente).

Ora, come sapete, a me non interessa il merito ma il metodo, e non mi interessano le dinamiche soggettive (l'eventuale mens rea delle parti in causa: quella è roba di cui si deve appunto occupare la magistratura) ma quelle oggettive.

Non sto quindi dicendo che la magistratura (presa così, a corpo) sia perversa. Ogni generalizzazione è ingiusta, e il modo peggiore di reagire a ingiustizie è praticarne. Non sto nemmeno dicendo che i magistrati, che alcuni magistrati, non facciano bene il loro lavoro. Credo lo facciano tutti molto bene, altrimenti sarebbero sanzionati dal loro organo di autogoverno, il CSM: nel caso, quindi, l'attenzione andrebbe spostata su questa istituzione e su cosa eventualmente le impedisse di funzionare bene. Voglio che sia chiaro che quello che qui si dice lo si prova a dire (da sempre) nell'interesse delle istituzioni, e in particolare della magistratura, perché da esponente del potere legislativo vivo male in un Paese in cui all'ennesimo titolo di giornale il mio riflesso non è quello di approfondire, ma di esclamare "Mo che è st'altra cazzata!?" e di girare pagina. Perché di amici persegui(ta)ti e poi assolti ormai ne ho un certo numero, stranamente superiore a quello degli amici perseguiti e condannati. Tutti questi falsi positivi un perché ce l'avranno, e potrebbe anche essere semplicemente quello che io gli amici li scelgo bene, ma in ogni caso il mio punto non è qui quello di delegittimare la magistratura o di invocare bavagli su di essa!

Il punto cui voglio arrivare è un altro, e ci arriveremo in ogni caso: secondo me, dopo un fatto traumatico che riconcili gli italiani con la democrazia (la morte in guerra di un figlio è una soluzione drastica e che non mi auguro, ma nel 1945 dimostrò di essere efficace, portando alla Costituzione del 1948); può anche darsi che ci si arrivi attraverso un processo ordinato e meno traumatico. Se i magistrati sono, o meglio, sembrano (perché ho appena detto che non lo sono e che sarebbe ingiusto etichettarli come tali), "compagni che sbagliano", la soluzione è riportare le istituzioni in un alveo che non li induca in tentazione (per inciso: io morirò senza aver detto "non abbandonarci alla tentazione". Mi assolvano tutti i vescovi e gli arcivescovi del mio collegio, alle cui preghiere costantemente e sinceramente mi raccomando).

Questo alveo era ben delineato quando la memoria del fascismo vero, quello che sopprime la libertà di parola, era ancora viva (siamo grati al PD che ogni tanto ce la rinfresca sguinzagliando i suoi squadristi, come farà fra poco a Livorno), ed era racchiuso da due argini: finanziamento pubblico dei partiti e immunità parlamentare.

Basterebbe ripristinare questi argini, ammalorati dal grillismo e dalla sua controparte istituzionale (il desiderio di alcuni di considerarsi legibus soluti), per veder tornare a scorrere le acque della democrazia, che ora si sversano e si intorbidano in una palude mefitica e inospitale, quella dell'antipolitica, dove il legame fra volontà popolare e indirizzo politico si corrompe e si imputridisce, lasciando il campo alla soft law della governance sovranazionale, agli indirizzi politici di chi piace alla gente che piace: un giro di corruzione (vera) così macroscopico da essere too big to prosecute (i silenzi delle magistrature su vicende recenti in cui erano evidentemente in ballo interessi economici giganteschi in effetti non depone tantissimo a loro favore, ma tant'è...).

Se non esistono più i presupposti culturali, di cultura giuridica e istituzionale, per gestire il finanziamento privato, si torni a quello pubblico: si stroncherà così in radice l'idea che la linea del partito possa essere corrotta da interessi criminosi o criminogeni, fatto salvo ovviamente il caso di reati, cioè, nel caso in specie, di mazzette, che però potranno essere individuati e perseguiti come tali, come lo sono sempre stati.

Se un'infinita serie di inchieste apparentemente a orologeria (ma la forma è sostanza!) seguita da assoluzioni non altrettanto puntuali ha ingenerato il sospetto diffuso di un esercizio strumentale dell'azione penale, si stronchi questo sospetto sul nascere reintroducendo l'immunità.

Il giudizio sui fatti e misfatti della politica deve essere restituito al cittadino. Chiarisco questa frase, che non è né l'invocazione di un tribunale del popolo, con tanto di tricoteuses, né l'appello a una depenalizzazione generalizzata di qualsiasi cosa fatta da chiunque sia titolare di un incarico elettivo. No. Io intendo dire un'altra cosa. Intendo dire che la panpenalizzazione dell'azione politica, il fatto che non ci sia più procedura, adempimento, genuflessione, timbro, salamelecco, ceralacca, che ti salvi dalla presunzione di colpevolezza in quanto politico, è innanzitutto uno sfacciato e vibrante insulto a quel popolo italiano nel cui nome si pretenderebbe di esercitare la giustizia. Pretendere di sostituirsi all'elettore nell'esercizio di una funzione di indirizzo politico (gli esempi non mancherebbero, ma non mi dilungo che sono già quasi a Milano) significa esternare una radicale sfiducia nella capacità di discernimento dell'elettore stesso, o peggio ancora una generalizzata e tombale presunzione di colpevolezza, tale per cui il politico scelto sarà comunque scarso, o perché l'elettore è stupido (ovviamente se non è di sinistra, come la sinistra amabilmente gli ricorda nel tentativo di catturarne le simpatie), o perché agisce in cambio di favori, in un'ottica quindi assimilata sic et simpliciter al voto di scambio.

Forse, nei salotti che contano, e in cui il lobbysmo scorre potente, bisognerebbe ricordare che non solo i ricchy, ma anche i povery, quando votano qualcuno, lo fanno perché da quel qualcuno si aspettano qualcosa, e che se questo meccanismo, che si chiama rappresentanza politica, va bene quando è agito dai ricchy, deve andare bene anche quando agito dai povery. Ma è sempre più evidente che l'azione della magistratura sta esondando dal giudizio sul "qualcosa" che gli elettori si aspettano, al fatto che essi si aspettino qualcosa. Nel mirino c'è l'essenza stessa del meccanismo di rappresentanza, che implica un mandato, e quindi un "fare qualcosa".

Il finanziamento pubblico si rende tanto più necessario in quanto nella temperie culturale attuale quello privato è fonte di un duplice attacco alla democrazia: l'attacco da parte della magistratura, quando esonda volendo sottoporre a giudizio di merito (e quindi implicitamente di indirizzo politico) fatti assolutamente leciti, e l'attacco da parte dell'universo mondo piddino, fatto di istituzioni, datori di lavoro, direttori di banca, capi ufficio, insegnanti dei propri figli, ecc., che grazie alla pubblicazione delle liste (di proscrizione) dei tanti finanziatori della Lega sa verso chi esercitare la propria discriminazione, sa quale cliente, paziente, figlio, ecc., penalizzare per motivi di odio ideologico. Questa è l'esperienza di ognuno di noi: tanti ci sostengono idealmente e vorrebbero farlo anche concretamente, ma in questo baese libbero, demogradigo e andifascisda hanno il terrore di far sapere che sostengono Salveenee.

E questo terrore è purtroppo motivato, ve lo posso dire per esperienza personale.

Con l'immunità quo ante si stroncherebbe in radice il sospetto di strumentalità di certe indagini. Questo significa che il Parlamento diventerebbe la Caienna di una ciurma di sconclusionati gaglioffi? No, ovviamente no, perché gli elettori non lo consentirebbero, e quindi, ben prima di sottoporsi al loro giudizio, non lo consentirebbero i partiti, come non lo consentivano all'epoca in cui la memoria di cosa fosse il fascismo aveva suggerito di rendere inviolabili i parlamentari nell'esercizio delle loro funzioni politiche. Ma oggi chi fa il piagnisteo in memoria di certi uomini coraggiosi è il primo a tradirne il lascito, consegnandosi allo squadrismo di chi nei fatti ha trasformato quell'aula sorda e grigia in un bivacco di meetup.

Insomma: Dio è morto, Aristotele è morto, ma io sono in ottima forma, e non sono disposto ad arrendermi.

E voi?

domenica 23 gennaio 2022

Meno uno: il protocollo di Schrödinger

Cadono le braccia a pensare che secondo alcuni operatori informativi questi due documenti non sono mai esistiti!

Valutate voi:

  1. Circolare recante "Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SARS-COV-2" del 30 novembre 2020;
  2. Circolare recante "Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SARS-COV-2" aggiornata al 26 aprile 2021. 
Non me li sono certo scritti da solo, né ho falsificato io la firma digitale dei riveriti firmatari. Sì, si tratta proprio delle due versioni del famoso protocollo domiciliare "paracetamolo e vigile attesa".

Nel primo, quello del novembre 2020, si legge:


(più una serie di altre indicazioni per cui vi rinvio al documento originale). Nel secondo, quello di aprile 2021, si legge:


e credo vediate che la musica nel frattempo era un po' cambiata, verosimilmente anche a causa di quello che era successo in Senato l'otto aprile:


a sua volta conseguenza di quello che era successo sempre in Senato il primo aprile - nel video linkato vedete Bernini, Romeo, e altri... a indicare che un po' di peso politico era stato messo sul piatto della bilancia per far muovere il pachidermico ministero: una iniziativa presa con un discreto anticipo rispetto alla scoperta dell'acqua calda europea:


Ora, non entro nelle varie sfaccettature tecniche di questi documenti, che in larga parte eccedono le mie competenze (non nella parte in cui potrei raccontarvi quanto c'è voluto per passare dalla prima alla seconda versione: un'epopea che in parte risulta agli atti parlamentari ma sotto la quale c'è un lungo romanzo d'appendice fatto di contatti con tecnici, colleghi del proprio e di altri partiti, consulenti esterni, ecc., con cui non vi annoio).

Diciamo che con la revisione di aprile 2021 il Ministero ha sostanzialmente ammesso di aver sbagliato strada omettendo di menzionare i FANS, che poi erano i farmaci su cui fin dall'inizio si era concentrata l'attenzione dei medici di medicina generale che volevano curare i pazienti (già a febbraio 2021 - parlo per esperienza di prima mano - a Roma Nord la prescrizione di qualsiasi medico, ma anche di qualsiasi farmacista, a seguito di tampone positivo su soggetto non altrimenti a rischio era di andarsene a casa e prendersi l'ibuprofene - che non è il paracetamolo - e quella è rimasta, generalmente con buoni esiti: il Ministero è arrivato dopo, a forza di spintoni; ovviamente so, perché se una cosa la sapete voi, significa che io la so già, che in altri territori del nostro Paese - tipicamente: alcune zone del Piemonte - tutto questo era ampiamente noto molto tempo prima, ma anche in questo non mi attarderei, per il momento...).

Mi diverte però una cosa di questo protocollo che secondo alcuni giornalisti non sarebbe mai esistito: il fatto che, come il gatto di Schrödinger, esso sia al tempo stesso vivo e morto!

Eh già...

Perché è sostanzialmente morto per il Consiglio di Stato, quando ci dice che "il documento contiene raccomandazioni e non prescrizioni", motivo per cui non gli si può imputare né di aver impropriamente vincolato l'attività professionale dei medici, né tanto meno di averla indirizzata verso uno specifico principio terapeutico sulla cui appropriatezza da mesi (ormai possiamo dire da anni) sono stati sollevati molti autorevoli dubbi (perché incide sul metabolismo del glutatione: non chiedetemi che cosa sia, relata refero, anche se credo di poter spiegare che cosa c'entra in questo discorso più di certi autorevoli tromboni che abbiamo visto confondere antipiretici e antinfiammatori: magari un giorno succederà anche a me di confondere una curva di domanda con una di offerta, e quel giorno, vi prego, abbattetemi...).

Ma al tempo stesso il protocollo della vigilante attesa pare sia anche vivo, visto che viene utilizzato dagli ordini dei medici per minacciare di sospensione o radiazione (non è chiaro) dei medici che non lo hanno applicato alla lettera:


Mi sembra evidente che c'è qualcosa che non va: e la prima cosa che non va è che non è vero che non c'è un giudice a Berlino: ce ne sono troppi; e non è vero che il problema dei tempi della giustizia (umana) è che sono lunghi: è che sono variabili. Ci vuole pazienza, e ci siamo detti (ma è solo un educated guess) che dovremo averne fino a settembre.

Ora, io non so dove sia il torto e dove la ragione, e per fortuna non è mio mestiere deciderlo. Tuttavia, nella mia carriera universitaria ho studiato diritto privato, diritto pubblico, diritto pubblico dell'economia e diritto commerciale. Diritto quantistico non l'ho mai studiato e dubito che lo si insegni da qualche parte. Di conseguenza, starei un po' attento a radiare medici sulla base dell'inosservanza di un protocollo che secondo il Consiglio di Stato contiene "mere raccomandazioni", se veramente di questo si tratta. Il protocollo o è vivo (ma allora deve fare attenzione in primis chi lo brandisce) o è morto (ma allora brandirlo non ha senso). Il mio, ovviamente, è solo un consiglio disinformato e disinteressato di un pover'uomo affezionato alla logica aristotelica: poi, come sempre, se fate come vi pare, poi mi diverto di più... 

Intanto, io domani me ne vado al drive inDi questa, come di tante altre cose, non avevo bisogno di fare esperienza diretta, perché il mio lavoro è sapere le cose. A differenza del mio illustre e sfortunato predecessore però, ora che ci sono passato, oltre a sapere ho anche le prove. Va da sé che non dovete preoccuparvi: stiamo tutti benissimo, e siccome non fa scienza sanza lo ritenere avere inteso, potete immaginare che due anni passati in dialogo quotidiano coi massimi esperti mondiali del tema (che non sono la trista compagnia di giro lombrosiana che vi ammanniscono quotidie sui media) mi hanno permesso di affrontare in serenità e sicurezza anche questa vicenda potenzialmente rischiosa (ma nel mio caso del tutto observationally equivalent alla mia consueta allergia pre-primaverile a cipressi e mimose: comunque tranquilli, controllo tutto, la saturazione non è mai scesa sotto il 97% e la temperatura non è mai salita sopra 36,9...). Bisogna fare molta attenzione: ad alcuni amici è andata peggio e paradossalmente, in casi specifici, che ovviamente non menziono, proprio a quelli più "rocciosi". Indubbiamente questo virus è insidioso. Può intaccarti senza che tu te ne accorga, può capitarti di ritrovarti con una saturazione bassissima essendo praticamente asintomatico, ecc.

Quindi: l'attenzione non guasta mai!

Anche per questo non entro, perché non sarebbe responsabile, nell'infinito campo degli aneddoti, che sono come un'altra cosa: ognuno ha i suoi. Non entrateci nemmeno voi: sapete che certi argomenti non possono essere toccati nel dibattito pubblico sui social media. Non ve l'avrei nemmeno detto, perché sono fatti miei, se non fosse che domani lo avreste saputo dalla journaille, e dato il nostro rapporto non mi sembrava carino: magari vi sareste potuti preoccupare! Mi limito solo ad osservare che proprio perché è una malattia insidiosa e difficilmente riconducibile a una checklist (giusta o sbagliata che sia, e sopra avete un esempio di entrambe) ci sarà un giorno da fare un discorso molto sereno e articolato su quanto i pazienti del SSN abbiano avuto uguale accesso alle cure cui avevano diritto.

Lasciamo quindi divertire ancora per un po', senza commentarne le fatiche, i fantasiosi esegeti che in questi giorni rivedono la Costituzione sottoponendola alla lente deformante delle loro allucinate pulsioni discriminatorie. A quanti personaggi in cerca di editore la mamma non ha voluto abbastanza bene da piccoli! E queste piccole tragedie personali, quando non conducono a capolavori letterari, conducono a interventi spectacularly ill-timed, come disse qualcuno in un Dibattito che, anche se non volete capirlo, è esattamente questo dibattito.

Poi si farà sul serio, e per chi ora chiacchiera tanto a vanvera la faccenda diventerà meno divertente. Ma siccome non credo nelle soluzioni giudiziarie di problemi politici (o, più esattamente, siccome credo che anche le soluzioni giudiziarie dipendano in modo molto esplicito dai rapporti di forza politici), prima di arrivare a quel momento se non della verità, almeno della minore menzogna, occorrerà, in questo come in tutti gli altri settori del nostro vivere civile, che si sciolgano dei nodi politici (uno in particolare). Anche qui, se poteste fare meno rumore sarebbe tanto di guadagnato per tutti, a partire da voi. All'ultimo si contano le pecore. Io, comunque, non ho nulla da consigliarvi: fate come volete.

Ho dormito bene ieri, dormirò meglio oggi, e domani farò il mio dovere, come lo faranno i miei colleghi.

Spero altrettanto di voi.

mercoledì 29 gennaio 2020

Anche gli innocenti vanno in galera!

(...della débâcle, della Caporetto leghista, che, come ognuno sa e tutti possono vedere:



ci ha spazzato via definitivamente dalla civile e benestante terra dell'Emilia-Romagna (fonte Youtrend), cosa che si apprezza soprattutto in prospettiva storica:



(fonte SkyTg24), della soluzione finale del problema Salveenee, unico problema della politica italiana, come già lo fu, ricorderete, Berlusconi - strano che in un paese in cui c'è sempre solo un problema le cose continuino ad andare male, e in modo così complicato - di questo evento lieto per la maggioranza degli Emiliani e soprattutto dei Romagnoli, lievemente meno lieto per la maggioranza degli Italiani, parleremo con calma un'altra volta. Qui abbiamo dovuto elaborare già ben altri lutti, e ce l'abbiamo sempre fatta. Oggi sono stato a un dibattito, e mi interessa che ascoltiate non quello che ho detto io, perché, come al solito, non so se sono stato sufficientemente chiaro, ma quello che hanno detto gli altri, perché quello, ve lo confesso, non sto riuscendo a elaborarlo. Ecco: quello che hanno detto gli altri ascoltatelo, perché esattamente come intelligenza è non dover ripetere la propria esperienza - ricordate la mosca e il vetro? - così umanità è non dover aspettare che capiti a te. E allora, ascoltate...)








(...poi mi dite che cosa vi ha colpito di più. Io quello che mi ha colpito me lo sono segnato...)