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venerdì 24 aprile 2026

I segreti della nonna (e del nonno)

Una cortese utente della cloaca si è posta una questione non peregrina, che credo tutti noi ci siamo posti:


Mi sono permesso di risponderle così:


citando un grafico tratto da questo post.

Sono poi intervenuti sciapetti vari, ma, com'è vero che dal letame può nascere un fiore, anche dagli sciapi può nascere un pensiero: ovviamente non loro, nostro!

Cosa determini l'arresto delle retribuzioni reali lo sappiamo noi oggi come lo sapevano i comunisti ieri: l'integrazione monetaria, che, per i Paesi deboli, si traduce nella famigerata politica del "cambio forte" come strumento di disciplina salariale. Non è complottismo, è politica economica, è scritto sui manuali di quella materia:


(qui il solito Acocella), e non ci vuole molto a capire come funziona. Con mobilità internazionale dei capitali e cambio fisso il discorso è molto semplice: se l'operaio non accetta salari più bassi per compensare la mancanza di flessibilità del cambio, l'imprenditore delocalizza ed è finita la commedia. Non ve ne eravate accorti?

Quindi l'integrazione monetaria è un ovvio strumento di compressione salariale, e l'euro, che ne è il compimento, è solo la cristallizzazione di rapporti di forze che si sono venuti configurando all'inizio degli anni '80 (nella piena consapevolezza e altrettanto piena inerzia della sinistra).

Colgo l'occasione per rispondere alla solita obiezione: ma l'euro ce lo hanno anche gli altri! Perché solo noi ci avremmo rimesso?

Ma santi numi! Quanto ci vuole a capire che quella che per un Paese debole è una politica del cambio forte, per un Paese forte è una politica del cambio debole? Ci siamo talmente fatti condizionare dal discorso (dilettantesco) secondo cui l'euro sarebbe stato fatto per impedirci di svalutare, che non ci siamo accorti che in realtà era stato fatto per consentire alla Germania di svalutare!

E infatti, se prendiamo i quattro principali Paesi dell'Eurozona, e replichiamo il grafico dell'andamento del salario reale (sempre dal solito database AMECO Online), ponendo i salari uguali a 100 nel 1980 vediamo questo:



L'inizio della terza globalizzazione, cioè la fine della "repressione finanziaria", frena un po' tutte le economie, e questo non stupisce, visto che la vittoria della rendita sul lavoro si realizzò grazie a (e si concretizzò in) un drastico aumento dei tassi di interesse reale:


(come ci ricordano Reinhart e Sbrancia), ma qui da noi i Paesi periferici (Italia, Spagna), cioè quelli per cui l'integrazione monetaria significava adottare un cambio forte, vedono i loro salari reali più penalizzati dei paesi centrali (Francia e Germania), quelli per cui l'integrazione monetaria significava adottare un cambio debole (specifico: per la Francia questo vale fino a un certo punto, e infatti la Francia ha compensato e sta compensando con debito pubblico). Quindi i salari reali nostri (e spagnoli) si sono praticamente fermati perché occorreva comprimere i salari nominali per tenere il passo con gli altri Paesi cui eravamo legati, mentre quelli tedeschi e francesi hanno avuto più spazio per crescere.

Ma è così difficile da capire?

"Anche gli altri hanno l'euro gnegnegnè!" Quante volte abbiamo sentito questa obiezione? E bisogna essere molto ma di molto cretini per non capire che se la forza di un cambio (quello dell'euro) riflette la media ponderata della forze delle economie che lo adottano, per le economie sopra la media sarà debole e per quelle sotto la media sarà forte. Il problema dell'euro, e delle "unioni" così come le intende l'Europa in generale, è appunto questo: che essendo unioni fra disuguali non creano condizioni di parità, ma consolidano squilibri!

Ma il pensiero magico europeista è e resta quello degli sprovveduti secondo cui si può (e quindi si deve) essere tutti "sopra la media". C'è tanta povertà etica ma soprattutto intellettuale in questo modo di porsi!

Comunque: l'integrazione monetaria fa male a tutti, perché anche se appartieni ai "forti", il massimo che poi ottenere con la svalutazione competitiva praticata adottando una moneta per te debole è lo svuotare di potere d'acquisto i mercati dei vicini, quindi a priori direi che è decisamente meglio starne fuori, e i dati lo confermano. Guardate ad esempio come si è comportata la Norvegia, un Paese che ha saggiamente deciso di farsi i fatti suoi:


Diciamo che è passata abbastanza indenne dallo shock dei primi anni '80, anche se ha patito molto l'ultimo shock inflazionistico. E qui quelli bravi diranno: "Per forza! Dall'inizio degli anni '70 ha il petrolio, e poi non è mai entrata nell'Unione Europea!". Come la Svezia?


Di petrolio svedese non ho mai sentito parlare, mentre ricordo quando la Svezia entrò nel sistema monetario europeo, e si vede bene nel grafico come questo frenò la sua dinamica salariale. Poi però decise di non entrare nell'euro, e i risultati mi sembrano abbastanza eloquenti.

Ma naturalmente c'è sempre il cretino per cui questi risultati dipendono dal colore dei capelli: si sa, i biondi sono disciplinati e virtuosi (qui un noto esempio)! E allora come me la spiegate questa?


La Finlandia non entrò negli accordi di cambio dello SME (e si vede: guardate come vanno dritti i suoi salari negli anni '80!), poi entrò nell'UE a metà anni '90 (e si vede già una frenata) e fu socia fondatrice dell'euro. Infatti, dal 2011 (crisi del debito) i suoi salari reali sono andati decrescendo, come quelli dell'Italia, con una possibile inversione di tendenza dopo il COVID (di questa roba avevamo già parlato qui).

Insomma: l'economia sicuramente non è una scienza (così facciamo contenti gli ingenui...), ma stranamente quello che sta scritto nei suoi manuali tende a succedere nel mondo reale, indipendentemente dal colore della chioma di chi lo popola (problema che comunque, come sapete, non mi riguarda). Ed ecco spiegato il segreto della nonna (e del nonno): loro vivevano in un mondo in crescita, in cui la distribuzione del reddito non era pesantemente alterata a svantaggio del lavoro da una delle più potenti alleate del capitale finanziario: la Banca centrale indipendente! Non è un gran segreto, a dire il vero, e a me non sembra nemmeno così tanto difficile da capire. Tuttavia, lo spostarsi dell'agenda su altri temi ha il vantaggio di rendermi indulgente: ogni volta che devo farmi rispiegare da Sergio il meccanismo di formazione del prezzo marginale nei mercati energetici scuso tutti quelli che, quarantasette anni dopo, non hanno ancora capito il meccanismo di adeguamento dei salari in un mercato valutario drogato dal cambio fisso!

Solo che... dopo un annetto io sto cominciando a capire!

E gli altri?

venerdì 4 aprile 2025

Lessico (non) famigliare

Scusate, ma siccome vedo che la panna monta (come al tempo della Brexit, che, ci tengo a ricordarlo, non è andata come dicevano i terroristi), mi limito sommessamente a ricordare che l'integrazione economica prevede normalmente queste tappe:


Di tutta questa storia probabilmente ci interessa la nostra situazione, che è quella di una unione economica e monetaria, cioè dell'integrazione fra:

  1. un mercato comune,
  2. un'unione doganale
  3. un'unione monetaria.

Tralasciando come funzionano il mercato comune e l'unione monetaria (entrambi male, perché sono incompatibili, dato che l'esistenza di un'unione monetaria obbliga i Paesi membri del mercato comune a reagire con politiche restrittive, cioè a fare competizione coi salari, abbattendo il potere di acquisto dei partecipanti al mercato, come Draghi chiedeva nel 2011 e ha rinnegato nel 2024), mi soffermo su come funziona una unione doganale, anche nota agli europei come Zollverein, dal nome del suo più illustre precedente storico.

In un'unione doganale non solo si abbattono le barriere commerciali interne all'area (cioè, per semplificare, si portano a zero i dazi fra i Paesi membri), cosa che avviene anche in una zona di libero scambio (esempio attuale: l'ASEAN), ma si adotta anche una tariffa doganale unica verso le merci che arrivano dall'esterno. I singoli membri di una zona di libero scambio, in altri termini, possono farsi concorrenza (o proteggersi) abbattendo (o mettendo) dazi verso paesi terzi diversi da quelli vigenti negli altri Paesi membri della zona. In un'unione doganale, invece, il dazio sulle merci che entrano (precisazione pleonastica, ma purtroppo occorre farla, dato il livello...) è uguale per tutti i Paesi membri.

Ora, il dazio è intrinsecamente imposto sui flussi di merci in entrata a un Paese. I dazi sulle esportazioni sono eccezioni limitatissime e circoscritte. Visto che il mondo è pieno di analfabeti soggetti al principio di autorità, ecco un riferimento utile:


Inoltre, un'Unione doganale ovviamente regola le tariffe imposte alle merci in entrate dai Paesi che ad essa appartengono, non quelle praticate dai Paesi che ad essa non appartengono, per lo stesso motivo per il quale, che so, un abbattimento del cuneo fiscale deciso dal Governo italiano non si applica ai cittadini statunitensi o neozelandesi (mi fa strano doverlo dire, ma qualcosa mi lascia intuire che è necessario).

Ne deriva che la strana idea secondo cui gli Stati Uniti non potrebbero applicare dazi diversificati ai Paesi dell'Unione Europea perché questi sono membri di un'Unione doganale o perché m'ha detto mi cuggino che er commercio è competenza esclusiva dell'Unione ai sensi dell'art. 3 TFUE non ha alcun fondamento!

Gli Stati Uniti non possono decidere quali dazi carichiamo sulle loro merci in ingresso da noi (possono negoziarlo, non deciderlo), e quei dazi dovranno però essere identici per tutti i Paesi dell'Unione Europea perché essa è anche una Unione doganale. Ma noi non possiamo decidere che gli Stati Uniti mettano dazi uniformi sulle nostre merci in ingresso da loro, perché che cosa fanno a casa loro lo decidono loro, perché non sono membri della nostra Unione doganale, e perché se anche lo fossero l'Unione doganale si preoccupa dei dazi all'import nostro (export degli altri), non all'import altrui (export nostro)! Quindi è assolutamente possibile dal punto di vista economico, logico, astratto e concreto che gli Usa decidano di applicare dazi diversificati ai Paesi membri dell'UE, perché il fatto che noi siamo una Unione doganale riguarda noi e il modo in cui abbiamo deciso di non farci concorrenza o di non proteggerci con tariffe doganali unificate, ma non riguarda loro. Tanto è vero che è già successo, e a gennaio ve ne ho fatto un esempio qui. Non solo! L'ottimo Borghi ha anche rintracciato una ammissione piuttosto ovvia di un personaggio che alcuni potrebbero considerare autorevole:


Non so se è chiaro!

Basta così, o volete dell'altro?

Lo so, questa spiegazione sembrerà assurda, perché è assurdo che la si debba dare.

Ma visto che funziona così, allora meglio togliersi il pensiero, così poi passiamo ad altro.

Aggiungo però una sottolineatura politica. Forse di questo strano trucchetto (consistente nel fatto che i membri di una unione doganale devono avere dazi uniformi in entrata, ma possono subire dazi diversificati in uscita, per il semplice motivo che i loro dazi in uscita in realtà sono i dazi in entrata di Paesi terzi che decidono loro quanto far pagare e a chi perché nulla hanno a che spartire con le logiche di una Unione doganale cui non appartengono!) sarebbe meglio non parlare troppo, e il negoziato bilaterale sarebbe meglio farlo (come staranno facendo Francia e Germania) anziché annunciarlo. Va bene che la turba così si sommuove e "laika" (voce del verbo "laikare", ma anche nome di un cane che finì male), ma nell'affermare certe cose si mettono inutilmente in imbarazzo i membri di Governo, si costringono altri membri di Governo a dire leggere imprecisioni, e soprattutto si afferma una cosa che l'arbitro che gioca con i nostri avversari non è disposto ad accettare: che il progetto unionale è fallimentare. E perché turbare così un personaggio cui invece deve andare la nostra riverenza e il cui sogno non va turbato? Ci sono situazioni in cui le cosa vanno fatte, non dette. E se chi ci dovrebbe sostenere nella nostra battaglia di buonsenso non lo capisce, amen! Siamo veramente così convinti che ci occorra il consenso di chi, per soddisfare il proprio narcisistico bisogno di aver votato "le persone giuste", costringe sistematicamente le persone giuste a fare la cosa sbagliata, cioè a svelare al nemico le sue posizioni?

Io no.

Ma io sò strano...

sabato 29 marzo 2025

La coalizione dei volenterosi

Quello europeo è innanzitutto un progetto di propaganda ben strutturato, sorretto da un lessico peculiare, che spicca per essenzialità: poche parole a sostegno di poche idee che grazie all’incisività del lessico non appaiono molto confuse, come poi si rivelano essere alla prova dei fatti. Questa economia di concetti è ovviamente funzionale alla loro rapida e sincronica diffusione. Ogni tanto saltano fuori dal nulla parole desuete, o comunque in qualche modo decontestualizzate, e si impongono rapidamente, diventando onnipresenti: un buon esempio è la parola “resilienza”, ma ne abbiamo viste tante altre (pensiamo ad esempio all’aggettivo “giusta”, utilizzato prima per la transizione e poi per la pace).

L’ultimo arrivato in questa nidiata di stronzate luoghi comuni è il concetto di “coalizione dei volenterosi”. Va innanzitutto, detto che la traduzione non aiuta. Il fatto che le regole (e, aggiungo io, non solo quelle) siano scritte in inglese, ma pensate in tedesco, prima di essere tradotte in italiano, determina degli infelici slittamenti del campo semantico. In inglese è willing chi è intenzionato, disposto, a fare qualcosa chi cioè vuole farla, nel senso di fare quella precisa cosa. Provate a tradurre “I’m willing to cook dinner tonight” con “sono volenteroso di cucinare la cena stasera”! Chiaro il concetto, no? In italiano, viceversa, a testimonianza forse di una saggezza più antica, il concetto di “volenteroso” rinvia naturalmente a quel particolare tipo di fallimento che arriva spedito su una strada lastricata di buone intenzioni. Non a caso il nostro megafono piddino preferito, la Three dogs, come esempio dell’uso di questo aggettivo ci propone: “un allievo non molto intelligente, ma volenteroso“. Che è esattamente come sembrano gli attuali commissari influencer europei. “Volenteroso”, insomma, in italiano, che lo si voglia o no, è comunque, un cugino non troppo distante di “velleitario”, nel senso che anche quando non prelude a un fallimento, non esprime una volontà, un impegno, una disposizione precisa, ma una generica predisposizione al fare. Qualcuno direbbe: un “do something”! Sempre dalla Three dogs: “La nuova impiegata è solerte e volenterosa”. Bene! Ci fa piacere! Ma i risultati?…

Tenete a mente questo esempio, perché non è banale, tutt’altro! Il vero motivo per il quale non sarà mai possibile attivare un reale processo democratico nell’Unione Europea e che questa è un progetto pensato negli Stati Uniti e scritto in inglese, e dei suoi potenziali cittadini solo una stretta minoranza pensa in inglese. La democrazia “europea” cadrebbe rapidamente vittima dei false friends, di cui la coalizione dei “volenterosi” (che sarebbero in realtà gli “intenzionati”, cioè i  malintenzionati), è un preclaro esempio.

Comunque, al netto di queste non sottigliezze ma fondamentali questioni semantiche, tutti si rendono conto del fatto che l’esistenza stessa di una coalizione dei volenterosi decreta la fine dell’Unione Europea, ma credo che pochi sappiano, anche fra voi, e nonostante io ve lo abbia già detto, che questo simpatico termine è stato inserito nel circuito della propaganda europea dall’organo principe della propaganda europea in un lavoro che teorizza la fine dell’Unione Europea!

Vale quindi la pena di ribadirlo.

A quanto mi consta, ma potrei sbagliare, una delle prime occorrenze del termine “coalition of willings” si rinviene in “Europe’s challenge and opportunity: building coalitions of the willing” pubblicato il 14 febbraio scorso su Vox da due vecchi amici del blog: Olivier e Jean (e il giorno prima su Bruegel e PIIE).

La nostra valutazione di simili coalizioni è piuttosto semplice: se in una unione a 27 per risolvere i problemi bisogna ritrovarsi in cinque, vuol dire che l’unione a 27 è inutile (me lo avete sentito dire fin dall’inizio). Questo però è un ragionamento di tipo induttivo: parte dall’esperienza concreta e ne trae una inferenza. La cosa interessante del lavoro dell’autorevole coppia invece il suo procedimento deduttivo: anziché desumere il fallimento del progetto dall’evidenza concreta, chiarisce per quali motivi il progetto non può non fallire, e questi motivi sono tanto incontestabili quanto sorprendenti se confrontati con la retorica dei cosiddetti Stati Uniti d’Europa (sui quali pesa il verdetto del compagno Lenin, che non necessita di essere contestualizzato, essendo tuttora attualissimo, a differenza dei deliri di alcune persone probabilmente sottoposte ad una dieta povera di calorie).

Partendo, come usa fare di questi tempi per rafforzare argomenti farlocchi, dal presupposto che vi sia una minaccia esterna (che per l’autorevole coppia è costituita da Trump, non da Putin), i nostri cari amici ci dicono che l’Unione Europea non può però contrastarla per due motivi: è troppo piccola ed è troppo divisa. Al problema delle dimensioni si può ovviare, paradossalmente, creando delle alleanze a geometria variabile che però coinvolgano anche Stati non membri: gli ipotetici allargamenti previsti, che si tradurrebbero nel caricarsi a bordo una manica di derelitti, non risolverebbero il problema, così come non lo risolverebbe l’unione politica, perché il tutto sarebbe pur sempre la somma delle parti. Naturalmente con la stessa metodologia si risolve anche il problema delle divisioni: basta partire da un nucleo di Stati che abbiano idee sufficientemente omogenee su un determinato problema. Questo ragionamento, che vi invito a leggere sulla fonte originale, sancisce al tempo stesso il fallimento di un processo di integrazione totalitario, tutto incentrato sul feticcio del cosiddetto acquis communautaire, un dato a noi sufficientemente chiaro da tempo grazie alle analisi di Giandomenico Maione:


e, paradossalmente, la lungimiranza e il potenziale successo (nonostante gli attuali fallimenti, derivanti dal carattere estemporaneo delle iniziative e dalla loro volontà di convivere con un quadro istituzionale profondamente sbagliato, come quello unione) di quella ristrutturazione dell’integrazione europea in un sistema di giurisdizioni funzionali sovrapposte di cui parlava Bruno Frey e che qui conoscete da tempo.

Questo giusto per sottolineare una cosa: quello che gli abbietti operatori informativi hanno da sempre banalizzato come un lavoro puramente “ventrale“ di contestazione velleitaria, pregiudiziale, demagogica dell’ordine naturale delle cose, in realtà è stato qualcosa di totalmente diverso: un lavoro di analisi e di proposta su cui, alla fine, anche chi ha strenuamente difeso l’indifendibile è costretto a convergere.

DVCVNT VOLENTES FATA NOLENTES TRAHVNT.

Questo non ve lo dice LVI, ma io, quindi succede e, appunto, la “coalizione dei volenterosi” è uno dei tanti casi in cui è successo! Rilassatevi quindi: la fine dell’incubo è ormai apertamente teorizzata. Questo naturalmente prelude a incubi peggiori, se non si intercetta correttamente e non si gestisce il momento “rivoluzionario”. Per questo contiamo sulla vostra attenzione e sul vostro sostegno.

domenica 23 febbraio 2025

PISL, PISV, PISC, PISA: l'euro e l'integrazione economica delle Regioni italiane

 (...riprendo e approfondisco, anche per pensare ad altro, il filo di un discorso che avevamo lasciato qui...)

Il PISL del titolo è uno dei tanti mitologemi del nostro più insidioso nemico: iComunicatori! Si tratta, come ricorderete, del Piccolo Imprenditore Spaventato Lombardo.

Spaventato da chi?

Ma da Borghi, ça va sans dire, dal perfido Borghi che fa crescere lo spread, s'intende! Fuor di metafora, l'imprenditore di cui favoleggiano iComunicatori è quello che vedrebbe nell'integrazione monetaria l'opportunità di accedere con minore difficoltà alle catene del valore tedesche, con beneficio della propria azienda (mi riferisco alla Germania per l'ovvio motivo che è la prima economia manifatturiera europea: va da sé che lo stesso argomento potrebbe applicarsi all'Estonia, ma capite bene che la rilevanza non sarebbe la medesima...).

L'argomento sarebbe quindi che noi siamo ormai terzisti della Germania, non abbiamo più le nostre "fabbriche prodotto" (come si direbbe in ambito bancario), cioè, per confinarci all'ambito automobilistico, la Fiat e via discorrendo, che ormai producono altrove (ma il ragionamento si applicherebbe ad altri prodotti e altri marchi), però siamo forti nell'indotto, perché i prodotti di chi ancora riesce a farne (la Germania) necessitano dei pezzi che solo noi sappiamo fare, un po' come questo prodotto tedesco:


necessitava di questi semilavorati italiani (rectius, veneziani, perché non è la stessa cosa, ma di questo parliamo un'altra volta):

motivo per cui sarebbe indispensabile che prodotti e semilavorati venissero entrambi quotati in euro, un po' come è auspicabile che la chiave di violino indichi sempre il sol, anche quando il concerto è per clavicembali.

Naturalmente, se così fosse, all'entrata in vigore dell'euro dovremmo riscontrare nei dati quello che il mito ci tramanda, cioè un incremento dei flussi commerciali fra Lombardia e Germania (un incremento dell'interscambio misurato come somma di importazioni ed esportazioni ed espresso in rapporto al Pil, analogo insomma al concetto di openness che si usa in economia internazionale - qui una definizione e alcune critiche di questo concetto), ma nulla di tutto questo si emerge dai dati, come abbiamo visto qui:

Grandi balzi in avanti (cioè verso l'alto) fra il periodo antecedente (1991-98) e quello susseguente (1999-2023) all'adozione dell'euro non ce ne sono, e del resto sarebbe strano il contrario. Cerchiamo di capirci: se il motore dell'integrazione commerciale fra Lombardia e Germania fosse principalmente o esclusivamente l'integrazione nelle catene del valore tedesche, perché mai dovremmo aspettarci che l'ingresso in un sistema monetario che rende meno convenienti perché quotati in valuta forte i semilavorati italiani dovrebbe far aumentare i volumi di questo fruttuoso interscambio? I tedeschi sono "programmaticamente profondi", come diceva Savinio per non dargli direttamente degli stupidi, ma non lo sono fino al punto di acquistare di più una cosa che costa di più, visto che hanno potuto constatare come sia più facile vendere una cosa quando costa di meno! Prova ne sia il fatto che fra il 1992 (anno della drammatica svalutazione della liretta) e il 1995 (anno della rivalutazione) l'interscambio aumenta! L'argomento, se mai, andrebbe rovesciato: si potrebbe con maggiore plausibilità argomentare che proprio perché il motore dell'interscambio commerciale della Lombardia è la sua integrazione nelle catene del valore tedesche, l'ingresso nell'euro non l'ha aiutata, visto che ha reso più cari i suoi prodotti per gli acquirenti tedeschi! Questo ragionamento è coerente coi dati osservati e lascia aperto solo un gigantesco punto di domanda: ma allora il PISL, di preciso, chi è? 

Lasciamo un momento nell'ombra questo mitologema e approfondiamo l'analisi estendendola ad altre Regioni. Lo spirito della nostra ricerca è sempre il medesimo: l'ingresso nell'euro determina un aumento dell'integrazione commerciale? Favorisce le nostre esportazioni nette o le deprime? Ci manda in surplus o in deficit con i nostri principali partner commerciali? Rende le nostre Regioni più "aperte" (in un contesto europeo) o più chiuse?

Prendiamo il Veneto, altra regione a potente vocazione manifatturiera. Il grafico dell'apertura verso la Germania è questo:


e più o meno ci racconta le stesse storie di quello della Lombardia: l'interscambio con la Germania conta fra il 10% e il 12% del Pil regionale (oggettivamente, tanta roba!) e non si vedono drastici cambiamenti - se non forse in peggio - dall'entrata nell'euro. Ma qui potrebbe arrivare il piddino col ditino puntato a dire: "Eh, no! Qui si vede chiaramente un trend positivo dal 2013 in poi! Se non l'euro, almeno l'austerità quindi ha fatto bene al Veneto, ne ha aumentato l'interscambio...".

Un attimo: forse conviene, come abbiamo fatto per la Lombardia, guardare i flussi netti e lordi. Le esportazioni nette eccole qui:


e quello che è successo è abbastanza chiaro: l'ingresso nella moneta unica ha depresso la bilancia dei pagamenti del Veneto, con l'aggravante che, a differenza della Lombardia, il Veneto partiva da una posizione di surplus! Per facilitarvi il confronto vi metto insieme i saldi commerciali delle due Regioni:


così vedete bene analogie e differenze. Fra le analogie c'è la derapata dall'ingresso nell'euro e la "ripresa" nella stagione dell'austerità. Fra le differenze c'è che la Lombardia è sempre in deficit, riduce il suo deficit già dalla crisi dei subprime, e a differenza del Veneto, che tiene botta, lo vede peggiorare nel periodo 2020-2023.

Quindi possiamo immaginare che andamento abbiano i flussi lordi del Veneto! Questo:


Il balzo verso l'alto delle esportazioni nette fra 2011 e 2012 è un tuffo verso il basso delle importazioni, dovuto alla recessione, e l'aumento dell'interscambio dal 2013 al 2019 è principalmente dovuto a un aumento delle importazioni dovuto alla valutona fortona (l'euro), che ovviamente si traduce in una diminuzione delle esportazioni nette. Solo dal 2020 la situazione cambia, con un aumento sia dell'export che dell'import, ma siamo sufficientemente distanti dal 1999 per poter dire che in questo fenomeno non vediamo gli effetti benefici della moneta unica!

Sarà forse per questo che quando ci spostiamo in Veneto incontriamo tanti PISV spaventati non da Borghi, ma dall'euro, e che in Veneto abbiamo un seguito più agguerrito e tenace che in tante altre Regioni italiane? Forse. Certo, molto c'entra anche l'anelito all'indipendenza che caratterizza quel popolo. Ma mi piace pensare che i fondamentali macroeconomici non siano solo un tema accademico...

E se ci spostassimo in una regione totalmente diversa? Esisterà il PISC (Piccolo Imprenditore Spaventato Campano)? Che effetti avrà avuto l'euro sull'economia della sua Regione?

Se ragioniamo in termini di interscambio, il grafico è qui:


Ho mantenuto la scala verticale: si vede così molto bene che naturalmente la Campania è molto meno integrata con la Germania delle Regioni del Nord, ma il pattern è lo stesso: con l'ingresso nella moneta unica e fino a tutta la crisi l'interscambio tende piuttosto a deprimersi. I flussi lordi sono questi:


e anche qui la storia è più o meno la stessa, se pure su una scala ridotta rispetto ai flussi delle Regioni del Nord.

Chiudo con una Regione a me e a voi cara:


Il piccolo Abruzzo è molto più integrato nell'economia tedesca della grande Campania (sembrerà strano a chi se lo immagina come una Regione di orsi e arrosticini, ma come credo di avervi spiegato a suo tempo c'è molto di più). Fatte salva questa differenza di scala, il pattern dell'interscambio complessivo è tutto sommato analogo a quello delle altre Regioni italiane: dall'ingresso nell'euro diminuisce e dall'adozione dell'austerità aumenta leggermente. Quindi anche in Abruzzo, come in Lombardia, Veneto, Campania, l'aumento dell'interscambio è associato a un peggioramento del saldo commerciale perché è dovuto a un incremento delle importazioni lorde?

Il saldo commerciale (aka esportazioni nette) è questo:


e quindi no, le cose non stanno così, perché in Abruzzo le esportazioni nette verso la Germania aumentano in modo relativamente costante. I flussi lordi sono qui:


e si vede bene come per tutto il periodo le esportazioni abruzzesi verso la Germania siano superiori alle, e crescano più rapidamente delle, importazioni abruzzesi dalla Germania.

Insomma, #ilmiocollegioèdifferente, nel senso che se ci atteniamo a questi dati aggregati pare che siamo più o meno gli unici che possono sopportare euro e Germania!

Ovviamente questi grafici pongono più domande di quante risposte offrano, e altrettanto ovviamente bisognerà entrare in ulteriore dettaglio per capire se la classe imprenditoriale tutta sia realmente attaccata all'UE come pretendono i suoi rappresentanti (quelli del prosecco tiepido) e credono i miei colleghi (quelli che preferiscono il lompo alla porchetta), e eventualmente quanto lo sia per freddo calcolo economico (come dovrebbe essere in un mondo normale) o perché imbesuita dalla propaganda finanziata dall'UE, come appare più probabile. Il dettaglio settoriale, ad esempio, potrebbe esserci di aiuto nel distinguere vinti e vincitori:

e quindi ci torneremo sopra.

Certo è che il dato "mesoeconomico" non ci lascia vedere molti più vantaggi dall'ingresso nella moneta unica di quanti ce ne lasciava vedere il dato macroeconomico (cioè, in sintesi, zero). Bisognerà che ora che si può nuovamente parlare si torni a parlare anche di questo...



(...sì, avete anche capito uno dei motivi per cui cinesi e tedeschi si stanno simpatici: hanno una cosa in comune...)

domenica 29 settembre 2024

#goofy13: il programma (parte seconda)

(...la seconda parte. Ultimamente mi capita di pensarci: sono del '62, ho sessantadue anni, e per quanto una volta potessi avere fiducia nella scienza, e per quanto sia prudente, riconosco che sconfiggere questo record è un'impresa a probabilità molto bassa, e tra l'altro spostarsi in Abruzzo è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per riuscirci. Sono quindi nella seconda parte della mia vita, e del programma del #goofy13...)


Il fallimento del progetto europeo porta con sé una serie di non imprevedibili conseguenze sulle quali qui da tempo ci siamo interrogati e dalle quali (spero) ci siamo almeno in parte premuniti. La più ovvia è la svolta autoritaria, quella di cui i "punturini" si sono accorti solo grazie al lockdown, ma che qui abbiamo visto anzitempo, mettendola al centro della nostra riflessione da quando ha fatto un salto di qualità: nel 2016, dopo la triplice sconfitta (Brexit, Trump, Renzi) di quel sistema che aveva nel 2015 massacrato la Grecia, destando meno indignazione di quando avrebbe dovuto, ma, evidentemente, sempre più di quanto avrebbe voluto!

Benedetto Ponti aprirà la giornata di domenica parlando di "Disinformazione contro libertà di espressione". La repressione della libertà di espressione del pensiero inizia quando nel dibattito si fa strada la categoria di "disinformazione". Come ho sempre sostenuto in questo blog, commentando capolavori di giornalismo come questo o questo, la libertà di espressione include anche la libertà di menzogna, di propaganda, insomma: di disinformazione. Nessuno ha contestato questo principio finché a disinformare erano il Corriere (vi ho riportato due esempi), il Sole, ecc., insomma: tutto il clero dei media ufficiali.  Appena i social hanno consentito di smascherare le bufale più evidenti, ma soprattutto appena si è visto che il discorso unico e accettato non teneva, che la menzogna di Stato non arginava il malcontento e la sua espressione nelle urne (ricorderete lo sfogo tanto sincero quanto ingenuo della povera Botteri: "non si è mai vista una stampa così compatta e unita contro un candidato..."), è iniziata la solfa della lotta alla disinformazione e dei debunker, quella corte dei miracoli di zero tituli convocata e legittimata, come spero ricordiate, nientemeno che dalla collega Boldrini! Si è così palesato l'animo intrinsecamente aristocratico della sinistra, che se proprio non può attribuire direttamente a quei pezzenti degli elettori la colpa dei propri insuccessi, ripiega sull'attribuirglieli indirettamente, incolpando i "disinformatori" (che poi sarebbero quelli che dicono qualche mese o anno prima quanto i giornal-oni dicono qualche mese o anno dopo). Succede insomma per il controllo del discorso politico quello che è successo per il controllo dell'emissione monetaria, come vi ho spiegato a Pizzoferrato al termine della presentazione de "La forbice e l'ago": finché erano nelle mani dell'aristocrazia, nessuno li ha contestati. Quando il popolo ha provato a riappropriarsene, ci si è accorti che sarebbe stato più opportuno consegnare quei poteri a un'autorità prepolitica, indipendente, al riparo dal processo elettorale: la banca centrale, o i fact chekers, che hanno in comune il rinvio, posticcio, pretestuoso, ridicolo, a una norma o a una verità "tecnica" asseritamente sottratta al giudizio politico. Sarà interessante ascoltare Benedetto.

A seguire, Maddalena Loy, che pure da quel mondo viene (Unità, Rai, ecc.), ma è poi stata a sua volta, in una seconda vita, oggetto dell'attenzione dei debunker, modererà un panel su "Il tribunale della verità" (un tribunale che andrebbe abolito se non altro perché nessuno ha la certezza di esserne per sempre giudice...). Al panel, insieme a Benedetto, parteciperanno Carlo Magnani, che già conoscete, e un'altra new entry, Antonio Nicita, docente alla LUMSA, ora senatore del PD, illo tempore membro dell'AGCOM che consentì simili vette di informazione (vi sblocco un ricordo...), all'epoca in cui, come ci siamo detti sopra, i fact checkers non erano ancora di moda.

I popoli europei non si sono svegliati perché toccati nel deltoide (ricordo che la stragrande maggioranza era ed è favorevole a offrire il deltoide alla Patria), ma perché toccati nel portafoglio (la stragrande maggioranza è sempre stata sfavorevole a far frugare la Patria nel proprio portafoglio)! Inevitabile quindi, nel discutere delle possibilità di successo dell'Europa, affrontare la questione salariale, soprattutto ora che Draghi, come sapete, l'ha messa come la mettevamo noi quattordici anni fa (in una unione monetaria gli shock negativi di domanda estera si scaricano sul salario). Lo faranno per noi Savino Balzano, che conoscete, e Pasquale Tridico, che altresì conoscete ed è una new entry. Da economista sono stato a convegni organizzati da lui, è stato così cortese da accettare il mio reciproco invito ("verrai tu a cenar meco?").

Infine, dato che parlare di salari, in Europa, è parlare di integrazione monetaria (per i motivi succintamente accennati sopra), concluderò io, per ragionare con voi su quanto l'integrazione monetaria stia continuando a disintegrarci, riprendendo il titolo di un mio paper pubblicato online nel mio cinquantacinquesimo compleanno, trentotto giorni prima che Matteo Salvini mi offrisse una candidatura da indipendente. Vedremo insieme qualche numero e ne trarremo le conclusioni, che sono piuttosto scontate.

Ricordate sempre quello che ci ha insegnato Jacques Sapir sulla fine dell'URSS: "Tutti erano convinti che non potesse durare, ma nessuno si immaginava come potesse terminare". Insomma, la dialettica fra irreversibilità e insostenibilità sulla quale qui ci siamo tante volte interpellati. Quando gli uomini non hanno abbastanza fantasia, le soluzioni le trova la storia, anzi, la SStoria, che da qualche secolo in qua regolarmente ci dimostra di avere meno fantasia dei suoi protagonisti.

Ma non voglio ripetermi: sono sì nella seconda parte della mia vita, e del programma, ma non mi sono abbastanza inoltrato da rendere scusabile il tornar sempre sullo stesso soggetto.

Ora sapete che cosa vi aspetta.

A presto!

lunedì 28 marzo 2016

Unioni monetarie e integrazione economica

Facendo seguito al post precedente, che ci ha fornito, grazie alla collaborazione di Massimiliano, un ottimo argomento, vorrei tornare sul concetto di integrazione economica per darvi evidenza palpabile di una cosa che per un economista dovrebbe essere chiara, e infatti è chiara per un economista come Martin Feldstein:

There is of course nothing in economic logic or experience that implies that free trade requires a single currency.

Questa frase è di un'evidenza palmare, come andiamo subito a vedere, e quindi non si capisce come se ne potrebbe negare il fondamento. Eppure c'è chi lo fa, come ad esempio Paolo Savona, che nei suoi discorsi in (legittima, per carità...) difesa dell'euro parte sempre dall'assunto fideistico che per fare un mercato unico ci vuole una moneta unica (naturalmente quando si parte da una premessa sbagliata è difficile che a meno di una massiccia dose di serendipity si arrivi alla conclusione giusta, e infatti...).

Che abbia ragione Feldstein non ce lo dice il suo CV, ma le due cose alle quali ricorre per argomentare: la logica economica, e l'esperienza.

Logica economica: i propagandisti continuano a fornirci un'immagine del commercio internazionale come di una pratica alla quale si dedicano personaggi dotati di disturbi specifici dell'apprendimento, scarsamente a proprio agio con le tabelline, e che quindi sono intrinsecamente incapaci di fare una moltiplicazione o una divisione (per l'opportuno tasso di cambio) prima di confrontare due prezzi. Questa immagine è falsa, ovviamente, e lo dimostra il fatto che sia un'ispezione dei dati che studi econometrici mostrano come il regime di cambio non abbia sostanzialmente influito sul volume del commercio mondiale né, in quanto ci riguarda, su quello europeo (lo diceva Nitsch, e alla fine è stato costretto ad ammetterlo anche Spennacchiotto Rose, chiedendo scusa per le scemenze totalmente ideologiche che aveva detto, riconosciute peraltro per tali fin da subito da studiosi seri).

Chi opera nell'import/export sa usare le tabelline, o alle brutte una calcolatrice, e può coprirsi contro il rischio di cambio sui mercati a termine. Qualche volta gli andrà bene, qualche volta male, ma è un fatto che la volatilità del cambio non ha un impatto significativo sul commercio internazionale (qui uno studio piuttosto esaustivo), cosa che si sapeva anche al momento di entrare nell'euro (e infatti la ricordava Berry "Weathercock" Eichengreen in questo studio, riferendosi in particolare ai risultati di questo studio del nostro altro amico Frankel, secondo cui un raddoppio della volatilità del cambio reale - rapporto fra i prezzi di due paesi espressi nella stessa valuta - porta a una diminuzione del commercio del solo 0.7%).

Spero sia chiaro che fino a qui non ho citato un articolo di fede ("non avrai altra moneta se non quella unica"), ma sei articoli scientifici, quasi tutti su riviste referate.

E veniamo all'altro punto di forza dell'argomentare non fideistico di Feldstein (che non finge, come altri, di essere keynesiano, e dice spesso cose sensate): l'esperienza. A sentire i propagandisti, sembrerebbe che nel resto del mondo non vi sia commercio: la moneta unica essendo essenziale, chi non ce l'ha vive nell'autarchia e nel conflitto, in un mondo così distopico da far sembrare 1997 fuga da New York una puntata dell'Ape Maia. Ovviamente non è così. Il resto del mondo non sta peggio di noi, né in generale, né in particolare per quanto riguarda l'integrazione commerciale.

Breve parentesi economica. In economia per "integrazione" si intende sostanzialmente l'abbattimento dei costi di transazione. Esempio: integrazione finanziaria è l'abbattimento dei costi da sostenere per prestare o prendere in prestito somme da un residente in un altro paese (e quindi: per aprire un conto all'estero; per detenere titoli esteri; per collocare titoli esteri; ecc.). Integrazione commerciale è l'abbattimento dei costi da sostenere per acquistare merci dell'estero, o venderle. Di questi costi, la volatilità del cambio è quello che tutti vedono, ma è anche, come vi ho appena dimostrato con sei articoli scientifici che smentiscono un articolo di fede, il più trascurabile. Ce ne sono altri, che riguardano principalmente le barriere, tariffarie e non, che molti paesi civili per motivi che rientrano nel legittimo esercizio della loro sovranità pongono su certe transazioni commerciali. I motivi sono i più disparati, e vanno dalla protezione delle industrie nascenti, alla protezione della salute dei cittadini. Tutte cose delle quali l'Europa ci chiede di non preoccuparci, perché ci pensa lei, e i risultati poi si vedono, anche se i propagandisti ci danno dentro per nascondere le responsabilità.

L'abbattimento di queste barriere generalmente è un processo graduale, che attraversa alcune fasi ben individuate nella letteratura scientifica.

Zone di scambio preferenziale (preferential trading areas, PTAs)
Accordi bi- o multilaterali di riduzione dei dazi e di abolizione dei contingenti, con l'obiettivo generalmente di transitare a una

Zona di libero scambio (free trade area, FTA)
il cui obiettivo, in teoria, è quello di abbattere del tutto le barriere tariffarie e non tariffarie interne alla zona, conservandole verso l'esterno. Le zone di libero scambio però non sono

Unioni doganali (custom unions, CU)
perché queste ultime hanno anche una politica tariffaria (cioè dazi) comuni verso tutti i paesi terzi. I membri di una FTA invece no. Ad esempio, considerando il NAFTA, il Messico può avere dazi diversi dagli Stati Uniti nei riguardi della Cina, il che crea il problema dell'evasione del dazio, che si risolve con le regole di origine. Questo problema scompare con l'unione doganale. Fino a qui non abbiamo parlato di mobilità dei fattori, ma solo di merci e eventualmente servizi. In un

Mercato unico (common market o single market)
viene garantita la libertà di movimento dei capitali (integrazione finanziaria) e del lavoro (una roba tipo Schengen, per capirci), anche se possono rimanere barriere non tariffarie al movimento delle merci (esempio: la standardizzazione di cose tipo le prese elettriche, o certi requisiti sanitari, può non essere completa...). Quando si rimuovono anche queste barriere, almeno in teoria, almeno come aspirazione, o meglio come Fogno, si ottiene una

Unione economica.

Bene: questi sono i primi cinque stadi dell'integrazione economica. L'ultimo, lo immaginate, è l'Unione Economica e Monetaria, che si ottiene quando alle precedenti buone intenzioni (raramente seguite da buoni risultati) si aggiunge anche l'adozione di una moneta unica.

Ora, se la moneta unica fosse necessaria per l'integrazione economica, ci aspetteremmo che almeno a livello di mercato unico tutti dovrebbero adottarla. Invece le cose non stanno così, come nota ad esempio Majone nel suo libro. Il WTO nel suo database degli accordi commerciali regionali fa una lista di ben 424 accordi di vario tipo fra i circa 200 paesi esistenti al mondo. Molti di questi, va detto, sono accordi bilaterali, di non elevatissima importanza sistemica, mentre altri sono rinnovi o estensioni di accordi già esistenti (ad esempio, l'unione doganale costituita dalla Comunità europea viene contata sette volte: alla sua costituzione, e in ognuno dei sei successivi allargamenti). In particolare, di questi 424 accordi, 17 sono PTA, 238 sono FTA, 28 sono CU (con l'avvertenza di cui sopra!), e 139 sono accordi di integrazione economica (e anche qui ci sono duplicazioni, perché a partire dall'Atto Unico Europeo l'Unione Europea viene contata anche sotto questa categoria).

Volendo andare sul semplice, trascurando le forme di vita inferiori (PTA e FTA, i primi stadi di integrazione), e tenendo conto del fatto che i confini fra le varie forme sono spesso sfumati (in particolare perché intenzioni e Fogni non coincidono praticamente mai coi risultati), una rapida consultazione a Wiki inglese (ricordatevi che quello italiano in ambito economico è ahimè lammerda, totalmente sotto il controllo dei troll UE) ci rivela che al livello più alto, quello dei mercati comuni e delle unioni economiche, troviamo i seguenti esemplari:

1) Unione Economica e Monetaria Europea
2) MERCOSUR
3) ASEAN
4) Unione Economica Eurasiatica
5) CACM
6) CARICOM
7) Gulf Cooperation Council (GCC)

Di questi, notate bene, solo uno è anche un'unione monetaria, e sapete qual è. Apparentemente due vorrebbero diventarlo, almeno così dice Wiki: la CARICOM, e il GCC, che, però, ci informa Wikimm, non è andato avanti col progetto a causa della crisi. Strano, perché a noi hanno sempre ripetuto che la moneta unica protegge dalla crisi...

Per la precisione, siccome sono un professionista, vi segnalo altresì l'esistenza di forme di unione monetaria a stadi più bassi (in alcuni casi nominalmente più alti) di integrazione economica. La lista è qui ed è quella della quale parlavamo nel post precedente. Sono unioni per lo più di fatto, costituite fra ex-colonie francesi (le uniche con una totale integrazione formale), o del Commonwealth, o americane (stati dollarizzati), e spicci vari, fra cui alcuni ex-satelliti dell'impero russo. Nella mia attività professionale, occupandomi di Africa Sub-Sahariana, ho incontrato CEMAC e UEMOA, e anche la SACU, la più antica unione doganale, che è anche una unione monetaria de facto avendo adottato la moneta del più forte, il rand sudafricano (con la S di BRICS, come sapete). Notate anche che i paper come quello di Nitsch ("Have a break"), che parlano di 245 unioni monetarie delle quali 128 si sono dissolte fra il 1948 e il 1997, si riferiscono alle relazioni bilaterali fra paesi che adottano una stessa moneta! Va detto che questo è ovviamente il modo più logico di procedere (per certi versi, è anche l'approccio del paper di Ghosh sulla rilevanza dei cambi flessibili: studiare le relazioni bilaterali fra paesi). Quindi, ad esempio, l'attuale zona euro (non considerata nello studio di Nirsch) conterebbe per 171 (perché?).

Sintesi: una moneta unica non è necessaria per l'integrazione economica. Dei sette casi esistenti di integrazione economica solo uno è anche una unione monetaria formale (l'Unione Europea, alla quale possiamo tranquillamente incorporare i satelliti francesi: CEMAC e UEMOA), mentre, di converso, le unioni monetarie non sono quasi mai unioni economiche ma "dependance" di ex imperi coloniali, coi quali, ovviamente, intrattengono anche qualche forma di accordo di libero scambio, che supponiamo mutualmente vantaggioso (per il più forte).

Del resto, basta leggersi il paper dove Baldwin massacra Rose per constatare che la maggior parte delle unioni monetarie esistenti è del tipo "hub and spoke", e, sì, noi non saremmo l'hub: saremmo uno spoke (della Germania).

La domanda quindi è: volete essere colonizzati? E la risposta credo sia: non prima che il global warming abbia portato almeno le noci di cocco sulle nostre spiagge.

Chiaro?