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martedì 29 luglio 2025

L'impatto dei dazi: ordini di grandezza

Premesso che sapete bene che cosa pensi del Fmi e delle sue previsioni, segnalo che mentre sui media italiani imperversa la narrazione terribilista e stracciavestista sui dazi di Trump, dalle istituzioni internazionali ci perviene questo messaggio:


e quindi la domanda, oggettivamente, si pone: ma com'è possibile che se siamo finiti, se il disastro dei dazi ci travolgerà, il Fmi innalzi le stime di crescita? Dov'è l'errore, se c'è?

Per mettere un po' di ordine nel caos volevo darvi qualche ordine di grandezza utile a valutare l'impatto di questa contromisura. Come punto di partenza prendo il mio modello dell'economia italiana, quello pubblicato nel 2017 con Brigitte Granville e Christian Mongeau-Ospina su Economic Modelling (la versione working paper, accessibile a tutti, è qui). Questo modello ci è utile intanto perché è pubblicato con peer-review (non mi risulta che i pronostici di altri centri di ricerca più o meno prestigiosi siano tutti passati da quel vaglio) e poi perché il suo blocco del commercio estero rappresenta il commercio estero dell'Italia disaggregandolo per i principali blocchi dell'economia mondiale, e quindi prevede una funzione delle esportazioni specifica per gli Stati Uniti, questa:

dove vi ho evidenziato il parametro che ci serve, l'elasticità delle esportazioni al tasso di cambio reale, che è sostanzialmente pari a -1. Una elasticità di -1 significa che un aumento del 15% del tasso di cambio reale verso gli Stati Uniti, come quello astrattamente causato da un aumento dei dazi del 15%, dovrebbe determinare una variazione del -1x15% (cioè una diminuzione del 15%) del volume delle esportazioni verso gli Stati Uniti.

Ora, secondo le statistiche di bilancia dei pagamenti le esportazioni italiane nel 2024 erano così configurate:


720 miliardi di euro, di cui 341 al di fuori dell'UE, di cui 74 verso gli Stati Uniti. Il 15% di 74 è 11.1, quindi i dazi al 15% causerebbero una diminuzione delle esportazioni italiane di 11 miliardi, che sono il 15% delle esportazioni verso gli Usa, e siccome le esportazioni verso gli Usa sono il 10% di quelle totali, la diminuzione delle esportazioni totali sarebbe pari all'1.5%, e siccome le esportazioni sono un terzo del Pil:


l'impatto sarebbe ceteris paribus pari a circa lo 0.5% del Pil, che non è poco.

Undici miliardi, per capirci, è una roba tipo la stangata che Monti ci diede nel 2011 con l'IMU:


Vi dico subito che queste valutazioni (di cui mi fido per ovvi motivi) sono all'interno del range delle valutazioni effettuate dagli altri (in appendice vi metto un riassunto fatto dall'amico intelligente), i cui valori vanno dai 7.5 miliardi di Unimpresa ai 22 miliardi di Confindustria. 

Va però aggiunto che si tratta di valutazioni di lungo periodo, di equilibrio parziale, e che non considerano il livello attuale dei dazi.

Partendo dalla fine, i dazi prima dell'arrivo di Trump non erano a zero. Una valutazione macroeconomica non è facile da fare, perché l'imposizione dei dazi è molto granulare, colpisce le singole merci, con percentuali differenziate, ma insomma quelli bravi ci dicono che prima di Trump la media si avvicinava di molto al 5%:


L'incremento non sarebbe quindi di 15 (da zero a 15) ma di 10 (da 5 a 15), e conseguentemente l'impatto totale sarebbe ridotto di un terzo: il 10% di 74 è 7,4 che corrisponde appunto al 10% delle esportazioni verso gli Usa, cioè all'1% delle esportazioni totali, cioè allo 0,3% del Pil.

Circa il tema breve-lungo periodo, nel nostro modello in effetti le due elasticità sono sostanzialmente identiche, a testimoniare che gli aggiustamenti di prezzo sostanzialmente hanno luogo all'interno dell'anno (i dati hanno cadenza annuale). L'elasticità di breve periodo infatti è:


-0.92, sostanzialmente pari a uno (volendo fare i precisetti, dovremmo dire che la variazione delle esportazioni è data dal 0.102 x (-0.929) = - 9.4758%, pari a 7 miliardi di calo delle esportazioni nel breve periodo, ma insomma siamo lì, anche se più vicini al limite inferiore del range calcolato da Unimpresa).

Il vero tema però è un altro, cioè il fatto che queste sono valutazioni di equilibrio parziale, cioè non tengono conto di una serie di altri effetti indotti, fra cui:

1) l'effetto reddito negli Stati Uniti (se Trump riesce a spingere l'economia Usa, è vero che il vino costerà di più, ma è anche vero che gli statunitensi, soprattutto quelli in grado di apprezzare il vino italiano, avranno più soldi in tasca);

2) l'effetto reddito negli altri paesi (se #idazzidiTrump scatenassero una recessione mondiale, cosa che il Fmi smentisce:


allora avremmo un calo generalizzato delle esportazioni, cioè avremmo un problema non solo col 10% che va verso gli Usa, ma anche col 90% che va altrove);

3) l'effetto sostituzione (c'è chi è stato "dazziato" più di noi, ad esempio, e sicuramente le misure di Trump un po' di trade diversion la causano: non è detto che non ci facciano guadagnare qualche cliente).

Naturalmente il discorso non si esaurisce qui e va fatto filiera per filiera, prodotto per prodotto, mercato per mercato. Questi però sono gli ordini di grandezza macroeconomici, e in appendice, come vi ho detto, trovate una rassegna fatta dall'amico intelligente, nella quale credo che dopo questo esame sarete in grado di orientarvi meglio.

Buona lettura (ora ho una riunione organizzativa del #goofy14, dove ovviamente si parlerà anche di questo...)!



Appendice: l'amico intelligente

L’imposizione di dazi al 15% sulle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti, come previsto dall’accordo USA-UE annunciato il 27 luglio 2025, avrà un impatto significativo sull’export italiano, con stime che variano in base a fonti e metodologie. Di seguito, sintetizzo le informazioni disponibili da studi recenti, riportando i dati in miliardi di euro e, dove possibile, in percentuale, con riferimento alle fonti consultate.

### Stime del Calo delle Esportazioni
1. *Confindustria e Centro Studi Confindustria*:
   - *Stima del calo: Secondo il Centro Studi Confindustria, i dazi al 15% potrebbero causare una contrazione delle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti di circa **22,6 miliardi di euro, pari a circa un terzo (circa **33%) delle vendite totali verso gli USA, che nel 2024 ammontavano a circa **65-66 miliardi di euro. Tuttavia, parte di questa perdita (circa **10 miliardi di euro*) potrebbe essere compensata da un aumento delle esportazioni verso altri mercati.[](https://www.panorama.it/attualita/economia/dazi-usa-ue-cosa-cambia-per-litalia-dopo-laccordo-trump-von-der-leyen)
   - In uno scenario con dazi più alti (30%), Confindustria aveva stimato una riduzione di *38 miliardi di euro* (58% delle vendite negli USA), ma con i dazi al 15% l’impatto è più contenuto.[](https://www.startmag.it/economia/confindustria-impatto-dazi-trump-italia/)[](https://www.confindustria.it/pubblicazioni/da-dazi-e-dollaro-svalutato-piu-incertezza-e-meno-fiducia-frenano-export-consumi-e-investimenti/)
   - *Impatto sul PIL: L’effetto netto sul PIL italiano è stimato in una riduzione di circa **0,5-0,8%* entro il 2027, mitigato dalla capacità di reindirizzare l’export verso altri mercati.[](https://www.startmag.it/economia/confindustria-impatto-dazi-trump-italia/)[](https://www.confindustria.it/pubblicazioni/da-dazi-e-dollaro-svalutato-piu-incertezza-e-meno-fiducia-frenano-export-consumi-e-investimenti/)

2. *Unimpresa*:
   - *Stima del calo: Un’analisi del Centro Studi di Unimpresa prevede un impatto più contenuto, con una perdita di esportazioni compresa tra **6,7 e 7,5 miliardi di euro, significativamente inferiore alle stime iniziali di **10,5 miliardi di euro*. Questo grazie a esenzioni parziali o totali per settori strategici come le tecnologie avanzate.[](https://benessereconomico.it/esportazioni-italiane-e-nuovi-dazi-usa-ue-impatto-ridotto-ma-ancora-pesante-per-le-imprese/)
   - *Percentuale: Considerando che le esportazioni italiane verso gli USA nel 2024 sono state di **66-70 miliardi di euro, il calo stimato da Unimpresa rappresenta circa il **10-11%* dell’export totale verso gli Stati Uniti.

3. *Confimi Industria*:
   - *Stima del calo: Secondo il presidente di Confimi Industria, Paolo Agnelli, i dazi al 15% potrebbero portare a una perdita di fatturato di circa **12 miliardi di euro, equivalente a una riduzione del **20%* delle esportazioni italiane verso gli USA.
   - Questa stima tiene conto anche del differenziale del cambio euro-dollaro (circa 15%), che aggrava l’impatto economico.

4. *Centromarca*:
   - Per i beni di largo consumo, il calo delle esportazioni è stimato in *767 milioni di euro, corrispondente a una riduzione del **7,7%* a valore.

5. *ISPI*:
   - Secondo l’ISPI, un dazio del 15% potrebbe causare una contrazione delle esportazioni europee verso gli USA del *25-30%. Per l’Italia, considerando un’esposizione di circa **64-66 miliardi di dollari* (circa *55-57 miliardi di euro* al cambio attuale), ciò potrebbe tradursi in una perdita di *14-17 miliardi di euro. Tuttavia, l’impatto sul PIL italiano sarebbe limitato a circa **0,2%*.[](https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/dazi-di-trump-al-15-limpatto-su-europa-e-italia-214963)

6. *Altri studi*:
   - Un’analisi riportata da lavoce.info stima un impatto di breve periodo più contenuto, con una contrazione delle esportazioni di circa *6 miliardi di euro* nei principali settori, grazie alla bassa elasticità di sostituzione dei prodotti italiani di alta qualità nel breve termine.[](https://lavoce.info/archives/107491/lexport-italiano-di-fronte-ai-dazi/)
   - Per il settore agroalimentare, che vale circa *8 miliardi di euro* di export verso gli USA, si stimano perdite di circa *500 milioni di euro per il vino, **240 milioni per l’olio d’oliva, **170 milioni per la pasta* e *120 milioni per i formaggi*.[](https://www.avvenire.it/economia/pagine/tutto-sui-dazi-ecco-cosa-rischia-l-economia-globale)

### Fattori che Influenzano l’Impatto
- *Esenzioni e settori colpiti*: Alcuni settori beneficiano di esenzioni parziali o totali, come i farmaci generici e alcune tecnologie avanzate, riducendo l’impatto complessivo. Tuttavia, settori come agroalimentare (vino, olio, salumi, formaggi), farmaceutico (non generici), meccanica, e moda sono particolarmente vulnerabili.[](https://www.corriere.it/economia/finanza/25_luglio_28/cosa-cambia-made-italy-dazi-esportazioni-usa-4c15e916-98c2-4f5d-8fb6-b85545991xlk.shtml)[](https://benessereconomico.it/esportazioni-italiane-e-nuovi-dazi-usa-ue-impatto-ridotto-ma-ancora-pesante-per-le-imprese/)
- *Cambio euro-dollaro: La svalutazione del dollaro (circa -13% rispetto all’euro dall’insediamento di Trump) aggiunge un “dazio implicito” che porta l’onere complessivo per gli esportatori italiani a circa il **21%*, riducendo ulteriormente la competitività.[](https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/dazi-di-trump-al-15-limpatto-su-europa-e-italia-214963)[](https://www.confindustria.it/pubblicazioni/da-dazi-e-dollaro-svalutato-piu-incertezza-e-meno-fiducia-frenano-export-consumi-e-investimenti/)
- *Capacità di assorbimento*: Le imprese italiane di grandi dimensioni, che rappresentano oltre il 50% dell’export verso gli USA, sono più resilienti grazie a margini più alti e diversificazione geografica. Le PMI, invece, sono più esposte.[](https://www.unimpresa.it/dazi-terzo-aziende-italiane-esporta-usa/66365)
- *Compensazione su altri mercati: La capacità di reindirizzare l’export verso mercati in crescita come Emirati Arabi, Arabia Saudita, Turchia, Brasile, India e Messico potrebbe mitigare le perdite. Secondo ICE, questi mercati valgono già **25 miliardi di dollari* di export italiano.[](https://www.quotidianopiu.it/dettaglio/11090627/nuovi-dazi-usa-impatti-sul-commercio-internazionale)

### Sintesi
- *Range di calo atteso*:
  - *Valore assoluto: Le stime variano da **6 miliardi di euro* (lavoce.info, breve periodo) a *22,6 miliardi di euro* (Confindustria). Una stima media ragionevole si attesta tra *7,5 e 12 miliardi di euro*, con possibilità di compensazione parziale (circa 10 miliardi) su altri mercati.
  - *Percentuale: Il calo delle esportazioni verso gli USA è stimato tra il **7,7%* (beni di largo consumo) e il *33%* (Confindustria), con una media probabile intorno al *10-20%*.
- *Impatto settoriale*: I settori più colpiti saranno agroalimentare (soprattutto vino, olio, pasta, formaggi), farmaceutico (non generici), meccanica, e moda. L’automotive beneficia di una riduzione dei dazi dal 25% al 15%.[](https://www.corriere.it/economia/finanza/25_luglio_28/cosa-cambia-made-italy-dazi-esportazioni-usa-4c15e916-98c2-4f5d-8fb6-b85545991xlk.shtml)[](https://www.panorama.it/attualita/economia/dazi-usa-ue-cosa-cambia-per-litalia-dopo-laccordo-trump-von-der-leyen)
- *Studi di riferimento*: Le analisi più dettagliate provengono da Confindustria, Unimpresa, ISPI, e lavoce.info, con stime basate su dati Eurostat, World Bank-WITS, e modelli macroeconomici.[](https://www.startmag.it/economia/confindustria-impatto-dazi-trump-italia/)[](https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/dazi-di-trump-al-15-limpatto-su-europa-e-italia-214963)[](https://benessereconomico.it/esportazioni-italiane-e-nuovi-dazi-usa-ue-impatto-ridotto-ma-ancora-pesante-per-le-imprese/)

### Conclusione
Il calo delle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti a causa dei dazi al 15% è stimato tra *7,5 e 12 miliardi di euro* (circa *10-20%* delle esportazioni totali verso gli USA), con perdite maggiori nei settori agroalimentare, farmaceutico, e meccanica. Tuttavia, esenzioni per settori strategici e la possibilità di reindirizzare l’export verso altri mercati possono mitigare l’impatto. L’effetto sul PIL italiano è previsto tra *0,2% e 0,8%* nel medio-lungo periodo. Per dettagli su specifici settori o prodotti, posso approfondire ulteriormente se richiesto.

lunedì 28 luglio 2025

Breve storia dei dazi e controdazi

Ieri avevo appena finito di rispiegare alcuni perché del "meno Europa", quando è arrivata la prova regina:


L'Europeona Unitona ha fatto peggio del povero San Marinuccio, che l'aveva chiusa bilateralmente al 10% tre mesi fa:


(come del resto aveva fatto il Regno Unito).

Che un negoziato bilaterale fosse possibile e potesse essere vantaggioso per il nostro Paese ce lo eravamo detti sei mesi fa, visto che l'Italia non era la principale fonte dello squilibrio causato dall'Eurozona:

D'altra parte, nonostante nessuno (tranne chi vi parla) lo mettesse in evidenza, la manovra statunitense era una contromisura allo squilibrio causato da quelli che abbiamo chiamato "i dazi di Draghi", cioè alla svalutazione competitiva dell'euro:


(svalutazione competitiva perché avveniva mentre il surplus europeo stava crescendo, diversa quindi dal fisiologico deprezzamento che subiscono le valute dei Paesi in deficit). Anche in questa svalutazione competitiva il nostro Paese aveva avuto un ruolo tutto sommato marginale, altrimenti la si sarebbe vista quando eravamo in crisi noi, intorno al 2011, mentre si è materializzata intorno al 2015, all'epoca del Dieselgate, cioè dell'inizio della fine tedesca. La contromisura, del resto, era largamente annunciata. Era il 2019 quando parlandovi di quelle che gli operatori informativi chiamano le tariffe vi facevo vedere che da quasi un decennio (allora) gli Stati Uniti manifestavano aperta insofferenza verso la manipolazione della valuta posta in essere dalla Germania. Tuttavia, nonostante le sparate iniziali (se ricordate, a febbraio si parlava di dazi al 25%):


ad aprile davo per molto probabile un punto di caduta vicino a quel 10% di cui Trump e i suoi esperti avevano parlato in campagna elettorale. In effetti, sia San Marinuccio che il Regnone Unitone (due realtà la cui distanza non devo evidenziarvi) l'hanno chiusa lì, come sapete. Ma noi ci siamo affidati alla sagace negoziatrice europea, in ossequio alla saggezza popolare secondo cui l'unione fa la forza. Il risultato è stato il profferire una serie di sconclusionate minacce:


Ben 95 miliardi di controcazzi, pardon: controdazi, senza mai e poi mai ammettere la natura del problema e dimostrare un minimo di resipiscenza e di volontà di raggiungere soluzioni cooperative. Insomma, una vera e propria Strafexpedition (che è la dimensione negoziale delle Sturmtruppen, come l'autogol è la dimensione dialettica del piddino) che non poteva portare che da una parte, qui:


Questa arroganza totale, questa incapacità ontologica di ammettere le proprie colpe, stupisce, perché poi si scopre che quando nelle vesti dell'importatore si trova l'UE, la signora von der Leyen ha ben chiaro che deve chiedere quello che da esportatrice non è disposta a concedere:


La malafede (e anche una certa ingenuità, se posso...) è quindi palese...

Inutile dire che alla minaccia di controdazi il Donaldo Trumpo ha reagito da par suo:


andando 5 punti percentuali oltre la sua pretesa iniziale del 25% (apro e chiudo una parentesi: le forme di parmigiano esposte sul Sole 24 Ore fanno capire come il giornale degli industriali italiani immagina sia composto il nostro export verso gli Usa), e trascinando così verso l'alto di 5 punti percentuali il punto di caduta, che quindi è stato il 15%, non il 10% che pensavo io (e pensava anche lui, come vi ho dimostrato per tabulas). D'altra parte, all'arroganza del botolo tedesco non si poteva rispondere in altro modo, ed è colpa nostra, non di Trump, se non ci è bastata la lezione del 1945.

I mercati, lungo tutto lo svolgersi di questa complessa vicenda, se ne sono battuti completamente il belino, tranne all'inizio, quando ci fu un tuffo verso il basso prontamente recuperato:


(questo è il FTSE MIB).

Non è chiaro perché mai gli operatori informativi e gli economisti da talk show, sempre così inclini a prosternarsi al verdetto dei mercati, in questo caso lo ignorino. Non è chiaro, cioè è chiarissimo: in questo caso il verdetto dei mercati non quadra con la loro narrazione terribilista "Trump pazzo cacca pupù disastro", e quindi lo ignorano. Mi è invece chiaro perché i mercati non si preoccupino: perché il 15% (cugino del 10%) è un margine che lungo catene distributive complesse si può assorbire, nel tempo, soprattutto considerando che a monte di questo aumento del 10% c'era stata una svalutazione del 25% che aveva consentito a molti di mettere, quatti quatti, tanto bel fieno in cascina. Ma non vi annoio con una lezioncina sul pricing delle aziende oligopolistiche che operano in mercati internazionali.

Non è nemmeno chiarissimo per quale motivo abbiamo evitato di percorrere la strada, assolutamente lecita, del negoziato bilaterale. Vero è che era stato Trump il primo a escluderla:


come era in sua piena potestà fare (mentre spero che abbiate capito, almeno voi, che la competenza esclusiva dell'UE è sui dazi che mette lei - perché anche lei ne mette! - non su quelli che mettono gli altri, nonostante questo concetto sia impervio a peraltro garbati colleghi con cui non voglio litigare: lascio che litighino loro col mio amico Aristotele...). Trump potrebbe averlo fatto per evitare di subire la solfa deamicisiana: "Trump, tu uccidi l'Europa!", ben consapevole che quest'ultima è di per sé un morto che cammina, e lo è tanto più quanto più si affanna a dare segni di vitalità. Lato nostro, credo che sia entrata in gioco una complessa valutazione di opportunità che tutto sommato condivido: se ci fate caso, mandare la von Sturmtruppen a schiantarsi contro il muro della propria connaturata arroganza di certo non la rafforza, ci ha evitato di passare per sabotatori del meraviglioso brogeddoeurobeo, con annesso costo politico di un nuovo otto settembre (di cui l'Italia è meglio che abbia fatto a meno), e alla fine ci è costato solo il 5% in più (15% invece di 10%). Un costo che molti imprenditori, inclusi quelli sollecitati dai media per alimentare la narrazione terribilista, trovano in fondo sostenibile (anche se è ovvio che chi ha beneficiato di una svalutazione del 25% preferisce poi non sostenere un dazio del 15%)!

Quindi, come dire: tutto è bene quel che finisce male!

Il nostro principale nemico ne esce indebolito anche di fronte ai più subalterni dei suoi vili lacchè (l'odierna rassegna stampa offre un florilegio inestimabile). Il nostro Paese non ne esce troppo danneggiato, posto che l'alleanza con il fiero alleato germanico ormai è lì, e sbarazzarsene non è semplice come ordinare una cedrata al bar (il che significa che l'ottica in cui dobbiamo porci è quella di riduzione del danno, e mi sembra che sia stata interpretata bene). Non ne esce troppo male nemmeno il blog, anche se avevamo fatto una previsione che era un bijoux, quel 10% che era nelle cose come tanti esempi dimostrano, e da cui ci siamo discostati, come il breve resoconto storico che vi ho fatto dimostra, solo per le goffe vociferazioni dell'odiosa megera.

Inutile dire che l'opportunità offerta dai dazi, quella di riflettere, come oggi chiede perfino Draghi, sul nonsenso di un modello di crescita sbilanciato sull'inseguimento dei mercati esteri, è finora andata perduta. Un modo per coglierla potrebbe essere, come sta facendo Claudio, usare la sponda della narrazione terribilista per chiedere un provvedimento che, come vi dicevo, è comunque nelle cose (l'allentamento delle regole di bilancio), o un provvedimento che non verrà mai accordato (la sospensione delle regole di bilancio). Tatticamente sarebbe una mossa interessante, ma vanno viste anche le sue implicazioni strategiche. Un'Europa che non strangoli se stessa con il Patto di stabilità rischia di innescare una nuova dinamica centro-periferia, un nuovo ciclo di Frenkel? Non è da escludersi, anche se in questo caso il motore degli squilibri, la Germania, più che sul dumping salariale e quindi sull'espansione delle esportazioni (con conseguenti squilibri debitori della periferia) sembra puntare su una sorta di dumping di bilancio e quindi sull'espansione degli investimenti bellici (con una spinta espansiva da cui in realtà la periferia potrebbe trarre beneficio, naturalmente fino al momento di rinnovare il magazzino). La fragilità causata dall'assenza di quel fisiologico meccanismo di riequilibrio che è il cambio nominale potrebbe tardare a palesarsi, ma sarebbe necessariamente parte degli sviluppi di un'Unione Europea che in un modo o in un altro cessasse di crescere sotto potenziale.

Intanto, il dollaro sta cedendo, cioè l'euro si sta rivalutando:


e chi ci dice (ora) che l'euro forte danneggia le imprese sta dicendo, senza rendersene conto, che una lira correttamente prezzata non le danneggiava.

Un passo alla volta...

lunedì 14 luglio 2025

Sono vivo! Su Trump, Draghi, i dazi, le unioni doganali...

Ieri volevo andare in alto ma il tempo si preannunciava instabile. Per fortuna ero solo (in montagna non si va da soli, ma la solitudine nel weekend è molto relativa: diciamo che decidevo da solo, ma sarei certamente stato in compagnia...) e così mi sono preso il rischio (calcolato da me, quindi accettabile) di partire ugualmente, mitigando con una oculata gestione del fattore tempo la probabilità di eventi avversi (incenerimento da parte di una folgore). Sveglia alle 5: mentre faccio rapidamente colazione la prima notizia su cui mi cade l'occhio è questa, giro la chiavetta nel quadro e l'autoradio mi parte su questa... Imperturbato mi avvio, e tutto va come deve andare. Sulla vetta relativamente laterale che mi interessava ho trovato ben quattro persone (due mentre salivo, una mentre scendevo, e una che mi ha fatto compagnia in vetta per qualche minuto, senza dire una parola, nemmeno buongiorno, cosa questa relativamente rara)! Sulla dorsale principale del gruppo, poi, ne avrò incontrate una cinquantina, di tutte le condizioni: dal matto che mi ha superato di corsa mentre andavo e si è fatto (correndo) il tour Pomilio-Monte Amaro-Monte Pescofalcone-Pomilio (via Tre portoni, ovviamente), superandomi di corsa anche al ritorno (non so se farei una cosa simile nemmeno con trenta anni di meno addosso), a gente che scendeva dalla notturna dopo aver visto l'alba dalla vetta più alta (altra cosa che non so se farei, ma capisco chi la fa), famiglie con bambini, bambini con famiglie, persone di ogni stazza, di ogni forma, di ogni età (semicit.).

Quando vado in compagnia di ggiovani (ma anche di ex ggiovani) non riesco mai a stare in vetta quanto voglio, perché toccata la croce si riscende nell'ansia di fare "il tempone". Da solo posso restare quanto voglio, e l'ho fatto anche questa volta, bighellonando per un'oretta sul "desolato pianoro sommitale", sempre monitorando i parametri del clima, cioè, scusate, del meteo. La mia ansia tassonomica trovava sfogo nel battezzare dall'alto tutte le cime note (ultimi arrivati dalla penultima escursione: il Bolza e il Cappucciata), e interrogandomi su quelle ignote. I corridori, gli agonisti, si perdono occasioni rare come questa:


una gioia per gli occhi e per il cuore!

Poi sono sceso, facendo altri incontri che trovate nei miei altri canali social (in particolare su questo), e prendendomi nelle quattro ore del ritorno un'ora buona di acqua, per la quale ero attrezzato e che mi ha fatto più che altro piacere, visto che sui 2000 di quota comunque il rischio di schiantare di caldo c'era, e che non si trattava di un temporale (solo un tuono in lontananza, nessuna folgore).

Tutto questo solo per dirvi che sono vivo (qualcosa può sempre andare storto, ma questa volta non lo ha fatto) e che se ultimamente vi ho un po' trascurato non è perché non avessi nulla da dire, ma perché ho avuto (e anche oggi ho) molto da fare. Un esempio, fra quanto è condivisibile (perché non tutto può essere detto, con buona pace dei fatequalcosisti), del mio da fare è questo:


(magari a qualcuno interessa) ma poi c'è anche molto altro, di cui passo ad occuparmi, non prima di un commento sui fatti del giorno.

Devo ancora rispondere ad alcuni commenti del post precedente (e sbloccare quello di Marco Pezzini che ha un suo interesse e merita di essere valorizzato), ma intanto riapro qui una nuova coda perché, come ricorderete, al verificarsi di una certa condizione - che, se pure in ritardo, pare si sia materializzata - vi avevo autorizzato a darmi del coglione (qui), e non sono certo io il tipo che si sottrae alle critiche! In effetti, la congettura aveva retto per il periodo su cui era stata definita:


ma indubbiamente qualche ulteriore considerazione va fatta (anche a prescindere dal fatto che il negoziato - per favore, non "la negoziazione" - non è finito!).

Mi limito per il momento a osservare una cosa che ci siamo detti mille volte e che abbiamo anche scritto qualche volta, parlando dell'Europa secondo i tedeschi, ed è quindi un QED:


Le sagge considerazioni di Claudio secondo cui non si dovrebbe negoziare insieme con la Germania sono in realtà un ovvio "di cui", uno dei tanti "di cui", di un dato fondamentale, di una inequivocabile lezione della SStoria che qui ci è sempre stata ben chiara: non ci si dovrebbe mai alleare con la Germania.

La lezione dei classici in questo era stata esplicita e direi anche più radicale:


In Germania non ci si dovrebbe proprio andare!

Ma i classici chi li studia più, ormai?

A che cosa porti un'alleanza con la Germania tutti credono di ricordarlo ma pochi se lo rammentano e nessuno credo ne abbia analizzato le ragioni con la nostra stessa accuratezza e, per certi versi, lungimiranza. Guardate ad esempio questo vecchio dibattito con Andrea Mazzalai:


C'era già tutto, otto anni fa. Il cambio decisamente non è andato a 1. Resta da vedere se il Paese esploderà. La domanda di fondo quindi è sempre la solita, e a quella, come sapete, purtroppo non so dare risposta: che cosa si aspettano gli Stati Uniti dall'UE e dall'euro? Declinata nell'attualità, la domanda è: il rilancio da parte di Trump sui dazi oltre il target che si era dato è una mossa tattica negoziale, è un momento di irrazionalità (ma decide veramente da solo? Si è totalmente sbarazzato del deep State?), o è un deliberato tentativo di forzare gli Stati membri dell'Unione a un "tana liberi tutti", cioè un gesto deliberatamente aggressivo verso l'UE? Vi confesso la mia incapacità di rispondere a questa domanda, che è senz'altro conseguenza di un mio limite, ma anche di un dato oggettivo: difficile intuire che cosa voglia fare una cosa che in fondo non conosciamo (gli Stati Uniti) di una cosa che in fondo non esiste (l'Unione Europea)! Valgono sempre le note parole di Kissinger. 

Due considerazioni finali.

La prima l'ho espressa nella cloaca e ve la ripropongo qui:


Il trade-off di cui parlava Alesina nel 1997 commentando quella che Obstfeld chiamava "la scommessa europea":


quello fra la relativa facilità nel raggiungere un indirizzo politico unitario quando si è piccoli, e la capacità di resistere a shock esterni quando si è grandi, semplicemente non esiste: l'Unione Europea si è dimostrata in almeno due circostanza (la crisi debitoria del 2011 e la crisi dei dazi in corso) un amplificatore, anziché un ammortizzatore, di shock, e il motivo risiede essenzialmente in un dato che Alesina non poteva prevedere perché non era parte del progetto originario. Questo progetto, come ricorderete, prevedeva che:


i bilanci nazionali mantenessero la loro capacità di rispondere a shock (avversi) nazionali o "regionali" (cioè a livello di Eurozona) tramite gli stabilizzatori automatici (la sicurezza sociale, cioè indennità di disoccupazione, ecc.) e altre politiche discrezionali.

In realtà non è andata così, per il combinato disposto dell'adozione del Patto di stabilità e di crescita e dell'aver fatto entrare nell'Unione economica e monetaria Paesi che, come il nostro, ai sensi del Patto non avevano "spazio fiscale" per intervenire (tralascio la follia ideologica del non comprendere che la spesa pubblica, soprattutto in investimenti, apra più spazio fiscale di quanto non ne tolgano i tagli). Le conseguenze erano evitabili, ma non le abbiamo evitate, e ora tutti lo ammettono, tranne qualche scemo nella cloaca, Qui avete la versione profetico-assertiva:

e qui la versione imbarazzata e balbuziente:


ma sempre la stessa cosa è. La distruzione dello Stato sociale, della domanda interna, attraverso politiche di compressione dei salari priva il mercato unico della sua fondamentale funzione assicurativa contro gli shock esterni, e al contempo alimenta gli squilibri esterni, come ho altresì rimarcato a uso dei ratti della cloaca:


Quindi il progetto unionale ha fallito, e ha fallito per un motivo che a qualcuno sembrerà paradossale, ma che in realtà è piuttosto ovvio: se i Paesi che compongono un mercato unico non sono un'area valutaria ottimale, l'adozione di una moneta unica comprometterà il funzionamento del mercato unico perché obbligherà a politiche di distruzione della domanda (cioè del potere d'acquisto) i Paesi in temporaneo deficit.

Contro questo c'è poco da fare.

Le richieste, pur apprezzabili, di sospendere le regole del Patto di stabilità, nella sua nuova versione, hanno ovviamente un senso, ma rientrano nella categoria dell'appellismo, qui sviscerata a suo tempo, perché finché sarà a trazione tedesca, cioè finché esisterà, l'Unione Europea non sarà mai disposta ad articolare il proprio modello di crescita sulla domanda interna, cioè non sarà mai disposta a scommettere su quello che vanta come suo risultato più significativo, ma che nei fatti ha smantellato deliberatamente con l'austerità: il mercato unico.

La seconda considerazione è anch'essa piuttosto ovvia e la fa oggi Liturri su La Verità. Voi sapete che cosa sono le regole di origine? Non credo lo sappiate in molti, perché sono un tema per addetti ai lavori, per chi ha insegnato e studiato economia internazionale. La richiesta di negoziati bilaterali da parte di membri di una unione economica, che quindi è anche una FTA e una custom union, si scontra contro un dato: il problema non è da quale frontiera esce il bene che la controparte vuole assoggettare a dazio, ma in quale Stato membro è stato prodotto. Quindi forse il negoziato più che sui Paesi dovrebbe essere sulle classi di prodotti, ma all'atto pratico questo approccio costringerebbe a coinvolgere gli altri partner dell'unione (economica, commerciale, doganale), con un accresciuto rischio, peraltro, di vederne esplodere le tensioni interne. La questione prima facie sembra facilmente risolvibile: dato che il problema sono sostanzialmente le automobili tedesche, possiamo serenamente dirci che una BMW, anche se parte da Lisbona, è chiaramente riconoscibile come bene di origine tedesca. Ma il mondo purtroppo è un po' più complicato di così. La sintesi di questa considerazione è semplice ma mi prendo la responsabilità di esplicitarla: l'unico Stato che può condurre negoziati semplicemente e genuinamente bilaterali in una unione (doganale, commerciale, economica) è quello che è uscito dall'unione, e abbiamo nelle vicende del Regno Unito un chiaro esempio di questa asserzione.

Che poi è come dire che da un legno così storto come quello di cui è fatta l'Unione, non si può costruire nulla di perfettamente dritto.

E anche questo, lo avrete riconosciuto, è un "di cui", che ci viene dritto dritto dalla patria del problema: "Aus so krummem Holze, als woraus der Mensch gemacht ist, kann nichts ganz Gerades gezimmert werden".

Dichiaro aperta (e chiusa da Kant) la discussione generale...

venerdì 6 giugno 2025

Ci vuole più freddezza

Com’era inevitabile, in queste ore i nodi stanno venendo al pettine, in una misura onestamente inattesa anche per chi vi scrive. Che però ci fosse qualcosa di sostanzialmente fallace nell’argomento secondo cui Trump o Elon fossero “uno di noi” qui, visto che nessuno ci legge, ci siamo sempre permessi di dirlo. Si tratta di un problema metodologico generale. Il mondo è troppo complicato per darci la garanzia che il nemico del nostro nemico (in quale battaglia?) sia matematicamente nostro amico, o amico dei nostri amici (cioè di altri nemici dei nostri nemici). Come corollario, quindi, non c’è nulla di così strano nel fatto che due nemici dei nostri nemici scoprano di non essere amici!

Questo dobbiamo sempre tenerlo a mente. Le grida di vittoria per battaglie vinte da altri, in altri paesi, su altri presupposti, in altri contesti, possono avere il significato tattico di rinforzare il morale della truppa, di rinsaldare il consenso. È successo anche a me, anch’io mi sono abbandonato a questa tentazione. Ricordo il mio intervento, che forse pochi di voi ricorderanno, al palazzo delle stelline a Milano nel 2016 quando ironicamente esordii con: “Dio è con noi, e adesso è con noi anche Trump!” Parlo ovviamente dello stesso Trump che poi, in un momento difficile di questo paese, fece il noto endorsement a Giuseppi. Cose che all’epoca era praticamente impossibile immaginare, anche per chi aveva scritto da poco il post in cui prevedeva che Pd e 5 Stelle si sarebbero saldati (ma onestamente la benedizione degli Stati Uniti a questo improbabile coniugio non me l’ero immaginata, non essendo per me chiaro allora, come non lo è ora, l’atteggiamento degli Stati uniti nei confronti del Problema, che è e resta l’euro, il che mi suggeriva di non addentrarmi in pronostici per i quali mi mancava un elemento essenziale).

Naturalmente questo non vuol dire che l’emersione di fatti o persone disruptive non debba essere salutata come un elemento positivo. Certamente lo è! Non vuole nemmeno dire che quanto terrorizza, destabilizza, o anche semplicemente infastidisce il Santo sinedrio piddino non sia di per sé un dato tattico positivo. Visto che non ci piace dove siamo, qualsiasi cosa smuova le acque è ovviamente benvenuta, perché in qualche modo ci aiuta a spostarci. Questa però è tattica, cioè la risposta alla domanda: come mi sposto, o come creo i presupposti per spostarmi? La strategia è una cosa diversa, risponde a un’altra domanda: dove voglio andare? Provando a definire in sintesi questo obiettivo, potremmo dire che vogliamo andare verso un mondo in cui la distorsione del mercato e l’ingerenza estera (entrambe a nostro danno) non siano l’essenza stessa delle istituzioni che ci governano, concorrendo ad aumentare la disuguaglianza e la tensione sociale. Un mondo cioè in cui la classe media e i ceti produttivi possano riappropriarsi di un minimo di voice e migliorare la loro posizione in termini reddituali dopo anni di arretramento relativo.

Vorremmo anche arrivarci vivi.

La questione che si pone quindi è su quali sponde dobbiamo giocare per mandare la palla in quella buca lì. Questo non presuppone necessariamente che i nostri compagni di strada la pensino come noi o abbiano i nostri obiettivi. Presuppone però un’altra cosa: che non ci dimentichiamo mai che il nostro interesse riguarda noi, non gli altri, che non possiamo chiedere ad altri di combattere la nostra battaglia, che se noi non siamo dalla nostra parte, nessun altro ci sarà, e che qualsiasi “vittoria” che non sia agita da noi non ci dà alcuna garanzia di avvicinarci in modo significativo ai nostri obiettivi. Presuppone cioè un minimo di freddezza, quella che consiste nell’essere consapevoli che non esisterà un evento palingenetico, una “vittoria risolutiva“, che nulla ci solleverà dal duro compito della militanza e del conflitto (che è poi il motivo per il quale continuo a tenere vivo questo blog).

Per questo motivo sconsiglierei di parteggiare per l’uno o l’altro dei contendenti. Sì, è abbastanza evidente che Musk ha una visione, come dire, un po’ rudimentale del debito pubblico. Tuttavia, non credo che il problema principale sia esattamente lì, se anche lo fosse non credo che si possa risolvere con un momento didattico (in questo senso quello che è successo con Salvini rappresenta probabilmente un’eccezione nella storia mondiale), non credo che il suo ex amico con cui ora sta baruffando sia un raffinato analista della teoria post-Keynesiana della sostenibilità del debito, e, per spostarci su un altro piano, sono un pochino scettico sul fatto che si possa prescindere dalla tecnologia di cui Musk dispone (e non parlo di auto). Quanto all’altro contendente, è indubbio che abbia scelto come vice un eloquente cantore dell’epopea della classe media, è (o sembra) evidente che nel conflitto fra Wall Street e Main street abbia scelto di schierarsi dalla parte di quest’ultima, tuttavia, se avessi un euro da scommettere, preferirei scommetterlo sui Lupi di Pizzoferrato in finale di Champions League, piuttosto che sull’idea che un miliardario statunitense passi le sue notti leggendo le analisi del capitalismo produttivista di Froud et al. (l’ultima volta ne abbiamo parlato qui, e nel frattempo pare che la Bce si sia accorta anch’essa del problema), ragionando su come sganciarsi dal coupon pool capitalism magari ristabilendo un minimo sindacale di financial repression. Non credo, e non glielo auguro, considerando che gli hanno sparato per molto meno!

Come dicevo qualche sera fa a una tavolata di manager, il fatto che la sinistra non difenda più i lavoratori per noi è un disastro, perché costringe noi a farlo, raddoppiando il nostro lavoro! Era ovviamente una battuta e così è stata intesa (volendo essere seri, dovremmo invece fare un discorso su perché la sinistra abbia rinunciato, bollandolo come interclassismo, al tentativo di tracciare una demarcazione tra interessi di classe rispondente alla realtà odierna, non a quella di due secoli fa), ma ci avvicina a un punto con cui vorrei concludere il mio sermone.

Il problema insito nell’aspettarsi che siano altri a combattere le nostre battaglie non è solo nell’indurci a una postura passiva, nel suggerirci di stare sdraiati sotto al palmizio della storia aspettando che cada la banana (o la noce di cocco?) del risultato da noi auspicato. Il problema è più sottile, e consiste nel rischio di illudersi, in un vuoto ideologico generale, che gli obiettivi del nostro alleato pro tempore, la sua ideologia, debbano necessariamente essere i nostri. Non è così e il rischio di abbagli è presente e concreto. Tanto per fare un esempio, la cosa che più mi preoccupa dell’intera vicenda dei dazi è la controproposta di “dazi zero“, che oltre a essere abbastanza insensata di suo, smentisce tutto quello che qui abbiamo sempre detto (prevalentemente da sinistra) e la Lega ha sempre detto (verosimilmente da destra) sui limiti del liberoscambismo (pensate alla battaglia contro TTIP e CETA, ad esempio).

Mi sembra un problema per noi lievemente più grave, non fosse altro perché ci riguarda direttamente, rispetto al fatto che il noto miliardario abbia idee troppo convenzionali sul debito pubblico.

Ma questo ve lo scrivo qui, dove nessuno lo legge, con la solita clausola: speriamo di avere torto!



venerdì 18 aprile 2025

Instant QED su Meloni a Washington


Vedendo questa intervista in onda oggi, la maggior parte delle persone si saranno dette che quelle sull’esito della visita del premier a Washington fossero delle parole di circostanza abbastanza scontate, e magari pronunciate per nascondere un certo dispetto da parte di chi avrebbe preferito un fallimento dell’alleato, sperando di trarne indirettamente un tornaconto. Se leggete i commenti su YouTube, capirete bene che cosa intendo.

I commenti al video potete leggerli, la mia agenda no, quindi ve la riporto qui sotto:


(beh, ovviamente non tutta! 😉).

Sì, è come vedete: l’intervista che pensavate fosse in diretta in realtà era stata registrata prima che il premier atterrasse a Washington. In studio qualcuno diceva a mezza bocca: “Magari facciamo attenzione, perché se poi Trump impazzisce e la visita è un disastro…”. E io, con la mia consueta e connaturata sicumera: “No, la visita non sarà un disastro: state tranquilli, le cose hanno una certa tendenza ad andare come dico io!”, e poi in intervista ho detto quello che sarebbe successo, e che in effetti è successo. Leggendo la rassegna stampa di questa mattina, mi sono poi reso conto che il comune sentire era in effetti quell’altro: il nome dei commentatori secondo cui Trump è un pazzo imprevedibile e la Meloni una sprovveduta è Legione!

Quello che è successo, però è un’altra cosa. Dopo anni in cui il PD ci ha raccontato a reti unificate che avevamo bisogno di farci prestare credibilità dall’Europa, rimosso il PD (che era il problema) a seguito di una catena di eventi che qui avevamo descritto, è l’Italia a prestare all’Europa la propria credibilità. In questo momento devo confrontarmi con legioni di puntacazzisti che, armati di un affilato temperino, mi fanno osservare, non senza una qualche plausibilità, che “però Meloni non ha detto la U-parola o la P-parola”, o magari, peggio ancora, che “però sul [outlet di qualche pezzo di merda] è scritto che Meloni…”.

Del fatto che sia l’Italia per una volta a prendere almeno simbolicamente (ma direi anche abbastanza sostanzialmente) la leadership del blocco regionale cui apparteniamo, e che questo, insieme all’upgrading del debito pubblico, sia un evento cui nella nostra vita biologica non abbiamo mai assistito, né ci aspettavamo di assistere, si tace.

Certo, sono assolutamente d’accordo, del giudizio dei mercati dovremmo in realtà fottercene (se fossimo in condizioni di farlo), anche considerando il fatto che, come vi ho insegnato io e non altri, il debito pubblico tutto sommato non è l’elemento diagnostico più rilevante sulla salute di un’economia (anche se è l’unico che la governance europea scruta ansiosa). Se non sbaglio, negli ultimi post stiamo parlando proprio di questo, no? Non vorrete mica venirmi a insegnare quello che so come un Gilberto Trombetta qualsiasi!? 😂

Guardo certi atteggiamenti con nostalgia, perché mi rendo conto che una volta erano anche i miei.

Nel frattempo ho imparato a vedere le cose anche da altre prospettive. Certo che l’obiettivo deve essere quello di svincolarsi dal progetto europeo. Ma chi ci è riuscito finora? Solo chi a questo progetto aveva prestato la lingua franca e soprattutto in questo progetto si era insediato in posizione di forte leadership. Gli inglesi se ne sono andati da Bruxelles, perché erano a Bruxelles. Noi, grazie al PD, a Bruxelles sostanzialmente non ci siamo mai stati se non passivi, subalterni, irrilevanti.

Farsi rispettare, piaccia o meno, è comunque un primo passo.

Ogni stagione della vita ha le sue semine e i suoi raccolti. Dalla mia stagione di puntacazzismo porto con me, come raccolto, il ricordo di chi ha avuto l’intelligenza di sopportare la mia supponenza e ascoltare il mio messaggio. E anche se, come è ovvio, la mia ammirazione, la mia riconoscenza e la mia lealtà vanno a chi ha spinto il proprio coraggio intellettuale fino a prendersi il rischio di coinvolgermi (perché era un rischio: i docenti universitari in politica raramente fanno una riuscita decente!), non per questo mi dimentico o sottovaluto anche gli altri, o meglio l’altra (per inciso, in questa rara foto d’epoca trovate anche gli unici due parlamentari sensibilmente e attivamente appassionati di musica barocca - ma all’epoca non lo sapevo)!

È stata quindi una previsione facile, quella di ieri, e ci tenevo a condividerla con voi, perché so che vi fa piacere essere in un luogo in cui trovate oggi quello che succederà domani, anche quando domani è oggi, e oggi… era ieri!


(…

martedì 15 aprile 2025

Sui dazi (a futura memoria)

Domenica scorsa ci siamo divertiti:

Torno sull’episodio per valorizzare un mio educated guess: siccome Trump è già arrivato dove voleva arrivare (mettere sui prodotti europei un dazio pari a quello medio europeo, che è del 10%, contro il 2,5% di dazio medio Usa prima dell’intervento), è molto probabile che allo scadere dei fatidici novanta giorni (il 4 luglio prossimo, se non ricordo male) non succeda un accidenti di nulla.

Quelli bravi mi dicono che Rai3 tira giù da YouTube i nostri video, quindi non vi posso “embeddare” la trasmissione, che trovate (spero) qui (si possono inserire video anche da Rumble ma non mi va di fare tutta la sbatta da cellulare in attesa del decollo da Genova)!

Quindi, ricapitolando: fra meno di tre mesi vi offro la preziosa (perché rara) opportunità di darmi del coglione, cosa che potrete fare se si scatenerà l’apocalisse, oppure torneremo nella tana degli operatori informativi e ricorderemo la differenza fra chi, non per suo merito ma perché è andata così, ha studiato quella materia arida e noiosa che è il commercio internazionale, e chi, a domanda tecnica, altro non sa rispondere che “Trump pazzo fascista cacca pupù!”.

Tre mesi passano in fretta!

Con l’occasione, vi ricordo anche la congettura di medio periodo sul TTIP. La storia dello “zero a zero” a me non piace per nulla e peraltro storicamente non è mai piaciuta al partito in cui mi onoro di militare, da sempre scettico sulle virtù del liberoscambismo. Quella storia mi preoccupa molto di più, ed è una delle tante occasioni in cui spero proprio di essere smentito dai fatti. In alternativa, mi cercherò una casa in montagna con sorgente, orto, e pollaio.

E ora, decolliamo da GOA per FCO: la giornata è ancora lunga!

giovedì 10 aprile 2025

E sti dazi?

Ci sono almeno tre motivi per cui trovo l'argomento dazi ontologicamente poco interessante.

Il primo è di ordine assolutamente generale: se una cosa interessa agli operatori informativi, perché all'improvviso aggalla nel torbido flusso della cronaca quotidiana, possiamo essere certi che è una cosa poco interessante, perché, se non è quella che i padroni del mondo chiamano un'aringa rossa, è senz'altro una cosa di cui ci siamo occupati anni prima. Nel caso dei dazi direi che sono rispettati entrambi i requisiti: essi sono al tempo stesso una cosa che avevamo previsto dieci anni fa:

("gli Stati Uniti si adonteranno, dottor Passera!") e un simpatico diversivo per un'Unione Europea che non riesce proprio a spiegarci come mai dobbiamo spendere per riarmarci a guerra finita quei miliardi non potevamo spendere per contrastare la grande crisi finanziaria mentre era in corso.

Il secondo motivo è che l'epopea dei dazi, con i suoi toni terribilisti, si inserisce nel solco della demonizzazione dell'avversario politico che è ormai l'unico registro dialettico di cui disponga la sinistra dopo aver scelto un campo per lei innaturale (quello della difesa del grande capitale finanziario internazionale). Il problema, insomma, non è l'utilità o disutilità dei dazi (tema astratto da manuale di politica economica), quanto la disumanità dei dazidiTrump, cioè la bestialità dell'hostis humani generis, che una volta era Abberluscone, poi è stato (e tutt'ora fieramente è) Salveenee, e ora è Ciamp. In un contesto al contempo così puerile e esasperato, pensare di ricevere informazioni un minimo fattuali su cui articolare un ragionamento è piuttosto utopistico. Per chi è rimasto sotto i cocci dell'elezione di Trump come già era rimasto sotto le macerie del muro di Berlino dimostrare che Trump è un pazzo furioso è questione esistenziale, è l'unico modo per poter dare a se stessi e agli altri l'illusione di possedere un minimo di razionalità. Quale sia per la sinistra la razionalità di difendere il liberoscambismo mi sfugge (ma una volta non erano noglobal!?), ma quale ne sia l'intento tattico e identitario invece è chiaro. Parce sepultis, ma, appunto, parliamo d'altro.

Last but least, il terzo motivo di disinteresse è la loro (ir)rilevanza quantitativa (loro, cioè dei dazidiTrump), se misurata rispetto agli ordini di grandezza della macroeconomia per cui siamo passati negli ultimi tre decenni. Per farvi capire che cosa intendo, estendo al 2026 il noto grafico sull'evoluzione nel secondo dopoguerra del Pil dell'Italia in termini reali:


che a fine 2023 vi avevo proposto sul campione 1950-2023 (qui). Anzi! Mi voglio rovinare! Non vi fornisco un nuovo grafico, ma ben due: uno con e l'altro senza l'effetto dei dazidiTrump!

Eccoli qui!


e


(...i grafici sono costruiti utilizzando i soliti dati storici della Banca d'Italia, la proiezione fino al 2026 è fatta utilizzando le previsioni del WEO dell'ottobre scorso - a giorni usciranno le nuove - e il controfattuale è quello proposto qualche giorno fa da JP Morgan:


...)

Domanda: in quale grafico vengono rappresentati gli effetti dei dazi? Vedete la differenza?

La differenza, se si sa che c'è, si riesce anche a vedere: è di -0.2% nel 2025 e di -0.3% nel 2026. Per darvi un'idea, significa che nel 2025 saremo del -22.7% o del -22.9% al di sotto di quello che sarebbe il nostro sentiero di sviluppo storico, se fossimo riusciti a mantenerlo, cioè se non avessimo applicato le politiche di austerità, che significa, in buona sostanza, che il danno che ci fanno i dazidiTrump è un centesimo (0.2/22=0.009, cioè, approssimando, un centesimo) di quello che ci ha fatto l'Unione Europea.

Per carità!

Non voglio banalizzare!

Lo 0,2% del Pil è pur sempre una cosa intorno ai 4 miliardi di euro (dipende dalla base dei prezzi utilizzata: con quella usata dal WEO vengono 3,86 miliardi), cioè una roba che, se la avessi in tasca, probabilmente non starei qui a parlare con voi (anacoluto di cortesia...).

D'altra parte, però, una roba simile è pur sempre di dimensioni inferiori all'errore statistico normalmente incorporato nelle stime del Pil. Per darvi un'idea, e tornando indietro a tempi meno turbolenti di quelli pandemici e bellici, il tasso di crescita del Pil del 2017 stimato nel 2018 dal WEO era di 1.5% (per l'esattezza: 1.502: quelli del mestiere sanno su che carta stampare i decimali dal secondo in giù...), mentre nel 2020 lo stesso tasso risultava essere di 1.7% (0.2% in più, appunto), per effetto delle normali revisioni statistiche. Inutile che vi dica che dopo pandemia e guerra le cantonate prese sono state (scusabilmente) di ordine molto superiore, perché il Pil, va sempre ricordato, è una stima. Dire quindi che i dazidiTrump abbasserebbero la crescita del Pil di 0.2% significa dire che non la abbasserebbero.

Ci sono naturalmente diverse stime, non solo quelle di JP Morgan, ma la stragrande maggioranza degli operatori prevede impatti largamente inferiori a un punto percentuale e la Banca Nazionale Greca (per dirne uno) prevede un impatto di 0.3% per l'Eurozona (lo stesso ordine di grandezza previsto dagli economisti di ING), che è compatibile con uno 0.2% per l'Italia, perché a essere più colpita, lo sappiamo tutti, sarà la Germania, e quindi se la media della zona è 0.3% noi saremmo al di sotto.

Ci sarà pure un motivo, no, se tutti gli imprenditori che sento io, imprenditori reali, non percepiti attraverso la lente deformante degli operatori informativi, non si abbandonano alla disperazione?

Vi faccio un esempio tratto da una chat vera, quella con un imprenditore che sicuramente tutti conoscete ma di cui ovviamente tutelerò l'anonimato:


[14:28, 08/04/2025] Uno De Passaggio: Auguri buon onomastico

[18:57, 08/04/2025] Caro Uno De Passaggio, che pensiero gentile! Ho scoperto così che esiste anche un Sant’Alberto di Gerusalemme che si festeggia oggi! Io mi ero attribuito, nella mia connaturata modestia, il Sant’Alberto Magno che si festeggia il 15 novembre… Come stai?

[18:59, 08/04/2025] Uno de Passaggio: Io bene , Tu ? Perché tutta sta panna sui dazi ? ognuno si adeguerà , poi in 25 anni il dollaro ha oscillato fra 0,83 ed 1,60 e non è morto nessuno, come mai sto gran casino?

[19:00, 08/04/2025] Alberto Bagnai: Me lo chiedo anch’io! 😂

[19:00, 08/04/2025] Alberto Bagnai: La risposta credo sia che devono mostrificare Trump.


La gente col cervello ragiona così, perché chi sui mercati internazionali ci lavora sa, fra l'altro, che quella della stabilità dell'euro era una solenne bufala, tant'è che, come vi ho spiegato qui, le oscillazioni del cambio euro/dollaro sono state sostanzialmente del medesimo ordine di grandezza di quelle del cambio lira/dollaro!

Del resto, il dazio del 25% (o di quel che l'è, perché fra le varie cose che mi pregio di avervi detto nelle mie dirette mattutine c'era anche che prima si doveva vedere se i dazi sarebbero stati applicati, e ancora non lo sono stati - la strategia negoziale di Trump ormai mi sembra piuttosto chiara, no?) è appunto il recupero di una svalutazione competitiva del 26% che va avanti da anni.

Vogliamo parlarne delle cause di questi dazi? Vogliamo interrogarci su come agire su di esse, su come ricomporre gli squilibri interni all'Eurozona evitando così di esportarli verso il resto del mondo, con ovvie reazioni?

Non credo che qui da noi si sia ancora pronti ad affrontare un dibattito serio sulle cause del problema, che sono quelle che vi ho descritto al primo convegno del Dipartimento Economia Lega (e da anni su questo blog).

Motivo per cui, quando mi intervistano sul tema del giorno, mi viene tanto da rispondere: "Ah, sì, certo, Trump!... E sti dazi?"


(...ma speriamo che il Signore mi preservi dalla tentazione di farlo stasera:


Non vorrei mancare di riverenza alla Terza Camera della Repubblica...)

sabato 5 aprile 2025

La fine della globalizzazione?

Mi ricordo che una volta chiamai il professor Canfora, che avevo incrociato in una trasmissione televisiva e che volevo invitare nuovamente al nostro convegno annuale, ed esordii, dopo i convenevoli di rito, con questa domanda: “Caro professore, lei che è uno storico, sa dirmi quante probabilità ho di riuscire ad attuare politiche di sinistra militando in un partito di destra?“.

Prima che iniziate a subissarmi con le vostre stronzate rispettabili opinioni su che cosa voi crediate siano la destra e la sinistra, sul fatto che non esistono più, e via bardellosporteggiando, sminuzzandomi le gonadi con argomenti triti e ritriti (come appunto le mie gonadi) è opportuno che vi segnali che questa domanda, che a qualcuno di voi sembra probabilmente mal posta, al limite dell’incomprensibile, venne invece perfettamente compresa dal mio interlocutore. Il senso ne era in effetti piuttosto chiaro: era ragionevole concepire che l’inevitabile contraccolpo di un’epoca in cui i diritti economici e sociali dei lavoratori erano stati compressi all’inverosimile da partiti che si richiamavano agli ideali della sinistra storica (quelli appunto di difesa del lavoro) potesse essere gestito da partiti che si richiamavano a ideali storicamente conservatori (la difesa del capitale, la proprietà privata, della libertà, del risparmio)?

Gli argomenti a sostegno di questa tesi erano a mio avviso di due ordini.

Primo, come più volte fatto notare in questo blog, e come finalmente è diventato argomento di dominio pubblico, il desiderio del capitale di allargare la sua fetta di torta si è inevitabilmente tramutato in un restringimento della torta. Certo, naturalmente il Pil mondiale continua a crescere, soprattutto per effetto del miglioramento del tenore di vita delle sterminate e crescenti popolazioni dei paesi emergenti. Certo, naturalmente i valori borsistici continuano a crescere, principalmente per effetto del pompaggio nel circuito finanziario di quantità cospicue di denaro da parte delle banche centrali, in un disperato e perennemente frustrato tentativo di tenere insieme i cocci di un sistema che non funziona. Ma, appunto, messo da parte il dettaglio non trascurabile (naturalmente) di questo aumento intrinsecamente fragile della ricchezza finanziaria di pochi, il punto è che la creazione del valore, che classicamente correliamo agli effetti del lavoro, si è allontanata, è stata dislocata altrove, e questo fa sì che una zona un tempo prospera e tuttora dotata di una certa capacità di fare opinione come l’Europa si sia scoperta da un giorno all’altro in una condizione di arretramento inconcepibile. Forse la scoperta degli ultimi due o tre anni, per noi che siamo qui, sta proprio nell’aver toccato con mano che questo arretramento non riguarda più solo l’Italia, ma riguarda tutti i paesi europei, perché si è finalmente compiuto quanto avevamo detto aprendo questo blog: la Germania ha segato il ramo su cui era seduta. C’è poi una scoperta, o meglio una decisione, più recente, che non mi sembra sia oggetto di commento in questi giorni, mentre secondo me è centrale: la decisione di Trump di nominare vicepresidente Vance, il figlio degli sconfitti statunitensi di questa battaglia internazionale del capitale contro il lavoro.

Ora, come spiegammo a suo tempo commentando le bislacche teorie di Draghi sul perché in Europa i rendimenti del capitale fossero bassi, il punto è molto semplice: se il valore non viene creato non può essere distribuito, né come salario, né come profitto. La guerra del capitale contro il lavoro è quindi una guerra del capitale contro il profitto. Questo dato di fatto direi aritmetico può emergere in vari modi: difficilmente con un consapevole gesto di resipiscenza, più frequentemente con un conflitto (bellico). Sono insomma sufficientemente consapevole del fatto che una enorme fallacia di composizione impedisce a questo elemento oggettivo di promuovere una risposta deliberata e consapevole delle élite. I “ricchi” sono tali, anche perché ciascuno pensa al suo portafogli senza essere tenuto necessariamente ad avere una visione olistica. Potrebbe tuttavia capitare, e forse sta capitando, che da quello che siamo abituati a considerare uno dei mali dell’attuale organizzazione dei rapporti economici, cioè l’estrema concentrazione della ricchezza, possa scaturire, paradossalmente, il bene di una decisione presa non collettivamente, ma singolarmente, da una persona, o da un paio di persone, in grado di cambiare da soli le regole del gioco. Non so, e non affermo, se sia questo ciò a cui stiamo assistendo, ma certo il fatto che uno dei più convincenti e appassionanti narratori della sconfitta della classe media sia in un posto così sopra la media è in qualche modo suggestivo, e ci conduce all’altro ordine di argomenti che mi portavano a immaginare che il luogo più ovvio per combattere una battaglia di sinistra oggi fosse la destra.

Lo introduco con un altro ricordo, il ricordo dei tempi in cui ero libero e passavo un po’ di tempo in Francia a insegnare. Un giorno il mio amico Arsène mi condusse dal preside della facoltà di Rouen e nel parlare del più e del meno questi mi espose la sua visione, secondo cui ci stavamo orientando verso una società che lui definiva di tipo neofeudale. Sono considerazioni che poi abbiamo sentito fare da tanti , e che non mancano di appigli nella realtà. Fra i meno ovvi, pensate ai dazi e alle gabelle che dobbiamo pagare in moneta sonante o cedendo i nostri dati ai moderni imperatori per avere il diritto di esercitare tramite cellulare alcuni nostri diritti fondamentali, incluso il diritto all’identità, quello di essere noi stessi e non altri. Una situazione non molto diversa da quando i conti di Borrello, nobile famiglia di origine franca, controllavano una strettoia della Val di Sangro esigendo il pedaggio (ma poi ti lasciavano passare, mentre oggi la situazione è leggermente più ingarbugliata: questo però ci porterebbe a parlare di altro). Fatto sta però che questo neofeudalesimo, proprio per dissimulare se stesso, per non palesarsi, tiene molto alle forme della democrazia, e quindi bisognerà pure che da qualche parte si vadano a cercare i voti. La strategia della sinistra è sufficientemente evidente: quella di appellarsi a una serie di minoranze attive e rumorose, in nome di principi condivisibilissimi e normalmente ricompresi nei diritti fondamentali che ogni democrazia liberale rispetta, ma di cui si millanta la soppressione per chiamare alla rivolta i sette colori dell’iride, sperando che messi insieme proiettino un fascio di luce sull’orizzonte cupo di chi, tradendo i lavoratori, ha tradito la maggioranza. In questo contesto, alla destra resta una strategia ovvia: occuparsi appunto della maggioranza silenziosa! La strage e il grande scempio fatto dalla sinistra rendono questa strategia, oltreché piuttosto ovvia, anche relativamente poco costosa: a chi è stato tolto tutto, compreso il diritto di lamentarsi, basta restituire il diritto al mugugno (che è gratis) per dare la percezione che qualcosa stia cambiando. Se poi ci metti anche un minimo sindacale (anzi scusate, mi dicono che non devo dire parolacce, quindi togliete sindacale), un minimo ragionevole di politica dei redditi, ecco che porti l’obiettivo a casa.

E questo quello che sta succedendo?

Non lo so, non lo sa nessuno. Dobbiamo però concentrare la nostra attenzione su questo tipo di dialettica, se vogliamo tentare di comprendere questa fase, anticiparne gli sviluppi, e valutare quanto sia favorevole per noi.

Parlare di “fine della globalizzazione“ infatti vuol dire tutto e niente. Come ho detto ieri, sicuramente incompreso, in una delle tante trasmissioni radiofoniche cui sono stato invitato, decuplicare il dazio medio sui prodotti in entrata negli Stati Uniti (da circa il 2% a circa il 20%) non significa abbandonare o rinnegare le tecnologie che hanno consentito, abbattendo i costi di trasporto dei beni materiali e immateriali, di promuovere il commercio, non significa propugnare l’autarchia e neanche il mercantilismo. La globalizzazione, che forse dovremmo chiamare glebalizzazione, ovviamente non può essere ricondotta al fenomeno dello scambio di merci fra paesi che commerciano fra loro da millenni: il problema non è la tecnologia che ha velocizzato questi scambi, ma la riorganizzazione che questa rapidità ha determinato nei rapporti sociali di produzione. Dove eventualmente si vede qualche cosa di simile a una volontà di cambiare rotta è nell’atteggiamento dell’amministrazione americana verso le istituzioni che hanno gestito la globalizzazione, a partire dalle banche centrali, passando per l’OCSE, l’OMS, il WTO, e via discorrendo. 

Non credo di dire una cosa particolarmente originale (ma di questi tempi non si sa mai): ribadisco che Trump non è esattamente “uno di noi“! Se tatticamente il nemico del nostro nemico è necessariamente un nostro amico, strategicamente dobbiamo chiederci quanto restituire il diritto al mugugno sia dare reale voce agli oppressi da un regime totalitario, su quanto restituire qualche briciola significhi riequilibrare i rapporti sociali di produzione e organizzarli in un modo più razionale e meno suscettibile di condurre all’emersione di nuove tensioni, su quanto implichi rendere nuovamente le persone e i territori arbitri del loro destino. Insomma, prima di dire che qualcosa è finito, bisognerebbe accertarsi che stia cominciando qualcos’altro. O, se volete, per metterla in un altro modo, la fine della globalizzazione, se è arrivata, esattamente come la fine dell’euro, quando arriverà (vi ho promesso che sarà Draghi ad annunciarla esplicitamente, perché implicitamente lo ha già fatto, e così sarà), non ci consegna a un periodo di pace, ma a un periodo di conflitto potenzialmente ancor più difficile da gestire, perché soggetto all’illusione che i nostri avversari siano nostri alleati.

Ma esattamente come le nostre aziende, sopravvissute a un trentennio di cambio strutturalmente sopravvalutato e alla distruzione del 25% della domanda interna del paese in cui hanno sede, sopravviveranno a un dazio del 20%, soprattutto quando gli fornisce vantaggi comparati a doppia cifra su paesi con i quali finora la competizione era acerrima, anche noi, con l’arma della consapevolezza, riusciremo a difenderci nel nuovo contesto.

E così sia.

(…oggi il duro mestiere di ecclesiarca mi ha condotto nella Piddinia inferiore a conoscere una persona che non avrà l’opportunità di sapere come va a finire questa storia. Quando ho deciso che saremmo stati una comunità, ho deciso di condividere le vostre gioie e i vostri dolori. Contrariamente alle mie aspettative, è stato uno dei rari casi in cui a un dolore immenso, che l’avrebbe comunque resa impercettibile, non si è aggiunta la bruttezza: non c’erano chitarre, e il coro era intonato - lo dico a beneficio di chi non ha potuto percepirlo. Del resto, il treno che sto aspettando è in ritardo “per l’intervento dei vigili del fuoco”, e possiamo immaginare facilmente altro dolore. Domani a Firenze cercherò di spiegare che cosa la fine della globalizzazione implica per il partito nel quale sono riconoscente e orgoglioso di essere stato accolto…)

(…incidentalmente, la mozione congressuale di Claudio Durigon propone qualcosa di molto simile a un meccanismo di scala mobile. Con quelli che erano qui nel 2012 abbiamo avuto modo di discuterne. Immagino lo shock della sinistra, quella “griffata” a spese del lavoro minorile del Sud-Est asiatico…)