Come sapete, sono qui. A differenza di quanto mi accade di solito ai convegni, dove, se non sono l'organizzatore, vengo invaso dal demone della cecagna, questa volta sono arrivato sveglio alla fine. Credo dipenda dal fatto che i giuristi (e gli scienziati politici), a differenza degli economisti, parlano di cose, anziché di parole. Il dibattito verte sui diversi modelli "federali" adottati in giro per il mondo: dal Belgio al Brasile, dall'India all'Italia. Quali soluzioni sono state adottate per definire e far funzionare i diversi livelli di governo (quello centrale, quello locale)? Quali norme regolano i rapporti fra i livelli inferiori di governo? Ad esempio: quanti livelli di governo locale ci sono? E hanno rilevanza solo amministrativa, o anche politica (con organi eletti, ecc.)? Quali relazioni ci sono fra la politica nazionale e quella locale? E via dicendo.
Quindi non il solito pappone autoreferenziale che Paul Romer ha opportunamente battezzato "mathiness", ma questioni rilevanti, concrete. Poi magari vi dico anche cosa ho detto io, sia nella mia relazione, che al bistrot (un bistrot che a voi è noto).
Ora i lavori stanno per ricominciare e quindi ho tempo per condividere con voi un'unica riflessione.
I problemi che sottostanno ai diversi modelli di federalismo "intrastatuale" sono gli stessi ovunque nel tempo e nello spazio. Si va dal problema (di ordine geografico) posto dal fatto che le "frontiere" interne evolvono, mentre gli ordinamenti in genere tendono a considerarle come un dato immutabile, al problema (di ordine politico) di conciliare le aspirazioni all'autonomia con la necessità di un coordinamento efficiente. Così vediamo che in Portogallo, in mancanza del livello "provinciale", i comuni hanno tentato (fallendo) di coordinarsi per offrire in modo più efficiente servizi di area vasta, che in Germania il governo centrale ha tentato (riuscendo) di comprimere i poteri del Bundesrat, cioè della loro "camera delle autonomie", che in Ungheria la regionalizzazione ha sostanzialmente abortito come in Portogallo, che in Svezia, come in Italia, il ritaglio amministrativo è estremamente irrazionale, con comuni che talora sono più vasti di province (da noi Roma, che ora è città metropolitana, e i risultati si vedono!), che in Finlandia le regioni sono state messe su in fretta e furia per spartirsi i fondi europei (distribuiti a livello regionale), mentre i Lapponi, popolo con un'identità ben precisa, non è riuscito a farsi riconoscere un proprio territorio, pur avendo un proprio parlamento, che però ha sede in Norvegia (preclaro esempio di regionalizzazione senza regionalismo), e via dicendo.
Tutte cose che abbiamo fatto o stiamo per fare anche noi.
La domanda allora sorge spontanea, e la porrò oggi.
Visto che ogni stato nazionale europeo ha scelto strade proprie, estremamente diversificate, per gestire la "propria" dimensione federale (in pratica, il proprio modello di "regionalizzazione"), siamo proprio sicuri che sia fattibile e auspicabile "federarli" in base a un modello comune? Credo che, come al solito, prevarrebbe il modello del più forte, cioè quello tedesco, un modello che fra l'altro, come vi ho ricordato, sta attualmente tendendo verso un neocentralismo molto simile al "neocentralismo praticato" in atto in Italia, dove la riforma del Titolo V nei fatti è stata sostanzialmente ignorata, e le riforme di province e Senato in corso d'opera non lasciano molti dubbi circa le tendenze in atto (giustificate, ovviamente, dalla necessità di tagliare la spesa pubblica ricentralizzando - ignorando il fatto, che ieri ho ricordato, che la nostra non è una crisi di debito pubblico).
Una federazione fra stati che non sanno nemmeno come federare se stessi non può che risolversi in un impero: l'impero della banalità del male.
E così sia.
(...e infatti la prima relazione esordisce dicendo che l'Europa delle regioni è un'utopia...)
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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venerdì 6 novembre 2015
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