L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
martedì 24 giugno 2025
domenica 27 aprile 2025
La Polonia nell'Europa a sette velocità
Nel post precedente Ciaone ha chiesto come mai la Polonia abbia conservato la propria valuta nazionale, rilevando che questo le conferisce un vantaggio sugli altri Stati membri. Non ha reagito benissimo al mio caloroso "benvenuto fra noi!" che non aveva lo scopo di mettere lui di fronte alla sua ignoranza (non mi permetterei mai), ma di mettere tutti voi di fronte all'ignoranza del resto del mondo. Sono reduce da una serata in cui, sia pure in modo piacevole e per certi versi "progressivo", si è comunque reinventata la ruota, come dicono gli inglesi. Chi sta qui da un po' non ha idea di quale sia il suo vantaggio comparato sul resto del mondo, e anzi commette l'errore di pensare che quanto qui abbiamo appreso in quattordici anni di percorso comune, di mutuo arricchimento culturale, sia patrimonio condiviso.
Non è così!
Le domande che mi sono sentito fare questa sera denotavano una totale inconsapevolezza dell'esistenza di serie criticità (per essere gentili) nel progetto europeo, per non parlare poi di analisi di ordine superiore circa le motivazioni e la genesi di queste criticità. La gente semplicemente non sa, semplicemente non capisce che il suo mondo (il mondo in cui lei vive) è una loro rappresentazione (una rappresentazione orchestrata e gestita dai suoi nemici di classe). Nel momento in cui apri un giornale invece di un libro, hai già perso la lotta di classe, e di libri non ne mancano, e presto ce ne sarà uno particolarmente utile (anche se nel titolo c'è una parola particolarmente dannosa). I giornali puoi sì leggerli, ma solo dopo aver capito bene come vengono scritti, quale fabbrica del falso siano, quali stregoni della notizia ci lavorino.
Prendiamo una delle tante cose che secondo me pochi sanno: l'Eurozona non coincide con l'Unione Europea, che a sua non coincide con l'Europa e in questo momento è ad almeno tre "velocità" (cioè coesistono in essa tre regimi):
1) Stati membri (dell'Unione) la cui valuta è l'euro: Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Grecia, Slovenia, Cipro, Malta, Slovacchia, Estonia, Lettonia, Lituania, Croazia (dovrebbero essere venti, magari ricontateli, fosse successo qualcosa nella notte...);
2) Stati membri che conservano la valuta nazionale in virtù di deroghe (clausole di opt-out) definite nei Trattati: prima erano due (Regno Unito e Danimarca), ora ne è rimasto solo uno (sapete quale);
3) Stati membri che non hanno ancora adottato l'euro ma non beneficiano di una deroga, quindi a tendere lo adotteranno (in teoria): Svezia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, Polonia, Bulgaria;
e fino a qui siamo a 20+1+6=27 Stati membri dell'Unione, ma se ci riferiamo all'Eurozona dobbiamo sapere anche che esistono:
4) Stati non membri dell'Unione che hanno adottato l'euro in seguito ad accordi bilaterali: Andorra, Monaco, Vaticano e San Marino (piccoli, ma non trascurabili);
5) Stati non membri eurizzati, cioè che hanno deciso di adottare unilateralmente l'euro: Montenegro e Repubblica del Kosovo,
dove la differenza fra (4) e (5) è che i Paesi sub (4) possono coniare monete (ma non stampare banconote), mentre i paesi sub (5) (cioè gli "eurizzati") non possono nemmeno coniare le monete.
Vi sembra abbastanza complicato?
No, è peggio di così, perché, ad esempio, non tutti gli Stati la cui valuta non è l'euro lasciano fluttuare liberamente il cambio. Basta fare il disegnino (sono solo 7):
Sicuramente il leu si è svalutato molto, il forint ha ceduto in misura minore, zloty e krona hanno avuto alterne vicende e la koruna invece si è tendenzialmente rivalutata (nota bene: sono quotazioni incerto per certo, quindi se salgono significa che ci vogliono più unità di valuta nazionale per acquistare un euro, cioè che la valuta nazionale vale meno). Se togliamo queste cinque valute, noteremo una differenza fra le restanti due:
il lev (che non ha opt-out) ha cambio praticamente fisso (a parte qualche mal di pancia iniziale), mentre la krone (che ha un opt-out) oscilla in una banda ristretta, nonostante formalmente entrambi abbiano adottato (la Danimarca non essendo tenuta a farlo) il regime ERM-2 o AEC-2 che dir si voglia. Quindi, pensate un po': dei due Paesi con opt-out, uno lasciava fluttuare il cambio (il Regno Unito) e l'altro no (la Danimarca), quest'ultimo era entrato in banda di oscillazione ristretta non essendo tenuto a farlo, mentre la Bulgaria in realtà non è esattamente entrata in banda di oscillazione ristretta (il che comporterebbe che stesse iniziando il suo percorso verso l'euro), ma ha semplicemente ereditato un precedente aggancio valutario con il marco tedesco (un currency board in vigore dal 1997), e se l'è tenuto, difendendolo con qualche difficoltà, il che significa però che è di fatto nell'euro, pur non essendo un Paese eurizzato.
Se vi è venuto un lieve mal di testa vi capisco, considerando che siamo a circa sette diversi regimi, e ovviamente non stiamo considerando l'Europa non unionale, che presenta Stati non banali come Svizzera e Norvegia.
Ora: quanti di voi la sapevano tutta? O, di converso, quanti di voi identificavano "Europa" e "euro"?
Se facciamo un focus sulla Polonia, il Paese che interessava a Ciaone, la situazione è questa:
una bella svalutazione di quasi il 30% in occasione della crisi del 2009, descritta a pag. 75 de L'Italia può farcela, poi recuperata, e da lì in avanti una tendenza alla svalutazione fino al 2022, poi recuperata anch'essa.
Ora, a voi è stato raccontato che l'euro è stato fatto per non indurci in tentazione, per non farci svalutare, ma vi ho spiegato e mostrato coi fatti che la realtà era un'altra: il suo scopo era quello di impedire alla Germania di rivalutare, lo scopo dell'euro era cioè di inibire un meccanismo di mercato che avrebbe corretto il gigantesco surplus tedesco, che la Germania non voleva correggere. Ma le cose stanno peggio di così! Eh sì, e dovreste averlo capito: perché mentre da un lato la Germania manipolava la propria valuta impedendole di rivalutarsi in modo da conservare competitività di prezzo rispetto ai Paesi terzi (fra cui gli Stati Uniti), dall'altro, però, uno dei suoi principali subfornitori, la Polonia, che è il secondo Paese di provenienza delle sue importazioni dopo gli Stati Uniti, svalutava progressivamente la propria valuta, cioè la Germania (l’euro) si rivalutava rispetto allo zloty, rendendo così sempre più convenienti la componentistica e i semilavorati polacchi per l'industria tedesca.
Insomma: la Germania, con questo bel guazzabuglio di arrangiamenti monetari a millemila velocità, è riuscita nel duplice scopo di manipolare al ribasso la propria valuta verso i suoi clienti, mentre beneficiava di un ribasso della valuta dei suoi fornitori! Vendi sottoprezzo e ti rifornisci sottocosto: che vuoi di più dalla vita? Guadagni competitività perché svaluti rispetto al dollaro e perché rivaluti rispetto allo zloty, cioè lo zloty svaluta rispetto a te...
E così abbiamo anche risposto alla domanda di Ciaone: "a chi faceva comodo?". La domanda non è mal posta, ma forse un po' superflua. I rapporti di forza vigenti finora rendevano la risposta sufficientemente ovvia: a chi comanda(va), cioè alla Germania. So che molti di voi storceranno il nasino, ma against this backdrop qualsiasi cosa faccia comandare un po' di meno la Germania mi sembra debba essere visto come un successo, o almeno come la mitigazione di un danno, anche se comporta scelte geopolitiche urticanti per alcune sensibilità.
Liberi voi di pensarla diversamente: io la penso così, e credo di avervi spiegato oggi il perché.
Buona notte!
sabato 7 gennaio 2023
Il Pil e il tramonto dell'euro (lebbasi)
Eggnente, purtroppo la forma del blog, che ha i suoi vantaggi in termini di dialogo e coinvolgimento (il che ci ha consentito di diventare una community più unica che rara, anche se, come sapete, noi non esistiamo...), ha anche uno svantaggio sotto il profilo didattico che mi era ben chiaro fin dall'inizio: i contenuti si perdono nel flusso magmatico della narrazione, e recuperare i più rilevanti per assimilarli è un'impresa oggettivamente impossibile, soprattutto considerando che pressoché nessuno clicca sui link con cui rinvio ai post "chiave" (eppure, quali siano questi post lo sapete).
Questo limite della "forma blog" purtroppo è aggravato dal mio peggior difetto: la perspicuità.
Tradotto: purtroppo se spesso non capite nulla (volevo dire un'altra cosa, ovviamente) la colpa è mia, è del fatto che scrivo in un italiano comprensibile. Questo vi dà la sensazione di aver capito tutto, sensazione tanto confortante quanto spesso illusoria. Fa un po' parte del mestiere del docente dare al discente la sensazione di aver capito: uno studente perennemente frustrato nel proprio desiderio di sapere, e soprattutto di far vedere che sa, abbandonerebbe gli studi! Ma è un talento, questo, che va dosato con accortezza, altrimenti poi si creano dei mostri come quello che mi accingo a liquidare. Invochiamo San Giorgio:
e procediamo...
Vi presento un nuovo amico
(qui).
Speravo di averla chiusa qui, e invece oggi mi trovo in coda questa roba indefinibile:
Ihavenodream ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La situazione è grave, ma non è seria":
Io lo so: peccato che i dati farlocchi in Italia (e in tutta Europa in verita') parlano di crescita del 3-4% per il 2022, omettendo di dire che crescita e'...e non e' reale, non siamo mica cresciuti del 4% in termini reali nel 2022. Per esempio qui: https://finance.yahoo.com/quote/EURUSD=X?p=EURUSD=X&.tsrc=fin-srch dice che il GDP nominale Italiano e' calato del 5% in dollari rispetto al 2021 (-5% YoY). In Euro saremo cresciuti appunto del 4% che e' il dato che circola mainstream...ma e' per appunto crescita nominale, in termini reali siamo sotto zero e di parecchio pure!
Pubblicato da Ihavenodream su Goofynomics il giorno 6 gen 2023, 20:18
Il sito citato rinvia al tasso di cambio euro/dollaro, che nell'ultimo anno ha fatto questa roba qui:
ultimo pezzo della traiettoria in discesa le cui motivazioni (svalutazione competitiva da parte del Nord per aggredire mercati esterni all'Eurozona e per mantenere dentro l'Eurozona gli Stati membri più deboli) sono state ampiamente discusse nel post precedente. Il grafico parte a 1.13 e arriva a 1.05 (ma come sapete penso che calerà ancora un po'...), il che corrisponde a una diminuzione del 7%, parente del 5% del nostro amico (come sapete, i tassi di cambio sono una variabile molto volatile e la svalutazione/rivalutazione rispetto all'anno precedente cambia ogni giorno, anche in modo sensibile). Nella pagina cui si fa riferimento non c'è traccia di Pil, né misurato in euro, né misurato in dollari. Il "ragionamento" del nostro amico sembra quindi essere esattamente quello di cui ci occupammo sei anni addietro:
e che già sei anni addietro confutammo. Era la famosa storia del calo del Pil del 30% in caso di uscita, autorevolmente ripresa da esperti del PD, dove si ometteva appunto di dire che questa valutazione era riferita al Pil misurato in dollari. Lo scenario quindi era estremamente fosco perché basato su un'unità di misura priva di senso: nessuno di noi va a fare la spesa a Manhattan ogni mattina! In altri termini, siccome il cambio euro/dollaro non impatta direttamente sulla quantità di beni che possiamo acquistare in Italia coi nostri redditi in euro, cioè non impatta sul nostro reddito reale, sul Pil reale, l'unico metro sensato del Pil reale, quando lo utilizziamo per valutare il livello di benessere o malessere dei cittadini italiani, resta la valuta utilizzata dai cittadini italiani per acquistare beni in Italia, cioè l'euro.
Insomma, quello che fa un po' sorridere è che nel suo tentativo un po' paranoico di emanciparsi dalla narrazione mainstream il nostro nuovo amico, che forse non c'era sei anni fa, o ha la memoria labile, ci riproponga esattamente gli stessi paralogismi della narrazione mainstream!
Sì, d'accordo, gli estremi si toccano, ma, come aggiungo io, poi perdono la vista...
Vengo comunque al merito della questione, per fissare nelle nostre testi gli ordini di grandezza.
La crescita al 4% per il 2022 è un dato non ancora consolidato (come sapete, occorre un po' perché le rilevazioni statistiche del Pil possano essere elaborate), ed è ovviamente in termini reali, cioè misurata sul Pil valutato ai prezzi (concatenati) del 2015. Le stime di novembre scorso danno un "acquisito" annuale al 3,9% (qui), il che significa che se il Pil dell'autunno 2022 sarà uguale a quello dell'estate 2022 il Pil dell'anno 2022 sarà superiore del 3,9% a quello dell'anno 2021 (ma potrebbe anche andare meglio). Questo secondo l'ISTAT. Ricordo che il Fmi a ottobre dava il 3,1% per il 2022 e -0.2% per il 2023, mentre l'OCSE per il 2023 ora dà +0.2% e la Bce dà +0.3% (la situazione è in rapida evoluzione...). La stima preliminare del Pil di autunno 2022 (e quindi dell'intero anno 2022) l'avremo martedì 31 gennaio, la stima consolidata venerdì 3 marzo (qui il calendario) e solo allora potremo sapere che cosa sarà successo.
Quanto al Pil nominale, il quadro attualmente disponibile, che ovviamente (e due) è provvisorio, è questo:
La NADEF a settembre dava una crescita reale al 3,7%, con un deflatore al 3,0%, che sommati davano (con arrotondamenti) un nominale di 6,8%. Il nominale del Fmi a ottobre era più basso, al 6,4%, per sfiducia nella crescita reale (che era stimata al 3,2%). A novembre per quanto riguarda la crescita reale l'OCSE confermava il quadro della NADEF e l'ISTAT proponeva un acquisito superiore, al 3,9% (come dicevamo sopra). Per quanto attiene alla crescita nominale, l'OCSE dava un deflatore in maggiore crescita (3,3%), il che portava la crescita nominale al 7,0%.
Il punto sul quale vorrei farvi riflettere, tornando un attimo al post precedente, è che sempre l'OCSE dà per il 2022 in Germania una crescita reale di 1,8% (la metà della nostra) e una crescita del deflatore del Pil di 5,8% (inflazione quasi doppia della nostra). Capito cosa significa segare il ramo?
Il tramonto dell'euro
Faccio un breve inciso, cui vengo portato naturalmente dai bei ricordi dei giorni in cui Squinzi o la stimata collega De Micheli confondevano la variazione del Pil nominale espresso in dollari con quella del Pil reale espresso in euro (si va un po' oltre il confondere le mele con le pere, ma mamma ci ha fatto indulgenti, per cui ci fermiamo qui...).
Dal 9 maggio 2013, giorno in cui l'allora presidente di Confindustria Squinzi paventava svalutazioni del 30%, a oggi, l'euro ha perso il 20,1% (scendendo da 1,3142 a 1,0500). Se questo calcolo lo avessimo fatto il 28 settembre scorso ci avrebbe restituito una svalutazione del 27,2% (da 1,3142 a 0,9565): molto vicino al 30% paventato dall'allora Presidente Squinzi. C'è stato da settembre un certo recupero, ma la politica monetaria americana, volta a preservare, con innalzamenti del tasso di interesse, la supremazia del dollaro, lascia pensare che o soffochiamo la nostra economia con uguali innalzamenti dei tassi, o il cambio dovrà tornare a cedere (vedremo quello che succederà).
Agli scemotti che ogni tanto si affacciano su Twitter commentando "e anche oggi l'euro tramonterà domani" vorrei far notare che in effetti anche oggi l'euro è tramontato ieri. La protratta perdita di terreno che vedete qui (con i dati giornalieri dell'Eurostat):
avvalora la nostra tesi che dieci anni fa il tasso di cambio della moneta unica fosse insostenibile. Non vorrei sembrare presuntuoso, perché il merito non è mio (è dei fatti), ma tutto quello di cui qui abbiamo parlato per tanti anni si è progressivamente realizzato.
Ricordate quando chiedevamo politiche espansive ma ci veniva detto che non si potevano fare? Fatte (la favoletta del debito buono)!
Ricordate quando si diceva che la BCE non poteva intervenire a sostegno dei debiti pubblici? Fatto ("noi non siamo qui per chiudere gli spread", correzione effettuata a tempo di record a marzo 2020)!
Ricordate quando criticavamo le politiche di deflazione salariale? Ora le criticano i banchieri centrali (vedete il post precedente).
Eppure io ve lo avevo detto che le posizioni del mainstream erano in rapida evoluzione!
E allora ai tanti che "siccerano loro" a quest'ora saremmo non si sa bene dove suggerisco di stare manzi. Una Germania che ha la metà della crescita e il doppio dell'inflazione di noi (misurata col deflatore del Pil: coi prezzi al consumo le cifre sono altre) ci aiuterà senz'altro a fare un altro pezzettino sulla strada delle cose che in teoria non si sarebbero potute fare fino al momento in cui si dovrà farle, anche perché il cambio che è sostenibile per noi non è sostenibile per lei, come qui abbiamo sempre detto e ripetuto.
Va da sé che non avrebbe nessun senso razionale creare inutili polemiche attorno a un problema che non solo non possiamo risolvere con le nostre forze, ma affligge altri più di noi. Lasciamo che chi ha voluto un certo mondo se lo goda, e manteniamo la calma! La crescita del nostro Paese al 4% in termini reali non è un complotto dei poteri forti, caro Ihavenodream: è un successo del nostro tessuto produttivo, delle tanto vilipese Pmi, che, per quanto strozzate da politiche fiscali e creditizie assurde, restano il modo di organizzazione della produzione più confacente alle "sfide della globalizzazione", sfide che dal Triassico in poi richiedono agilità, non gigantismo, come gli zoologi ben sanno:
anche se per prendere atto di questa profonda verità spesso si rende necessario uno shock esterno.
Lasciamo che i giganti del Nord gestiscano lo svantaggio delle loro maggiori esigenze alimentari di gas e della loro incapacità di adattamento a un ambiente mutevole, e teniamo salda la barra di questa community che non esiste (e gode pertanto del principale vantaggio del non esistere, che è quello di poter dire quello che le pare)!
E per oggi è tutto.
(...credo che capiate che non mi è sempre possibile dedicarvi tanto tempo, ma non per questo voglio trascurarvi. Trovare un nuovo equilibrio sarà fra i compiti per il 2023, che per me inizia il 9 gennaio. Intanto, godiamoci il weekend...)
(...e l'asteroide? L'asteroide è la crisi finanziaria, naturalmente. Tutti dicono che non ci sarà, che ora c'è la complasensi, che non conviene a nessuno - e questo è vero!, ma io non sono poi così convinto che le cose accadano solo se "convengono" a qualcuno. Shit happens, dicono i nostri alleati, e hanno ragione. L'importante è che la responsabilità non venga addossata a chi le sue banche le ha pulite e i suoi debiti li ha sempre onorati, cioè noi...)
sabato 9 luglio 2022
Il cambio euro dollaro
...di cui vi offro una diapositiva, perché la storia va raccontata tutta, altrimenti non si capisce. Fa un po' sorridere chi si straccia le vesti perché stiamo per raggiungere la parità: dimentica che siamo anche stati sotto la parità, e il motivo, forse, lo indovinate da soli (ora non ho tempo di parlarvene, ma un'idea potreste farvela rileggendo questo).
domenica 6 ottobre 2019
Le tariffe
Di dazi (e di Whirlpool) dovrò parlare fra poco dall'Annunziata. Forse è il caso di ricordare qui un paio di cosette.
Il grafico riporta l'andamento del tasso di cambio euro/dollaro misurato in dollari per euro (certo per incerto) e in euro per dollaro (incerto per certo). La quotazione di cui si parla sui media è la prima, cioè la spezzata blu, che, quando il cambio si svaluta, scende (a testimoniare che per lo stesso euro ti danno meno dollari). La quotazione incerto per certo (spezzata arancione) funziona in modo uguale e contrario: quando il cambio si svaluta, la quotazione sale (a testimoniare che per acquistare lo stesso dollaro occorrono più euro).
Il puntino rosso indica la data in cui scrissi questo articolo, dove sostenevo che (mi cito col consueto immenso piacere): "l’euro a 1.37 (diciamo 1.4, arrotondando) sul dollaro è troppo alto, come anche Prodi autorevolmente ci ha ricordato, il che apre la strada a due soluzioni: o l’euro si svaluta, o crolla sotto il proprio peso. La perdita da svalutazione quindi, da qui ai prossimi due anni, ci dovrà essere in ogni caso."
Come i miei lettori sanno, ogni tanto ci prendo, e infatti dopo il puntino rosso vedete un bello scivolone. Da 1.37 (media del mese di maggio 2014) l'euro scese a 1.08 (media del mese di aprile 2015). Soddisfazione intellettuale a parte (ci voleva poco), in pratica che cosa era successo?
Ce lo esemplifica questo semplice schemino. Se a maggio 2014 un cittadino statunitense per comprare un bene europeo del prezzo di 100 euro doveva spendere 137 dollari, ad aprile 2015, essendosi indebolito l'euro, ne bastavano 108. Le importazioni dall'Eurozona erano diventate più convenienti per gli statunitensi. Naturalmente, però, se un cittadino europeo voleva acquistare un bene statunitense dal prezzo di 100 dollari, a maggio 2014 gli basavano 73 euro, ma ad aprile 2015 gliene occorrevano 92.6, con un aumento del 26.85%. Le importazioni di beni statunitensi da parte degli europei sono le esportazioni di beni statunitensi verso l'Europa (per la precisione, l'Eurozona), e quindi, tanto per esser chiari, con un'unica semplice mossa Draghi aveva messo un bel dazio del 26% su ogni e qualsiasi bene esportato dagli Stati Uniti verso l'Eurozona.
Lo scopo era nobile, per carità: tenere i cocci insieme! Con un tasso di cambio vicino a 1.4 le esportazioni dei paesi del Sud, ma anche quelle tedesche (una volta distrutta con l'austerità la domanda, cioè la capacità di spesa, dei paesi del Sud) si sarebbero trovate in difficoltà. Troppo care! Diventava imperativo vendere a 108 dollari quello che ne costava 137 in modo da mantenere in vita l'economia dell'Eurozona.
Ma l'economia si fa in due: gli Stati Uniti ovviamente non presero bene questa mossa.
La prima reazione fu semplice: la revisione dell'Omnibus Foreign Trade and Competitiveness Act, una legge promulgata sotto la presidenza Reagan e poi rinnovata varie volte che conferiva al governo degli Stati Uniti il compito di sorvegliare l'evoluzione della competitività dei principali partner commerciali, e in particolare l'andamento delle loro valute. Con il Trade Facilitation and Trade Enforcement Act del 2015 si definivano dei precisi criteri quantitativi per l'individuazione dei paesi manipolatori di valuta e per quelli da mettere sotto osservazione. I criteri da considerare diventavano tre: entità del surplus della bilancia dei pagamenti (non superiore al 3%), entità del surplus bilaterale con gli Stati Uniti (non superiore a 20 miliardi di dollari), persistenza degli interventi sul mercato dei cambi. Il rapporto semestrale sulle Politiche Macroeconomiche e Valutarie dei Principali Partner Commerciali si arricchiva così di una nuova tabella, la lista dei paesi sotto osservazione, e naturalmente a partire dall'edizione dell'aprile 2016 (la prima a recepire le modifiche della normativa) la Germania, infrangendo due criteri su tre, veniva messa in lista, come qui sapete bene:
e lì è rimasta fino all'ultimo rapporto, quello del maggio di quest'anno (è imminente la pubblicazione di quello di ottobre).
Vi sarete forse persi il simpatico scambio fra Peter Navarro, presidente del Consiglio Nazionale per il Commercio Estero degli Stati Uniti, e la signora Merkel, dove il primo accusava la Germania di approfittare di un euro estremamente sottovalutato per sfruttare gli Stati Uniti e gli altri paesi europei, e l'altra rispondeva, in modo lievemente inconferente, parlando di indipendenza della Banca centrale... Se anche fosse vero (e non lo è) che la Germania non influisce politicamente sulle scelte della Bce, ci sono mille altre cose che potrebbe fare a casa sua e che gli economisti le chiedono da anni per sanare gli attuali squilibri che vedono il suo surplus estero a circa 300 miliardi di dollari! Ad esempio, aumentare i propri investimenti pubblici (e quindi il proprio Pil e a ricasco le proprie importazioni).
Che gli Stati Uniti avrebbero reagito era sufficientemente ovvio per chiunque. Del resto, che l'euro sia troppo debole per la Germania lo confermano studi della stessa Bce (posteriori a quelli citati nel nostro studio, che già confermavano la stessa cosa):
La metodologia usata ve la descrissi qui tre anni fa, i risultati sono abbastanza eloquenti: nel 2016 solo per la Germania (e marginalmente per la Francia) l'euro risultava una valuta troppo debole (di circa il 5%), mentre per gli altri paesi era più o meno prezzata correttamente. Il punto è che nell'Eurozona o è in equilibrio la Germania, o sono in equilibrio gli altri, e quando il buon senso consiglia di non penalizzare troppo gli altri, l'unico modo per evitarlo è dare un vantaggio ingiusto alla Germania.
Se poi Trump (ma prima di lui Obama!) se la prende, non è perché è cattivo dentro, come sosteneva un bizzoso Katainen alla conferenza interparlamentare europea: è solo che quando è troppo è troppo.
Alla prima occasione utile, quella offerta da un'istituzione della globalizzazione, il Wto, con il suo lodo sul caso Airbus/Boeing, la reazione non si è fatta attendere. Guarda caso, i dazi che Trump mette ai prodotti europei sono della stessa entità del dazio che Draghi è stato costretto a mettere sui prodotti Usa con la svalutazione del 2015 (e anche qui non erano mancati colpi di avvertimento: Trump aveva apertamente dichiarato di considerare Draghi un manipolatore)!
Questi sono fatti, abbastanza separati dalle opinioni, mi pare.
Le conclusioni le lascio tirare a voi. Ora io mi devo tirare a lucido per non sfigurare nel salotto dell'Annunziata...
lunedì 30 aprile 2018
Ancora sui disallineamenti
Non entro (perché non ho tempo) in tutto quello che ho fatto in questo mese: se vi interessa, farò un post a parte. Non entro nemmeno (per lo stesso motivo) in quanti soldi mi sono entrati in tasca: ricordo solo che il buon Serendippo parlava di un incremento del 600% del mio stipendio (che avrebbe significato, a spanna, arrivare a 20.000 netti al mese). Posso rassicurarlo: siamo molto al di sotto di questo obiettivo. Mi chiedo solo perché chi si preoccupa tanto degli stipendi dei politici non si preoccupi altrettanto di quelli degli eurocrati o dei funzionari di altre organizzazioni sovranazionali, che svolgono funzioni di indirizzo politico senza essere stati eletti da nessuno e senza pagare tasse a nessuno (ogni riferimento a nomine recenti è puramente intenzionale), o di quelli dei consiglieri delle società pubbliche partecipate, o di quelli dei magistrati (gli unici sfuggiti al congelamento delle retribuzioni nel comparto della pubblica amministrazione per il semplice motivo che erano gli unici a poter dare ragione a se stessi in un tribunale, come qui spiega un collega).
Chissà perché questa attenzione (o, se volete, disattenzione) selettiva?
Già, chissà...
In effetti, oltre a tutto il resto, in questi giorni sto anche chiudendo alcuni lavori che ho ereditato dalla mia vita precedente. In uno (veramente, in due, ma nell'altro ho due coautori) mi sto preoccupando del solito problema: dell'impatto sulla nostra produttività di un cambio sbagliato per la nostra economia. L'argomento non è nuovo ai lettori di questo blog. Lo introdussi in un post di quasi cinque anni fa, da cui trassi svariati articoli scientifici: il primo, del 2016, ha avuto l'onore di essere citato da Zingales, il secondo è qui, e il terzo (l'unico ad accesso libero per i non addetti ai lavori - cioè per i non iscritti alle riviste specializzate) è qui. Nel lavoro che sto concludendo modifico leggermente approccio: invece di considerare l'impatto sulla produttività del tasso di cambio, considero quello dello scostamento del cambio dal proprio valore di equilibrio.
Il modello post-Keynesiano si basa sull'idea che la domanda stimoli l'offerta: sono le aspettative di domanda (e non il tasso di interesse) a indurre gli imprenditori a investire (cioè ad acquistare macchinari, attrezzature, mezzi di trasporto ecc.), ed è il "tiro" della domanda a stimolare la produttività: un'idea vecchia quanto l'economia, visto che come voi sapete (e i miei colleghi, anche quelli che si scoprono il capo ostentando deferenza al nome di Sylos-Labini, non sanno) è stata introdotta in letteratura da Adam Smith. Ora, se il tasso di cambio cresce, normalmente questo deprime la domanda: i prodotti nazionali diventano più cari per gli acquirenti esteri, le esportazioni rallentano, e la produttività ristagna, in un processo di causazione circolare e cumulativa. Tuttavia, può anche capitare che la crescita del cambio sia associata a (o causata da) una crescita della produttività (questa è l'obiezione di Zingales al mio lavoro). Se il cambio sale, ma sale anche la produttività, la competitività di prezzo in linea di principio potrebbe restare invariata: infatti, è vero che per l'acquirente estero, a parità di prezzo nazionale, il bene nazionale costa di più, ma è anche vero che siccome i lavoratori sono diventati più produttivi, il costo del lavoro per unità di prodotto scende (uno stesso salario si "spalma" su più prodotti) e quindi il prezzo del bene nazionale in valuta nazionale può scendere. Può quindi darsi che questa discesa del prezzo in valuta nazionale sul mercato interno compensi l'aumento del prezzo della valuta per l'acquirente estero, dando come risultato un uguale prezzo in valuta estera sui mercati internazionali.
La morale di questa favola (per chi non si è perso: ma siccome a nessuno fa piacere far brutta figura, farete tutti finta di aver capito cosa è successo...) è che più che i movimenti in alto o in basso del cambio, contano gli scostamenti dall'equilibrio. Un paese con forte produttività può essere competitivo anche con un cambio "alto" (o in crescita), e un paese con debole produttività può essere non competitivo anche con un cambio "basso" (o in calo). Ovviamente, nel calcolare gli scostamenti del cambio dall'equilibrio si tiene conto, appunto, del divario fra la produttività del paese e quella dei suoi concorrenti, e di un paio di altre cosucce, come abbiamo visto un paio di anni or sono. Nell'articolo sull'uscita dell'Italia dall'eurozona avevo applicato uno di questi approcci (il BEER) per stimare di quanto si sarebbe apprezzata o deprezzata la nuova valuta italiana in seguito a uno sganciamento dall'euro. Nel frattempo, un gruppo di colleghi francesi che lavora presso il CEPII ha redatto EQCHANGE, un database che riporta le serie degli scostamenti del cambio dal proprio valore di equilibrio per oltre cento paesi, a partire dal 1973. Se vi interessa, potete iscrivervi e scaricarlo.
Qui mi limito a riportare un grafico costruito con due serie estratte dal database:
Nel grafico vedete gli scostamenti del tasso di cambio dal proprio valore di equilibrio per due paesi: Germania e Italia. La linea orizzontale (per gli amici: le ascisse) corrispondono a zero scostamento, cioè a una situazione di equilibrio. Sotto l'equilibrio la valuta è sottovalutata (cioè favorisce indebitamente le esportazioni), sopra è sopravvalutata (e quindi penalizza indebitamente le esportazioni). Com'è andata mi pare si capisca. Secondo queste stime, negli anni '70 l'Italia aveva una valuta piuttosto sottovalutata (intorno al -15%) e la Germania relativamente sopravvalutata (attorno al 5%). L'adesione allo SME nel 1979 ci riporta in equilibrio, e lo SME "credibile" (quello senza periodiche revisioni della parità) ci porta in territorio positivo: una sopravvalutazione cui rimediamo con la svalutazione del 1992. Il resto è piuttosto ovvio: con l'entrata nell'euro, la nostra valuta (appunto: l'euro) diventa progressivamente sempre più forte per noi, toccando punte di sopravvalutazione del 15%, fino alla gigantesca "svalutazionecompetitiva" predisposta da Draghi nel 2014, della quale ora paghiamo le conseguenze (sapete che qui abbiamo previsto l'una e le altre) sotto forma di ritorsioni da parte degli Stati Uniti. La situazione tedesca è quasi speculare. Dico "quasi", perché in effetti per capire come si sono sviluppati i rapporti fra noi e la potenza egemone conviene prendere lo scarto fra le due serie, cioè lo scostamento fra gli scostamenti dall'equilibrio:
Qui si vede meglio cosa sta succedendo. La tendenza "secolare", interrotta dal riallineamento del 1992, è quella di un indebolimento relativo del marco/euro rispetto alla lira. Anche alla fine della storia, quando noi ci troviamo sottovalutati (come si vede nel primo grafico), la Germania è più sottovalutata di noi, e quindi resta "sottoprezzata" per sul mercato italiano. Certo: per la Germania l'euro è debole perché la Germania è forte (in un certo senso che i lettori qui hanno imparato a comprendere). Ma il punto resta! Il fatto che questo grafico, invece di oscillare attorno allo zero, manifesti una tendenza negativa ci dice, di per sé, che un mercato non sta funzionando: quello della valuta, che oggi non funziona... perché non c'è! Ci siamo chiesti mille e una volta perché i "libbbberali" vedano nell'abolizione di un mercato una cosa buona e giusta. Forse perché sono scemotti a libro paga, che di Smith hanno solo sentito il nome in qualche corso di Istituzioni di economia politica di qualche facoltà minore (se pure...). In ogni caso, il punto di fondo è sempre lo stesso, e tale resta: accordi irrazionali non sono benefici per nessuno. E se ne volete una riprova, considerate che Deutsche Bank si è fumata in pochi anni oltre 10 miliardi di aumenti di capitale e non gode di ottima salute.
Anche i ricchi piangono, a quanto pare, soprattutto perché sono poveri.
Quindi, a chi mi chiede se usciremo dall'euro, io continuo a ripetere quello che dissi a un giornalista particolarmente poco piacevole la prima volta che andai in televisione, molti anni fa: questo è un falso problema, perché sarà l'euro a uscire da noi. I numeri per una soluzione politica ad oggi non ci sono, ma stanno diventando sempre più grandi, esattamente come stanno diventando sempre più grandi le cifre necessarie per tenere insieme la baracca. Non ci voleva quel genio di Stiglitz per suggerirci che un giorno i costi supereranno i benefici.
Intanto, godiamoci il seguito della telenovela...
(...ah, fedele allo spirito di questo blog, come vedete, non vi parlo di cronaca, ma una cosa ve la dico: sono umanamente - prima che politicamente - molto contento...)
(...ovviamente questa modifica metodologica, che tiene conto dell'osservazione di Zingales, non altera in nulla i risultati dei precedenti studi: la sopravvalutazione - rispetto all'equilibrio - deprime la dinamica della produttività. Non c'è niente da fare: se una moneta è sbagliata, è sbagliata...)
venerdì 29 dicembre 2017
Ad Andrea Mazzalai sul cambio (dei lettori)
Intervengo solo perché mi è stato segnalato da alcuni lettori... Non credo che Alberto si riferisce al sottoscritto usando la parola cialtrone ricordo solo che post Trump il dollaro è passato da 1.13 a 1.03 il che mi scuso con i lettori se non si è trattato della parità esatta! Per il resto la verità è figlia del tempo e in un ambiente così complesso come quello valutario dove si transano più di 4 trilioni di dollari al giorno al sottoscritto interessa più il medio o lungo termine come si comporta il dollaro a fronte di shock finanziari e via dicendo Buina giornata Andrea
Postato da Andrea Mazzalai in Goofynomics alle 29 dicembre 2017 09:55
Caro Andrea,
tu sei del mestiere più di me (non scherzo) e quindi questo te lo ricorderai:
e ovviamente dal layout sai riconoscere di chi è. Mi ci gioco una, anzi, due palle (di biliardo) che ricordi anche questo:
del quale altresì ricorderai l'autore. Ma prima ancora, almeno tu (a differenza di qualche mio e tuo lettore diversamente acuto), ricorderai questo famoso grafico:
Inutile dire che chiunque abbia come noi interesse alle vicende monetarie, anziché a rompere i coglioni, può con una immediata ricerca trovare, che so, questo, e tanto altro.
Insomma: come noi sappiamo, c'è solo l'imbarazzo della scelta.
Non ho idea del perché i miei lettori ti abbiano chiamato in causa. Può essere che anche tu abbia emesso in un qualche periodo uno scenario nel quale vedevi ulteriori indebolimenti dell'euro, o magari la sua parità col dollaro? Mi sembra che uno dei miei collaboratori me ne abbia parlato verso l'inizio di quest'anno. Non ho avuto tempo di approfondire, e nemmeno di chiedergli come abbia gestito i suoi dollari. Io, se avessi dei soldi, li affiderei a te. Tuttavia, come il mio risicato staff sa, quando mi venne fatto vedere questo grafico fui piuttosto scettico. In effetti, ora siamo a 1.2, non a 1, e quindi ho avuto ragione.
Ci possono essere mille e una ragione per prevedere un indebolimento o un rafforzamento di un valuta, e in assenza di un orizzonte temporale specifico queste previsioni possono sempre essere dichiarate corrette o sbagliate. Anch'io, come te, mi occupo più di medio che di breve periodo, il che mi costringe ad aspettare un po' prima di vedere se le cose sono andate come pensavo dovessero andare. L'atteggiamento scientifico è sempre quello di analizzare gli errori, cosa più immediata se il modello di riferimento è formale (matematico) anziché concettuale (e anche questo lo sappiamo). Le previsioni di Goldman Sachs non solo sono sbagliate, ma rivelano anche un profondo non capire un cazzo di un cazzo di come stanno le cose (a mio sommesso avviso) e questo per un motivo molto semplice: perché se già con un cambio a 1.2 abbiamo le tensioni che abbiamo (surplus estero dell'Eurozona - cioè della Germania - alle stelle, tensioni intrazona determinate dall'insofferenza tedesca verso i bassi tassi che mandano in sofferenza il loro sistema bancario, ecc.: le cose che tu sai e che i cretini farebbero meglio a ripassare, anziché metter zizzania), con un cambio a 1 avrem(m)o (avuto) molte ma molte più tensioni (scegli quali parentesi mettere o togliere).
Lo scenario di Goldman era, io credo, uno scenario politico. Un misto di wishful thinking, probabilmente connesso in modi che non riesco compiutamente ad analizzare all'idea che Trump non ce l'avrebbe fatta. Se ci andiamo proprio con l'accetta, e per semplificare diciamo che Hillary sarebbe stata il presidente di Wall Street (la comunità finanziaria cui il dollaro forte fa comodo perché rafforza la credibilità del sistema e attrae investimenti finanziari esteri), mentre Trump quello di Main Street (l'economia reale, cui un dollaro debole fa comodo per rilanciare le esportazioni), possiamo in effetti leggere la previsione errata di G&S come un pio desiderio.
Ma i sogni non si avverano, soprattutto quando di mezzo c'è l'Europa. Gli Usa hanno, nei fatti, scelto un diverso percorso di sviluppo. Dopo il deterioramento dei conti esteri subito a causa della svalutazione dell'euro:
(lo si vede bene qui dal 2014 al 2016) hanno deciso di concedersi il sottile piacere di rendere la pariglia. L'amore non è bello se non è litigarello.
Come finirà non lo so, ma so che lo vedremo. Molto probabilmente, non finirà. Non esiste, secondo me, un mondo in cui un paese con un surplus di 400 miliardi di dollari possa svalutare moltissimo, soprattutto se un paese più cazzuto di lui ha bisogno di riprendere a crescere sul serio prima che sia troppo tardi (ed è già troppo tardi: tu lo sai meglio di me). Questo dilemma si può risolvere in due modi: o si rinuncia alla quotazione (cioè il cambio non va a 1) o si rinuncia al paese (cioè l'eurozona esplode). Resta inteso che questa valutazione molto schematica è venduta as is, ovvero rebus sic stantibus. Esistono mille e uno elementi più o meno utopistici che potrebbero compensare le tensioni create da un cambio totalmente disallineato rispetto ai fondamentali del paese egemone: quest'ultimo potrebbe decidere di sostenere gli altri paesi membri (#DAR), oppure una vigorosa (#DAR) crescita proveniente dal resto del mondo potrebbe dare ossigeno a tutti (ma ne darebbe sempre di più a chi ha la testa fuori dall'acqua), oppure 6 miliardi di esseri umani potrebbero impazzire e cominciare a considerare la valuta un bene di Giffen... la fantasia è l'unica cosa, ma proprio l'unica, che non deve avere confini!
Però, allo stato attuale, mi viene da dire che se alla GS avessero letto gli stessi libri di macroeconomia che ho letto io... avrebbero fatto le stesse previsioni ridicole che hanno fatto loro, perché le loro non erano previsioni: erano un programma politico!
Eh già: loro possono permetterselo!
Noi no.
C'è però un lusso che possiamo permetterci, e io me lo permetto subito: quando qualche poraccio che non gioca nel nostro campionato viene a dirmi cosa tizio o caio hanno detto di me, io lo blocco subito. Posso farlo perché a me un lettore in meno non toglie nulla, anzi! Soprattutto se è di questa risma, eliminarlo mi restituisce il bene più prezioso: quel famoso tempo dal quale io e te aspettiamo la verità (e qualche soddisfazione l'abbiamo avuta).
Ora torno al post dove ho trovato il tuo commento e filtro al trash chi semina zizzania. Tu fai come vuoi: non avresti avuto bisogno di precisare, e non ce lo avrei avuto nemmeno io, visto che ci conosciamo e ci stimiamo. Tuttavia, visto che siamo seguiti da una minoranza di persone intelligenti (Cipolla rules), ho pensato che a loro questo scambio, che poi, in effetti, è un backstage nella monnezza che quotidianamente ci tocca leggere, sarebbe stato utile.
Ti mando un forte abbraccio e un sincero augurio di buon 2018. Come forse ti ho detto, le mie vicende personali non mi portano più dalle tue parti. Spero però di creare io un'occasione di incontro e di scambio di idee, magari qui a Roma, magari in a/simmetrie.
Auguri!
Alberto
P.s.: eh, in effetti no: non mi rivolgevo a te. Come tu sai, e i segati non sanno, il mio obiettivo era un altro, leggermente più grosso (sparo a quelli grossi perché ho una cattiva mira e mi spiace non colpire il bersaglio...).
giovedì 28 dicembre 2017
L'euro ci difende dalle guerre valutarie. Svolgimento.
Sapete bene che una delle mie principali critiche all'attuale assetto europeo è che l'alleanza con la Germania da esso determinata ci spinge fatalmente a combattere una guerra economica contro gli Stati Uniti, un paese che sarebbe meglio non avere come avversario. Questo a voi è noto perché ne parlavo nel Tramonto dell'euro. Mi riferisco, fra gli altri, al passo che inizia a p. 373 della prima edizione:
Da allora, questo scenario è stato sostanzialmente confermato. Le tensioni fra Stati Uniti e Germania sono andate crescendo, come abbiamo più volte commentato in questo blog, e questo per motivi assolutamente oggettivi. Ci aiuta a capirli (o quanto meno a seguirne la scansione temporale) questo disegnino:
Si tratta, come molti di voi vedono immediatamente, del tasso di cambio euro/dollaro (in notazione certo per incerto: quanti dollari compri con un euro; una diminuzione del cambio implica una svalutazione dell'euro, cioè il fatto che con lo stesso euro compri meno dollari, che ovviamente equivale a una rivalutazione del dollaro).
Nel grafico vedete due puntini rossi. Il primo è in data 19 maggio 2014, corrispondente al giorno in cui scrissi che l'Italia correva un maggior rischio di drastica svalutazione sotto l'euro che in caso di ipotetico ritorno alla lira, per il semplice motivo che se l'euro non si fosse pesantemente svalutato l'eurozona sarebbe andata in frantumi (dato che un cambio vicino al valore di equilibrio per la Germania penalizzava fortemente - in quanto troppo alto - i paesi del Sud, che quindi alla lunga sarebbero stati costretti dalla recessione a uscire). Ovviamente per noi la svalutazione sotto l'euro (cioè la svalutazione dell'euro) sarebbe stata maggiore di quella stimata in caso di ritorno alla lira, per il semplice fatto che nel primo caso ci saremmo dovuti far carico non solo e non tanto della nostra "debolezza", quanto della fragilità finanziaria ed economica di paesi come la Grecia e il Portogallo. Insomma: mentre in caso di uscita la valuta italiana sarebbe tornata a un valore di equilibrio compatibile con l'economia italiana (cioè con la seconda potenza manifatturiera dell'Eurozona), in caso di permanenza l'euro sarebbe dovuto scendere a un valore vicino a quello di equilibrio per il paese più a rischio geopolitico di uscita, la Grecia (messa decisamente peggio di noi).
Il grafico mostra che quanto annunciavo si è puntualmente verificato, con una svalutazione della nostra valuta nazionale pari a circa il 30%, e con le conseguenze che avevo previsto: nessun incremento dell'inflazione (che secondo gli imbecilli, molti dei quali ancora in giro, sarebbe dovuta aumentare del 30%, cosa che questo nostro studio, in compagna di infiniti altri, smentiva), e nessun particolare beneficio addizionale al saldo delle partite correnti, per i motivi chiariti in questo policy brief (poi pubblicato qui).
Il secondo puntino rosso è in data 26 ottobre 2016, quando, prima dell'elezione di Trump, vi suggerivo che eravamo di fronte a un "Nixon moment": ovvero, all'elezione di un presidente repubblicano che avrebbe indebolito il cambio del dollaro per porre rimedio a una situazione di debolezza strutturale dei conti esteri, in questo caso esacerbata dalla svalutazione competitiva praticata dalla Germania, per interposta Bce, non tanto per promuovere il proprio surplus commerciale, quanto, come specificato sopra, per tenere insieme i cocci del giocattolo "Eurozona". Purtroppo, un cambio vicino ai fondamentali dei paesi deboli (tale cioè da aiutarli a sopravvivere), è per forza di cose lontano dai fondamentali del paese forte (e in quanto tale lo avvantaggia indebitamente, costituisce un autentico dumping valutario).
Anche questa previsione si è sostanzialmente avverata. Dopo una prima fase di ulteriore cedimento, l'euro si è rafforzato (cioè il dollaro indebolito), recuperando circa metà della svalutazione avvenuta tre anni prima. I cialtroni, nel 2016, parlavano di un dollaro a parità con l'euro. Ora è a 1.2.
La fine del QE, e quindi il rialzo dei tassi europei, del quale la Germania ha bisogno, richiamerà capitali nell'eurozona spingendo al rialzo il tasso di cambio dell'euro (cioè ulteriormente al ribasso quello degli Usa), cosa della quale la Germania ha bisogno per non litigare con gli Usa, ma... non ha bisogno se vuole tenere insieme i cocci (cioè se non vuole generare tensioni economiche politicamente insostenibili nei paesi periferici).
Tutto non si può avere, e chi vuole tutto, spesso, non ottiene nulla. La Germania, in particolare, ogni tanto viene riportata dalla storia alla casella di partenza: il gioco dell'oca al passo dell'oca.
Queste sono le logiche sulle quali i nostro governanti dovrebbero riflettere e farci riflettere, perché da queste dipende anche la nostra possibilità di ridiventare attori politici ed economici importanti, e quindi, fra l'altro, di articolare una politica efficace nei riguardi dei paesi in via di sviluppo. Invece, i nostro politici preferiscono promuovere una riflessione totalmente fake sul dramma del povero piccino che non potrà giocare nella nostra nazionale. Questo ci dice una sola cosa: che negli Stati Uniti non si è ancora delineata una linea strategica nei riguardi dell'Eurozona (pur nella consapevolezza che il gioco non durerà), o che, se una linea sta prevalendo, è quella che vuole l'Europa balcanizzata dalle conseguenze distruttive di un accordo monetario infelice, voluto dai governanti locali per le sue conseguenze di classe (schiacciamento dei salari), e da quelli esteri per le sue conseguenze geopolitiche (indebolimento degli stati europei). Se andate a leggere le biografie di chi vi distrae con dibattiti di piccolo momento, vedrete come queste siano radicate in certi ambienti statunitensi: quelli che verosimilmente sognano un'Europa balcanizzata, da usare come "ammortizzatore sociale globale" per i costi finanziari e umani delle guerre a bassa ed alta intensità scatenate dagli Stati Uniti in giro per il mondo, in ossequio a un principio vecchio quanto noi: divide et impera. Il partigiano Joe è il loro volto presentabile, e poi ci sono i volti meno presentabili, e quelli che non vedremo mai.
Noi, intanto, avremo avuto la soddisfazione di aver fatto due previsioni giuste. Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l'economia (che è una scienza, tranne quando chi la pratica è pagato per sputtanarla).
domenica 29 ottobre 2017
Della Vedova e le esportazioni (Treccani #1)
"...tu vai sul territorio e vedi che dal vino al formaggio ai macchinari sofisticati ai robot del distretto di Pisa un problema di euro sull'export, che sta crescendo al passo tedesco... In una cosa abbiamo tenuto il passo tedesco nel periodo della crisi: le esportazioni, in euro! Sia nell'area euro, che sono cresciute, sia fuori. Quindi, che all'Italia siano venuti danni, nel core business dell'export, su cui credo che questi governi abbiano investito con politiche importanti, io credo che non è così...".
(al minuto 2:20:35, anacoluti e congiuntivi del relatore).
Siamo alla vigilia di una campagna elettorale che, come le precedenti e le successive (finché starà in piedi il carrozzone di Bruxelles), farà "tremare l'Europa" (come dicono i gazzettieri), perché verterà, inevitabilmente, sull'Europa (nonostante i tentativi dei politici e dei gazzettieri di divertere l'attenzione del pubblico). Faccio questa premessa perché sto per darvi plastica rappresentazione di come i politici siano informati sull'Europa e sulle sue conseguenze: da qui capiremo quale potrà essere la qualità del dibattito che ci attende.
Altra premessa essenziale: do per scontato che vi rendiate conto di come la provenienza di Della Vedova da un partito fortemente filo-atlantico (i radicali) lo induca a difendere a spada tratta il più ambizioso progetto dell'imperialismo liberista USA: l'Unione Europea. Insomma: cosa Della Vedova voglia non è poi un mistero, né deve esserlo. Dato che lui è un politico, direi che il fatto che ciò che desidera sia noto mi sembra il requisito minimo perché chi lo voti sappia se i propri interessi saranno rappresentati! Against this backdrop, ci possono essere modi più o meno disinformati di difendere le proprie opinioni. Chi è affezionato a un minimo di onestà intellettuale dovrebbe chiedere ai politici, e in particolare ai propri politici, quello che abbiamo rinunciato a chiedere ai giornalisti, ovvero di esercitare sì il diritto alla propria opinione, ma senza arrogarsi il diritto ai propri dati. Questo sarebbe doveroso sempre, ma tanto più in dibattiti condotti in sedi scientifiche, perché in caso contrario si riverberebbe su queste ultime il discredito che affermazioni infondate necessariamente emettono.
L'imbarbarimento del dibattito italiano, dovuto in primo luogo alla scarsa deontologia professionale dei giornalisti (come qui mille volte abbiamo rimarcato), ha fatto delle importanti vittime collaterali, fra cui spiccano prestigiose istituzioni scientifiche, spesso onuste di tradizioni secolari, che sono scadute a livelli di una bassezza sinceramente inimmaginabile. Cito, come esempio eloquente (ab uno disce omnes), queste slides ospitate non si sa bene perché sul sito dell'Accademia dei Lincei, delle quali vi evidenzio in particolare la quindicesima (non che le altre siano molto migliori...):
Ditemi voi se è possibile che un uomo di scienza possa citare le copertine di un giornale in evidente conflitto di interessi come fonte autorevole per la valutazione del merito delle politiche di un governo nazionale! E questo, notate bene, commettendo un discreto falso storico, dal momento che, come ben sappiamo (e come era visibile già alla data in cui queste sorprendenti slides vennero pubblicate), le politiche di Monti non hanno risanato le finanze italiane, anzi!
Incrementando di più di un punto di Pil il surplus primario (barre arancioni), in presenza di un rapporto debito/Pil superiore al 100% (con le conseguenze esposte qui) e di un moltiplicatore largamente superiore a uno (come ormai la letteratura scientifica concordemente riconosce, e come qualsiasi economista non pre-keynesiano avrebbe tranquillamente detto anche prima), Monti ha peggiorato la situazione del debito pubblico italiano (linea nera), portandolo oltre il 130%, per cui, come tutti sanno e come molti hanno detto da subito, il calo dello spread non ha nulla a che vedere con il "risanamento fiscale italiano" (come suggerisce con un'impudenza che lascia esterrefatti, soprattutto per la sede in cui è riposta, il titolo della slide), ma dipende esclusivamente dal whatever it takes di Draghi.
Ecco: i Lincei li abbiamo persi. Proviamo a difendere la Treccani, che ha una storia meno lunga, e un ruolo più importante, in quanto istituzione con una missione divulgativa, nel formare la coscienza civile del paese. A questo scopo, qui mostrerò quale sia il fondamento fattuale e teorico dell'affermazione che l'on. Della Vedova, senza possibilità alcuna di verifica e di contraddittorio, ha profferito nel dibattito: quella secondo cui non ci sarebbe un problema di euro sull'export.
Parto dai dati: non da quelli cui l'on. Della Vedova crede di aver diritto, ma da quelli che le fonti statistiche ufficili riportano, cominciando dalla bislacca asserzione secondo cui non esiste un problema di euro perché le esportazioni stanno crescendo a ritmi tedeschi dall'inizio della crisi. I dati Eurostat in milioni di euro a valori concatenati, prezzi 2010, sono questi:
(li trovate qui), e diciamo che a prima vista non raccontano esattamente la storia che abbiamo sentito dalla bocca di Della Vedova. Tuttavia, noi siamo intellettualmente onesti, e quindi, a differenza dei faciloni di destra e di sinistra, sappiamo che quando si parla della dinamica di un fenomeno occorre esaminarne le tendenze in scala logaritmica (il motivo venne spiegato qui, parlando dell'onestà intellettuale dei "marziani"). In sintesi: se si usa una scala logaritmica, le pendenze di due spezzate sono direttamente confrontabili. Mentre in scala naturale un aumento di una unità è un aumento del 10% se si parte da 10 o dell'1% se si parte da 100, in scala logaritmica un aumento di 0.01 è sempre un aumento dell'1%, indipendentemente dal punto di partenza.
E allora vediamo i dati in scala logaritmica: non è perché i nostri interlocutori sono superficiali che dobbiamo esserlo anche noi!
E qui l'occhio esperto qualche problemino lo afferra: sì, le spezzate dei due tassi di crescita si muovono abbastanza in fase (per forza: sia la Germania che l'Italia dipendono, per il loro commercio, dalla congiuntura mondiale), ma la linea rossa, che saremmo noi, sta sempre un po' sotto alla linea blu, che sarebbero loro. Se andiamo a calcolare la crescita media mensile dell'export "nel periodo della crisi" (ipse dixit) troviamo questi risultati, a seconda di dove vogliamo far iniziare la crisi:
Se partiamo dal trimestre dopo Lehman, vediamo che la crescita delle esportazioni tedesche è stata dello 0.72% contro lo 0.39% per quelle italiane. Se partiamo dall'arrivo di Monti liberatore, cioè, per capirci, dalla cosiddetta crisi dei debiti sovrani, il divario è più contenuto, ma sempre a svantaggio dell'Italia. Quindi, l'affermazione secondo cui nel periodo della crisi le nostre esportazioni abbiano marciato al passo dell'oca è smentita dai dati.
Ora, bisognerebbe approfondire un altro pezzo del "ragionamento" dell'on. Della Vedova, quello secondo cui "io credo che non è che al core business dell'export sono venuti danni dall'euro" (Gianni Minà non avrebbe saputo dir meglio). Il modo più ovvio per analizzare questa bislacca asserzione (poi vi chiarirò perché è bislacca) è quello che usiamo spesso: allargare lo zoom. Per farlo, però, non possiamo servirci di Eurostat, che non ci dà tutti i dati. Conviene usare il World Economic Outlook database del Fmi, che trovate al solito posto, e che vi fornisce il tasso di crescita delle esportazioni di beni e servizi in volume per tutti i paesi registrati al Fmi. I dati che interessano noi sono qui:
Un occhio minimamente allenato, o minimamente non accecato dall'ideologia di odio verso l'Italia che va sotto il curioso nome di europeismo, dovrebbe vedere subito una cosa: mentre prima del 1996 le esportazioni italiane (riga rossa) erano qualche volta sopra e qualche volta sotto quelle tedesche (linea blu) dal 1997 in poi l'Italia diventa sottona: non c'è più un singolo anno nel quale il tasso di crescita del suo export superi quello dell'export tedesco. Cosa sia successo nel 1997 lo sapete e ne abbiamo parlato ad esempio qui, e l'argomento ci ha aperto uno squarcio sull'abisso di ignoranza della classe politica che ha gestito l'ingresso nell'euro (qui e qui): nel 1997 siamo entrati nell'euro de facto (de jure ci saremmo entrati nel 1999).
Ma naturalmente l'euro non c'entra, dice Della Vedova. Solo che siccome un problema c'è, forse, oltre a negare una causa concomitante, sarebbe opportuno che un politico desse una spiegazione alternativa, in modo da permetterci di valutare dove stia indirizzando i propri sforzi, e se quella sia la direzione giusta... Cosa altro può essere successo, nel 1997, di così disastroso per la nostra economia? Siamo diventati tutti corrotti? Improvvisamente è emersa la Cina dal Mar Giallo? Abbiamo perso il treno della rivoluzione digitale, che passava solo il primo gennaio 1997? Altra scemenza a piacere? Qualche argomento bisognerebbe portarlo, altrimenti... altrimenti si rischia di sembrare incompetenti!
E allora, grazie alle IFS del FMI, allarghiamo ancora lo zoom, perché sia chiara la dimensione del disastro che i nostri politici negano, non riuscendo a trovare una spiegazione seria che non sia quella che per motivi ideologici non vogliono dare:
Qui avete 68 anni di esportazioni italiane e tedesche. Ho fatto base nel 1950 (1950=100) per consentirvi di apprezzare come fino all'inizio degli anni '90 la dinamica dell'export italiano e tedesco sia sostanzialmente analoga. Poi l'Italia prende il sopravvento, nel 1992. Poi arriva l'euro, che impedisce alla Germania di rivalutare: gli effetti del dumping valutario tedesco sono ben evidenti, e nulla cambia se il fenomeno lo si osserva in scala logaritmica (dove si apprezzano molte sfumature che saranno evidenti a molti di voi):
Addendum delle 13:24
(...scusate, mi sono distratto per una telefonata di Rockapasso e ho dimenticato di fornirvi qualche dato in più...)
Gli occhi allenati non hanno bisogno di nulla, ma agli altri farà probabilmente comodo avere qualche summary statistics. Qui vedete i tassi di crescita media annua dell'export italiano e tedesco sul campione e su vari sottocampioni:
Fra il 1951 e il 2016 le esportazioni tedesche e italiane sono cresciute a tassi di crescita medi annui non molto distanti: 7.2% la Germania, 6.5% l'Italia. Tuttavia, fra il 1951 e il 1996 l'Italia era in vantaggio, con una crescita di 0.5 punti percentuali superiore a quella tedesca (8.4% contro 7.9%). Dall'aggancio all'ECU/EUR, nel 1997, la situazione si ribalta drasticamente: il tasso di crescita delle esportazioni italiane piomba al 2.5%, 3.4 punti sotto (anziché 0.5 punti sopra) il tasso di crescita di quelle tedesche. In termini assoluti, un tonfo di 5.9 punti, e in termini percentuali di 3.9. Notate anche che fra 1997 e 2008 il tasso di crescita delle esportazioni tedesche esplode rispetto a quello italiano, situandosi in media 7.7-3.2=4.5 punti al di sopra. Ogni riferimento a svalutazioni competitive dei salari è puramente intenzionale.
Fine addendum delle 13:24
I Soloni che disquisiscono della neutralità dell'euro dovrebbero spiegarci bene come mai prima dell'adozione di questa valuta noi tenevamo testa ai nostri concorrenti. La teoria economica una spiegazione la dà. Se il cambio riflette i fondamentali, quello di una valuta comune riflette la media dei fondamentali di paesi forti e deboli. Come tale, il valore risultante non è di equilibrio per nessuno: è forte per i deboli (ostacolandoli) e debole per i forti (attribuendo loro un ingiusto vantaggio). In virtù di questa ovvia caratteristica, la valuta unica agisce come un cuneo che si insinua fra paesi forti e deboli, divaricandone sempre più le prestazioni. Lo abbiamo visto per la produzione industriale, e naturalmente la stessa cosa vale per le esportazioni.
Direi che possiamo dedicare una prece alla credibilità delle analisi economiche dell'on. Della Vedova, che sarà senz'altro autorevole quando si occupa delle cose che conosce (non so quali siano e non mi interessa), ma che ha dimostrato di non essere esattamente a proprio agio con i fatti stilizzati più importanti del paese che ancora per poco è chiamato a governare.
Voglio solo sottolineare un punto metodologico. L'on. Della Vedova gioca al piccolo liberale, o meglio al piccolo liberista. Ciò rende ancor più paradossale il suo diniego del fatto che il tasso di cambio conti! Alla radice dell'ideologia liberal-liberista (non me ne vogliano gli amici che si dilungano in sottili e appassionanti distinguo: avrete modo di farli nei commenti) si situa, come assoluto cardine, il fatto che l'egoismo individuale aiuti a conseguire l'ottimo collettivo, valorizzando al meglio le risorse scarse disponibili, e questo perché sia consumatori che produttori, che agiscono in modo atomizzato e indipendente, sono coordinati dal sistema dei prezzi, la cui flessibilità è garanzia al tempo stesso di piena occupazione delle risorse e di corretta informazione dei partecipanti all'economia di mercato.
Questo punto fondamentale (la funzione allocativa del sistema dei prezzi), che qualsiasi libro di testi di economia vi chiarirà, ci mette di fronte a due scenari, tutti ugualmente svantaggiosi per l'on. Della Vedova:
1) o l'on. Della Vedova non sa che il tasso di cambio è un prezzo, il che, dando per scontato che egli sia in buona fede quando dice di aderire a un'ideologia liberale, spiegherebbe perché egli non capisca quanto sia pericoloso inibirne la giusta flessibilità;
2) o l'on. Della Vedova non è, in effetti, un liberale, ma piuttosto un amico dei monopoli, il che spiegherebbe perché difenda a spada tratta quel sistema europeo che sappiamo essere piuttosto vulnerabile all'azione delle grandi lobby, e piuttosto impermeabile agli interessi delle piccole e medie imprese.
Insomma: mettetela come vi pare, ma io dall'on. Della Vedova, pur nell'ovvio rispetto umano e nel piacere di ascoltare le sue esilaranti analisi, non comprerei una teoria economica usata, e naturalmente non gli darei il mio voto. Decidere per chi votare sarà difficilissimo: ma in compenso decidere per chi non votare sarà molto facile, e oggi ve ne ho dato un esempio.
Chiudo auspicando che un giorno, sui siti delle prestigiose istituzioni culturali del nostro paese, si possano leggere o ascoltare, se non solo, almeno anche i dati corretti circa l'evoluzione della nostra storia economica più o meno recente. Sarebbe un requisito minimo di civiltà senza assicurare il quale piagnucolare sul populismo resta un esercizio sterile, al quale non si può che rispondere con la saggezza popolare: chi semina vento, raccoglie tempesta!