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sabato 15 agosto 2015

QED 55: Passera, la Cina, e il "dark secret" dell'Eurozona

Un gentile lettore su Twitter mi ha fatto notare che quanto sta accadendo al cambio cinese in effetti è un QED. Purtroppo le perle di saggezza che profondo sono talmente tante che non riesco a tenerne l'inventario, ma per fortuna ci siete voi! Riguardatevi er contribbuto dalla reggìa:


Vi propongo di degustarlo a ritroso, partendo dalla spettacolare boria di Passera che al minuto 11:35 mi si rivolge dicendo: "Come sa, il mondo è costellato di economisti che pensano di avere il modello sicuro." Cosa aveva motivato questo scomposto accesso di qualunquismo da bar? La mia ovvia osservazione che la svalutazione dell'euro non sarebbe stata risolutiva perché avrebbe "suscitato reazioni nel resto del mondo", espressa a 11:20. Le reazioni erano prevedibili, per il semplice motivo che una svalutazione da parte di un paese in surplus (e l'Eurozona lo è molto più della Cina, come vi ricordavo ieri sul Fatto Quotidiano) corrisponde a una dichiarazione di guerra valutaria. Immancabilmente, le reazioni ci sono state, come sapete e come abbiamo visto nei post precedenti.

D'altra parte, era del tutto chiaro a chiunque non fosse un dilettante che la mossa della Bce, priva di qualsiasi logica economica, e dettata solo dalla logica politica di assicurare la propria (della Bce) sopravvivenza, ci avrebbe messo nei guai, sempre al nobile scopo di salvare l'euro (da noi).

La logica della decisione era politica: si trattava di tentare di alleviare le sofferenze dei paesi della periferia europea e di indurre una parvenza di ripresa economica che supportasse i governi che "avevano fatto la cosa giusta" (cioè massacrato diritti dei lavoratori e stato sociale), per evitare reazioni troppo violente in vista delle elezioni greche e spagnole. La cosa giusta però era sbagliata: noi l'avevamo detto, 362 giorni dopo lo dicono tutti, ma questo rafforzava l'esigenza di nascondere il danno fatto! L'indebolimento dell'euro doveva appunto permettere in qualche modo alle economie devastate dall'austerità di recuperare competitività sui paesi terzi (Stati Uniti ed emergenti), alleviando il costo delle scelte politiche sbagliate.

Purtroppo questa decisione, meramente politica, avrebbe messo in ulteriori guai economici l'Eurozona, perché la Cina prima si sarebbe trovata in difficoltà (e un calo della sua domanda si sarebbe trasformato in una prima frenata delle nostre esportazioni - a danno della stessa Germania) e poi avrebbe svalutato, per recuperare un valore del cambio reale più compatibile con la sua strategia di rivalutazione continua e moderata (descritta nel post precedente). Senza contare che, come previsto dal modello di a/simmetrie, la svalutazione ovviamente non sarebbe stata risolutiva nei confronti dell'Eurozona, cioè del nostro maggiore partner commerciale (cosa che altresì avevo evocato in trasmissione: lo testimonia il video).

Spettacolare boria, ripeto, cui il dilettante, ex post, rimedia con questo simpatico pezzo di arte povera: le deliranti parole in libertà di un prigioniero dell'ideologia.

Ma tant'è: come ha detto giustamente Claudio Borghi, Passera è uno che alle elezioni non supererebbe la soglia di sbarramento nemmeno se questa non ci fosse. Gli vogliamo bene, però, perché lui, come il suo consigliere economico, ci regalano momenti di ilarità.

Lasciamoci ora Passera alle spalle, per recuperare un minimo di serietà. Per non parlare sempre delle stesse cose, note, stranote e arcinote a chi ci segue dall'inizio, e a chi ha la buona volontà di documentarsi prima di intervenire, vi aggiungo un dettaglio illuminante, sul quale ho riflettuto grazie al libro di Giandomenico Majone (il quale, peraltro, sarà al #goofy4).

Passera dice: "Gestire il cambio come è stato fatto saggiamente dalla Bce"...

Ma...

Chi è responsabile della gestione del tasso di cambio dell'euro?

Ecco, bella domanda. La risposta, però, non c'è (anche se i dilettanti non lo sanno).

Come nota Majone, l'art. 109 del Trattato di Maastricht era sufficientemente ambiguo, tanto che, come notava l'eurista Wyplosz (non uno di passaggio) l'euro aveva bisogno di competenze più chiare: in particolare, chi ne gestisse il valore esterno restava un oscuro segreto. Non è male, vero, aver fatto una moneta unica senza nemmeno stabilire chi, come e perché ne gestisca il cambio?

La situazione non è cambiata poi molto con il successivo Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea. Il suo articolo 127, nel definire le competenze della Bce, rinvia all'articolo 219 che contiene lo stesso pastrocchio giudicato ambiguo da Wyplosz (eurista) e da Majone (europeo). Quindi la riforma dei trattati effettuata nel 2007 si è ben guardata dal far luce sull'oscuro segreto.

Perché?

Come mette in evidenza Majone, questa ambiguità, e omissioni consimili (ad esempio, l'assenza di qualsiasi meccanismo decente di gestione delle crisi, che si è manifestata puntuale con la prima crisi), non sono il risultato di una cattiva stesura dei Trattati, quanto di un fondamentale disaccordo politico fra le parti contraenti. L'impossibilità di risolvere questo disaccordo ha portato a soluzioni di compromesso nelle quali una serie di questioni cruciali vengono semplicemente omesse. Si ottiene così l'obiettivo politico a breve termine di non scontentare nessuno, ma si pongono le basi per successive catastrofi.

La natura del disaccordo è nota, ma vale la pena di rammentarla. Il punto di fondo, qui, è sempre il contrasto franco-tedesco, e in particolare l'insofferenza francese verso la "German dominance", verso la tirannia del marco, ovvero verso la necessità, per il paesi dello SME, di adeguarsi alla politica monetaria della potenza egemone, salvo subire movimenti di capitale destabilizzanti. La crisi del 1992 era stata esemplare: essa dipendeva anche dal fatto che nel periodo precedente molti paesi europei, a partire dal nostro, erano stati costretti ad adottare tassi di interesse troppo alti per le condizioni della loro economia e della loro finanza pubblica, semplicemente perché se non lo avessero fatto i capitali sarebbero fuggiti in Germania, dove i tassi si erano alzati per sovvenire al bisogno di finanziare la riunificazione tedesca.

Durante tutto il percorso verso l'euro i francesi (e i loro satelliti) hanno adottato la visione che Majone chiama "monetarista": "Facciamo subito la moneta unica (che potremo controllare collegialmente, diluendo l'influenza tedesca). Le economie si coordineranno da sole e la politica seguirà". Lo scopo di questa visione delirante era l'urgenza di sottrarre la gestione del Sistema Monetario Europeo alla Germania (l'abbaglio del quale abbiamo parlato qui). Secondo i francesi (ma anche secondo Modigliani) la moneta unica avrebbe operato sotto il controllo politico di tutti i paesi europei (in particolare francese), cosa che, evidentemente, in Europa non poteva accadere finché comandava la Bundesbank! Un'aspirazione di per sé nobile a una maggiore simmetria, che però veniva perseguita nel modo sbagliato (e anche qui sappiamo perché, e sappiamo che l'errore era prevedibile: il modo sbagliato era funzionale a giustificare le politiche di repressione salariale nei paesi periferici - "ce lo chiede l'Europa!" - mentre il fallimento era prevedibile perché era chiaro che il consiglio della Bce sarebbe stato dominato dal blocco coeso dei paesi dell'ex area del marco).

La Germania invece era fautrice della visione che Majone chiama "economicista": "Prima facciamo convergere le economie, e poi uniamo la moneta, perché a noi di pagare il vostro conto non va" (e anche qui ci sarebbe da discutere su chi e come in Germania sostenesse questa visione, che comunque è agli atti delle varie discussioni).

Il punto è che la fuga in avanti verso l'unione monetaria, alla fine accettata dalla Germania (cui faceva comodo per togliersi di mezzo un concorrente scomodo: noi) lasciava un vuoto politico. I francesi, nel propugnarla, volevano però evitare di rendere troppo evidente un dato ovvio, ovvero che la Bce non è semplicemente "indipendente", come lo sono molte banche centrali (fra crescenti contestazioni) dal proprio interlocutore politico. La Bce questo interlocutore politico (ipoteticamente, il Ministero del Tesoro) semplicemente non lo ha, il che significa che comanda da sola.

La vicenda della creazione dell'Eurogruppo è eloquente in questo senso.

Esso nasce dal desiderio francese di fornire una controparte "politica"alla Bce: il gruppo dei ministri del Tesoro dell'Eurozona (una caricatura del naturale interlocutore politico di una banca centrale). Strauss-Kahn (quello che se sò bbevuto nel modo che sapete) all'epoca (1997) sosteneva che "in assenza di un organo politico visibile e legittimo, la Bce rischierebbe di essere presto vista dal pubblico come l'unica istituzione responsabile della politica economica europea" (Majone, p. 34). La dialettica fra francesi e tedeschi all'epoca fu rivelatrice, perché i tedeschi, di un simile interlocutore politico, non volevano saperne nulla. Lo spazio che l'Eurogruppo si è conquistato nella gestione dell'ultima eterna crisi è la conseguenza di un cambio di atteggiamento tedesco, motivato dalla certezza di aver ormai assunto uno status di egemonia tale che un organo "politico" dello spessore dell'Eurogruppo (carta velina) non può contrapporsi dialetticamente alla Bce (con la quale infatti va d'amore e d'accordo, cosa che i francesi non volevano quando lo hanno proposto).

Di fatto, anche l'Eurogruppo non è un organo previsto dai Trattati e non ha poteri definiti (motivo per il quale Trippas avrebbe tranquillamente potuto non andarci a parlare, peraltro).

Lascia quindi stupefatti l'entusiasmo col quale Alberto Quadrio Curzio lo definisce il nuovo regista del risveglio europeo. Veramente non si capisce in quale modo possa essere visto come un passo avanti il fatto che un ruolo così importante sia stato giocato da un organo la cui natura informale viene chiaramente esplicitata dai siti ufficiali, e le cui competenze, a differenza di quello che sembra pensare Quadrio Curzio, non sono chiaramente definite (e non lo sono per i motivi che specifica Majone: omissioni determinate dalla mancanza di accordo politico fra i due attori principali dell'Eurozona).

Il fatto che l'Eurogruppo sia diventato così rilevante certifica il fallimento, non il risveglio dell'Europa, perché indica chiaramente come le istituzioni e le regole che essa si è data siano insufficienti a garantirne una ordinata gestione in caso di crisi. Questo, ovviamente, dipende anche e soprattutto dalle regole che non si è data (come quelle su chi gestisca effettivamente il tasso di cambio dell'euro), e dai motivi per i quali non se le è date: il fondamentale e irrisolto conflitto franco-tedesco.

Suppongo che il dr. Passera si sia perso parecchie righe fa. A voi, che mi avete seguito fin qui, spero di aver dato qualche utile spunto di riflessione.


(...oltre ad avervi dato ulteriore riprova della differenza fra un professionista e un dilettante...)