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mercoledì 2 aprile 2025

Autonomia, federalismo e sovranità popolare

 (...di seguito il testo della mozione Molinari-Bagnai, poi qualche breve considerazione...)

Premesso che 

grazie alla guida del Segretario Matteo Salvini e al lavoro del Ministro Roberto Calderoli, dopo 23 anni dall’entrata in vigore della riforma del Titolo V della Costituzione e dopo 7 anni dai referendum indetti dalle Regioni Lombardia e Veneto, il Parlamento ha approvato la legge sull’autonomia differenziata, battaglia storica della Lega. 

La Lega ha sempre denunciato apertamente fin dalle sue origini, ma ancora di più sotto la guida di Matteo Salvini, i malfunzionamenti della costruzione UE, che dall’ambizione di essere una organizzazione sovrastatale finalizzata alla pace e prosperità, si è trasformata nei fatti in strumento di cristallizzazione dei rapporti di forza e prevaricazione di alcune economie su altre, ma soprattutto in esecutrice di politiche finalizzate a far prevalere interessi economici di poche élite a danno dei Popoli europei, privati dalle attuali regole dei trattati di un vero potere di controllo e decisione su scelte che impattano pesantemente sulla loro vita quotidiana.  

Considerato che  

il percorso dell’autonomia differenziata, come ampiamente prevedibile, sta incontrando la resistenza delle burocrazie statali ministeriali e ha subito anche un ridimensionamento con la pronuncia della Corte Costituzionale, in particolare per quanto riguarda la non esclusività delle competenze legislative devolvibili alle regioni e il sistema di finanziamento mediante compartecipazione al gettito statale per le regioni; 

l’Unione Europea invece di avviare una seria riflessione sui suoi malfunzionamenti, sembra intenzionata con la Commissione von der Leyen ad allargare ulteriormente le competenze in campi come quello della difesa, abbandonandosi a una deriva bellicista che scaricando i costi del riarmo sui bilanci nazionali bloccherebbe la spesa sociale del nostro Paese, inibisce il contrasto alla deindustrializzazione, che è invece stata accelerata dall’adesione acritica all’agenda ecologista, ma soprattutto non pare intenzionata ad affrontare in modo strutturale il tema delle diseguaglianze sociali, conseguenza necessaria di quelle politiche di repressione salariale reciproca fra Stati membri di cui Mario Draghi ha citato l’impatto nefasto sul nostro stato sociale, attribuendole all’adozione di politiche fiscali procicliche determinata dalle regole fiscali dell’eurozona. A fronte di questo la Commissione von der Leyen mantiene un atteggiamento ambiguo, che da una parte  sembra voler proseguire sulla linea del rigorismo finanziario, ma dall’altra consente a Paesi come la Germania e la Francia di violare patentemente le regole, ampliando le asimmetrie che minano la stabilità del progetto europeo.  

Preso atto che 

si rende necessario proseguire sul percorso tracciato dell’autonomia, dell’attuazione del federalismo fiscale, ma al contempo porsi nuovi obiettivi e strategie per avvicinare sempre di più i livelli decisionali ai territori, nel rispetto di identità, ambizioni e vocazione di ogni singola area del Paese, contrastando l’evidente deriva centralista di Bruxelles, che sta progressivamente ampliando lo spazio di intervento pubblico sotto il diretto controllo della Commissione, a detrimento dei margini di autonomia lasciati alle istanze nazionali e territoriali. 

Il fallimento della globalizzazione e delle istituzioni che la governano, evidenziato nell’Unione Europea dalla grave sofferenza sociale, congiunta a un’esplosione del debito pubblico, causate dall’intervento della cosiddetta “troika” (espressione usata per definire il concerto istituzionale fra Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale e Commissione Europea), suggeriscono l’opportunità di una gestione bilaterale e su base funzionale dei rapporti internazionali, che veda nell’atlantismo un riferimento imprescindibile e scongiuri lo sterile antagonismo con gli storici alleati statunitensi che permea la retorica europeista. 

Negli ultimi 20 anni la forbice fra la ricchezza dell’1% della popolazione più ricca e il 90% della popolazione più povera nel nostro Paese si è allargata più che mai: l’1% più ricco è passato dal detenere il 17% al 21% del totale della ricchezza, mentre il 90% più povero è passato dal 55% al 44%. Il reddito di diplomati e laureati oggi è inferiore a quello di fine anni ‘80, così come quello degli operai. La forbice fra il reddito del 10% dei lavoratori più ricchi e il lavoratore mediano è cresciuta in media di quasi 10 punti percentuali. Dal 2013 al 2023 più di 300 mila cittadini italiani con un titolo universitario hanno lasciato il Paese per trasferirsi all’estero, i giovani emigrati sono stati 377 mila. 

Considerato altresì che 

La prospettiva di Stati Uniti d’Europa è superata nei fatti dal crescente ricorso all’approccio intergovernativo. Questo non è un male, considerando che nel lessico europeo si intende per “federalismo” un maggiore accentramento delle risorse e della loro gestione, tramite un bilancio unico europeo finanziato da debito comune europeo, cioè un centralismo in contrasto con la storica battaglia della Lega per l’autonomia. 

Peraltro, la tensione centralista dei movimenti europeisti sarà sempre frustrata dal rifiuto francese di una politica di difesa comune, dal rifiuto tedesco di strumenti di debito comune, dall’assenza di una costituzione che offra tutte le tutele democratiche, a partire da una efficace rappresentanza dei territori. Di conseguenza, sta emergendo nel dibattito l’opportunità di adottare un percorso alternativo di integrazione europea, basato sul modello della “coalizione dei volenterosi“,  cioè su un insieme di trattati intergovernativi a geografia variabile, distinti su base funzionale, che consentano agli Stati membri di unirsi, al limite coinvolgendo anche Stati non membri, su temi specifici sui quali la cooperazione offra un mutuo vantaggio. Questa idea ha una lunga tradizione (il processo di integrazione europea nasce da accordi su materie prime ed energia come la CECA e l’Euratom) ed è tutt’ora attuale (si pensi agli accordi stretti dalla Germania con la Russia, Paese non membro, in ambito energetico, o agli accordi in corso col Regno Unito sul tema della difesa comune europea). Un simile modello si tradurrebbe nella sostituzione della costosa burocrazia di Bruxelles, resa ipertrofica dal suo desiderio di imitare un ipotetico Stato nazionale, con agenzie più snelle e più focalizzate sui singoli aspetti funzionali da gestire con trattati specifici. Si supererebbe così l’approccio totalizzante basato sull’integrale accettazione dell’“acquis communautaire” da parte di ogni potenziale Stato membro, approccio alla base dell’asfissiante iper-regolamentazione europea. 

Il Congresso della Lega Salvini Premier impegna il Segretario e il Movimento  

  • A promuovere, nelle materie di competenza legislativa e amministrativa regionale, forme sempre più strette di collaborazione e allineamento normativo per aree macroregionali, in modo da poter dare risposte migliori e più organiche alle esigenze dei territori su temi come ad esempio il TPL, l’ambiente, la sanità, la ricerca o le politiche industriali, valutando anche percorsi istituzionali per la creazione di macroregioni. 
  • A porsi come priorità dell’azione politica nel Governo la piena attuazione dell’autonomia differenziata e del federalismo fiscale. Inoltre, ottenuta l’autonomia, a portare avanti una riforma costituzionale che trasformi l’Italia in uno Stato Federale, prevedendo per le Regioni una maggiore devoluzione di competenze legislative e autonomia fiscale, e superando il bicameralismo paritario, che risulta già ampiamente superato dalla prassi legislativa vigente, attribuendo alla Camera competenza esclusiva sulle questioni di interesse nazionale, mentre un Senato delle regioni dovrebbe occuparsi delle materie concorrenti fra Stato e Regioni ed avere voce sulle riforme costituzionali e sui trattati internazionali.  
  • Ad opporsi a qualunque nuovo allargamento delle attuali competenze dell’UE, avendo avuto svariate prove che l’attuale struttura non garantisce la democraticità delle decisioni, e a proporre un modello di governance basato su una pluralità di nuovi trattati concepiti su base funzionale e a geografia variabile, cui aderiscano inizialmente i principali paesi per PIL e Popolazione. Questa nuova architettura di Trattati dovrebbe porsi il fine di costruire democraticamente un mercato comune in cui il potere d’acquisto interno, la lotta alle diseguaglianze partendo da una tassazione unica nell’area euro per le multinazionali, la difesa della produzione interna e gli investimenti in istruzione e politiche sociali siano la priorità, mettendo da parte il liberismo economico e il rigorismo di bilancio a favore del benessere dei cittadini europei. 
  • Inoltre, al fine di evitare che gli squilibri causati dalla moneta unica compromettano l’armonico sviluppo degli Stati membri, a favorire la revisione delle attuali regole di bilancio per consentire ai bilanci nazionali di svolgere una funzione di riequilibrio degli sbilanci interni all’Unione, misurando la capacità fiscale degli Stati non sull’entità del loro debito pubblico, ma su quella del loro surplus estero, e prevedendo penalizzazioni per gli Stati che non promuovono gli investimenti pubblici allo scopo di mantenere una posizione di surplus strutturale, sulla base delle regole già previste dalla procedura sugli squilibri macroeconomici (MIP). 

 

Riccardo Molinari 

Alberto Bagnai 

  

Alcune brevi considerazioni, partendo da quello che qui sappiamo e ci unisce, ma soprattutto dal contesto complessivo in cui ci troviamo, quello della deglobalizzazione. Il fallimento delle istituzioni multilaterali, che hanno lasciato macerie un po' ovunque in giro per il mondo, anche qui da noi, come la tardiva resipiscenza di Draghi certifica, mette un partito come la Lega di fronte a un interessante trade-off. Il passaggio a un modello bilaterale o comunque intergovernativo, anziché sovranazionale o federale, di gestione delle relazioni internazionali (relazioni che esistono da quando esiste la storia e che mai sono state gestite come pretendiamo di gestirle qui, peraltro), richiede un Governo nazionale forte e autorevole, uno Stato centrale incisivo e rappresentativo, che sia un interlocutore rispettato sui vari tavoli intergovernativi o bilaterali, lasciando dietro di sé l'illusione che ha caratterizzato la gestione PD del Paese, quella che le istituzioni europee fossero concepite nel nostro interesse, e quindi che bastasse affidarsi ad esse, accompagnarle, per trarre dalla propria subalternità la garanzia di avere un posto a tavola nei consessi internazionali:


(Luigi si sbagliava, il tweet è ancora qui).

Questo può sembrare in contrasto con la storica battaglia leghista per l'autonomia, una battaglia che nel tempo ha avuto sporadicamente episodi o toni anche acuti, potenzialmente eversivi, ma che, va sempre ricordato, è iscritta saldamente nei principi fondamentali della Carta costituzionale:

Come conciliare l'esigenza di uno Stato nazionale forte e autorevole verso l'esterno, con il rispetto delle autonomie? La mozione segue due percorsi: considerare l'alternativa, e prendere sul serio l'autonomia.

Partirei dal primo, che a noi è più familiare. L'alternativa a una emancipazione dello Stato nazionale qui da noi è la prospettiva "federalista" europea, che, vorrei ricordarlo, di "federalista" come comunemente si intende nel dibattito nazionale non ha nulla, perché il sogno dei federalisti europei è l'accentramento del maggior numero di funzioni in un governone sovranazionalone, dotato di bilancione comune e di debitone comune europeo. L'incubo di un pensiero genuinamente autonomista e federalista: un accentramento livellatore della diversità e della ricchezza dei singoli territori!  L'inesorabile svolgersi dei fatti ha fatto giustizia anche di un'altra illusione: quella che fosse desiderabile l'integrazione di alcune Regioni, le più progredite del Paese, con la cosiddetta "locomotiva" tedesca, in spregio al fatto che quella "locomotiva", come notava Napolitano nel 1978, come i dati ci indicano, in realtà era un vagone che cresceva sistematicamente e intenzionalmente sotto la media europea, e alla ragionevole presunzione che lo scorpione tedesco avrebbe inevitabilmente punto la rana europea al primo torrente in crisi che si fossero trovati ad attraversare. Qui noi lo abbiamo fatto sempre notare, anche quando eravamo di sinistra: Milano ladrona, Berlino non perdona! Lo abbiamo poi ribadito anche da poco, esaminando i dati a livello di dettaglio regionale:


Non solo l'integrazione monetaria non ha significativamente accelerato quella commerciale, reale, limitandosi a squilibrare nel senso del deficit le relazioni fra le regioni produttive e la potenza manifatturiera tedesca:


ma oggi si pone addirittura il tema strategico di un decoupling da quella che alcuni continuano a chiamare locomotiva (la Germania(, ma che è a tutti gli effetti la zavorra del sistema economico europeo, data la sua connaturata riluttanza a spingere sull'acceleratore della domanda interna (che la porta ad andare a fondo quando distrugge o si preclude mercati di sbocco), cioè un tema di diversificazione (da parte di chi ancora non l'abbia fatto) del "rischio Germania"!

Quello che sfugge a chi nel partito è sospettoso rispetto alle prospettive di recupero della sovranità popolare è che l'alternativa difficilmente può essere quella di una mitologica "Europa delle regioni" o degli improbabili "Stati Uniti d'Europa", e in particolare che questi ultimi, quand'anche fossero possibili (ma non lo sono, per vari motivi di cui alcuni vantano un antichissimo lignaggio), condurrebbero all'esatto contrario di quello che riteniamo sia giusto.

Si pone quindi fortemente il tema di una riorganizzazione delle relazioni in ambito europeo, volta da un lato a formalizzare e disciplinare quella dimensione intergovernativa che regola de facto le relazioni fra Paesi, e dall'altro a armonizzare sulla base di principi economici sensati le politiche macroeconomiche degli Stati nazionali. Insomma: un po' come qui da noi, anche in Europa si pone un problema di allineamento della costituzione formale a quella materiale, reso più complesso, naturalmente, dal fatto che una costituzione formale in Europa non c'è perché non può esserci (verum factum convertuntur).

Qui, però, abbiamo ben chiari quali potrebbero essere due modelli da seguire. Nelle relazioni fra Stati, ci ha sempre convinto l'approccio delle giurisdizioni funzionali sovrapposte, che qui descrivemmo tredici anni or sono (il testo originale è qui). Si tratterebbe di tornare alle origini, quando, come è ben noto, le buone relazioni fra i duellanti (Francia e Germania) vennero stabilite sulla base di accordi funzionali (sulle materie prime, sull'energia, poi sul commercio).

Nell'armonizzazione delle politiche macroeconomiche, dopo che perfino Giavazzi ha dovuto ammettere che il problema dell'Unione erano gli squilibri fra Paesi, gli squilibri di bilancia dei pagamenti:


è assolutamente ovvio che l'impianto delle regole di bilancio andrebbe completamente sovvertito secondo la nostra vecchia proposta di "external compact":


La proposta è articolata e va dettagliata: magari lo facciamo nei commenti, ma il senso complessivo è che converrebbe fare in tempi normali e in termini espansivi quello che oggi siamo costretti a fare in tempi di crisi e quindi necessariamente in termini espansivi, cioè assegnare lo strumento delle politiche di bilancio all'obiettivo dell'equilibrio degli scambi intra-zona. Bisognerebbe insomma che prima delle crisi chi ha una bilancia dei pagamenti in surplus investisse, invece di aspettare la crisi per chiedere a chi ha la bilancia del pagamenti in deficit di tagliare gli investimenti. In questo caso we have tools (cit.): i criteri da applicare già esistono, sono quelli della Macroeconomic Imbalances Procedure, e basterebbe prenderli sul serio, assistendoli con meccanismi di incentivo (preferibili alle sanzioni, che all'atto pratico non hanno avuto grande successo).

Poi c'è la parte "prendere sul serio l'autonomia", cioè di come assicurare che le aspirazioni dei territori siano rispettate, le loro potenzialità pienamente espresse, e la loro voce trovi spazio nelle sedi da cui può avere proiezione internazionale, che poi sono quelle del Governo centrale. La proposta qui è quella di riflettere su un ordinamento di tipo federale, analogo per certi versi a quello adottato da un altro Paese di recente unificazione (la Germania), con due revisioni istituzionali di rilievo, oltre a prevedere l'attribuzione al livello regionale di competenze più penetranti: il superamento del bicameralismo paritario e il ridisegno su base funzionale del ritaglio amministrativo, con l'idea, se non di creare macroregioni, che potrebbe essere un obiettivo, almeno di immaginare forme di collaborazione e allineamento amministrativo su scala macroregionale nelle materie che tipicamente incombono attualmente sulle Regioni (sanità, trasporti, ambiente, ecc.).

Su almeno una di queste cose, il superamento del bicameralismo paritario, credo sappiate come la penso. Quando si trattò di votare sulla Riforma Renzi-Boschi io fui fieramente avverso, non solo per ragioni politiche, ma anche perché i motivi addotti a supporto erano piuttosto fragili, e non avendo lavorato all'interno di una istituzione parlamentare non potevo individuare i punti di debolezza del modello paritario. La nostra proposta è diversa da quella di Renzi e Boschi, e parte da un lato dall'esigenza di avere una connessione fra Parlamento e territorio che non sia affidata alla buona volontà del singolo parlamentare ma abbia una dimensione istituzionale più rilevante e incisiva, e dall'altro dal riconoscimento che il modello paritario nel contesto di una legislazione essenzialmente di iniziativa governativa contribuisce a inibire più che rafforzare il controllo parlamentare. In un Paese più piccolo e meno sfaccettato del nostro forse riterrei preferibile il modello finlandese (Parlamento monocamerale con Commissioni "forti"), ma nel nostro una articolazione un po' più aderente alla lettera della Costituzione:


un Bundesrat, mi sembra molto difendibile. Sono allergico ai #facciamocome tanto quanto ai #fatepresto, ma sono anche abbastanza insofferente verso le cose che non funzionano, e non posso raccontarmi che le cose come sono adesso funzionino, perché non è vero (e il problema non è "la navetta", come si diceva all'epoca della Renzi-Boschi...).

Sul tema delle "macroregioni" ci sarebbe un discorso ampio da fare e non sono sicuro di essere preparatissimo per farlo. Certo è che, anche qui, pur non essendo un fanatico delle economie di scala, devo riconoscere che nella fornitura dei servizi affidati alle Regioni spesso dei problemi di scala si pongono, e sarebbe stupido disconoscerli. Del resto, non a caso una provincia limitrofa sta valutando, fra innumerevoli difficoltà, di ricongiungersi al mio amato feudo dell'Abruzzo Citra. Ci sarebbe poi da riflettere se l'organo su cui puntare per gestire il territorio sia la Regione o la Provincia, quale Regione, quale Provincia. Certo è che la riforma Delrio, chiesta da Draghi:


di macerie ne ha lasciate, e il problema di come ricostruire non possiamo non porcelo.

Bene, tanto vi dovevo. Mi sono iscritto a parlare per illustrare la mozione, non so se lo farò così, sicuramente mi aiuteranno i vostri commenti. Quando il blog iniziò, e quando (pochi mesi o anni dopo) elaborammo o esponemmo le varie proposte di cui vi ho parlato e che oggi sono in una mozione congressuale, mai avrei pensato di essere chiamato a intervenire a un congresso di partito, né che quella chiamata alle armi che da voi mi proveniva, quella richiesta pressante di tradurre in proposte politiche concrete le analisi di questo blog, avrebbe potuto avere una realizzazione così compiuta in termini simbolici e sostanziali.

Ogni tanto succede anche qualcosa che non mi aspetto, devo riconoscerlo, e devo anche esservi riconoscenti perché se è potuto succedere, questo, indubbiamente, è anche grazie a voi.

Dichiaro aperta la discussione generale.

domenica 23 febbraio 2025

PISL, PISV, PISC, PISA: l'euro e l'integrazione economica delle Regioni italiane

 (...riprendo e approfondisco, anche per pensare ad altro, il filo di un discorso che avevamo lasciato qui...)

Il PISL del titolo è uno dei tanti mitologemi del nostro più insidioso nemico: iComunicatori! Si tratta, come ricorderete, del Piccolo Imprenditore Spaventato Lombardo.

Spaventato da chi?

Ma da Borghi, ça va sans dire, dal perfido Borghi che fa crescere lo spread, s'intende! Fuor di metafora, l'imprenditore di cui favoleggiano iComunicatori è quello che vedrebbe nell'integrazione monetaria l'opportunità di accedere con minore difficoltà alle catene del valore tedesche, con beneficio della propria azienda (mi riferisco alla Germania per l'ovvio motivo che è la prima economia manifatturiera europea: va da sé che lo stesso argomento potrebbe applicarsi all'Estonia, ma capite bene che la rilevanza non sarebbe la medesima...).

L'argomento sarebbe quindi che noi siamo ormai terzisti della Germania, non abbiamo più le nostre "fabbriche prodotto" (come si direbbe in ambito bancario), cioè, per confinarci all'ambito automobilistico, la Fiat e via discorrendo, che ormai producono altrove (ma il ragionamento si applicherebbe ad altri prodotti e altri marchi), però siamo forti nell'indotto, perché i prodotti di chi ancora riesce a farne (la Germania) necessitano dei pezzi che solo noi sappiamo fare, un po' come questo prodotto tedesco:


necessitava di questi semilavorati italiani (rectius, veneziani, perché non è la stessa cosa, ma di questo parliamo un'altra volta):

motivo per cui sarebbe indispensabile che prodotti e semilavorati venissero entrambi quotati in euro, un po' come è auspicabile che la chiave di violino indichi sempre il sol, anche quando il concerto è per clavicembali.

Naturalmente, se così fosse, all'entrata in vigore dell'euro dovremmo riscontrare nei dati quello che il mito ci tramanda, cioè un incremento dei flussi commerciali fra Lombardia e Germania (un incremento dell'interscambio misurato come somma di importazioni ed esportazioni ed espresso in rapporto al Pil, analogo insomma al concetto di openness che si usa in economia internazionale - qui una definizione e alcune critiche di questo concetto), ma nulla di tutto questo si emerge dai dati, come abbiamo visto qui:

Grandi balzi in avanti (cioè verso l'alto) fra il periodo antecedente (1991-98) e quello susseguente (1999-2023) all'adozione dell'euro non ce ne sono, e del resto sarebbe strano il contrario. Cerchiamo di capirci: se il motore dell'integrazione commerciale fra Lombardia e Germania fosse principalmente o esclusivamente l'integrazione nelle catene del valore tedesche, perché mai dovremmo aspettarci che l'ingresso in un sistema monetario che rende meno convenienti perché quotati in valuta forte i semilavorati italiani dovrebbe far aumentare i volumi di questo fruttuoso interscambio? I tedeschi sono "programmaticamente profondi", come diceva Savinio per non dargli direttamente degli stupidi, ma non lo sono fino al punto di acquistare di più una cosa che costa di più, visto che hanno potuto constatare come sia più facile vendere una cosa quando costa di meno! Prova ne sia il fatto che fra il 1992 (anno della drammatica svalutazione della liretta) e il 1995 (anno della rivalutazione) l'interscambio aumenta! L'argomento, se mai, andrebbe rovesciato: si potrebbe con maggiore plausibilità argomentare che proprio perché il motore dell'interscambio commerciale della Lombardia è la sua integrazione nelle catene del valore tedesche, l'ingresso nell'euro non l'ha aiutata, visto che ha reso più cari i suoi prodotti per gli acquirenti tedeschi! Questo ragionamento è coerente coi dati osservati e lascia aperto solo un gigantesco punto di domanda: ma allora il PISL, di preciso, chi è? 

Lasciamo un momento nell'ombra questo mitologema e approfondiamo l'analisi estendendola ad altre Regioni. Lo spirito della nostra ricerca è sempre il medesimo: l'ingresso nell'euro determina un aumento dell'integrazione commerciale? Favorisce le nostre esportazioni nette o le deprime? Ci manda in surplus o in deficit con i nostri principali partner commerciali? Rende le nostre Regioni più "aperte" (in un contesto europeo) o più chiuse?

Prendiamo il Veneto, altra regione a potente vocazione manifatturiera. Il grafico dell'apertura verso la Germania è questo:


e più o meno ci racconta le stesse storie di quello della Lombardia: l'interscambio con la Germania conta fra il 10% e il 12% del Pil regionale (oggettivamente, tanta roba!) e non si vedono drastici cambiamenti - se non forse in peggio - dall'entrata nell'euro. Ma qui potrebbe arrivare il piddino col ditino puntato a dire: "Eh, no! Qui si vede chiaramente un trend positivo dal 2013 in poi! Se non l'euro, almeno l'austerità quindi ha fatto bene al Veneto, ne ha aumentato l'interscambio...".

Un attimo: forse conviene, come abbiamo fatto per la Lombardia, guardare i flussi netti e lordi. Le esportazioni nette eccole qui:


e quello che è successo è abbastanza chiaro: l'ingresso nella moneta unica ha depresso la bilancia dei pagamenti del Veneto, con l'aggravante che, a differenza della Lombardia, il Veneto partiva da una posizione di surplus! Per facilitarvi il confronto vi metto insieme i saldi commerciali delle due Regioni:


così vedete bene analogie e differenze. Fra le analogie c'è la derapata dall'ingresso nell'euro e la "ripresa" nella stagione dell'austerità. Fra le differenze c'è che la Lombardia è sempre in deficit, riduce il suo deficit già dalla crisi dei subprime, e a differenza del Veneto, che tiene botta, lo vede peggiorare nel periodo 2020-2023.

Quindi possiamo immaginare che andamento abbiano i flussi lordi del Veneto! Questo:


Il balzo verso l'alto delle esportazioni nette fra 2011 e 2012 è un tuffo verso il basso delle importazioni, dovuto alla recessione, e l'aumento dell'interscambio dal 2013 al 2019 è principalmente dovuto a un aumento delle importazioni dovuto alla valutona fortona (l'euro), che ovviamente si traduce in una diminuzione delle esportazioni nette. Solo dal 2020 la situazione cambia, con un aumento sia dell'export che dell'import, ma siamo sufficientemente distanti dal 1999 per poter dire che in questo fenomeno non vediamo gli effetti benefici della moneta unica!

Sarà forse per questo che quando ci spostiamo in Veneto incontriamo tanti PISV spaventati non da Borghi, ma dall'euro, e che in Veneto abbiamo un seguito più agguerrito e tenace che in tante altre Regioni italiane? Forse. Certo, molto c'entra anche l'anelito all'indipendenza che caratterizza quel popolo. Ma mi piace pensare che i fondamentali macroeconomici non siano solo un tema accademico...

E se ci spostassimo in una regione totalmente diversa? Esisterà il PISC (Piccolo Imprenditore Spaventato Campano)? Che effetti avrà avuto l'euro sull'economia della sua Regione?

Se ragioniamo in termini di interscambio, il grafico è qui:


Ho mantenuto la scala verticale: si vede così molto bene che naturalmente la Campania è molto meno integrata con la Germania delle Regioni del Nord, ma il pattern è lo stesso: con l'ingresso nella moneta unica e fino a tutta la crisi l'interscambio tende piuttosto a deprimersi. I flussi lordi sono questi:


e anche qui la storia è più o meno la stessa, se pure su una scala ridotta rispetto ai flussi delle Regioni del Nord.

Chiudo con una Regione a me e a voi cara:


Il piccolo Abruzzo è molto più integrato nell'economia tedesca della grande Campania (sembrerà strano a chi se lo immagina come una Regione di orsi e arrosticini, ma come credo di avervi spiegato a suo tempo c'è molto di più). Fatte salva questa differenza di scala, il pattern dell'interscambio complessivo è tutto sommato analogo a quello delle altre Regioni italiane: dall'ingresso nell'euro diminuisce e dall'adozione dell'austerità aumenta leggermente. Quindi anche in Abruzzo, come in Lombardia, Veneto, Campania, l'aumento dell'interscambio è associato a un peggioramento del saldo commerciale perché è dovuto a un incremento delle importazioni lorde?

Il saldo commerciale (aka esportazioni nette) è questo:


e quindi no, le cose non stanno così, perché in Abruzzo le esportazioni nette verso la Germania aumentano in modo relativamente costante. I flussi lordi sono qui:


e si vede bene come per tutto il periodo le esportazioni abruzzesi verso la Germania siano superiori alle, e crescano più rapidamente delle, importazioni abruzzesi dalla Germania.

Insomma, #ilmiocollegioèdifferente, nel senso che se ci atteniamo a questi dati aggregati pare che siamo più o meno gli unici che possono sopportare euro e Germania!

Ovviamente questi grafici pongono più domande di quante risposte offrano, e altrettanto ovviamente bisognerà entrare in ulteriore dettaglio per capire se la classe imprenditoriale tutta sia realmente attaccata all'UE come pretendono i suoi rappresentanti (quelli del prosecco tiepido) e credono i miei colleghi (quelli che preferiscono il lompo alla porchetta), e eventualmente quanto lo sia per freddo calcolo economico (come dovrebbe essere in un mondo normale) o perché imbesuita dalla propaganda finanziata dall'UE, come appare più probabile. Il dettaglio settoriale, ad esempio, potrebbe esserci di aiuto nel distinguere vinti e vincitori:

e quindi ci torneremo sopra.

Certo è che il dato "mesoeconomico" non ci lascia vedere molti più vantaggi dall'ingresso nella moneta unica di quanti ce ne lasciava vedere il dato macroeconomico (cioè, in sintesi, zero). Bisognerà che ora che si può nuovamente parlare si torni a parlare anche di questo...



(...sì, avete anche capito uno dei motivi per cui cinesi e tedeschi si stanno simpatici: hanno una cosa in comune...)

martedì 18 febbraio 2025

La questione settentrionale, aka "l'Europa delle regioni"

 (...chiedo scusa, sono in ritardo nelle risposte ai vostri commenti ai post precedenti, ma ieri è stata giornata intensa. Vorrei però mettere qui un altro paio di grafici che potrebbero interessarvi, prima di completare l'analisi di quelli del post precedente...)

La banca dati Coeweb (che suppongo stia per "COmmercio Estero") dell'ISTAT ci consente di analizzare l'interscambio delle regioni italiane col resto del mondo, entrando nel dettaglio dei singoli Paesi partner. Mi sono preso il gusto, facendomi aiutare da un ex studente e attuale consulente, di riprendere i dati che vi avevo mostrato a un goofy nello spiegarvi la fenomenologia di quello che avevamo chiamato il PISL (Piccolo Imprenditore Spaventato Lombardo), cioè di quel personaggio mitologico, come è mitologica la sciura Maria che non capisce quando le dici le cose come stanno. Il PISL, in particolare, è il titolare di PMI che sarebbe spaventato (con la S di Draghi) dal buon Borghi quando questi criticando l'unione monetaria fa crescere lo spread.

Nella narrazione interna, il PISL sarebbe politicamente un moderato (ma, non si sa perché, voterebbe per noi! Ricordo che un minimo di incoerenza logica aggiunge spesso alla narrazione quel che di "pensiero magico" che la rende più avvincente, se pure, in astratto, meno credibile), e inoltre sarebbe contrario all'ipotesi che il Paese si emancipi. Anzi! Il PISL sarebbe attaccatissimo all'euro, che gli avrebbe garantito una maggiore integrazione nelle catene del valore della locomotiva d'Europa (cit.), cioè della Ger-magna, in base al principio, apparentemente fondato, che "noi possiamo cooperare coi tedeschi perché riusciamo a tenere il passo con la loro economia e non buttiamo cartacce in terra, e i terroni si fottano!"

Questa è la mitologia, ovviamente.

Di imprenditori in Lombardia ne ho incontrati e ne conosco molti, ma nessuno ritiene che il progetto europeo arrechi particolari vantaggi. Il mercato di questi imprenditori è il mondo, dal Vietnam al Cile (prendo due esempi a caso di gente che ho conosciuto), in piena compatibilità con le parole di un economista vero (Alesina) che vi citavo due post addietro:


dell'UE tendenzialmente farebbero a meno perché li ha sommersi di burocrazia inutile e dell'euro non hanno una buona opinione, nel senso che non ritengono che abbia arrecato loro particolari vantaggi.

Ma questi imprenditori qui, quelli che conosciamo, che abbiamo toccato con mano, con cui parliamo (noi), sono dei facinorosi ideologizzati, il cui successo economico è dovuto a una immeritata fortuna, dicono insomma certe cose perché sono dei decerebrati hooligan di Bagnai&Borghi, o sono delle persone razionali, che hanno contezza dei fatti e delle cose?

Per dirimere questa questione vorrei mostrarvi i dati sull'interscambio fra Lombardia e Germania nel periodo in cui Coeweb ce li rende disponibili, cioè dal 1991 al 2023. Il dato aggregato, cioè le esportazioni nette della Lombardia verso il resto del mondo (comprese le altre regioni italiane), ve lo avevo fatto vedere nel post su Milano ladrona, Berlino non perdona!:


e a quel post vi rinvio per il commento, che comunque è semplice: le esportazioni nette aggregate (Lombardia vs resto del mondo) erano in crescita fino all'entrata nell'euro, poi erano andate calando (ovviamente all'epoca avevo solo i dati fino al 2010).

Vediamo lo stesso dato (esportazioni nette) riferito ai flussi fra la Lombardia e la sola Germania:


La prima cosa che notiamo è che per il periodo in cui sono disponibili i dati evidenziano un deficit strutturale della Lombardia verso la Germania: sono i lombardi a comprare tedesco più di quanto sia la Germania a comprare lombardo. Diciamo che anche se la Germania si muovesse velocemente (crescesse) non sarebbe una locomotiva: è locomotiva chi compra i tuoi beni, non chi ti vende i suoi...

Anche qui notiamo uno sprofondamento del deficit verso la fine degli anni '90, e anche qui notiamo una inversione di tendenza verso l'inizio degli anni '10 (nel grafico aggregato è meno percepibile). Quindi dal 2010 in poi i problemi di competitività si sono risolti grazie alle #riformestrutturali e al #tagliodeldebitopubblico per cui ora #andràtuttobene? Lo si può accertare, basta spacchettare il dato: se le esportazioni nette sono aumentate perché sono aumentate le esportazioni lorde, allora siamo diventati più competitivi e i tedeschi comprano più lombardo. Ma se le esportazioni nette sono aumentate perché sono diminuite le importazioni lorde, allora siamo diventati più poveri e compriamo meno tedesco.

Il grafico è qui, e non credo sia difficile da leggere:

Fra 2007 e 2010 le importazioni crollano, mentre le esportazioni restano ferme. Il miglioramento del saldo è quindi dovuto alla recessione prima e all'austerità poi, cioè al nostro impoverimento, più che ad altro. La Lombardia, regione che amo, ha condiviso lo stesso amaro destino del Paese: non ci sono molti più Übermenschen da quelle parti di quanti Untermsnchen ci siano altrove, con tutto che una serie di fattori culturali e antropologici differenze le creano, anche molto rilevanti sotto il profilo di un ordinato andamento dell'economia, spesso a evidente svantaggio del Sud. Tutti possiamo migliorare e qualcuno ha più margine di altri. Questo è un fatto che non voglio negare e su cui aspetto le vostre osservazioni.

Quello che invece voglio negare, perché lo negano i dati, è che l'integrazione monetaria abbia determinato una maggiore integrazione commerciali, un maggiore interscambio, inteso come somma dei flussi di esportazioni e importazioni. Quello che è successo è qui:


Direi che, se mai, dopo la gestione della crisi a botte di austerità l'interscambio fra Lombardia e Germania si è strutturalmente ridotto, passando da circa il 12% a circa il 10%. Ovvio risultato di quel prosciugamento del mercato interno a botte di svalutazioni interne competitive (i tedeschi che si tagliano i salari per vendere ai francesi che si tagliano i salari per vendere agli italiani che si tagliano i salari per vendere ai tedeschi) di cui ormai parla perfino un Draghi qualsiasi: sono finiti i tempi eroici in cui certe cose ve le dicevo solo io!

E quindi?

E quindi bisogna fare un discorso di verità.

Non ha molto senso dirci che una cosa che ci ha danneggiato collettivamente come nazione ci ha avvantaggiato singolarmente come regioni del Nord (magari sfasciando solo quelle del Sud), e questo non per un senso di solidarietà nazionale che potrebbe anche essere infondato e che comunque non è necessario provare, ma semplicemente perché non è così nei dati. Poi, per carità, ognuno ha le sue esperienze individuali. Immagino che in certe Confqualcosa di provincia dove si sorseggia prosecco tiepido sgranocchiando lompo rancido su pane da toast rinsecchito ci sia una discreta percentuale di imbesuiti schiavi della narrazione giornalistica, vittime incolpevoli e inconsapevoli della mattanza, tutti Europa e distintivo, e ci sarà magari anche qualcuno che del grande progetto europeo parla bene perché a lui è andata bene (magari è un importatore di qualcosa che serve anche a un popolo impoverito, nel qual caso la monetona fortona lo aiuta)!

Ma il mio punto qui, come in altri contesti, è e resta il solito: se non riconosciamo di avere un problema, difficilmente potremo attrezzarci per gestirlo.

Tutto qua.


(...ah, a scanso di equivoci, e sempre in tema di discorsi di verità: quando parla Borghi non fa crescere lo spread, altrimenti sarebbe ricco come un nababbo! Lo spread l'ha fatto crescere artificialmente Mariou smettendo di acquistare titoli italiani per metterci in difficoltà, ma finora, in questa guerra di logoramento, il più logoro è lui, e noi tiriamo dritto...)

(...farò una proposta di legge per dichiarare lo spumante tiepido reato universale, ma è un capitolo che apriremo più avanti, quando cominceremo a intravedere all'orizzonte qualcosa a cui brindare...)

venerdì 15 dicembre 2017

La domandona (integrazione monetaria for dummies)

(..."fa piacere parlare con una persona intelligente", I fratelli Karamazov...)



Lui: "Il conto devo portarglielo in euro...".

[...]

Mi alzo e vado a pagare col Bancomat.

Lui: "Mi scusi, può darmi un recapito, volevo chiederle una cosa sulle sue teorie...".

Io: "Ecco, già partiamo male, perché non sono mie teorie: è la scienza economica".

Lui: "Sapevo che avrebbe detto così".

Io: "Perché è così".

Lui: "Comunque, avevo una domanda sulle sue argomentazioni...".

Io: "Ariòca!"

Lui: "Ma non volevo farle perdere tempo, posso scriverle...".

Io: "Perdere tempo? No, perché!? Guarda, ti spiego: è come alla fine di un western: io sono quello che spara, tu quello che muore, e la cosa è rapidissima. Dimmi...".

Lui: "Perché lei sostiene che si debba tornare alle valute nazionali? Ma se ognuno deve avere la sua moneta, allora dovrebbero avercela anche le singole regioni. Alla fine a me questo sembra più un problema politico".

Io: "Bravo, è proprio un problema politico. In effetti, gli squilibri regionali esistono, e magari in Italia ne sappiamo qualcosa. Ma................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................
E questo c'è chi lo capisce subito, chi lo capisce dopo, e chi non lo capisce mai. Comunque, farlo capire, vorrei che ti fosse chiaro, non è più la mia guerra. [Il collega al suo fianco, ascoltandomi, si rabbruniva, non so se per una sua accresciuta consapevolezza, o per un comprensibile sdegno di fronte alla mia incontenibile, devastante iattanza...] Io so solo una cosa: che questa sera ho mangiato perché mi hai portato il sushi, e ora posso pagarlo. Domani, chissà... Ma se io non potrò pagare il sushi, tu non potrai pagare l'affitto. Stammi bene, il futuro è tuo! E leggi il mio libro, se vuoi ti mando il pdf..."

Lui: "Ma no, non è necessario!"

Io: "Eh, chi può dirlo? Non volevo essere indelicato, ma io faccio l'economista, e quindi so che la situazione di chi lavora nel terziario è difficile...".



(...in cauda venenum...)

(...bene: il compito per il weekend è, evidentemente, riempire con il mio semplice argomento - che l'amico non ha capito, ma a me non interessava che capisse - le righe lasciate vuote. Purtroppo ultimamente mi sale spesso il don Rodrigo, e quando mi capita così devo dire che vivere dentro un sistema intrinsecamente violento come quello capitalistico, dove chi paga comanda, mi rivela il suo lato positivo: quello di poter esercitare in modo pulito e compatibile con l'ordinamento una severa ma giusta dose di brutalità con chi se la merita, o, almeno, se la cerca. Sarebbe il famoso concetto: "Il mercato è il mio pastore". Se mio nonno faceva il vino e io faccio libri, un motivo ci sarà, anzi, ce ne sono molti, soggettivi, ma anche e soprattutto oggettivi. Quegli stessi motivi oggettivi che mi portano a credere che per l'amico che mi interpellava l'ascensore sociale fosse rimasto fermo fra il piano terra e il garage. Questo non gliel'ho detto con le parole: ma con gli occhi temo di sì. Io sono, certo, solidale, in astratto, con le classi subalterne, e vorrei, certo, che questo sistema evolvesse in un senso socialista. Ho passato tutto il pomeriggio a leggere il bellissimo e utilissimo articolo di Porcaro... Ma poi, fra la teoria e la pratica c'è il giramento di coglioni! Io non sono modesto: sono umile. E con chi invece è modesto, ma non umile, non ho alcuna compatibilità e quindi alcuna pietà. Umiltà è mettersi a studiare, aprirsi ai ragionamenti altrui, e io questo lo faccio, e lo sapete, e vi costringo a farlo con un certo mal contenuto sadismo. Catalogare "le tesi" altrui non è esattamente umiltà. Non riuscirò a versare una lacrima per chi non ha fatto nulla per aiutare se stesso. Non sono Dio, per fortuna, quindi questa clausola nel mio contratto non c'è. D'altra parte, come vi ho sempre detto, non dovete avvelenarvi: Keynes reconnaîtra les siens, dopo che la crisi avrà fatto fare a questi ultimi la fine degli Albigesi. Meritata? Non meritata? Questo sarebbe un giudizio di valore, e non credo sia il caso di darne: quelli sono nel contratto di Dio. Però una cosa è certa: non è compito mio convincere chi crede ai giornali. Il mio compito è vincere questa guerra, e, magari, dopo regolare il sistema dell'informazione - possibilmente usando in modo appropriato le leggi liberticide che la terza carica dello Stato ci avrà messo a disposizione prima di inabissarsi. Io non sono buono, io non sono democratico, io non sono pluralista, e non sono nemmeno onesto, perché forse non vi sto dicendo la verità. Ma al simpatico cameriere piddino la verità l'ho detta...)

(...attenzione! Fermi tutti! Abbiamo la prova della saldatura antropologica fra piddini e ortotteri: quella che consentirà agli uni e agli altri di farsi alleare dai propri capi senza fare "bah!", dopo che i sullodati capi per anni li hanno aizzati gli uni contro gli altri. Il cameriere era piddino, non solo in senso antropologico - sapeva di sapere che la sua domandona mi avrebbe messo in difficoltà! - ma anche politico - non aveva la facies ortottera. Tuttavia, qualcosa di ortottero lo aveva: l'incapacità di usare Google per trovare il mio indirizzo email. Vedete? Una faccia, una razza, una missione. Quella che gli dà il deep state Usa. Massimo rispetto per il deep state, ci mancherebbe altro. Però, amici colonizzatori, se proprio volete tenerla calma sta colonia, sceglieteveli un po' meglio i vostri ascari! Fra l'altro, siccome mi sono veramente rotto i coglioni di spiegare perché l'euro non funziona, se mi pagate anche poco vengo io a fare il lavoro sporco, a belare più Europa, o a dire che l'euro ci ha dato la pace! Gratis, però, non voglio farlo. Nemmeno il cameriere, del resto, vorrebbe lavorare gratis. Ma presto dovrà farlo. Chissà se si ricorderà di quello che gli ho detto. E voi lo avete capito?...)

(...e ora Rockapasso chi la sente...)