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giovedì 28 maggio 2026

Draghi e Trump, i gemelli diversi

...mettendo in ordine le idee per una lezione che devo tenere domani a un master, riflettevo sul fatto che in fondo Draghi e Trump sono più simili di quanto non si pensi.

Draghi, infatti, vuole un'economia più competitiva, ma ignora che CAB = FAB, e quindi che se l'aumento di competitività farà crescere le esportazioni nette di merci dell'Eurozona, necessariamente dall'Eurozona il risparmio fluirà (o, come direbbe lui, fluisciuerà) verso il resto del mondo. Non si capisce del resto perché quello che era positivo per la Germania (prestare soldi ai Piigs) dovrebbe essere negativo per l'Eurozona, considerando soprattutto che in questo caso i prenditori hanno un merito di credito e delle prospettive di sopravvivenza più rosee dei Piigs (basta non essere Stati membri del Titanic Europa...).

Trump, invece, vuole preservare il privilegio esorbitante della "America's financial sector dominance" (qui a pag. 14 ), ma ignora che siccome FAB = CAB, chi emette attività finanziarie particolarmente appetite dal resto del mondo ed è quindi un importatore netto di capitali (tutti pazzi per Treasuries!) necessariamente è anche un importatore netto di merci. Non si capisce del resto perché preservare il privilegio esorbitante senza esercitarlo: e il privilegio è appunto quello di potersi indebitare a breve prestando a lungo (cioè di emettere pezzi di carta e comprare aziende: qui da noi gli esempi non mancano).

Insomma: sono due don Chisciotte in dissidio col mondo e con se stessi, e in battaglia contro il mulino a vento delle identità contabili, che li sfarinerà come sta sfarinando gli economisti terrapiattisti che spopolano sui social.

Non si riesce a credere, e del resto non saprei come acquisirne le prove, che appartengano alla stessa specie (razza non si può dire, e specie è comunque più appropriato) di Keynes...

sabato 21 novembre 2015

La bustineide (ovvero: aridatece Boldrin!)

Premessa: il capitalismo ha bisogno delle sue Pearl Harbor. Se sei marxista come Vlad Tepes dirai che servono a distruggere capitale, onde rialzare il saggio di profitto (nessuno è neoclassico quanto un marziano); se sei keynesiano, dirai che servono a fare la cosa giusta (politiche di bilancio espansive) nel modo sbagliato (bombardando qualcuno).

Attiro la vostra attenzione sul fatto che nessuno sta dicendo che l'unica cosa da fare sarebbe monetizzare il deficit, cioè abolire il "divorzio" fra Tesoro e Banca centrale. Questo è l'unico modo di sostenere la domanda con effetti espensivi su output e prezzi sufficientemente ampi e rapidi. Ma si sa, il divorzio è un diritto civile, quindi è "de sinistra" per definizione: per questo a sinistra si inventano qualsiasi cosa pur di non abolirlo. Anche quelli mediamente lucidi, tipo Wren-Lewis, parleranno di "helicopter money" (dimenticando che se usi il linguaggio del nemico hai già perso), o di "QE for people", e ti faranno così capire da che parte stanno: dalla parte di chi vuol dare "ar popolo" una mancetta (via banca centrale o via reddito della gleba), anziché un lavoro.

Vedrete: fra un paio di anni lo diranno tutti, e, come al solito, voi saprete perché.

Comunque, sia come sia, adesso il capitalismo la sua ricorrente Pearl Harbor l'ha avuta. Il modo per ottenerla è, naturalmente, sempre il solito: abbassare la guardia (qui). Fatto sta che io sono sempre in giro: a inizio mese ero, come sapete, a Rouen, ed ero partito con un solo bagaglio a mano, corredato da quei simpatici ammennicoli che distinguono l'uomo dalla bestia: deodorante, dentifricio, et similia, amenamente riposti nel bagaglio, senza alcuna bustina di plastica né altro. In teoria, avrebbero dovuto buttare tutto. In pratica, no. Perché io penso positivo, e perché la guardia era bassa. Tant'è che io, che sono umano e curioso, all'ultimo passaggio alla sicurezza di Fiumicino chiesi: "Ma com'è che oggi va tutto così liscio?" Risposta: "I livelli di allarme dipendono dalle destinazioni".

E Parigi era un luogo sicuro, come i fatti hanno dimostrato.

(...per i coglioni: non sto dicendo che i terroristi volano con EasyJet...)

A Pearl Harbor avvenuta, riparto per Parigi per un giorno con bagaglio minuscolo, e disposto a stivarlo per non avere rotture di cazzo ai controlli. Tuttavia, dato che il volo è in ritardo, una volta in aeroporto cerco di capire se posso portare il bagaglio in cabina, per non perdere tempo all'arrivo. Prevedendo una certa suscettibilità della security (porta sprangata a buoi scappati, secondo la migliore tradizione), cerco le mitiche "bustine di plastica trasparente sigillabili"...


Canto primo
Mi accosto al desk Vueling e alle sue splendide bigliettaie, e chiedo: "Scusate, so che non è compito vostro, ma... potreste dirmi dove trovo le famose bustine? Altrimenti mi tocca stivare un dentifricio". (la scusa più stronza...). Ed esse benignamente mi rispondono: "Veramente noi non sappiamo nulla, ma dovrebbe averle la security, dietro l'angolo".

Nota: sono anni che non vedo (e quindi non lo vedete nemmeno voi) distribuire bustine dalla security.

Giro l'angolo, e trovo le malebolge. Di bustine nemmeno l'ombra: una fila di dannati in coda verso il metal detector. A questo punto mi rassegno e procedo a stivare.

Canto secondo
Al check-in: "Signore, questa è la fila per la priority". E io: "Guardi che sono in priority: paga il Parlamento Europeo". Poi mi accosto, e dico: "Scusi, ma le famigerate bustine? Se non le trovo, devo stivare un bagaglio 10x20x30. Non mi sembra razionale". E la giovine: "Noi non le abbiamo, forse potrebbe averle la Feltrinelli, al piano di sotto." E io, dopo aver apprezzato fra me l'involontaria ironia consistente nell'associare il nome di Feltrinelli a delle operazioni di sicurezza, constato: "Sì, forse potrebbe: ma se poi non ce le ha, io come minimo mi faccio due volte la coda, e come massimo perdo il deodorante, che è una cosa utile. Possibile che non ci sia un distributore, qualcuno, qualcosa che le dia? Più in generale: possibile che uno debba perdere tutto sto cazzo di tempo perché un simpatico buontempone ha deciso di ricongiungersi con Allah?" E lei: "Mi dà un documento?" E io: "Volentieri!"

(...volentieri è scritto in una singola riga, quindi non si può leggere fra le righe. Tutto questo con un meraviglioso sorriso. Ah, a proposito: cara Vueling, il tuo nome è "mai più"!...)

Canto terzo
Stivato il microbagaglio, rigiro l'angolo, e trovo una piacente vigilante (la mia giornata fortunata). Con il mio miglior sorriso, deferente, moderatamente ammirato (ma sotto la soglia del viscido), cordiale (da "core", vedi alla voce L. Reichlin), chiedo: "Scusi, a me servirebbero le famose bustine. Secondo lei, dove posso trovarle?" E lei: "Ma, in teoria dovrebbero averle al banco del check-in, oppure ci dovrebbe essere qui uno prima dell'ingresso." E io: "La ringrazio. Sa, sono un ricercatore, a me le teorie appassionano molto. In pratica ho stivato il bagaglio". Sorriso di solidarietà, ciaone, e coda.

Canto quarto
A metà della file, controllo del boarding pass (questo lo scrivo così per Fausto: lui sa chi è, lui sa cos'è, lui sa perché). Al simpatico giovine dal capello alla moda chiedo: "Ma scusi, per curiosità, le bustine famose, chi dovrebbe averle?" E lui: "Ma, secondo me le trova al banco delle informazioni". E io: "Grazie!"

Rasserenato, comincio a intravedere una logica: forse, se avessi chiesto l'informazione alle informazioni, avrei avuto la bustina. Ma in realtà la composizione di questo delirio in una superiore razionalità arriva nel prossimo canto.

Canto quinto
Arrivo alle vaschette: tolgo cintura, apro borsa PC, ecc. (mentre il pirla davanti a me cerca la carta d'imbarco, della quale evidentemente non aveva intuito la ratio - da pronunciare, naturalmente, rescio). Approfittando di questo contrattempo, chiedo al baldo giovine dal capello non alla moda: "Ma scusi, giusto per sapere: le famose bustine, nelle quali in teoria dovrei mettere anche l'alimentatore del PC, in pratica dove le avrei dovute trovare?" (notate che formato dalle precedenti esperienze separavo accuratamente il livello teorico da quello pratico).

Risposta: "Ma guardi, veramente non servono a niente: basta che tiri tutto fuori".

E io: "Lo avevo sospettato: la settimana scorsa mi sono imbarcato al terminal 2 con pochi liquidi, ma rigorosamente in valigia, e non hanno detto niente".

E lui: "E a Parigi?"

E io: "Nemmeno a Parigi. Ma siccome poi è successo tutto sto casino, temevo che oggi voi voleste rendervi utili".

Ri-ciaone, e passaggio sotto il metal detector, che fischia per colpa delle Church (ste cazzo di scarpe extra-Eurozona...). Passo scalzo e procedo verso la "lange".

Morale
La morale è semplice. Voi Michele non l'avete saputo capire. Aveva ragione lui (solo in questo): come minchia si fa a vivere in un paese che detta regole, senza che vi sia un enforcement deterministico (ho detto enforcement per Fausto, ancora una volta), ma solo uno sporadico e aleatorio controllo, e senza che si sia messi in condizione di rispettarle? Se gli stessi controllori ti dicono che le regole non servono a una beneamata faba (è latino), capisci bene che tanto lontano non si andrà.

Dopo di che, ovviamente Michele, che è un intenditore (e ce ne siamo accorti), ha torto su tutto il resto.

L'unico modo di ovviare a una crisi di domanda con politiche dal lato dell'offerta è distruggere sufficiente offerta. Questo lo ricordo, con tanti auguri e un sorriso affettuoso, agli imprenditori che difendono l'euro. Quando schianterete (perché schianterete) sulla vostra tomba non ci sarà il mio fiore, ve lo dico subito: io nel mercato ho fiducia, quindi non contesto le sue decisioni. Se schianterete, vorrà dire che ve lo meritavate, e io il perché lo so. Perché mediamente vi credevate leoni, e invece eravate qualcos'altro: quello che pensavate fossero i tanti vostri colleghi che avete visto schiantare senza esprimere un minimo non dico di solidarietà, ma di preoccupazione.

Allo Stato dovreste chiedere di pagarvi "stampando moneta", come dite voi. Invece gli chiedete di scomparire. Ottima scelta: siete pesci piccoli, tolto di mezzo lo Stato i pesci grossi vi mangeranno.

Ecco: bisognerebbe che il vivere in un paese kafkiano (quello che la bustineide descrive, quello dove le cose dipendono sempre da un altro, e i controlli si fanno a simpatia...) non ci facesse mai perdere di vista il quadro generale.

Noi siamo qui per non perderlo di vista...

(...e ora qualcuno - lei sa chi è, lei sa perché, lei sa cos'è - andrà dall'ultimo dei moicani, Dal chiodo al computer, a comprare le cazzo di bustine, perché la prossim volta ritardo non si aggiunga a ritardo. Ringrazzziando anticipatamente...)

(...la mia allergia nei confronti della mia professione ha raggiunto livelli preoccupanti. Ormai mi stanno talmente sul cazzo tutti, che alla fine mi torna simpatico Boldrin. Ho fatto il giro...)

domenica 23 agosto 2015

Scusa, Tommaso...








Gentile collega,

qui su questo blog, dove, mi affretto a sottolinearlo, siamo tutte persone pacifiche, a cominciare dal titolare, siamo abbastanza abituati alle acrobazie intellettuali degli economisti mainstream. La loro ricerca del paradosso, del controintuitivo (come dicono), ha le motivazioni che Keynes lucidamente metteva in evidenza in quel libro che voi tanto disprezzate, perché privo di formule: il desiderio (lecito) di acquisire prestigio intellettuale.

Ora, però, sinceramente, che si chiedano con tono ultimativo delle scuse a un collega che si è provocato per un'intera serata (ho fatto solo una selezione, ma il resto è nei miei archivi), dandogli del trasheconomist, della macchietta, e stigmatizzandone la disonestà intellettuale, è qualcosa che sinceramente non avevo ancora visto.

Spero bene, prima di andare avanti, che lei non si nasconda dietro un dito.

Le sue parole si rivolgevano evidentemente a me, per il semplice motivo che, in questo disastrato e provinciale paese, a differenza di quanto accade nel resto del mondo, l'unico economista accademico che si arrischi ad offrire un messaggio un minimo coerente con la migliore letteratura scientifica sono purtroppo io (come le ricordava sopra Mattia Vittori). Mi rendo conto che questo a lei (ma soprattutto ad altri) possa dispiacere, e mi scuso con lei se il mio lettore l'ha importunata ricordandoglielo, come pure mi scuso per averla indirettamente costretta a confrontarsi con dei fatti che non quadrano con le sue teorie. Ma rimane il fatto che mentre io mi stavo facendo i fatti miei, lei passava la serata ad insultarmi. Insultare me, e, attenzione, anche Savona, Grilli, Imbriani, Cannata e il comitato del Premio Canova di Letteratura Economica e Finanziaria (per restare nell'ambito circoscritto della professione). Nessuno di loro era d'accordo con il libro che lei definisce trash, e me l'hanno anche detto chiaro e tondo conferendomi il premio. Ma nonostante questo hanno deciso di leggerlo e ne hanno riconosciuto il valore.

Nessuno li ha costretti a farlo se non la loro onestà intellettuale e il loro stile. Avrebbero tranquillamente potuto premiare i testi degli altri concorrenti (colleghi che tutti conosciamo).

Questione di stile, appunto.

Come dice? Minacce di morte? Suvvia, Monacelli! Non ho né il fisico, né soprattutto il morale, per permettermi di minacciare alcunché di morte. Peraltro, tutto questo blog, e tutta la mia opera divulgativa, che sono a disposizione di chiunque, sono esplicitamente volti a favorire una risoluzione pacifica dei conflitti. Chiunque mi conosce sa che sono persona pacifica, questo blog è pieno di interventi nei quali ho sedato gli animi di persone esasperate dalla crisi (quella crisi della quale lei riesce a parlare in modo tanto asettico), lei (o chi per lei) potete anche darmi del violento: vi risponderanno con un sorriso incredulo.

Mettiamola così: o ci comportiamo civilmente, oppure, se, a cortissimo di argomenti, insultiamo a freddo e senza alcun motivo un collega che se ne sta a casa a lavorare, accettiamo anche che quello reagisca. Se vogliamo essere goliardi (e a me va benissimo) accettiamolo spirito goliardico. Se alziamo la palla, non possiamo lamentarci se poi qualcuno la schiaccia. Se vogliamo essere, mi spingo fino a qui, verbalmente accesi, violenti, come lei è stato, possiamo tranquillamente esserlo, ma dobbiamo accettare la risposta.

Che in questo caso è effettivamente stata una minaccia. Questa:


ovvero quella di riservarle l'attenzione che avevo rivolto a un altro suo collega, del quale (esattamente come nel suo caso) avevo sempre riconosciuto i meriti scientifici, e che, esattamente come lei, mi aveva insultato a freddo (con la solita tecnica molto virile del lanciare il sasso e nascondere la mano).

Non ne era uscito benissimo. Il mio post sul Fatto Quotidiano era stato una pietra tombale sulla sua ingiustificata boria. Che poi era il senso, che tutti quelli che hanno voluto capire hanno capito, del tweet che in questo momento sta facendo tanto scalpore:


Per carità, non discuto sul fatto che la metafora possa essere ritenuta urtante: essere sepolti dal ridicolo, nella società dell'immagine, è in effetti una fine tremenda. Invece sentirsi dare della macchietta, dell'economista trash, e del disonesto, è una cosa piacevole, suppongo, e mi scuso con lei per essermelo fatto dare. Ma spero sia ben chiaro a lei (come è chiaro a tutti), che nessuno vuole la sua pelle, perché questo è e resta un progetto culturale non violento. Qui siamo tutti non violenti, e chi manifesta ardori movimentisti (quelli che io chiamo i "norimberghisti") è sempre stato messo regolarmente alla porta, fin dall'inizio di questa lunga avventura.

Peraltro, lei mi ha anche sollevato dall'incarico di ironizzare su di lei. Non riuscirei mai a batterla, non solo come produzione scientifica, ma anche, e soprattutto, come autoironia (volontaria?):



L'idea che se una svalutazione non produce inflazione, cioè non fa crescere i prezzi interni (quelli che voi chiamate prezzi domestici), non renda competitivi, è qualcosa di spettacolarmente dadaista. È chiaro che c'è qualcosa che non va: evidentemente il mezzo deve averle preso la mano: lei non può aver detto che un paese, allo scopo di vendere di più, deve praticare prezzi più alti!

Ora, veniamo al dunque.

Se la metafora che ho usato l'ha preoccupata, io la rassicuro. Qui nessuno le vuole far niente. Anzi: dopo l'ultimo tweet che ho citato, le garantisco che le vogliamo tutti un bene dell'anima. Lei ha portato il buon umore nelle nostre TL, e in tempi cupi come questi non c'è nulla di più prezioso.

Se i miei toni la hanno urtata, se li ha trovati spiacevoli, allora è senz'altro mio dovere scusarmi, ci mancherebbe altro. Aggiungo subito che la sollevo da un reciproco incarico: lei non ci crederà, ma non riesce ad offendermi.

Registro però con dispiacere che se all'inizio della serata, mentre lei alzava i toni, mi insultava come trash economist, poi, nell'esigere le mie scuse, mi definiva economista. Quindi, forse, rispondere a tono ai suoi insulti a qualcosa è servito: a costringerla ad ammettere la dignità del mio lavoro, cioè a riconoscere che anche io, se pure su un livello di produzione scientifica inferiore al suo, sono un economista.

Mi spiace che sia stato necessario tanto, ma non è la prima volta che mi accade e non credo sarà l'ultima.

D'altra parte, le segnalo che se nella professione restasse solo chi scrive su JET, lei avrebbe molti più compiti da correggere. Non possiamo essere tutti Michelangelo o Monacelli. C'è bisogno anche del Vasari e di Bagnai. Ed è possibile convivere civilmente, soprattutto quando chi, come me, sa di essere inferiore sotto il profilo della produzione scientifica, convive senza troppi traumi con questa consapevolezza e la ammette senza difficoltà.

A titolo di esempio, io ho avuto diverbi ferocissimi con Alberto Bisin, per il quale provo molta stima e molta amicizia, credo in parte ricambiata (non le nascondo che le sto scrivendo anche perché Alberto ha avuto parole di grande stima nei suoi confronti). Quando è sembrato, ad Alberto, che i toni fossero diventati troppo accesi, lui mi ha scritto, io gli ho risposto, e da allora siamo in relazione epistolare, ci scambiamo idee, e cerchiamo di apprezzare ognuno le ragioni dell'altro. Alberto, come me, è un caldo, uno che si infiamma, ma è anche uno che non si nasconde. E me ne ha dette di tutti i colori, senza che io pensassi mai ad altro che non a rispondergli a tono, perché capivo che lo faceva con spontaneità, che non c'era un disegno dietro alle sue provocazioni.

Tenga presente che se lei è un economista migliore di me, Alberto, oggettivamente, ancora di più, e io so benissimo che nel ritenermi degno di intrattenere una corrispondenza con lui mi onora, e non ritengo affatto che questo ci ponga scientificamente sullo stesso piano. Ma un conto è riconoscere che Alberto scrive su JET o su Econometrica, dove io non penso di mandare mai un paper (sono un economista applicato, come credo lei faccia presto a verificare), e un conto però è prendersi a parolacce o disconoscere i fatti per motivi di bassa cucina politica.

Ecco, vede, perché qui c'è un punto.

Se i miei diverbi con Alberto, o, per altri versi, quelli indirettamente causati da qualche scemo che mi segue sui social con Francesco Daveri, si sono potuti comporre civilmente, è perché né Alberto né Francesco hanno ambizioni politiche, come non ne ho io. Ho la sensazione che questo nostro alterco, invece, sia oggi strumentalizzato da "responsabili" "economici" di "partiti" che hanno tanto interesse a mettere in una luce negativa il lavoro che qui si sta facendo.

Secondo me è meglio evitare questa trappola.

Se però lei non ritiene di doverlo fare, come dire: io le ho parlato con sincerità (e chi vuole vederlo lo vede), mi sono scusato per i toni, e ora dormo tranquillo. Lei, se vuole, può denunciarmi in sede penale e civile (ho fiducia nella giustizia), può segnalarmi alla polizia postale (come sta facendo), può scrivere al mio rettore.

La prima ipotesi porterebbe a una querela, dopo di che il giudice valuterebbe le sue provocazioni e le mie scuse e prenderebbe le sue decisioni.

La seconda ipotesi ha l'effetto immediato di distogliere dei bravi agenti, che tutto il giorno sono sul fronte per combattere contro la pedopornografia e le frodi finanziarie, dal loro lavoro, per costringerli ad occuparsi di due accademici che hanno entrambi usato toni poco consoni.

La terza ipotesi... bè, per commentarla le dico solo chi è l'ultima persona che ha avuto questa idea (tanto per farle capire quante ne ho passate da quando ho aperto questo blog)! Sono assolutamente certo che lei è su un altro livello. In ogni caso, come ho fiducia nella magistratura e nella polizia, ho anche fiducia negli organi di autogoverno dell'università.

Quanto alla sua ipotesi che la svalutazione nominale comporti una pari riduzione dei salari reali, ecco, anche quella, secondo me, sarebbe meglio lasciarla ai politicanti (sopra ce n'è un esempio: degnissima persona il dr. Galli, l'ho conosciuto personalmente alla premiazione del mio primo libro, però secondo me in macroeconomia ha le idee un po' confuse...).

Se vogliamo parlarne seriamente, magari torniamo back to basics, e dopo aver dato un'occhiata ai fatti, ricominciamo da qui.

A dire il vero, lei non mi sembra molto interessato a un vero dialogo scientifico, verosimilmente perché mi ritiene troppo trash. Mi sembra in ogni caso che lei si diverta a provocare (finché gli altri non reagiscono), ma che poi, in fondo, alle sue idee sia molto affezionato (e io non le contesto assolutamente questa propensione). In ogni caso, io, a questo convegno, presenterò, guarda caso, proprio uno studio econometrico sull'impatto della svalutazione sulla distribuzione del reddito. Lei, Galli, e qualche altro economista interessato alla politica mi accusate di essere un affamatore del popolo, un incosciente che vuole defraudare della giusta mercede gli operai, via svalutazione. A me i dati dicono una cosa diversa. E allora, visto che lo scorso anno mi sono offerto, per un altro paper, il lusso sfrenato di avere come discussant Francesco Lippi, le chiedo: vuole venire a farmi da discussant? Le prometto di mandarle il paper almeno una settimana prima (più tutte le spese e tutta la simpatia mia personale e dei miei lettori). A volte conoscersi di persona smussa gli angoli. Altre volte no, ma solo se c'è la politica di mezzo, e questo non credo sia il nostro caso.

In ogni caso, né Francesco Lippi, né Michele Boldrin credo abbiano avuto da ridire su come sono stati accolti. Hanno avuto da ridire sul mio lavoro, ed è giusto che sia così: sono dinamiche accademiche, noi cresciamo esponendoci al giudizio altrui.

Ma non lo hanno liquidato come trash, né mi hanno dato della macchietta o del disonesto.

Peraltro, lo spirito di apertura del dialogo che si è svolto in quella sede ha colpito talmente tanto i presenti, che Andrea Pancani (un giornalista che lei conoscerà) si è complimentato con tutti noi, e da allora invita spesso Francesco, persona efficace, preparata, di idee completamente diverse dalle mie. Sono lietissimo di aver contribuito a portare nei media una offerta "proeuro" di qualità.

Il dibattito ha bisogno di questo.

Ora pubblico il post, poi glielo mando per email, e poi lei faccia come crede.

Con immutata stima.

Alberto Bagnai