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lunedì 8 dicembre 2025

Un altro sguardo sul suicidio europeo: gli investimenti pubblici netti

(...tutto questo blog è dedicato al suicidio europeo, quello da cui gli Usa ci hanno messo in guardia due giorni fa - poi ne parliamo - e uno dei post più recenti sul tema è questo...)


AC ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Tre discorsi: "La political economy della LSP" (discorso numero due)":


C'è una fonte di dati, o un'analisi, affidabile sugli investimenti pubblici netti che includa paesi extra-UE "significativi"? Si fa un gran parlare (non abbastanza) del fatto che la UE sia "rimasta indietro" su più o meno tutto, e mi era venuta la curiosità di guardare a questo parametro per altri paesi, o magari gruppi di paesi, ma non trovo molto a riguardo, al di fuori dei dati (se non mi sbaglio della commissione europea) che mostra da qualche tempo. Grazie.

Pubblicato da AC su Goofynomics il giorno 7 dic 2025, 12:31


Domanda pertinente e costruttiva, a differenza di altre. Mi sono quindi attrezzato per cercare la risposta. 

Ricordo in via preliminare a chi si trovasse qui per caso che per investimenti in macroeconomia si intende la formazione di capitale fisso (non si intende cioè l'allocazione del risparmio, quella di cui parlate col vostro promotore finanziario). Ricordo quindi che gli investimenti pubblici sono la costruzione di infrastrutture pubbliche, e che in generale gli investimenti netti si ottengono da quelli lordi sottraendo il deperimento (consumo) di capitale, per cui gli investimenti lordi possono solo essere positivi, ma quelli netti possono anche essere negativi, nel qual caso ciò significa che lo stock di capitale fisso sottostante (nel caso degli investimenti pubblici, lo stock di infrastrutture) è diminuito (sono crollati dei ponti, sono state chiuse delle strade, ecc.).

Con questa precisazione, descrivo la mia ricerca.

Sono partito innanzitutto dal database Ameco (quello da cui provengono i dati che vi ho mostrato qui) seguendo questo percorso di selezione:


Tuttavia, questo database non consente di selezionare questa variabile in molti Paesi normali (la parola "normale" è più breve di "extraeuropeo" e descrive meglio i Paesi di cui si tratta, quindi in questo post "Paese normale" sta per "Paese extraeuropeo"). Di fatto, l'unico Paese normale di una certa rilevanza per cui la variabile sia disponibile sono gli Stati Uniti:


(quelli ombreggiati in grigio, fra cui, scorrendo, si trovano i principali Paesi OCSE, non sono disponibili).

Comunque, mi sono preso i dati disponibili, per Eurozona e Stati Uniti, e direi che osservandoli:


si intuisce abbastanza bene perché poi le cose sono andate così:

(la produttività Usa ha cominciato a divergere verso l'alto quando gli investimenti pubblici netti Usa hanno cominciato a divergere verso l'alto).

Sono allora andato sul database dell'OCSE, che dovrebbe fornire i conti pubblici di tutti i Paesi membri. Purtroppo inserendo questa stringa:


si ottiene questo non risultato:


Sono allora tornato sul database AMECO. La definizione di investimento pubblico netto è questa:


Formazione lorda di capitale fisso (investimento lordo), meno consumo di capitale fisso (ammortamento). Allora sono tornato dall'OCSE con una diversa domanda:


e questa volta ho ottenuto una risposta:


Ben trentaquattro database, di cui quello interessante ovviamente è questo qui:


da cui ho estratto quello che mi serviva:


cioè gli investimenti "grossi" (come direbbe l'opinion leader), cioè lordi (come dicono le persone normali), e il consumo di capitale fisso: sottraendo il secondo dai primi si ottengono gli investimenti netti.

L'estrazione l'ho fatta per i Paesi del G8, cui noi ancora apparteniamo, e che mi sembra un insieme sufficientemente significativo, perché è costituito da Stati di una certa rilevanza, ma abbastanza disparati sotto il profilo geopolitico. Questo significa che se tutti questi Paesi fanno in un modo, e solo noi in un altro, vuol dire che contromano ci andiamo noi, tanto per capirci.

I dati si presentano così:


e già si capisce come stanno le cose: solo noi europei siamo stati così folli da fare investimenti pubblici negativi. Il grafico consente però di affermare solo questo, cioè se i dati siano positivi o negativi, perché le variabili sono in valuta nazionale, che per i Paesi suicidi è l'euro, ma per i Paesi normali è la propria valuta (quindi il dollaro canadese, il dollaro statunitense, la sterlina britannica e lo yen giapponese), e quindi non sono direttamente confrontabili. Rimediamo a tutto, esprimendoli in percentuale del Pil nazionale (a sua volta misurato in valuta nazionale, che per i Paesi suicidi è l'euro, ma per i Paesi normali è la propria valuta, quindi il dollaro canadese, il dollaro statunitense, la sterlina britannica e lo yen giapponese), ma prima facciamo un confronto al volo fra gli investimenti pubblici netti dei Paesi euro calcolati così e quelli forniti da AMECO, in modo da essere sicuri che stiamo parlando più o meno della stessa cosa.




e direi due cose: la prima, che i dati ricostruiti con le fonti OCSE coincidono con quelli forniti da AMECO, e la seconda che questa coincidenza è assolutamente perfetta nel caso dell'Italia almeno fino al 2019, a indicare che la qualità delle statistiche fornite dall'ISTAT è superiore rispetto a quella delle statistiche fornite dai paraculi di Berlino e dai loro accoliti (ma su questo ci siamo già diffusi in altre sedi).

A questo punto scarichiamo dal WEO i Pil nazionali in valuta nazionale (che per i Paesi suicidi è l'euro, ma per i Paesi normali è la propria valuta, quindi il dollaro canadese, il dollaro statunitense, la sterlina britannica e lo yen giapponese), in modo da avere serie confrontabili anche come ordine di grandezza (non solo come segno), facciamo i rapporti e godiamoci lo spettacolo:


Sintesi: il rapporto fra investimenti pubblici netti e Pil oscilla in una banda fra il +2% e il -1%; nel periodo dal 1995 a oggi (il grafico arriva al 2024) solo l'Italia (e la Russia per un singolo anno) hanno avuto valori negativi di una certa rilevanza (al disotto di -0.5%); l'Italia ha avuto undici anni consecutivi di investimenti pubblici netti negativi (dal 2011 al 2021), mentre l'unico altro Paese con investimenti pubblici negativi è stato la Germania (l'altro Paese a bassa crescita nell'Eurozona), ma il periodo più lungo è stato di quattro anni, dal 2004 al 2007, in corrispondenza delle riforme Hartz del mercato del lavoro che portarono a una diminuzione del 6% dei salari tedeschi. Si conferma così quanto per noi è ovvio:

ovvero che il taglio degli investimenti pubblici è funzionale a creare disoccupazione per forzare una deflazione salariale che renda competitive le esportazioni.

Abbiamo spiegato diffusamente qui perché questa politica ha condotto all'accumulazione di squilibri interni all'Eurozona e alla loro successiva esportazione verso gli Usa (con conseguenti dazi ritorsivi trumpiani), e il video, se interessa, è sempre qui:


Il problema di questa strategia è ormai evidente: il gioco al ribasso determina un contagio. Se un Paese rilevante taglia i salari, poi gli altri devono seguirlo, e quando lo seguono la domanda interna dell'area diminuisce, e il surplus produttivo dell'area si deve scaricare sui Paesi normali, che possono essere più o meno lieti di assorbirlo. Impoverire i lavoratori per arricchire alcuni imprenditori a spese dei lavoratori dei Paesi normali è una strategia che può sembrare normale solo a dei pazzi, o a dei tedeschi. La cultura, l'antropologia, la storia, esistono. Loro sono così, e nessuno potrà cambiarli. Dato che il loro modo di essere li conduce sistematicamente a urtarsi col mondo, è di vitale importanza che fra noi e loro ci siano degli ammortizzatori, e naturalmente l'ammortizzatore più essenziale, se si parla di macroeconomia, è il cambio nominale.

Il suicidio europeo è tutto qui: il passaggio da un sistema in cui in caso di squilibri commerciali si rivalutava la valuta del Paese più forte, quello esportatore, a un sistema in cui nelle stesse circostanze bisogna tagliare i salari nel Paese più debole, quello importatore. Capite bene che soprattutto se gli squilibri si sono prodotti perché il Paese più forte è stato il primo a tagliare i salari (potendoselo permettere, visto che i suoi lavoratori stavano meglio):

il risultato complessivo non può che essere un impoverimento dell'intera area, quello che fa preoccupare Trump:


del fatto che l'Europa si indebolisca a tal punto da non essere più un alleato affidabile (sia per il potenziale rischio politico interno determinato dall'impoverimento della popolazione - il famoso costo politico dell'austerità di cui parlavamo qui, sia per la scarsità di risorse che potrebbe mettere a protezione da eventuali rischi politici esterni, o per riequilibrare la bilancia dei pagamenti cronicamente deficitaria della potenza imperiale - i poveri non sono un allettante mercato di sbocco!).

Che così ci saremmo condannati all'irrilevanza che lo eravamo detti da subito, e questo è il più amaro dei QED.

Comunque: dalle domande intelligenti di chi si accosta per sapere, nasce sempre un approfondimento. Dalle querimonie delle amanti tradite nasce solo uno sbadiglio.

Ora sapete in che condizioni siamo e perché. Possiamo solo sperare in uno shock esterno, ma di questo parliamo con più calma dopo aver ponderato il documento dei nostri alleati (e per nostri, intendo di Goofynomics).

mercoledì 6 novembre 2024

Global imbalances

Gli squilibri globali di bilancia dei pagamenti sono stati a lungo un mio tema di ricerca. A quelli che "allora vuoi l'autarchiaaaaah!111!" ricordo che di per sé non c'è nulla di intrinsecamente errato o pericoloso nel fatto che un Paese voglia mantenere una posizione di surplus strutturale di bilancia dei pagamenti. Basta che si disponga a capire che in tanto lui può avere un surplus in quanto uno o più altri possono avere un deficit, dal che consegue:

1) che il surplus non è più glorioso di quanto il deficit sia ignominioso, perché sono le due facce della stessa medaglia;

2) che il surplus puoi averlo finché qualcuno finanzia gli altrui deficit (e i deficit altrui li può finanziare solo chi è in surplus!)

Quando un Paese si mantiene, ad esempio facendo dumping valutario, salariale, energetico, in una posizione strutturale di saldo attivo di bilancia dei pagamenti, ma non vuole prestare soldi ai Paesi in deficit, il sistema salta, e non è detto che a quel punto i "virtuosi" ne escano meglio dei "viziosi". Sarebbe opportuno evitare di arrivare a quel punto, cioè evitare di accumulare stock di debiti/crediti esteri così ingenti da essere difficili da rifinanziare nel caso in cui qualcosa vada storto.

Comunque, per articolare un ragionamento vi fornisco qualche dato sugli squilibri esterni fra i maggiori poli dell'economia globale. Qui li vedete in miliardi di dollari:


e vista così la situazione degli Usa fa paura (mille miliardi di dollari di deficit estero, di indebitamento verso il resto del mondo...), mentre qui li vedete in percentuale del Pil mondiale:


e il quadro che ne emerge è lievemente diverso (ma più corretto): il punto di maggior squilibrio esterno gli Usa lo hanno toccato nel 2006, quando il loro deficit esterno (di bilancia dei pagamenti) aveva sorpassato l'1.5% del Pil mondiale. Ora sono attorno all'1% del Pil mondiale e se in valore assoluto il loro deficit sembra sprofondare è solo perché l'inflazione ha gonfiato tutte le grandezze nominali, Pil compreso.

In questi grafico si distinguono abbastanza bene tre fasi:

1) quella in cui il cattivo era il Giappone:


2) quella in cui cattiva era la Cina:


3) quella in cui i cattivi siamo stati (e tuttora siamo) noi:


dove per "cattivo" intendesi: esportatore netto, verosimilmente nei confronti degli Usa, che da potenza imperiale devono adattarsi a esercitare un ruolo con cui mal convivono: quello di acquirente netto di ultima istanza dei surplus produttivi altrui. Perché se da un lato esercitare questo ruolo è necessario per tenere in piedi la baracca, se da un lato esercitarlo a loro non costa molto perché il commercio internazionale si svolge in dollari, valuta di cui gli Usa dispongono a profusione per ovvi motivi, dall'altro i beni prodotti all''estero  hanno un unico difetto (diceva un amico): sono prodotti all'estero e quindi non creano lavoro all'interno.

Le svalutazioni competitive dell'euro hanno reso la Germania un paese "canaglia", e la risposta è arrivata (Dieselgate, gasdotti, ecc.). Come andrà avanti questa storia? A tendere, l'antagonista, la fonte dei squilibri, sarà nuovamente la Cina?

Ora ci dormo sopra perché sono esausto.

Comments welcome (ovviamente, tutto questo ha e avrà a che vedere con Trump...).

mercoledì 23 agosto 2023

63 anni di quote del Pil mondiale

Riprendo l'argomento del post precedente e mantengo la promessa che vi avevo fatto di estendere l'orizzonte temporale all'indietro:


Per farlo, sono andato sul sito della Banca Mondiale. Per la precisione, vi avverto che la serie dei BRICS ha una discontinuità nel 1988, perché prima di quell'anno non sono disponibili i dati del Pil russo in dollari. Il motivo è che nei Paesi comunisti fino all'inizio degli anni '90 si utilizzava un diverso sistema di contabilità nazionale, il Material Product System, che poneva l'enfasi sulla produzione fisica, trascurando il valore aggiunto dai servizi. Era, insomma, un Pil un po' come lo immaginano i "decrescisti" di cui qui ci occupammo a suo tempo in un post sulla cui preveggenza ci dovremo presto intrattenere. Non in tutti i Paesi erano disponibili gli elementi fattuali necessari o la volontà politica di ricostruire le serie storiche con il nuovo criterio (lo SNA), e quindi prima del 1988 nel Pil dei BRICS la Russia è a zero. Vi segnalo però che nel 1988 il Pil russo era solo 2,9% del Pil mondiale e la discontinuità in questione nel grafico la vede solo un occhio esperto e istruito. Diciamo quindi che il quadro che vi offro delle dinamiche "semisecolari" delle quote di Pil mondiale è sufficientemente accurato.

Per aiutarne la lettura, vi propongo di spezzare il periodo in tre sottoperiodi, che ho scelto facendo riferimento alla storia del nostro martoriato Paese: dall'inizio al divorzio Tesoro-Banca d'Italia (1981), dal divorzio Tesoro-Banca d'Italia a Maastricht (1992), da Maastricht a oggi. Precisazione: questi cut-off points sono tutt'altro che estemporanei e hanno un significato non solo locale. Nel 1981 o giù di lì, secondo noi, ma anche secondo loro, inizia la terza globalizzazione (poi ci sono quelli bravi "de sinistra" che la categorizzano in modo diverso, ma sappiamo che lo fanno anche per nascondere l'evidenza della loro complicità col "neolibberismo bbrutto"...). Si tratta quindi di una soglia temporale che ha un significato sistemico. Sempre il 1981 è anche l'anno del Volcker shock, l'innalzamento del tasso di interesse con cui gli Usa cercarono di domare l'inflazione e assicurare la supremazia del dollaro. Il combinato disposto di due di questi tre eventi (l'aver costretto il Governo a finanziarsi sul mercato e l'innalzamento repentino dei tassi di mercato) causò l'esplosione disastrosa del nostro debito pubblico, che ancora oggi ci condiziona, come ci ha spiegato Vladimiro al #goofy10. Quindi il 1981 è una data molto significativa per noi, ma in diretta connessione con eventi di significato e portata globale.

Il 1992 è l'inizio del meraviglioso sogno europeo, e questo basti ad avvalorarne l'importanza sistemica.

Il risultato è in questo agile specchietto che lascio ai vostri commenti:


Mi limito a osservare che se estendiamo lo zoom fino al 1960 il Paese che è rimasto più o meno dov'era non sono gli Stati Uniti ma il Giappone (e ancor più la miscellanea degli "altri Paesi"), con un aumento della sua quota sul Pil mondiale pari all'1,0%. Viceversa, se allarghiamo il campione, constatiamo che  dal 1960 gli Stati Uniti hanno perso più terreno dell'Eurozona, e questo perché l'Eurozona, prima dell'euro, cioè fino al 1992, aveva guadagnato terreno (nonostante le "valute nazzionali", er debbitopubblico, er terorismo, er familismo amorale, la tabaccaia non scalabile, e tutto il repertorio di scemenze di chi considera fatti le proprie riverite opinioni).

Queste considerazioni ovviamente sono ancillari rispetto al tema della validità e degli effetti di una "moneta unica dei BRICS", su cui torneremo con più calma.

Evidenzio solo che una delle conseguenze più o meno involontarie della rivoluzione green è la nostra deindustrializzazione a beneficio del sistema produttivo cinese. Quello che nasce come estremo conato della Germania di riconvertire il proprio apparato produttivo, con annesso obbligo per i fratelli europei di acquistare le sue auto elettriche, si palesa sempre di più come un suicidio di tutta l'Europa, Germania compresa, con benefici ambientali trascurabili in termini di riduzione delle emissioni (anche volendo fare l'atto di fede secondo cui la C-molecola sia la causa di ogni male). Lo stesso cinema di quando ci fecero passare dalla rossa alla verde (1985), poi dalla verde al diesel, e ora dal diesel all'elettrico. Ma questa volta il gioco è pericoloso: l'intima pulsione per le politiche beggar-thy-neighbour rischia di ritorcersi contro la Germania, e questo non è positivo per noi. Fra una decina d'anni ci troveremo con un bel -10% (se va bene) rispetto al 1960, e i BRICS con un bel +26%. Moneta unica (dei BRICS) o meno. Il motivo, credo lo sappiate, è che i fini strateghi alemanni non si sono premurati di accertarsi di avere un minimo di controllo sulle filiere di produzione delle materie prime green.

Del resto, si sa, coraggiosi sono coraggiosi, ma la logistica non è sempre stata il loro forte.


mercoledì 18 settembre 2019

Leuropa e Lapace: la parola alla scienza

(...mentre a Pontida i fascioleghisti si dedicavano al loro sport preferito, il linciaggio dei martiri della democrazia, dei non violenti, due fascioleghisti, caratterizzati, com'è noto, da un livello di istruzione insufficiente, si intrattenevano, scambiando fonemi gutturali accompagnati da un rude linguaggio gestuale, su un tema speculativo, e quindi per ciò stesso fuori dalla loro portata: è scientificamente fondato affermare che Leuropa ci abbia dato Lapace, così come si sente affermare comunemente nei dibattiti? Il riassunto di quella conversazione è nell'email che vi riporto, che uno dei due fascioleghisti, quello che l'ha inviata, ha fatto tradurre dal bergamasco in italiano avvalendosi di un traduttore "de sinistra" - quindi uomo di mondo - e l'altro fascioleghista, quello che l'ha ricevuta, cioè io, fa leggere a voi, un po' perché io ormai capisco solo il bergamasco, e un po' perché se anche fosse scritta in bergamasco sicuramente non capirei quello che c'è scritto, non avendo conseguito presso la Facoltà di Statistica della Sapienza un dottorato in Scienze Economiche, a differenza di certi scienziati...)


Buongiorno Senatore Bagnai,

Come mi ha chiesto ieri a Pontida le invio l’articolo peer reviewed in cui si arriva alla conclusione che l'ultimo periodo di pace in Europa non è statisticamente significativo e che servirebbero ancora circa 150 anni di pace perché si possa dire che l’Europa è diventato un posto più pacifico dalla fine della Seconda guerra mondiale.

In questi mesi negli USA l’articolo è stato ripreso da diversi giornalisti.

L’autore è Aaron Clauset, Professore alla Colorado Boulder e membro del Santa Fe Institute for Complexity Studies. Clauset è considerato uno dei massimi esperti di analisi dei processi complessi. Suoi alcuni lavori molto citati sull’analisi quantitativa del terrorismo, e suoi alcuni metodi statistici oggi diffusamente usati per il test di ipotesi e la stima di parametri nel caso di distribuzioni power-law (NdCN: che personalmente avrei chiamato "leggi di potenza", con la "p" minuscola...).

Qualora possa interessarle, aggiungo alcune considerazioni personali.

(NdCN: qui ho tremato per lui, ma invece, come vedrete...)

L’articolo è molto rilevante perché pone fine a un dibattito che negli ultimi anni ha diviso la comunità di scienziati politici che si occupano di guerre e sicurezza internazionale. Fino a questo studio era predominante la corrente liberale, secondo cui la guerra sta diventando via via meno frequente per effetto dei processi di integrazione economica e del libero mercato.

Massimi esponenti di questa corrente di pensiero i liberali Azar Gat e Steven Pinker. In ultima analisi questi due sono i discendenti di Normann Angell, che nel 1909, in « The Great Illusion », argomentava che l’integrazione economica e politica degli stati europei aveva ormai reso la guerra in Europa un’opzione improponibile (NdCN: spectacularly ill-timed, un po' come il noto articolo di Frankel e Phillips, 1992, che affermava la raggiunta credibilità dello SME, o l'altrettanto - a voi - noto articolo di Jonung e Drea, 2010, che sosteneva come l'euro non se la stesse poi cavando così male, al contrario di quanto le solite malelingue avevano previsto).

Verso la fine di quest’anno dovrebbe uscire in italiano https://twitter.com/matteosalvinimi/status/1174069679809277953?s=20n iii« Only the dead : the persistence of war in the modern age », del Prof. Braumoeller, della Ohio State, che si propone di ricapitolare tutto quello che si sa ad oggi sull’analisi quantitativa dei conflitti e arriva alla conclusione che la guerra permane un rischio concreto, a dispetto del pensiero liberale.

A questo proposito mi viene in mente il lavoro di ricerca di Susan Woodward, del King’s College (NdCN: veramente mi sembra che sia a CUNY...), pubblicato in « Socialist Unemployment » in cui analizza come il dissolvimento della Ex-Yugoslavia e l’esplosione della violenza etnica siano stati resi possibili dalle politiche di austerity del FMI, dal debito denominato in dollari, dalle privatizzazioni.

In effetti, i lavori di Manus Midlarsky sull’eziologia del genocidio nel ventesimo secolo (« The Killing Trap ») e i lavori di Thomas Schelling sui processi di polarizzazione delle comunità multi-etniche portano al risultato che, per citare Midlarsky, « impoverimento della popolazione e società multiecnica sono una miscela esplosiva ».

Un’ultima nota: Libermann, in « Does Conquest Pay ? The exploitation of Occupied Industrial Societies » si pone il problema di quanto PIL si possa estrarre da una società industriale occupata militarmente, usando il case study delle occupazioni naziste. Se ricordo bene arriva a un limite del 30%. Si potrebbe usare questo dato come unità di misura per calcolare quanto sia distante da un’occupazione di tipo nazista il danno prodotto dalla Trojka in Grecia: tot anni di Trojka economicamente corrispondono a tot anni di occupazione nazista.

Ovviamente, essendo io un becero fascio-leghista, questa letteratura scientifica non l’ho mai letta, ma se l’avessi letta penserei che, posta in chiave divulgativa, sarebbe un interessante seminario per la scuola di formazione della Lega.

Grazie.

Cordiali saluti.

Fascio Leghista


(...compagno? Sì, tu, che ti aggiri per curiosità fra queste pagine! Come faccio a sapere che ci sei? Lo so, e basta. Volevo rassicurarti: la conversazione cui alludo non è mai avvenuta, e questa lettera non è mai stata scritta, quindi non è mai stata da me ricevuta, perché voi, solo voi, a sinistra, solo voi, il sale della Terra, i buoni, siete in grado di accedere alle fonti del sapere scientifico, che comunque non sono tali se non avvalorano le scemenze verità da voi propugnate. Quindi, ad esempio, se anche la lettera fosse stata scritta, non sarebbe comunque vero che Clauset ha 20731 citazioni, che Midlarsky insegna alla Rutgers, ecc. Tranquillo, tranquillo, noi siamo rozzi, noi non ci arriviamo: ci arrivate solo voi, i buoni, quelli che, in quanto buoni, possono esercitare qualsiasi violenza sui loro avversari, perché gli avversari dei buoni sono i cattivi, cioè quelli contro cui qualsiasi violenza, qualsiasi sopruso, qualsiasi squadrismo è lecito. Ecco: volevo proprio dirti che siccome oltre che cattivi siamo anche stupidi, puoi continuare a dormire tranquillo. Poi, noi, nella nostra ansia di redenzione, nel nostro anelito di elevarci al livello dei buoni, quando una lunga espiazione ci avrà purificato, quando ci saremo redenti dalla nostra tara originale, in poche ore faremo quello che voi, i buoni, vi proponete di fare. Ma siccome noi siamo cattivi, e stupidi, tranquillo, rilassati: quel momento non arriverà mai! Fidati! Si sa che io le previsioni le azzecco: e questa - quale? - è la previsione fondante di questo blog...)

(...ah, ovviamente voi vedrete come al solito il bicchiere mezzo vuoto. Io invece vedo quello mezzo pieno, ma per spiegarvi perché dovrei, con quelle competenze storiche e geografiche che da fascioleghista non ho, raccontarvi di quando, a 27°04′00″N 142°12′30″E, alcuni giapponesi cenarono col fegato. Eh, no, non il loro... ma non voglio tediarvi con questi dettagli! Ci ho già annoiato a lungo il capogruppo Molinari, nel corso di un alterco gutturale, di quelli che a noi sono propri. E poi, che ve ne importa!? A voi, Leuropa ha dato Lapace, e quindi voi state tranquilli, mentre noi ci mangiamo o comunque ci mangeremo il fegato, incapaci di comprendere le meraviglie della deflazione salariale, e dell'intrinseca instabilità sociale, determinate dall'esercito industriale di invasione...)

(...per i turisti del dibattito: il motivo per cui qui c'è la parte sana della nazione è che solo qui ci sono persone in grado di leggere un post simile e tutti i suoi link, o almeno di sforzarsi a farlo. Provateci anche voi, cari turisti del dibattito: capirete che in questo paese, senza che ne foste consapevoli, stava succedendo qualcosa. Non senza fatiga si giunge al fin. Ma questo, se sei di sinistra, non sai né chi l'ha scritto, né dov'è scritto...)

venerdì 1 febbraio 2013

Piccolo manuale di logica eurista - addendum

(il fieren alleaten Galeazzi Musolesi aggiunge una postilla al suo manuale di logica da usum piddini).


5) L'euro ha salvato l'Italia perché ci ha moralizzato, impedendoci di svalutare, e ha reso relativamente convenienti le materie prime, essendo una valuta intrinsecamente forte in quanto difesa da un banca centrale indipendente, nel senso che agisce solo quando la Merkel è d'accordo. Però in questo momento le altre valute sono troppo deboli, perché sono gestite da banche centrali corrotte e politicizzate, che dovrebbero cambiare orientamento e rivalutare anche loro il proprio cambio. Chiaro, no?






E visto che il manuale vuole essere teorico-pratico, per esercitazione vi suggerisco due domande per il vostro piddino preferito:

a) ma se gli altri rivalutano, noi non svalutiamo (cioè ci corrompiamo)? Perché dovremmo volere questo orrore? Non ci bastano Batman e il Monte dei Paschi?

b) e se la moneta deve essere forte perché così il petrolio costa meno, perché vorremmo diventassero più forti le altre (cioè che la nostra si indebolisse)? Vogliamo pagare di più il petrolio? Non costa già abbastanza?


Ma, chissà, forse i piddini, in cuor loro, pensano che esista un doppio mercato dei cambi: uno per le importazioni, dove è bello avere una moneta forte, così i prodotti stranieri ti costano meno, e uno per le esportazioni, dove è bello che gli stranieri abbiano una moneta forte, così ti comprano più prodotti.

Eh sì, deve proprio essere così, secondo me quelli che accettano che si svaluti il lavoro, invece del cambio, ragionano proprio così. Non gli entra in testa che se con un euro compri 1.40 dollari invece di 1.30 (cioè se l'euro si rafforza da 1.30 a 1.40, si apprezza del 7.7%), questo significa che un dollaro compri 0.71 invece di 0.77 euro (cioè che il dollaro si indebolisce da 0.77 a 0.71, si deprezza, si svaluta del 7.1%).

E viceversa, non possiamo far rafforzare il dollaro (e lo yen, e la sterlina) senza che ciò significhi indebolire l'euro.

Insomma, non so se a voi è chiaro quello che non è chiaro ai piddini: esattamente come non possiamo tutti essere esportatori, non possiamo rivalutare tutti insieme.

Ora, caso strano, pare che i prezzi delle materie prime (ma quelli fichi dicono commodities) stiano salendo. Ma allora perché mai un paese come il Giappone, che non ha materie prime e ha "scelto" di rivedere l'opzione nucleare, dovrebbe andare in giro a "stampare yen per comprare euro", in modo da fare a noi il dispetto di farci pagare di meno le materie prime? E la legge di Gresham che fine ha fatto? Se gli euro sono così forti e gli yen carta straccia, perché la gente non si tiene gli euro?

Lo capite voi?

Io no!

Meno male che ci sono gli espertoni, che, a scanso di equivoci, non fanno rima con me (che sono uno solo), ma eventualmente con voi, che certamente siete almeno due...

sabato 26 gennaio 2013

Euro e yen (la guerra dell'Asse)

Da qualche giorno mi segnalate gli articoli di tale Vito Lops. Ho visto su Twitter che è un mio follower (ottima scerta, lo ringrazzzio), e che ogni tanto dice parole di buon senso sulla crisi (e anche di questo gli siamo grati. Del resto, bisognerà pure che il giornale dei padroni abbia una foglia di fico: i padroni mica sono fessi...).

L'ultimo articolo che mi avete segnalato è intitolato: "Nella nuova guerra delle valute il Giappone stampa yen e compra euro".

Un articolo interessante, per quello che dice, e anche (soprattutto, direi), per quello che non dice. Perché, non so, la mia lettura è stata affrettata (devo andare a correre), ma a me pare che in questo articolo non ci si ponga una domanda fondamentale. Quale? Semplice: quella che Donald non si porrebbe.

Mi spiego.

Non so se ci avete fatto caso, ma se il Giappone vende yen per acquistare euro, ciò significa che qualcuno sta vendendo euro per acquistare yen. Ci siamo? Ci siete? Voi vendete euro per acquistare mele al mercato, e quindi "er fruttarolo" vende mele per acquistare euro. Dai... su... non è difficile...

E allora la vera domanda è questa: ma perché ci dovrebbero essere persone così folli da vendere una valuta forte come l'euro per acquistarne una, lo yen, che, se quanto i gianninizzeri ci raccontano fosse vero, sarebbe condannata a un futuro di debolezza?

Eh, sì, perché se per comprarsi la valuta degli altri bastasse stampare la propria, poi però, come dicono i gianninizzeri, il paese che ha stampato (col torchio) valuta "in eccesso" verrebbe devastato dall'iperinflazzzzzzzzzione...

Mi pare quindi che nel ragionamento ci sia qualcosa che non torna, no? O gli investitori che operano sui mercati internazionali sono folli (lasciano la moneta buona per la cattiva, e perché? Solo perché un governo disonesto stampa troppa moneta cattiva? Ma dai...), oppure le cose stanno in un altro modo... Forse più che di acquisti sleali di euro da parte di un paese che stampa troppa moneta, abbiamo a che fare con acquisti di yen (alla pag. 777: vendite di euro), da parte di investitori internazionali i quali sanno che l'euro non è in buone acque, e che quindi se andrà bene l'euro svaluterà (alla pag. 777: lo yen rivaluterà), e se andrà male esploderà.

Ecco: messa così la cosa ha un senso. Messa al contrario, come la mettono i tedeschi, no.

È strano come una fesseria (quella detta da Weidmann) vista dall'alto somigli a una menzogna...


(ah, ma mica voi sarete quelli che "bastastamparemonetasovranaeandareingiroperilmondoafarelaspesaperchéleimportazionisonoricchezza"? Vi propongo un semplice esperimento. Come vi chiamate? Diciamo "Giulio", per ipotesi. Stampate con la vostra laser un po' di giuli - il taglio sceglietelo voi - e andate al mercato a fare la spesa. Se tornate, ci racconterete com'è andata. Chiaro, adesso, cosa c'è che non va nel ragionamento di Weidmann?)