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lunedì 15 giugno 2026

Come andrà a finire?

A meno che non troviate una convincente spiegazione del perché questa volta dovrebbe essere diverso, andrà a finire come le altre volte in cui un partito si è presentato come non compromesso con le logiche del potere e in quanto tale non disposto a alleanze e mediazioni.

Cioè così


(...da soli non si va da nessuna parte, neanche col 51%, quindi chi vi dice che andrà da solo o non sa di che cosa parla, come a suo tempo gli ortotteri, o magari vi sta prendendo in giro. Poi non lamentatevi: sapete che qui siamo avanti...)

domenica 7 giugno 2026

Narcisismo e trasformismo, ovvero sangue e merda

Il personale è politico! Pensavate fosse il momento degli ideali?

Ahimè no! È, molto più prosaicamente, il momento del sangue e della merda, per usare la nota definizione di Rino Formica. C’è un motivo molto semplice alla base dell’improvviso desiderio di purezza ideale che coglie molti eletti, spingendoli ad abbandonare un partito che secondo loro “avrebbe tradito”: è la paura di non essere rieletti (o la frustrazione per non aver ricevuto compensazioni a fronte di una mancata ricandidatura o rielezione). Non dico nulla di nuovo, nulla che non sia reperibile nelle pieghe degli organi di stampa, nulla che gli addetti ai lavori non sappiano e i non addetti non possano sapere (e un esempio lo avete nel post precedente). 

A mio avviso i sondaggi non andrebbero letti, ma, se li prendiamo come ipotesi di lavoro, quello che dicono a un partito come il nostro è che metà dei parlamentari non rientrerà in Parlamento (e uno potrei essere tranquillamente io, peraltro). A questo punto, giocarsela passando con un movimento che è sulla cresta dell’onda per merito del suo leader, ma soprattutto di chi da sinistra gli sta facendo pubblicità, è una scommessa che si può essere tentati di giocare. Meglio capolista col 4%, soprattutto in una regione grande, che riempilista con l’8%.

È una mera questione di numeri, certamente non c’entrano gli ideali, e forse non c’entra neanche la morale. Un ragionamento simile, come fa notare oggi Daniele Capezzone, può essere fatto anche da persone dabbene (ricordiamoci tuttavia che esiste anche la dabbenaggine):


Fatto sta che, se volete evitare delusioni, esorterei a evitare ragionamenti del tipo: “Non fa niente se è un voltagabbana, l’importante è che sappia e dica qual è la battaglia da combattere!”

Ecco, da questa linea di pensiero, dall’idea che l’importante è l’obiettivo, o meglio: il proclamare l’obiettivo, e che se si proclama l’obiettivo giusto si può prescindere da onore e lealtà, mi permetto sommessamente di dissentire.

Il fatto è che quando entri in politica capisci innanzitutto che le idee camminano sulle gambe delle persone, e poi che di verità in competizione ce ne sono tante, e quello che porta ad affermare l’una sulle altre è in definitiva la qualità delle persone. Ora, visto che un po’ per forza di cose (non possiamo nasconderci che il nostro paese sia da anni oggetto di aggressioni esterne), e un po’ per contingenze estemporanee (pare che ci sia un generale che vuole diventare un leader politico), abbiamo tutti adottato un lessico marziale, vi chiedo di fare una semplice riflessione: vi fidereste di un soldato che va a combattere solo se sa di vincere la battaglia? È utile un soldato di questo tipo?

La risposta la sapete bene, ed è inutile che ve lo dica io. I “puri e duri”, vi ricorda oggi Capezzone, sono soldati di questo tipo: non truppe scelte, disposte a immolarsi e capaci di farlo, ma bocche da sfamare, fra l’altro disponendo di una fureria un po’ sguarnita e disorganizzata.

Peraltro, l’idea che “purché dica la cosa giusta“ il tale o il tal altro personaggio possano anche permettersi di comportarsi in modo discutibile è fallata intrinsecamente. Se io sono riuscito a rendere credibile e a diffondere nel vasto pubblico la critica all’unione monetaria è innanzitutto perché mi sono scrupolosamente tolto di ritorno quelli che “la cosa giusta“ la dicevano in modo sbagliato. In molti mi avete criticato per aver tenuto lontano dal mio blog e dalla mia community certi personaggi (inclusi alcuni recenti voltagabbana), per aver fin dal 2012 sbattuto la porta in faccia ai grillini (e all’epoca ero di sinistra), per essere stato sempre molto esigente nel richiedere qualità scientifica e umana alle persone che mi accompagnavano nel mio lavoro di divulgazione. Ma io so di aver fatto la cosa giusta, perché il rischio era quello di essere screditati. Un rischio che con l’esposizione politica è ovviamente aumentato, non diminuito.

E quindi?

E quindi la disciplina e l’onore sono importanti. Quelli di voi che trascureranno questo dettaglio, e per la soddisfazione narcisistica di aver votato “quello che dice le cose giuste“ si affideranno a una classe politica di risulta, saranno delusi e avranno aiutato il PD. Va bene tutto: basta solo che poi non veniate qui con il mio blog a piagnucolare, dicendomi che avevo ragione, come avete fatto quando siete stati delusi dai grillini.

sabato 6 giugno 2026

QED 116: Rinaldi

Luca De Grandis ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Volevano uscire dall'euro...":

Come un fulmine a ciel sereno apprendo oggi del passaggio di Rinaldi con il generale, per portare avanti le stesse battaglie che state già affrontando da anni come Lega. Essendo allineato al suo pensiero sul partito di Vannacci, ed essendo Rinaldi una delle figure storiche della comunity che non esiste, non riesco a capacitarmi di questa decisione di un insospettabile come Antonio.

Pubblicato da Luca De Grandis su Goofynomics il giorno 6 giu 2026, 13:07


Cortese utente di questa infrastruttura sulla cui gratuità sto cominciando a pormi delle domande, mi permetta, da ecclesiarca (cioè da gestore della community) di rettificare un paio di lievi imprecisioni al suo commento, nonché di aggiungere un paio di elementi fattuali, che, nonostante provengano da fonti aperte, probabilmente solo gli addetti ai lavori avranno notato, ma certamente la aiuteranno a riconciliare i nudi fatti con i suoi leciti pregiudizi (positivi).

Intanto, la esorto a consultare l'elenco delle apparizioni di Antonio al convegno fondativo della community: tre, con un buco di dieci anni fra la seconda e la terza. A titolo di confronto, la esorto a consultare l'analogo elenco riferito alle apparizioni di Claudio o Benedetto (che sono un buon benchmark per il concetto di "figura storica della community").

Dato che lei è qui in modo documentato dal 2015, potrebbe esserle sfuggito questo post del 2014 di cui l'odierno post è il QED.

Vede, le spiego...

Io non so chi e quando mi pugnalerà alle spalle: se lo si potesse sapere, nessuno verrebbe pugnalato alle spalle, e la storia dell'umanità avrebbe preso un altro corso (probabilmente peggiore, perché non dimentichiamo che...). Di una cosa però sono istintivamente certo: che chiunque mi si avvicina con lusinghe e blandizie è un potenziale accoltellatore! Per questo, a chi mi fa tanti complimenti, io di solito rispondo in modo molto rude: "La ringrazio ma anche basta, i complimenti preferisco farmeli da solo, almeno sono certo di capirne il motivo!".

E questo è un primo setaccio. 

In questa ewige Wiederkunft des Gleichen che è la politica alcune costanti ricorrono con l'uggiosa regolarità di una stagione poco amata: una è che quelli che pigliano e partono senza dirti un accidenti sono gli stessi che "tu per me sei un riferimento, io mi muoverò solo d'accordo con te..." e via spergiurando. In questo senso il caso di Antonio non è diverso, si parva licet, da quello di altri personaggi politici di rilievo, come Lorella Parissse (già coordinatrice Lega della Marsica) o Maria Di Domenico (già coordinatrice Lega di Teramo), entrambe uscite dopo aver "tuonato" sulla stampa locale (e le cui uscite sono state un "terremoto" di cui sicuramente avrete avuto notizia, giusto?). Ovviamente né Lorella né Maria, come il compianto Antonio, mi avevano risparmiato la loro untuosa ammirazione. Quindi sapevo cosa aspettarmi, in tutti e tre i casi.

Eh, sì, perché vede, il passo chiave del post del 2014 (il primo dei dieci anni di disimpegno di Rinaldi dalla community, un disimpegno coatto che peraltro non era sfuggito agli organi di stampa), è questo:


"faranno il cazzo che gli passa per la testa... il che se va bene danneggia solo loro, ma molto spesso anche voi."

Che, se ci fa caso, prefigura ampiamente quello che è appena successo.

QED.

Nel leggere quel post il povero Antonio Triolo, con cui seguivamo all'epoca lo sgomitare dell'altro Antonio nella galassia "de destra", stava per lasciarci le penne dalle risate! Non ricordo se lo fece poi leggere a Giorgia Meloni, presso di cui all'epoca Antonio cercava sponda, ma tant'è. Ora Antonio ha trovato il suo approdo (anche Triolo, purtroppo), e io il mio QED. Molti mi accusarono all'epoca di essere troppo severo. Ora sanno che avevo ragione io. Strano, non succede mai...

Chi entra in politica fa voto di obbedienza, nonché immediata esperienza del karma. A me, che avevo scritto questo, e prima questo, toccò presiedere le commissioni riunite 6° e 11° mentre approvavano il reddito di cittadinanza, e naturalmente a me che avevo scritto questo toccò ritrovarmi "tu per me sei come un fratello" come compagno di partito.

Questo per quanto riguarda la parte community, che possiamo chiudere sostanzialmente con un "il fatto non sussiste".

Certo, non voglio negare che Antonio sia diventato, grazie alla sua spontaneità comunicativa e al fatto di essere entrato nel cono di luce di Goofynomics (fu lui a mandarmi una copia del suo libro, nel lontano 2013), un'icona del dibattito. Lo hanno aiutato in questo percorso anche le scimmie urlatrici della comunicazione, quelle stesse che hanno pompato (ad esempio) la Ravetto (altro personaggio che ha dato prova di affidabilità). Pomparono così anche lui, che aveva tutte le prime serate, quando già era ovvio che questa visibilità non l'avrebbe poi potuta spendere, per il semplice fatto (oggettivo) che nel 2024 c'era meno spazio che nel 2019, e che quindi, per evitare di cannibalizzarsi a vicenda, occorreva che uno dei due candidati forti in Centro Italia facesse un passo indietro. Lo fece Antonio, con una certa eleganza, anche se non riuscì a evitare che qualche giornalista rimarcasse il carattere spintaneo di questa scelta, in compensazione della quale gli erano state prospettate due opportunità di valorizzazione, una chiaramente sovradimensionata (ENI, che infatti personalmente gli avrei risparmiato, ma chi sono io?...), l'altra più plausibile (COVIP), entrambe terminate con una frustrazione che, lo dico con autocritica, sarebbe comunque stato più umano evitargli (ripeto: almeno la prima...). A me, peraltro, sarebbe piaciuto (perché umanamente mi sta simpatico ed è una persona preparata e integra) che Antonio diventasse con me co-vigilante del mondo previdenziale. Nell'opzione COVIP avevo creduto e se vi dovessi dire perché è andata a finire male non saprei quale scegliere fra le varie versioni che mi sono state raccontate.

Ma insomma, per chiarire le cose a chi non si rende conto di quanto è complessa la macchina e di quante scelte devono essere prese, monitorate, messe a sistema, il fatto è che:

Rinaldi : COVIP = Ravetto : ARERA

(e notate bene che anche se nel blog che non esiste potrei dire il cazzo che mi pare, non vi sto dicendo alcunché che non sia o fosse desumibile da fonti aperte)!

Si potrebbe inoltre argomentare (perché è andata così) che:

Rinaldi : Ceccardi = Ziello : Ceccardi

(nel senso che Susanna, con la sua forte personalità e il suo forte consenso, oggettivamente veniva percepita come un "tappo" da entrambi questi colleghi, se pure in modi e tempi diversi).

Insomma: indipendentemente dalla qualità delle persone (nel caso de quo, una qualità di cui ci siamo senza sforzo privati per dieci anni chiarendone anche il perché nel post di cui oggi si celebra il QED), è sufficientemente ovvio, e non è un giudizio di valore sulla persona, che chi se ne va è perché non è contento di dove si trova, e questo scontento, che naturalmente può essere motivato per i gonzi su base ideologica, fattualmente dipende sempre da circostanze più concrete, come il non aver ottenuto qualcosa che era stato promesso, o la ragionevole certezza di non trovare spazio al prossimo giro. Ma naturalmente per il pueblo i "poltronari" sono gli altri: quelli che tengono la trincea mangiandosi il loro quotidiano cucchiaino di crema di cacao!

Ci siamo abituati e non ci impressiona.

Quindi tutto bene? No, naturalmente no (altrimenti la politica a che servirebbe?). Ma attenzione a chi vi canta la canzoncina che tanto vi piace: nelle pieghe di questo blog, anche quando ve lo siete dimenticato, anche quando per motivi anagrafici o cronologici non avete potuto leggerlo, c'è sempre la spiegazione a tutto quello che succede, o è successo, o succederà.

E così, è strano come un fulmine a ciel sereno, visto da Goofynomics, somigli a un QED.


(...a, voi per me siete come dei figli, siete i migliori lettori che un blogger potrebbe desiderare, sono ardentemente ansioso di leggere i vostri commenti che sicuramente mi apriranno orizzonti inconsueti e insospettati e dei quali con la massima diligenza e scrupolosità terrò conto, perché voi per me siete come dei fratelli...)

venerdì 15 maggio 2026

#midterm

Diciamo che dopo l'esperienza di un paio di anni fa ho deciso di non farlo più, ritenendo che se ne aveste avvertito l'esigenza ci sareste venuti, e se non ci eravate venuti era perché non ne avevate avvertito l'esigenza, che quindi potevamo archiviare.

D'altra parte, se #aaaaabolidiga non viene al #goofy (perché non ce la invitiamo più e perché onestamente non le si può chiedere un simile sacrificio), resta comunque utile che il #goofy vada alla politica, e così abbiamo messo su all'aula dei gruppi e col "cappello" del Dipartimento Economia Lega qualcosa di simile il più possibile ai nostri incontri, con tre relatori di a/simmetrie e altri relatori che potrebbero (e forse dovrebbero) interessarvi. L'evento è concepito a beneficio (potenziale) di chi una certa visione del mondo non l'ha mai incontrata, ma certamente se vi trovate a passare faranno entrare anche voi, purché vi registriate come specificato nella locandina avvertendo la mia segreteria (perché la sala è piccola: normalmente non ne servono di più grandi...):

So che molti lo hanno già fatto sulla fiducia dopo avermi sentito annunciare questo convegno in diretta Facebook. A loro, e a chi non ne sapeva niente, fornisco la locandina qui, dove tutto è nato...


(...obbligo di giacca per i signori...)

domenica 3 maggio 2026

Cagliostro

Oggi parlavo con un amico che fa un mestiere per certi versi simile al mio: non ha orari, e la gente lo cerca solo quando ha problemi che lui deve risolvere. Siccome in questo momento ho un problema io, ne è nato lo spunto per qualche minuto di allineamento, nel corso del quale gli ho sentito dire una cosa che sarebbe sì ovvia, ma alla quale nessuno mi sembra presti mai sufficiente attenzione. C'è un modo molto semplice per capire se quello che stiamo facendo è utile: vedere se infastidisce il nemico.

Giovedì, ad esempio, sono salito per un momento a quota periscopica e gliene ho sganciato uno che gli ha fatto del male, a giudicare dalle reazioni:





(nell'ordine: Foglio, Repubblica, Verità e Sole 24 Ore).

Il Foglio naturalmente vince a mani basse, come sempre, ma ci sono almeno due livelli di menzogna trasversali a tutte queste prestigiose testate.

Il primo è che, per una volta, il perfido Borghi non c'entrava nulla (come ha anche precisato su Twitter):


e questo per un motivo fattuale e oggettivo: perché nella giornata in cui secondo gli operatori informativi in maggioranza si sarebbe litigato (mercoledì) lui era impegnato in missione col COPASIR in Libia. Una missione, fra l'altro, per nulla segreta, tant'è che gli operatori informativi ne erano a conoscenza, dal che dovremmo forse dedurre che, più saggi (ma solo in questo) di noi, gli OI (operatori informativi) non leggono le stronzate notizie che essi stessi scrivono.

Il secondo e più spudorato livello di menzogna è che mercoledì non lo abbiamo passato a litigare, per il semplice motivo che... non avevamo un testo su cui confrontarci!

Preciso: Claudio, sapendo che non sarebbe stato in Italia quando si presumeva che il testo della risoluzione sarebbe arrivato, mi aveva pregato di stare all'erta (ma lo avrei comunque dovuto fare, visto che si votava prima alla Camera), tant'è che io già domenica avevo chiesto alla nostra chat "Risoluzioni" (una delle tante con cui ci coordiniamo, e una delle poche non messe su da me) se stessero scaldando i motori. Quanto al testo, questa volta non aveva seguito il percorso abituale, che passa per gli uffici legislativi dei gruppi, ma era stato recapitato dai rapporti col Parlamento direttamente ai capigruppo, e a noi era arrivato dopo le 22 di mercoledì. Io me ne stavo beatamente a cena in orario per me inconsueto, e avevo appena mandato a Claudio un invito a uscire dal triangolo dei palazzi, in cui egli si annida per tessere le sue sordide trame, per raggiungerci al Quartiere Africano:


ma lui mi faceva notare che stava appunto atterrando di ritorno dall'Africa e non ne voleva sapere mezza di raggiungermi, avendo cenato appunto in Africa (il che rendeva superflua una cena al Quartiere Africano). Un'ora dopo questo messaggio, in orari in cui di solito mi trovo in fase REM (22:38, sempre di mercoledì), mi arriva un suo messaggio col testo della famosa bozza ricevuta dal suo capogruppo che l'aveva ricevuta dal ministro per i rapporti col Parlamento. Alle 23:07 metto questa bozza tecnica in chat per una valutazione politica, anche il mio capogruppo conferma di averla avuta per la stessa via, e se ne discute un po'. Io crollo (ovviamente), tanto il giorno dopo mi sarei dovuto svegliare presto, ma non prima di constatare alle 23:38 che gli OI ovviamente avevano già ricevuto e pubblicato la stessa bozza, su cui stavano costruendo una narrazione inconsistente (ma questa non è una notizia). In effetti il documento era molto notarile, come ci si aspetta da un documento redatto da tecnici. Tuttavia, non menzionare nemmeno l'eccezionalità della situazione in cui si trova il Paese (la famosa crisi di Schrödinger di cui ho parlato in aula) non sembrava politicamente molto opportuno. Insomma, c'era da ragionarci un po', ma intanto c'era da dormirci sopra.

Giovedì mi sveglio presto e, legittimato dal mio ruolo di responsabile economico del partito, faccio un rapido giro di consultazioni per capire se e con chi dovevo parlare. Alle 6:05 mando un messaggio al capo, alle 6:14 a Giancarlo, alle 6:18 a Riccardo, alle 8:08 a Foti, e alle 9:08 a Ciriani. Non entro nei dettagli, ma to make a long story short emerge (in ordine inverso) che Luca mi dice di non aver preso né dover prendere parte all'elaborazione del testo, Tommaso idem, Giancarlo mi chiede la cortesia di suggerire qualche revisione che precisi il senso secondo quello che lui aveva detto in audizione (dato che lui era già in aula ad ascoltare la DG), io eseguo, lui valida (come ha detto alla stampa), e poi io mi incarico di consultare i capigruppo di maggioranza perché si sentissero fra loro, dato che l'ultima parola naturalmente doveva essere loro. Il tutto in tempi molto risicati perché il testo andava consegnato alle 10:20. Alla fine i capigruppo, che sono ovviamente i responsabili dell'indirizzo politico di maggioranza, trovano accettabile il lavoro fatto e decidono loro di firmarlo e depositarlo nei tempi previsti.

Questa è la storia delle bozze avvelenate e dell'area inquinata, in cui il mio unico ruolo è stato quello di aiutare il centrodestra a evitare di fare una figura barbina non menzionando in alcun modo il bailamme che sta succedendo sui mercati internazionali.

Ora, qui ci sarebbero alcune considerazioni di merito e di metodo da fare. Anzi, ce ne sarebbero di infinite, ma proverò a farne solo alcune, nella speranza che possano aiutarvi a essere meno emotivi (o semplicemente meno sciocchi), o meglio a non farvi trascinare da qualche furbastro sull'insidioso terreno dell'emotività e del complottismo, dove gli OI vi attendono per fiaccare il vostro morale (bene prezioso in battaglia)!

Non so se riuscirò a gerarchizzarle nel modo corretto: diciamo che intanto procederò in no particular order, poi se mai vi aiuterò a prioritizzare.

Punto primo: il documento in oggetto era la risoluzione di maggioranza sul DFP 2026 (Documento di Finanza Pubblica). Secondo il rito europeo, questo documento, elaborato dal MEF, è presentato dal Primo ministro e dal Ministro dell'Economia e delle Finanze al Consiglio dei ministri che lo approva. L'approvazione aveva avuto luogo il 22 aprile (il mercoledì precedente). Sul valore e sul ruolo di questi documenti ci siamo più volte esercitati: la mia visione non è così radicalmente negativa come quella di Claudio, nel senso che penso che comunque un quadro programmatico di riferimento possa essere utile, anche se necessariamente, non fosse che per l'ovvio problema metodologico consistente nel fornirle in forma puntuale anziché intervallare, tutte le previsioni in esso contenute saranno false e non andrebbero quindi elevate a feticcio. Ma questo agli sciamani di Bruxelles non possiamo chiederlo. Fatto sta che l'onere di definire una programmazione economica spetta all'esecutivo, che il documento non è di per sé emendabile perché non è prodotto dal lavoro parlamentare, e che il Parlamento è chiamato a esprimersi solo con una risoluzione, cioè con un documento di indirizzo in cui indica al Governo in quale modo desidererebbe che il programma venisse realizzato, con quali accortezze, con quali priorità. Questo era appunto il documento di cui io avrei "spacciato bozze avvelenate".

Ora, non vi sfuggirà questa simpatica differenza fra la teoria e la pratica.

Esattamente come nel caso dei pareri sugli emendamenti, che a ogni votazione in Commissione o in Assemblea vengono dati prima dal relatore, per segno di rispetto verso il Parlamento, e poi dal sottosegretario in nome del Governo (ma in realtà è il sottosegretario che li ha portati al relatore, e quindi in seduta il Governo si conforma al parere che ha imposto al Parlamento, e il Parlamento non ha praticamente mai la forza di votare contro il Governo, anche se ne avrebbe in teoria la potestà), anche per le risoluzioni, che sarebbero atti parlamentari, è il Governo a scrivere il testo (cioè ad accettare di farsi dare dal Parlamento l'indirizzo che ha deciso di darsi da solo).

Fino a qui tutto bene, come disse quello che cadeva da un palazzo di 50 piani.

Immagino che a qualcuno di voi questa sembrerà una intollerabile violazione delle prerogative parlamentari, e, se evoluto, della sua propria sovranità di elettore, cioè di elemento di quel popolo cui la sovranità appartiene. Bene! Ma se aveste voluto contare qualcosa (per interposto rappresentante) vi sareste dovuti opporre all'abolizione dei vitalizi (che ha reso i parlamentari ricattabili dal Governo, perché se il Governo va a casa a seguito di un incidente parlamentare chi lo ha causato rischia di restare senza indennità!) e all'abolizione del finanziamento pubblico dei partiti (che ha reso i parlamentari dipendenti dal Governo, perché i partiti non hanno più, non potendole remunerare, le competenze necessarie per scrivere un testo di legge che abbia una sua tenuta). Tolti questi due presidi di democrazia, ora la democrazia funziona così, cioè al contrario: la Repubblica non è più parlamentare ma governativa. Questo è necessariamente un male? Non direi. Il problema, eventualmente, è un altro: che purtroppo esiste un livello superiore, quello europeo, che solo il Governo può effettivamente gestire! Sono i ministri che vanno ai Consigli dell'Unione Europea (Giorgetti all'ECOFIN), ed è il premier ad andare al Consiglio Europeo. Loro sanno che cosa succede lì, non possiamo andarci tutti e seicento, per ovvi motivi. Ne consegue, però, che visto che noi più di tanto non possiamo sapere che cosa succeda su quei tavoli, ovviamente dobbiamo fidarci di chi ci mandiamo, il che presuppone, ad esempio, che se in un momento delicato come questo a livello internazionale occorre redigere un documento politicamente sensibile, sia il Governo a prendere l'iniziativa di proporne una bozza, visto che è il Governo che sa quale negoziato sta facendo in Europa, quante partite sono aperte, e quali reazioni può suscitare una parola fuori posto.

E qui già immagino che avrò perso per strada molti di voi, che obietteranno (nei commenti). Non prevengo le obiezioni altrimenti perdo tempo, preferisco enumerare gli altri punti.

Punto secondo: nelle condizioni delicate in cui siamo, il mio intervento correva il rischio di essere inopportuno e di suscitare gelosie (e a giudicare dai commenti direi che il rischio potrebbe essersi materializzato). Perché? Perché la tempistica con cui la risoluzione era stata consegnata ai capigruppo lasciava intendere che, nonostante che questo non fosse stato esplicitato, il documento andasse considerato "blindato". Lo indicava anche un altro dato procedurale, cioè il fatto che fosse stata recapitata ai capigruppo senza passare dagli uffici legislativi di maggioranza, cui quindi implicitamente era stato chiesto di non apportare modifiche. Perché se è fisiologico che il Parlamento non possa nemmeno far finta di scrivere un documento che non tocca a lui scrivere (cioè il DFP), è viceversa abituale che faccia finta di scrivere il documento che tocca a lui scrivere (cioè la risoluzione), motivo per cui il testo normalmente arriva un pochino prima. Ad esempio, la bozza di risoluzione votata in aula mercoledì 11 marzo in vista del Consiglio Europeo del 19 marzo, in occasione della quale feci questo intervento in DG:

ci era arrivata dal Senato alle 18:11 del 9 (quindi due giorni prima, non la notte prima)! Inutile dire che in questi casi il giovane ed impulsivo Borghi si infiamma (il senile e mellifluo Bagnai tende a prenderla con più filosofia...). Ora, qual era il rischio che correvo intervenendo giovedì scorso? Che se in qualche modo l'intervento fosse stato considerato come una "riapertura" di un testo blindato, tutti i legislativi avrebbero voluto metterci becco, cosa di per sé assolutamente positiva, ma nelle circostanze specifiche poco pratica, perché su una somma di proposte le più disparate non si sarebbe mai trovata la quadra e quindi ci saremmo trovati con il testo base, sinceramente un po' anodino, nonostante che comunque menzionasse la flessibilità delle regole. Quindi dovevo farlo abbastanza tardi perché non si riaprissero le danze, ma abbastanza presto per non dover scavalcare il giudizio dei capigruppo, e in modo abbastanza incisivo perché il testo avesse un significato politico, ma non troppo incisivo per evitare che si alzasse un fuoco di sbarramento dalla forza europeista o da quella austera. Questo è il motivo per cui la parola "scostamento" (cioè deficit spending) non l'ho voluta scrivere (anche se necessariamente si finirà lì), e mi sono limitato a menzionarla nel mio discorso, e questo nonostante che qualche collega (indovinate un po' chi?) mi avesse detto di metterla come posizione negoziale (alla Trump), per poi tornare indietro alla versione più palatable. Ora, a parte il fatto che la mia indole è refrattaria al levantinismo, non amo mercanteggiare, e anche nel negoziato politico cerco di mettermi al posto dell'altro, di immaginare un possibile punto di caduta, e poi vado al tavolo con quello e cerco di non perdere tempo (non credo sia il modo migliore di procedere, comunque...), in questo caso, se anche avessi voluto entrare in modalità casba, di mercanteggiare non avremmo avuto tempo. Quindi, perché inserire termini controversi? Perché suscitare inutili polemiche qui e inutili allarmi altrove? Alla fine tutto è andato come doveva andare, chi nella Lega ha voluto parlare di vittoria Lega ha potuto farlo, e chi ha voluto dire di aver tenuto il punto lo ha detto. Non è meglio quando si è tutti d'accordo (ma il risultato lo si è portato a casa)?

Punto terzo: ma di che stiamo parlando da quasi un mese a questa parte? L'Italia è in procedura di infrazione perché l'ISTAT ha deciso così in base alla sua autonomia di giudizio (vedremo poi come andrà a finire e magari faremo un post di approfondimento sulla veridicità delle previsioni primaverili del nostro bell'istituto). Ora, l'infrazione è un carattere binario: o ci sei, o non ci sei. Non esistono cinquanta sfumature di infrazione, come ho ricordato in questa intervista:


Atteso quindi che noi siamo in infrazione, un eventuale scostamento di bilancio deciso dal Parlamento nazionale (perché è al Parlamento nazionale che incombe approvarlo) non ci metterebbe in infrazionissima! Sempre in infrazione saremmo. Di converso, atteso che le clausole di salvaguardia servono a evitare che eventuali extra-deficit conducano in infrazione un Paese che non è in infrazione, allo stato attuale la loro utilità per noi, che in infrazione ci siamo, è piuttosto dubbia. Ad esempio, se noi non fossimo in infrazione, potremmo beneficiare della clausola di esenzione nazionale per fare fino all'1,5% del Pil di extradeficit per quattro anni, senza finire in infrazione purché lo dedicassimo a spese militari. Ma siccome già ci siamo, in infrazione, non vedo logicamente perché dovremmo preoccuparci di non finirci!

Sbaglio?

Quindi, se ci fate caso, tutto, ma proprio tutto, il frame del dibattito pubblico italiano è ancora una volta totalmente fuori centro (e devo dire che parlare di "uscita unilaterale dal Patto" non ha aiutato tantissimo a rimetterlo in asse...). Il nostro problema non è se finire o meno in infrazione (perché ci siamo). Il nostro problema è se finire o meno in recessione, e se vogliamo evitarlo, atteso che per lo scostamento occorre una votazione a maggioranza assoluta, e che poi, superato questo scoglio, bisogna scrivere e farsi convertire un decreto per decidere come spendere i soldi, e che i tempi di conversione di un decreto sono di 60 giorni, qui le chiacchiere stanno a zero: o entro il 15 maggio la guerra finisce, perché Trump e Xi scrivono il nuovo Trattato di Tordesillas e fanno suonare la campanella della  fine della ricreazione, con annesso controshock petrolifero da sfaldamento dell'OPEC, lupo che dorme insieme all'agnello, e Montepulciano d'Abruzzo che scorre nel torrente Parello (in alternativa al latte e miele), oppure, visto che questo non sembra probabilissimo, a inizio giugno bisognerà fare il decreto (per convertirlo entro inizio agosto) e quindi nella seconda metà di maggio si dovrà votare uno scostamento. E questo non succede perché "Cagliostro avvelena l'area"! Succede perché è in corso un oil shock.

Punto quarto: in politica esistono dei ruoli. Esercitarli quando li si hanno e rispettarli quando non li si hanno non solo fa parte di un galateo essenziale ma è anche condizione necessaria per ottenere qualcosa. Chi non esercita il ruolo che ha (esempio: quello di responsabile economia) o non rispetta il ruolo che hanno gli altri (esempio: quello di ministro) tendenzialmente non va da nessuna parte, quand'anche questo suo sconclusionato comportamento eccitasse la lascivia di tutte le Marie Barbise di Twitter (da SabrySocial a Saracomeme)! E qui si viene al punto dolente (per voi). La narrazione di una Lega "lacerata" da tensioni fra il discolo Borghi e il subdolo Bagnai da un lato, e il responsabile Giorgetti dall'altro, da chi vi viene ammannita? Dagli OI (operatori informativi). Questo significa una cosa sola: che non è vero, e che se anche fosse vera sarebbe vostro interesse smentirla, perché spaccare il nostro fronte è il primo obiettivo di qualsiasi nostro nemico. A questo proposito, mi duole dirlo, ma ho visto dei commenti di un tale livello di cretinismo politico da far cadere le braccia! E, diciamocelo pure francamente, qui nel blog che nessuno legge: un cretino non può essere nostro alleato, non tanto e non solo per un fatto estetico (di solito i cretini sono anche brutti, anche se oggi non si può più dire...), ma soprattutto per un fatto funzionale: un cretino ci danneggia in termini di immagine e di sostanza anche e soprattutto quando la pensa come noi (per il semplice motivo che essendo cretino non ha un cervello, il che rende totalmente randomico e imprevedibile il suo agire).

Faccio un esempio: mi spiegate come mai, in quale dimensione e in quale metrica sarebbero in contrasto la mia affermazione che le politiche di austerità hanno fatto crescere il rapporto debito/Pil con l'affermazione del ministro che un elevato livello di debito/Pil condiziona le politiche di un Paese? Cioè, fatemi capire: io dovrei dire che Monti ha fatto bene al portare il debito pubblico dal 119% al 131% perché debbitopubblicobellotantocepenzalabbancacentrale? Eh, no, non funziona così e non ha mai funzionato così, perché anche al tempo della lira e prima del divorzio se il rapporto debito/Pil fosse andato a livelli simili il Paese sarebbe naturalmente stato ulteriormente vincolato. A me non sembra un risultato molto brillante quello ottenuto da Monti. A voi sì? E certo che lo spread non dipende dal debito, ma dal comportamento della Banca centrale: lo abbiamo visto benissimo, altrimenti sotto COVID col debito al 150% del Pil avremmo dovuto avere lo spread a 700! Ma è altresì vero che il rapporto al Pil della spesa per interessi, quello sì che dipende dal rapporto debito/Pil, e i soldi per corrispondere gli interessi ai creditori lo Stato non li ottiene dalla Banca centrale (perché non può), ma dalle vostre tasche. Quindi sì, sarebbe meglio per tutti noi che il rapporto debito/Pil fosse più basso. La contraddizione non c'è, o, per meglio dire, non è al livello cui la vedete voi. Si può discutere sul concetto di avanzo primario come "dovere morale", si può discutere su quanto comprimere il denominatore sia la strada maestra per ridurre un rapporto, soprattutto quando è una frazione impropria (e anche di questo abbiamo parlato), ma bisognerebbe sempre ricordare che la funzione di un ministro è anche quella di lanciare segnali a quella accozzaglia di cretini specializzati che è il mercato, e che proprio se e perché devi fare uno scostamento, è tuo interesse non lanciare messaggi allarmanti.

Voi direte: eh, sì, ma anche agli elettori bisogna lanciare messaggi!

A parte il fatto che lo abbiamo appunto fatto (come dice Repubblica mentre dice il contrario), io vorrei che rifletteste su quale può essere lo scopo di questo stuolo di feticisti della dichiarazione. Un po' come quegli sciroccati che non vengono se non li si insulta, alcuni cretini social non sono appagati se chi è in posizione rilevante e sta conducendo trattative delicate non si esprime con la rozzezza da taverna con cui si può esprimere chi, ritenendosi un raffinato economista, è invece per lo più uno scemo che non capisce e non conta un beneamato cazzo! Perdonate la franchezza, ma non vorrei che qualcuno si facesse delle illusioni. Chi sta cercando sistematicamente di raccontarvi la favoletta di Bagnai e Borghi irrilevanti perché conculcati da Giorgetti (o di Giorgetti irrilevante perché bullizzato da Borghi) lo fa per indebolire la Lega, e chi propala questa narrazione non lo fa per amicizia verso la Lega. Lasciando poi da parte la Lega (cioè il dato politico), io vi dirò che quando il cretinismo supera una certa soglia tendo a prenderla sul personale. 

Il problema è molto semplice: io qui da quindici anni mi faccio il mazzo per spiegarvi prima quello che succederà dopo. In questo momento per rendere più efficace il mio messaggio mi è utile che il partito in cui milito (perché voi mi avete chiesto di militare politicamente) sia il più forte possibile. Vogliamo continuare con questa solfa che mi indebolisce? Per me va anche bene. Mi limiterò a farvi osservare che se non siamo fuori da tutto, come fa finta di volere chi gioca questo gioco (e voi boccaloni che gli andate dietro...) è semplicemente perché la maggioranza degli italiani non l'ha voluto, e la maggioranza di quelli che fanno finta di volerlo passano intere giornate a smerdare l'unico partito seriamente euroscettico. Ora, non c'è nulla di male a essere europeisti! Basta non venire a fare lezioni di euroscetticismo (e di politica, e di economia...) a me!

Ora si è fatto tardi e la chiudo qui. Sono sicuro che i commenti mi daranno modo di precisare ulteriormente il mio pensiero, perché si sa: nonostante la crisi demografica, alcune madri sono sempre incinte. Aspettiamo qui con fiducia la loro prole...

(...sono troppo stanco: ai refusi pensateci voi ma... non ditemeli per WhatsApp...)

sabato 28 marzo 2026

Commento allo sfogatoio

(...il post Sfogatoio ha suscitato molta, troppa attenzione. Ringrazio tutti e do qui una risposta collettiva, poi con calma darò quelle individuali...)


Assisto con olimpica indifferenza al divaricarsi dello scollamento fra gli interessi dell'autore di questo blog, che per forza di cose costituiscono l'argomento del blog, cioè l'economia (di cui con tutto il rispetto non capite un gran che), e gli interessi della community del blog, cioè la politica (di cui con tutto il rispetto non capite un cazzo, però vi sono grato di venirmela a insegnare aggratise)!

Non dovrebbe essere difficile capire il perché e il percome del risultato referendario.

Non l'ho detto in pubblico ex ante, mi sono limitato a dirlo in una situazione riservata a uno di voi (con cui ho vinto una scommessa) in presenza di tre altre persone (un assessore regionale col suo assistente e un manager pubblico), e non era assolutamente difficile capirlo. Dovrebbe parimenti essere facile capire perché non l'ho detto in pubblico a tutti voi: è quello che un altro amico mi ha detto chiamarsi "il paradosso del revisore". Ci sono ruoli in cui non puoi permetterti di emettere una profezia perché rischia di essere autoavverante, o semplicemente di esporti alla triste nomea di menagramo. A fronte di questo rischio, il vacuo vantaggio di vanità consistente nell'aggiungere l'ennesimo QED o VLAD è del tutto irrilevante (e, del resto, l'ultima edizione del nostro convegno annuale è stata anche un modo per chiuderla coi QED, di cui abbiamo constatato l'assoluta irrilevanza politica, perché, come mi ha detto un relatore del prossimo convegno annuale: no one lives in a counterfactual).

Tuttavia, chi segue il blog dall'inizio aveva (avrebbe avuto) gli elementi per capire come sarebbe andata a finire.

Il voto referendario non è stato un voto per la magistratura (di cui, come abbiamo capito, una metà scarsa degli italiani comunque non si fida, cosa di cui la stessa magistratura, dopo il voto, è consapevole), o per la Costituzione (di cui i nove decimi degli italiani  legittimamente ignorano genesi e contenuto), e non è nemmeno stato un voto contro il Governo (che i 99 centesimi degli italiani non sanno distinguere dal Parlamento).

Il voto referendario è stato, come tanti voti precedenti (referendari o meno), un voto in odio alla "politica", cioè ai parlamentari, cioè ai rappresentanti del popolo (perché per gli italiani "la politica" è il Parlamento, nonostante che sia sotto i loro occhi che la politica si fa in altre sedi: a Bruxelles, nell'ANM e nei private markets, rispetto ai quali il Parlamento potrebbe offrire un minimo di garanzie).

L'esito era abbastanza scontato, bastava esaminare gli sviluppi storici. Gli italiani:

  1. hanno votato (o non votato) per ridurre il numero dei parlamentari nel 2020;
  2. poi non hanno votato per riformare la giustizia ai referendum promossi dai radicali e dalla Lega nel 2021 (chiaro segno dell'irrilevanza del problema ai loro occhi, col paradosso che all'epoca il tema era talmente rilevante che perfino il PD si sentì in dovere di affrontarlo proponendo l'istituzione di un'alta corte disciplinare);
  3. poi nel 2025 da 200.000 follower siamo riusciti a estrarre appena 2.000 firme a sostegno del ripristino dell'art. 68 della Costituzione.

Ne bastano due di punti a individuare una retta, ma quando lungo la stessa retta, quella della punizione dell'odiata politica, di punti se ne allineano tre, che il quarto possa essere un outlier è una pia illusione.

L'elettorato italiano è ormai irretito e catturato dalla narrazione antipolitica: Mani Pulite prima, e il grillismo poi, col sostegno di appendici della governance globalista come Transparency International et similia, hanno confermato l'elettore medio in un'unica certezza: quella che il suo peggior nemico siano i suoi rappresentanti. La sincronia di Mani Pulite col Britannia ci dovrebbe far capire bene a chi giovi disseminare e radicare questa convinzione, e di questo qui abbiamo parlato molto (ne avete parlato soprattutto voi, ad esempio qui, quiqui, e infinite altre volte). Del resto chi mi legge da PC vedrà che la prima voce del tagcloud è "propaganda": non è un caso se qui ci siamo interessati fin da subito delle tecniche di condizionamento sociale, e se abbiamo avuto fra i graditi ospiti, nonché protagonisti, della nostra opera di divulgazione gli autori de La fabbrica del falso e Gli stregoni della notizia. Non è un caso se questo ci ha permesso di prevedere cose ben più difficili da prevedere del risultato del referendum (che su Polymarket era perdente dal 3 marzo, come mi faceva notare prima un nostro amico), come la saldatura fra PD e 5 Stelle, che oggi diamo tutti per scontata, ma che nel 2016 era leggibile solo a chi avesse i nostri strumenti di analisi.

Prima di andare avanti, però, fatemi subito fare una doverosa precisazione: non vorrei che questa constatazione fattuale (la subalternità del popolo italiano - élite comprese - alla narrazione autorazzista e antipolitica) venisse presa per la consueta, stantia recriminazione radical chic contro il popolo che vota male, signora mia!, perché ignorante o disinformato (dai bot russi o dai media controllati dal grande capitale finanziario, poco cambia). Se avessi mai voluto continuare a pensarla così (credo di non averla mai pensata così, in effetti...) sarei potuto restare di sinistra! L'odio del popolo verso i suoi rappresentanti può sembrare quello del bambino che prende a calci la gamba del tavolo contro cui ha sbattuto la testa, e forse in qualche sparuto caso sarà anche questo, ma non dobbiamo nasconderci che in realtà questo odio, per quanto possa essere controproducente (come ogni odio di sé), in effetti è una risposta perfettamente razionale al fatto che nel contesto in cui ci siamo cacciati (si dice per volontà di quello stesso popolo), i rappresentanti, per il popolo che rappresentano, non possono fare e conseguentemente non hanno fatto niente!

Fra le tante cose che gli altri non sanno e noi sappiamo c'è questa:


Il punto rosso corrisponde alla data in cui scrivevo Ortotteri e anatroccoli, il post in cui dopo una involontariamente illuminante uscita di Grillo (uscito di scena nel modo che sapete, peraltro...), secondo cui il problema non era l'euro ma il debito pubblico, commentavo:

Ma se già allora i piccoli dottor Livore marci di invidia e di odio sociale erano legione, quanti volete che siano dopo quattordici anni in cui le regole della illuminata governance europea non hanno permesso praticamente a nessuno di recuperare significativamente terreno? Tra l'altro, anche se non credo sia stato determinante, il grafico sui salari reali, che avevamo visto l'ultima volta a dicembre, aggiornato coi dati rilasciati il 4 marzo si presenta così:


In inverno la crescita si è interrotta, e questo certamente non ha aiutato. Ma anche a prescindere da questo dato congiunturale, i piccoli dottor Livore certamente non saranno diminuiti negli ultimi quattordici anni! Ognuno di noi ne conosceva uno e ora ne conosce decine. Qualsiasi tentativo, compreso questo (posto che non sia stato l'unico) di canalizzare il loro motivato risentimento (un buco di 602 miliardi nel Pil reale non è uno scherzo...) verso qualcosa di meno autolesionistico dell'odio di sé (o, for what it's worth, dei propri rappresentanti) ci possiamo dire serenamente che ha fallito. Un pezzo di questo fallimento è l'impossibilità di far capire il grafico della vergogna, ma un altro pezzo consiste nel fatto che quel grafico, se pure non compreso, è sentito fin nel midollo delle ossa dalla stragrande maggioranza degli italiani, che alla fine non sa nemmeno perché sta male, visto che non sa da quando sta male, e a causa di chi sta male. La risposta a questo malessere tanto grave quanto difficile da mettere a fuoco, perché sviluppatosi nel tempo, in modo strisciante, sotto forma di stagnazione, non di recessione, è ovviamente una risposta essa stessa sfuocata, rivolta a un bersaglio indistinto: la politica.

Ora, io ho aperto questo blog per aiutare chi stava male (e non ci sono riuscito) facendomi capire (e non ci sono riuscito), e non sarà certo ora che cambierò idea dando ai destinatari la colpa del mio (e loro) fallimento! Questo per evitare la gnagnera del "colpevolizzi l'elettore!", non senza ricordare però che l'elettore, in quanto adulto, è oggettivamente responsabile dei risultati delle sue scelte o non scelte, tant'è vero che ne paga il costo, qualora siano sbagliate.

Aggiungerei un'altra precisazione.

Voi, amici cari, siete popolo in senso giuridico, costituzionale, siete un pezzo di quel popolo cui appartiene la sovranità, ma in termini sociologici, per il semplice fatto di essere qui, siete élite e, vi assicuro, del popolo sapete meno un terzo di un quindicesimo della metà di un cazzo (detto con affetto). Che cosa pensa "er popolo" lo so io, che ogni giorno mi ci confondo e mi ci mischio, io, che ogni settimana, a Pizzoferrato, a Sant'Omero, a Villa Santa Lucia, o dove mi sputa il destino che mi sono scelto "transferiscomi poi in sulla strada, nell'hosteria; parlo con quelli che passono, dimando delle nuove de' paesi loro; intendo varie cose, e noto varii gusti e diverse fantasie d'huomini" (e naturalmente "m'ingaglioffo per tutto dí giuocando a cricca, a trich-trach, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi".)

(...un pensiero affettuoso agli scolarizzati nel XXI secolo che dovranno googlare...)

Ora, naturalmente, del referendum si parlava, e quindi anch'io "in villa" ne parlavo "all'hosteria" con chi sapeva chi fossi, e con chi, grazie ai premurosi uffici del servizio pubico abruzzese, non lo sapeva affatto: huomini diversi, ma le loro fantasie erano singolarmente coincidenti (e coincidenti con il pronostico di Polymarket), l'idea che si erano fatta del referendum era una e una sola: che il loro nemico (i parlamentari) avesse trovato un modo per farla franca, per sfuggire alla scure della giustizia, e che questo andasse impedito a tutti i costi.

Gli errori giudiziari? Capitano, e poi a me non capiteranno (come l'aghetto, no?)

La totale impunità di chi li compie? Chi se ne frega, tanto a me non capiterà, e poi sempre meglio della politica che se ne sta nel palazzo a non far niente.

La volontà eversiva di imporre un indirizzo politico difforme dalla volontà popolare (ovviamente declinato in modo comprensibile da un marrucino o da un frentano o da un marsicano: "Scusa, ma come fa la polizia a garantire sicurezza se lei li mette dentro e quelli li tirano fuori?")? Sì, va bene, questo è uno scandalo, non si può più uscire di casa (all'Aquila!), ma il vero problema è che se sò magnati tutto e vogliono farla franca.

Siamo.

Ancora.

Qui.

Punto.

Il resto è pura masturbazione mentale di eletti membri della affluent society, inclusi il nostro Valeriuccio e il nostro Marcellino.

Fatta questa dovuta precisazione, andrei avanti con una considerazione che, per quanto banale, non mi sembra nessuno abbia fatto, se non io in privato ad alcuni di voi (fino a quello che vi dico qua sopra c'è in realtà arrivato anche il terzo Feltri, Mattia). Che lo si voglia o meno, il successo di Giorgia Meloni è stato anch'esso un successo dell'antipolitica. Non credo infatti che sia stato dovuto, come il successo di Matteo Salvini nel 2018, alla proposta di una diversa visione del mondo. Anzi! Pur essendo il primo a dire che i social sono una lente deformante, se per un attimo facciamo finta che dietro certi account ci siano delle persone in carne e ossa, o anche se scendiamo un attimo di qualche ponte giù dalla prima classe del Titanic, potremo constatare che molte scelte fatte dal premier, per quanto fossero esplicitamente annunciate nel programma del partito di maggioranza relativa, incontrano un certo disappunto da parte dei suoi elettori, che però o non hanno letto il programma (ipotesi più probabile) oppure si sono turati il naso e hanno premiato comunque Giorgia, e perché? Perché si era opposta a Draghi, cioè (piaccia o no) alla politica!

Sì, lo so bene che LVI non è "la politica" ma "la tecnica". Io lo so, tu lo sai, ma noi siamo élite. La "non élite", inutile girarci intorno, vedeva in LVI l'ennesima ipostasi (o metastasi) di quella oscura potenza demoniaca, fluida e indistinta, che qui gergalmente chiamiamo #aaaaabolidiga (con le cinque "a" dei Cinque Stelle).

E la "non élite" a questo si era opposta.

Aggiungo che, pur non avendo mai affrontato il tema con l'interessata, che certo non ha tempo da dedicare a analisi così salottiere, di questo credo che in qualche modo lei fosse consapevole, con l'intelligenza che la contraddistingue. Vi faccio alcuni esempi. Sappiamo tutti, autore compreso, che la riforma delle province di Delrio andrebbe smantellata, non solo perché l'aveva chiesta LVI con la lettera della BCE (al punto 3), ma soprattutto perché ha creato una situazione di ingestibilità del territorio, emersa tragicamente in fase acuta a Rigopiano, ma pervasiva e persistente in fase cronica per ogni dove (in questo momento a Silvi sta venendo giù una provinciale, ad esempio...). La risposta pare sia stata: lasciamo tutto com'è, altrimenti gli italiani ci accuseranno di pensare alle poltrone! Sappiamo tutti che la riforma costituzionale del 1993 ha gravemente alterato l'equilibrio fra i poteri dello Stato, ma la proposta (peraltro non sostenuta dal consenso popolare, a differenza di quella sulla remigrazione) per il ripristino dell'art. 68 nella sua formulazione originaria ha incontrato grande freddezza nel partito di maggioranza relativa, e anche lì l'argomento è stato: lasciamo tutto com'è, altrimenti gli italiani ci accuseranno di volere l'impunità! Aggiungo che ovviamente nel corso della legislatura borbottii a favore di un rimpasto si son sentiti, ma l'argomento era sempre: non dobbiamo far pensare agli italiani che teniamo alle poltrone!

Ora, in tutta franchezza: io ho una stima enorme dell'attuale premier, da quando Antonio Triolo me lo presentò, saranno presto quindici anni. All'inizio, però, questi argomenti mi urtavano, perché li trovavo grillini. Poi mi sono detto: Carlo Carafa non era un tipo raccomandabile, e infatti ha fatto una brutta fine, però una cosa giusta l'ha detta: vulgus vult decipi, ergo decipiatur. Del resto, è quello che vi dico sempre anch'io: quando si è in netta inferiorità numerica, bisogna sfruttare la forza dell'avversario, e se la maggioranza del popolo ti ha scelto come nemico, per batterlo devi fare (o almeno raccontare) esattamente quello che vuole lui. Si chiama demagogia, e funziona (normalmente per fottere il popolo, ma anche per aiutarlo, dato che l'una e l'altra cosa prevedono come condizione necessaria che il popolo ti dia il potere). In modo meno brutale, e forse più veritiero: le democrazie occidentali sono in mano a due categorie di persone semplici, gli elettori e "i mercati", cioè qualche decina di idiots savants acculturati in università anglosassòni. Queste persone semplici hanno bisogno di messaggi semplici: ad esempio, puoi pensare che ci sia bisogno di fare un tagliando al Governo, ma quanto è più efficace, come messaggio da dare ai mercati (o agli elettori): abbiamo garantito cinque anni di stabilità! E, attenzione, io non vi sto dicendo che questo sia sbagliato! Anzi! Una volta messi a fuoco i presupposti politici del consenso, queste scelte erano esattamente quelle che occorreva fare, e infatti, anche quando non era d'accordo (come parlamentare) me ne sono sempre stato rispettosamente zitto aspettando di capire, e ho capito. Continuo, peraltro, a essere uno di quelli che pensa che se ai casini in cui siamo aggiungessimo una simpatica bufera sui mercati non avremmo risolto un cazzo, ma questa è una mia idea (che deriva dalla convinzione che la bufera arriverà comunque - basta vedere come la Bce si sta distanziando dai private markets - e quindi meglio non prendersi la responsabilità di averla causata).

Naturalmente, su queste basi, aspettarsi che il quarto punto, cioè il referendum sulla "separazione dei poteri", potesse cadere fuori dalla retta era un po' avventato, anche perché un mandato "anti" non è esattamente un mandato a riformare il Paese, ma a combattere il nemico, cioè il Parlamento. Sotto questo profilo quindi, il cosiddetto "premierato", nella misura in cui punisce quegli infidi voltagabbana dei parlamentari che si azzardassero a prendere troppo sul serio l'art. 67 Cost., è o sarebbe stata una riforma molto più palatable (mi duole ricordarlo, ma in italiano "palatabile" non esiste ed è bene che non esista) di un referendum fatto "per sfuggire alla magistratura" (perché così è stato capito).

Chest'è.

Quindi va tutto bene e la colpa è del popolo?

None, non va tutto bene (mi sembra evidente) e la colpa non è del popolo.

Che la colpa non sia del "popolo" l'ho argomentato sufficientemente, posso anche ripetermi, ma mi sembra più utile soffermarmi sul resto.

La prima cosa che non è andata bene, una volta fatta questa scelta avventata, è stata il racconto della riforma. E il rito accusatorio, e il rito inquisitorio, e i padri costituenti, e la riforma Vassalli, e tutte cose di cui alla maggior parte delle persone non importava assolutamente nulla, quando si poteva tranquillamente raccontarla così:


cioè in modo "logico-culturale", come diceva l'amico Mario, partendo dal presupposto che ci sono alcune categorie di persone, come i medici e i magistrati, che per fare del bene devono fare del male (tagliare, incarcerare), che questo male devono poterlo fare con serenità nell'interesse di tutti, e che gli eventuali errori commessi non devono essere demonizzati ma devono essere gestiti: non ha senso arrestare per lesioni un chirurgo nel momento stesso in cui incide il derma per andare a vedere che c'è sotto, ma non ha nemmeno senso che un magistrato che lascia per dimenticanza una persona in carcere per mesi, o un magistrato specializzato nella pesca a strascico (tanto non esistono innocenti ma solo colpevoli che l'hanno fatta franca) viva nella certezza dell'impunità.

Gli errori sono umani, ma in questo caso si rischia che siano sopra la media, e il rischio deriva dal fatto che il processo non garantisce serenità di giudizio al giudice, perché gli avanzamenti di carriera del giudice dipendono da un organo in cui potrebbe sedere il pubblico ministero o un suo amico. Deriva da qui la richiesta di separare le carriere. Non le funzioni, che nel processo sono già distinte, ma le carriere, i giudizi sull'operato dei magistrati.

L'impunità, a sua volta, dipende dal fatto che la funzione disciplinare è affidata allo stesso organo che esercita la funzione amministrativa. Se vi fanno una multa che ritenete ingiustificata, dove andate a contestarla? In consiglio comunale? E perché mai chi ha collocato l'autovelox dovrebbe dare torto a se stesso! Andate ovviamente dal giudice di pace (entro 30 giorni), per il semplice e ovvio motivo che eviterete di rivolgervi a chi è parte in causa. Viceversa, quando un magistrato esercita male la sua funzione, a giudicare il suo operato è chiamato proprio chi lo ha messo a esercitarla (un po' come se si chiedesse al sindaco di verificare se è omologato l'autovelox che ha messo per far cassa...)! Si capisce perché non funziona, no?

On top of all that, a causa di una legge elettorale del 1975, quindi ben posteriore alla Costituzione, le elezioni in CSM avvengono col metodo proporzionale su collegio unico nazionale. Questo significa che bisogna creare dei giganteschi comitati elettorali, che vanno dalla "A" di Aosta alla "A" di Agrigento, e che servono a decidere chi mettere in lista e in quale posizione, e a organizzare la campagna elettorale, una campagna che, come tutte, si basa ovviamente sul "cosa mi dai se ti voto?". Qui sì che la politica gioca un ruolo, nel senso deteriore e partitocratico del termine, e per risolvere questo problema c'è solo un metodo, quello che gli ortotteri proponevano: il sorteggio.

2589 battute.

Punto.

Quando è intervenuto, il premier l'ha raccontata così. Poteva o doveva farlo prima? Non lo so. Sono state dette tante cose controproducenti? Certamente sì. Aggiungo che siccome l'ultracasta si è disvelata, sarebbe bastato lasciar parlare lei. Ma purtroppo c'è una destra che, nel suo desiderio di essere o apparire migliore della sinistra, si propone di superarla in tutto, anche negli errori di comunicazione.

Amen.

Il problema più serio tuttavia è e resta un altro, la cui soluzione rischia di essere rinviata alle generazioni di un futuro che a questo punto sia molto distante, perché sono convinto sempre di più che questa soluzione non possa non prevedere un passaggio molto doloroso: è il problema di come ricostruire un mondo in cui i rappresentanti del popolo siano liberi di rappresentare il popolo con un minimo di efficacia! La soluzione di questo problema passa per un percorso di emancipazione del Paese che, lo sappiamo, non è nelle corde della sinistra, e richiede quindi che la destra al potere ci vada e ci si mantenga, naturalmente dimostrando di meritarselo, e rispettando le regole (visto che chi può permettersi di non rispettarle ha vinto!).

E qui casca la destra, che oltre a non aver riflettuto con la dovuta attenzione sulla natura del suo consenso (questo riguarda tutti, anche noi), soprattutto non ha fatto una accurata selezione del popolo da rappresentare, come invece ha fatto e continua a fare la sinistra! Ce lo siamo detti tante volte qui, no? Le Marie Antoniette della sinistra al popolo che voleva pane hanno dato, in no particular order, i matrimoni omosessuali, la schwa, l'inclusione, il kleema, il voto ai ggiovani, i migranti, i bambeenee, e via dicendo. Così facendo, le Marie Antoniette sono costruite un elettorato a loro immagine e somiglianza che ha funzionato benissimo perché ha consentito loro non tanto di scegliere i soldati con cui combattere, ma il terreno su cui combattere! Non quello della distribuzione del reddito e della giustizia sociale, dove rischierebbe, se qualcuno a destra avesse un po' di cattiveria, di essere messe di fronte alle proprie responsabilità (vedi sopra il buco da 602 miliardi), ma quello di tante battaglie identitarie che, per quanto minoritarie, e anzi proprio in quanto minoritarie, sono suscettibili di attirare un forte coinvolgimento "per", l'unico in grado di sovrastare, o meglio di aggirare e indirizzare, il diffuso coinvolgimento "anti". Questo spostamento dell'asse del discorso è evidente: alla fine, scegliere la Schlein anziché Bersani ha avuto un senso, e il senso era questo (che fosse voluto e cosciente o meno). Perché sì, nei paesi dal nome non inferiore a quattro sillabe fra cui mi aggiro io, ma anche negli strati del terziario sottoproletarizzato, cioè fra il famoso "popolo" (in senso sociologico), il voto è stato contro #aaaaabolidiga, ma, beninteso (i sondaggisti lo avranno certamente misurato), a questo voto conto la politica si è aggiunto un voto contro il Governo, cioè contro il fasheesmo, cioè per i bambeenee, e così via. Quello che rende compatibili le istanze della sinistra versicolore con il qualunquismo endemico qui da noi è, del resto, proprio il fatto che quelle istanze non sembrano (e in effetti forse non sono) politiche, cioè non sembrano "politica".

E questo spiega la celeste corrispondenza di amorosi sensi fra chi ha votato contro i propri interessi reali e chi ha votato per i propri interessi percepiti!

Che cosa possiamo fare?

Io tiro dritto e continuo a pensarla come quattordici anni fa:


Dobbiamo continuare a resistere, senza ignorare una consapevolezza che ormai credo abbiamo raggiunto tutti, o almeno l'ho raggiunta io, studiando meglio la storia, in particolare quella del mio collegio: chi all'epoca decise di mettere in gioco tutto, nella maggior parte dei casi lo fece perché non aveva più nulla da perdere. In altre parole, resta drammaticamente vero che perché l'amato popolo italiano, come tanti altri popoli, ricominci ad amare la democrazia, rifugga dalle lusinghe dell'antipolitica, occorre che sperimenti un po' l'alternativa. Insomma, è la solita storia, un po' paternalistica, ma non per questo meno fondata, dell'effetto Chichijima: ogni tanto occorre che, non riuscendoci nessuno, qualcosa faccia riflettere chi è nato dalla parte giusta della distribuzione del reddito che pace e democrazia devono essere conquiste quotidiane, che non si conseguono né con l'eccidio dei rappresentanti né con la tirannia delle minoranza. Non è da oggi né da ieri che faccio queste considerazioni, e non le vedo meno attuali dopo quello che è successo.

Dobbiamo resistere, deponendo però definitivamente la fiducia illuministica nel potere salvifico della verità. Che essa renda liberi lo si può raccontare solo se si è molto ben raccomandati, e anche in quel caso non è detto che poi vada a finire bene (così racconta la storia)! Certo, questo blog riposa ancora, in parte, su questa meravigliosa illusione. Far capire a chi non vive in un controfattuale che un altro mondo sarebbe possibile è un compito impervio e ingrato. Nel farlo sai che ti farai dei nemici (esempio: la Bce e le sue local branches), ma magari non metti in conto che il tuo nemico più accanito sarà chi astrattamente volevi aiutare! Va bene così. Non dobbiamo nemmeno arrovellarci troppo. Mentre qui ci poniamo tante domande, due forze lavorano per riportare un equilibrio: una è il rifiuto del globalismo espresso ormai dalla maggioranza degli elettorati europei (mi limito a questi perché sono quelli che ci possono aiutare a ripensare il sistema in cui siamo impaniati), e l'altra è la violenza dei mercati. Nel frattempo, per tenere la posizione bisognerà capire che il "se sò magnati tutto" è una costante biometrica inalterabile: non la puoi combattere, devi trovare un modo di girarle intorno. Non credo che questo abbia a che fare con aliquote fiscali, o con opere grandi o piccole, purtroppo. Mi limito a osservare una cosa: questo blog in qualche modo aveva anticipato il metodo della sinistra, perché aveva creato una minoranza consapevole e incazzata (che credo sia più o meno ancora qui). Quindi si possono costruire minoranze consapevoli e incazzate, che per l'antipolitica sono kriptonite, anche al di fuori del perimetro dei messaggi ammessi dall'intellighenzia "de sinistra".

Non aggiungo altro, per ora, aspettando i vostri riveriti commenti.

(...a scanso di equivoci e per risparmiarvene alcuni inutili: so benissimo che la riduzione dei parlamentari era anche nel programma della Lega del 2018. L'ho saputo dopo, a dire il vero, ma nel 2026 lo so! Quindi è inutile dirmelo. Non sarebbe inutile sapere se fosse una convinzione intima, o uno sfruttare la forza dell'avversario: ma questo non potremo saperlo mai...)

giovedì 19 marzo 2026

Referendum e indipendenza: la distribuzione ipergeometrica

L'incontro di ieri sera al Palazzo Vetoli di Scurcola Marsicana è stato molto partecipato:

e per chi avesse desiderio di prendervi parte in differita il video (fatto al volo col mio telefono, quindi con poca profondità di campo) è qui:

(per inciso, al piano terra di Palazzo Vetoli c'è un posto che vaut le détour e se ci andate dite a Mario che mi conoscete).

Diciamo che se si ha tempo e modo di esprimersi, se si rinuncia a citare i padri nobili (da Giuliano Vassalli in giù) o a inerpicarsi in dotte disquisizioni de iure condendo in cui il disquisente spesso si smarrisce prima della sua incolpevole vittima (il pubblico), se si mettono in campo i chiari e veri e istruttivi numeri della statistica, in particolare quelli che documentano la cultura dell'impunità della magistratura rispetto ai cittadini, e la correlata cultura della sfiducia dei cittadini verso la magistratura (reazione uguale e contraria a una stortura del sistema), se si spiega quello che la riforma vuole fare, è piuttosto difficile che si trovino obiezioni sostanziali. Insomma: se la riforma la spieghi, gli ascoltatori la capiscono. Lo abbiamo visto succedere qui, in questo blog, per cose oggettivamente più complesse come l'economia monetaria internazionale, quindi per noi non è una sorpresa.

Come bonus track vi regalo la domanda che un signore voleva fare, ma non è riuscito a fare per mancanza di tempo. A incontro chiuso sono andato a chiedergli quale fosse la sua curiosità, e la risposta è stata: "Mi è molto piaciuto come ha spiegato la riforma, ma volevo chiedere: come mai il sostenitori del "sì" spesso mentono?" E io: "Guardi, in effetti mentono anche quelli del no!" E lui: "Sì, lo so, ma loro ne hanno bisogno. Perché invece anche quelli del sì non entrano nel merito?" E io: "Perché secondo i comunicatori il popolo non è in grado di capire argomenti non banalizzati. Io non sono d'accordo, sono arrivato in Parlamento dando spiegazioni molto tecniche di cose molto complicate, ma le regole della comunicazione prevedono che siate trattati da idioti, che la vostra attenzione duri pochi secondi, e che quindi si debba urlare. Probabilmente sarà così, non mi intendo di comunicazione, e continuo a fare come mi pare. Resta il fatto che come sempre i peggiori nemici li abbiamo in casa e sarebbe bastato lasciar parlare Gratteri...".

Ma anche di questo abbiamo parlato mille volte e in mille contesti, per cui non credo vi torni nuovo. Vorrei invece dedicarmi a gestire con voi una delle più ricorrenti fra le obiezioni residue (è stata fatta anche ieri sera), quella riferita all'attuazione del sorteggio, che per tutti i "noncielodiconoooh1!!1!", ma anche per un significativo numero di persone normali, resta oggetto di perplessità e quindi merita di essere presa in considerazione.

I negazionisti sostengono che essa sarebbe un grimaldello per mettere il CSM sotto il controllo di tecnici nominati dal Governo. Ora, che non possa essere così è piuttosto ovvio, per il semplice motivo che la riforma preserva la composizione percentuale del (cioè dei) CSM secondo le attuali proporzioni:


Aggiungo che l'elenco di membri laici dovrà essere "compilato mediante elezione" (e quindi votato) dal Parlamento in seduta comune, che non è ovviamente concepibile una votazione a maggioranza semplice, dato che nell'attuale nomina dei laici la legge prevede una maggioranza qualificata di 3/5 e che rimuovere questo presidio di garanzia all'opposizione sarebbe pericoloso per l'attuale maggioranza sia finché è tale (perché significherebbe condannarsi a un fine legislatura di guerriglia su tutto) sia quando diventerà nuovamente opposizione (perché significherebbe non avere voce in capitolo). Ne consegue che l'elenco compilato accoglierà proposte delle varie forze politiche in modo più o meno proporzionale rispetto alla composizione dei gruppi. In questo momento, ad esempio, la maggioranza è di circa il 59,5% alla Camera e 58,5% al Senato, per cui non riuscirebbe ad approvarsi da sola una lista con maggioranza dei 3/5 (cioè del  60%) nemmeno se riuscisse a portare in aula tutti i ministri, i sottosegretari, i deputati in missione, i malati ecc. Possiamo quindi immaginare che ci sia una riserva di posti per l'opposizione fra il 30% e il 40% (può sembrare strano, ma capita che ci siano nomi graditi indipendentemente dagli schieramenti), senza la quale l'opposizione non approverebbe l'elenco.

Resterebbe naturalmente il problema evidenziato da uno degli intervenienti, cioè che la probabilità di avere una componente laica interamente di maggioranza dipende da quanto sarebbe lunga la lista. Con una lista di dieci persone tutte di maggioranza la probabilità di sorteggiare dieci membri laici di maggioranza è abbastanza facile da calcolare, ed è uno (la certezza). Ma se la lista fosse composta da 30 persone di cui 20 di maggioranza e 10 di opposizione? Quanto sarebbe probabile avere dieci componenti laici di maggioranza in un caso come questo? E se invece, visto che i partiti comunque saranno sotto posti a pressioni per inserire un numero ampio di aspiranti candidati, la lista fosse di 100 componenti, di cui 67 si riconoscono nella maggioranza e 33 nell'opposizione? In questo caso quale sarebbe la probabilità di avere in CSM dieci laici che sotto il loro tacco schiaccino i venti componenti togati (come raccontano i negazionisti)?

La soluzione di questo interessante problema è vecchia di alcuni secoli e va sotto il nome di distribuzione ipergeometrica, quella che permette di calcolare la probabilità di estrarre un certo numero di palline "vincenti" (bianche o nere, di maggioranza o di opposizione) da un'urna, senza reinserimento. Quella che interessa è quindi la variabile indicata come H(n, h, r), cioè il numero di componenti di maggioranza che vengono ottenuti estraendo senza reinserimento r componenti, data una lista contenente h componenti di maggioranza e n-h componenti di opposizione. La probabilità di ottenere k componenti di maggioranza (sugli h contenuti nella lista) è data da questa formula:

dove si utilizza l'espressione dei cosiddetti coefficienti binomiali:


in cui n! è il fattoriale di n, cioè il prodotto di tutti i numeri interi da uno a n. Per i non addetti ai lavori mi rendo conto che sono formule complicate, ma Excel vi dà una mano nei calcoli con la sua funzione DISTRIB.IPERGEOM.N, che vi fa i conti in scioltezza. Gli ordini di grandezza, se interessano, sono questi:


e quindi la probabilità del "ritornoo del fasheesmo" (cioè, nella retorica vacua e demagogica degli oppositori della riforma, di avere tutti i laici governativi, cioè di avere k = r = 10), sarebbe dello 0,6% con un elenco di 30 candidati di cui il 66,6% di maggioranza, e del 1,4% se l'elenco arrivasse a 100 candidati mantenendo la stessa composizione percentuale (e quindi 67 candidati di maggioranza su 100). Ovviamente in entrambi i casi, cioè indipendentemente dalla lunghezza della lista di candidati, la composizione più probabile della componente laica, cioè dei dieci estratti, è quella che riflette la composizione della lista (cioè circa 7 su dieci), con probabilità attorno a un terzo (cioè al 30%).

Chiaro, no?

Ci si poteva anche arrivare senza tanta matematica.

Che cos'è quindi che fa paura ai sostenitori del "NO"?

Non è il rischio che nell'1,4% dei casi il sorteggio della componente laica conduca a una granitica e compatta minoranza del 30% di laici che schiacci sotto il suo tacco una esigua e frazionata maggioranza del 70% di togati!

No.

È la certezza che il sorteggio della componente togata sottrarrebbe al ricatto di una chiassosa minoranza del 21,7% di magistrati iscritti alle correnti (2100 su 9657) il destino professionale della silenziosa maggioranza del 78,3% di magistrati che invece pensano solo a fare con scrupolo il loro lavoro.

Questo dicono i numeri, e su questo ci si pronuncia fra tre giorni.

mercoledì 18 marzo 2026

Referendum e indipendenza: l'elezione del vicepresidente

Su questo blog abbiamo maturato una certa sensibilità circa il concetto di "indipendenza", riscontrando come se in teoria essa dovrebbe essere una relazione simmetrica (se A è indipendente da B, B è indipendente da A), in pratica spesso diventa la foglia di fico di uno squilibrio di poteri macroscopico e inemendabile, tale per cui A è indipendente da B ma lo condiziona senza alcuna possibilità per B di richiamare A alle sue responsabilità. Abbiamo insomma imparato a leggere l'indipendenza come un vacuum di accountability, o come un plenum (visto che parliamo di CSM) di impunità!

Trovo piuttosto divertente, a questo proposito, la pretesa secondo cui la riforma Nordio lederebbe l'indipendenza della magistratura. Per vedere quanto la magistratura sia indipendente dalla politica adesso basta rifarsi alla cronotassi dei vicepresidenti del CSM, che sono i presidenti de facto, dato che il presidente de jure ha anche altri incarichi da assolvere e quindi deve lasciare la gestione ordinaria dell'organo (la convocazione delle sedute, gli ordini del giorno) al vicepresidente (un po' come il vero presidente della Commissione Amore era Verducci, non Segre, coi bei risultati che ricordiamo tutti).

Vi ricordo che ai sensi dell'art. 104, comma 5, della #piùbelladelmondo, "Il Consiglio elegge un vicepresidente fra i membri designati dal Parlamento". Viene quindi escluso che la vicepresidenza, cioè la presidenza de facto, possa andare a un togato, e questo, evidentemente, per scongiurare una totale autoreferenzialità dell'organo. Una decisione molto sofferta, come si può evincere dai sempre interessantissimi lavori preparatori, nel corso dei quali se da un lato emergeva con chiarezza la volontà di limitare l'autoreferenzialità (con connessa impunità) della magistratura, dall'altra si affermava la volontà di preservarne l'indipendenza (e quindi le fattispecie considerate furono le più varie, dalla doppia vicepresidenza con una delle due conferite a un alto magistrato, alla vicepresidenza conferita al ministro della Giustizia, ecc.).

Ma torniamo all'esperienza attuale. Vi riassumo la situazione dal 1981 a oggi:

1981-1986 Giancarlo De Carolis, già senatore DC per tre legislature.

1986-1990 Cesare Mirabelli, giurista

1990-1994 Giovanni Galloni, deputato DC per sei legislature, già ministro della pubblica istruzione

1994-1996 Piero Alberto Capotosti, giurista

1996-1998 Carlo Federico Grosso, giurista

1998-2002 Giovanni Verde, giurista

2002-2006 Virginio Rognoni, deputato DC per sette legislature, tre volte ministro

2006-2010 Nicola Mancino, senatore DC-Ulivo per nove legislature, ministro, presidente del Senato, ecc.

2010-2014 Michele Vietti, deputato CCD-UDC-Casa delle libertà per quattro legislature, due volte sottosegretario

2014-2018 Giovanni Legnini, senatore DS-PD per tre legislature, deputato PD per una legislatura, sottosegretario ecc.

2018-2023 David Ermini, deputato PD per due legislature

2024-oggi Fabio Pinelli, avvocato

Quindi, riassumendo: il vicepresidente è stato un tecnico per quattordici degli ultimi 45 anni, mentre in tutti gli altri casi è stato un politico di razza, spesso con precedenti incarichi di Governo.

In concreto, visto che dal 1958 in qua l'elezione "da parte del Parlamento in seduta comune delle  due  Camere  avviene  a  scrutinio segreto e con la maggioranza dei tre quinti dell'assemblea" (legge 24 marzo 1958, n. 195, art. 22), dove i tre quinti si riferiscono agli aventi diritto nei primi due tentativi e ai votanti nei tentativi ulteriori, è evidente che in questo più che in altri casi l'immagine del Parlamento come Pentecoste laica cui gli apostoli-parlamentari accedono con animo puro attendendo  in assemblea l'illuminazione dello Spirito Santo sotto forma di libertà di coscienza è particolarmente poco calzante! Mi sembra invece piuttosto ovvio (dovrebbe esserlo anche a chi a differenza di me non ne è stato testimone) che a monte dell'elezione dei membri laici vi sia la "chiusura" di un pacchetto che per essere a prova di franco tiratore (dato che l'elezione è a scrutinio segreto) deve essere condiviso con la minoranza (dato che salvo il caso improbabile di maggioranza compatta al 60% più uno dei parlamentari l'opposizione diventa essenziale per definire un quadro complessivo). Questo è il motivo per cui nelle cinque consiliature precedenti all'attuale il vicepresidente è sempre stato un parlamentare, eletto dai suoi simili parlamentari, a chiusura di un pacchetto condiviso con le minoranze e da queste conseguentemente votato. La sintesi è che è #lapiùbelladelmondo a porre le premesse perché a guida dell'organo di "autogoverno" ci sia un politico, e questo avviene on purpose, proprio per scongiurare la totale autoreferenzialità di questo organo.

Non vorrei che vi sfuggisse un passaggio, che è il passaggio essenziale: l'elezione del vicepresidente avviene in Consiglio, non in Parlamento. Non mi risulta tuttavia che il Consiglio abbia mai smentito una decisione politica presa in Parlamento nel compilare il "pacchetto" dei laici (magari sbaglio...), votandosi un presidente (necessariamente laico) in difformità da quanto previsto in Parlamento. In altri termini, tramite il meccanismo delle correnti, proprio in quanto esse rispondono ai partiti che raggiungono l'accordo sulla componente laica eletta in Parlamento, si garantisce che la votazione del vicepresidente in CSM non smentisca l'accordo politico raggiunto appunto in Parlamento. Chiaro il concetto? Quindi, come dire: è adesso che la connessione funzionale fra politica e "autogoverno" esiste ed è piuttosto cogente. D'altra parte, se "le toghe" decidessero di sconfessare la "chiusura" politica, la vita dell'organo di "autogoverno" diventerebbe, per forza di cose, piuttosto difficile.

Come cambia questa situazione con la riforma?

Il comma 5 del nuovo articolo 104 recita "Ciascun Consiglio elegge il proprio vicepresidente tra i componenti designati mediante sorteggio dall’elenco compilato dal Parlamento in seduta comune." Si parla di "ciascun Consiglio" anziché de "il Consiglio" perché i consigli diventano due: uno per i giudicanti e l'altro per i requirenti (com'è noto). La votazione dei due vicepresidenti avviene sempre nei consigli, e l'elettorato passivo è sempre dei membri laici. Il problema, però, è che il Parlamento non vota direttamente il "pacchetto" di chiusura dell'accordo politico, ma vota una lista più o meno ampia di nomi, che, per essere approvata, dovrà necessariamente prevedere una rappresentanza proporzionale delle varie sensibilità politiche (incluse quelle  di opposizione, che altrimenti non la voterebbe). Il "pacchetto" di laici inviato al CSM viene eletto dal caso, con sorteggio. Risulta quindi impossibile che quando il Parlamento vota la lista ci sia già un accordo chiuso su chi andrà a fare il vicepresidente, perché quest'ultimo dovrà essere necessariamente eletto (dal Consiglio) nell'ambito di un "pacchetto" sorteggiato, cioè sottoposto all'arbitrio del caso.

Non riesco quindi a capire, ma sarà un limite mio, come si faccia a dire che la riforma rafforza la presa della politica sull'autogoverno della magistratura! Non può oggettivamente farlo, perché il passaggio intermedio del sorteggio fra il voto parlamentare sui laici e l'elezione di un laico in CSM scombina qualsiasi preventivo accordo. Questo non vuol dire che un accordo non ci possa essere e non ci sarà: ma sarà successivo e in qualche modo "indebolito", essendo preclusa alle forze politiche la scelta della farina con cui impastare il proprio pane (perché rimessa all'arbitrio del caso), ed essendo quindi le forze politiche costrette, nel bene o nel male, a fare il pane con la farina che avranno a esito del sorteggio.

E... attenzione!

Mentre sopra vi ho chiarito che oggi è appunto il meccanismo delle correnti a garantire la tenuta dell'accordo politico sulla vicepresidenza (perché è quel meccanismo a far sì che anche i togati si compieghino a votare il laico designato dal negoziato parlamentare), domani, qualora il sorteggio della componente togata facesse saltare il ruolo delle correnti, diventerebbe molto ma molto più complesso per #aaaaabolidiga dire la sua sul vicepresidente, non solo perché questo verrebbe necessariamente eletto da un sottoinsieme di sorteggiati sottratto al di lei controllo, ma anche perché chi materialmente dovrebbe procedere all'elezione, cioè i membri laici e togati del CSM, non avendo vincoli di appartenenza né partitica né correntizia, sarebbe esso stesso sottratto al di lei controllo.

Chiaro?

Insomma: mentre oggi al peón arriva il fogliettino con su scritti i due nomi da votare, e ai piani alti si sentono ragionamenti del tipo "allora, ci danno la vicepresidenza del CSM se in cambio gli diamo due membri nell'Authority tal dei tali", un domani al peón non arriverà nessun fogliettino, e ai piani alti la vicepresidenza sarà sottratta ad accordi preventivi. 

E quindi sì, lo avete capito: dire che con questa riforma l'indipendenza della magistratura sarebbe compromessa è un po' come dire che con l'unione monetaria i salari cresceranno più in fretta! L'analogia, del resto, è completa, perché sapete bene che chi oggi difende l'euro, ieri sapeva che avrebbe compromesso gli interessi dei lavoratori salariati, e chi oggi attacca la separazione delle carriere, ieri la proponeva nei suoi programmi di governo, e difendeva il sorteggio come strumento di indispensabile (ahimè) moralizzazione della magistratura.

Che è un po' come dire "ego sum disputatio tua, qui eduxi te de terra Piddinorum, de domo servitutis. Non habebis disputationem alienam coram me."


(... poi fate come vi pare...)