L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
Com’era inevitabile, in queste ore i nodi stanno venendo al pettine, in una misura onestamente inattesa anche per chi vi scrive. Che però ci fosse qualcosa di sostanzialmente fallace nell’argomento secondo cui Trump o Elon fossero “uno di noi” qui, visto che nessuno ci legge, ci siamo sempre permessi di dirlo. Si tratta di un problema metodologico generale. Il mondo è troppo complicato per darci la garanzia che il nemico del nostro nemico (in quale battaglia?) sia matematicamente nostro amico, o amico dei nostri amici (cioè di altri nemici dei nostri nemici). Come corollario, quindi, non c’è nulla di così strano nel fatto che due nemici dei nostri nemici scoprano di non essere amici!
Questo dobbiamo sempre tenerlo a mente. Le grida di vittoria per battaglie vinte da altri, in altri paesi, su altri presupposti, in altri contesti, possono avere il significato tattico di rinforzare il morale della truppa, di rinsaldare il consenso. È successo anche a me, anch’io mi sono abbandonato a questa tentazione. Ricordo il mio intervento, che forse pochi di voi ricorderanno, al palazzo delle stelline a Milano nel 2016 quando ironicamente esordii con: “Dio è con noi, e adesso è con noi anche Trump!” Parlo ovviamente dello stesso Trump che poi, in un momento difficile di questo paese, fece il noto endorsement a Giuseppi. Cose che all’epoca era praticamente impossibile immaginare, anche per chi aveva scritto da poco il post in cui prevedeva che Pd e 5 Stelle si sarebbero saldati (ma onestamente la benedizione degli Stati Uniti a questo improbabile coniugio non me l’ero immaginata, non essendo per me chiaro allora, come non lo è ora, l’atteggiamento degli Stati uniti nei confronti del Problema, che è e resta l’euro, il che mi suggeriva di non addentrarmi in pronostici per i quali mi mancava un elemento essenziale).
Naturalmente questo non vuol dire che l’emersione di fatti o persone disruptive non debba essere salutata come un elemento positivo. Certamente lo è! Non vuole nemmeno dire che quanto terrorizza, destabilizza, o anche semplicemente infastidisce il Santo sinedrio piddino non sia di per sé un dato tattico positivo. Visto che non ci piace dove siamo, qualsiasi cosa smuova le acque è ovviamente benvenuta, perché in qualche modo ci aiuta a spostarci. Questa però è tattica, cioè la risposta alla domanda: come mi sposto, o come creo i presupposti per spostarmi? La strategia è una cosa diversa, risponde a un’altra domanda: dove voglio andare? Provando a definire in sintesi questo obiettivo, potremmo dire che vogliamo andare verso un mondo in cui la distorsione del mercato e l’ingerenza estera (entrambe a nostro danno) non siano l’essenza stessa delle istituzioni che ci governano, concorrendo ad aumentare la disuguaglianza e la tensione sociale. Un mondo cioè in cui la classe media e i ceti produttivi possano riappropriarsi di un minimo di voice e migliorare la loro posizione in termini reddituali dopo anni di arretramento relativo.
Vorremmo anche arrivarci vivi.
La questione che si pone quindi è su quali sponde dobbiamo giocare per mandare la palla in quella buca lì. Questo non presuppone necessariamente che i nostri compagni di strada la pensino come noi o abbiano i nostri obiettivi. Presuppone però un’altra cosa: che non ci dimentichiamo mai che il nostro interesse riguarda noi, non gli altri, che non possiamo chiedere ad altri di combattere la nostra battaglia, che se noi non siamo dalla nostra parte, nessun altro ci sarà, e che qualsiasi “vittoria” che non sia agita da noi non ci dà alcuna garanzia di avvicinarci in modo significativo ai nostri obiettivi. Presuppone cioè un minimo di freddezza, quella che consiste nell’essere consapevoli che non esisterà un evento palingenetico, una “vittoria risolutiva“, che nulla ci solleverà dal duro compito della militanza e del conflitto (che è poi il motivo per il quale continuo a tenere vivo questo blog).
Per questo motivo sconsiglierei di parteggiare per l’uno o l’altro dei contendenti. Sì, è abbastanza evidente che Musk ha una visione, come dire, un po’ rudimentale del debito pubblico. Tuttavia, non credo che il problema principale sia esattamente lì, se anche lo fosse non credo che si possa risolvere con un momento didattico (in questo senso quello che è successo con Salvini rappresenta probabilmente un’eccezione nella storia mondiale), non credo che il suo ex amico con cui ora sta baruffando sia un raffinato analista della teoria post-Keynesiana della sostenibilità del debito, e, per spostarci su un altro piano, sono un pochino scettico sul fatto che si possa prescindere dalla tecnologia di cui Musk dispone (e non parlo di auto). Quanto all’altro contendente, è indubbio che abbia scelto come vice un eloquente cantore dell’epopea della classe media, è (o sembra) evidente che nel conflitto fra Wall Street e Main street abbia scelto di schierarsi dalla parte di quest’ultima, tuttavia, se avessi un euro da scommettere, preferirei scommetterlo sui Lupi di Pizzoferrato in finale di Champions League, piuttosto che sull’idea che un miliardario statunitense passi le sue notti leggendo le analisi del capitalismo produttivista di Froud et al. (l’ultima volta ne abbiamo parlato qui, e nel frattempo pare che la Bce si sia accorta anch’essa del problema), ragionando su come sganciarsi dal coupon pool capitalism magari ristabilendo un minimo sindacale di financial repression. Non credo, e non glielo auguro, considerando che gli hanno sparato per molto meno!
Come dicevo qualche sera fa a una tavolata di manager, il fatto che la sinistra non difenda più i lavoratori per noi è un disastro, perché costringe noi a farlo, raddoppiando il nostro lavoro! Era ovviamente una battuta e così è stata intesa (volendo essere seri, dovremmo invece fare un discorso su perché la sinistra abbia rinunciato, bollandolo come interclassismo, al tentativo di tracciare una demarcazione tra interessi di classe rispondente alla realtà odierna, non a quella di due secoli fa), ma ci avvicina a un punto con cui vorrei concludere il mio sermone.
Il problema insito nell’aspettarsi che siano altri a combattere le nostre battaglie non è solo nell’indurci a una postura passiva, nel suggerirci di stare sdraiati sotto al palmizio della storia aspettando che cada la banana (o la noce di cocco?) del risultato da noi auspicato. Il problema è più sottile, e consiste nel rischio di illudersi, in un vuoto ideologico generale, che gli obiettivi del nostro alleato pro tempore, la sua ideologia, debbano necessariamente essere i nostri. Non è così e il rischio di abbagli è presente e concreto. Tanto per fare un esempio, la cosa che più mi preoccupa dell’intera vicenda dei dazi è la controproposta di “dazi zero“, che oltre a essere abbastanza insensata di suo, smentisce tutto quello che qui abbiamo sempre detto (prevalentemente da sinistra) e la Lega ha sempre detto (verosimilmente da destra) sui limiti del liberoscambismo (pensate alla battaglia contro TTIP e CETA, ad esempio).
Mi sembra un problema per noi lievemente più grave, non fosse altro perché ci riguarda direttamente, rispetto al fatto che il noto miliardario abbia idee troppo convenzionali sul debito pubblico.
Ma questo ve lo scrivo qui, dove nessuno lo legge, con la solita clausola: speriamo di avere torto!
Dunque, da quello che sono riuscito a capire la storia sta andando avanti così: arriva il poliziotto cattivo e dice di voler mettere dazi ritorsivi contro Paesi che da 10 anni il suo Paese denuncia come manipolatori di valuta. Ci sta, verosimilmente una manovra simile è ammessa anche dal WTO, che infatti (non so se ci avete fatto caso) nella disputa che si è sollevata è il grande assente, o quantomeno, se è intervenuto, non ha avuto da parte degli operatori informativi alcun particolare risalto. Strano, perché questa è proprio materia sua! Forse lo sberlone dato dal poliziotto cattivo all’OMS ha insegnato alle fallimentari istituzioni della globalizzazione ad abbassare le penne, o forse mi sono semplicemente distratto…
Partono dotte disquisizioni sulla fine della globalizzazione e sul desiderio del capitalismo di schierarsi dalla parte dei lavoratori (qui abbiamo aggiunto a questa pozione un discreto mestolo di punti interrogativi, ma noi siamo brutte persone…).
Poi arriva il poliziotto buono, che con accenti degni del miglior John Lennon ci dice: “Immagina un mondo senza dazi!”
Last but not least, arriva la causa degli squilibri a dire: “Ci piace un mondo senza dazi! Facciamolo, o altrimenti la nostra vendetta sarà terribile!”
E a questo punto il poliziotto cattivo si fa una risata omerica di fronte alle minacce del minacciato e si frega le mani soddisfatto per aver portato il risultato a casa.
Che ne dite, il ragionamento tiene?
In questo caso, buon Parmesan a tutti!
(… non metto link perché tanto non li leggete, e quando ci servirebbero, fra una decina d’anni, per capire a chi mi sto riferendo - nell’ordine: Trump, Musk, von der Leyen - i link sarebbero inevitabilmente corrotti, impedendoci di ricostruire questo esilarante momento storico caratterizzato, come tutti i momenti storici, dal fatto che a fare più rumore sono quelli con meno argomenti…)
(…a tanta raffinatezza non credo neanche io, ma vedo che in questo periodo si tende a perdere la bussola con una certa facilità. Se si parla di tattica, il nemico del mio nemico è necessariamente un mio amico. Se si parla di strategia, bisogna avere la capacità di guardare qualche mossa avanti. Inutile dire che, pur con tutti i condizionamenti che abbiamo imparato a leggere storicamente in testi come “Sorvegliata speciale“, se il Paese godesse di una maggiore autonomia la situazione sarebbe meno complessa da gestire e soprattutto da interpretare. L’obiettivo strategico è e resta chiaro…)
Ora, siccome io dei dati di un giornalista mi fido quanto dei meme che girano su Twitter (qualsiasi cosa non sia assistita da un link alla fonte originale viene cestinata e il suo diffusore bloccato, e me ne fotto se alla fine resterò da solo...), sono andato a controllare le fonti ufficiali, che ad oggi su Eurostat si fermano ad aprile.
Il quadro che emerge è questo:
non leggibilissimo a causa della stagionalità. Filtrandolo in modo un po' rozzo con un filtro alle medie mobili (un filtro passa-basso - ingengngnieri, scanzateve!), si precisano le tendenze di fondo:
dove quello che mi interessa e preoccupa non è tanto quello di cui tutti si preoccupano oggi (il caso tedesco, di cui magari poi parliamo), quanto quello che succede a noi, cioè alla spezzata gialla, che è, lei sì, in una preoccupante caduta libera senza alcun precedente negli ultimi anni (mentre di correzioni come quella cui assistiamo in questi mesi la Germania ne aveva già sperimentate).
Insomma, si conferma quello che dice sempre il noto terrorista Borghi (e si smentisce ahimè quello che vi avevo invece raccontato io all'inizio del ciclo Draghi): non siamo più in una posizione di surplus estero, ci stiamo avviando anche noi, come la Francia (e la Germania) a una situazione di deficit gemelli, il che ci rende molto più fragili di quanto non lo fossimo all'inizio della legislatura.
Quanto al caso tedesco, che cosa volete che vi dica?
Non posso che ripetere quello che qui ci siamo detti tante volte: la Germania ha segato il ramo su cui era seduta, e ora cade cercando di aggrapparsi ai fuscelli sottostanti.
Imponendoci l'austerità, e quindi "forzando" un nostro surplus estero, cioè un nostro eccesso di offerta di beni sui mercati internazionali, la Germania ha forzato un eccesso di offerta complessivo (cioè un surplus) dell'Eurozona sui mercati internazionali. Lo si vede bene qui:
La stagione dell'austerità rappresenta per l'Italia e la Spagna (e altri Paesi) il passaggio da una situazione di acquirente netto di beni esteri (tedeschi) a una situazione di venditore netto di beni all'estero, assistita da una svalutazione competitiva dell'euro (ben visibile qui), in modo che anche i Paesi meno competitivi riuscissero a vendere all'estero (onde rastrellare le risorse con cui ripagare la Germania). In conseguenza di questa svolta, l'intera Eurozona diventa venditrice netta, come testimonia l'impennarsi delle barre celesti, che rappresentano il suo saldo estero. Questo dipende sostanzialmente dal fatto che la Germania ha dovuto vendere altrove quello che non riusciva più a vendere a noi (avendoci proibito di comprare). Capite bene che al compratore di ultima istanza (gli Usa) questa situazione poteva andar bene solo per un po'. Vale infatti sempre e comunque il dilemma di Triffin: certo che per comprare beni esteri agli Usa basta "stampare" (rectius: emettere) dollari, ma la contropartita di questo "privilegio esorbitante" è, qualora se ne abusi, la perdita di credibilità del dollaro e comunque la perdita di controllo della politica monetaria interna!
Ne avevamo parlato qui a proposito del TTIP, che in questo semplice quadro concettuale era chiaramente leggibile come un tentativo degli Usa di riequilibrare a proprio vantaggio la bilancia degli scambi con l'Eurozona (esportandoci più merci).
Molto più efficaci a questo scopo le barriere "non di prezzo" tirate su con lo scandalo Dieselgate: multe salatissime, crollo delle vendite e poi sostanziale bando delle vetture Diesel. Un bel problema, che ovviamente gli amici tedeschi hanno scaricato sui loro fratelli europei imponendo la svolta green.
Tuttavia, vorrei fosse chiaro che non si può essere "atlantici" e "green", perché essere green significa mettersi in mano alla Cina (per il silicio, il litio, il rame, le terre rare, ecc.), e mettersi in mano alla Cina significa non essere atlantici ma pacifici (nel senso dell'oceano), cioè, in definitiva, volere la guerra, non la pace. L'asse non è più Roma-Berlino-Tokio, è Roma-Berlino-Pechino, ma sta finendo nello stesso modo.
Insomma: tu svaluti l'euro per vendermi i tuoi prodotti, allora io mi invento che le tue macchine inquinano per non comprartele più, allora tu ti butti sul green e ti dai in mano ai cinesi, allora io ti costringo a comprare le mie materie prime, ecc.
Tutto bellissimo.
Resta da capire come si comporteranno i tedeschi a casa loro, visto che, come vi ho appena mostrato, da come si comportano qui dipende quante rogne esportano nel resto del mondo e quindi quanti controcazzi rimbalzano a casa nostra.
Certo, siccome hanno innalzato il salario minimo, ci possiamo aspettare che le loro importazioni aumentino o almeno non diminuiscano quanto l'aumento dell'inflazione avrebbe determinato (causando così una flessione dei conti esteri già provati dall'aumento dei prezzi delle fonti di energia). La paura dell'inflazzione (vi aspetto...) poi li dovrebbe portare ad innalzare i tassi di interesse, con la conseguenza di deprimere gli investimenti a casa loro e di aumentare l'instabilità finanziaria nell'intera zona.
Una situazione indubbiamente da seguire con una certa attenzione.
Ma i piddini, com'è ampiamente noto, stanno pensando ad altro...
Il 22 settembre si è svolto il primo direttivo di asimmetrie nella nuova sede operativa, che è ancora un cantiere. Quattro ore per decidere tante cose, dall'organigramma dell'associazione al programma del #goofy6. Marcello aveva detto che a un certo punto sarebbero venuto a intervistarlo, e così è stato: già che c'erano, hanno intervistato anche me, e questo è il risultato. Non fate caso al gatto morto che devo tenere in mano: la stanza è spoglia, il soffitto alto, l'acustica molto risonante: la pelliccia del gatto morto serve ad ovviare a questa risonanza.
I contenuti li lascio valutare a voi...
Seconda intervista
Il 19 marzo sono andato al Casale Alba due per un incontro dal titolo eloquente, che forse ricorderete:
Fra il pubblico c'era un simpatico giovine friulano, che poi mi contattò per un'intervista da pubblicare su questo interessante blog. Qualcuno di voi ha saputo, e qualcun altro intuito, che anno io abbia passato. Fatto sta che sono riuscito a rispondere alle sue domande (corrette e moderatamente stimolanti) solo qualche giorno fa. Non ho avuto alcuna risposta. A questo punto, visto che ho perso tempo a rispondere, l'intervista la pubblico qui (dove avrà molte più opportunità di essere letta). Fatemi sapere se vi interessa, e magari anche perché il mio parere oggi non viene più ritenuto interessante dal blog dei montanari (a proposito: fra pochi minuti sono su Radio Onda Rossa: Bagnaiextraparlamentaredisinistraaaaaaaa...).
> 1° Prof.
Bagnai, l'Italia entrando nell'UEM ha adottato un cambio sopravvalutato - una
delle cause principali della perdita di produttività delle aziende
medio-piccolo - che, in assenza dello strumento della svalutazione esterna,
impone sostanzialmente due vie per incrementare la competitività delle imprese:
la deflazione salariale e la precarizzazione del lavoro. Si potrebbe dire,
senza tema di smentita, che l'euro sia uno strumento di lotta di classe che ha
completato il disegno di smantellamento dei diritti sociali, avviato con le
politiche neoliberiste messe in atto dai primi anni 80. La sua battaglia di
messa in luce della verità, vista la posta in gioco, dovrebbe essere portata
avanti con decisione dalle forze che si definiscono anti-liberiste, da quelle
che storicamente difendonole fasce più
deboli della popolazione.Perché,
allora, una larga fetta della sinistra radicale continua a vedere il tema
dell'euro come un tabù?
Sono
assolutamente d'accordo sulla definizione di euro, e più in generale di cambio
fisso, come strumento di lotta di classe. È esattamente così che nell'agosto
del 2011 posi il problema sul Manifesto (quotidiano che si definisce
comunista). Per essere precisi: il cambio rigido, pressoché ovunque e in ogni
tempo, è una istituzione il cui scopo è sovvertire il conflitto distributivo a
danno del lavoro dipendente. A quell'epoca ancora non conoscevo, o non erano
ancora stati scritti, i lavori che sostengono questa mia intuizione. Il
ragionamento ha due semplici tappe: primo, come ha mostrato nel 2001 Ishac
Diwan, economista della Banca Mondiale, nell'epoca del capitalismo finanziario
il conflitto distributivo si combatte nei periodi di crisi finanziaria. Per noi
non è una novità: pensate ad esempio al definitivo smantellamento della scala
mobile e alla riforma dei meccanismi di contrattazione attorno alla crisi del
1992, e pensate all'ignominioso "FATE PRESTO!" che durante la crisi
del 2011 annunciò le varie riforme di Monti, Fornero, Giovannini, ecc. Secondo:
come hanno mostrato nel 2013 Atish Ghosh, Mahvash Qureshi, e CharalambosTsangarides, tre economisti del Fondo
Monetario Internazionale, non si conoscono crisi finanziarie che non siano
state precedute da periodi più o meno lunghi di rigidità del cambio. La
rigidità del cambio fornisce una garanzia ai prestatori esteri: la garanzia che
il loro credito non si svaluterà. Inutile dire che questo abbassa le cautele di
chi presta: chi prende a prestito ne approfitta, salvo poi trovarsi in una
situazione insostenibile, sia sul piano finanziario (troppi debiti) che su
quello reale (il credito estero fomenta l'inflazione interna e quindi rende il
paese meno competitivo). La crisi di finanza privata viene raccontata come una
crisi di debito pubblico (questo perché soldi pubblici vengono spesi per
salvare, direttamente o indirettamente, le banche private), e la crisi di
competitività viene presa a pretesto per smantellare i presidi dei diritti dei
lavoratori (dai meccanismi di contrattazione salariale, allo stato sociale).
L'adozione di un cambio fisso, nell'esperienza storica del dopoguerra, è sempre
ed ovunque un'aggressione ai diritti dei lavoratori.
> 2° Joseph
Stiglitz, in un intervista uscita lo scorso anno sul Financial Times, ha
dichiarato: "È importante che ci sia una transizione morbida fuori
dall'euro, con un divorzio amichevole, verso un sistema euro-flessibile, con un
Euro forte del Nord e uno più debole del Sud. Certo non sarebbe semplice. Il
problema più rilevante riguarderebbe l'eredità del debito. Il modo più semplice
sarebbe ridenominare tutti i debiti europei in debiti dell'euro del Sud".
Crede che sia una proposta sensata o l'unica soluzione sia quella di ritornare
alle monete nazionali?
Credo che a
sinistra, se ci si vuole guardare in faccia senza vergogna, si dovrebbe
ripartire da alcune basi metodologiche. Stiglitz quali interessi rappresenta? A
tutti gli effetti, quelli di una certa finanza "atlantica" che ha
fortissimamente voluto l'integrazione europea, in chiave antisovietica, come
fondamentale base logistica per combattere la guerra fredda. I tempi sono
cambiati, ma le radici del progetto sono quelle, e questo non andrebbe mai
dimenticato, altrimenti si dimentica anche perché il crollo del nemico esterno,
nel 1989, impartì al progetto integrazionista una spinta in avanti (la moneta
unica). Sarebbe bello anche essere un po’ raffinati metodologicamente, e
capire, ad esempio, che i cosiddetti economisti neokeynesiani sono più
neoclassici che keynesiani (insomma, che Stiglitz è, metodologicamente, più
parente di Milton Friedman che di Keynes, con tutto quel che ne consegue in
termini ideologici: qui potrebbe soccorrere la lettura dell’ultimo libro di Paul Davidson). Con questa premessa, e anche scontando
l'ovvia distorsione culturale che impedisce a studiosi statunitensi di
afferrare la complessità dell'esperienza storica e politica europea (qui non ci
sono né indiani né bisonti da sterminare, non partiamo né potremo mai partire
da una tabula rasa...), la proposta di Stiglitz potrebbe avere un senso solo in
chiave politica, come elemento per rendere accettabile il primo passo di un
cammino che riporti la sovranità piena nelle mani in cui è stata posta dalle
costituzioni antifasciste, almeno qui in Italia: il popolo (qui in Italia,
quello italiano). L'unica proposta sensata è questa: il resto è cosmopolitismo
borghese, espressione di quel complesso di Orfeo che, come Michéa ci ricorda, è
alla radice dell'impossibilità della sinistra di dire qualcosa di
effettivamente rivoluzionario e di contrastare in modo efficace il predominio
del capitalismo globalista. Mi fa un po' pena chi parla di tornare
"indietro" alle valute nazionali, dando a "indietro" una
connotazione negativa. Sono ingenuità, riflessi pavloviani, dei quali a sinistra
ci dovremmo veramente liberare, perché presuppongono una visione rettilinea del
progresso umano che è del tutto aberrante, figlia di uno scientismo positivista
ottocentesco che è più parente di Jules Verne che di Karl Marx. Negli anni '30
siamo andati "avanti" verso i lager, poi, dagli anni '40, siamo
tornati dolorosamente "indietro" verso un mondo senza lager. Agli
imbecilli che "non si può tornare indietro" credo che questa lieve
incongruenza metodologica andrebbe fatta notare: identificare il calendario, lo
scorrere del tempo fisico, con una manifestazione o addirittura uno strumento
di progresso porta dritti alla barbarie.
> 3° A seguito
della rottura della zona-euro, gli scenari che ci vengono prospettati sono
sostanzialmente i seguenti: A) Prevale la ragionevolezza in cui i diversi
interessi in campo vengono mediati da trattative di natura politica; B ) A
prevalere è invece una politica di chiusura nazionalistica, portatrice di
guerre commerciali e, nella peggiore delle ipotesi, anche di altro tipo....
Crede che la seconda opzione rappresenti un rischio concreto?Pensa inoltre che, a seguito del recupero
delle leve della politica economica, l'AES (Alternative Economic Strategy)
proposta a metà degli anni '70 dalla sinistra labour, consistentenel controllo dei movimenti speculativi di
capitale e in una razionale gestione delle importazioni, potrebbe essere,
assieme alla ripristino dello strumento della svalutazione esterna, la
soluzione corretta per non incorrere in persistenti deficit della bilancia dei
pagamenti?
Non va nascosto
il pericolo che l'incoscienza delle nostre classi politiche ci fa correre. Non
va nemmeno nascosto che se le classi politiche "conservatrici" sono
parte del problema, quelle "progressiste" (à la Jules Verne) non sono
certo la soluzione, per il semplice motivo che il loro determinismo positivista
le porta ad affermare come inevitabili traiettorie che invece sono frutto
dell'agire di interessi economici ben individuabili, sono del tutto umane e del
tutto reversibili. Vorrei però che la piantassimo di dare messaggi fuorvianti,
almeno noi. Questa storia dell’Europa che porta la pace, e uscendo dalla quale
troveremmo la guerra, ormai non fa più ridere, e lo dico con molta amarezza. La
"pace" portata dall'Europa si chiama Yugoslavia, Ucraina, Libia, col corredo
di politici di sinistra che si fanno fotografare a braccetto di criminali
neonazisti (neonazisti sul serio, non come i vertici di AfD). Punto. Le
tensioni create da regole economiche assurde, dettate dal forte nel suo
esclusivo interesse, hanno ridotto la Grecia in condizioni post-belliche e
hanno dato alimento a partiti di destra ultraconservatrice, spazzando via gli
utili idioti sedicenti di sinistra dal panorama politico europeo, con la felice
(si fa per dire) eccezione del nostro paese, che non credo resterà tale (cioè
un'eccezione) a lungo. Dire che la rottura della zona euro di per sé,
necessariamente, condurrà a guerre commerciali significa fare un'operazione
intellettualmente disonesta, della quale non si avverte il bisogno. La verità è
che continuando a sproloquiare in questo modo si seminano nell'opinione
pubblica i germi di una irrazionalità, di un pensiero magico, di una
regressione infantile (i mercati ci faranno tottò perché siamo stati cattivi),
della quale non ci sarebbe mai bisogno, e tanto meno ce ne sarà al momento della
rottura. Vorrei solo che chi si esprime in questo modo ci portasse un
precedente storico. Storicamente, la guerra viene prima, non dopo, lo
smantellamento delle grandi unioni monetarie (quella austro-ungarica, quella
sovietica), per il semplice fatto che le tensioni create dall'imperialismo
monetario concorrono, generalmente, alla sconfitta dei grandi imperi (non ne
sono la sola causa, ma una concausa rilevante sì), e che dopo la sconfitta
della potenza imperiale di turno gli oppressi si riappropriano di spazi di
autonomia. La guerra viene prima, ripeto, non dopo. Quindi? Certo: dobbiamo
dircelo: il nostro principale fattore di rischio consiste proprio nel fatto di
non avere una sinistra. Le cosiddette "ricette dell'AES" oggi vengono
suggerite (se pure implicitamente) perfino da Fmi. Ma dove sono gli statisti
"di sinistra" sufficientemente maturi dal punto di vista culturale e
antropologico per rivendicare un proprio ruolo nella loro applicazione? Io, in
Italia, non ne vedo, e per quel che mi riguarda considero falliti tutti i miei
sforzi di far sorgere un barlume di consapevolezza. Dobbiamo anche dirci, con
molta franchezza, che tutto è come sembra, e che il fattore umano, nei processi
storici, una differenza la fa. Non aggiungo altro per carità di patria.
> 4° In un
momento storico in cui il commercio internazionale sembra in fase di
ripiegamento, o comunque in una fase non particolarmente brillante, quanto
potrebbe guadagnare l'Italia da una ritrovata flessibilità del cambio
valutario? Esistono già delle stime riguardanti l'elasticità delle esportazioni
a un ipotetico nuovo cambio valutario?Come considerare poi il fatto che, in un
mondo dominato dai flussi finanziari, guidati a loro volta dalle aspettative
circa le scelte di portafoglio, il tasso di cambio non influenza pienamente
l'andamento della bilancia commerciale?
Non vorrei che
facessimo una grande insalata mista di luoghi comune e notizie fasulle (Luciano
Barra Caracciolo li chiamerebbe "fattoidi espertologici") diffuse dai
soliti noti: forse, almeno noi, potremmo risparmiarci questo calvario. A
sinistra siamo rimasti in pochi, siamo una minoranza: cerchiamo di essere
almeno buoni, se pure questo comporti essere un po' di meno. Stranamente,
l'idea che le svalutazioni sarebbero inefficaci proviene oggi da una delle
istituzioni di Bretton Woods, la Banca Mondiale. Questo non stupisce più di
tanto: il conflitto di interessi è evidente. Una istituzione a trazione Usa
difende un progetto a trazione Usa con il solito argomento che l'alternativa
sarebbe peggiore o non soddisfacente (e quindi, anche se c’è, ci conviene fare
finta che non ci sia). Ma queste sono scemenze, per almeno tre motivi. Il primo
è che è veramente stupido, anzi, veramente americano (nel bene e nel male) far
collassare la valutazione dei benefici di un'unione monetaria sull'unico punto
dei benefici di una svalutazione. I danni di un'unione monetaria derivano in
termini generali dal perdere sovranità monetaria, cioè, in pratica, dal mettere
il rifinanziamento del proprio sistema bancario in mano a potenze estere spesso
ostili, che possono approfittarne per condizionare i processi politici
nazionali (come la vicenda della chiusura delle banche greche al tempo del
referendum dovrebbe aver dimostrato). Il secondo è motivo che esiste una
letteratura ampia, cui accennavo sopra, che evidenzia appunto come la rigidità
del cambio accresca la fragilità finanziaria e la cattiva allocazione dei
capitali (per chi crede che il sistema dei prezzi serva ad allocare le risorse):
ormai è dato per assodato che la flessibilità del cambio è un ammortizzatore
essenziale per evitare crisi finanziarie, e in effetti noi che ne siamo privi
non riusciamo a venir fuori dalla crisi (e stiamo perdendo il sistema bancario).
Il terzo è che l'evidenza econometrica non è univoca, o se mai lo è in senso
contrario. Perfino gli studi che, con metodologie molto fantasiose, dimostrano come
le elasticità dei flussi commerciali ai prezzi sarebbero diminuite (il
condizionale è d'obbligo data la creatività degli studi), non riescono a
dimostrare che lo siano abbastanza da rendere inefficace l'aggiustamento di
cambio. Quindi, anche in quello che in fondo è l'ultimo dei problemi (il
riallineamento del cambio reale, senz'altro meno rilevante del disporre di
piena autonomia politica e del non mettere in pericolo il proprio sistema
finanziario) i dati indicano che il recupero dello strumento del cambio sarebbe
di aiuto. Forse, ogni tanto, quando si legge uno studio, sarebbe opportuno, in
economia, come già si fa in medicina, andare a leggere chi lo abbia finanziato
e quali possano essere le sue motivazioni. Questa prassi, quella di
interrogarmi su quali interessi rappresenti il mio interlocutore, per me, è di
sinistra.
> 5° In un'
intervista recentemente rilasciata alla Frankfurter Allgemeine Zeitung,
l'economista tedesco Hans Werner Sinn ha dichiarato che la Brexit sarà una
catastrofe per la Germania. Lo sarà principalmente a causa delle regole sulla
tutela della minoranza che determinano le decisioni prese dal consiglio dei
ministri europeo. Con la nuova configurazione, infatti, laD-Mark block
(Austria-Germania-Finlandia-Olanda) senza la Gran Bretagna non arriverà a
rappresentare il 36% della popolazione dell'Ue, percentuale minima per bloccare
le decisioni. Al contrario, i Paesi del sud, più propensi, vista la loro
fragilità industriale, a limitare il libero scambio, arriveranno al 42% .
Macron, probabile vincitore delle presidenziali francesi, già parla di nuovo
protezionismo europeo come risposta alla politica dell'amministrazione
americana. Crede che tale cambiamento possa davvero spostare gli equilibri a
favore dei paesi più deboli, al netto del problema legato all'istituzione
monetaria?
A questa domanda,
nel frattempo, ha già risposto la storia, ma la risposta che la storia ha dato
l'ho anticipata nei miei libri e nel mio blog, ed è ovviamente no. Ripeto: a me
sembra veramente strano che a sinistra, cioè nella sede del materialismo storico,
ci si trovi impantanati in un racconto favolistico dell'esistente. La realtà,
credo valga la pena di ribadirla, è un po' diversa. Mi spiace per chi si è
raccontato per anni che una parte del paese (ovviamente quella migliore) aveva
vinto una guerra che il paese aveva perso: il dato è che l'Italia è un paese
sconfitto e militarmente occupato (sentivo oggi alla radio che ospitiamo
cinquanta testate nucleari: non so se il dato sia corretto, ma credo di sapere
che non sono nostre!). Il nostro spazio politico è determinato da questo dato.
Una conseguenza di esso è che non esiste una ragionevole possibilità di creare
alleanze fra "poveri" che consentano di muovere minacce ai
"ricchi". Il neoprotezionismo di Macron, in effetti, è volto a tutelare
la Francia dalle scalate di paesi periferici come l'Italia (abbiamo passato
l'estate a parlarne). Come si può pensare che questo possa favorire l'Italia?
La verità è che l'Europa serve a impedirci di difenderci, non solo sul piano
economico, ma su tutti i piani. Basti guardare la differenza fra il caso Ustica
(in cui la Francia fu costretta a fare almeno finta di non entrarci nulla) e il
recente attacco alla Libia (portato avanti con spregiudicatezza in modo
apertamente ostile al governo italiano). Non credo occorra aggiungere altro.
> 6° Cosa ne
pensa della proposta, avanzata dal Prof. Brancaccio, di introdurre uno
"standard sociale" sugli scambi internazionali?
Che è senz'altro
interessante ma mi piacerebbe studiare meglio da quali meccanismi di
"enforcement" questa proposta è assistita. Mi documenterò e le farò
sapere. Temo però che anche in questo, come nei casi di infinite altre proposte
"miglioriste", mi troverò a urtare contro un limite, che è quello del
wishful thinking. Sarebbe bello se la Germania (o gli Usa, o la Cina) facessero
quello che ci fa comodo (rispettivamente: pagassero di più i lavoratori,
inducessero i paesi in surplus a mitigare le loro pretese, sostenessero la
domanda mondiale). Purtroppo se non lo fanno un motivo hegelianamente ci sarà!
La verità è che temo non abbia molto senso continuare a comprare tempo
speculando su come il sistema potrebbe essere. Dobbiamo riflettere sul sistema
così com'è. In questo senso, trovo efficace la formula proposta da Alfredo
D'Attorre (prima di rischierarsi con " quelli dell'euro"): dovremmo
rifiutare l'europeismo del dover essere, e abbracciare l'europeismo
dell'essere. Cosa è l'integrazione europea? Chi l'ha voluta? A chi fa comodo?
Di quale progetto è espressione? Questi interessi sono il vincolo all'interno
del quale dobbiamo massimizzare il nostro interesse collettivo, nel tentativo
di sopravvivere fino a quando sia possibile scardinarli, o approfittare della
loro intrinseca contraddittorietà (vedi la recente vicenda elettorale tedesca).
In altre parole, a me più che "cosa succederebbe se la Germania pagasse di
più i suoi lavoratori" (per fare un esempio), interessa "cosa
succederà visto che la Germania non ha alcuna intenzione di farlo".
Ponendomi in questa prospettiva metodologica sono riuscito ad anticipare, nel
2011, l'avanzata delle destre alla quale stiamo assistendo. Un politico di
sinistra che avesse avuto la lungimiranza o la follia di mettere in guardia
contro questo pericolo, e di rintracciarne le radici nelle regole europee,
adesso avrebbe un immenso patrimonio di credibilità da investire (certo, col
forte vincolo dato dal fatto che il sistema dei media non avrebbe dato spazio
alle sue posizioni). Viceversa, la sinistra si è impantanata nelle paludi del
"questismo" (come lo definisce Il Pedante, un blogger che mi permetto
di segnalare ai lettori): "non vogliamo questa Europa, ne vogliamo
un'altra, perché la politica è sogno!". Ma il sogno non è sinistra:
sinistra è riflettere sui processi oggettivi che rendono questa Europa, quella
che vediamo, l'unica Europa possibile.
> 7° Per
concludere vorrei tornare un attimo al problema della ridenominazione del
debito in caso di uscita dall'unione monetaria: molti, come ad es. il prof.
Salvatore Biasco (Lo stupefacente rapporto di Mediobanca sul debito pubblico e
sull'euro, 09/03/2017), pongono l'accento sulle conseguenze per lo stato
patrimoniale degli agenti economici, con un effetto catastrofico per la
stabilità finanziaria. Oltre al monte di obbligazioni del debito pubblico non
ridenominabili nella nuova lira (destinate ad aumentare a causa delle note
Clausole di Azione Collettiva), vi sono 672 ml di debito privato estero. Il
settore finanziario sarebbe investito da una impressionante mole di perdite; le
banche andrebbero ricapitalizzate; il mercato del credito diverrebbe vischioso
e ciò comporterebbe il fallimento di molte imprese; aumenterebbero le
sofferenze bancarie, già oggi al 14%; alle perdite patrimoniali si sommerebbero
quelle dovute al crollo delle azioni in borsa; l'intero attivo del comparto
finanziario si deteriorerebbe drammaticamente; aumenterebbero, e di molto, i
tassi d'interesse; anche i piccoli risparmiatori sarebbero colpiti dalle
perdite; consumi e investimenti crollerebbero, portando alla disoccupazione di
massa. Neanche la Banca centrale, tornata indipendente (e pur proibendo i
movimenti di capitale) riuscirebbe a sostenere i prezzi delle obbligazioni e
calmierare i tassi comprando titoli. I mercati perderebbero fiducia nei
confronti dei titoli italiani, privati e pubblici. Le vendite sarebbero
travolgenti e la Banca centrale dovrebbe assorbire un ammontare di titoli pari
allo stock del terzo mercato obbligazionario del mondo. Vi è poi da considerare
tutta la partita relativa al saldo del Target 2. Lo Stato, a causa della caduta
verticale delle entrate e dell'aumento di spese per interessi, sarebbe ancora
più condizionato nella gestione della politica economica di quanto lo era prima
dell'uscita dall'euro. Questo scenario è realistico?
Il professor
Biasco è molto preoccupato per le perdite in conto capitale che i BTP
potrebbero subire se ci fosse un'impennata dei tassi di interesse (ho avuto
modo di confrontarmi con lui su questo punto). Gli siamo vicini in questo suo
comprensibile timore. Gli siamo un po' meno vicini nel suo benign neglect verso
disoccupazione giovanile, deindustrializzazione, compressione dei diritti
democratici, tutti mali che il regime attuale porta con sé. D’altra parte, dopo
il bail in forse dovremmo chiederci se sia meglio, per i detentori di ricchezza
finanziaria, subire una perdita in conto capitale per via di una eventuale
impennata dei tassi di interesse, o un esproprio per via delle regole europee (cioè, sostanzialmente, per difendere l'euro). Vorrei esortare tutti a una
maggiore deontologia professionale, che deve in primo luogo tradursi nel non
formulare analisi fantasiose e prive di base fattuale. Chi tratteggia quadri a
tinte fosche ha l'onere della prova, perché la letteratura scientifica, come
ricordo in uno dei miei ultimi lavori, non dà atto di simili tregende. Al
contrario: in generale, l'esperienza storica mostra che il crollo di unioni
monetarie è scorrelato da brusche lacerazioni dei fondamentali macroeconomici
(il che non deve stupire, visto che la logica delle unioni monetarie è
meramente politica - redistribuzione del reddito - e quindi anche la loro fine
risponde in primo luogo a istanze di carattere politico); l'esperienza
italiana, poi, mostra che la configurazione dei fondamentali del nostro paese è
particolarmente solida (siamo ancora in piedi nonostante anni di regimi proni a
interessi esteri), e che il rischio finanziario del nostro paese, in caso di
uscita, è minimo. Certo, il passato non è sempre una solida guida per il
futuro, e di questo qualsiasi ricercatore è consapevole. Ma ignorare il passato
credo lo sia molto meno, e in ogni caso dietro alla mia valutazione ci sono articoli
pubblicati su riviste scientifiche di classe A (incluso il mio ultimo lavoro con Mongeau
Ospina e Granville circa l'impatto macroeconomico di una dissoluzione dell'euro
sull'economia italiana).
Dietro alle valutazioni altrui, duole dirlo, ma spesso non si riesce a trovare
nulla che non sia wishful thinking e "spannometria". Questo modo di
fare è deleterio per la reputazione della scienza economica (che infatti esce
sbriciolata da questa vicenda, ma ingiustamente: nelle riviste scientifiche
quanto sta accadendo era stato ampiamente previsto, ed è veramente un peccato
che questo patrimonio di conoscenze accumulato dai migliori studiosi
internazionali venga dissipato dall'agire poco scrupoloso di studiosi di
rilievo locale, quelli che parlano di “inflazione a due cifre negli anni ‘90”,
di “svalutazione del 30% se si abbandona l’euro”, di guerre commerciali, e via
rincarando); ma è soprattutto deleterio per la democrazia, e anzi, direi, per
la politica tout court, perché lo scopo evidente di questi scenari terroristici
è quello di imporre una visione "metodologicamente thatcheriana" (e
quindi intrinsecamente, fattualmente, attivamente thatcheriana) dei processi sociali,
è quello cioè di inculcare nel corpo politico tutto (elettori ed eletti) l'idea
delirante e fascista che "There Is No Alternative", che non ci sia
alternativa alle pulsioni di morte del capitalismo finanziario. Chi agisce in
questo modo si prende una responsabilità, in senso etico e politico, i cui
contorni, ne sono certo, sfuggono a molti, ma che la storia temo renderà
evidenti. Non sarà un bel momento, ma forse da lì potremo ripartire per ridare
un senso alle parole "fare sinistra". Condizione necessaria per questa
riappropriazione di senso è che la classe politica “progressista” che ha
attivamente partecipato al progetto europeo si tiri indietro con le buone. Non
lo farà mai, e quindi, lo dico con grande dolore e con grande rispetto, dovremo
attendere che essa sia spazzata via dalla storia, nel nostro paese, come lo è
stata altrove. Lo si sarebbe potuto forse evitare, ma la storia non si fa con i
sé e con il wishful thinking: il dato che abbiamo davanti ora è questo,
recriminare è inutile, dobbiamo gestire questa situazione per noi
particolarmente complessa, e dobbiamo farlo tenendo presente che proprio perché
la nostra parte politica e i suoi rappresentanti saranno spazzati via, è
indispensabile che i nostri ideali di solidarietà e giustizia sociale vengano affermati
e difesi con intransigenza e immediatezza. Chi pensa a sinistra che il
compromesso, la mediazione, possano assicurargli un futuro sbaglia. La sinistra
europeista ha fallito: non può né potrà mai più spendere quel capitale di
reputazione e credibilità politica che ha totalmente dilapidato. Dobbiamo ora
accumularne un altro, su basi completamente diverse, voltando le spalle a
un’esperienza di disastrosa subalternità al capitalismo globalista, senza
inseguire vantaggi tattici immediati, e preparandoci a una lunga battaglia. In
questo senso, ma solo in questo senso, la Thatcher aveva ragione: a questa
operazione di igiene etica e intellettuale “There Is No Alternative”!
...e Soros di qua, e Soros di là, e Soros organizza la resistenza contro il compagno Trump, e Soros finanzia Killary, e Soros è dietro le ONG che indirizzano l'opinione pubblica, e Soros è dietro i postkeynesiani che difendono l'assetto vigente (quelli austeritàbbruttaeurobbello), Soros, Soros, Soros, Soros, Soros...
Tutto vero (forse), ma... vi ricorda nulla?
A me sì.
Questa mattina, forte delle mie recenti esperienze in matematica inutile (avere figli riserva anche questo piacere), mi sono permesso di twittare una semplice proporzione:
TTIP:CETA = Soros:x
Nessuno ha capito cosa volessi dire, il che dimostra che il mondo è pieno, ma veramente pieno, stracolmo, rigurgita, di beati, e di santo ce n'è uno solo: S. Alberto ("Auguri!" "Grazie!"), che li sopporta.
Io non dico che il generoso filantropo ungherese non sia un problema, come non dico che il TTIP non sia (stato?) un problema. Quello che vorrei cercare di farvi capire è che uno dei tanti modi per gestire il dissenso è canalizzarlo verso un obiettivo altamente simbolico, la cui carica iconica sia talmente potente da abbacinare i dissenzienti, impedendo loro di darsi un'occhiata intorno.
Uno specchietto, ma non per le allodole: per i polli (voi, with all due respect).
Vi ricordate il mio sospetto verso certi meccanismi comunicativi così evidenti nel caso del TTIP? Per me fu assolutamente e irrevocabilmente chiaro che sotto l'ostentata segretezza (ossimoro) del TTIP c'era qualcosa che non tornava quando vidi questa simpatica allegoria dell'utile idiota esibirsi nella seguente pulcinellata, che forse alcuni di voi ricorderanno:
Quindi, chi TTIPava h24 oggettivamente (cioè indipendentemente da quanto credesse, volesse, o gli fosse stato detto di fare) stava nascondendo il CETA.
E allora?
E allora, cari amici, state sereni (cit.): scopriremo che Soros, alla fine, è folklore. Il vero Male, quello con la "M" maiuscola, non si fa vedere e non ve lo fanno vedere. Con questo non dico che non dobbiate prestare attenzione alle mosse del simpatico magnate magiaro, né tanto meno sostengo che molte di queste mosse, per come ci vengono rappresentate, non siano preoccupanti. Solo che sono molto, troppo evidenti, e visto che vi giungono attraverso un sistema dei media che è per forza di cose, tautologicamente, controllato da chi ha i mezzi per farlo (lui in primis), io qualche cautela la userei. Insomma: dopo esservi indignati, come i suoi media vogliono che facciate, contro Soros, continuate a darvi un'occhiata intorno. La parte più delicata e (per alcuni) appetibile della vostra spoglia mortale è stata posta da Nostro Signore fuori dal vostro campo visivo. In un mondo nel quale assistiamo a tante piroette da parte degli araldi del sistema (spettacolare l'inversione a U del FT su Trump, per non parlare di quella del neokeynesiano Krugman sul NYT!), ogni tanto una piroetta fatela anche voi: consentitevi il lusso di 360 gradi di orizzonte, in un mondo nel quale molto evidentemente tutti vogliono che vi concentriate su un punto solo.
Il Male si muove sotto la superficie, ma siccome è grosso, qualche increspatura ogni tanto la lascia.
Cerchiamo di non distrarci.
E comunque: #hastatoSoros...
(...ultimo avvertimento: per favore, parliamo di cose serie...)
"Il CETA si fa, il CETA non si fa, il CETA dice questo, il CETA vuole quello"...
Per questo avete i gazzettieri.
Se siete qui è perché volete qualche riflessione originale, e io ve ne offro due al prezzo di una.
La prima: da quanto ce la menano col TTIP? Da anni. Qui ne parlammo (male) per primi nel 2014, evidenziando sì gli aspetti tecnici (le misure dei possibili impatti e i loro limiti metodologici, ad esempio), ma soprattutto gli aspetti comunicativi. Ecco, parliamo di questi. Del CETA da quanto sentite parlare? Da un paio di mesi. Ma le trattative vanno altresì avanti da anni. Il CETA non è molto diverso dal TTIP. Quindi, se si vuole fare un trattato di libero scambio non dico in segreto, ma con una certa discrezione, evidentemente lo si può fare. Son cose tecniche, laggente nun capischeno, e se ne sbatteno abbondantemente li cojoni (e io li capisco).
Ma allora perché la segretezza del TTIP viene ostentata con tanta insistenza? Una segretezza quasi caricaturale: i parlamentari che non possono portarsi nemmeno una matita per prendere appunti, o giù di lì, il documento custodito come nemmeno verrebbe custodita l'arca dell'alleanza, e via dicendo? Chissà...
Intanto, una variopinta corte dei miracoli di paladini della democrazia (?) combatte la sua battaglia, e noi tutti contenti: il bene vince, il male perde, la democrazia funziona. Un primo risultato, quindi, il TTIP l'ha senz'altro portato a casa, ed è quello di farci contenti e cojonati.
Se voi siete contenti. Io no, perché mamma mi ha fatto con l'orecchio musicale, e io qui la stecca la sento. Qualcosa che non torna nella storia c'è, e non è (solo) il contenuto del trattato, quanto (soprattutto) il modo in cui ce la stanno menando...
La seconda: torniamo al CETA. L'argomentone di quelli che dicono che lo scenario "norvegese" della Brexit (Inghilterra che entra nell'EFTA, e quindi nello Spazio Economico Europeo, riduce i suoi contributi a Bruxelles, e sostanzialmente si regola come prima, salvo poter riprendere un minimo di controllo sui flussi migratori - cosa a dire il vero incerta - e potersi muovere come meglio crede sui mercati emergenti) è che: "Eh, ma così non hanno voce in capitolo sulle regole comuni!"
Ora io dico: ma scusate, quando andate a comprare un'automobile, avete forse bisogno di sedere nel CdA della casa automobilistica di vostra elezione? Io non credo. L'idea che si possa trattare solo se si è al tempo stesso parte e controparte mi pare così, a pelle, un po' bislacca. Mi sembra che dica molto su come concepiscono il mercato e le trattative a Bruxelles, e poco su come va il mondo, perché, vedete, il mondo funziona in un altro modo.
Prendete ad esempio il CETA.
Noi al Canada vogliamo bene: il suo premier è un gran bonazzo (e pare non decerebrato, ma non ho esperienze dirette), ci sono tante foreste, le giubbe rosse, e poi c'è il mio stato, l'Alberta. Perché voi lo sapete, sì, che il Canada è uno dei grandi stati federali che Giove ci invidia: sarebbero, insomma, gli Stati Uniti del Canada, come l'Australia sono gli Stati Uniti dell'Australia, e l'India gli Stati Uniti dell'India. Certo, solo noi non riusciamo a fare gli Stati Uniti d'Europa: ci sono riusciti perfino gli indiani! Quelli di India, ovviamente. E quelli d'America? Bè, anche loro hanno dato alla causa il contributo che potevano dare: crepare. Sì, perché le grandi esperienze federali sapete come nascono, no? Prima si fa tabula rasa (l'India è un discorso a parte) e poi si fa una meganazione. Cosa che, a dire il vero, in Canada non è riuscita benissimo: gli indiani li hanno sterminati, i bisonti pure, ma i francofoni no, non ci sono riusciti (e forse non ci riusciremmo nemmeno noi in Europa), per cui il progetto proprio benissimo non va, tant'è che il mio caro amico Denis Grenier, musicologo del Québec, parla di Cacanada...
Ma sto divagando.
Noi, dicevo, al Canada vogliamo bene, ma alla fine che cos'è il Canada? Una immensa distesa di terra, abitata da appena 35 milioni di persone (poco più della metà della popolazione del Regno Unito: 65 milioni). Ora, capirete che, con buona pace degli scemi per i quali "nel mondo globale bisogna essere grandi" (territorialmente), i canadesi non sono supereroi: ne consegue che la loro produttività è umana, e pertanto il Pil del loro paese è, a dollari correnti, pari a 1552 miliardi: meno del nostro (1815 miliardi di dollari) e quasi metà di quello inglese (2849 miliardi di dollari).
Ora: voi volete dirmi che un paese al quale vogliamo bene, il Cacanada, che è un gigante in termini geografici, ma un normodotato in termini economici, riesce, dall'esterno dell'UE, a fare una "pace separata" con l'UE stessa, il famigerato CETA appunto, col quale dà alle sue aziende una bella serie di vantaggi, e un paese ben più forte economicamente, demograficamente, culturalmente, militarmente, il Regno Unito, non riuscirebbe a concludere accordi commerciali un minimo vantaggiosi per le multinazionali sue, o in esso insediate, senza doversi sorbire la fiatella etilica di Juncker?
Ma veramente pensate questo?
E allora siete come gli imbecilli che pensano che la grande Europa difenderà il proletario europeo dal capitalismo cattivo. Vedete come lo difende? Concludendo uno dietro l'altro accordi che permettono alle multinazionali di portare in tribunale gli stati sovrani se i regolamenti di questi ultimi ostacolano il libero commercio (il quale, storicamente, avviene sempre nell'interesse del più forte).
L'imbecille vi dirà: "Ma queFta non è l'Europa, non non vogliamo queFta Europa!".
Bene: sarà or che ve ne facciate una ragione: un'altra Europa non è poFFibile.
Un altro mondo sì: quello in cui oltre a tanta povera gente che avrebbe solo voluto vivere in pace protetta dalle istituzioni sociali e democratiche del suo paese, cominciassero ad andarsene, per par condicio, anche i Fognatori.
Ma questo mondo dobbiamo crearlo noi: ovviamente non sterminando i Fognatori (non vogliamo fondare uno stato federale, quindi la violenza, che deprechiamo, non ci serve), ma aprendo gli occhi e facendo ragionamenti semplici, quelli di fronte ai quali i mostri generati dallo scellerato Fogno della politica si dissolvono.
Insomma, ragionamenti come quelli che ho fatto oggi qui per e con voi: se un Trattato si può fare in segreto (come il CETA), è strano che la segretezza di un trattato come il TTIP venga invece sbandierata per creare allarme; e se uno stato che è la metà del Regno Unito, come il Canada, può negoziare con l'UE e dall'esterno dell'UE condizioni per sé vantaggiose, perché non dovrebbe riuscirci uno stato che è il doppio del Canada, come il Regno Unito?
Sono le cose semplici quelle che sempre sfuggono (forse perché semplice non vuol dire banale).
Le offro alla vostra discussione...
(...il sogno della politica genera mostri...)
(...domani giornata molto piena: vado a sentire Lavoie, poi Helleiner, poi ho un altro seminario del quale non posso parlarvi perché è under Chatham house rule. Cose che capitano quando il mondo diventa mainstream, e non ti può quindi più liquidare come eterodosso: ti fai tanti nuovi amici, e rimpiangi il tempo in cui erano tuoi nemici...)
fra poco, o da
poco, avrete forse ascoltato in televisione le parole di un’alta carica
istituzionale alla quale la legge ci comanda rispetto. Io me le risparmierò (o
me le sarò risparmiate). So, come sapete voi, che da quel lato possiamo
aspettarci poche sorprese. Non penso di riservarvene molte di più io, ma non
rinuncio al desiderio un po’ egoistico di condividere con voi l’angoscia e l’amarezza
di questo momento.
1. che il
Quantitative Easing di Draghi avrebbe fallito (per motivi
a noi chiari da anni, poi brillantemente ribaditi e sviluppati a maggio su asimmetrie.org
dall’amico Charlie Brown);
2. che la
crescita sarebbe stata inferiore alle aspettative del governo (e più vicina
alle nostre
previsioni);
3. infine, che il
TTIP avrebbe fatto qualche passo avanti (il meccanismo comunicativo adottato, d’altronde,
ci chiariva che anche in questo caso, come in quello della moneta unica, la
decisione è sostanzialmente già stata presa, e tutto il resto è teatrino).
Che il QE abbia
fallito lo dice da settembre anche il Financial
Times, il cui scetticismo verso Draghi rasenta ormai il
dileggio. Sulla crescita non mi pronuncio: ognuno di voi sa cosa pensarne.
L’ultima edizione dei Conti
trimestrali ISTAT dà per acquisita una crescita 2015 pari allo 0.6% (la
nostra previsione). Nulla di sorprendente: il governo si basava sul suo wishful
thinking (che entro certi limiti è anche un suo dovere istituzionale), e noi su
un modello pubblicato su rivista, che aveva chiaramente specificato come e
perché il QE non avrebbe promosso la crescita (ma
questo lo sapete). Del TTIP è inutile parlarne. Decisioni prese sopra le
nostre teste.
Con queste
premesse, ho timore di volgere lo sguardo al 2016. Non è escluso, e anzi appare
in questo momento molto probabile, che esso ci ponga di fronte al bivio del
quale vi ho parlato tante volte: quello fra ricapitalizzare le nostre banche in
euro, mettendoci in mano alla troika, o ricapitalizzarle in lire, riprendendo
in mano la nostra vita. La prima opzione ci è stata graziosamente annunciata
dall’amico Lars, nell’inedita veste di misso dominico, come vi ho riportato qui;
la seconda opzione è quella che la storia dichiara inevitabile, cosa della
quale ormai si accorgono un po’ tutti: dal simpatico Bilbo,
a Zingales (se pure in forma tortuosa e implicita, come vedremo). Quindi la
valutazione è che arriveremo con probabilità uno alla seconda, ma passando con
una probabilità ormai decisamente superiore a 0.5 per la prima.
Se però mi
permettete, vorrei motivare questo giudizio di sintesi con un minimo di
analisi, stimolata anche dalle recenti discussioni su questo blog. La domanda
che in molti ci siamo posti (o almeno, che vi ho stimolato subliminalmente a
porvi) durante questo ultimo mese è: “ma perché quando si parla di moneta o di
corruzione la gente sclera?”.
Può sembrare che
questa domanda abbia poco o nulla a che vedere con la crisi bancaria che tanti
paventano, o con la maggiore o minore probabilità di un commissariamento dell’Italia.
Può sembrare anche che i due termini della questione (corruzione e moneta)
siano eterogenei, e che quindi metterli insieme in uno stesso interrogativo non
ci aiuti molto a procedere nella nostra analisi, nella nostra comprensione del
reale.
Naturalmente la
penso in modo un po’ diverso. Credo che una riflessione su questa domanda ci
aiuti a capire perché siamo arrivati qui e quali strade ci si aprano, o meglio
chiudano, davanti. Per giustificare questa mia intuizione, vi faccio notare una
cosa. Esiste una piacevole simmetria fra lo sclero sulla moneta e quello sulla
corruzione. Come ormai avrete notato, chi sclera sulla moneta normalmente tende
a negare che essa sia un fatto politico (“l’euro è solo una moneta”), il che
non esclude che ad essa attribuisca un valore morale (“non puoi più fare il
furbo svalutando la liretta”). Simmetricamente, chi sclera sulla corruzione
normalmente tende a considerarla il
fatto politico (in effetti: l’unico fatto politico rilevante), riconducendo sistematicamente
i giudizi politici a giudizi morali.
Vorrei porre come
ipotesi di lavoro quella che l’esercizio del dibattito e dei diritti politici abbia
come obiettivo il trovare, nelle forme che l’ordinamento prevede e consente, un
punto di sintesi fra interessi in conflitto, affinché la vita della polis resti
nella misura del possibile pacifica e ordinata. Io non sono uno scienziato
politico, quindi può darsi che chi invece lo è trovi questa mia affermazione un
po’ naïve (e in questo caso, a differenza di quando si parla di cose che io
conosco e l’interlocutore no, sarò lieto di accettare correzioni). Diciamo però
che se scendiamo dal terreno dei grandi ideali (cioè delle cortine fumogene) a
quello della “struttura” (cioè dell’economia), è abbastanza ragionevole
riconoscere che capitale e lavoro (da definire caso per caso) hanno interessi
confliggenti, e che una mediazione efficiente di questi interessi è
indispensabile. Sapete che la mediazione attuale, quella basata sullo
schiacciamento del lavoro, è inefficiente, perché conduce naturaliter a una
crisi finanziaria, come spiego ne L’Italia può farcela, dopo avervene parlato
ad esempio a Pescara
e a Bruxelles.
Ora, torniamo ai
nostri amici per i quali la corruzione è un fatto politico, mentre la moneta
no. Secondo me le cose stanno esattamente al contrario: la moneta è un fatto
politico, la corruzione no.
La corruzione non è un tema politico
Mi spiego subito,
partendo dalla seconda affermazione (prima che qualche poraccio con l’invidia penis del SUV venga a buttare
tutto in caciara), e lo faccio con un esempio. A voi risulta plausibile, o
anche semplicemente possibile, che un partito politico metta nel suo programma l’incitazione
alla corruzione? Direi di no. Difficile che un politico si presenti in un
dibattito dicendo: “Io sono per la corruzione!” (o per l’incesto, o per quel
che è…). Ora, visto che nessuno dichiarerà mai di propugnare o difendere la
corruzione, sul tema non ci potrà mai essere contrasto di interessi, e nemmeno
di vedute, né dibattito fra favorevoli e contrari. Quello della moralità, in
effetti, è un tema prepolitico: chi lo usa come tema politico si propone in
effetti di annientare la possibilità di qualsiasi dibattito.
Lo si è visto
bene nel dibattito sottostante a
questo post, che, scritto al volo ai giardinetti, ha avuto un successo
inaspettato (bè, proprio inaspettato no, ormai mi conoscete…): 12867
visualizzazioni, 244 commenti, 16 “+1” in GooglePlus. Ma la discussione ha
avuto degli esiti che non stento a definire surreali.
Ci sono stati
alcuni casi patologici (non me ne vogliano gli interessati), come quelli di tal
Zundap, che commentando un post nel quale scrivevo che il Fatto Quotidiano “è
più o meno l'unico giornale che ci stia informando sulla crisi bancaria, cioè,
come qui sappiamo da quattro anni, sulla crisi tout court”, e che “sta facendo
un lavoro eccellente, e c'è da scommettere che passerà i suoi guai per questo.
Quindi è nostro dovere sostenerlo. Ha anche dimostrato di essere l'unico
(leggi: UNICO) organo di stampa italiano aperto a un minimo di pluralismo sui
temi di fondo”, interviene in tal guisa:
Luigi Zundap ha
lasciato un nuovo commento sul tuo post "La corruzzione rende
ciechi":
Travaglio ed il
FQ non sono il massimo dell'informazione ma per favore in mezzo alla stampa
nazionale sono uno dei pochi giornali che cercano di fare una informazione
"decente" quindi "non spariamo sul pianista".
Postato da Luigi
Zundap in Goofynomics alle 28 dicembre 2015 14:27
E va bè…
Ma anche al di
fuori di questi casi limite, nessuno è voluto entrare nel merito delle tre questioni che sollevavo:
1. è scorretto
(mi spiace dirlo, ma questo è) presentare surrettiziamente come un’anomalia
statistica un dato che viceversa è in linea con la media europea (l’evasione
italiana sta all’evasione europea come i redditi italiani stanno a quelli
europei);
2. è
politicamente inopportuno, soprattutto in questo momento di emergenza
nazionale, farlo con intenti razzisti verso gli italiani;
3. è logicamente contraddittorio
chiedere di pagare le tasse a beneficio di una comunità che si dipinge come una
comunità di cialtroni (che quindi non meritano né risorse né tantomeno
correttezza).
Ecco, è
soprattutto l’ultimo punto che mi sembra sia sfuggito un po’ a tutti. Il
messaggio “travaglista” è intrinsecamente contraddittorio, a mio avviso. Non
puoi partire dall’assunto che noi italiani siamo ontologicamente merda senza
se, senza ma e soprattutto senza forse, e poi pretendere che siamo lieti di contribuire
(da contribuenti) a questo mucchio di letame! Forse chi esorta alla lealtà
verso lo Stato, dovrebbe mostrare, o almeno fingere, un minimo di fiducia nelle
proprie istituzioni e nei propri concittadini, di moderato orgoglio nazionale, qualcosa
che trametta insomma il senso che il sacrificio che si sta per fare non è un
vuoto a perdere, non va solo nelle ostriche di Batman, ma anche (e prevalentemente)
nello stipendio del medico di pronto soccorso. Invece gnente. Noi siamo merda,
ma dobbiamo pagare altre merde. Insomma, la versione Cambronne del mercoledì
delle ceneri: merda alla merda.
Invece di
discutere questo tema, cioè l’opportunità di creare un minimo di senso dello
Stato partendo dalla costruzione di un’identità positiva per la nostra
comunità, si sono attraversate sessanta sfumature di imbecillità, dal “Bagnai giustifica
la corruzione”, all’immancabile “artigiano col SUV”, senza mai passare per un
confronto coi numeri (il tema della mia prima osservazione).
Ma non ne voglio
ai tanti che hanno animato questo surreale dibattito. Non è colpa loro se sono
caduti in trappola. L’uso di un tema prepolitico con finalità apolitiche non è
mica casuale, non è una novità, e non è che ci voglia un genio per praticarlo,
mentre bisogna essere un minimo smaliziati per evitare di cascarci. Sono
tecniche che si imparano sui libri, come quelli di Foa e di Giacché. Per
azzerare il dibattito politico basta scegliere un tema valoriale, ed è fatta.
Il dibattito prende subito la nota piega (anzi: piegà):
Uno: “O-ne-stà!
O-ne-stà!”
Un altro: “Scusate,
la disoccupazione…”
Uno: “Ecco, sei
corrotto, sei contro l’o-ne-stà, o-ne-stà, i problemi si risolvono con l’o-ne-stà,
o-ne-stà, cosa vuoi? Fare spesa pubblica per promuovere l’occupazione? Allora
sei corrotto! Non hai capito che il problema è che se so magnati tutto? O-ne-stà,
o-ne-stà…”
E via così,
secondo il teatrino al quale assistiamo da tempo e che sinceramente stufa.
Ve lo dico in un
altro modo, cari amici. Lo capite sì, o lo capite no, dopo gli esempi che vi ho
fatto, che trasformare il tema dell’onestà in un tema politico è una trappola
costruita per costringervi al ruolo di imbecilli? Imbecilli che poi non siete,
ne sono certo. Ma quante stupidaggini si fanno agendo d’impulso? Pensateci. Se verrà
la troika, non è escluso che abbia questi
begli occhioni scuri: il Financial Times non ti sdogana per caso. Allora ne
riparleremo, se avrete voglia, va bene?
La moneta è un tema politico
Poi c’è lo sclero
sulla moneta: quello è ancor più incomprensibile. Più esattamente, come ho già avuto
modo di dirvi, è per me incomprensibile
come a “sinistra” si possa affermare che l’euro è solo una moneta! Il
rifiuto di ammettere quello che è ovvio, e che intellettuali
del calibro di Streeck ribadiscono, ovvero che i sistemi monetari sono
istituzioni, e come tali sono il prodotto dei rapporti di forza prevalenti fra
le classi sociali, e contribuiscono quindi a loro volta a determinare questi
rapporti (cioè, in soldoni: incidono sulla distribuzione del reddito), questo
rifiuto rimane per me incomprensibile e priva chi più ne avrebbe bisogno della
capacità di leggere l’evoluzione degli avvenimenti.
Guardate ad
esempio cosa ammette il nostro migliore amico, Zingy!
(in una
intervista al Fatto
Quotidiano). Dice quello che qui ci siamo sempre detti, e che era parte
della normalità, come ho cercato di spiegarvi (suscitando interminabili
scleri): che il finanziamento con base monetaria (oltre a essere, come vi ho
mostrato, una prassi
normale prima della controrivoluzione liberista), è ovviamente l’unico modo
per risolvere effettivamente un crisi bancaria sistemica. Solo la garanzia di
una Banca centrale può arrestare il panico: i risparmiatori non correranno in
banca a prosciugare (o tentare di prosciugare) i propri conti se sanno che la
Banca centrale alle brutte “stamperà” i soldi che eventualmente mancassero. E
ovviamente se i risparmiatori sanno che le cose stanno così, in banca non ci
vanno, e quindi la Banca centrale di soldi deve stamparne molti di meno!
Finirà così,
dovrà necessariamente finire così, e, come vi ho altresì già detto, anche l’eterno
secondo alla fine lo ha confessato. L’unica utilità residua del QE è quella
di contribuire indirettamente al risanamento del sistema bancario, monetizzando
la monnezza che si è andata accumulando nel tempo, cioè facendo in forma
surrettizia quello che le regole europee vietano di fare in forma esplicita: intervenire
come lender of last resort delle
istituzioni bancarie. Una funzione assolutamente fisiologica
per una banca centrale, come feci notare tempo addietro in una polemica
della quale forse
vi siete dimenticati, e che fra l’altro, secondo me, non è nemmeno
esplicitamente vietata dai Trattati (che invece vietano l’intervento per
monetizzare il deficit pubblico, cioè l’acquisto di titoli pubblici sul
primario).
Il problema di moral hazard, cioè il fatto che stampando la liretta deresponsabilizzi er politico o er l'amministratore, non si risolve espropriando i pensionati, ma punendo i responsabili, se lo si vuole fare, e questo lo dice chiaro e tondo anche Zingales (onore al merito).
Ma c’è un
problema, che capisci solo se ammetti che l’euro è un’istituzione. E qual è?
Quello che noi conosciamo, e che Zingy dice certamente senza accorgersene e
probabilmente senza volerlo dire!
Sentitelo:
“Il problema
sistemico si risolve con l’intervento della banca centrale che in caso di crisi
di liquidità deve garantire interventi massicci a sostegno delle banche. E
questo dovrebbe essere pacifico in caso di crisi generale. Ma in una crisi su
base regionale, localizzata ad esempio in Italia, la Bce interverrebbe in modo
deciso?”
Avete capito?
Riportiamo questa
logica al mondo di prima, che sarà quello di poi, ovvero il mondo delle banche
centrali nazionali. Riportiamo cioè il discorso dalla scala della nazione
europea (che non esiste) a quella dello Stato italiano (che esiste). Per
fissare le idee, sostituite BCE con Bankitalia, e Italia con Campania. Il
passo, dopo questa sostituzione, diventa:
“Il problema
sistemico si risolve con l’intervento della banca centrale che in caso di crisi
di liquidità deve garantire interventi massicci a sostegno delle banche. E
questo dovrebbe essere pacifico in caso di crisi generale. Ma in una crisi su
base regionale, localizzata ad esempio in Campania, Bankitalia interverrebbe in
modo deciso?”
Se leggete la
seconda versione, notate una certa assurdità. Perché mai Bankitalia non
dovrebbe intervenire a salvare una banca con sede a Napoli? Che interesse
avrebbe a far fallire la Campania? E perché la BCE non dovrebbe intervenire a
salvare le banche italiane? Che interesse avrebbe a far fallire l’Italia?
Ah, ecco…
Chissà se così
riuscite a farlo capire ai vostri amici che:
1. l’intervento
della Banca centrale “stampando moneta” è ammesso e anzi considerato risolutivo
perfino da Zingy e perfino dal Financial Times;
2. però non lo si
può mettere in pratica perché l’euro non è solo una moneta: è un sistema
monetario, cioè un’istituzione, che riflette un ben preciso sistema di rapporti
di forze, che in questo momento ci vedono soccombere.
Così è più
chiaro?
Ecco: se uno
capisce che la moneta è politica, allora capisce anche perché alla fine la
Banca centrale dovrà intervenire, e perché l’intervento risolutivo non potrà
mai venire da una Banca centrale europea. Il che implica, ovviamente, che l’intervento
risolutivo potrà venire solo da una Banca centrale nazionale, cioè che, come
dice l’amico Bilbo citato nel post precedente, bisognerà uscire.
E a questo punto
avrei voluto parlarvi di tavoli: ma mi stanno chiamando, e lo farò un’altra
volta e in altra sede. Il tavolo al quale devo sedermi non prevede, purtroppo, la vostra
presenza…