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domenica 2 agosto 2026

Complottismo e lotta di classe

(...le ultime escursioni avevano evidenziato qualche limite dei miei scarponi - un male cane in discesa! - e quindi ieri mi era punta vaghezza di provarne un paio che avevo accantonato qualche tempo fa: e quale miglior test della Rava del ferro, su cui qui in tanti vi eravate esercitati?


anonimo ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "I tuttosubitisti e il giorno della marmotta":

bè, la metafora finale è una vera e propria ammissione, di colpa, di responsabilità o di fallimento non ha importanza. Intuisco la fatica della salita ma, come sul monte amaro hai evitato la rava del ferro, il paradiso delle ginocchia spappolate, ho la quasi certezza che arriverai alla agognata meta politico/catartica spinto da una buona fetta di italiani. Se la testa rimane allenata ovviamente

Pubblicato da anonimo su Goofynomics il giorno 16 ago 2023, 22:47


Leo ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "I tuttosubitisti e il giorno della marmotta":

L'ascesa più dura per arrivare a Monte Amaro per me è quella dalla Rava del ferro una sassaiola tremenda, perché nel salire ogni due passi avanti ne fai uno indietro (i piedi spesso affondano nei sassi che non sono stabili) e nello scendere in molti tratti sembra che stai facendo una gara di slalom più che un sentiero in discesa.

Rava del Ferro su YouTube a questo link

https://youtu.be/mYFMUg5emmU

Pubblicato da Leo su Goofynomics il giorno 19 ago 2023, 13:07


Forse perché non auro sed ferro recuperanda est patria, il ferro esercita su di me una certa fascinazione - ed è infatti da Pizzoferrato che vi scrivo! Ma insomma, su questa "rava" aleggiava un'aura fosca e ostile, tant'è che forse avrei fatto a meno di percorrerla, se non fosse stato che, vittima della mia ansia di migliorarmi sempre, comunque, e in tutto, lo scorso anno avevo chiesto a un amico veramente esperto - maresciallo inquadratore degli alpini - di portarmi a Monte Macellaro, e lui, per non farsi mancare niente, prima mi aveva proposto di continuare per Monte Amaro - e fino a lì, tutto bene! - e poi di "esfiltrarmi" per la via più rapida, che secondo lui sarebbe stata la direttissima o in alternativa la via normale aka Rava del ferro: e siccome tornare per la via di salita era comunque lunga, avevo accettato, percorrendo la rava per la prima volta in discesa. Il dato in qualche modo angosciante per me era che siccome la pendenza aumenta mentre si scende, l'imbocco del canalone era costantemente occultato dalla curvatura del terreno nonostante che più si scendeva e più il sentiero diventasse ripido, il che mi faceva presagire tratti esposti, o comunque la necessità prima o poi di attaccarsi a qualche corda! La ghiaia, di per sé, poteva anche essere divertente dove era sufficientemente sciolta e regolare: lì basta lasciarsi andare e in effetti ci si può sostanzialmente sciare sopra. I problemi cominciano dove il ghiaione si trasforma in sfasciume - e allora ti pianti, perché i sassi sono troppo grandi per cedere sotto il tuo peso! - e dove la ghiaia invade certi tracciolini terrosi, rendendoli, almeno per me, un incubo. Normalmente me la cavo correndo, ma se la pendenza aumenta questo tipo di soluzione non è proprio il più intuitivo. Sintesi: sulle due ore teoriche di discesa, credo di ricordare di avercene messe almeno tre, battendo il sedere in terra un certo numero di volte - a singola cifra! Però mi era rimasta la curiosità di farla in salita. Ieri la luce mi ha svegliato alle 4:30 - sono molto fotosensibile - e alle 7 ero pronto a salire. Piccolo controcazzo: le nevicate di aprile, con quella neve pesante, umida, sovrabbondante, hanno prodotto così tante valanghe che l'attacco del sentiero era completamente invaso da faggi ad alto fusto spezzati come fiammiferi! Così, giusto per ricordare che c'è qualcosa di peggio della ghiaia... Però, con tutto che cercavo di dosare le forze, memore della discesa, la salita non mi era sembrata poi così proibitiva e in tre ore e mezza (con soste) ero su. La discesa, tolto il peso psicologico di non sapere come sarebbe andata a finire - perché questa volta lo sapevo! - era decisamente più gestibile, anche se non riuscivo, con mio grande scorno, a tenere il passo dei tanti più esperti di me che avevo tenuto in rispetto salendo, ma che scendendo mi stracciavano, e secondo me un pezzo del problema è che io non scio, mentre in quel posto quella tecnica serve. L'ultimo tratto, fra due pareti di calcare bianco calcinate dal sole, sulle graniglie altresì bianche e riflettenti, con un gran caldo, con le braccia rosso peperone - ero in maniche corte! - è stato un discreto incubo. Quasi un'ora vedendo la fine del sentiero, ma progredendo lentissimamente per arrivarci intero e non ammaccato... Per fortuna avevo tutta l'acqua necessaria!

Il video di Leo rende molto bene l'idea ed è immune dal vittimismo di molti video escursionistici - rettificherei solo la geografia! Tuttavia, la rava che funziona come dice Leo non è quella del ferro, ma quella della giumenta bianca, che infatti non farò, perché ha senso farla solo con gli sci e io... non so sciare!

E le scarpe? Vanno benissimo! I tedeschi sanno fare le scarpe, questo gli va riconosciuto...)


Ho consultato le statistiche del blog. Ad agosto 2012, mentre scrivevo la prima edizione, scrissi anche 19 post. Non so se in questo agosto riuscirò a tenere il ritmo! Certamente il 10 dovrò annunciarvi il #goofy15, un'edizione che, come sempre, sarà la più bella di tutte. Altrettanto certamente ogni tanto dovrò chiedervi un favore. Ad esempio oggi...

Mentre stavo illustrando il grafico della vergogna, mi è tornato in mente il commento di un'educanda piddina che su sbilanciamoci mi aveva accusato di complottismo perché avevo squadernato le conseguenze distributive dell'integrazione monetaria. Negli anni '80 un sinistrato medio dava per acquisito che la politica del cambio forte servisse a indurre moderazione salariale. Nel corso degli anni questa consapevolezza si era sfilacciata, o veniva pudicamente nascosta a se stessi, nel tentativo forse di rifarsi una verginità distogliendo lo sguardo dall'orrore e dal tradimento di cui ci si era macchiati. Ma insomma, per la simpatica Maria Barbisa "de sinistra" io ero complottista perché sostenevo che la deflazione salariale danneggia i lavoratori (quello che oggi perfino Uva ammette con nonchalance).

Quello fu il secondo shock culturale determinante per me.

Il primo, lo ricorderete, era stato l'agghiacciante discorso di Aristide, il funzionalismo for dummies: "Alberto, sappiamo che l'euro non funziona ma realizzandolo causeremo una crisi che spingerà il popolo a chiedere gli Stati Uniti d'Europa!" Lì capii che la sinistra aveva tradito, anche se, a ben vedere, questo approccio in filigrana palesava che avere una minima legittimazione democratica - se pure ottenuta manganellando il popolo con le crisi! - alla sinistra sembrava ancora indispensabile. Non sono certo che oggi sia ancora così, dopo che incattivita dalla perdita di presa la sinistra delira di limitare il diritto di voto ai soli "colti" (intesi come chi la pensa come loro).

Il commento della Maria Barbisa che mi accusava di complottismo, invece, mi fece capire che la sinistra era morta! Ricondurre a categorie soggettive da feuilleton un fenomeno che, almeno a sinistra, mi aspettavo venisse analizzato in termini di dinamiche oggettive, e peggio ancora non saper leggere come tale un'analisi basata sulla valutazione oggettiva dei rapporti di classe! Ecco: non credo che ci potesse essere definizione migliore di "morte cerebrale della sinistra".

Ora, la cortesia che vi chiedo è questa: qualcuno di voi, credo sherpa810, tempo addietro ha ripostato il post di sbilanciamoci impreziosito da questo commento. Io ho fatto del mio meglio per trovarlo, ma ho fallito. Per caso siete in grado di ripropormelo? Nella seconda edizione vorrei fare un minimo di analisi di questa sconfortante regressione culturale.

Grazie!

venerdì 21 novembre 2025

La contraddizione principale

Scusate, la rivoluzione di Garofani non è archiviata, quindi occorre aggiungere una postilla.

Oggi pare che siano tutti d’accordo sul fatto che il “complotto del Colle” sia una bufala, o meglio una non notizia. È stato il popolo sovrano a voler regredire a una sorta di monarchia assoluta, un ordinamento in cui i tre poteri si assommano in una entità legibus soluta cui il Parlamento non può fare da contrappeso, soggetto com’è alle incursioni della magistratura (al vertice del cui organo di autogoverno chi abbiamo?) per via dell’abolizione dell’immunità, e al ricatto del Governo o dello stesso vertice supremo per via dell’abolizione del vitalizio. Le logiche del mondo cui l’eutanasia del Parlamento ci ha consegnato avranno tanti difetti, ma certo non quello dell’opacità! La sovranità è un quid incomprimibile, per il semplice fatto che dato che le decisioni vanno prese, qualcuno le deve prendere (deve cioè esercitare sovranità), e se il popolo decide, più o meno consapevolmente, che non debbano (o non possano) farlo i suoi rappresentanti diretti, lo farà qualcun altro.

Non è quindi particolarmente utile parlare di “complotti”: distrae da una riflessione sulla natura del problema, che non risiede in una perversione del sistema, ma nella struttura del sistema, della cosiddetta “seconda Repubblica”.

Con questa premessa, oggi i commentatori “quelli bravi” ci spiegano che l’obiettivo polemico del nostro Ravaillac da fraschetta sarebbe stato la Schlein più che la Meloni, nel senso che il “listone di centro” (che non è un parquet) sarebbe in primis et ante omnia lo strumento con cui il nucleo “democristiano de sinistra” vorrebbe riprendersi il controllo del PD per sottrarlo a una leadership ritenuta inefficace, perché tutta diritti civili e distintivo, ma visibilmente incapace di proporre un’alternativa sociale.

Beh, sì, ci sta!

Ne conosco anch’io di democristianoni di provincia, signori dei territori e delle preferenze, cui l’arcobaleno fa venire le bolle. Quando si raglia a vanvera di “comunismo”, oltre a commettere l’errore speculare a quello dei cretini di sinistra che combattono l’antifascismo in assenza di fascismo, si commette quello di leggere il PD come partito “post-comunista”, quando in realtà è un partito “post-democristiano”. Provate un attimo a leggerlo così anche voi: unirete tanti puntini e vi spiegherete tanti misteri, a partire da quello che consiste nell’incredibile radicamento nelle istituzioni degli eredi di un partito che per decenni era stato all’opposizione (il PCI): è perché in realtà sono gli eredi di un partito che da sempre è al potere (la DC).

In questo senso, quindi, l’anelito al “listone di centro” risulta ancora più incomprensibile e ancora meno risolutivo. Il “listone” c’è già, ed è il PD. Se non riesce a dire cose di centro, è semplicemente perché questo gli è impedito dalla sua collocazione europeista, che è in contraddizione non solo con la difesa del lavoro (dato che l’unione “sempre più stretta” e “fortemente competitiva” fatalmente conduce alla deflazione salariale), ma anche con quei valori cattolici cui i democristianoni di provincia si ispirano, a partire dalla famiglia (che senza soldi non si mette su), passando per le radici cristiane (che ostacolano il conseguimento a colpi di eutanasia della sostenibilità dei sistemi di sicurezza sociale), per arrivare a una certa dottrina sociale della Chiesa (basti pensare a come la cosiddetta Europa ha smantellato riformato qui da noi istituzioni come le banche popolari e quelle di credito cooperativo, che da quella dottrina promanavano).

Il che, se vogliamo, rende ancora più grottesca la soluzione del “listone” al problema della prevalenza del centrodestra.

In Europa (per chiamarla come la chiamano loro), più esattamente nell’Eurozona, non c’è spazio per una sinistra che difenda democraticamente il lavoro. C’è al più spazio per una sinistra che difenda violentemente qualcos’altro, e quindi non c’è spazio per il “listone”.

That’s all, folks!

(…nota bene: questo è un post scientifico, per i popperiani di passaggio, perché è falsificabile. Ovviamente se nel 2027 o nel 2032 il Grande Centro si fagociterà gli astensionisti, magari sotto la guida della sua nuova Giovanna d’Arco, la Salis gradevole, ci rivedremo qui e farò ammenda. Altrimenti sarà QED, com’è già stato tante volte…)

martedì 30 settembre 2025

venerdì 12 settembre 2025

QED 114: Kirk


Come potete immaginare, farei volentieri a meno di avere ragione, ma purtroppo non dipende da me. L'analisi fatta lo scorso anno parlando del "conflitto dei fuoriclasse" si sta rivelando drammaticamente attuale: avendo tradito gli interessi del proprio blocco sociale di riferimento (il lavoro), qui da noi in modo particolarmente virulento con l'adesione a un progetto di deflazione salariale (l'euro), ma un po' ovunque sostenendo l'agenda globalista (che è in primo luogo un'agenda di concorrenza al ribasso fra proletariati, qui da noi favorita dalla deflazione salariale indotta dall'euro), il fronte progressista non è più in grado di sostenere una dialettica sana, intellettualmente onesta. Questa impasse lo ha condotto a deviare il discorso su aspetti "cosmetici" (i vari "diritti", che ormai sono intesi solo come diritti "civili" e non più "sociali"), la cui natura di diversivo comincia a essere chiara anche ai più convinti "tifosi" del progressismo. A mano a mano che il discorso "dirittista" perde presa, di fronte alle esigenze concrete delle classi sociali che si rivolgono alla sinistra per chiedere rappresentanza e difesa dei propri interessi concreti (che sono quelli di farsi una famiglia e crescere dei figli, più che di sposarsi col proprio armadillo), l'armamentario dialettico progressista collassa su due fallacie: l'argomento ab auctoritate ("credere nella scienza", per capirci...), e l'argomento ad hominem, cioè la delegittimazione dell'avversario, dove quasi invariabilmente la prima fallacia è utilizzata per perpetrare la seconda (non a caso Kirk viene dipinto come un "negazionista climatico novax" e via dcendo...).

Era facile prevedere, e avevamo in effetti previsto, che questo gioco sarebbe sfuggito di mano ai progressisti, per il semplice motivo che è ormai la destra ad aver assunto la rappresentanza degli interessi che la sinistra non è più credibilmente in grado di difendere, e anzi ostensibilmente lede ogni giorno (perché anche il bisogno di sicurezza è in primo luogo un bisogno delle classi subalterne, non di chi vive nei quartieri altolocati). Ne consegue che la sinistra deve rincarare la dose, non più delegittimare, ma deumanizzare l'avversario, cioè portare avanti esattamente quel discorso di odio che fino a poco fa rimproverava alla destra nel tentativo (parzialmente riuscito) di censurarne gli esponenti. Ci vuole più odio, come ci vuole più Europa, come ci vuole di più di qualsiasi cosa non funzioni, per chi è intrappolato nella visione rettilinea della storia che comanda di avanzare comunque, nonostante il baratro...

Temo quindi che non sia finita qui.

Come credo di avervi scritto da qualche altra parte (qualcuno con più memoria di me se lo ricorderà) in uno scenario simile non mi stupirei se riaffiorassero teorici e pratici della lotta armata. Dobbiamo mantenere la calma e stringerci intorno ai valori della nostra Costituzione: i valori della vera Costituzione, non di quella che ci viene raccontata dai loro guitti. Essere moralmente superiori ai propri avversari espone a un rischio individuale, come questa ultima tragedia dimostra. Abbassarsi al loro livello però espone a un rischio collettivo. Manteniamo la calma e la memoria.

martedì 15 luglio 2025

La caccia alle streghe

Forse lo avrete capito: da sempre mi affascina la spudorata presunzione dell’uomo contemporaneo di essere superiore cognitivamente, moralmente, ontologicamente, a chi lo ha preceduto. So di essere in buona compagnia in questo mio sentimento: in compagnia, per esempio di Giacomo Leopardi, ma anche di autori meno noti (o suppostamente noti) al grande pubblico, come Michéa. La mia (non ardisco dire: la nostra) maledizione è quella di ritenere che l’essere umano debba concentrarsi più sul metodo che sul merito. Il merito, l’oggetto del ragionamento, è alla portata di qualsiasi bestia. Non c’è animale che non sappia distinguere fra ciò che è commestibile e ciò che non lo è. Questo è il merito delle questioni. L’intelligenza comincia dove finisce il merito e comincia il metodo. Devo allora confessarvi una mia profonda inquietudine. È dal momento in cui, nella stanza dell’allora presidente Marattin, un collega di sinistra alla mia affermazione: “io vorrei meno tasse!“, rispose: “e io voglio meno CO2!“, che ho capito che qualcosa non stava andando per il verso giusto, e che le cose, che fino allora non erano andate proprio bene, anzi, erano andate decisamente male, erano destinate ad andare peggio. Detta stretta, in sintesi, perché domattina dovrò parlare di dazi in non so più quante trasmissioni fra radiofoniche e televisive, vi dico che quando cerco di pormi nell’ottica in cui si porrà un uomo del XXV secolo, e guardo retrospettivamente ai nostri tempi confusi e martoriati, ho la netta sensazione che i nostri posteri ci guarderanno come noi oggi guardiamo Jonathan Corwin o Samuel Sewall. So che dovrete “googlarli”, e non vi metto neanche il link (tanto i link non li seguite) ma vi rassicuro: forse fino a stasera avrei dovuto googlarli anch’io, e certamente nel XXV secolo i nostri posteri dovranno googlare Greta Thunberg. Di tanta irrazionalità, di tanta ferocia, in sintesi, di tanto Male, la storia non lascerà traccia. Sì, mi sto dicendo che nel merito non so chi abbia ragione: può darsi che se sulla Maiella la neve è un evento eccezionale questo dipenda dall’odiata molecola, ma d’altra parte chi è in grado di garantirmi che le convulsioni della povera Abigail Williams non dipendessero dagli incantesimi dell’odiosa Sarah Good? Il problema è il metodo, e il metodo, a ben vedere, è oggi lo stesso di cinque secoli fa, e sarà inesorabilmente lo stesso fra cinque secoli, perché dieci secoli non sono abbastanza per cambiare l’uomo (e quindi non lo sono neanche cinque, che è la metà di dieci). Come ho cercato di spiegarvi a Venezia (chi lo desidera può trovarsi il video) la scienza non si nutre di dubbio, ma di certezze. Fatto sta che i detentori pro tempore delle certezze tendono a rivelarsi nemici dell’umanità. Non c’è alcuna catastrofe, non c’è alcuna efferatezza, che possa essere da monito per chi fissa imperturbato il sole dell’avvenire, per chi non si distoglie dalla rettilinea traiettoria del progresso. La vita è fatta di cicli: quello del carbonio, quello dell’azoto, quello di Krebs… La morte è rettilinea, è l’estremo (destro) di un segmento sull’asse dei tempi, e mortifero è chi ragiona in termini rettilinei, chi non ha il coraggio di volgersi indietro, chi distoglie lo sguardo dall’orrore nell’illusione che tanto basti per non essere chiamato a ripeterlo.

Se queste parole arriveranno al XXV secolo, qualcuno saprà che qualcun altro si era posto il problema, esattamente come oggi noi sappiamo che Samuel Sewall se l’era a posto. Sappiamo anche, però, che questo non era servito a nulla, e quindi scusatemi se vi ho disturbato

Buonanotte!


lunedì 5 maggio 2025

QED 109: disse il grillo al tordo (sinistra e democrazia)

Questa notte era così su Europe Elects:


Questa mattina ricevo dal prof. Santarelli (che è esperto di cose rumene per motivi che alcuni di voi hanno constatato) un messaggio dal tenore esplicito "disse il grillo al tordo, sentirai il botto se non sei sordo".

Intuendone il significato, vado a verificare sul sito ufficiale:


e in effetti è un bel botto! Quasi il doppio di quanto il precedente candidato di AUR aveva ottenuto alle precedenti elezioni del 2024, quelle annullate (da circa due a quasi quattro milioni di voti). Questo, peraltro, significa che le piazze rumene piene di gente che compostamente manifestava la propria indignazione non erano un fake, come qualcuno cercava di sostenere, invitando a verificare le fonti:


(la rete nasconde ma non ruba).

Due giorni fa scrivevamo:


e effettivamente la risposta degli elettori rumeni va naturaliter nella direzione indicata, come l'acqua segue il declivio di un monte: quella di far crescere il consenso del partito osteggiato dal sistema.

Bene, ma non benissimo, intanto perché il 41% non è il 67% (ma sappiamo accontentarci!).

Poi perché immagino che la risposta repressiva sia già partita: si parlerà (ovviamente) di hacker russi, di manipolazioni social, di propaganda, ecc., dimenticando che la democrazia è propaganda, e che nel momento in cui precludi la libertà di fare propaganda, precludi la democrazia.

Questa (tratta da questo sito) cos'era?


Non mi sembra la si possa definire una razionale, asettica e politicamente corretta esposizione di posizioni politiche, giusto? Forse sarebbe più corretto definirla come la ricerca di una irrazionale risposta emotiva, o sbaglio?

Quindi la propaganda c'è sempre stata, condotta con maggiore o minore raffinatezza (preferibilmente con minore, dato che il suo obiettivo è appunto catturare il consenso emotivo della maggioranza), e nessuno se ne è adontato fino al punto di negarne la legittimità: semplicemente, ognuno ha fatto la propria! Che è poi quello che, a reti (e schermi cinematografici, e prodotti editoriali) unificate stanno facendo gli altri, da sempre, saturando qualsiasi spazio e non fosse che per questo negandoci la possibilità di contrapporre i nostri argomenti.

Il disprezzo della sinistra per la democrazia è radicale e inguaribile perché è in primis et ante omnia disprezzo per il demos. Ora, per carità, non è che io sia un esempio di empatia e immedesimazione nelle vicende e nelle passioni dei ceti popolari: non ho mai visto un festival di Sanremo né una partita di calcio (tranne quelle della nazionale, subite da bambino)! Il punto però è un altro: per quanto io possa essere programmaticamente aristocratico, non mi verrebbe mai in mente di pretendere l'esame di lettura della partitura (o di "antifascismo") da chi si accosta alle urne, né di dire apertis verbis all'elettore che è un deficiente perché si lascia influenzare dagli shorts di TokTok, e questo perché non credo che il setticlavio sia un presupposto necessario per la lettura della realtà, né che gli elettori siano dei bambinoni (nonostante che debbano subire la puerile narrazione eticizzante dei raffinati tecnici che parlano di debito buono e cattivo, e baggianate simili, che infatti rifiutano).

Negare legittimazione alla propaganda (a quella altrui, beninteso, che alla propria nessuno rinuncia!) significa dare all'elettore del cretino, aspettandosi che non se ne accorga e pretendendo, in caso contrario, che sia grato per le attenzioni di chi lo vuole salvare da se stesso!

Come siamo arrivati a un simile salto di qualità, quello per cui in nome della democrazia si nega la sostanza della democrazia (oggi la propaganda elettorale, domani il libero voto - preferibilmente cartaceo - alle urne)? Credo che la risposta sia semplice: perché il livello dello scontro si è innalzato. Ormai il problema non è più individuato nel fatto che l'elettore scelga male (a seconda dei punti di vista: scelga i cosacchi, o scelga Truman!). Oggi il problema è visto nel fatto che l'elettore scelga!

Non dovrebbe essere difficile capire perché, considerando un dato non solo simbolico: il lungo percorso di delegittimazione della politica con quello che viene ormai apertamente riconosciuto dai suoi autori come un colpo di stato:


qui da noi si avvia in sincrono con la sottoscrizione del Trattato di Maastricht, che sancisce il divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia e il definitivo abbandono dell'Europa alle logiche della terza globalizzazione, a un assetto istituzionale in cui titolare dell'indirizzo politico è il Mercato. Nel mondo in cui governa il Mercato, perché i governi si sono privati di uno strumento essenziale di politica economica, hanno ceduto quello che era stato, nei lunghi millenni della storia, uno dei due fattori costitutivi della sovranità, cioè il potere di battere moneta, è chiaro che i percorsi devono essere definiti in altre sedi rispetto a quelle politiche e sono funzionali ad altre logiche: logiche globali, cioè sovranazionali, rispetto alle quali la semplice idea che un popolo possa autodeterminarsi è oggettivamente eversiva, per quanto possa essere proclamata in modo più o meno solenne dalle varie Grundnorm nazionali. Sappiamo che cos'è, sappiamo in che conflitto siamo invischiati: in una guerra coloniale, combattuta, come pressoché tutte le guerre coloniali, per appropriarsi di materie prime. La materia prima in questo caso è il risparmio, che si vuole sottrarre, in nome dell'efficienza, all'intermediazione pubblica, gestita dai governi, indirizzata dagli elettori, e svolta attraverso il sistema pensionistico, sanitario, educativo, ecc., per consegnarlo in modo totalitario all'intermediazione privata (nonostante che questo processo, ampliando la disuguaglianza, porti inevitabilmente a crisi di domanda, o di sovrapproduzione che dir si voglia, secondo meccanismi descritti ad esempio qui).

Ora, capisco che questo spostamento di fronte possa frastornare qualcuno, aprendo la petulante solfa secondo cui oggi "destra e sinistra non esistono più", e via luogocomunisteggiando.

Faccio un'osservazione: le strategie da regime totalitario con cui viene concretamente attuato il tentativo di salvarci da un ipotetico regime totalitario sono ormai visibili, vengono applicate in modo sfacciato, plateale. I freni inibitori sono caduti, non ci si cura di salvare le apparenza, e questo non può non turbare la coscienza dei progressisti, il cui primo imperativo morale è, da sempre, la difesa usque ad effusionem sanguinis del bon ton (da Rosa Luxemburg a Lina Sotis è stato un attimo...) Per sedarne un improbabile, ma non impossibile, moto di indignazione, li si rassicura dicendo che il male viene fatto (come di consueto) a fin di bene, viene perpetrato per salvarci dal fasheesmo. Lo scopo di questo bombardamento continuo, di queste caricaturali e petulanti richieste di abiura, di questo insistito richiamo all'esperienza dei totalitarismi storici, di cui viene infallantemente data una rappresentazione eticizzante e favolistica (la lotta del Bene contro il Male, l'imbianchino austriaco che era cattivo perché la mamma non gli dava il bacio della buona notte - senza considerare che per medicare simili traumi un'alternativa allo sterminio di interi popoli c'è, ed è scrivere un romanzo di successo), o di cui, peggio ancora, si raccontano in modo falso i presupposti oggettivi (la solita balla secondo cui il nazismo sarebbe stato causato dall'inflazione di Weimar, quando tutti ormai sanno che fu determinato dall'austerità di Brüning, al punto che perfino quel clero vile e conformista che è la professione accademica non può nasconderlo:


mentre nei nostri parterre televisivi ancora sfrecciano le carriole di Weimar...), insomma: lo scopo per cui questo apparato propagandistico schiacciante, ramificato, subdolo, onnipresente si attiva per suscitare allarme è duplice. Da un lato, come dicevamo, questa propaganda serve a rafforzare i progressisti nella convinzione di essere i buoni, di essere dalla parte del giusto, e quindi, in quanto tali, di potersi permettere esattamente le stesse pratiche che storicamente deprecavano nei cattivi, pratiche che i cattivi non si potevano permettere perché erano dalla parte del torto, mentre i buoni naturalmente possono attuare, essendo dalla parte della ragione. Un ragionamento un po' ingenuo, alla portata di quelle menti la cui semplicità si spinge fino al punto di ritenersi raffinate. Dall'altro, lo spettro dei totalitarismi storici viene agitato per scongiurare che una serie di benpensanti più o meno progressisteggianti possano porsi una domanda: "Ma è giusto che a un popolo sia precluso il decidere per se stesso?" e darsi la risposta giusta: "No!". Quello che si vuole stabilire, insomma, è il principio che se ritieni che un popolo abbia il diritto di autodeterminarsi, allora vuoi la Shoah, sei un mostro, non ha dignità di interlocutore, sei il Male, sei nazista.

Non vi sfuggirà il duplice paradosso. Primo: questo trattamento degradante viene inflitto agli elettori proprio da chi ha messo in opera politiche affini a quelle che hanno condotto al nazismo storico, cioè politiche di austerità (vedi l'estratto qua sopra, e se interessa anche la letteratura riportata dall'articolo citato). Secondo: la colpevolizzazione del patriottismo viene portata avanti come strumento di lotta politica proprio da quella parte politica (i progressisti) che del patriottismo ritengono di avere l'appalto unico, ma solo un giorno all'anno, il 25 aprile, quello in cui si gloriano di aver fatto uscire dalla porta quel nazismo che poi, come sappiamo, hanno fatto rientrare dalla finestra.

Ora, il fatto che le percentuali di chi decide di schierarsi dalla parte del Male, pagando un costo reputazionale di fronte alla propria coscienza e alle proprie conoscenza, siano in crescita dimostra che questo giochino non attacca, che a ognuno puzza questo barbaro dominio. Insomma, è il discorso, per certi versi fondato, che faceva ieri elu ei:

e che da anni fa un nostro altro amico che non nomino quando dice che: "Una volta che hai deciso che sei di destra, la strada è tutta in discesa!", alludendo al fatto che, finalmente, a destra puoi dire che il cielo è celeste e il prato verde, senza dover sguainare spade e senza patire, come anche qui abbiamo patito, la censura di chi in teoria la pensa come te. Quel moto liberatorio che ha sancito il successo di Vannacci, per capirci.

Ma appunto qui vedo due motivi di preoccupazione, che vi consegno chiudendo questa omelia.

Il primo è che in discesa si prenda troppo abbrivio, che la rottura dei freni inibitori da parte degli utili idioti del cosmopolitismo borghese ne promuova una simmetrica da parte dei patrioti. Insomma, che insensibilmente si passi dal provocatorio e liberatorio "E basta con 'sto fascismo!" dell'amico Daniele a qualcosa di più, alla nostalgia, in nome dell'invocazione di un male ormai ignoto come liberazione da un male noto, o addirittura al revisionismo, sulla base del principio non privo di plausibilità secondo cui se ci raccontano tante balle sull'oggi, durante un conflitto che non vede ancora dei vincitori (vedi il tweet citato sopra), chissà quante potrebbero raccontarcene su un conflitto ormai remoto e che ha visto degli sconfitti. Questo va evitato. Dobbiamo ricordarci che noi siamo contro la sinistra perché la sinistra è l'austerità, cioè il nazismo, perché la sinistra è la negazione della libertà di espressione, cioè il nazismo, perché la sinistra è il disprezzo della sovranità dei popoli, cioè il nazismo. Dobbiamo ricordarci di non immedesimarci, neanche per un secondo, neanche in un comprensibile momento di disperazione, in ciò che intendiamo combattere, non tanto perché questo darebbe agio al nostro nemico di demonizzare il nostro impegno (quello già lo sta facendo), quanto perché dobbiamo avere chiara la direzione in cui vogliamo andare.

Il secondo motivo di preoccupazione è più immediato e concreto. Oggi sono inchiodato a letto da un colpo della strega (devo ricordarmi che gli anni non sono quelli che sento, ma quelli del calendario...) e quindi volevo scrivere questo post dal telefonino. Non è stato possibile. Nel momento in cui volevo inserire nell'interfaccia mobile di blogger il primo screenshot di questo post, ho ricevuto questa simpatica risposta:


e non c'è stato verso. A un secondo tentativo, l'inerfaccia di blogger non mi mostrava nemmeno le immagini che pure erano nella libreria delle foto. Le ho allora salvate come preferite, "cuorandole". In questo modo riuscivo a reperire (nella cartella preferiti) le immagini che non mi venivano mostrate nella libreria, e quindi a chiedere a blogger mobile di caricarle, ma la risposta era la quella che vedete qua sopra. A questo punto, fra dolori atroci e altrettanto atroci litanie, mi sono procurato il pc, l'ho aperto, e ho provato e incollare da icloud gli screenshot, ma (sorpresa?) gli screenshot che citano il voto rumeno su icloud non ci sono arrivati (due ore dopo!):


e quindi me li sono andati a prendere su Twitter usando l'interfaccia desktop (dove pare che tutto stia funzionando).

Morale: stampate i post che vi interessano, perché prima o poi, Ciamp o non Ciamp, ci tireranno giù. Molto dipenderà da cosa vorranno fare gli Stati Uniti da grandi, argomento su cui ci siamo lungamente intrattenuti, ma se tanto mi dà tanto anche gli appassionati appelli in difesa del free speech potrebbero essere meramente tattici, potrebbero riflettere, più che una intima convinzione da parte di chi, essendo padrone delle piattaforme è padrone del discorso, una mossa per mettere in difficoltà chi si è sbilanciato in modo così visibile da essere controproducente, appunto, per il controllo del discorso. Che si possa negare formalmente il ricorso alle urne è un'eventualità che ormai dobbiamo considerare plausibile, ma che resta remota. Che si spenga come una lampadina un blog che ha contribuito a mutare il quadro politico del Paese temo sia molto più probabile. Quando succederà troveremo altri modi per restare in contatto, ma intanto ricordate: la carta resiste ai blackout!

Intanto, vediamo come andrà a finire in Romania: per fortuna, in questo momento i nostri nemici sono distratti da altro, ma l'intelligenza artificiale è viva e lotta per loro...

martedì 8 aprile 2025

I giullari

Scusate, non ve la faccio lunga anche perché ho parecchio da fare, e non voglio imporvi né concedervi i due minuti di odio, ma solo avviare una civile e pacata riflessione su cosa sia diventata la sinistra (sostanzialmente, quello che è sempre stata, temo...).

Oggi leggo sui giornali che Salvini sarebbe un traditore della patria:


e mi vengono due riflessioni spontanee: dov'era cotanto giullare quando il PD eseguiva la lettera della BCE con questi risultati:


vantandosi anche di averlo fatto non nell'interesse dell'Italia ma dell'Europa:


e dov'era cotanto difensore della democrazia:


quando l'UE assassinava la culla della democrazia:


avallando un piano di salvataggio basato su ipotesi economiche assurde, della cui assurdità gli spietati esecutori erano perfettamente consapevoli?


Ho orrore di questi macabri giullari, ho ribrezzo del loro sentirsi dalla parte del giusto jure sanguinis, mi nausea la loro tolleranza verso le sofferenze altrui, ammantata di un buonismo un tanto al chilo a favore di elzeviro, indirizzato agli oleografici "ultimi", così, per mettersi in pace la coscienza e dormirci su tranquilli, mentre i penultimi vengono macellati fino all'ultimo...

Non è solo un deficit culturale: è proprio un deficit etico.

Ma so che non vi insegno nulla.


domenica 9 marzo 2025

I parrocchetti

Cammino per una Roma domenicale mattutina e deserta, anche per recuperare rispetto a una giornata relativamente sedentaria (cinque gazebo: Sulmona, Ortona, Francavilla, Pescara, Avezzano, fra i quali mi sono dovuto necessariamente muovere in macchina). Nel silenzio tombale mi disturba un grido sgraziato. Alzo gli occhi al cielo, sapendo già quello che vedrò: il volo maldestro di un parrocchetto, non so se monaco o dal collare, perché da lontano non riesco a vedergli il becco.

Una volta il risveglio a Roma era un’esperienza diversa.

Iniziava ante lucem il codirosso, si aggiungeva flautato il merlo, interveniva stridulo lo scricciolo, col rinforzo del pettirosso, e poi il fringuello. Subentrava in crescendo il rumore di fondo della città, il traffico della tangenziale, il clacson dei genitori imbottigliati di fronte all’ingresso della scuola, che impediva di apprezzare l’inesauribile capacità mimetica dello storno (genio incompreso e misconosciuto). Si chiama, anzi si chiamava, biodiversità, quella cosa che alla sinistra tanto piace quando riguarda gli animali, con particolare attenzione a quelli che rompono i coglioni (caso di specie: gli astuti cervi, uno dei quali non più tardi di un paio di settimane fa voleva sedersi in macchina al posto di Scarpetta di Venere, entrando però dal parabrezza, atteso che la sua natura di ungulato artiodattilo gli precludeva una efficiente gestione della maniglia della portiera: sarebbe un problema anche per il suo distante cugino delfino, che però, stranamente, non rompe i coglioni); sì, la stessa biodiversità che però la medesima sinistra schifa e ha contribuito a distruggere in infiniti altri campi, dalle banche, al commercio, alla cultura, insomma: all’umanità (la nostra).

Non è chiaro da dove siano arrivati questi illegal aliens, o meglio: non è chiaro come siano arrivati, perché da dove lo si sa, si sa dove sono specie autoctona, e un’unica certezza è possibile nutrire: che con le loro forze qui, da soli, non sarebbero mai riusciti ad arrivare, nonostante in astratto avessero buoni motivi per provarci, perché il fatto stesso che qui siano diventati specie egemone dimostra che qui, a differenza che a casa loro, non hanno antagonisti naturali, e anzi sfruttano le nicchie ecologiche dei nostri autoctoni (ad esempio, del picchio rosso). Insomma: anche i parrocchetti fuggono dalla guerra (coi serpenti arboricoli), poverini! Fuggono anche dalla dittatura, quella dell’essere umano, che, inspiegabilmente insofferente di veder distrutti i propri raccolti, in palese violazione della “Convenzione di Civitaluparella sui diritti degli uccelli che rompono i coglioni” (una fondamentale fonte del diritto sovranazionale, sottoscritta il settordici ottembre duemilacredici dagli alti rappresentanti degli Stati membri dell’Organizzazione non utile), quando può (cioè più o meno ovunque, dati gli standard di quelle regioni) gli spara addosso.

E quindi che fai, non li accogli, poverini!? Non gli lasci radere al suolo qualsiasi forma di vita NSGC (ma sì, dai: abbandoniamoci anche noi al delirio europeo degli acronimi), aka ΙΧΘΥΣ, per gli amici “er Pesce”, ci abbia donato per allietare le nostre giornate!? Distruggere le altre specie di uccelli è un loro diritto, in quanto specie di uccelli, no!? È diritto di Loretta la parrocchetta identificarsi in un falco pellegrino: è un suo diritto in quanto psittacide!

È la globalizzazione, bellezza! Carta vince, carta perde. Anzi, parrocchetto vince, merlo perde. Con quale guadagno per l’ambiente circostante lo saprà apprezzare chi è dotato di orecchie, esattamente come chi è dotato di narici può apprezzare quale sia stato il guadagno di sostituire la fragranza dei forni, delle pasticcerie e delle rosticcerie, del loro pane, dei loro dolci, dei loro spiedi, col tanfo internazionalmente omogeneo del simpatico kebab.

(…auguri, Matteo!…)

lunedì 10 febbraio 2025

Un’altra breve riflessione (articolo 68)

L’ho fatta nella cloaca nera, dove trattandosi di tema “divisivo”, che “non interessa la sciura Maria”, ed espresso con l’inefficacia che mi è propria, senza la mediazione professionale dei iComunicatori™️, è passata del tutto inosservata:


Per essere completamente onesto, visto che posso permettermelo (non essendo un Brandi qualsiasi), aggiungo che non è farina del mio sacco. È stato un giurista che voi conoscete, e che non nomino perché non so se desidera essere nominato e perché se invece lo desidera interverrà qui, visto che è uno di noi, a farmi notare questo dettaglio, che dettaglio non è.

Il tweet lo trovate qui, impreziosito dai commenti dei sinistri troll del PD, con cui, se vorrete voi, non io, potrete divertirvi. I loro commenti mi interessano zero, quindi, necessariamente, i vostri mi interessano di più (da zero virgola in su…)!

Aggiungo solo due sottolineature, al duplice scopo di mettere in prospettiva questo commento e di valorizzare quanto abbiamo fatto qui nei lunghi anni che ci hanno visti crescere insieme.

La prima è che qui, spesso, abbiamo evocato la presenza di nazisti negli apparati della Germania post-bellica, anche per trovare una matrice culturale che in qualche modo spiegasse la natura così apertamente totalitaria del progetto europeo, ne rintracciasse radici storiche concrete in una continuità non solo amministrativa, ma anche per così dire esistenziale, col precedente regime della potenza egemone (il nazismo). Su questo tema c’è letteratura, e, guarda caso, uno dei lavori più rilevanti, i Rosenburg files, riguarda proprio la continuità nel ministero della giustizia tedesco.

La seconda è che quando, più e più volte, vi ho ammonito sul fatto che l’Italia era stata ricostruita con e dai fascisti, e che quindi il piazzaleloretismo e il norimberghismo erano e sono atteggiamenti stupidi, lo facevo sulla base di una mera evidenza logica: era ovviamente impossibile che se il giorno prima praticamente tutti erano fascisti il giorno dopo praticamente tutti fossero diventati antifascisti. La lettura di “Sorvegliata speciale” sta dando a questo mero dato logico una veste concreta: il libro riporta i nomi e i cognomi dei tanti fascisti che si sono trovati in posizioni chiave nei vari ministeri e in altri apparati dell’Italia antifascista. Per questo motivo la riflessione che il giurista per ora anonimo ha condiviso con me, e alla quale ho dato la veste goffa e inefficace che vedete qua sopra, mi ha convinto particolarmente, spingendomi non solo a proporla nella cloaca, dove mentre vi scrivevo è arrivata a 52.500 visualizzazioni (la sciura Maria sta facendo la spesa…), ma anche qui, dove attendo sereno le vostre considerazioni.




mercoledì 22 gennaio 2025

La (de)globalizzazione

Scusate, un post rapidissimo, perché fra un po’ sono in onda da Borgonovo, solo per mettere in evidenza un’osservazione forse non molto originale che ho fatto in risposta a Sergio Giraldo in un post precedente. Cresce l’inquietudine per il surplus estero cinese, che comunque solo recentemente è tornato sopra a quello tedesco. A me sembra abbastanza ovvio che se un Paese viene trasformato nella fabbrica del mondo, i beni poi da quel Paese devono in qualche modo uscire! In altre parole, chi ha visto nella globalizzazione l’opportunità di sfruttare una manodopera civilizzata e a basso costo come quella cinese (specifico subito che è un “chi” collettivo, non è un complotto ma lo spirito dei tempi) ha anche voluto regalare alla Cina una posizione di esportatore netto di beni e quindi di capitali. Sotto questo profilo, il ribilanciamento del modello di sviluppo cinese dalla domanda estera a quella interna è più mitologico che logico, perché non puoi pensare che la produzione della fabbrica del mondo sia assorbita dalla domanda di un pezzo, per quanto grande, di mondo. Aggiungo che questo particolare modo di risolvere il conflitto distributivo (delocalizzare dove i lavoratori costano di meno) ha anche posto le basi per regalare a un paese che era eccezionalmente rimasto indietro (eccezionalmente in termini storici, perché, come sapete, negli ultimi due millenni, la Cina ha contato più o meno sempre per circa un terzo del Pil mondiale) l’opportunità di un rapido recupero, regalandole di fatto le nostre tecnologie, nelle quali non ha faticato a  contenderci posizione di leadership. Se è successo ci sarà un perché, probabilmente non poteva andare in modo diverso, ma non dobbiamo stupirci di quella che è una conseguenza logica del modo in cui abbiamo organizzato i nostri rapporti sociali di produzione su scala internazionale. Inutile dire che fra le tante contraddizioni della sinistra c’è quella di aver sostanzialmente avallato questo tipo di processo storico che, fra le varie esternalità negative, ha anche quella di costringere a spostare da una parte all’altra del globo, con tecnologie di trasporto piuttosto inquinanti, una quantità di beni che magari potrebbero essere prodotti in patria, ovviamente se si decidesse di non giocare la corsa al ribasso dei salari. Ma la sinistra, che si è acquistata un salvacondotto vendendo la pelle dei proletari, cioè rinunciando a difenderne il salario (ricordavamo nel post precedente la triste storia degli accordi di luglio), non si è resa conto che, così facendo (cioè avallando la globalizzazione/delocalizzazione in un afflato di cosmopolitismo borghese), poneva le basi per togliere a questi proletari anche il lavoro! L’inquinamento da mezzi di trasporto (e non parlo delle utilitarie diesel Euro 6, ma del grande traffico marittimo) è in effetti uno dei presupposti della delirante rivoluzione green in nome della quale si sta perpetrando la deindustrializzazione dei nostri Paesi. Non stupisce quindi che oggi la sinistra preferisca sorvolare su questa contraddizione fondamentale, dichiarando Musk nemico del popolo ed ergendosi a paladina di pregevoli minoranze arcobaleno (che con Musk sono tutt’altro che in contraddizione)!

La vocazione maggioritaria è solo un ricordo, come lo è la difesa del salario.

RIP.





martedì 30 luglio 2024

Un aiuto da casa

 


Ricordo l’incipit icastico, beffardo: “Che cosa posso dirvi io che voi non sappiate già?” E in quella ricognizione di alterità (io, voi) era già iscritto un percorso. Non potevo essere quella roba lì, semplicemente perché non lo ero più, e forse non lo ero mai stato.

Non ricordo però dove tenni questo discorso. Qualcuno di voi c’era e se ne ricorda?

Grazie!


giovedì 30 maggio 2024

Il conflitto dei fuoriclasse

Domenica scorsa Galli Della Loggia sul Corsera (tantis nominibus nullum par elogium), nel commentare il libro di due intellettuali di sinistra (patetico e vetusto ossimoro), faceva una scoperta sconcertante:


Non ho nulla contro Galli Della Loggia, che dice spesso cose interessanti. Fatto sta che questa analisi, che a voi non dovrebbe tornar nuova, perché ve la siete fatta propinare in infinite dirette Facebook, oltre che tardiva (e fino a lì, poco male: certo, un po’ di aiuto quando qui ci preoccupavamo della Commissione Amore sarebbe stato gradito, ma tant’è…), appare anche gravemente deficitaria. Galli Della Loggia non vi spiega, perché non possiede (o non vuole usare) le categorie che glielo consentirebbero, il motivo oggettivo e cogente per cui la sinistra è confinata in quel ristretto e malfrequentato cantuccio della sfera dialettica che consiste nella delegittimazione dell’avversario. Noi qui lo abbiamo sempre saputo e detto (peraltro, ci è capitato di dirlo proprio in un saggio pubblicato in un volume collettaneo che reca anche un contributo dell’intellettuala criticata da Galli Della Loggia!), e ultimamente ci ho insistito molto, proprio per mettervi in guardia da possibili recrudescenze di lotta politica armata che puntualmente si sono materializzate poco dopo, con l’aggressione a Fico e, su scala minore ma non meno inquietante, a militanti e candidati della Lega. Il motivo per cui la sinistra non è più in grado di sostenere una dialettica politica sana è che la sinistra ha tradito il suo blocco sociale di riferimento, il lavoro:


Come lo ha fatto Galli Della Loggia forse non lo ha capito e certamente non vorrebbe spiegarvelo: col sostegno all’Unione Monetaria. Ma delle spiegazioni di Galli Della Loggia non abbiamo bisogno, dopo quella (per noi altresì superflua) di LVI (Draghi, per i turisti del Dibattito):


La sinistra ha avallato e soprattutto eseguito scrupolosamente politiche che hanno “compromesso il nostro modello sociale”, quelle politiche di deflazione salariale (e quindi, per inciso, contributiva) che evidentemente sono incompatibili con i principi fondamentali della nostra Costituzione. Ma su questo, i nostri “intellettuali” di sinistra non hanno mai degnato di confrontarsi, snobbando i non pochi contributi di chi tentava di attirare la loro attenzione su questi problemi. Ne consegue quindi che la loro unica scappatoia dialettica sia quella che uno di loro aveva prefigurato, a dire il vero come esempio negativo, decenni or sono:


(ma da esempio negativo questa è diventata la loro best practice), e ne consegue anche, e questo è un contributo originale dell’articolo di Galli Della Loggia, una particolare torsione ermeneutica, tutta pervasa di velleitarismo movimentista, nell’approccio alla nostra Costituzione. La tensione verso una “democrazia afascista” è quello che ci possiamo aspettare a titolo di compensazione freudiana da chi ha eseguito politiche alaburiste in un ordinamento costituzionale laburista.

Ma anche in questo caso noi, voi, capiamo perché.

Altri no, perché, per motivi a me ignoti, nessuno vuole raccogliere da terra uno strumento potente, di cui la sinistra si è voluta spossessare per brandire uno gnegnegnè umanitario-adolescenziale all’insegna della creazione di nuovi diritti, confessione tombale della sua turpe abiura alla difesa dei diritti esistenti: l’analisi materialistica dei rapporti di classe. Quella che portava Luciano Barca a diagnosticare a colpo sicuro che il Sistema Monetario Europeo era “la mascheratura di una politica di deflazione e di recessione anti operaia”.

E così, quella fra chi il materialismo storico se l'è dimenticato, e chi non ha mai voluto impararlo, ci appare come l'azzuffarsi di variopinti gallinacei dentro un recinto, il recinto del PUDE (Partito Unico Dell'Euro), non particolarmente divertente né particolarmente istruttivo. Da questo conflitto dei (secredenti) fuoriclasse traiamo però due lezioni indirette. La prima è che il ceto intellettuale di questo Paese, indipendentemente dalla sua coloritura reale o presunta, resta drammaticamente à côté de la plaque. La seconda, che la sinistra in questa fase storica fomenterà uno scontro sempre più violento, non arrestandosi di fronte a nulla pur di scongiurare la minaccia esistenziale costituita, per lei, dall'essere stata staccata dalla greppia del potere.

Non sottovalutate la seconda considerazione: ripeto, in questo scenario la lotta armata, o comunque esiti violenti, non sono da escludere.

Sulla prima considerazione mi permetto di aggiungere una chiosa. "Intellettuale di sinistra" è diventato un ossimoro. Mi chiedo quanto "intellettuale di destra" smetterà di esserlo. Finché non ci saremo arrivati, il nostro Paese sarà privo di intellettuali, e qualsiasi anelito verso la contendibilità del Potere non potrà che rivelarsi confuso e velleitario. Quello che c'è da fare lo aveva detto Gramsci: studiare. Non dovrebbe poi essere difficile capire che cosa, visto che siamo nella crisi economica più protratta della nostra storia. Ma evidentemente la durezza del vivere è distribuita in modo molto disuguale, e non possiamo chiedere a chi non ha certi problemi di adoperarsi non dico per risolverli, ma per ammetterne l'esistenza.

mercoledì 15 maggio 2024

Nichilismo e pensioni

(...oggi ho spiegato su Facebook un paio di cose su come funziona "er monno", a beneficio dei tanti amici - del PD - che ci soccorrono coi loro consigli disinteressati:


"Er monno de #aaaaabolidiga" funziona come tutti gli altri mondi, come tutte le altre esperienze di vita sociale: ci sono fasi, e ci sono ruoli. Quello che vedete "da fuori" è la declinazione di questa semplice verità, alla portata di tutti voi, perché ognuno di voi ha una vita sociale, che attraversa fasi, e in cui riveste ruoli, che mutano con le fasi. Ad esempio, in una fase come questa, in cui la principale emergenza è senz'altro quella democratica, è del tutto naturale che per conquistare consenso si coinvolga chi ha saputo porre questo tema all'attenzione di tutti con un libro che nei fatti è una difesa appassionata e lucida del diritto di esprimere il proprio pensiero. Quando l'emergenza era quella economica, cinque anni dopo che la mannaia dell'austerità era calata amputandoci la crescita, incombeva agli economisti il compito di esporsi al fronte, era quello il loro ruolo. Ora la fase è cambiata. I "mercati" (sarebbe meglio dire: i mercanti) non ci hanno ucciso, seguire i loro consigli ci ha debilitato, come ampiamente previsto qui, ma agli altri sta andando peggio e non siamo sotto attacco. La minaccia più imminente deriva oggi dal fatto che dopo il suo infame tradimento, quello con cui ha consegnato ai mercanti i suoi elettori, perché venissero stritolati da queste politiche:


(ricordo che le parole sono di Draghi) la sinistra ovviamente non trova spazi argomentativi al di fuori della delegittimazione e della tacitazione in qualsiasi modo e al costo di qualsiasi violenza dei suoi interlocutori. Tutte cose che qui abbiamo già visto e subito, come ricorderete. Ma la stessa perdita di freni inibitori che porta la sinistra a parlare liberamente di guerra (santa, va da sé) la porta a non distanziarsi da atti di squadrismo sempre più violenti: non dobbiamo farci illusioni, nessuno scenario va escluso, in nome del Leuropa o de Ilclima immagino che qualcuno possa senza troppe remore giustificare o propugnare perfino la lotta armata, se il buongiorno si vede dal mattino, e allora forse è opportuno che l'attenzione non dico passi, ma si allarghi anche a questi temi di libertà, che qui sono sempre stati centrali, ma trattati in una chiave volutamente elitaria (li grafichi, 'e tabbelle, ricordate? Tutte quelle cose che gli amici - del PD, come poi s'è capito - mi dicevano di non mettere, altrimenti il mio discorso non sarebbe stato coinvolgente...).

Altro esempio: oggi, come dieci anni or sono, sarà Claudio il nostro candidato, e come dieci anni or sono oggi ripeterei e ripeterò la mia stessa identica dichiarazione di voto di dieci anni fa, che, al rileggerla, mi sembra non abbia poi perso freschezza. Certo: alcune cose sono cambiate, è sufficientemente ovvio. In particolare, sono ritornato sulla mia scelta di non impegnarmi in un ruolo politico, nonostante che sia ancora del tutto sottoscrivibile il fatto che in Italia ci sia, cioè ci sarebbe, bisogno di una voce autorevole, ma indipendente e terza. Alla terzietà ho rinunciato: ho barattato un po' dell'autorevolezza che mi derivava dal non essere parte in causa con una quantità insospettata di conoscenza del funzionamento della macchina. Alla fine lo scambio è stato vantaggioso, e ora il mio ruolo non è più quello di alfiere, ma di uomo macchina, e a quel ruolo mi dedico, con disciplina e abnegazione, contro le previsioni di chi, imputandomi un narcisismo irredimibile, pronosticava una mia inguaribile incapacità di stare al posto mio. L'alfiere ancora oggi è Claudio, e la scelta di questo ruolo, che Claudio sta assolvendo con la consueta abnegazione e genialità (guardate ad esempio #ilComunepiùBorghidItalia:


scaturisce anch'essa dai ruoli che la squadra ci ha assegnato. Da Presidente di una bicamerale delicata era più opportuno che mantenessi un profilo "basso", perché questo mi consente di intervenire in modo sufficientemente chiaro nelle sedi istituzionali senza che mi venga contestato il movente di una facile cattura del consenso:


e così al fronte la community schiera Claudio. Ognuno di noi si impegna in squadra nel ruolo - visibile o non visibile - che chi ci coordina ci attribuisce. La nostra forza è questa, e le accozzaglie di fetecchie narcisiste che si propongono come alternativa "pura e dura" semplicemente mancano di massa per essere una squadra e di capacità critica per agire come squadra. La soddisfazione di portare quello che ogni giorno porto alla causa mi compensa dalla frustrazione di non potermi intrattenere più a lungo con voi o di non poter girare a raccogliere applausi in giro per l'Italia - soddisfazione che peraltro con l'intento di sostenere i candidati mi sto comunque concedendo:


(con l'occasione vi segnalo la necessità di iscrivervi al canale dell'Insorto: Fausto è tornato, l'ho preso nella mia segreteria, perché le squadre funzionano così: no man left behind!m mi sta aiutando, e voi aiutatelo con sottoscrizione e campanellina...).

Il post che volevo scrivervi oggi riguarda proprio il mio ruolo in Commissione Enti Gestori, dove domani avremo il piacere di ricevere Assogestioni che ci parlerà di previdenza complementare. Ma per arrivare al punto devo partire da un po' lontano...)



Un'amica cui tengo molto mi ha segnalato questo evento:

sollecitandomi in particolare ad ascoltare l'intervento di Giorgio Matteucci, che inizia attorno al minuto 40 del video. Le cose da dire sarebbero molte, e molte ne diremo nel prossimo evento che a/simmetrie sta organizzando per il 10 luglio (con De Martin, Frezza, Tafani, e appunto anche Matteucci). Il punto che mi ha colpito di più, del quale secondo me nemmeno l'autore ha colto pienamente la verità e la pregnanza, è quello in cui l'autore evidenzia come la perenne ansia impostaci dalla "governance" sovranazionale di inseguire un futuro che non c'è si traduca in un sostanziale nichilismo, nella negazione del valore del presente, che viene visto non nella sua attualità di momento in cui concretamente si realizza la nostra esistenza, ma solo nella sua potenzialità di momento preparatorio di un futuro "migliore", che sarà il vero tempo in cui varrà la pena vivere, salvo scoprire, una volta arrivatici, che esso è un altro presente da negare in funzione di un ulteriore futuro.

Questa è la retorica del mondo dell'istruzione ("formare a professioni che non ci sono ancora..."), ma questa è, in generale, la retorica della sinistra, del progressismo, che, come vi dicevo ieri, è passato dalla negazione del passato in nome del "mai più" (come abbiamo imparato da Michéa), dalla proiezione verso il futuro visto come necessariamente, ontologicamente migliore del presente (il "progressismo" è innanzitutto questa visione rettilinea della storia), a una ulteriore radicalizzazione: non più la negazione del passato perché il futuro sarà migliore, ma la negazione del presente affinché il futuro sia migliore!

C'è una logica in questo: la visione rettilinea della storia non va più tanto di moda. Non tutti sono esperti di cointegrazione, ma sul fatto che rispetto ai "trenta gloriosi" abbiamo perso terreno chi c'era non ha dubbi! Il fallimento del nostro presente si ritorce contro chi in passato ce l'aveva indicato come un radioso futuro, illuminato dal sol dell'avvenire, e l'ovvia ritorsione qual è? Ovviamente quella di dire che se il futuro di ieri, cioè il presente di oggi, non ha mantenuto le promesse sinistre, la colpa è nostra: non ci siamo abbastanza sacrificati nel passato (cioè nel presente di ieri) e non ci stiamo sacrificando abbastanza oggi (cioè nel passato di domani) per poter aspirare a quello che non ci siamo meritati: un futuro di ieri, cioè un presente, decente, e che non ci meriteremo: un futuro di oggi, cioè un domani, migliore.

La sinistra sposa così non solo come tributo, come guidrigildo del pactum sceleris che la lega al grande capitale internazionale, ma come strumento dialettico che le apra uno spiraglio di sopravvivenza, la logica paternalista dei "sacrifici" che un tempo imputava all'odiato "neoliberismo". Come si cambia, non "per non morire", ma durante la putrefazione...

Ora, il problema di questa retorica futurologa, di questo nichilismo antiumano e antiumanistico (non solo perché nec minimum credula postero, ma anche perché le "professioni del futuro" sono ovviamente la dittatura delle STEM), è che non funziona. Il 10 luglio vedremo meglio perché non funziona nel campo dell'istruzione (nell'intervento di Matteucci c'è già molto), e qui mi limito a ricordare perché non funziona in ambito economico.

Pensare di risanare i conti di un Paese con l'austerità è esattamente come pensare di inventare un'ascensore mettendo i piedi dentro a un secchio e tirandone su il manico. Se si insiste non solo si resta dove si è, ma ci si fa del male. La distruzione di Pil, necessaria (come dice sopra Draghi) per recuperare competitività, è però nociva per il risanamento dei conti di qualsiasi operatore pubblico o privato. Lo abbiamo visto:

1) qui con riferimento al rapporto debito/Pil (aumentato);

2) qui con riferimento al primo pilastro previdenziale (messo in oggettiva difficoltà dal calo del gettito contributivo indotto dal mix di disoccupazione e taglio delle retribuzioni);

e oggi, lellero lellero, arriva Panorama a dirci quello che, in qualche modo, ci dirà domani anche Assogestioni (e che ieri pomeriggio mi avevano detto in un incontro privato ma non riservato i rappresentanti di AEPI e Ancot):


Ma tu guarda! Ci informa compunto Panorama che se un giovano ha un salario di ingresso di 1600 euro e vive a Milano gli risulta complesso accantonare almeno 160 euro al mese per costruirsi una seconda pensione integrativa. La dottoressa Grazia Arcazzo, economista di rango internazionale (insegna a Princeton) e massima esperta mondiale di sistemi pensionistici, saprebbe spiegarci con dovizia di dettagli tecnici le ragioni di questa difficoltà, per la quale qui mi affido alla vostra intuizione.

Aggiungerei che se un autonomo deve versare dei minimi contributivi attorno ai 4000 euro l'anno (e a salire) per assicurarsi la pensione obbligatoria, ci sta anche che non riesca ad accantonare per la facoltativa.

Ve la metto giù piatta: l'idea che per avere uno stipendio decente bisognasse averne due ce l'hanno fatta digerire presentandocela sotto le nobili vesti della lecita aspirazione di tutti all'indipendenza economica e all'emancipazione. Scopo nobile, che però avrebbe comportato, una volta raggiunto, che in famiglia si guadagnasse il doppio: invece, se va bene, il tenore di vita che si riesce a permettere lavorando in due è più o meno quello che si aveva quarant'anni fa con un solo stipendio, o almeno questa è la percezione (in termini di capacità di risparmio, di tempo libero disponibile, ecc.; qui ci sono anche tante variabili sociologiche da considerare, ma insomma accontentiamoci anche qui della percezione).

L'idea che per avere una pensione decente bisognasse averne due è stata invece condita con la retorica dei sacrifici e con una narrazione truffaldina di cosa fosse il "contributivo": non un sistema (a capitalizzazione), ma un metodo di calcolo il cui scopo era quello di abbattere il tasso di sostituzione (il rapporto fra prima pensione e ultimo stipendio), rendendo così necessario ricorrere al "secondo pilastro", da finanziare con quello che resta di uno stipendio sempre più striminzito (perché "we have pursued a deliberate strategy of trying to lower wage costs") al netto di una contribuzione obbligatoria sempre più onerosa (perché il taglio dei salari ha ridotto l'ammontare dei contributi e quindi si devono innalzare le aliquote contributive nel tentativo di riportare il montante al livello precedente).

Un avvitamento senza fine verso un abisso di miseria e disperazione che nasce dall'ignoranza: l'ignoranza delle frazioni improprie, come spiegato qui.

Non solo l'austerità, distruggendo gli investimenti, ha distrutto la crescita. Non solo l'austerità, distruggendo la crescita, ha fatto aumentare il rapporto debito/Pil. Non solo l'austerità, abbattendo salari e pensioni, ha ridotto il gettito fiscale e contributivo compromettendo la sostenibilità delle pensioni obbligatorie future. Ma ha anche impedito lo sviluppo di quei fondi pensione, di quelle pensioni complementari a capitalizzazione, che nei sistemi finanziari progrediti cui in teoria certi "tecnici" aspirerebbero a traghettare il Paese, sono il motore di crescita dei mercati finanziari e quindi, secondo loro, dello sviluppo del Paese.

Il discorso di morte dei Draghi, dei Monti, del PD, è lugubremente contraddittorio: se volessero quello che dicono e dicevano di volere è del tutto ovvio, come lo era allora, che non avrebbero mai dovuto fare quello che allora ci dicevano fosse necessario, e oggi ci confessano essere stato dannoso.

Ma questi "errori" tecnici, che errori, come sapete, non sono, ma strategie deliberate di redistribuzione del reddito dai piccoli ai grandi, non sarebbero stati accettati, o almeno non sarebbero passati inosservati alle loro vittime, se non fossero stati sostenuti dalla macabra retorica nichilista della sinistra.

Questa è la responsabilità politica dei moderni collaborazionisti, e a questa responsabilità dovremo richiamarli a giugno.

venerdì 18 agosto 2023

Quota 1883

Da questa buca:


un soldato dell’invincibile Wehrmacht controllava questo territorio:


Com’è andata a finire lo sapete. Oggi i “bellaciao” sono, in piena e indiscutibile buona fede, da questa parte della linea Gustav, quella sbagliata (così ha decretato la SStoria). Un paradosso su cui riflettere, come qui abbiamo fatto per anni. Forse la sintesi più efficace di quanto ci siamo detti qui è questa: la rimozione del conflitto, l’afflato irenico delle signorinə di buona famiglia, non è composizione del conflitto, ma anzi, involontariamente, si traduce spesso nella sua esasperazione. Tralascio la consueta citazione di Rilke, che ce lo aveva detto.

E ora, visto che ho espugnato quota 1883, tengo la posizione, in fiduciosa attesa dell’ebollizione globale, e in compagnia di giumente e puledri, testimoni indifferenti di questa e altre imprese.




martedì 30 maggio 2023

Effetto botte

(...contravvenendo a una delle regole di questo blog, per una volta mi occuperò di attualità, ma non solo...)

In un filmato di repertorio, l'incontro fra la nuova segretaria del PD e il suo elettorato naturale:

Esaurito con questo colto richiamo al cinema d'autore, commosso ed accorato omaggio alle mie radici di sinistra, il commento al fatto del giorno, consentitemi di trarre da questo fatto un paio di lezioni utili per gli altri, ma anche e soprattutto per noi.

Lo scorso mese di febbraio il mio lavoro di pastore d'anime mi portava a Milano. Nel Frecciarossa incontro un* colleg* del PD e il discorso ci porta naturalmente a commentare il congresso prossimo venturo, quello che poi avrebbe eletto la Schlein. Con un certo stupore apprendevo dal colleg* che secondo l*i la Schlein, che era la peggiore delle segretarie possibili, aveva in realtà ottime probabilità di farcela. Io manifestavo stupore: ma come!? E Bonaccini, tutto RayBan e maniche rimboccate,  Bonaccini, l'allegoria del fare e del buongoverno (come dimostrano i risultati)? Non era lui il candidato naturale?

La risposta mi lasciò di stucco: "Sì, ma la Schlein è nuova, e alla gente piacciono i volti nuovi! Però sarà un disastro...".

L'aneddoto dimostra che esistono forme di vita intelligenti perfino nel PD (nonostante l'atmosfera sia ivi satura di quel potente corrosivo della logica che è l'eurismo: ma ci sono intelligenze particolarmente "resilienti", soprattutto quando ne va della loro carriera...).

Questo però non è l'unico insegnamento che l'aneddoto fornisce.

Ve ne evidenzio altri.

Intanto, una delle conseguenze dello svilimento della politica è che siccome "li politichi sò tutti uguali, è tutto un magna magna, se sò magnati tutto", le scelte non solo degli elettori, ma anche delle classi dirigenti, sono indirizzate sempre più da caratteri esteriori (la novità!), più che da un disegno strategico che nessuno ha il tempo né la voglia di comporre, per il banale ma determinante motivo che non ha la certezza che ne valga la pena. Come nel classico beauty contest keynesiano, each competitor has to pick, not those faces which he himself finds prettiest, but those which he thinks likeliest to catch the fancy of the other competitors. Con un lieve adattamento: ogni partito non sceglie il candidato (segretario, sindaco, ecc.) che trova migliore, ma quello che pensa sia più adatto a sollecitare l'immaginazione dell'elettore. Quindi se si pensa che gli elettori vogliano "il nuovo" (che avanza), ci si impegnerà a darglielo, anche quando si è consapevoli che il nuovo arretrerà.

È la totale, irrevocabile abdicazione al ruolo di guida, di mediazione culturale, di proposta, di alcuni partiti, che operano circoscritti nell'ambito di una logica puramente passiva, una logica di intercettazione un po' a tentoni di un consenso non formato (shaped) da loro con la loro visione, ma da altri (in estrema sintesi: i media) col loro marketing.

A monte di questo moltiplicatore (keynesiano!) del degrado, naturalmente, c'è lo smantellamento dei partiti, la demonizzazione delle ideologie, l'appiattimento delle idee sotto un conformismo sempre più schiacciante, assistito dalla morte del pluralismo (su cui qualche parolina dovremo dire), che conduce alla totale incapacità di dare una visione alternativa organica, non banalmente appiattita sulla facile retorica del "nuovo". Ci sono insomma tutte quelle correnti culturali che vi hanno condotto all'idea che sareste stati più forti se aveste indebolito i vostri rappresentanti. Se Dio vuole, le prime vittime di questa ideologia fascista (perché antiparlamentare) in questa fase sembrano essere quelli che l'hanno propugnata. Ma non è un pericolo che corrono solo gli altri, beninteso, altrimenti non ve lo metterei in evidenza. Il grillismo scorre potente anche fra noi e credo sia meglio esserne consapevoli.

Poi c'è un altro aspetto, più delicato, che l'effetto botte (prese dalla Schlein, metaforicamente) mette in risalto, ed è il fallimento dell'idea che mobilitare minoranze vocal sia la strada maestra per ottenere un consenso di massa. Sarò brutale (con voi, perché con lei lo sono stati gli elettori): lo capite sì, o lo capite no, che il #semomijoni non funziona? Anche iGGiovani sono mijoni (nonostante l'inversione della piramide demografica), anche i LGBTQI+ sono mijoni, magari non sono mijoni i locatori e i conduttori di uteri, ma sono molto vocal, ma insomma ci siamo capiti: creare in gruppi specifici, che nessuno vuole attaccare, un senso di urgenza e di minaccia gridando all'omofobia (che non c'è) o alla pensione dei padri che distrugge il futuro dei figli (mentre in realtà ne mantiene il presente) è una strategia che nei social, nei parterre televisivi, in alcuni sondaggi, può sembrare vincente. Poi c'è la realtà, che è un'altra cosa.

Quello che vale per i #semomijoni "de sinistra" vale anche per i #semomijoni "de destra". Rinuncio ad elencarveli: ne abbiamo parlato tanto, il loro unico impegno visibile è stato quello di spalarci merda addosso per anni, il loro unico risultato è stato non ottenere alcun consenso elettorale. Ci sono fasi in cui il messaggio "forte" in tutta evidenza non aiuta, né da una parte, né dall'altra. Questo ovviamente non vuol dire che si debba rinunciare alle proprie idee. Vuol dire che il consenso attorno ad esse va creato con altri mezzi e per altre strade, meno appaganti in termini di "like", ma più decisive in termini di conquista del potere.

So che spiace a molti di voi. Tutto il blaterare su "la strateggiah" si sgretola di fronte ai numeri. Anche chi, concettosamente, sentenziava che "fra l'originale e la copia l'elettore sceglierà l'originale" oggi deve battere in ritirata. Sarà vero (?) che una certa prudenza tattica su certi temi avvicina il discorso della destra a quello della sinistra, ma non mi sembra che questo porti gli elettori a preferire la sinistra! Di converso, lo spread a 500 e i titoloni dei giornaloni (nazionali e 'ndernescional) a una e una sola cosa servirebbe: a impedirci di proseguire nel nostro lavoro di contendere il potere a 80 anni di cattocomunismo. So che a tutti i nemici e a molti amici questo farebbe piacere, perché preserverebbe le loro quote di mercato. Ma purtroppissimo noi dagli errori impariamo: da quelli degli altri, come stiamo cercando di fare oggi, e dai nostri.

A presto!