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venerdì 8 maggio 2026

Show must go on (parte terza)

(...per completezza. La seconda è qui...)


Disons-le en passant, être aveugle et être aimé, c’est en effet, sur cette terre où rien n’est complet, une des formes les plus étrangement exquises du bonheur. Avoir continuellement à ses côtés une femme, une fille, une sœur, un être charmant, qui est là parce que vous avez besoin d’elle et parce qu’elle ne peut se passer de vous, se savoir indispensable à qui nous est nécessaire, pouvoir incessamment mesurer son affection à la quantité de présence qu’elle nous donne, et se dire : puisqu’elle me consacre tout son temps, c’est que j’ai tout son cœur ; voir la pensée à défaut de la figure, constater la fidélité d’un être dans l’éclipse du monde ; percevoir le frôlement d’une robe comme un bruit d’ailes, l’entendre aller et venir, sortir, rentrer, parler, chanter, et songer qu’on est le centre de ces pas, de cette parole, de ce chant ; manifester à chaque minute sa propre attraction, se sentir d’autant plus puissant qu’on est plus infirme, devenir dans l’obscurité, et par l’obscurité, l’astre autour duquel gravite cet ange, peu de félicités égalent celle-là. Le suprême bonheur de la vie, c’est la conviction qu’on est aimé ; aimé pour soi-même, disons mieux, aimé malgré soi-même ; cette conviction, l’aveugle l’a. Dans cette détresse, être servi, c’est être caressé. Lui manque-t-il quelque chose ? Non. Ce n’est point perdre la lumière qu’avoir l’amour, Et quel amour ! un amour entièrement fait de vertu. Il n’y a point de cécité où il y a certitude. L’âme à tâtons cherche l’âme, et la trouve. Et cette âme trouvée et prouvée est une femme. Une main vous soutient, c’est la sienne ; une bouche effleure votre front, c’est sa bouche ; vous entendez une respiration tout près de vous, c’est elle. Tout avoir d’elle, depuis son culte jusqu’à sa pitié, n’être jamais quitté, avoir cette douce faiblesse qui vous secourt, s’appuyer sur ce roseau inébranlable, toucher de ses mains la providence et pouvoir la prendre dans ses bras ; Dieu palpable, quel ravissement ! Le cœur, cette céleste fleur obscure, entre dans un épanouissement mystérieux. On ne donnerait pas cette ombre pour toute la clarté. L’âme ange est là, sans cesse là ; si elle s’éloigne, c’est pour revenir ; elle s’efface comme le rêve et reparaît comme la réalité. On sent de la chaleur qui approche, la voilà. On déborde de sérénité, de gaîté et d’extase ; on est un rayonnement dans la nuit. Et mille petits soins. Des riens qui sont énormes dans ce vide. Les plus ineffables accents de la voix féminine employés à vous bercer, et suppléant pour vous à l’univers évanoui. On est caressé avec de l’âme. On ne voit rien, mais on se sent adoré. C’est un paradis de ténèbres.


Ho avuto la fortuna di conoscere la mia bisnonna, la madre della madre di mio padre, Teresa da Lucignano d'Arbia, cieca da entrambi gli occhi (debolezza che si era trasmessa per li rami fino al suo nipote e mio padre ma da cui io vado esente - anche se per prudenza la pressione oculare me la controllo!), ma lucida come uno specchio lucido.

"Nonna, quando cade Pasqua fra tre anni?" "Il 30 marzo." "Quando cade la prima domenica di marzo?" "Il 2". Così, senza esitazione alcuna. Non so che algoritmo applicasse, se sapesse di epatta e fasi lunari: certo è che a differenza del nostro amico intelligente (AI) lei a casaccio non andava. Forse, mentre sgranava il rosario, recitava il calendario: ma allora avrebbe avuto una memoria di ferro! Arrivò a 99 anni, che è un buon obiettivo intermedio da proporsi: numero palindromo, ma soprattutto numero di Kaprekar (qui si imparano sempre cose utili), amata e accudita come Monseigneur Bienvenu dans son paradis de ténèbres.

Anche mio figlio ha conosciuto la sua bisnonna, Rosa, cioè la madre di mio padre, che lui chiamava "la nonna con le ruote", in conseguenza di un piede diabetico, con tutto quel che ne derivò (e anche da questa debolezza le insondabili leggi della genetica e dell'evoluzione mi hanno schermato, per non parlare del mutamento di costumi, che ci tiene alla larga dai glucidi). Certamente come nonna (per me) fu più agevole che come suocera (per mia madre): era il mio rifugio, come vi feci capire tempo addietro, la mia radice in Toscana, poi estirpata dal decorrere del tempo.

Già avrete capito dove voglio andare a parare.

Io non so quando vedrò i miei nipoti e se avrò sufficiente forza per godermeli (nel dubbio, proseguo con la sana prassi di ascoltare quasi ogni mattina correndo la rassegna stampa di Daniele: ove mai smettesse di tenerla, ne conseguirebbe un mio tracollo fisico, quindi abbonatevi al Tempo se tenete al vostro guru!), ma da un paio di giorni una cosa la so: non conosceranno il loro bisnonno. È andata così, in modo un po' imprevisto, ma con dignità e senza sofferenza. In questi casi, diciamo in caso di uscita, a capire che cosa è successo ci vuole un po', esattamente come nel caso opposto, in caso di entrata. In entrambi i casi si viene immediatamente distratti da una serie di contingenze pratiche mentre si transita su una nuova orbita, su un diverso livello di energia. Il messaggio è chiaro: cade l'ultimo diaframma fra me e la Verità (con la "l" minuscola, ovviamente). Ora sono io il decano.

L'ho detto solo al mio capo e al mio capogruppo (perché sono due amici e perché era meglio che lo sapessero), ma se da un lato a voi non voglio nasconderlo, perché in questi quindici anni abbiamo condiviso tutto, dall'altro ho tenuto la cosa riservata (quindi non l'ho detto agli uffici di assemblea, ecc.), per evitare che anche questo momento diventasse come le feste comandate un festival del servo encomio via WhatsApp. So chi mi vuole bene, e so anche perché (quindi so anche chi smetterà di volermi bene quando non conterò più un cazzo), so anche che voi non leggete questo blog (e come potreste, dato che non esiste?) ed è quindi inutile che vi esorti a tenere per voi questa condivisione che non c'è mai stata, onde evitare che chi non è di famiglia come voi (ma anche chi lo è o crede di esserlo come voi) mi intasi il cellulare, perché non serve a nulla.

Condivido solo un ricordo, che mi è tornato nitido in mente qualche sera fa, mentre cenavo con pregiati esponenti della classe dirigente di questo Paese che non riesce a volersi bene per quello che è (e che invece proprio per come è tanto affetto e cura meriterebbe). Nel discorso era caduto per vari motivi sui cui non mi dilungo il tema dell'identità nazionale (sembra strano, ma ci sono manager cui interessa...), e uno dei commensali ci raccontava la vita di suo padre, in qualche modo parallela a quella del mio: entrambi alti dirigenti in aziende pubbliche che gestivano e gestiscono servizi di rete (mio padre oggi verosimilmente sarebbe l'AD di FS Logistix), una vita in azienda, un orgoglio profondo di servirla, e per il suo tramite di servire quella Repubblica che loro avevano visto nascere. Il mio amico ricordava di quando l'azienda in cui lavorava suo padre aveva attraversato un momento di stress particolarmente acuto, e suo padre, che era già pensionato, il giorno dopo, in pendenza di emergenza, era uscito di casa ed era andato al lavoro per dare una mano. Ma la cosa strana non era questa: era che a quell'epoca, oltre vent'anni fa, il lavoro di decostruzione ancora non aveva frantumato la nostra identità, e quindi i suoi colleghi lo avevano lasciato entrare e si erano fatti aiutare, perché a quel tempo aver trascorso una vita nella stessa azienda, attraversando con varie responsabilità i vari livelli gerarchici e funzionali, veniva considerato ancora un valore aggiunto, una garanzia di competenza, non una macchia, una prova di scarso dinamismo, di renitenza alle sfide della globalizzazione, come lo considererebbe oggi un head hunter. Riflettevamo, grazie a questo ed altri episodi, su quanto fosse stato fatto in quella e in altre aziende per impedire che un certo patrimonio di cultura aziendale venisse riconosciuto e trasmesso come un valore, e su come si fosse preferito sacrificarlo a competenze asseritamente fungibili, un po' come sapere il greco, l'algebra o la geografia sono stati sacrificati sull'altare della pedagogia in un altro mondo, quello della scuola (dove la trasmissione del sapere costituisce l'oggetto sociale).

Queste considerazioni mi riportavano col pensiero a tante cene in famiglia, nel traverso fra gli Ottanta e i Novanta, in cui mio padre lamentava la calata dei consulenti, di questi estranei, ignari della materia, che si prendevano un pacco di soldi per venire a insegnare a lui e ai suoi colleghi, che sapevano benissimo farlo, il loro mestiere. Vedevo all'epoca l'entusiasmo di mia madre ogni volta che riattaccava questa geremiade (spero di non parlare troppo a SAR del mio lavoro: senz'altro, di occasioni per farlo non ne ho tante...), vedo ora qual era la posta in gioco: in nome della modernità, e del trasformare lo Stato in un Mercato che però paga come lo Stato (cioè poco), si stavano ponendo le basi per guadagnare "efficienza" trasformando una grande azienda in una scatola cinese di quasi 200 società (con altrettanti consigli di amministrazione, collegi sindacali, e organismi di vigilanza). Insomma: i "consulenti" stavano all'economia pubblica come i pedagogisti stanno all'istruzione pubblica. Stessa funzione, stesso risultato: mettere (fintamente) a mercato in nome di (finti) guadagni di efficienza, smantellando la nostra identità e la nostra cultura, saldamente fondata (un tempo) sul saggio principio rem tene, verba (et opera) sequentur.

Di questa, e di altre cose, avrei forse voluto parlare con lui ora che nel mio ruolo devo gestirne o subirne le conseguenze, ma ci sarà senz'altro tempo di farlo con calma. Aveva iniziato la sua vita dove vorrei terminare la mia, in campagna, e l'ha terminata come spero di terminare la mia, dimenticandosi, nel sonno, di respirare. 

Non preoccupatevi di me, e, soprattutto, tenetelo per voi...


(...intanto, al convegno del Dipartimento economia che si svolgerà il 27 maggio a Roma parleremo anche di capitalismo di Stato, perché è così che funziona dove le cose funzionano...)

giovedì 9 aprile 2026

In memoriam...

La prima volta credo di averlo incontrato qui:

ma è qui che la sua lucidità mi aveva colpito:

forzando il mio pregiudizio contro la professione cui sorprendentemente apparteneva, quella professione che ritengo, come sapete, motore primo del nostro degrado culturale e civile. Il concetto di "operatore informativo amico" per me è un ossimoro: non è un fatto soggettivo (sono amico di molti "operatori informativi", di cui alcuni sarebbero classificati come "nemici" dai nostri "comunicatori"!), è un fatto oggettivo, deriva dall'amara circostanza che siamo, purtroppo, tutti immersi in una grande menzogna, un inganno cui chi gestisce la narrazione deve compiegarsi. Il degrado cui assistiamo ha in questo la sua origine, e temo che da fare ci sia veramente poco: swords will be drawn to prove that leaves are green in summer, disse uno che nella schiera degli strenui difensori dell'ovvio, cui io appartengo, era molto più eloquente di me, ma il problema è che ormai siamo tutti stanchi, e la forza di sguainare la spada vedo che comincia a far difetto. Ad esempio: quanti di voi saranno in piazza a Milano il 18? Sarebbe un buon modo di sguainare la spada per provare che un'unione monetaria fra Paesi che non costituiscono un'area valutaria ottimale è destinata al fallimento.

Ma ho la sensazione che questa ovvietà non interessi più a nessuno (ed è in questo momento che le ovvietà bussano alla porta per esigere il loro pedaggio).

Comunque, in questo contesto infelice lui indubbiamente spiccava.

Non credo di aver mai sentito un'altra persona (a parte me) argomentare sulla base dei grandi assenti dal nostro dibattito e dal nostro armamentario dialettico: gli ordini di grandezza. Questa cosa mi colpì molto, e decisi di coinvolgerlo in una nostra iniziativa, che fu anche un'occasione per conoscerlo e farvelo conoscere meglio:


Mi aveva dato questo suo libro da leggere, un libro a suo modo coraggioso, con cui mi sentivo in sintonia perché era in consonanza con la testata d'angolo di questa nostra costruzione: la Storia non finisce (né tanto meno finisce la SStoria). Lo avevo letto con interesse, ma non ero stato in grado di dargli un minimo di feedback, perché qui non c'è mai tempo di fare nulla, annaspiamo continuamente, e gli unici momenti in cui si può dimenticare il cellulare sono i concerti, o i funerali.

Il suo è stato ieri, e mi sono sentito in dovere di esserci, nonostante che fossi probabilmente quello che lo conosceva di meno. Ho però incontrato, per fortuna, un vecchio amico, il BWV 659:

a testimonianza del buon gusto se non di chi ci aveva lasciato, di chi aveva lasciato. Reduce da un lago Vivo fatto in un'ora e venti, contro le due ore e dieci del segnavia, non potevo sfuggire all'inesorabile logica del calendario: mi capita sempre più spesso di accompagnare persone più giovani di me, e si avvicina quindi il momento in cui dovrò essere accompagnato io (e la musica vorrei scegliermela, onde evitare disastri). Il cuore non è (più) una mia debolezza, sono molto curioso di vedere da dove arriverà l'attacco, ma sono sempre più disposto a vedere il bicchiere mezzo pieno: certo, le cose da fare sono e saranno molte, ma è pur vero che nessuno è indispensabile, e che qualsiasi gioco, per quanto possa essere (stato) divertente, alla fine stanca.

(...qui il vecchio amico in una forma migliore...)

venerdì 20 marzo 2026

In memoriam

"Numerosi sono i dubbi nei confronti dell'Europa. Idea nata nel dopoguerra per scongiurare altre guerre fra Stati europei, sta ora partorendo un mostro che non genererà né democrazia né stabilità né vantaggi economici per tutti. Non può generare democrazia, perché il suo Parlamento non legifera. È l'Europa dei grandi capitalisti: il popolo, gli artigiani, gli imprenditori, i cittadini non ci sono oggi né tanto meno ci saranno domani, perché non potrà mai nascere un'Europa politica."

Umberto Bossi, III Congresso straordinario della Lega Nord, Milano, 28 marzo 1998 (file 4/6, dal minuto 1:25:00)


(...vi invito ad ascoltarlo tutto...)

(...quando questa avventura è iniziata, nel 2011, avevo di lui l'immagine che me ne davano i media: un matto in canottiera, che vociferava assurdità a un pubblico di decerebrati. Per questo ora sono relativamente indulgente verso chi si fa manipolare, come chi voterà no domenica prossima: perché sono stato manipolato anch'io.

Il mio articolo sul manifesto dava del leghismo una lettura piuttosto sommaria:

"Secondo la teoria economica un’unione monetaria può reggere senza tensioni sui salari se i paesi sono fiscalmente integrati, poiché ciò facilita il trasferimento di risorse da quelli in espansione a quelli in recessione. Una “soluzione” che interviene a valle, cioè allevia i sintomi, senza curare la causa (gli squilibri esterni). È il famoso “più Europa”. Un esempio: festeggiamo quest’anno il 150° anniversario dell’unione monetaria, fiscale e politica del nostro paese. “Più Italia” l’abbiamo avuta, non vi pare? Ma 150 anni dopo la convergenza dei prezzi fra le varie regioni non è completa, e il Sud ha un indebitamento estero strutturale superiore al 15% del proprio Pil, cioè sopravvive importando capitali dal resto del mondo (ma in effetti dal resto d’Italia). Dopo cinquanta anni di integrazione fiscale nell’Italia (monetariamente) unita abbiamo le camicie verdi in Padania: basterebbero dieci anni di integrazione fiscale nell’area euro, magari a colpi di Eurobond, per riavere le camicie brune in Germania. L’integrazione fiscale non è politicamente sostenibile perché nessuno vuole pagare per gli altri, soprattutto quando i media, schiavi dell’asimmetria ideologica, bombardano con il messaggio che gli altri sono pigri, poco produttivi, che “è colpa loro”. Siano greci, turchi, o ebrei, sappiamo come va a finire quando la colpa è degli altri."

Le tensioni autonomiste, in quell'articolo, venivano ricondotte al desiderio di "non pagare per gli altri", alla resistenza verso quella "unione di trasferimenti" che una unione monetaria infelice necessariamente porta con sé. Un'analisi forse un po' liquidatoria nei toni, ma tutto sommato centrata, anche alla luce del discorso che vi ho citato sopra, e che all'epoca non conoscevo, così come non potevo sapere nel 2011 che la circostanziata denuncia dei limiti di un'unione monetaria non ottimale contenuta nel Tramonto dell'euro era stata anticipata non solo da paludati economisti britannici, ma anche dal "matto in canottiera", che ci fosse arrivato da solo, o che avesse avuto frequentazioni culturali per me insospettabili, alla luce della costante opera denigratoria condotta dagli operatori informativi cui avevo dato credito.

Non potevo nemmeno sapere che nel 2018 saremmo diventati colleghi senatori: all'epoca non mi passava nemmeno per la testa di intraprendere una carriera politica, vedevo la politica come una cosa sporca, né mai e poi mai avrei pensato di affiliarmi ai folcloristici leghisti, quelli del "matto in canottiera". Ma la vita riesce a sorprenderti, se te lo meriti. Entrando, in punta dei piedi, nel partito che mi aveva accolto, e studiandone la storia, leggendo o ascoltando le parole veramente pronunciate dai miei nuovi compagni di percorso, capivo quanto ero stato condizionato da quello che era stato lasciato filtrare per manipolarmi, capivo che solo l'impegno e la conoscenza diretta potevano restituirmi una libertà di giudizio, capivo che la persona di cui si voleva che io pensassi fosse un pazzo, era solo uno che aveva visto prima di me le aporie del sistema in cui ci eravamo andati a cacciare, che prima di me si era interrogato sui motivi che ci avessero spinti in questa tonnara, che prima e meglio e più di me aveva saputo dare a tante persone una speranza di riscatto. Mi accostavo a lui sempre con un certo timore reverenziale: lui era il fondatore e io l'ultimo arrivato, e questo a me, per quanto potessi credere di essere sostenuto da "mijoni" - voi! - era ben chiaro. L'ultimo ricordo nitido che ho risale al 12 febbraio 2019. Uscendo dall'aula passai davanti al suo banco e lui sorrise. Volli pensare che sorridesse a me e la cosa mi fece piacere, mi fece sentire accettato. Non ho assolutamente idea se fosse veramente così, se sapesse chi ero e che cosa avevo detto, come ero capitato nella sua squadra. Ma una cosa è certa: se invece di limitarmi a quanto dicevano i telegiornali fossi andato ad ascoltarmi i suoi discorsi, avrei perso meno tempo nel tentativo di rianimare il sozzo cadavere della sinistra puttana e traditrice. Poi, tre giorni dopo, ebbe un malore in casa, e non lo vidi più in aula...)

(...resta il paradosso un po' misterioso insito nel fatto che chi ha riportato in Lega le analisi di Bossi sia stato visto come il fumo negli occhi da leghisti puri e duri che si ritenevano più bossiani di Bossi. Ma questo richiederebbe capacità analitiche superiori alle mie e forse sproporzionate rispetto all'interesse dell'indagine. Non è oggi il momento del confronto, è quello del cordoglio...)

(...non potrà mai nascere un'Europa politica: #tuttoqua. Altro che "siamo stati capaci di attrarre le ingenti risorse del PNRR", o "grazie ai fondi europei abbiamo ecc."...)

giovedì 30 ottobre 2025

In memoriam (il reddito di transumanza)

Ho un'oretta per raccogliere le idee prima di andare a sentire lo slovacco Maroš Šefčovič, che forte della legittimazione conferitagli dall'essere espresso da un Paese che ha meno abitanti della Campania è incaricato di seguire in Commissione Europea il dossier del commercio internazionale. Potrebbe essere l'occasione per chiarire qualche equivoco. Un'altra occasione ce l'ho immediatamente a ridosso, perché alle 16:15 intervengo in questo convegno... da cui il titolo di questo post!

Qui abbiamo commemorato tante persone: di alcune non avete mai nemmeno sospettato l'esistenza, di altre, come Tony Thirlwall, o Alberto Alesina, o, per altri versi, Gustav Leonhardt, ci era capitato di parlare e avevano comunque una loro notorietà, quando non un ruolo centrale nell'elaborazione del nostro pensiero. Ma la cara memoria che celebrerò oggi, portando la mia solidarietà alle afflitte prefiche, è quella del green, perché, ove mai non fosse chiaro, che lu grìn s'ha mort ora l'ha detto anche il capo dei capi, in un post scritto un paio di giorni fa, da cui emerge un desiderio evidente di smarcarsi dal suicidio dell'occidente, con un minimo investimento di comunicazione volto essenzialmente a salvare la faccia.

Il vostro amico ci dice che la narrazione catastrofistica sul green è infondata:


raggiungendoci sulle nostre posizioni storiche. Quindi basta con idiozie come "il Pianeta in ebollizione" e simili. Ora, è purtroppo un dato che la narrazione sulla transizione o è catastrofistica o non è, per il semplice motivo che l'insieme di soluzioni che vengono proposte sono talmente irrazionali che solo la minaccia di uno stato di eccezione può costringere gli elettorati ad accettarle.

Sull'irrazionalità c'è poco da discutere, ma vorrei documentarvela con due elementi sufficientemente noti a tutti, non senza fare una premessa: l'attuale paradigma della climatologia, sostanzialmente articolato sull'effetto serra come unica spiegazione di quanto sta (forse) accadendo, farà la fine di tutti i paradigmi, quella di cui abbiamo parlato qui, ma a noi non serve contestarlo, per il semplice motivo che le soluzioni che vengono prospettate per abbattere la CO2 passano per una maggiore produzione di CO2. Il dato sulle emissioni dal 1990 (la data di riferimento) è questo:


Unione Europea e Stati Uniti sono già su un trend discendente, e sul trend di Cina e India le nostre fisime possono agire solo in senso peggiorativo, per il semplice motivo che rivolgersi a prodotti cinesi (i pannelli solari, le auto elettriche, ecc.) significa far girare a pieno regime una macchina in cui la produzione di energia ha un'intensità di emissioni doppia della nostra (se pure declinante):

Ai tanti imbecilli che ci parlano di una Cina "campione delle rinnovabili" va ricordato che per quanto le rinnovabili possano espandersi rapidamente in termini assoluti in un Paese la cui superficie è quasi 32 volte quella dell'Italia e la cui popolazione è circa 24 volte quella dell'Italia, in termini relativi il mix energetico cinese resta dominato da un caro, vecchio amico:


quindi averci spinto verso l'elettrificazione senza aver preventivamente fatto un ragionamento sulle filiere e sulle tecnologie significa averci spinto verso la carbonizzazione, non la decarbonizzazione.

Ma i due elementi che volevo offrirvi erano altri.

Primo, mentre un chilo di benzina contiene oggi, come un secolo fa, 43 MJ di energia chimica, corrispondenti a 12kWh, che con una macchina normale ti fanno fare 15 Km, un chilo di batterie al litio contiene 0.3 kWh di energia. Vi lascio trarre le vostre conclusioni. Tenuto conto della superiore efficienza del motore elettrico, ecc. ecc., alla fine la minore densità energetica delle batterie si traduce nella necessità di caricarsi un peso oltre dieci volte superiore per percorrere lo stesso tratto di strada. La densità energetica resta un elemento chiave, che poi è quello che spiega perché per certe esigenze (aerei di linea, veicoli off road, rimorchiatori, ecc.) la semplice idea della conversione all'elettrico fa sorridere, e quindi il dogma della decarbonizzazione deve necessariamente essere ossequiato in altro modo che mettendosi in mano alla Cina.

Secondo, l'energia elettrica va trasportata. Il rame per allacciare alla rete (e anche per costruire) una miriade di impianti di generazione "rinnovabile", nonché per disseminare di colonnine la rete stradale, ecc., pare non esiste in tutta la crosta terrestre, e in ogni caso la sua estrazione non è a costo zero.

Sono le cose che abbiamo appreso da Sergio Giraldo e da Gianclaudio Torlizzi: la cosiddetta transizione energetica non è necessariamente decarbonizzazione (quando consideri tutta la filiera) e non è semplicemente affrancamento dai "fossili", ma più correttamente transizione dai "fossili" a una diversa classe di materie prime: i minerali critici, la cui estrazione, raffinazione, ecc., è ampiamente inquinante (anche in termini di emissioni: e quindi non comporta necessariamente decarbonizzazione).

Sulla base di queste premesse fattuali possiamo rapidamente goderci insieme i tre chiodi che Gates pianta sulla bara de lu grìn.


L'umanità ha altri problemi rispetto a quelli di non morire di caldo domani, e il non morire di fame oggi, come umilmente sottolineato da chi vi scrive:


rientra a pieno titolo e con maggiore priorità fra essi. Se c'ero arrivato io un mese fa, un genio come Bill Gates poteva arrivarci anni fa, giusto?


La temperatura non è tutto, perché non ci informa sulla qualità della vita, che dipende dal progresso tecnologico e dalle misure prese per mitigare gli effetti del "cambiamento". Concentrarsi solo sul "raffreddamento" anziché sulla mitigazione è un tragico, grottesco errore (altra cosa che potreste averci sentito dire).


Come corollario, dopo aver finanziato il coro di Erinni bercianti che al grido di "bolliremo tutti!" ci hanno costretto a suicidare il nostro modello di sviluppo (l'unico al mondo che si stesse muovendo nella direzione giusta), ora il vostro amico viene a dirci che in effetti dovremmo avere a cuore la nostra prosperità, che, in ogni caso, è nodale, dato che per raffreddare o mitigare ci vogliono tanti dindi, e non è suicidando la nostra economia, come abbiamo fatto, che li metteremo da parte.

Peraltro, l'amico ci spiega che anche se continuassimo a suicidarci, dovremmo comunque fronteggiare un certo grado di riscaldamento. Per questo motivo le politiche che insistono solo sulla decarbonizzazione, assistita da una narrazione terroristica, sono fuorvianti.

Pensate un po'!

Lo dice lui ora, ma, come mi faceva notare l'amico Sergio, lo hanno sempre saputo persone come Warren Buffet, che "ha progressivamente aumentato la sua quota in  Occidental Petroleum fino a oltre il 28% del capitale mettendoci 15 miliardi. In più mantiene una quota robusta in Chevron (25 miliardi), che i fondi ESG avevano scaricato. Infine, non ha fatto nessun investimento significativo  in green tech né ne ha mai parlato", e lo hanno appreso da poco altri personaggi "de passaggio" come Larry Fink, quello di Blackrock, che "dopo aver gonfiato la bolla ESG, nella sua lettera annuale 2025 non ha usato le parole “net zero”, “sostenibilità”, “ESG”. Ha parlato piuttosto di «energy pragmatism», dicendo persino a marzo scorso che “il pendolo era oscillato troppo a sinistra”. «Fermiamoci un attimo. Chiariamo subito che il gas giocherà un ruolo importante negli Stati Uniti per decine di anni. Forse 50 anni»".

Pensa che a me lo aveva detto tre anni fa un amico che verrà al #goofy14...

Perché tanta simultanea resipiscenza?

Beh, per due fattori concomitanti: l'ondata di fallimenti delle aziende grìn, che ha fatto decine di migliaia di disoccupati diretti (cioè escluso l'indotto) negli ultimi due anni, e la fine del reddito di transumanza, cioè dell'illusione di poter gonfiare per sempre di sussidi la bolla grìn, come del resto si è dovuto dismettere l'illusione di poter gonfiare di sussidi la panza degli indivanados. La seconda cosa spiega la prima e la prima la seconda: se l'inefficienza è troppa, il sussidio diventa suicidio, e se il suicidio scompare, l'inefficienza chiede il conto.

Alla fine il conto è arrivato, e ora andiamo a divertirci con chi non vuole prenderne atto...

giovedì 3 aprile 2025

Tristis est anima mea

(…mi dimenticherò perché ho scritto questo post, ma una di voi non lo dimenticherà. Meine Seele ist betrübt bis an den Tod…)


sabato 22 febbraio 2025

In memoriam

Mario Occhiuto è vicepresidente della commissione enti gestori. È anche tante altre cose, come ognuno di noi, ma io in quella veste l’ho conosciuto e apprezzato, avendone già sentito parlare bene prima da amici comuni. Collega preparato, garbato, presente. Questo però c’entra poco. La tragedia che lo ha colpito lascerebbe sgomenti a chiunque capitasse, perché è impossibile non vivere come una profonda insanabile ingiustizia, come un fatto contrario all’ordine naturale delle cose, che un figlio muoia prima di un genitore. Eppure accade. Non è detto che l’innaturale sia impossibile, come del resto non è detto che il possibile sia naturale. Forse avrei dovuto fare una nota stampa, ma ho preferito condividere qui con voi, perché questa cosa non riesco a togliermela dalla mente, e non mi andava di farla entrare nel circo degli operatori informativi. Mi sarebbe sembrato di degradarla, che è poi lo stesso motivo per il quale non sto cercando ulteriori notizie. È già sufficientemente doloroso e assurdo sapere che è accaduto. Sapere perché, se c’è un perché, nulla toglierebbe né al dolore né all’assurdità.


sabato 13 gennaio 2024

In memoriam

Oggi la giornata è iniziata con una pessima notizia. Lega Esteri ci ha lasciato. Ho aspettato un po’, poi ho pensato che fosse giusto dirvelo.

La memoria riandava alle tante persone che ci hanno accompagnato e ora non ci accompagnano più, e che in questo blog e nel cuore dei suoi lettori hanno lasciato una traccia che sopravviverà loro.

Riflettevo su quanto il culto dei morti, dei propri morti, sia un elemento fondante del sentimento di comune appartenenza. Che cosa saremmo senza il #combattere che ci ha lasciato Lè? Senza il sorriso di Antonio? Ci piace pensare che anche chi in vita aveva forse peccato di ingenuità, come Felice, ora possa contemplare e comprendere come gli effetti rispondano alle cause. Ci commuoviamo leggendo le ultime parole che ci ha lasciato Vito, gli siamo grati per averci dato, con l’affidarci un pensiero di serenità in un momento tanto impegnativo, un segno inestimabile di affetto. Ma ci sono persone scomparse senza tracce, nel fragore della battaglia, come kthrcds (chi se ne ricordava?), che per tanto tempo avevano contribuito con intelligenza e disciplina al nostro lavoro, con cui avevo stabilito una corrispondenza, e di cui non ho più saputo nulla (ma sapevo che le cose volgevano al peggio).

Lega Esteri era uno dei non pochissimi behind enemy lines, e per questo il suo resterà uno pseudonimo. Ma chi è stato ai #goofy sa e ricorderà il suo nome. Il suo contributo nell’aiutarci a comprendere le dinamiche del “potere”, quel potere fatto di uomini mortali come lui e come noi, ci è stato utile, e a voi è stato utile il lavoro intelligente di comunicazione che faceva sui social, consentendo a tutti di tenersi aggiornati sulle dinamiche più rilevanti della cronaca quotidiana.

Chiudo.

Nel momento in cui mi sono trovato inaspettatamente a essere vostro condottiero ho preso implicitamente (ma neanche tanto) con voi l’impegno di raccogliere da terra l’asta della bandiera, di continuare nei momenti più difficili a indicarvi l’obiettivo, a farvi serrare i ranghi per resistere, per avanzare, o per non arretrare, l’impegno di non lasciare indietro nessuno, fosse vivo o morto.  So che voi mi aiuterete, o almeno ci proverete, non per me, ma per noi. Quest’anno saremo chiamati a una grande e determinante prova. La affronteremo nel nome dei nostri amici, la affronteremo con la consapevolezza del fatto che la vittoria non è fuori dalla nostra portata. Undici anni dopo il post in cui Austerlitz era metafora della ratifica del primo MES, il secondo MES è sconfitto. Aver raccolto l’asta della bandiera non è stato inutile, grazie a voi.

C’è qualcosa che devo dirvi su come potreste e dovreste aiutare, ma ne parleremo con calma, perché vedo che la frontiera dell’ovvio per molti resta evanescente, e va ben evidenziata, per evitare che il male si trasformi in peggio.

Ma ora occupiamoci dei morti e dei vivi: domani ricomincia la lotta.







sabato 30 dicembre 2023

Paragone e Carnevale (Maffè)

(...si parva licet...)

(... la dimensione dialettica del piddino è l'autogol. La mia dimensione tattica è il vilipendio di cadavere. Lo so, sono una brutta persona, arrogante, rancorosa. Oppure potreste vederla così: so aspettare, perché so che ne varrà la pena. Come ci siamo detti mille e una volta, a me non piace essere indebitamente aggressivo! Perché devo usarti violenza, beninteso: verbale, col rischio di passare dalla parte del torto e la certezza di contravvenire ai miei principi, quando so che ti eliminerai da solo? Poi, però, quando le cose finiscono come devono finire, quando i fatti dimostrano le mie ragioni, i casi sono due: o ho dimenticato, o non perdono. E ultimamente non dimentico spesso. Molti amici che ci seguono da poco non capiranno, due soli - se non ricordo male, Paolo e Nat - assisterono ad alcuni degli episodi che riferirò: la storia di questo blog, la storia del Dibattito, della community, è una storia molto lunga, si è svolta nel tempo, con i suoi alti e i suoi bassi, le sue vittorie e le sue sconfitte. Una cosa però mi è sempre stata chiara: io un'idea in testa la avevo e cercavo di trasmetterla con onestà intellettuale. Anche altri avevano in testa le loro idee, sia ben chiaro! Non so però quanto fossero impegnati a diffonderle o a dissimularle...)

Paragone

E così Paragone, vecchio amico di questo blog (come vedremo), dove lo soprannominammo affettuosamente "er Cotenna" (tutti qui hanno avuto un soprannome: ricordate "er Melanzana"?), e così Gian ha finalmente fatto coming out: alla fine, altro non era che un gatekeeper! Il fine dichiarato (da lui) della sua attività politica era l'intercettazione del dissenso per impedirne la canalizzazione verso forze politiche strutturate, verso partiti di massa suscettibili di indirizzarlo al sovvertimento dei rapporti di forza! Un'operazione, insomma, regressiva, di difesa tanto strenua quanto subdola dell'esistente...

Immaginate la mia sorpresa!

Non me lo sarei mai immaginato... o forse sì?

Intanto, il suo essere un gatekeeper era uno scontato "di cui" del suo essere transitato armi e bagagli fra gli ortotteri, i gatekeeper par excellence, come vi avevo spiegato (inascoltato) a suo tempo. Ma credo che la stragrande maggioranza degli italiani, e anche dei lettori di questo blog, non abbia ancora capito la natura degli ortotteri nemmeno dopo il voto DECISIVO alla von der Leyen:


(che pure hanno visto tutti). Anzi! Magari fra quelli che più berciano contro l'UE, ci saranno proprio tanti che a questa UE hanno dato un ultimo soffio di vigore votando per i gatekeeper ortotteri!

All'epoca, quindi (si parla del 2013), non fui particolarmente sorpreso nel constatare che l'amico Gian, er rivoluzzzionario, diceva una cosa e ne faceva un'altra. L'apertura della Gabbia a settembre 2013 fu la goccia che fece traboccare il vaso. Mi erano state offerte tante garanzie, la possibilità di aprire un dibattito in condizioni almeno di parità, in un contesto meno ingessato di quello della Rai, ecc. ecc. Avevo chiesto, in realtà, molto poco, e mi era stato promesso, per attirarmi, tanto. Ma le cose non stavano esattamente così: ovviamente quello che si desiderava non era darmi la possibilità di parlare, ma sfruttare il seguito che avevo (a quasi due anni dall'apertura del blog i numeri erano già elevati, anche se non avevamo ancora sconfitto il Sole 24 Ore...), e anche, se possibile, farmi passare per uno squinternato un po' pazzotico, nel tentativo di screditarmi, e soprattutto di screditare le tesi che sostenevo.

Quando rileggo (e dovreste farlo anche voi) quello che scrissi allora da un lato mi colpisce il fatto che, tutto sommato, ragionassi già in modo abbastanza politico:


dall'altro il fatto che, verosimilmente, fossi anch'io irretito dal miraggio del "semomijonismo":


Non so se all'epoca seguiste il mio consiglio di staccargli la spina, e laddove lo abbiate fatto non so che esito questo consiglio abbia avuto. Detto fra noi, non credo che fossimo "mijoni", e comunque la tesi der Cotenna era proprio che io "non bucavo lo schermo" (!), e non portavo audience (!),  insomma: l'esatto contrario di quello che dicevano tutti gli altri autori o conduttori. Mi resta da capire come si faccia a seguire l'auditel in diretta mentre si conduce, ma un giorno lo capirò. Come vi racconto nel post citato, e come avevo scritto su Twitter cinque giorni prima, per me era chiaro che quella trasmissione sarebbe stata un trappolone. Era stata costruita per esserlo, ne ero consapevole, come ero consapevole che sarebbe stato l'ultimo: perfino il prestigioso TvBlog lo riportò con dovizia di particolari (inutile dire che di tutto questo dibattito sul Dibattito all'epoca non seppi nulla: avevo altro a cui pensare). Testimonianza questa del fatto che, a mia insaputa, all'epoca ero già un personaggio.

A scanso di equivoci, preciso che i rapporti erano rimasti cordiali. Non vorrei che dal modo diretto, personale con qui questo blog viene condotto e scritto qualcuno desumesse che io trasformo le questioni politiche in questioni personali! Certo, la politica la fanno le persone, ma ci sono quelle due paroline magiche che sempre vi ripeto (dinamiche oggettive) che dovrebbero farci deporre le animosità e i rancori. Del resto lo dicevo: "senza avvelenarci". Così, quando me lo ritrovai accanto in Senato, i rapporti erano, ovviamente, cordiali, come devono essere fra colleghi. Tuttavia, il dato è che un personaggio così... come dire... haut en couleur, lo tenevamo rigorosamente fuori dalle chat importanti (o che ritenevamo tali: diciamo dalle chat di vertice), e il suo modus operandi, molto articolato sul caro e vecchio "dimo famo", lo escludeva dalle riunioni più rilevanti. Che lo volesse e ne fosse consapevole o meno, era proprio la sua ostentata vocazione barricadera a neutralizzarlo, a vietargli l'accesso ai luoghi del potere (o di quel che ne resta in una colonia), e quindi a impedirgli di influire, di condurre nei fatti le battaglie che tanto bene (ma meno di noi!) conduceva a chiacchiere!

Il dubbio se ci fosse o ci facesse non mi impediva di dormire la notte. L'importante era che non mandasse per aria quello che stavamo facendo. La resistenza al MES è stata possibile non grazie, ma malgrado lui, ed evitando scrupolosamente di coinvolgerlo, ad esempio!

Ora la spina l'amico se l'è staccata da sé, con motivazioni che meritano un'accurata analisi:


Quindi il ragionamento è: io fondo un partito per combattere una battaglia (che essendo una battaglia politica richiede numeri), ma poi, quando vedo che altri partiti la sostengono in modo coerente, lo sciolgo, perché la coerenza degli altri sottrae spazio al dissenso che voglio esprimere.

Mi sembra che ci sia parecchio che non torna, giusto?

Intanto, il partito di Gian si chiama (o chiamava) Italexit: un brand su cui si è molto discusso, ma che incarna una battaglia assolutamente degna di essere combattuta. Non si capisce in che modo il fatto che il Parlamento italiano abbia dato un segno di vitalità svuoti di significato questa battaglia. Non è semplicissimo capire cosa sia successo. Magari chi ha innalzato questo vessillo si aspettava di avere più seguito? Oppure era lui il primo a non crederci, a non saper argomentare il perché di una certa proposta politica (e forse proprio per questo non riusciva ad aumentare il proprio consenso)? Certo è che da qualche tempo serpeggiava un certo scontento. Gli iscritti lamentavano la mancanza di un chiaro indirizzo politico, diciamo così, cioè si sentivano presi per i fondelli. Oppure, ancora, cominciavano a intuire che lo scopo del progetto non fosse additivo (dare una speranza agli elettori delusi e impaludati nelle sabbie mobili dell'astensione) ma sottrattivo (togliere quello zero virgola che, soprattutto negli uninominali, potesse consentire al centrodestra di prevalere sul centrosinistra)? E che in questo caso, una volta raggiunto l'obiettivo, la conseguenza naturale fosse buttare nel cesso tradire i militanti che avevano permesso di conseguirlo?

Non credo a tanta perfidia. Ripeto: dinamiche oggettive. Quello che dice Paragone è giusto: purtroppo per chi vuole cambiare le cose c'è solo la Lega. Deal with it.

Ma basterà questo tanto illustre quanto sonoro tonfo a sgominare i "famoerpartitisti"?

Ovviamente no.

E quindi passiamo ad altro.

Carnevale Maffè

"Il fatto che lo Stato si metta a fare emissioni dirette per i risparmiatori non è una bella notizia: lo Stato deve emettere per gli investitori istituzionali perché valutare il rischio dello Stato non è una cosa facile per i piccoli risparmiatori. Non basta guardare il tasso di interesse, bisogna guardare il rischio, e come fa un piccolo risparmiatore a valutare correttamente il rischio della Repubblica Italiana? Questo è il segnale che dobbiamo dare. I BTP sono comunque uno strumento finanziario: non siamo più negli anni ’80, abbiamo la libertà dei capitali, dal mio punto di vista la corretta educazione a un risparmiatore italiano è: prendere strumenti finanziari diversificati, ben bilanciati, dove si valuta bene il rischio. L’idea di investire direttamente in un BTP a me personalmente non è mai piaciuta e non piacerà mai. Che lo Stato si metta a piazzare titoli direttamente ai risparmiatori non è una notizia matura, è una notizia, come dire, ancora da Repubblica del risparmio provinciale… I tassi sono ancora negativi dal punto di vista reale, avete parlato di aumenti dei tassi: vero, ma siamo ancora in territorio di tassi sostanzialmente negativi o neutri. Quindi il messaggio, cari risparmiatori, è: lo Stato non è mai un interlocutore ottimo, quando si tratta di investire."

(qui, da 1:47).

Sentire una simile sconclusionata petizione di principio su una emittente pubblica (nell'imbarazzo palpabile della conduttrice) il giorno in cui partiva l'asta del primo BTP valore mi infastidì molto. Decisi di lasciar correre. Temporeggiare è un'opzione tattica la cui validità non può essere sopravvalutata. Avendo temporeggiato, oggi posso dire che se per Carnevale Maffè "lo Stato non è mai un interlocutore ottimo, quando si tratta di investire", per la Banca d'Italia la banca presieduta da Carnevale Maffè pare non sia una interlocutrice ottima quando si tratta di depositare i propri risparmi. Sarà poi la storia a giudicare. Il piccolo risparmiatore provinciale italiano non sarà in grado di valutare il rischio, ma a quanto pare questa è una malattia diffusa.

Di lui conservo un caro ricordo. Un annetto dopo l'episodio che vi ho ricordato qua sopra (l'apertura della stagione de La Gabbia nel settembre 2013), l'amico di cui qui parliamo volle incontrarmi a cena a Milano. Io ero con due di voi, che se lo ricorderanno (e credo che capirono allora che il blog era una cosa importante). L'argomento era il solito: quanto sei bravo, quanto sei bello, certo le tue tesi sono un po' estreme, però sei molto bello, sei molto bravo, ma... hai esaurito la tua spinta propulsiva! Vieni con noi, avrai un pubblico più ampio, le tue idee avranno più risonanza, certo dovrai un po' sorvegliare la tua prosa, ma ne trarrai vantaggio, ecc. ecc.

Io opposi un cortese ma fermo: "Le faremo sapere, chiamiamo noi!"

Poco dopo nacque Econopoly:


L'anno dopo mandai a stendere il Sole 24 Ore:

Per inciso: nel 2015 facevo 800.000 pagine mese da solo, figurati se avevo bisogno di andarmi a cacciare in una simile compagnia! Ma anche lì l'argomento era lo stesso: espresso non come "non buchi lo schermo!", ma come "ormai hai esaurito il tuo potenziale!".

S'è visto!...

Resta per me un grande mistero come faccia (o abbia fatto, non so le loro ultime vicende) un gruppo editoriale collegato a una importante associazione datoriale ad avvalersi di certe voci:


Evidentemente queste voci avranno un pubblico!

Il che mi fa pensare, e qui concludo, che la democrazia rappresentativa forse tanto bene non funziona, perché io non credo di rappresentare il pubblico di questa roba qua (mentre la bibliometria tutto sommato va rivalutata, perché quando si dice "non vale un'acca" ci si riferisce, evidentemente, all'h-index).



(...insomma: io non dico che dobbiate necessariamente essere miei amici! Dico solo che vi conviene scegliere bene i nemici. Se volete un consiglio: sceglieteli impazienti e smemorati...)

(...amico, qui c'è un risparmiatore provinciale che ha messo tutto in BTP e ha una cosa da dirti...)

(...aspettiamo a breve il prossimo...)

domenica 19 novembre 2023

In memoriam

Tre giorni fa vi ho spiegato quale importanza avesse avuto nel mio percorso di consapevolezza il lavoro di Anthony Thirlwall, un lavoro che ho cercato di illustrarvi e di condividere con voi a più riprese. Sono frutto della sua influenza intellettuale, e poi dello scambio con lui, alcune delle mie pubblicazioni più prestigiose, come questa, o più citate, come questa, ma anche, come vi ricordavo nell'ultimo post, delle più significative per il percorso che abbiamo fatto insieme, come questa, questa, o questa, senza dimenticare questa e questa (l'ultima legata, in particolare, al caro ricordo di una serata passata a cena insieme a Budapest). La sua "legge":


di cui vi avevo parlato per la prima volta qui, e poi, nei dettagli, tre anni dopo qui, resta, dal mio sommesso punto di vista, un capolavoro di economia di pensiero. Non conosco in economia, e neanche nelle scienze di cui sono dilettante, una formula che con così tanta concisione (o, se volete, con così poche pretese) aiuti così tanto a interpretare un fenomeno complesso (che nel caso in specie è quello della crescita economica). E in effetti, per quanto ci riguarda, questa semplice formula, come abbiamo visto nel corso dei lunghi anni passati insieme, ci aiuta a capire com'è andata in Italia molto meglio delle tante spiegazioni da bar dello sport con cui ci intrattengono millantatori di titoli, o possessori di prestigiosissime cattedre: due estremi che si toccano nel gonfiarcele con "il treno della rivoluzione digitale", o "la scarsa produttività delle PMI", e consimile ciarpame autorazzista.

Le spiegazioni di questi fenomeni da baracchino o baraccone non sono coerenti col profilo temporale dei dati, come vi spiegai a suo tempo. La spiegazione fornita dalla legge di Thirlwall, invece, lo è.

Oggi, affacciandomi alla cloaca social, ho appreso con grande dolore da un tweet lievemente promozionale di Mathias Vernengo che Tony ci ha lasciato a 82 anni l'8 novembre scorso. La sua ultima lettera, alla quale non ho risposto, perché non sono riuscito a trovare le parole per farlo, era di circa un anno fa, del 24 novembre 2022. Al termine di uno scambio sulle situazioni politiche dei nostri rispettivi Paesi, dopo avermi fatto i complimenti per la mia rielezione, naturalmente dicendomi anche lui che avrebbe votato per me ma non per la Lega (una posizione che evidentemente è rappresentata anche a livello internazionale!), Tony mi confidava di avere una malattia incurabile, e che per quanto cercasse di prenderla stoicamente, la sua vita non era affatto facile.

Questa notizia mi lasciò amareggiato e senza parole: non sapevo come essergli di conforto.

Poi il flusso delle mille incombenze quotidiane mi distrasse da questa cosa che avrei preferito non sapere. Retrospettivamente non sono molto contento di essermi lasciato distrarre, ma è andata così e accetto il rischio che possa andare così altre volte in futuro. 

Ero molto fiero che gli fosse piaciuto il paper in cui estendevo il suo modello a un contesto a più Paesi, per analizzare il contributo alla crescita di un Paese dei suoi rapporti commerciali con diverse aree geografiche. Ma tutto questo appartiene a un tempo e a un mondo diverso, quello in cui avevo tempo di studiare e approfondire. Da questo mondo mi ha strappato l'aver denunciato, molti anni dopo di lui, quella che lui, molti anni prima, nel 1998, quando avevo da poco preso confidenza col suo lavoro, aveva chiamato "la follia dell'euro". Della sua appassionata e lucida denuncia vi avevo parlato qui, dodici anni or sono. Forse dovreste rileggerla: sarebbe un modo utile di ricordare una persona che ha lasciato una traccia nel pensiero economico, riflettendo sull'attualità di quello che aveva cercato di dirci 25 anni fa. 

venerdì 4 agosto 2023

In memoriam

 


Ieri, sui social, grande fervore di commemorazioni. Sarebbe stato il settantunesimo compleanno di Maria Giovanna. Una di voi ha detto una cosa solo apparentemente scontata:


Quello che scrisse non omnis moriar vive ancora nell'emozione dei suoi lettori, dei (pochi?) resistenti alla retorica delle "competenze STEM".

Così, avere Maria Giovanna ancora con noi dipende solo da noi.

Un modo per tenerla in vita, effettivamente, è rileggere quello che disse di noi:


Un ritratto in cui possiamo riconoscerci, l'unico che abbia dato al blog (e alla community) che non c'è quello che le spetta. Di quella edizione, la prima cui Maria Giovanna partecipò, mi preme però oggi, per qualche motivo, ricordarvi un dibattito in particolare, questo:


Come sapete, a me non piace inseguire l'attualità. Ma quando l'attualità insegue me, di tanto in tanto mi regalo il piacere non del tutto vano di rimarcare di averla precorsa (oggi in ottima compagnia). Scompaiono voci indipendenti, esondano voci di sistema, gli argini dei ruoli istituzionali si sono rotti come quelli, malconci e maltenuti, dei fiumi della regione rossa par excellence.

Il momento è delicato, tant'è che perfino i farisei europei, ora che un minimo di pluralismo timidamente si affaccia, intervengono con ingerenze ridicolmente scomposte e alquanto controproducenti:


proprio in questo significativo anniversario.

Il motivo è a voi ben evidente: la libertà di pensiero per loro è una minaccia esistenziale. Conseguentemente, Maria Giovanna per loro è un nemico che si è tolto di mezzo. Per noi è una amica che ci accompagnerà per sempre.

Non omnis morietur.

(...ci vediamo a novembre...)

lunedì 12 giugno 2023

In memoriam

Nel post precedente citavamo una pagina dei libri (ton bibliòn). Oggi ve ne propongo un'altra, questa:

Il tassista de "L'Italia può farcela", il protogrillno che "Se sò magnati tutto!", ve lo ricordate certamente in molti. Pochi però notarono all'epoca, o almeno pochi, praticamente nessuno, mi fecero notare di aver notato dove mi stesse portando. Era stato il mio modo per segnalarvi, osservando la necessaria riservatezza, che un interesse per il nostro lavoro c'era stato, che un discorso stava andando avanti. Perché di avviarlo, quel discorso, me lo avevano chiesto alcuni di voi, e io non avevo motivi per non darvi retta.

Ma forse dovremmo fare un passo indietro, tornando qui, cioè qui, cioè qui:


Era il 23 agosto del 2011, io ero solo un associato di politica economica, fuori dai palazzi, ignaro della grammatica e della sintassi della politica, ma avevo capito come sarebbe andata a finire, e lo trovavo profondamente ingiusto. Se questo blog che non esiste ha avuto il successo che (non esistendo non) ha avuto, è, credo, perché molti di voi, nonostante foste stati, come me, educati da quei maestri di hate speech che sono i media a disprezzare Berlusconi, capivate che quello che stava succedendo era profondamente ingiusto, perché Berlusconi era stato voluto lì dagli italiani, magari non da noi, ma comunque da altri italiani. Era ingiusto che il sorrisetto di due personaggi su cui nel frattempo è calata la scure della Storia (questo e questa) fosse sufficiente a deporlo, ed erano assurde e pericolose le reali motivazioni di questa ardita operazione: spianare la strada all'austerità, al macellaretto col grembiule rosso (che poi sarebbe stato, ma io ad agosto 2011 questo non potevo saperlo, Mario Monti).

Mentre oggi quelli del codardo oltraggio si sbilanciano in servi encomi tutti personalistici, il cui unico scopo, come ci ricorda sempre Daniele Capezzone, è quello di mettere il proprio ego nel cono di luce lasciato dall'ombra del defunto di turno, qui mi limito a darvi solo una valutazione politica: il Dibattito, cioè questo blog che non esiste, ha sempre avuto ben chiaro che l'attacco sciacallo e vile cui Berlusconi veniva sottoposto all'epoca in cui iniziammo a parlare era un totale nonsense. Le condizioni in cui si trovava il Paese non potevano essere imputate a lui né tantomeno, come era uso fare nei salotti della sinistra pruriginosa e benpensante, alle intemperanze (effettive o presunte che fossero) della sua vita privata. Qui si consumò una tappa importante del mio distacco dalla sinistra: nella foga savonaroliana con cui questa riconduceva a un tema soggettivo, ad astio personale (abbondantemente intriso di invidia), le dinamiche oggettive che erano all'opera, e di cui evidentemente preferiva disinteressarsi, o peggio ancora che voleva nascondere ai propri elettori, nel timore che accadesse l'inevitabile (cioè che questi, riconosciuta la consustanzialità della sinistra con queste dinamiche oggettive, asseverata la sua natura di quinta colonna del podestà straniero, la abbandonassero, nonostante i suoi disperati tentativi di salvarsi aggrappandosi al salvagente bucato del "dirittismo").

Altro non voglio aggiungere: l'operazione "quella volta che mi disse..." o "l'ultima volta che l'ho visto..." la lasciamo volentieri agli altri. Mi limito a osservare che, in qualche modo, il Dibattito è nato, se non da lui, da quello che gli stavano facendo, e che ci stavano facendo: cioè, come ricorderete, dalla constatazione che i salvataggi che avrebbero dovuto salvarci (sottinteso: da lui, secondo la sinistra) non ci avrebbero salvato.

E così fu.

Del resto parleremo un'altra volta.

giovedì 11 maggio 2023

Il cane bianco

Qualche settimana fa (i più attenti lo ricorderanno) sono tornato sul Renon, l'altopiano dal quale, di fronte a una irreversibile barriera corallina:

ho scritto il testo che mi chiedevate, e che ancora mi chiedete (l'ultima richiesta ieri). Ci siamo fermati a pranzo da Julia, a Himmelreich, dove andavamo spesso al rientro dalle nostre escursioni (e lei mi rimproverava con una vena di stupita ammirazione perché, a suo dire, portavo i figli in posti pericolosi: ma siamo sempre tornati tutti, anche se, ripensandoci, oggi certe cose non le farei).

Ci accoglieva il suo cane bianco, un cucciolone:

un po' invadente, come i cuccioli di tutte le specie. Dalla sua terrazza vedevamo sorgere la luna dietro lo Schlern, poi tornavamo a casa, a dormire (gli altri) e a scrivere (io).

Ho chiesto che fine avesse fatto il cane, e la risposta è stata che era morto una settimana prima.

Questa notizia mi ha colpito dolorosamente, più di quanto, da amante dei gatti, potessi immaginare. Non aver potuto rivedere il cane bianco, non averlo potuto salutare, e solo per sette giorni di scarto, mi ha lasciato uno smarrimento, un opprimente rimpianto, più, lo confesso, del non aver potuto salutare lei

Mi sono sentito in colpa per questa sproporzione. In fondo, il cane bianco era solo un animale, meno discreto di un gatto, col quale avevo scambiato pochi, infastiditi sguardi. Poi ho capito che quello di cui rimpiangevo così dolorosamente la mancanza non era tanto lui, quanto la bambina che lo accarezzava con una certa circospezione:

quella bambina che ora non c'è più, perché, nel frattempo, dodici anni dopo, al suo posto c'è una donna. 

Per fortuna, aggiungo: il vero dolore sarebbe che non ci fosse più nessuno! Ma insomma, il tempo passa, e lo fa nel modo che conosciamo: tanto inesorabilmente quanto impercettibilmente, impalpabilmente, e quando un evento di qualsiasi natura ci restituisce il senso del percorso fatto, lo  rende percettibile "discretizzandolo", come direbbe un matematico (nel senso della discretezza, non della discrezione), è inevitabile restarne colpiti.

(...e constatare, ad esempio che al posto di un quarantenne oggi c'è un sessantenne, che non è poi così male, se consideri l'alternativa...)

(...oggi, all'uscita della funzione solenne, in cattedrale, per la ricorrenza di San Giustino, il santo patrono della mia capitale, che lo festeggia l'11 maggio, un prelato mi si è accostato. Io, unica autorità civile presente, mi aspettavo qualche parola di circostanza, o qualche richiesta, e lui invece mi ha parlato di questo blog che non esiste, ma che lui, in qualche modo, aveva letto, complimentandosi per la qualità della scrittura, che aveva apprezzato e che una volta, mi diceva, era più ispirata, più lirica. E io l'ho ringraziato, condividendo con lui una semplice verità: una volta ero più libero. Oggi, da politico, devo usare un linguaggio più sorvegliato, perché anche se questo blog non esiste - dato che nessuno deve leggerlo - le mie storie personali, che una volta condividevo quotidianamente con voi, ora non posso più esporle, e poi incombe su di me il compito di dare il buon esempio, per cui, fra l'altro, se incontro uno sciocchino non posso dirgli che è sciocchino: sarebbe visto come arroganza, non come sincerità! E lui annuiva, comprendeva...)

(...sarà pur vero che ci siamo scrollati tanta zavorra di dosso, ma ogni giorno, nei luoghi più impensati, mi si presentano persone che sono passate da qui. Questa community ridotta a quattro(mila) gatti si palesa nei luoghi e nelle circostanze più impensate, cosa che non succedeva quando, a sentir certi amici di un tempo, eravamo mijoni. Quale sarà l'apparenza, quale la realtà?...)

mercoledì 19 gennaio 2022

Meno cinque: non mangiava il pesce...

...ma oggettivamente immaginarselo era molto difficile. Solo alici del Cantabrico. Inutile dire che la prima volta che lo invitai a pranzo a Roma fu in un ristorante di pesce. Ma lui, che ha dimostrato tanta compostezza in un momento ben più impegnativo:


da vero amico e da uomo di altri tempi non me lo fece notare. D'altra parte, ci sta: anch'io, invecchiando, sto diventando allergico alla materia prima del mio lavoro d'insegnante: l'ignoranza.

Vi ripropongo il suo intervento al nostro convegno del 2017:


Le sua lotta discreta ma determinata contro l'ospite che lo ha sopraffatto lo costrinse a rifiutare altri inviti, poi è iniziato il delirio in cui siamo tutti immersi, e i nostri incontri si erano rarefatti. Il nostro ultimo scambio risale al mese scorso, per una sua richiesta di dettagli sull'iter della delega fiscale (una cosa che, oggettivamente, è impossibile da comprendere su fonti di stampa).

Perdo una delle cose più simili a un fratello maggiore che abbia mai incontrato, una persona versatile, piacevole, impertinente, non convenzionale. Tutto il contrario della roba che ci viene inflitta quotidianamente e per la quale, quando sarà, saremo comunque così civili da esternare un contenuto rammarico di circostanza.

Questo, però, non lo è.

lunedì 10 gennaio 2022

È così che succede...

Non amo le ricorrenze, le "giornate mondiali", o quelle di, del, dello o della. Non riesco a sottrarmi alla sgradevole impressione che il sapore stantio di certe liturgie nasconda la pervicace volontà di utilizzare i restanti 364 (o 365) giorni dell'anno per occuparsi d'altro.

Questo vale in particolare per la memoria, che in tanto è, in quanto è perenne.

Il rischio che la si celebri in un giorno per trascurarla nei restanti temo esista, e di questo vorrei parlarvi. Prima però vi ricordo che in questo blog abbiamo dedicato tanto spazio agli orrori della Seconda guerra mondiale, se non altro perché, sulla base di un'analisi delle dinamiche oggettive in atto, vedevamo in simili abomini un asintoto al quale il nostro sistema rischiava, e a mio avviso tuttora rischia, di tendere.  "Mai più!" non è una categoria politica, non è una categoria storica, non è una categoria utile, e quindi rischia di essere una categoria dannosa...

Ci è capitato solo nel 2012 di onorare questa memoria esattamente nel giorno in cui lo fanno gli altri, ma ci è anche capitato di farlo in sedi più prestigiose e col coinvolgimento di illustri personaggi:

Quest'anno nel giorno deputato cadrà molto verosimilmente il quarto scrutinio dell'elezione del Presidente della Repubblica, ed è quindi probabile che non abbia modo di intrattenermi con voi o che abbia altro di cui parlarvi. Mi porto quindi avanti col lavoro segnalandovi un esercizio di memoria che secondo me merita tutta la vostra attenzione e che vi ho già segnalato sui miei altri canali social (Telegram, Twitter): l'articolo di Ziona Greenwald (di cui so solo quello che vedo nel web: una giovane con un bel sorriso e un'ottima penna, chi ne sa di più ce lo faccia sapere...) pubblicato da The Times of Israel, dal titolo: This is how it happens, è così che succede.

L'articolo è importante perché a mio avviso pone il quadro concettuale e comunicativo corretto per fare quello che qui in Italia non si vuole fare, o almeno non si vuole fare nelle sedi istituzionali deputate, come la cosiddetta Commissione Antidiscriminazioni: riflettere approfonditamente sulla violenza discriminatoria insita nel recente quadro normativo per il contenimento della pandemia, un quadro che viola palesemente, senza che nessun giudice a Berlino intervenga, le precise indicazioni del Regolamento UE 2021/953 del Parlamento Europeo e del Consiglio, laddove parla appunto ripetutamente di non discriminazione e proporzionalità. Ma abbiamo capito che per il PD i Regolamenti europei sono soggetti a una sorta di "clausola della nazione più sfavorita": in tanto si applicano in quanto possano opprimere o danneggiare i cittadini italiani. Ove mai, per caso o per distrazione, accadesse il contrario, si disapplicano (mentre in questo caso una magistratura attenta dovrebbe disapplicare la norma italiana: ma non è del tutto un male che si crei un precedente in cui, involontariamente e per mero caso, la giurisprudenza ristabilisce una corretta gerarchia fra le fonti del diritto).

L'inerzia delle sedi istituzionali è aggravata dall'attivismo sguaiato e scomposto di tanti cittadini che sui social fanno una cosa che, come sottolinea in principio dell'articolo la Greenwald, non si può fare: stabilire sic et simpliciter un parallelo fra politiche COVID anche estreme, come la violazione del diritto al lavoro, e la destinazione di un intero popolo alle camere a gas.

"There is no equation, period".

Sono totalmente d'accordo, e inquadro questa osservazione nel principio qui più volte esposto del non lasciar scegliere il campo all'avversario: mettersi dalla parte del torto con affermazioni inaccettabili non serve a noi, ma ai nostri avversari, e siccome io non conosco certi personaggi in cerca d'editore che si abbandonano a simili comportamenti, non ne so valutare maggiore o minore buona fede, e soprattutto non mi interessa valutarla, li considero senz'altro dei nemici, come dobbiamo considerare oggettivamente chiunque ci danneggi, chiunque danneggi la battaglia di libertà che portiamo avanti, indipendentemente da quali possano essere le sue motivazioni (semplifico: indipendentemente dal fatto che siano poco intelligenti o siano agenti provocatori).

Qui termina quello che si può dire anche in Italia, e inizia quello che, a quanto posso capire, si può dire solo in uno Stato come Israele, la cui raffinata civiltà è stata temprata da tante drammatiche vicissitudini storiche. Perché la Greenwald, fatta la premessa condivisibile che vi ho esposto, afferma senza fronzoli e con risolutezza due altri principi che condivido e che però qui da noi non vedo esprimere se non da personaggi inutilmente (quindi dannosamente) folcloristici:

  1. "what began as a war on a virus... quickly turned into a war on human rights and freedom": quella che è cominciata come guerra a un virus si è trasformata rapidamente in una guerra ai diritti umani e alla libertà;
  2. la tragedia dell'Olocausto fu preceduta da una serie di segni premonitori ("those unfathomable horrors did not arise in a vacuum", quell'abisso insondabile di orrore non si manifestò dal nulla), e quindi "Those who pledge their commitment to “Never Again” but forget the graduated steps that led to that greatest human atrocity are liable to enable, and perhaps even commit, grave moral wrongs" (quelli che promettono il loro impegno al "Mai più!" ma dimenticano i passi graduali che condussero alla più grande atrocità umana sono sono suscettibili di permettere, e forse anche di commettere, gravi torti".

Mi è capitato, come sarà capitato anche a voi, di parlare con testimoni diretti di quegli orrori. Molti ricordano la gradualità con cui essi si presentarono: si cominciò con caricature come questa:


magari anche spiritose o divertenti (per alcuni, vittime incluse) e però tutte tendenti alla disumanizzazione di un gruppo, e poi, di passo in passo, in ossequio al noto principio: motus in fine velocior. Il punto quindi non è, né può essere, quello di un paragone statico fra due realtà inconfrontabili, ma di un paragone dinamico fra due traiettorie che potrebbero rivelarsi confrontabili, atteso che il loro inizio è marcato da epifenomeni sostanzialmente equivalenti, e quella attuale "could lead to even darker places if it is not called out".

Insomma, questa volta sarà sicuramente diverso, ma siamo sicuri che abbassare la guardia sia una buona idea? E perché proprio chi l'ha abbassata una prima volta, torna oggi ad abbassarla (fra le eccezioni visibili, quella della coraggiosa Ziona, cui speriamo non capiti quello che è capitato ad altre coraggiose intellettuali).

Credo dipenda da una cosa su cui ci siamo intrattenuti pochi articoli fa, parlando della carità, che abbiamo definito come "accorgersi delle cose prima che capitino a te", e del perché questa virtù sia così rara. Lo si potrebbe dire così: "mai più!" è una negazione, e da negazione a rimozione il passo è breve. Breve, ma scivolosissimo: l'abisso è al nostro fianco. Mi è capitato di sollecitare l'attenzione di intellettuali che in linea di principio avevano più di un motivo per voler conservare la memoria, producendogli evidenza di certe derive attuali. Mi aspettavo se non solidarietà, almeno interesse. Mi ha sempre sorpreso il loro atteggiamento de minimis, che lasciava dentro di me un irrisolto, un non detto, sciolto finalmente dal titolo della Greenwald: "è così che succede"!

Ora lo so.

Qualcuno ha detto che ci sono due modi di non essere caritatevoli, cioè, come direbbe la Greenwald, di "perdere la propria bussola morale": pensare che non ti toccherà mai, e pensare solo a quello che è toccato a te.

Preghiamo di non cadere in nessuno di questi due orrori.

(...e ora torno al day by day, che oggi prevede...)

(...-14...)

domenica 24 maggio 2020

In memoriam

L'Europa ha dimensioni ottime per uno Stato? Probabilmente no. L'"Europa" (intesa come l'insieme dei membri dell'Eurozona) non sarà mai uno stato nazionale, ma potrebbe diventare qualcosa di simile a uno stato federale. Molti sostengono (correttamente) che una qualche forma di unione politica sia necessaria per rendere sostenibile l'unione monetaria. Altri sostengono la linea più netta secondo cui l'unione monetaria è semplicemente un passo verso il vero obiettivo: l'unione politica europea. Direi che questo obiettivo è antistorico. Nel 1946 al mondo c'erano 74 paesi, e oggi sono 192. Più di metà di questi paesi sono più piccoli del Massachusetts. Nel 1995 87 paesi avevano meno di cinque milioni di abitanti.

Le dimensioni ottime di un paese possono essere concepite come il risultato di un compromesso. Da una parte, i paesi piccoli hanno il vantaggio di un basso grado di conflittualità e di una relativa convergenza delle preferenze. Dall'altra, i grandi paesi hanno diversi vantaggi, fra cui annoveriamo le economie di scala nella fornitura di beni pubblici, la protezione dagli shock esterni, e le dimensioni del mercato. Tuttavia, a mano a mano che il mercato diventa più aperto, uno dei principali benefici dell'essere un grande paese diventa molto meno importante. Un paese non deve essere grande per aprirsi al mercato. Quindi la tendenza verso la riduzione delle dimensioni medie di un paese è perfettamente comprensibile in un ambiente di liberalizzazione del commercio. Perché mai un paese dovrebbe volersi rinchiudere in un'unione politica quando potrebbe essere piccolo, beneficiare di libertà di indirizzo politico, e commerciare pacificamente con resto del mondo? Non c'è bisogno di integrazione politica se c'è integrazione economica. L'integrazione economica dovrebbe procedere di pari passo col separatismo politico, come ho argomentato con Enrico Spolaore e Romain Wacziarg. L'Europa sta andando nella direzione opposta.

[...]

L'unione monetaria è utile per garantire la pace in Europa? Si dice spesso, sia nei media sia in ambito scientifico, che i costi e benefici dell'unione monetaria sono banali in confronto con l'autentico vantaggio politico dell'Unione Europea: quello di impedire conflitti militari distruttivi come quelli che condussero alle due Guerre mondiali. Questo argomento non mi sembra convincente ed è probabilmente errato. Si potrebbe anche argomentare che in effetti la probabilità di tensioni conflittuali rischi di aumentare se diversi paesi sono costretti a coordinare le loro politiche e a cercare compromessi su vari temi a causa di una unione monetaria non necessaria. Un sistema di libero scambio, accompagnato dall'indipendenza nazionale nella scelta dell'indirizzo politico, potrebbe essere più appropriato per promuovere interazioni pacifiche. Come minimo, questo ragionamento è tanto convincente quanto il suo opposto. Vorrei anche notare che considerando gli ultimi vent'anni, l'animosità fra paesi occidentali è stata raramente tanto alta quanto nei mesi recenti, mentre l'unione monetaria sta diventando una realtà.

[...]

Vorrei osservare che nei recenti progressi verso l'unificazione europea gli elettori spesso sono stati meno entusiasti dei loro politici. Questa osservazione solleva qualche dubbio sulla sostenibilità politica del processo di integrazione e indica che, in questo caso, i cittadini europei sono stati più prudenti dei loro leader.



(...qui, a p. 301...)

(...comunque la pensiate, ci lascia un pensatore politico coraggioso e preveggente, un genuino interprete del pensiero liberale. Si può essere in disaccordo con questo pensiero, e io stesso, da keynesiano, mi sono trovato in polemica con alcune sue degenerazioni, ma non si può non riconoscere che quando esso si esprime in modo genuino e libero da condizionamenti, come in questo caso, appoggiandosi ai dati, raggiunga una coerenza interna e una capacità di lettura e di previsione delle dinamiche del reale che generalmente non troviamo nei pensatori cosiddetti progressisti, nonostante in teoria dispongano di strumenti di analisi della realtà ugualmente potenti. Vi chiedo, come ci verrebbe chiesto in aula, un minuto di silenzio...)