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domenica 30 marzo 2025

QED 107: il Giavazzo bifronte

 


Ho fatto male questa mattina a maramaldeggiare sulla sorprendente papera del Prof. Ing. Giavazzi. Ho fatto male perché, nell'accesso di ilarità causatomi dallo strafalcione del supercilioso oracolo, ho tralasciato di leggere il suo pezzo. C'è un motivo per cui il Prof. Ing. Giavazzi non mi invita particolarmente alla lettura: perché trovo decotte e tendenziose le sue analisi. Faccio a meno di andare dove so che mi si vuole portare, soprattutto se so che la direzione che mi si indica è quella sbagliata (e di questo vi darò qualche esempio). Leggere i pezzi del Prof. Ing. Giavazzi insomma non è molto più appagante che leggere l'ennesima COM europea, anzi, forse un filo meno. Però, purtroppo, in entrambi i casi questo sacrificio va fatto. Nel caso del Prof. Ing. Giavazzi, in particolare, sorbirsi le sue articolesse è utile per comprendere dove a Bruxelles vogliano andare a parare. E se avessi letto anche di corsa il resto del pezzo di oggi avrei trovato una parola che, come sapete, è un marker infallibile dell'ipocrisia mielosa e classista con cui chi ci ha avviato sulla strada del declino ha voluto esentarsi dalle proprie responsabilità: deprezzamento!

Ricordate?


Ne abbiamo parlato qui.

Ma procediamo con ordine e ripercorriamo rapidamente la storia delle piroette del Giavazzo bifronte. Sarà utile e istruttiva...

In principio era il debito pubblico!

La prima piroetta del Giavazzo bifronte, quella in cui il supercilioso oracolo sdoganò l'idea che il debito pubblico si poteva fare (ma solo se comune, e preferibilmente per armarsi) ha colpito molto l'immaginazione dei turisti del dibattito:


Molto meno la nostra, non solo perché il "momento Hamilton" (cioè la spinta a costruire, sull'onda emotiva di uno stato di eccezione, un debito comune) e il keynesismo bellico li stiamo vedendo arrivare da tempo, ma anche perché questa piroetta non era la prima, in effetti, ma la seconda!

Chiarisco.

Tutti ci ricordiamo i bei tempi in cui Giavazzi (che oggi lo nega) vedeva nel debito pubblico (che era più basso di quello attuale, ancorché fatto crescere dalle politiche attuate da Monti e sponsorizzate dalla Bocconi unanime), la causa di tutti i mali. Può essere utile ripercorrere qualche quotidiano dell'epoca. Pesco a caso dalla rassegna stampa questo articolo del febbraio 2014:


animato dai soliti toni parenetici, in cui il magico duo Alesina e Giavazzi, con una certa aristocratica condiscendenza, si attardava a ricordarci che:


Il primo problema del nostro Paese era insomma "erdebbitopubblico". E come ti sbagli!

Il protrettico duo ribadiva il concetto ad ogni piè sospinto! Così, a settembre:


nell'ansia di inculcare il timore per il debito, capitava loro (sbadati!) di regalarci una pericolosa ammissione:


ovvero che i tedeschi avevano violato le regole per finanziare a deficit la loro "riscossa". Certo, racconto lacunoso e disonesto il loro: intanto, i tedeschi non avevano chiesto alcun permesso, tant'è che la procedura di infrazione era partita:


(cosa che ovviamente non sarebbe successa se avessero negoziato una escape clause di qualche tipo, come Alesina e Giavazzi insinuavano) e la sua storia la trovate qui; ma soprattutto, Alesina e Giavazzi dimenticavano di dirvi quello che voi sapevate, cioè i motivi di questo sforamento: il finanziamento a deficit di una gigantesca svalutazione salariale (taglio del cuneo e spesa assistenziale per i nuovi poveri delle riforme Hartz). Noi ne avevamo parlato in dettaglio due anni prima del loro pezzo affrettato e menzognero.

Ovviamente, se il problema era "erdebbitopubblico", la soluzione non poteva essere la spesa pubblica: non solo la spesapubblicaimproduttiva cara a un altro grande economista, quello che non aveva avuto il Nobel ma l'Oscar, e non negli Stati Uniti ma al fonte battesimale! Secondo i nostri ineffabili mentori neanche gli investimenti andavano aumentati! Infatti a novembre, nell'ammonirci esortandoci a sottrarci alla tentazione irresistibile:

i nostri, categorici, affermavano che:


Eh, no! Non si poteva uscire dalla recessione con gli investimenti pubblici. Strano, perché i dati ci dicevano che in recessione ci eravamo entrati tagliandoli, come vi ho fatto vedere qui:


Ora, per completa onestà intellettuale (materia sconosciuta al magico duo, ma di cui qui abbiamo sufficiente abbondanza da poterla esportare anche senza svalutare troppo i nostri avversari, o almeno da non svalutarli più di quanto si svalutino da sé con le loro piroette): posso anche ammettere che gli investimenti pubblici siano soggetti ad una strana asimmetria per cui si fa prima a tagliarli che a espanderli, ma questa asimmetria andrebbe esplicitata! Invece nel resoconto del formidabile duo i dodici trimestri di recessione sembrano venuti fuori dal nulla, come la famigerata "grande moria delle vacche". Alesina e Giavazzi come Totò e Peppino, insomma, incapaci di individuare le cause della recessione, e per questo incapaci di proporre soluzioni con un minimo di tenuta logica.

Il massimo che proponevano, i due, era una applicazione del moltiplicatore di Haavelmo:


Un taglio di tasse con taglio di spesa (per non far esplodere il debito pubblico, ça va sans dire), quando al primo anno di economia si studia che una simile manovra è recessiva, e quindi fa esplodere il rapporto debito/Pil! Il tutto con gran rinforzo di argomenti grillini: le lobby (perché, la Bocconi che cos'è?), la corruzione (non esiste solo quella materiale, esiste anche quella intellettuale)...

Non voglio infierire ulteriormente sulla povertà deontologica e intellettuale di certi argomenti. Chi arriva qui da poco, come l'amico che si firma "il forestiero", potrebbe vedere in questo resoconto un esercizio del senno di poi. Mi fermo quindi, e passo a dimostrare che in realtà era il magico duo a essere perennemente in ritardo.

Contrordine compagni: il problema non è il debito pubblico!

Beh, questa la sapete. Un annetto dopo le stronzate banalità scritte qua sopra, il supercilioso censore della politica italiana dovette ammettere che:

il debito pubblico, con la crisi, non c'entrava nulla!

Esattamente il punto da cui eravamo partiti noi a novembre 2011 ne I salvataggi che non ci salveranno, traendo però da questa analisi giusta e tempestiva la prescrizione giusta, cioè che i tagli alla spesa pubblica che Giavazzi ancora chiedeva nel 2014, essendo fatti per curare un sintomo (il debito pubblico) che non era la causa della malattia, avrebbero aggravato la malattia (e quindi il sintomo), come poi fu. Il fact checking su Monti vi dà evidenza plastica delle conseguenze di questo errore (oltre a ricordare tutte le fonti più o meno coeve che un po' in ritardo, ma molto più autorevolmente di me, affermavano prima del Giavazzo bifronte quella che era un'evidenza palmare: se a saltare per aria erano stati tanti Paesi a debito pubblico trascurabile, come si poteva affermare che il debito pubblico fosse la causa del problema?).

Va detto che né il Giavazzo bifronte né i suoi sodali, scrivendo sullo house organ del capitalismo renano (Voxeu), potevano dare il giusto risalto al perché si fossero creati quegli squilibri che poi avevano necessariamente condotto al sudden stop, all'arresto improvviso del rifinanziamento delle posizioni debitorie della periferia (Grecia, Spagna, Portogallo, ecc.) da parte del centro (Germania, Francia). Sull'aggressiva svalutazione dei salari tedeschi, di cui, come vi ho provato per tabulas, era consapevole, l'ineffabile, oracolare accademico sorvolava con eleganza.

Ma quello, e non il successivo, era un voltafaccia vero, autentico, profondo, una rivoluzione copernicana che all'epoca nessuno notò, tranne uno, l'uomo seduto sulla sponda del fiume:


Contrordine compagni: il debito pubblico fa bene!

Perché il secondo voltafaccia, quello da cui siamo partiti, quello con cui il Giavazzo bifronte, deposti i panni dell'ingegnere e indossati quelli dell'economista, si ricordava che in recessione si possono fare investimenti pubblici a debito, era assolutamente prevedibile, come pure era prevedibile che dopo aver demonizzato la spesa pubblica per decenni, una volta costretti dai fatti a ricorrere ad essa avrebbero dovuto giustificare questa necessità sulla base di uno stato d'eccezione, del più convincente degli stati di eccezione: la guerra. Un esito scontato, che avevamo anticipato diverse volte, ad esempio qui:


(scritto otto anni fa, ma direi che c'è tutto quello che stiamo vedendo accadere).

Questo (cioè il fatto che questo voltafaccia fosse banale e ampiamente anticipato) e la mancanza di tempo mi hanno impedito di esercitarmici a suo tempo, ma altri hanno fatto per me: Goofynomics è una bottega rinascimentale...

In principio la svalutazione era brutta e cattiva!

Dopo esserci fatti un'idea dell'uomo, della sua poliedricità, della sua political economy, veniamo quindi all'oggi, che però deve essere inquadrato alla luce di una premessa che risale a un passato ormai parecchio distante: quello in cui il Giavazzo bifronte sosteneva che sarebbe stato opportuno per l'Italia legare le proprie mani allo SME:

(il famoso SME credibile che sarebbe poi saltato come un tappo di prosecco tiepido, con grande scorno dei due Paperoga Frankel e Phillips). Qui avete altre versioni del lavoro, nel caso non vi riesca di scaricarlo da ScienceDirect, la versione pubblicata dall'NBER contiene anche una interessante discussione.

L'argomento dell'incomparabile, che va sempre in duo, come solitamente fanno altre entità che non nomino per rispetto, e che all'epoca, per l'occasione, si accompagnava a Pagano, era sostanzialmente che:


il vantaggio di partecipare al Sistema Monetario Europeo (e quindi, a maggior ragione, all'euro) sarebbe stato quello di impedire riallineamenti nominali che compensassero i differenziali di inflazione. In questo modo i governi non si sarebbero abbandonati alla tentazione di inflazionare l'economia (sempre sacerdotale, il nostro supercilioso mentore - o mentitore?), perché se ogni aumento del differenziale di inflazione rispetto ai Paesi partner si fosse tradotto in un apprezzamento del cambio reale senza possibilità di compensazione la crescita sarebbe stata danneggiata, inducendo così i governi a scegliere spontaneamente un sentiero di crescita meno inflazionistico.

Sempre questo partito preso, sempre questo moralismo, sempre questo individualismo metodologico che ignora la complessità del reale, sempre questo ciarpame...

Vabbè, mi rendo conto che a quasi quarant'anni di distanza questo pezzo di modernariato scientifico può risultare sostanzialmente incomprensibile. Andrebbe contestualizzato (come tutte le produzioni intellettuali scarse, dal Manifesto di Ventotene in giù: i classici di contestualizzazioni non ne hanno gran bisogno...), con riferimento al dibattito sulla superiorità delle regole rispetto alle politiche discrezionali e sugli altri grandi temi che appassionavano all'epoca la scienza economica "normale" nel senso di Kuhn. Ma il main takeaway, incontestabile, è che all'epoca il nostro ieratico, supercilioso commentatore, che temprando lo scettro ai regnatori la spesa ne sfronda, era radicalmente contrario alla possibilità per un Paese come l'Italia di manovrare il cambio nominale, e anzi sosteneva che un cambio "credibile" (e quindi stabile) avrebbe portato benefici in termini di minore inflazione (e quindi a tendere di maggiore competitività, cioè di minore apprezzamento del tasso di cambio reale).

Che quelle che lui vedeva come svalutazioni della lira fossero in realtà rivalutazioni del marco non gli passava nemmeno per l'anticamera del cervello, perché tutto intento ad agghindare con festoni di integrali puramente esornativi le sue articolesse tecnico-ingegneristiche:

figurati se l'oracolo di via Stra Sarfatti poteva perder tempo a dare un'occhiata ai dati come abbiamo fatto noi:


o magari si ponesse una cazzo di domanda, una sola, sul perché la Germania, la potenza industriale, la locomotiva, ecc., strutturalmente crescesse meno dell'Italia:


tranne nei periodi in cui riusciva o a far rivalutare noi (nello SME credibile, dopo il 1988) o a svalutare lei (con la svalutazione salariale del 2003), o a imporci politiche recessive (con l'austerità dal 2011).

Avranno mica avuto ragione i comunisti come Napolitano quando (13 dicembre 1978) dicevano che:


la compressione della crescita da parte della Germania federale faceva parte di una deliberata politica di aggressione volta a spingere alla deflazione un paese come l'Italia?

Eh, i comunisti... averne, averne, io ve lo dico sempre!

Nei 14 anni precedenti l'articolessa del duo Giavazzi-Pagano la Germania era cresciuta al 2% e l'Italia al 3%. Sarà mica che i tedeschi comprimevano la loro crescita per mantenere un posizione di surplus nei riguardi del resto del mondo (via compressione delle importazioni)? Un dubbio, una ipotesi, un passaggio, qualcosa, lo vogliamo fare? Erano ipotesi agli atti parlamentari! Erano entrate nel dibattito pubblico! Che quella tedesca fosse una politica aggressiva di deflazione competitiva lo si vedeva bene anche allora, lo vedeva perfino Napolitano, persona garbata e intelligente, ma non economista.

Non ho sufficientemente approfondito l'opus magnum di cotanto economista, ma dubito che di questa roba si troverebbe traccia: il suo astio verso il Paese che gli ha dato i natali gli precludeva, gli preclude, e gli precluderà, la possibilità di qualsiasi analisi che non sia pregiudizialmente ostile verso l'Italia e gli italiani.

Contrordine compagni: la svalutazione va bene, ma solo se la chiamiamo deprezzamento e se siamo in surplus!

La cosa turpe, abietta, vile dell'odierna esternazione del sommo e supercilioso ierofante può ora essere messa in evidenza, e non è certo la ridicola papera in cui è inciampato (ben gli sta, ma può capitare a tutti). No: è il fatto che dopo aver detto, come da sempre diciamo io e Claudio, che mettere dazi da parte dell'UE non avrebbe senso:


il supercilioso apostolo della religione misterica bocconiana ci dice lellero lellero che:


la chiave della soluzione sta nel deprezzamento dell'euro!

Affermazione sorprendente e sciocca.

Sciocca, perché, come vi ho mostrato, è proprio il deprezzamento dell'euro, che essendosi manifestato in presenza di una fortissima eccedenza delle partite correnti non può che essere qualificato che come svalutazione competitiva, ad aver causato la risposta ampiamente annunciata degli Stati Uniti. Dire che bisogna reagire ai dazi proseguendo con la pratica scorretta che li ha motivati è come dire che se andassimo a trattare negli Usa insieme ai tedeschi saremmo accolti meglio! Significa aver perso il lume della ragione, significa non avere una lettura un minimo equilibrata della realtà in cui ci dobbiamo muovere. Tralasciamo la scorrettezza di intestarsi, come al solito, idee espresse in precedenza da altri: l'uomo è così, lo avevamo capito nel 2015.

Sorprendente, perché non si capisce come mai i deprezzamenti che negli anni '80, che erano chiaramente rivalutazioni del marco conseguenti alla politica tedesca di compressione della domanda interna, dovessero essere demonizzati dall'ineffabile, supercilioso bramino come svalutazioni competitive, mentre oggi una manovra al ribasso della valuta di una zona che esprime 500 miliardi di dollari di surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti viene pudicamente invocata come benefico deprezzamento, essendo, lei sì, una svalutazione competitiva!

Insomma: l'articolessa di oggi è il QED del post di venerdì, quello in cui notavo come fosse strano che chi trovava turpe che si deprezzasse il cambio di un Paese in deficit trova virtuoso che si deprezzi il cambio di un'area in surplus! Questa è economia di base, non è sufficientemente controintuitiva, non è sufficientemente matematizzabile, e quindi i veri economisti la snobbano, e gli ingegneri non la capiscono. Si deprezza la valuta di un Paese in deficit, perché si rivaluta quella del Paese in surplus (essendo richiesta per comprarne i beni). Neanche la legge della domanda e dell'offerta sanno questi pomposi, superciliosi, presuntuosi tromboni!

Ma loro scrivono sul Corsera. E noi scriviamo, fieramente e ostinatamente, qui, aspettando l'inevitabile.

Perché che quella che Giavazzi oggi chiede a beneficio dell'industria tedesca sia una svalutazione competitiva i lettori del Corriere non possono saperlo.

Ma i governanti degli altri Paesi sì, soprattutto di quelli più grossi di noi e della Germania!

Si rafforza quindi la principale conclusione politica: dissociarsi rapidamente e recisamente dai responsabili degli squilibri macroeconomici globali, andare a trattare bilateralmente con gli Stati Uniti, e soprattutto: non leggere il Corsera!

Tanto vi dovevo sulla terza piroetta del derviscio rotante dell'economia comme il faut.

Gli insulti metteteli voi, ma non nei commenti, per cortesia.

Buonanotte!

(...ah, naturalmente la chiave della soluzione sta nel componimento degli squilibri interni all'Eurozona, e questo, volendo escludere l'opzione per il momento improponibile di una uscita dall'euro, si può realizzare solo come dicevamo noi nel 2014 e come sicuramente dirà lui nel 2026: gli auguro di arrivarci non fosse che per leggerlo! Ma ve ne parlerò commentando la mozione congressuale che ho contribuito a scrivere con Riccardo Molinari...)

venerdì 10 gennaio 2025

La svalutazione è una droga!

(… Scrivo questo post al volo dell’anticamera del gabinetto di un ministro a me particolarmente caro. Posso anche essere d’accordo con Claudio che le cose vanno ripetute, ma a ripetere le cose preferisco dedicare i dettagli di tempo…)

…e torniamo a occuparci del nostro troll preferito, fonte inesauribile di ispirazione:


Marco ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "I want to be a currency. From now on, I want you all to call me 'Leuretto'.":


Leo: non conosci la storia economica. Svalutazione e scala mobile + deficit pubblico è esattamente quello che ci ha portato al declino. Al di là di quanto poi l'euro possa aver fatto male o bene, avere inflazione e debito pubblici elevati fa male e la svalutazione monetaria non ci sono prove empiriche né teoria economica che dimostrano che causino crescita economica. La monetizzazione del debito per finanziare il deficit causa inflazione. Finora prova contraria quella che proponi è la ricetta che ha portato l'Italia alla crisi finanziaria del 1992 e quindi al governo tecnico Dini, primo governo tecnico chiamato a fare quello che la politica non aveva il coraggio politico (non volevano perdere la poltrona) di fare. 


Pubblicato da Marco su Goofynomics il giorno 9 gen 2025, 22:56

Ancora!? Ancora con queste stronzate lievi imprecisioni!?

Caro Marco, tanta ignoranza dovrebbe associarsi ad una maggiore modestia. Ti esorto a leggere questo articolo di Dani Rodrik, che sicuramente sa l’economia peggio di te e di quelli che a te sembrano economisti, ma siccome la vita è ingiusta, insegna in una università migliore di quella che hai frequentato tu (se l’hai frequentata) e di quelle dove insegnano quelli che a te sembrano economisti. Quando uno non sa niente, dovrebbe parlare poco. Agli operatori informativi che ce la menavano con la storia che la svalutazione è una droga, abbiamo cercato invano di far capire che la vera droga dell’economia è il cattivo credito, cioè il cattivo debito, e che l’unico vantaggio che abbiamo tratto dall’euro è stato quello di rendere questa droga più conveniente, e quindi più accessibile. I risultati si sono palesati sotto forma di una colossale crisi di debito privato, non pubblico. Non so come funzioni nel Paese dei campanelli, ma questa è ormai da anni la versione accettata dagli economisti non dico seri, ma conformisti, come Giavazzi. Se hai reclami da fare, falli a lui, non a noi, che non siamo autorevoli per il semplice fatto che eravamo arrivati cinque anni prima di lui alle stesse conclusioni.

Hai proprio ragione: la vita è ingiusta! Tuttavia, se posso, non è con l’ignoranza che rimedierai a questo tipo di ingiustizie. Stammi bene!





domenica 8 dicembre 2024

Current account reversals

Avrei molte cose da dirvi, su vari argomenti. Siamo in un momento particolarmente lurido, quello che Claudio aveva magistralmente descritto dodici anni or sono:


(purtroppo la fonte originale, cioè il suo intervento a "L'Ultima Parola", non sono in grado di fornirvela), e i cambi di paradigma (per dirla con un termine che vi diventerà familiare fra una settimana), o, se vogliamo, i voltafaccia, sono all'ordine del giorno. Potrei parlarvi del Giavazzo bifronte (e in effetti dal 25 aprile scorso ho in bozza un post così intitolato...), potrei parlarvi di come le istituzioni europee confessano senza rendersene conto il proprio fallimento, potrei parlarvi di tante cose, ma oggi questo può farlo anche un operatore informativo!

I voltafaccia del Giavazzo, dopo quello del sette settembre 2015 (chi se lo ricorda?), non credo ci stupiscano! Le ammissioni delle istituzioni europee, dopo quella di Draghi a La Hulpe, sono solo una banale rifinitura di questioni di dettaglio. Non credo valga la pena di perdere il sonno appiccicati a un PC né per descriverle né per farsele descrivere.

Vale invece certamente la pena guardare avanti, e oggi vorrei farlo nel modo che di solito è più produttivo, cioè guardando indietro. Il nuovo Piller & Gumpel (qualcuno si ricorda i vecchi?) sul panorama social è un tal Robin J. Brooks, che, se avete bisogno di tirarvi su il morale, trovate qui. Si tratta di un SDHIC (single-digit h-index colleague) con 10 documenti citati su Scopus:


Non saprei dirvi se in Italia potrebbe avere un'abilitazione da ordinario, ma è un fatto che su Twitter può dire oggi quello che Oscar Giannino diceva da noi una dozzina di anni fa. Il suo paradigma non ha risentito del voltafaccia del Giavazzo bifronte (il voltafaccia del 2015, intendo): la colpa è del debbitopubblico, ecc. Sono inciampato per caso nel tweet di un tal Daniel Kral, che invece non mi sembra uno stupido, in cui questi, forse senza saperlo, ribaltava la tesi di Brooks, secondo cui la BCE starebbe aiutando l'Italia, e l'ho commentato al volo così:


auspicando che queste menti elette, questi economisti di professione (più antica del mondo) si confrontassero e ne venissero a una su un punto non banale: la BCE fa politica (con altri mezzi) o no?

Mi sono poi messo a seguire un po' il Kral, che come l'Heimberger è uno che fornisce dati interessanti, anche se per noi non particolarmente sorprendenti, e ho trovato in particolare un'osservazione che mi sembra condivisibile e che quindi vi sottopongo:


Per un'associazione di idee non particolarmente originale, questa osservazione mi ha riportato a una mia vecchia ricerca, fatta col Prof. Manzocchi della Luiss (che all'epoca non era della Luiss ma era già professore associato), quella sui Current account reversals in developing countries, cioè sull'inversione di tendenza del saldo delle partite correnti nei paesi in via di sviluppo. Si trattava insomma di una generalizzazione del fenomeno che più o meno negli stessi anni Guillermo Calvo definiva un sudden stop (la sua definizione poi ha prevalso in letteratura). Generalizzazione perché Calvo si soffermava solo sui casi in cui in arresto improvviso (sudden stop) dei finanziamenti esteri si rifletteva in un brusco miglioramento del deficit delle partite correnti, cioè nel passaggio da un rilevante deficit estero (importazione di capitali) a un deficit estero meno rilevante (minore importazione di capitali) o addirittura a un surplus (esportazione di capitali, cioè rimborso di debiti esteri).

Questo fenomeno noi lo chiamavamo positive reversal: un cambio di segno delle partite correnti dal meno al più.

Nel nostro paper (che qui trovate in preprint) consideravamo però anche il caso opposto: quello in cui un Paese passa da una situazione di esportazione di capitali (e quindi di surplus delle partite correnti) a una situazione di importazione di capitali (cioè di deficit delle partite correnti): insomma, quello che molti anni dopo qui avremmo imparato a riconoscere come l'innesco di un ciclo di Frenkel e avremmo descritto nel Romanzo di centro e di periferia e che all'epoca chiamavamo negative reversal, cioè un cambio di segno delle partite correnti dal più al meno.

Il nostro articolo aveva quindi un ambito più ampio, il che fu probabilmente una delle cause del suo successo relativamente scarso (75 citazioni su Google Scholar e 11 su Scopus, dove il mio paper più citato è questo, con 37 citazioni: ma ne parleremo un altro giorno). In effetti, noi ci soffermavamo anche su una cosa che forse si preferiva non investigare, ovvero in che modo i Paesi in via di sviluppo si mettono su un percorso che poi li condurrà a una crisi finanziaria.

Tornando ad oggi, nel frattempo i bravi economisti nell'ordine ci hanno spiegato due cose:

1) che i Paesi che si indebitano in una valuta che non controllano sono de facto Paesi in via di sviluppo (questo ce lo ha spiegato De Grauwe qui):

2) che la crisi europea non è stata una crisi di sostenibilità del debito pubblico ma di sostenibilità del debito estero, cioè un sudden stop (e questo ce lo ha spiegato il Giavazzo bifronte nel suo primo spettacolare voltafaccia qui):


Quindi, se i Paesi europei erano strutturalmente affini a quelli in via di sviluppo (De Grauwe dixit), e se la loro crisi era una crisi da sudden stop (Giavazzo dixit), la mia ricerca (con Manzocchi) sui sudden stop nei Paesi in via di sviluppo si applicava perfettamente al caso nostro!

Due osservazioni:

1) gli operatori informativi, porelli, non possono saperlo, perché non sono del mestiere, anche quando sono bravi, ma non è certo in questo fine settimana che il Giavazzo bifronte ha ammesso che alla fine il debito pubblico non c'entra un gran che con le nostre crisi e quindi (implicitamente) se ne potrebbe anche fare un po' di più! Si può tranquillamente risalire al 2015 per una simile ammissione, come vi ho documentato.

2) io in realtà me ne ero accorto molto prima del 2015: sul fatto che questa fosse una crisi da debito estero e non da debito pubblico ci aprii questo blog il 16 novembre del 2011, cosa che vi ho ripetuto usque ad nauseam, ma, cosa che forse sapete di meno, ci ero anche intervenuto su un blog ben più paludato, quello dei Bocconi boys, parlando, il 26 luglio di quello stesso anno difficile, de Lo spettro del 1992.

Il mio punto era molto simile a quello che il buon Kral ci ripropone tredici anni dopo: quello che preoccupava era l'indebitamento estero, soprattutto per la parte dovuta ai crescenti pagamenti di interessi sul debito estero! Kral in realtà si sofferma sui pagamenti di interessi sul debito pubblico (vabbè, anche lui, poverino, come Brooks, vive nel paradigma precedente al voltafaccia del Giavazzo), ma il punto è che, indipendentemente da chi lo detenga, il problema del debito è pagarci gli interessi, è il suo "servizio", che ovviamente dipende dalla sua entità ma non solo. Dipende, ad esempio, anche dal peccato originale, cioè dal fatto che tu debba o meno procurarti all'estero la valuta per pagarci sopra gli interessi, cioè, in sintesi, dal fatto che tu sia o meno un Paese del terzo mondo, o un Paese dell'Unione Europea (che finanziariamente sono la stessa cosa).

Perché mai mi interessavo a questa astrusa variabile? Perché dodici anni prima, nel nostro articolo del 1999 (coevo der Palla), le stime che avevamo fatto portavano a questi risultati:


Ve li commento in breve, come all'epoca non avrei saputo fare, perché questi fenomeni erano per me un oggetto astratto e distante di studio, non un elemento presente e concreto nel quotidiano. La tabella forse conviene leggerla da destra a sinistra, cioè dai fattori che determinano un peggioramento dei conti correnti (colonna 2) a quello che succede quando si è costretti a farli migliorare (colonna 1).

Nella fase di peggioramento del saldo estero, ovviamente aumenta il debito estero (il coefficiente del debito estero è quindi negativo a -0.11 e significativo),

(...la faccio stretta per i non statistici: per capire se il coefficiente è statisticamente significativo bisogna guardare il numero fra parentesi tonde riportato sotto di esso: è un test di significatività statistica noto come t di Student e a spanne se è maggiore di due il coefficiente è statisticamente rilevante...)

peggiora il deficit pubblico (il coefficiente del deficit pubblico è positivo, cioè i due deficit si muovono insieme, ed è pari a 0.56, il che significa che ogni punto di peggioramento del deficit pubblico porta a un peggioramento di 0.56 punti del deficit delle partite correnti), ma naturalmente si cresce molto, e quindi il tasso di crescita dell'economia ha un coefficiente molto significativo e negativo, pari a -0.54, a significare che ogni punto di crescita in più fa diminuire il saldo estero di 0.54 punti percentuali di Pil.

Nella fase di miglioramento, cioè di sudden stop, descritta nella colonna 1, le cose cambiano abbastanza. Il deficit estero resta associato a quello pubblico, nel senso che una stretta di un punto del deficit pubblico (un suo "miglioramento") determina un miglioramento di 0.44 punti del deficit estero, ma il debito estero perde di significatività (e quindi il sudden stop non è necessariamente associato a un suo abbattimento, almeno non in rapporto al Pil, il che si può anche capire perché la stretta fiscale fa diminuire anche il denominatore, cioè il Pil), e il tasso di crescita dell'economia perde qualsiasi rilevanza: spingere in recessione l'economia non sembra essere di grande aiuto, ma noi lo abbiamo comunque fatto, "pe nun fasse mancà ggnente", come dicono a Roma...

Va bene, ora devo dormire: la giornata è stata lunga e nevosa: ne parliamo domani, e magari andiamo un po' a fondo agli argomenti di Kral: come erano messe la Grecia nel 2010 e l'Italia nel 2011? E com'è messa oggi la Francia? Penso anch'io che per certi versi sia messa meglio degli altri due Paesi citati, ma eventualmente perché (e quindi per quanto manterrà questo vantaggio), e quali variabili occorre monitorare? 

Ecco, questo mi sembra un esercizio più utile della Schadenfreude, o del rimarcare che un certo ingegnere, per sopravvivere a se stesso, è costretto a dire nel 2024 quello che noi dicevamo nel 2011.

Parce sepultis.


(...e a questo proposito devo anche una risposta al dottor Cartabellotta, ma preferisco prepararmi meglio il discorso di Venezia: gli risponderò dal treno...)

domenica 18 febbraio 2024

Il reddito di Giavazzanza e la scoperta della partita doppia

(...il titolo è parzialmente da attribuire a uno dei più simpatici di voi...)

"La posizione del mainstream è in rapida evoluzione", è scritto nel nostro Dizionario.

Non è del tutto corretto.

Nonostante quanto si dice sull'accelerazione dei processi storici, la nostra personale Guerra dei trent'anni sta durando i canonici trent'anni: la posizione del mainstream evolve, ma in modo talmente lento che si rischia di essere vittime di change blindness, il fenomeno neuropsichiatrico che un nostro amico ci descrisse in un post di nove anni fa che vale la pena di rileggere, individuandolo come fondamento neurologico del metodo Juncker (descritto qui).

La change blindness, così, ci affligge due volte: quando ci nasconde le avanzate del nemico, e quando ci nasconde le sue ritirate. Nel secondo caso è forse anche più insidiosa, perché ci impedisce di occupare, rivendicandolo, il terreno abbandonato dal nemico. Succede ogni volta che loro dicono, come fosse chissà quale scoperta, chissà quale parto della loro fertile mente (senz'altro ben concimata), cose che dicevamo da sempre, semplicemente per averle lette nei libri su cui tutti abbiamo studiato. Ma appunto, se da un lato la lentezza del cambiamento ci impedisce di percepirlo, dall'altro questo non significa che esso non sia in corso. Sottolinearlo, prenderne atto, esserne coscienti, ci aiuta a dare un senso e una direzione alla nostra lotta. Aiuta anche a sfuggire alla trappola di portare avanti un discorso meramente notarile (la registrazione degli interminabili QED), che rischia di essere stucchevolmente autocelebrativo e mortalmente noioso (per chi scrive prima che per chi legge), e quindi, in definitiva, escludente, più che esclusivo (si può essere includenti ed esclusivi, ed è molto meglio che essere escludenti ed inclusivi...).

Vi ho ricordato più volte, e vi sarà anche venuto a noia, l'8 settembre di Giavazzi, che poi fu un 7 settembre, quello del 2015:


quello in cui il Prof. Ing. Giavazzi venne a dirci una cosa che qui sapevamo fin dall'inizio e avevamo messo nero su bianco cinque anni prima nel famoso articolo rifiutato dal blog della Bocconi:

cioè che la crisi in cui eravamo impantanati non dipendeva dal debito pubblico, ma dal debito privato contratto con creditori esteri, cioè da squilibri di bilancia dei pagamenti.

Mi sono andato a rileggere i post di settembre 2015: aprii quel mese in uno stato di prostrazione, che curai andando a trovare per la prima volta Scarpetta di Venere, mi ricreai andando alla scoperta di Libberopoly, cercai di spiegare, inascoltato, perché le donne non fanno più figli, mi rallegrai con voi per la nostra vittoria ai Macchia Nera Awards, assegnammo il Big Beaver Award, feci un bel concerto, e chiusi il mese con la soddisfazione di veder citato il mio lavoro da un nostro recente amico, ma non mi sembra che dedicai, né che dedicassimo, sufficiente attenzione a questo significativo arretramento del Prof. Ing., a parte per un po' di cagnara su Twitter:


(un po' effimera, se non condotta con il dovuto piglio), e per una impercettibile allusione nel post del 7 settembre:


Forse non occorreva dire molto di più, o forse sì, forse un minimo di approfondimento andava fatto, perché quando i Bocconi boys, sommi sacerdoti del controintuitivo, accondiscendono a registrare l'ovvio, dietro un motivo c'è, e non è detto che sia un motivo banale!

Oggi ci risiamo.

Non su VoxEU, dove un minimo standard di decenza devono mantenerlo, perché è letto anche da colleghi meno conformisti e subalterni di quelli nostrani, ma sul Corriere della Sera (che è un diverso genere letterario, come qui ben sappiamo), l'ineffabile ingegnere ci delizia con la profondità delle sue analisi, aggrovigliandosi in un coacervo di contraddizioni tenute insieme dal tenace mastice di un radicale disprezzo per la democrazia, che è poi disprezzo per il demos, cioè per voi. Accecato dall'odio verso gli sdentati, verso i redneck, verso i fascioleghisti, verso chi non la pensa come lui, cioè verso gli italiani (in Italia), il nostro migliore alleato, in questa battaglia in cui, essendo in inferiorità numerica, dobbiamo contare sulle forze dell'avversario, commette un errore clamoroso, questo:


Senza farsi né in qua, né in là, il nostro ineffabile ci dice quello che qui tutti abbiamo sempre detto e saputo, cioè che la retorica del debito pubblico "onere sulle generazioni future" non tiene. Il debito oggi può rendere migliore la vita dei cittadini di domani, semplicemente perché a fronte di questo debito, di queste passività, c'è necessariamente un credito, ci sono delle attività tangibili o intangibili di cui le generazioni future beneficiano (migliori infrastrutture, una migliore istruzione, ecc.). A differenza della volta precedente, però, in cui il generale Giavazzi si era semplicemente arreso all'evidenza, ammettendo che la crisi non poteva essere stata causata da un debito, quello pubblico, che era stabile o in diminuzione pressoché ovunque, questa volta le sue esternazioni necessitano di una lettura attenta. Motivazioni e intenzioni del cambio di orientamento non sono difficili da leggere e ci porteranno, come vedrete, a scenari che da tempo qui ci aspettiamo di dover affrontare.

Il presupposto è che oggi come ieri Giavazzi è saldamente dalla parte di politiche redistributive a favore del capitale, dalla parte dell'abbattimento dei salari reali a favore di profitti e rendite. Per un po' lo strumento di questo obiettivo è stato l'euro, con la deflazione salariale cui esso necessariamente conduceva. Ora che l'euro ha esaurito il suo potenziale distruttivo, perché la deflazione salariale ci ha riportato in equilibrio con l'estero, per proseguire sulla strada delle politiche Hood Robin occorre altro, e questo altro, come ci siamo detti, è il green, il proseguimento della lotta di classe al contrario realizzato sussidiando le imprese per gonfiarne i profitti, e abbattendo i salari reali tramite un innalzamento dei prezzi dei prodotti.

Politiche simili generalmente conducono a una crisi di domanda, ma di questo Giavazzi, che è offertista, non si cruccia, verosimilmente perché nemmeno se ne rende conto. La preoccupazione di Giavazzi è un'altra: che gli elettori europei votino contro politiche che li impoveriscono. L'indignazione di Draghi, pardon: di Giavazzi, di fronte a una simile mancanza di riguardo è palpabile, ma siccome entrambi desiderano (per il momento) mantenere un'apparenza di democrazia, un rimedio occorre trovarlo. La risposta è semplice: ai sussidi alle imprese vanno aggiunti sussidi ai lavoratori, un reddito di Giavazzanza finanziato con debito (rigorosamente europeo) che tenga tranquilli i lavoratori vicino al livello di sussistenza, e che "le generazioni future" ripagheranno perché in cambio avranno avuto un mondo più pulito.

Per bocca del suo pupazzo il ventriloquo Draghi ci fa finalmente sapere quale sia il debito buono: quello contratto per erogare sussidi, e per finanziare il riarmo! La logica sottostante è piuttosto chiara, e poco importa che i sussidi non siano di per sé un paradigma di spesa produttiva, e gli armamenti siano invece per definizione spesa distruttiva. Siamo ormai arruolati: un esito che non dovrebbe stupire chi mi segue da un po', perché non ho fatto molto per nasconderlo:


C'è ovviamente da preoccuparsi, per tanti motivi. L'assurdità dell'esercito unico europeo in un contesto in cui non si riescono a gestire con sufficiente tempestività e con obiettivi condivisi neanche quel minimo di strumenti economici che si sono messi in comune dovrebbe balzare agli occhi di tutti, e comunque l'abbiamo ampiamente sviscerata in altre sedi, analizzando la Security and Defense Union. Una declinazione del "più Europa" particolarmente inquietante. Dobbiamo però restare freddi e infilarci in questa crepa dialettica del mainstream, allargandola a nostro vantaggio. Del ragionamento tendenzioso e grossolano di Giavazzi dobbiamo tenere solo un pezzo: fare debito pubblico non necessariamente danneggia chi viene dopo. E a questa verità lapalissiana dobbiamo aggiungere un risoluto: anzi!

Anzi!

Non è danneggiando i genitori, abbassando il loro livello di reddito, di istruzione, di salute, che potrai salvare i figli! Non è abbattendo gli investimenti che si incrementa la produttività, e noi, come ricordai in aula al ventriloquo di cotanto pensatore, siamo stati l'unico fra i grandi Paesi europei ad avere investimento netto negativo, cioè distruzione di capitale fisico:


ovviamente in coincidenza con il massiccio taglio di investimenti pubblici di cui nessuno si ricorda:

Non è corretto dire che il debito pubblico "non è necessariamente" un "onere scaricato sui giovani di domani" che "dovranno ripagare il debito che oggi si emette". Non è vero perché i giovani domani non dovranno ripagare nessun debito: sarà il mercato a rinnovarlo, se domani ci sarà sufficiente crescita, e quindi sufficiente gettito fiscale, per pagare gli interessi, ma la crescita ci sarà se ci saranno sufficienti lavoratori e sufficiente capitale fisico. Ne consegue che le politiche di austerità non aprono, ma chiudono spazi fiscali nella misura in cui distruggendo capitale umano e fisico prendono il Paese meno produttivo, intaccano la sua capacità di creare valore, e nella misura in cui distruggendo reddito fanno crescere, anziché calare, il rapporto debito/Pil.

Lo abbiamo preannunziato, è successo, ora tutti possono vederlo coi loro occhi.

E quindi il debito non va contratto per tenere buone, sussidiandole, le vittime di politiche regressive, le vittime dell'austerità: va contratto per fare politiche progressive, di investimento e non di sussidio.

A loro fa paura che voi lo capiate e vi regoliate di conseguenza a giugno. Ve lo dicono pure! Più di questo che cosa volete?

Restiamo saldi e non cediamo alle provocazioni.

Buona serata e buona settimana!

lunedì 13 giugno 2022

Il debito di Schrödinger

Oggi le agenzie riportano questa esternazione del professor Giavazzi (un vecchio amico del blog):


Dice: "E qual è il problema? Sono affermazioni sbagliate?"

No, tutt'altro! Sono quasi tutte giuste, soprattutto per la parte che distingue fra inflazione da offerta e da domanda, che qui avevamo chiarito quasi quattro mesi fa.

Dice: "E allora? Vuoi insinuare maliziosamente che è strano che il professor Giavazzi dica una cosa giusta!?"

No, assolutamente no, non è affatto strano. Ogni tanto gli capita (come del resto capita anche a me), e un altro famoso esempio è questo:


(ma potrei anche citare questo, di cui purtroppo non si parla più: vedi infra).

Dice: "Embè? Allora vuoi solo farci capire che tu sei più fico perché ci arrivi prima di lui? Mi sembra un atteggiamento un po' immaturo, poteva andare bene qualche anno fa, quando il blog aveva un'intonazione goliardica, ma ora...".

Figuriamoci! Anzi! Ho altro da fare che affermare una mia presunta supremazia intellettuale su colleghi accademici. Purtroppo ho abbandonato, temo per sempre, le fatine dell'ANVUR e della VQR (ieri mi sono dovuto intrattenere con loro, forse per l'ultima volta, in compagnia dello sherpa Romeo: gli addetti ai lavori capiranno...). Ora, purtroppo o per fortuna, ho altri obiettivi: penso positivo e propositivo, perché questo deve essere lo spirito del bravo parlamentare di maggioranza.

O no?

Comunque, i conti sono presto fatti, linearizzando. Se 2471 giorni fa il professor Giavazzi ci ha messo 1391 giorni per arrivare da dove eravamo partiti (cioè dalla constatazione che la "crisi del debito sovrano" da tutto  dipendeva tranne che dal debito sovrano), e oggi (cioè 2471 giorni dopo) ci ha messo solo 113 giorni per raggiungerci sulla constatazione che una politica monetaria restrittiva è inefficace e controproducente contro l'inflazione da offerta, vuol dire che ogni 2471 giorni il professor Giavazzi colma di 1391-113 = 1278 giorni il gap che ci separa, il che significa che fra 218 giorni saremo perfettamente in sincrono, e dal 18 gennaio 2023 dovrò rassegnarmi ad essere io il follower (quello che arranca).

Me ne farò una ragione: l'importante non è chi arriva primo a dire la cosa giusta, ma che si limiti il numero di lievi imprecisioni in circolazione.

A questo proposito, purtroppo, devo però far notare che un problemino c'è.

Sarebbe trascurabile, potremmo e forse dovremmo passarci sopra, ma qui abbiamo sempre avuto scrupolo di attenerci alla verità dei fatti, quindi una sottolineatura dobbiamo farla. Il Giavazzi che a settembre 2015 "il problema non è il debito pubblico" (e infatti non lo era stato) era però lo stesso che nel 2011 "dobbiamo mettere un'imposta progressiva sui redditi da capitale perché il debito pubblico è un problema":


e credo sia anche lo stesso che oggi ci dice che il PNRR (che è debito) farà scendere lo spread che è causato... dal debito (!), che quindi... è di nuovo un problema:


Questa cosa del debito di Schrödinger, che fa calare lo spread mentre lo fa crescere, è oggettivamente bellissima. Siamo all'economia quantistica, che è, lo ammetto senza remore, qualcosa di esteticamente superiore alla piatta e grigia economia quantitativa cui qui siete stati avvezzi in tanti duri anni di (vostro) apprendistato!

E quindi?

E quindi ho come la sensazione che su alcune questioni veramente di sostanza, come questa:


(che poi non era lontana dalle posizioni del compianto David Sassoli) non si voglia o non si riesca ad incidere, a causa di rapporti di forza sfavorevoli da cui nessuno scudo reputazionale vero o presunto può proteggerci, e che questa contraddizione di fondo si riverberi, giù per li rami, rampollando di fronda in fronda una pletora di altre contraddizioni che, se la situazione del Paese non fosse disperata, sarebbero anche divertenti.

Ma purtroppo la situazione del Paese non induce all'allegria.

E allora?

E allora niente: ne abbiamo parlato per un decennio, non fatemi ricominciare da capo...

Good night and good luck!

domenica 16 ottobre 2016

Omogeneizzati Giavazzi: chi parla male pensa male

L'odierno editoriale del professor Giavazzi (Distrazioni pericolose sull'Europa) contiene alcune intuizioni condivisibili: la prima è che il vero game changer degli assetti europei sarà il cambiamento al vero vertice dell'Unione Europea, cioè la scelta del successore di Draghi nel 2019; la seconda è che la costruzione europea è nei fatti affidata all'opera delle burocrazie del Nord; la terza è che l'unione monetaria non è irreversibile, in particolare perché troppo giovane.

Salutiamo con ottimismo l'ingresso della storia nel ragionamento dell'Ing. Prof. Giavazzi, una delle persone che più hanno contribuito alla de-storicizzazione (cioè alla de-umanizzazione) della scienza (sociale) economica. Questa resipiscenza, se non fosse puramente tattica, lascerebbe ben sperare.

Purtroppo la speranza è immediatamente falciata da una raffica di conclusioni affrettate e errori di analisi economica veramente spettacolare, condita con svarioni linguistici estremamente eloquenti.

Cominciamo da questi ultimi: prima il piacere e poi il dovere.

Vorrei far notare al professor Giavazzi, e alla mia professione tutta, che la traduzione corretta di domestic non è "domestico", ma "interno". Se la traduzione corretta fosse "domestico", allora dovremmo dire "Prodotto domestico lordo" (Gross Domestic Product). Invece diciamo "Prodotto interno lordo", e non per faciloneria, ma perché domestico, in italiano, vuol dire un'altra cosa, come spiega quel simpatico organo di propaganda europeista che è la Treccani (fornisco al professore una fonte cui è ideologicamente affine, sperando che almeno in essa abbia fiducia). Quindi la frase del professore "i problemi al centro dell'attenzione saranno domestici" in italiano significa che questi problemi non saranno selvatici. Ma in effetti (traduco per chi ancora l'italiano se lo ricorda) il professore vuole dire che questi problemi saranno "interni" (ai singoli stati membri).

Il secondo svarione è ancora più spettacolare, testimonia in modo ancora più profondo l'analfabetismo di ritorno di queste élite pseudo-cosmopolite che ormai pensano in americano (non in inglese: in americano) e traducono all'americana (cioè maccheronicamente) il loro pensiero a uso delle popolazioni domestiche (nel senso di serve). La frase è "Oltre alla politica vi sono questioni più mondane da affrontare", che in italiano, come direbbe Giavazzi, non fa senso (it does not make sense). L'aggettivo "mondano" in italiano si riferisce alla vita terrena in contrapposizione a quella eterna, o alla vita delle élite, squadernata dagli appositi organi di stampa (Novella 2000, Eva 3000, ecc.).

Di primo acchito ho fatto l'errore di leggere la frase in italiano, e sono rimasto interdetto. Cosa voleva dire il professor Giavazzi? Voleva forse stabilire una contrapposizione fra la sacralità della politica e la mondanità degli altri interessi materiali? Ma da parte di una persona che ha fatto della distruzione della politica attraverso il vincolo esterno la propria missione esistenziale, sulla base dell'argomento che la politica era mondana (cioè corrotta, depravata dal contatto con le contingenze materiali), questo non avrebbe avuto (o fatto...) senso. Voleva forse dire che ci dobbiamo occupare di risistemare la marina di Porto Cervo, ormai inadeguata alle dimensioni degli yacht che è chiamata ad accogliere? Ecco, questo, magari, avrebbe più senso, valutandolo alla luce degli ambienti nei quali il professore (beato lui) si muove.

Poi ho capito! La frase andava letta in americano! Eh già, perché in americano capita che:


Quindi il professore voleva ammonirci a considerare, oltre ai grandi equilibri geopolitici, anche le questioni della vita di tutti i giorni. Saggio ammonimento: ma se veramente il professore si preoccupa per noi, dovrebbe fare lo sforzo di parlarci nella nostra lingua...

Ora voi direte: "sei un pedante (ma purtroppo non Il Pedante), alla fine con un po' di buona volontà il messaggio si capiva, perché ti accanisci così contro un venerato maestro? Mostri solo invidia e livore!". Questo, va da sé, siete liberi di pensarlo: basta che poi non mi accusiate di superbia, perché quest'ultima è lievemente incompatibile con l'invidia (e anche con la presunzione). Ma il fatto è che quando vi dicevo che nel secondo dopoguerra è stata detta una sola cosa di sinistra, "io non parlo di cose che non conosco", in effetti mi sono tenuto stretto. Ne sono state dette due, e l'altra è "chi parla male pensa male e vive male".

Segue dimostrazione.

Giavazzi sostiene che fino all'avvicendamento al vertice della Bce in Europa non succederà sostanzialmente nulla. Insomma: ci aspettano tre anni di palude. Una conclusione simile, come ricorderete, l'abbiamo sentita esprimere anche da uno studioso come Giandomenico Majone alla scorsa conferenza annuale: equilibri subottimali possono persistere indefinitamente, ci ha detto Majone (qui). Tuttavia la granitica fiducia di Giavazzi che le banche non falliranno perché si troverà il modo di salvarle, se da un lato puramente tecnico è ovviamente condivisibile, ignora totalmente la dimensione politica del problema. L'unico modo di salvare le banche (in particolare DB) è nazionalizzarle, cioè violare quelle regole la cui applicazione nel nostro paese ha fatto alcuni morti. Mi sembra evidente che ciò indebolirà la finzione politica sulla quale è costruita l'Europa, per istigazione dello stesso Giavazzi: quella che le decisioni politiche debbano essere sottratte alla mediazione politica, e affidate a regole "ottimali" (perché decise da Giavazzi e dai suoi amici) il cui scopo è proprio quello di contenere l'avidità e di sovvenire all'imperizia di una classe politica per definizione corrotta e incapace (perché non tutta laureata alla Bocconi). Giavazzi non vede che la violazione delle regole da parte del più forte rischia di portare all'attenzione di chi ancora non ci avesse riflettuto il motivo per il quale siamo passati da un'Europa della politica a un'Europa delle regole: per tutelare gli interessi del più forte.

Non capire quanto questa riflessione sia politicamente destabilizzante non è pensare molto bene.

Anche la seconda conclusione affrettata ricade in questo ambito: Giavazzi sostiene che le burocrazie del Nord, nel periodo di palude, porteranno avanti la progettazione delle istituzioni europee, e quando gli italiani saranno chiamati al tavolo delle trattative i giochi saranno già stati fatti, nel senso che le opzioni sul tavolo saranno poche e potenzialmente a nostro svantaggio, ovviamente per colpa nostra. In questa linea argomentativa c'è molto di vero. Tuttavia, sarebbe onesto corredarla con un paio di osservazioni. La prima è che questo fenomeno non è la novità della stagione autunno 2016-inverno 2019: è sempre stato così, e, per dire, la vicenda del bail-in è solo l'ultima di una lunga serie di inadeguatezze del nostro governo nel relazionarsi con istanze pseudotecniche europee. La seconda osservazione è che, per nascondere quello che queste affermazioni palesano, cioè la natura ademocratica della costruzione europea (mediata da burocrazie sostanzialmente tedesche, come a/simmetrie per prima ha messo in luce, venendo poi variamente ripresa o scopiazzata dal Fatto Quotidiano, da Linkiesta, perfino dal Sole - una prece), Giavazzi dice che sì, la costruzione è portata avanti da burocrazie in assenza di governi, ma "alla fine sarà la politica a decidere". Questa affermazione rassicurante (et pour cause! A differenza di Scalfari, Giavazzi ci tiene a non passare per un oligarca!) è purtroppo smentita dai fatti. La politica, in definitiva, non può decidere, perché il quadro istituzionale nel quale è inserita le vieta di farlo, e perché, soprattutto in Italia, questa situazione di subalternità istituzionale è aggravata da una situazione di subalternità culturale che lo stesso Giavazzi ha fattivamente contribuito a creare, diffondendo l'idea che per un paese corrotto come il nostro la soluzione migliore fosse proprio quella di legare le proprie mani al paese della Siemens, della Volkswagen, della Deutsche Bank.

Insomma: se la politica in effetti in Italia non decide, è anche perché qualcuno (pensando male) ha diffuso il mito della superiorità ariana. Temo fosse una persona che parla male.

Ma la cosa più spettacolare, per un tecnico dell'economia che non è un ingegnere di ritorno e che non ha scoperto la storia il 16 ottobre 2016, è l'affermazione che "le cancellerie di Berlino e Parigi" non escludano, se pure non la auspichino, la limitazione dell'unione monetaria a un gruppo di paesi omogenei, Francia e Germania e i loro satelliti.

Pensate! Sull'omogeneità di Francia e Germania ho fatto proprio l'ultima lezione del mio corso di Politica economica, dove, parlando della disoccupazione, ho mostrato questa slide:


sulla quale mi sarebbe gradito (ma temo che rimarrò frustrato) avere un parere dal professor Giavazzi. La linea verticale rossa corrisponde all'anno 2008 (inizio della crisi) e la linea verticale blu corrisponde all'anno 2015 (quello dal quale il Fondo Monetario Internazionale fornisce dati previsti, per mancanza di dati consolidati: il 2016 non è ancora finito).

Cosa ci dice questo disegnino? Ma, direi che è la rappresentazione plastica di quanto un collega del professor Giavazzi, lievemente più prestigioso di lui (non me ne voglia) esprimeva su Foreign Affairs nel novembre del 1997: "l'aspirazione francese all'uguaglianza non è compatibile con le aspettative tedesche di egemonia" (ne parlammo qui). Il grafico mostra chiaramente come a partire dalla crisi Francia e Italia abbiano dovuto far schizzare verso l'alto la disoccupazione al fine di far calare i salari, cioè di realizzare quella svalutazione interna che è, per precisa scelta politica, l'unico modo di reagire a shock macroeconomici nel contesto di una unione monetaria (adottata appunto per produrre simili effetti, cioè per trasformare ogni crisi esogena in un ulteriore arretramento del lavoro rispetto al capitale). Questo naturalmente mentre, per motivi uguali e contrari, la disoccupazione tedesca divergeva verso il basso.

Siamo proprio sicuri che la Francia sia omogenea alla Germania? E allora perché, quando c'è una crisi, i suoi fondamentali divergono da quelli tedeschi e si allineano a quelli italiani? Sappiamo che la difesa dell'occupazione, per motivi esistenziali e ideologici, non è una priorità del professor Giavazzi: però i dati bisognerebbe conoscerli...

L'idea di Giavazzi che l'Italia abbia perduto punti di competitività rispetto a Francia e Germania, che quindi costituirebbero il blocco omogeneo dei paesi virtuosi, non sta né in cielo né in terra. Il grafico mostra chiaramente che la Francia è del tutto omogenea all'Italia, e attenzione: il minore incremento della disoccupazione rispetto all'Italia non si spiega con una maggiore virtù francese, ma solo con il fatto che la Francia ha nascosto sotto il tappeto la mucca nel corridoio (cit.), perché per motivi geopolitici finora se l'è potuto permettere.

Che la Francia non stia meglio di noi risulta peraltro da un dato che lo stesso professor Giavazzi cita selettivamente: il saldo delle partite correnti. Guardate come convergono Francia e Germania:


I loro saldi delle partite correnti sono su traiettorie divergenti dalla fine degli anni '90 (crescente quello tedesco, decrescente quello francese), e anche qui si vede come la Francia sia stata del tutto omogenea all'Italia, che però ora si è riportata in surplus, mentre la Francia non lo ha fatto: è ancora in deficit, con un moderato surplus previsto per il 2016 da quello stesso FMI che prevede anche che l'immenso surplus tedesco (8 punti di PIL) comincerà a ridursi a partire dal duemilacredici ((c) Kappa). Bullshit: le previsioni, ma anche e soprattutto l'idea che ci sia una sostanziale omogeneità fra Germania e Francia: le loro traiettorie divergono ormai da decenni, e solo un economista iperuranio può ignorare questo dato. Peraltro, Feldstein aveva intuito questa dinamica un anno prima che cominciasse, quindi se Giavazzi non ne prende atto dopo venti anni che le cose vanno avanti così la colpa non è dell'economia, che come scienza offre tutti gli strumenti analitici per interpretare certe dinamiche, ma di un economista: lui. Del resto, come dice molto opportunamente Kevin Hoover, lo scopo della nuova macroeconomia classica, programma di ricerca cui Giavazzi sostanzialmente aderisce, era appunto "l'eutanasia della macroeconomia". Questa era strumentale all'assassinio delle politiche macroeconomiche e alla loro sostituzione con regole da applicare ai deboli e interpretare per i forti. Non stupisce quindi che chi ha radicalmente negato la rilevanza dei fondamentali macroeconomici (negando la stessa possibilità di un discorso macroeconomico) si trovi così a disagio nel leggerli e interpretarli.

Il grafico precedente direbbe, prima facie, che Giavazzi sbaglia: la frase corretta sarebbe "perché alcuni paesi della periferia, fra cui la Francia, hanno perduto molti punti di competitività rispetto a Italia e Germania". Infatti noi e la Germania siamo in surplus estero, mentre la Francia è ancora in deficit. Ma naturalmente questo non sarebbe del tutto corretto, perché noi qui sappiamo come è stato ottenuto questo risultato. Non migliorando una fantomatica "competitività" delle nostre esportazioni, ma abbattendo le nostre importazioni tramite il taglio dei redditi realizzato con politiche fiscali restrittive (la famosa austerità). E anche qui c'è il disegnino:


Noi, deboli come la Francia, ci siamo indeboliti ancora di più rispettando le assurde regole europee e rientrando immedatamente entro quel valore totalmente infondato del 3% di rapporto deficit/PIL che la Francia rispetterà forse nel duemilasettordici (nel 2014, ultimo dato consolidato, era ancora al 4%). Questa scelta politica assurda è stata dettata, fra l'altro, dagli editoriali del professor Giavazzi, il quale, come gli ho amabilmente ricordato, ha capito solo il 7 settembre 2015 quello che qui avevamo capito il 16 novembre 2011, ovvero che la crisi non dipendeva dal debito pubblico ma da quello privato, e che quindi l'attacco ideologico portato da Monti, con il beneplacito di Giavazzi, allo stato, inteso come intervento pubblico nell'economia, non ci avrebbe salvato ma affossato.

Ci vedremo il 12 novembre a Montesilvano proprio per celebrare il quinto anniversario di quella previsione tristemente corretta, riflettendo sui possibili assetti europei con economisti meno schierati ideologicamente e più disposti a venire a patti con la realtà: Francia e Germania non sono un blocco omogeneo da più di dieci secoli. Ma uno che ci ha messo cinque anni a capire che la crisi non dipendeva dallo statoladro di gianniniana memoria, può benissimo darsi che ci metta alcuni decenni a capire una cosa non meno evidente, ma più difficile da incastrare nel quadro del delirante sogno europeo.

Vale la nota citazione di Upton Sinclair, che non riporto per carità di patria...