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mercoledì 6 maggio 2020

La lettera del Governo olandese al suo Parlamento

(...mentre noi dobbiamo sopportare il tono strafottente di uno dei più incompetenti e disinformati ministri della storia patria, nei paesi civili le cose vanno in un altro modo. I Governi riferiscono tempestivamente - cioè prima - ai loro Parlamenti. Qui vi riporto la traduzione - un po' affrettata - della relazione fatta dal Governo olandese al suo Parlamento, dalla quale capirete che le famose red lines del Ministro Gualtieri - le ho chiamate così perché lui capisse - sono già state ampiamente sorpassate. Ma non diciamoglielo: restiamo nel dubbio che lui non lo sappia, perché se lo sapesse, come sicuramente lo sanno i suoi funzionari, sarebbe molto, molto grave...)




Durante il precedente Eurogruppo del 7-9 aprile, i ministri hanno concordato di rendere temporaneamente disponibile la linea di credito a condizioni rafforzate (ECCL) del meccanismo europeo di stabilità (MES) agli Stati membri che desiderano farne uso per l'epidemia di COVID-19. Il prossimo Eurogruppo [dell'8 maggio, NdCN] discuterà dell'ulteriore elaborazione di questa cosiddetta linea di credito di sostegno alla crisi pandemica.

Alla videoconferenza del 23 aprile scorso i membri del Consiglio europeo hanno accolto con favore la relazione che l'Eurogruppo ha approvato il 9 aprile. Nel fare ciò, hanno invitato l'Eurogruppo a rendere operativo questo pacchetto entro il 1° giugno.

Le caratteristiche dettagliate della linea di credito MES dovrebbero essere discusse nel prossimo Eurogruppo. Queste caratteristiche dettagliate saranno quindi registrate in documenti standardizzati, che consentiranno a tutti gli Stati membri di accedere a questo strumento. Ovviamente, questa elaborazione deve essere in linea con gli accordi già concordati nella relazione dell'Eurogruppo del 9 aprile.

Alcune condizioni preliminari sono importanti per i Paesi Bassi.

Prima di tutto, come condizione d'uso della linea di credito, dovrebbe essere incluso nel protocollo d'intesa che i paesi si impegnano a utilizzare la linea di credito per sostenere il finanziamento interno dell'assistenza sanitaria diretta e indiretta, la guarigione e i costi relativi alla prevenzione dovuti alla crisi da COVID-19. In secondo luogo, la linea di credito dovrebbe essere disponibile solo per la durata della crisi COVID-19. In terzo luogo, la disponibilità di credito per Stato membro dovrebbe arrivare fino al 2% del prodotto interno lordo. In quarto luogo, è importante che le procedure per la concessione del sostegno finanziario da parte del MES, contenute nel trattato sul MES, siano adeguatamente seguite. Ciò implica anche che una decisione in linea di principio da parte del consiglio di amministrazione del MES relativa all'apertura della linea di credito a tutti gli Stati membri può basarsi solo sulla disponibilità delle relazioni necessarie: un'analisi dei rischi per la stabilità finanziaria, della sostenibilità del debito e delle esigenze di finanziamento. In quinto luogo, la scadenza dei prestiti basati sul credito dovrebbe essere inferiore rispetto ai precedenti programmi di aggiustamento macroeconomico del MES.

Dopotutto, si tratta di prestiti a paesi che possono ancora accedere al mercato a tassi di interesse ragionevoli. Su questa base, ci si può aspettare che i prestiti del MES possano anche essere rimborsati in tempi relativamente brevi.

Dato il focus specifico della linea di credito sull'epidemia COVID-19, il direttore del MES ha suggerito di considerare un prezzo inferiore rispetto a quello incluso nella linea guida della politica dei prezzi. Per quanto riguarda i Paesi Bassi, i costi per la linea di credito possono essere fissati a un livello inferiore rispetto a quanto prescritto nell'attuale orientamento sulla politica dei prezzi per tener conto della situazione eccezionale di utilizzo del MES, in cui i costi addebitati dal MES allo Stato membro deve sempre superare i costi di finanziamento sostenuti dal MES stesso per mobilitare le risorse necessarie.

Se viene raggiunto un accordo sulle caratteristiche della linea di credito nel prossimo Eurogruppo, si prevede che il 14 maggio si terrà una riunione del consiglio dei governatori del MES per rendere il sostegno alla crisi pandemica disponibile in linea di principio a tutti gli Stati membri. I documenti pertinenti sulla base dei quali il consiglio dei governatori può decidere di farlo saranno inviati alla Camera non appena saranno disponibili. Il Consiglio dei Ministri notificherà inoltre all'Assemblea la sua intenzione di approvare o meno la decisione. Dopo la decisione, i paesi dovranno presentare una domanda concreta per utilizzare una linea di credito su base individuale. Prima del processo decisionale relativo alla concessione di tali singole linee di credito nell'ambito del sostegno alla crisi pandemica, la vostra Camera sarà sempre informata conformemente al protocollo informativo relativo al coinvolgimento parlamentare nell'uso dei fondi e nel controllo dei fondi europei di emergenza.

Gli altri strumenti del MES rimarranno disponibili nel caso in cui un paese abbia problemi finanziari ed economici, fatte salve le condizioni di politica economica finanziaria. I Paesi Bassi hanno sempre sottolineato l'importanza di queste condizioni politiche, perché assicura che gli Stati membri emergano più forti da una crisi economico-finanziaria.



(...insisto su un punto: gli olandesi hanno ragione, dal loro punto di vista...)

(...inutile sottolineare il diverso livello di civiltà democratica degli altri Paesi. Ma il rapporto dei piddini con la democrazia è come quello che hanno con la cultura: del tutto esornativo, e per niente vissuto...)

mercoledì 1 aprile 2020

Ein deutsches Requiem

...è un crescendo, travolgente, per quanto non inatteso.

Hanno cominciato alcuni giornali, tirando fuori la storia, non del tutto inedita, del debito di guerra della Germania, una storia che si ripresenta con la tediosa inevitabilità di una stagione poco amata. E fino a qui, l'entusiasmo degli stolti per questo genere di argomenti era anche comprensibile.

Ha proseguito un noto (e bravo) attore, facendo un paio di giorni fa una simpatica sparata contro l'atteggiamento della Germania al tavolo del negoziato di Bruxelles. E qui, forse, qualche dubbio sarebbe dovuto venire: perché se uno fa carriera nella televisione italiana, oltre al talento, che in Italia non si nega a quasi nessuno, è sicuro che dovrà aver manifestato un discreto allineamento al pensiero unico.

O no?

Ma la prova regina è arrivata oggi, quando non un solo attore, ma un'intera compagnia ha acquistato una pagina sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung per esortare i tedeschi a non seguire gli olandesi sulle loro posizioni egoistiche: l'Europa (?) era stata solidale con la Germania e quindi (?) adesso l'Olanda dovrebbe essere solidale (?) con l'Italia, invece (?) di sottrarle gettito con le sue pratiche fiscali aggressive (l'orazion picciola è qui per i diversamente europei).

Un'insalata dadaista di non sequitur sulla cui opportunità magari spenderemo un paio di parole.

Gli stupidi, e quel loro sottoinsieme che gestisce la rappresentazione del vostro mondo, sono andati in brodo di giuggiole, o si sono, di converso, indignati, per queste posizioni "sovraniste" (parola che, lo ribadisco, non vuol dire nulla, o meglio: mentre non dice nulla di quello che intende descrivere, dice tutto di chi la usa).

Noi, qui, spero invece che abbiamo in molti visto ripresentarsi with the tedious inevitability of an unloved season un fenomeno che tutto è tranne che una assoluta novità: il becero, provinciale, astioso antigermanesimo dei piddini.

Vi invito a rileggere le parole che scrissi l'8 novembre del 2013 scagliandomi contro "i pretesi "europeisti" che fomentano sentimenti antitedeschi giocando un gioco sporco e pericoloso"... e già allora, cioè sette anni fa, questa per chi c'era, per chi ha avuto la fortuna di partecipare a questo momento corale di presa di coscienza, al Dibattito, non era una novità (ne avevamo parlato qualche mese prima...). Sono parole di assoluta attualità, e credo quindi di non dover aggiungere molto per chi le avesse a suo tempo lette e capite.

Mi rivolgo quindi agli altri, pur consapevole della spietata ineluttabilità della prima legge della termodidattica: "Ci sono cose che, se potessero essere capite, non andrebbero spiegate" (Alberto Bagnai). E quindi sì, amico mio: se arrivato fin qui non hai ancora capito dove io voglia andare a parare, magari sarò riuscito a incuriosirti, e arriverai fino in fondo, ma difficilmente riuscirò a spiegarmi...

Sbarazzatici con questa affermazione degli ultimi due o tre lettori dall'epidermide sensibile, stabiliamo subito qual è il problema: non ha alcun senso accusare i tedeschi di attenersi alle regole cui ci siamo congiuntamente vincolati. Non sono cattivi i tedeschi a volerle applicare, sono stati stupidi certi italiani (qui genericamente individuati dal termine "piddini") a sottoscriverle senza capire che cosa stessero facendo. Quindi evocare fantasmi del passato, come il debito di guerra della Germania, o fantasmi del presente, come le pratiche fiscali sleali del paese che risolve a modo suo il problema della sostenibilità del welfare, è sommamente sciocco e pertanto controproducente. Diventa anche sommamente ridicolo quando ad adottare un simile atteggiamento recriminatorio da "asilo Mariuccia" sono politici o secredenti intellettuali "liberali". Questi, in quanto tali, dovrebbero sapere che non è certo dalla benevolenza del macellaio ecc. (e quindi, per chi abbia il parafrasometro inceppato: non è certo dalla benevolenza della Germania che ci aspettiamo di poter sovvenire ai bisogni del nostro popolo, ma dal fatto che la Germania ha cura del suo interesse - e l'interesse della Germania è che le sue banche non saltino...).

Astraendo quindi da questi fenomeni nostrani, i liberisti a geometria variabile, che passano con disinvoltura dalla critica all'intervento dello Stato nell'economia all'implorazione di sussidi per le testate da cui pontificano, o dall'elogio delle regole (quando si applicano ai piccoli) alla melassa dei buoni sentimenti "europeisti" (quando le regole rischiano di incidere sui loro conti in banca), astraendo da questa bella d'erbe (broccoli) famiglia e d'animali (capre), cui tutto sommato vogliamo bene perché ci estorce un sorriso in tempi tanto tristi, astraendo da chi è condannato all'irrilevanza dalla sua scarsa comprensione del reale, lasciandoci alle spalle il folklore paesano di casa nostra, incombe a noi, che possiamo permettercelo, perché abbiamo praticato e vissuto intensamente quello che di meglio la Germania ha da offrire, e quindi non la sua attuale classe dirigente, ma la sua cultura e la sua arte, incombe, dicevo, a noi portare in questo dibattito ordine e razionalità.

Converrà partire da un dato. La Germania, intesa come l'attuale establishment politico tedesco, non è nostra amica: non deve esserlo (nessun medico glielo prescrive), e non può esserlo. Guardate che cosa scrivevo a pagina 250 del Tramonto dell'euro:

Le dinamiche leghiste del gioco politico tedesco fanno disperare che un rinnovamento della classe politica tedesca alteri la situazione. È grossolanamente ingenuo (per essere gentili) chi si attende mirabilia da una svolta “a sinistra” della politica tedesca. Dopo decenni di disinformazione, speculare rispetto a quella che abbiamo subito noi, l’elettorato tedesco ha assimilato l’idea che la colpa della crisi sia di noi “porci” (Piigs) del Sud, che siamo noi a minacciare il loro stile di vita (e non la loro classe politica, che ha represso salari e consumi per aumentare i profitti dei capitalisti del centro). Ora, la teoria normativa della politica economica, ma anche il semplice buon senso, ci insegnano che ciò che un politico vuole è raggiungere il potere e mantenervisi. Se un qualsiasi politico tedesco, di qualsiasi colore, facesse una timida apertura verso politiche più cooperative, il politico del colore opposto, immediatamente, avrebbe buon gioco nel tagliargli l’erba sotto i piedi dicendo: “Vedete, elettori, il mio avversario è amico dei porci, vuole compromettere il vostro stile di vita”. Ovvio, no?

(...eh già, nel 2012 per me l'aggettivo "leghista" aveva una connotazione negativa...)

Quindi la Germania, intesa come classe dirigente tedesca at large, strutturalmente non può essere nostra amica: la conquista del consenso in Germania passa necessariamente attraverso lo scaricare la colpa dei propri squilibri interni sugli altri paesi membri dell'Unione. Quali siano questi squilibri qui lo abbiamo descritto in lungo e in largo quando gli imbecilli descrivevano quel paese, lacerato da profonde contraddizioni, come una sorta di Bengodi (che tale era, ma, purtroppo, per un numero sempre più piccolo di fortunati)...

Ma noi non dobbiamo essere nemici dei tedeschi, anzi! Non è con atteggiamenti aggressivi, con rampogne, e mettendola di fronte a un passato col quale non ha mai fatto bene i conti, che si può aiutare la Germania a ragionare su quale sia il suo interesse.

Simili atteggiamenti da amante tradita sono l'inevitabile sbocco di quei nani del pensiero che hanno pensato di utilizzare l'economia per condizionare la politica, e ora non sono in grado da politici di gestire l'economia (sì, sono gli stessi che si sciacquano la bocca col "primato della politica..."). L'idea che l'adozione della moneta unica avrebbe accelerato il percorso verso un compiuto "federalismo", oltre a trascurare il solito dettaglio (ovvero: alla maggioranza dei cittadini era stato chiesto se volessero raggiungere un simile obiettivo, se volessero gli Stati Uniti d'Europa?), palesa ormai la sua natura fallimentare, e lascia a tutti noi una pesantissima eredità da gestire: basta vedere quali problemi crea in questo momento dover dipendere da istituzioni altrui per la provvista di liquidità! Ma rinfacciare alla Germania i danni di guerra non ha alcun senso, tanto più se nel farlo si continua ad agire la politica secondo le categorie del sogno, della nobile aspirazione, anziché secondo le più faticose ma proficue categorie della lucidità e della competenza.

Ecco, parliamone, di competenza e di consapevolezza... Perché credo che dobbiate saperlo: i piddini si stavano costruendo (e probabilmente si stanno tuttora costruendo, in questo momento) un Letta moment, come quello immortalato dal tweet di Claudio che ho avuto il piacere di citare in aula (correva l'anno 2013 e Letta giulivo si vantava di aver sottoscritto le regole che causarono tanti lutti)! L'inconsapevolezza dei nostri beotarchi (felice conio di nonexpedit) stava attivando le stesse dinamiche: il MES, firmato da loro, sarebbe stato pagato politicamente da noi, esattamente come l'Unione Bancaria, firmata da Letta, era costata politicamente a Renzi (che quando spavaldo diceva: "Stai sereno!" non sapeva di essere già stato ferito a morte dal suo avversario, che - a sua volta senza saperlo - gli aveva praticamente fatto esplodere il sistema bancario sotto la poltrona). Solo che... ai meno stolti di loro ho fatto notare che una o due case e un conto in banca ce l'hanno anche loro: a che cosa sarebbe servito far entrare il Paese in un percorso al cui termine si trova la patrimoniale?

Qualcuno ha capito e il fronte interno, come avrete capito, si è sgretolato: il ministro è sempre più isolato nella sua cittadella, il MEF (uno Stato nello Stato), ma la sua linea pro-MES è smentita non solo dalla sua maggioranza, ma addirittura dal suo stesso partito!

Non è certo finita qui...

Io non credo che dietro a questa pantomima, pericolosa e dispendiosa in termini di tempo, che oggi ci sarebbe così prezioso, ci sia solo incapacità di pensiero laterale, sclerosi intellettuale, subalternità al dogma. Credo che ci sia anche, consapevole o meno, la storica necessità di far sponda su una potenza esterna a fini di politica interna. Che sia la Francia di Carlo VIII, l'Unione Sovietica, o l'Unione Europea, da (quasi) sempre gli italiani chiedono aiuto all'esterno quando si trovano parte soccombente, o comunque per consolidare le proprie posizioni. In effetti oggi l'unica speranza che i nostri amici "de sinistra" hanno di sopravvivere, di perpetuarsi, è quella di riuscire a farci ostruzionismo da Bruxelles, dagli uffici della Commissione, dove si sono incistati e da dove possono, dato l'attuale ordinamento, impedire a qualsiasi Governo democraticamente eletto di agire in conformità al mandato ricevuto dai propri elettori.

Noi, che siamo europei, e che non odiamo la Germania, abbiamo chiamato amici tedeschi a spiegarci come ci si debba comportare per aiutare i nostri fratelli europei. Ma possiamo aspettarci che riesca a essere giustamente incisivo chi solo da una prospettiva "europea" può garantire la sopravvivenza del suo partito che gli italiani ormai in maggioranza schifano, ritenendolo non a torto artefice di una delle scelte politiche più infelici nella storia millenaria del Paese?

Ovviamente no.

Inutile dirvi che "i competenti", che continuano a blaterare di un MES "a condizionalità attenuata", non sapevano che questo oggetto non esiste, per i motivi spiegati qui da Marco Dani (sintesi: perché ai sensi del two pack il "contratto" col quale il MES ti presta i soldi, detto memorandum, può essere rivisto in qualsiasi momento dal Consiglio Europeo con un voto a maggioranza, e quindi è del tutto ovvio che se Salvini diventasse premier immediatamente i termini dell'accordo verrebbero rivisti riattivando le regole fiscali e costringendo il Paese ad attuare austerità). Ci avrebbero venduti per 35 miliardi, e non è detto che non lo facciano, e questo perché accettare le condizioni dei nostri creditori è l'unica speranza che gli resta di avere manforte da loro per scalzarci dal governo qualora ci arrivassimo!

Altra spiegazione non c'è, o almeno la mia fede nella razionalità umana mi fa sperare che non ci sia...

Oggi il mondo intero ha cercato di far capire a questi geni della lampada che il MES è diventato inutile, dopo l'annuncio del programma PEPP della Bce: qui Constancio (una persona che i miei lettori conoscono), qui Brooks. E se una cosa non serve a nulla, serve a qualcos'altro (come ci insegna il Pedante). Volendo allargare il discorso, ci sarebbe veramente da chiedersi, come alcuni hanno fatto, perché sia così restia ad indebitarsi a lungo termine ora che i tassi sono così bassi un'istituzione (il Tesoro) che tanto ha fatto per indebitarsi a lunga scadenza quando i tassi erano alti, fra l'altro investendo in costosi derivati per assicurarsi contro il rischio (del tutto infondato) di un loro ulteriore rialzo...

Eh, quante domande che un giorno avranno risposta...

Tuttavia, restiamo sul pezzo: inutile prendersela con i tedeschi se applicano le regole! Bisognava pensarci prima, quando quelli che oggi sono due Presidenti di Commissione, e allora erano privi di ruoli politici e forti solo delle loro idee e del loro coraggio, chiedevano a destra e sinistra di riflettere. Ora non è il tempo delle recriminazioni, deve essere il tempo della lucidità e della fermezza, ma soprattutto della dignità. Non ha alcun senso chiedersi piagnucolando perché tedeschi e olandesi siano così cattivi, scrivere lettere che provocano, come è facile immaginare, non un afflato di solidarietà, ma una meritata salva di pernacchie: qui, qui, qui e qui:


(per gli europeisti:

"A quanto ho capito, i Paesi Bassi non hanno mai detto di non voler dare alcun aiuto, ma solo sollevato il punto che questo deve essere accompagnato da (una qualche forma di) condizioni, altrimenti questo sostegno finanziario può essere invocato all'infinito. Mi sembra più che logico. Nei Paesi Bassi (tra gli altri) negli ultimi anni sono stati fatti tagli importanti allo scopo di ridurre il debito pubblico. Ciò non è stato fatto, o per lo meno non abbastanza, nei paesi del sud Europa.
Benissimo che l'Olanda si sia fatta sentire. Il sostegno finanziario arriverà sicuramente, ma è positivo che di una cosa come questa si stia parlando.
Comunque, non trovo per niente chic il rivolgersi alla Germania scrivendo "perché dopo la seconda guerra mondiale abbiamo cancellato il tuo debito". Fa un po' leva sul senso di colpa e - se proprio dobbiamo parlarne - quanto è stata "buona" la stessa Italia durante la guerra?")

Bisogna diventare adulti, e porre il problema nei termini in cui va posto: se le istituzioni europee non sono in grado di aiutare i paesi europei, allora il progetto europeo non ha alcun senso. Di istituzioni europee ce n'è una sola: la Bce, perché questo sono riusciti in tanti anni ad avere i "sognatori". E allora o la Bce fa quello che le altre banche centrali fanno altrove nel mondo, o occorrerà pensare a un'evoluzione del progetto. Quindi, invece di mettere all'asta i 100 miliardi che ci servono uno alla volta, si vada sul mercato, gli si dia un segnale, e si metta alla prova la Bce e la volontà dei paesi europei di mantenere in vita il progetto nell'unico modo sensato e possibile: non vagheggiando un Mes che non c'è, ma utilizzando una Bce che c'è e che già si è impegnata ad agire. Se non chiediamo 100 miliardi oggi, non ne basteranno 200 domani, questo va detto e va saputo. La storia della Grecia è molto istruttiva anche sotto quel profilo: per tirarla in lungo ci si sono spesi più miliardi di quanto un bail out immediato avrebbe richiesto. Detta in un altro modo: visto che tanto anche a bocce ferme arriveremo al 150% del rapporto debito/Pil, meglio evitare che questo aumento sia dovuto solo al collasso del Pil, e fare in modo che sia dovuto a un'accumulazione di debito che tenga però in piedi la nostra economia, cioè la capacità del Paese di onorare i propri impegni.

Dopo di che, resta il problema politico.

Io non ho certo ostilità per i tedeschi. Sono in costante contatto con amici e colleghi parlamentari tedeschi (che secondo me non hanno capito che cosa li aspetta fra una decina di giorni), e la Germania resta per me, come per qualsiasi musicista, un riferimento inevitabile. Certo, qui abbiamo stigmatizzato l'indifferenza che li portò a convivere con l'orrore, ma anche noi, come giustamente nota l'olandese qua sopra, di orrori ne abbiamo compiuti in giro per il mondo, e soprattutto gli occhi li stiamo aprendo solo ora che tocca a noi: quello che è successo in Grecia non ci è bastato ad aprirli. Su tutto prevale la compassione per un popolo dove gli sconfitti sono tanti e in crescita, il che, purtroppo, avvierà il Paese, per l'ennesima volta, su un percorso autodistruttivo.

Quale sarebbe l'interesse della Germania lo abbiamo analizzato razionalmente sulla base di lavori scientifici e ne abbiamo fatto anni addietro un manifesto, quando mai avrei pensato di diventare leghista, il cui messaggio poi è stato ripreso nel programma elettorale della Lega Salvini premier. Ma è difficile che in un contesto ormai definitivamente inquinato dall'ideologia e dalle recriminazioni si riesca ad affermare la razionalità. Lo scambio di accuse reciproche, fomentato da lettere come quella che abbiamo commentato, quella che, atteggiandosi a gesto europeo, denota solo ignoranza della cultura e delle sensibilità europee, un simile scambio di accuse approfondisce il solco che ci divide, solco tracciato dal desiderio insano di forzare le leggi del mercato per perseguire un progetto politico il cui senso, se mai c'è stato, si è perso per strada ed è oggi totalmente dileguato.

Non ha molto senso chiedersi ora chi sia stato avvantaggiato da questo percorso. La risposta è meno ovvia di quanto appaia agli ignoranti. Avrebbe invece senso chiedersi cosa fare per evitare che l'inevitabile si produca di nuovo. A me dispiace per qualche cretino che non ha capito il senso del mio tweet:


Massimiliano lo ha capito, e non è che ci volesse molto, per il semplice motivo che chiunque sia stato qui sa che l'antigermanesimo qui non abita, perché qui non abita il piddinismo. Non abbiamo "sognato" l'Europa, non abbiamo creduto che nessuno "dovesse" essere generoso, e conseguentemente non abbiamo nulla da rinfacciare e nulla da recriminare. Abbiamo un Paese da ricostruire, e per questo ci occorre una sola cosa: liquidità, esattamente come a chi viene estratto da un'auto dopo un incidente occorre un'unica cosa: sacche di sangue (e subito).

Anche questo credo che non sia stato capito da chi non capisce con che tipo di contratto sta legando il vostro destino.

E ora, prima di lasciarvi, contemplando con sconforto quanto poco la consapevolezza soggettiva (che ci sarà pur stata a quell'epoca) possa ostacolare le dinamiche oggettive della Storia, e quanto poco gli uomini siano disposti a leggere nel passato il loro futuro, anche perché la scrittura del passato è gestita dai signori del presente, cioè da quelli che si sentono al sicuro e dalla parte giusta (senza capire quello che oggi dovrebbe essere facile capire: una parte giusta non c'è, non c'è un posto sicuro per chi ritenendosi inattingibile si preclude l'esercizio della solidarietà), prima voglio dirvi un segreto:




Non omnes quidem dormiemus, sed omnes immutabimur, in momento, in ictu oculi, in novissima tuba; canet enim, et mortui suscitabuntur incorrupti, et nos immutabimur.

Dedichiamo ai nostri amici tedeschi il lor Requiem. La Wille zur Macht dei nostri fratelli tedeschi, il loro Hang zur Totale, li conduce invariabilmente al solito crocevia della Storia: quello dove, inseguendo chi è più debole di te, incontri chi è più forte di te. Sono due millenni che va così. Fa sorridere che qualcuno potesse illudersi che una moneta, istituzione fragile più di tante altre, avrebbe potuto imbrigliare queste tendenze millenarie. Impedire ai nostri fratelli tedeschi di essere quello che nel bene e nel male sono è impossibile. Rinfacciarglielo è da stolti. Non facciamo il loro storico errore: quello di dare ad altri (agli ebrei, ai Piigs) la colpa dei loro problemi. Dei nostri errori siamo responsabili noi, e, come vedete, stiamo facendo il possibile per trarre da essi un insegnamento. So che molti non vogliono capirlo, ma il semplice fatto che oggi ci sia un dibattito, e una maggioranza spaccata, sul MES, nel paese che accettò senza un plissé quel bail in da cui lo scongiuravamo di proteggersi, significa che qualche progresso è stato fatto: siamo cresciuti.

Dobbiamo solo resistere.




(...a differenza del Giacobbe di Mann, io posso facilmente concepire che avvenga quello che temo: sono più o meno dieci anni che va avanti così. Ma non ritengo che questo sia in buon motivo per arrendermi...) 

(...domani iniziamo a discutere gli emendamenti al """"Cura Italia"""" in Commissione Bilancio. Capiremo presto le intenzioni del Governo...)

martedì 18 febbraio 2020

C'è tanto bisogno...

(...vi scrivo da un hotel qualsiasi di "Brassels". Ho evitato il distopico Radisson Red, ma anche, a scanso di polemiche, il lussuoso Sofitel - quello della Merkel, che comunque erano tutti pieni per il felice allineamento astrale di Consiglio dell'Unione Europea, Collegio dei Commissari e Settimana parlamentare europea, e sono da qualche parte fra Ixelles e Marolles, già a letto a un'ora in cui secondo i piani sarei dovuto atterrare. Ma il bello di avere a che fare con una maggioranza inconcludente è che ogni tanto ti si liberano degli spazi, e così son potuto partire prima, e arrivare prima. Se vogliamo, è anche il bello di essere gentile: un bel sorriso risolve tanti problemi, anche quello di dover seccare l'ufficio viaggi con una richiesta last minute. Ho già fatto qualche incontro, e ho imparato, come ogni volta, qualcosa di più. Ma ha senso condividerla con voi, che tanto non la capireste, a rischio di far capire quello che ho capito a chi non deve capire che l'ho capito? Direi di no, anche se... vedi alla voce "non lo capireste" - detto con affetto, ovviamente: ma dopo due settimane di #hadettoGioggettih che cosa volete che vi dica, se non, come sempre, quello che penso?

Poco male: qualcosa da dirvi, che credo possiate capire, ce l'ho, e ve lo dico. Non vi piacerà. Ma, del resto, non vi sarebbe piaciuto nemmeno quello che non avreste potuto capire. Perché fra me e voi, nonostante l'affetto che ci lega, sopra esemplificato da un qui bene amat bene castigat, c'è una differenza profonda e temo insanabile: a voi piace vincere, e a me combattere. Quindi io tendenzialmente vinco. Quanto vorrei potervi insegnare questo! Ma se non vi ho insegnato la tenacia in quasi dieci anni, temo di dovermi per una volta arrendere: sono un insegnante peggiore di quello che mi illudevo di essere...)


Mi manda un WhatsApp @_polemicamente (si chiamava così, una volta, prima di chiudere l'account), la regazzetta che mi fece notare con quanta freschezza il Governo olandese ammette, sul suo sito ufficiale, che stare nell'euro all'Olanda conviene perché altrimenti, dato il surplus commerciale del paese, il fiorino si apprezzerebbe, mettendo le esportazioni in difficoltà. Quando non saremo più una colonia sul sito del MEF ci sarà una serena constatazione uguale e contraria: ormai se ne sono accorti anche quelli intelligggenti (poverini: non sanno che fanno ridere i polli con queste verità postume che nei paesi civili sono tranquillamente affermate dagli uffici governativi, senza tanto latinorum economichese), e quindi fra un po' lo si potrà dire, ma non entro adesso in questo discorso. All'amica avevo chiesto di informarmi in merito alla ratifica del CETA che si sarebbe tenuta al Parlamento olandese, dove il premier Rutte ha una maggioranza risicata. La stampa anglosassòne palpitava temendo un esito infausto (per i suoi azionisti), ma poi l'amore (per il libero scambio) ha trionfato e il CETA è stato ratificato: 72 favorevoli contro 69 contrari alla Camera. Al Senato non andrà in modo molto diverso. Come spiegavo ieri a "Parole guerriere", non ratificare un trattato concluso da un Governo equivale a sfiduciarlo, e evidentemente la colla per poltrone non si vende solo in Italia.

A seguito di questa notizia ovvia, l'amica aggiunge un messaggio meno ovvio:


Altro argomento da non perdere di vista: sull'Algemeen Dagblad si scrive che l'Expertisecentrum Euthanasie dell'Aja ha ricevuto 3.122 richieste di eutanasia nel 2019: + 22% rispetto al 2018. Fanno 13 persone al giorno. L'aumento viene attribuito anche alla risonanza mediatica ottenuta dal caso della paziente affetta da demenza di cui ti scrissi mesi fa, caso sul quale la corte suprema deve ancora pronunciarsi (il medico in questione è stato accusato di omicidio, ma non ha subito conseguenza penali: nel 2012, stando all'articolo, la donna aveva firmato un documento dove dichiarava di voler morire nel caso fosse stata ricoverata perché demente. Tuttavia, quattro anni dopo, aveva detto al medico di non voler ancora morire; ma non è stata ritenuta in grado di esprimersi razionalmente al riguardo, dunque di decidere di e per se stessa, ed è stata fatta fuori). Sta di fatto che il numero di richieste accolte dalla clinica aventi come motivazione la demenza è passato da 70 (2018) a 96 (2019). La clinica lamenta carenze di personale medico e amministrativo, psichiatri innanzitutto: "De nood ist groot", cioè, in inglese: "We are in great need", ovvero: "C'è tanto bisogno". Dall'inferno è tutto, linea allo studio.



(...e ora, confortato da questi begli squarci premonitori sul nostro futuro europeo, ma anche americano - gira questa roba qui, che spero proprio non sia vera ma purtroppo è verosimile! - quel futuro in cui vi abbatteranno con un colpo alla nuca quando non sarete più produttivi - e vi useranno come fonte di proteine, perché tanto lì arriveremo, passando per le locuste! - mi godo il sonno del giusto, in attesa di una giornata di incontri piuttosto intensi. Vi lascio alle vostre divertenti elucubrazioni a base di "Tizio ha detto, Caio non ha fatto...". Non c'è nulla che possa stupirmi, soprattutto non in peggio, di quanto sto vedendo in questi giorni. L'umanità o la si ama o non la si ama: motivi per farlo, oggettivamente, non ce ne sono poi molti. Ma qui è andata così, e continua ad andare com'è sempre andata...)

domenica 6 gennaio 2019

La deflazione in salsa olandese

(...sempre rispondendo alle email. Questa credo fosse di settembre, e ci insegna qualcosa che forse non sapevamo. Il problema dei nostri media non è che sbagliano il mio nome, ma che sbagliano il loro mestiere. Da post-Keynesiano, mi costringeranno ad ammettere che il mercato non è poi così male, se consideri l'alternativa...)


Questa mattina ho ascoltato una simpatica trasmissione radiofonica dove si elogiava l'Olanda. I giovini batavi tra i 15 e i 24 anni lavorano assai più dei nostri (60% e passa versus 17%, poi ascolterò il podcast per avere le cifre esatte). Visto che adesso fa comodo buttarla sullo scontro generazionale, si è detto che andare in pensione prima non serve e che ovviamente il nostro è un problema culturale, perché i batavi (quelli che sul sito del governo ammettono placidamente che l'euro fa bene all'export perché il fiorino tanto ino non era) vanno in pensione tardi e iniziano a lavorare presto. Solo che non hanno citato un piccolo dettaglio: il fatto che in Olanda esiste un salario minimo dai 15 ai 22 anni che aumenta progressivamente con l'età, per cui a 15 anni costi 2,76€ (lordi) l'ora per 40 ore settimanali, a 21 ... 7,82! Dai 22 anni scatta poi il salario minimo uguale per tutti (tutti, meno quelli che hanno meno di 22 anni, s'intende. Anvedi!). Sospetto che qui in Barbaria Meridionale un provvedimento simile sarebbe incostituzionale; nel qual caso, ovviamente anche quello sarebbe un problema culturale. Nel 2018, questi italici populisti che pretendono di pagare tutti allo stesso modo sono a dir poco passé, no?


(...la più infame colpa dei media liberisti è stata appunto quella di mettere i figli contro i padri in nome di una guerra generazionale della quale i loro stessi intellettuali di riferimento disconoscevano la fondatezza: non è perché i vecchi hanno una pensione che i giovani non hanno un lavoro, ma, esattamente al contrario, è perché i vecchi non vanno in pensione che i giovani non trovano lavoro. E a questo, anche se non il 5 marzo, un rimedio abbiamo cominciato a metterlo...)

venerdì 17 marzo 2017

Pasok reloaded




And now for something (not) completely different.

The graph shows the shares of overall votes of two "left-wing" parties (the Greek Pasok and the Dutch PvdA) in the last elections for which data is available in Wikipedia (Pasok, PvdA). Since each country has its own political calendar, the elections dates do not match, so the graph was constructed as follows:

1) the horizontal axis shows the dates of the Greek elections from 1985 to 2015;
2) the Dutch election data from 1982 to 2017 were plotted matching the fall of PvdA between 2012 and 2017 with the fall of Pasok between 2009 and 2012.

So 2009 on the horizontal axis coincides with the orange (Dutch) bar for 2012, and 2012 coincides with the orange bar for 2017. I take the well-deserved disaster of Pasok as a leading indicator of what is going to happen to PvdA: it's going to disappear for a long time. I surmise that when the next elections are held in the Netherlands, the orange bar will stay close to the blue bars of 2012 and 2015.

The simple correlation coefficients between these electoral results is 0.76 and jumps to 0.99 if we consider the last four elections held in Greece (2004, 2007, 2009, 2012) and in the Netherlands (2006, 2010, 2012, 2017).

This is an empirical verification of what I have been saying since 2011: in the long run, right-wing policies only benefit the right.

(... traduzione per i diversamente europei e appassionati difensori dell'identità nazionale, cresciuti a McDonald e Beatles, ignari di Monteverdi e di Ariosto, ma che proprio tanto ci tengono a che questo blog sia scritto in una lingua che non è più la loro di quanto sia quella di un marsuino - e nel frattempo il resto del mondo rimane indietro nel dibattito - perché il resto del mondo è fottutamente indietro nel dibattito, cioè è fottutamente indietro rispetto a questo blog, visto che in Italia questo blog è il dibattito:


E ora qualcosa di (non) completamente diverso. 

Il grafico riporta le percentueli di due partiti "de sinistra" (il Pasok greco e il Pvda olandese) nelle ultime elezioni per le quali ci sono dati disponibili su Wikipedia. Dato che ogni paese ha il suo calendario politico le date degli appuntamenti elettorali non coincidono e quindi il grafico è stato costruito nel modo seguente:

1) l'asse orizzontale riporta le date delle elezioni greche dal 1985 al 2015;

2) i dati delle elezioni olandesi dal 1982 al 2017 sono stati rappresentati in modo da far coincidere il crollo del PvdA fra il 2012 e il 2017 con quello del Pasok fra l 2009 e il 2012.

Quindi in corrispondenza del 2009 sull'asse orizzontale abbiamo la barra arancione (olandese) corrispondente al 2012, mentre in corrispondenza del 2012 la barra arancione del 2017. In altri termini, prendo il ben meritato disastro del Pasok nel 2017 come indicatore di quello che accadrà al PvdA: sparirà per un lungo periodo. Insomma: quando in Olanda si terranno le prossime elezioni, la barra arancione resterà dove sono le barre celesti delle elezioni greche svoltesi fra 2012 e 2015 dopo il crollo del Pasok. Il coefficiente di correlazione semplice fra questi risultati elettorali è 0.76 e sale a 0.99 se consideriamo solo le ultime quattro elezioni svoltesi in Grecia e Olanda, cioè se teniamo conto dell'ultima elezione pre-crisi e delle successive tre elezioni tenute a crisi iniziata.

Prendo questa come una prima evidenza di quanto vado ripetendo dal 2011: le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra. Chissà se i tanti che mi hanno chiesto: "Ma professore, che vuol dire? Ma professore, la destra e la sinistra esistono ancora?" e amenità simili, posti di fronte a questo bel grafichetto con colori complementari capiscono di cosa stavo parlando?)

domenica 12 marzo 2017

Gli olandesi sono contenti?

Riassunto delle puntate precedenti: mentre la sinistra europea è ancora sostanzialmente in denial rispetto a quello che è un chiaro attacco ai diritti dei lavoratori, e quindi parla di "altre Europe" e di "altri euro" (cioè di altri attacchi ai diritti dei lavoratori), continuando a censurare chi porta nel dibattito il principio di realtà (cioè, sostanzialmente, me, come ha fatto la piccola Vysinskij), la letteratura scientifica ammette chiaramente che i problemi dell'eurozona dipendono in modo essenziale, come io dicevo da anni, dalla svalutazione competitiva dei salari tedeschi, e i popoli aggrediti da questa svalutazione, considerandosi comprensibilmente non rappresentati da questa sinistra cialtrona e fascista, si rivolgono a chi quanto meno ammette che un problema esiste, anche se, come è del tutto ovvio, nessuno dà loro garanzia che chi ammetta l'esistenza del problema sia culturalmente, ideologicamente e politicamente attrezzato (o intenzionato) a risolverlo.

Prossima tappa, l'Olanda, dove mi danno un Wilders molto avanti, anche se (mi dicono) sotto il 40%. Finirà che gli altri dovranno fare un embrassons nous generale, che porterà ulteriore acqua al mulino della destra (perché le armate Brancaleone finiscono generalmente così...).

Allora: visto che ora, come vi ho mostrato sopra, anche la voce del padrone (impersonata da Peter Bofinger) ci dice che il segreto del miracolo tedesco è stato comprimere i salari, e che quindi i servi cialtroni e falliti del nostro capitalismo cialtrone e bancarottiero, da quei servi che sono, non possono obiettare alcunché (anche perché impegnati a riporre i propri effetti personali in comode scatole di cartone), procediamo con serenità a un ripasso di alcuni fatti stilizzati allargando l'orizzonte alla prossima tappa nel percorso di riscossa dei lavoratori europei: l'Olanda.

Me ne dà motivo una chiamata fattami poco fa da Gianni Bulgari, conosciuto tramite Giorgio La Malfa: una persona che ha le idee piuttosto chiare sulla situazione, naturalmente dal suo punto di vista, che, per alcuni ovvi dettagli (età, censo, professione, ecc.) non ci si aspetta che possa né debba esattamente coincidere col mio. Però sul fatto che demonizzando il concetto di nazione la sinistra si è suicidata (cosa che a lui non dispiace più di tanto) gli ho sentito dire cose molto lucide quando ancora le piccole Vysinskij non avevano scoperto il "maiconismo" (mai con Salvini, mai con Le Pen...) come improbabile scappatoia rispetto alle responsabilità storiche dei rispettivi partiti, e come vano tentativo di costruirsi adolescenzialmente, cioè per negazione delle ragioni altrui, un'identità di sinistra.

(...ah, comunque, per chiuderla con il "maiconismo": diciamoci tutto: io conosco entrambi i politici citati, che di difetti ne hanno molti, e hanno sicuramente fatto errori, ma non mi pare abbiano ancora fatto quello di chiedervi di fargli compagnia. Quindi, cari compagni, state sereni...)

La domanda di Gianni era quella che molti giornalisti si porrebbero, se non fossero impegnati con gli scatoloni (vedi sopra): ma perché gli olandesi, che tutto sommato appaiono come vincenti al gioco de Leuropa, sono animati da un risentimento tale da spingerli a rivolgersi a politici che ci vengono dipinti come pericolosi razzisti xenofobi ecc. (e magari lo sono: ma il principale danno che ci ha fatto la stampa cialtrona e bancarottiera è stato quello di screditare totalmente se stessa, per cui quando oggi un giornale scrive "bianco", tu sai che leggendo "nero" magari sbagli, ma meno che prendendo sul serio il gazzettiere prezzolato di turno)?

Questa domanda ha diversi risvolti, che non possiamo affrontare tutti in un unico post (anche avendo il tempo, che non ho, per scrivere poco). Come premessa, vi ricordo che per capire l'Olanda promette di essere utile il blog di Giulia.

Poi, specifico che intendo concentrarmi sui risvolti di carattere esclusivamente macroeconomico. Tralascio quindi quelli di ordine culturale, come ad esempio il fatto, menzionato da Bulgari, che un paese intrinsecamente liberale, quello nel quale da tutta Europa si venivano a stampare i libri proibiti (come è proibito per Tumulazione Comunista Il tramonto dell'euro), il paese dove fiorì Spinoza, magari affronti con disagio il contronto con altre culture meno tolleranti (confronto nel quale comunque non mi pare dia il meglio di sé). Ma non entro in questo: se affermare che il salario per i lavoratori è un problema a sinistra porta alla censura, non so a cosa potrebbe portare evocare quello che forse oggi è il principale problema delle classi subalterne.

Infine, voglio ricordare che gli sviluppi recenti del dibattito, in cui, come da noi ampiamente previsto, le élite periferiche, per sfuggire alle proprie responsabilità, si trovano costrette ad enfatizzare la dialettica Nord-Sud allo scopo di addossare le proprie colpe alla Germania, rischiano di spingerci a fare un errore che molti fanno: quello di considerare l'eurozona come un gioco a somma nulla, dove se qualcuno perde (e noi evidentemente stiamo perdendo), allora qualcun altro deve necessariamente vincere. Eppure, non ci dovrebbe voler molto a capire che in effetti l'eurozona è un gioco a somma negativa: non è che perché noi stiamo male, gli altri stiano bene. Lo dimostra il fatto che la crescita cumulata dell'eurozona nella sua breve storia è stata pari all'1.3% medio all'anno, contro il 2.1% degli Stati Uniti (i dati sono qui), e lo dimostra anche il fatto che all'interno di ogni singolo paese dell'eurozona il capitale (cioè i pochi) se è strenuamente battuto contro il lavoro (cioè con i tanti), al punto che sempre nello stesso periodo (quello di vita dell'eurozona: 1999-2016) la quota salari è diminuita ovunque, ma nell'eurozona di più: -2.2 punti a fronte di -1.7 negli Stati Uniti (i dati sono qui). Ora, se la quota salari scende, può anche darsi che il lavoratore in termini assoluti stia meglio (ma se il prodotto cresce poco, è difficile che sia così): in ogni caso sta peggio in termini relativi, e prima o poi se ne accorge.

Volevo quindi ripartire dal post sui salari alamanni, che all'epoca venne autorevolmente criticato (chissà se ora questo povero cretino vuole andare a dire la sua su Voxeu? Io all'epoca non ci persi tempo, nonostante le vostre numerose segnalazioni, semplicemente perché sapevo che sarebbero stati i tedeschi stessi ad ammettere il problema), per vedere come si colloca l'Olanda nello scenario europeo.

Do per scontate alcune definizioni, che qui vi riassumo:

Di tutta questa roba abbiamo parlato più volte nel blog. Ad esempio, della definizione di costo del lavoro per unità di prodotto abbiamo parlato qui, e della quota salari qui.

Apro e chiudo una parentesi, prima di entrare in medias res, per ricordarvi quale sterminata coorte di cialtroni ci siamo trovati a fronteggiare in sette anni di dibattito. Da quelli che ci accusavano di non parlare di quota salari, mentre stavamo parlando di salario reale e produttività (forse perché ignoravano l'ultima delle definizioni che vi ho riportato, il che impediva loro di capire che parlare di salario reale e di produttività significa parlare del loro rapporto, cioè della quota salari), a quelli che ci accusavano di truccare i dati perché non capivano la differenza fra salari nominali e salari reali, facendosi riprendere da blogger di provincia, privi di pubblicazioni scientifiche, i quali a loro volta ignoravano che la definizione del CLUP è per forza di cose nominale e che quello che conta in termini di competitività non è tanto il salario reale, quanto il rapporto fra i CLUP di paesi diversi, secondo questa ultima definizione che vi fornisco:


(dove un asterisco indica le variabili del resto del mondo in caso di tasso effettivo, o di un paese concorrente in caso di tasso bilaterale).


Insomma: una corte di miracoli di dilettanti (o, duole dirlo, professionisti) allo sbaraglio, accomunati da un unico intento: difendere lo stato delle cose, dal quale, devo supporre, traggono vantaggi, e da un'unica caratteristica: l'ignoranza dell'abbecedario economico.

Lo sottolineo solo per mettere in evidenza come ci sia più sinistra nello sforzo che ho fatto negli ultimi sette anni per spiegarvi queste definizioni, di quanta ce ne sia che negli ultimi 50 anni di storia delle piccole Vysinskij (e dei loro padri nobili).

Vorrei anche ricordarvi una cosa: siccome in economia conta la dinamica, cioè il movimento, la variazione delle grandezze considerate, magari è opportuno avere sempre in mente che:

ovvero: il tasso di variazione di un prodotto è uguale alla somma dei tassi di variazione dei fattori, il tasso di variazione di un rapporto è uguale alla differenza fra il tasso di variazione del numeratore e del denominatore.

Questo significa, ad esempio, che il tasso di cambio reale di un paese si apprezza (cioè cresce, cioè il paese diventa meno competitivo) se il tasso di crescita del suo costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP, o ULC: unit labour cost) è maggiore di quello dei suoi concorrenti. Significa anche che il costo del lavoro per unità di prodotto può crescere molto perché crescono molto i salari nominali (con buona pace dei troll di provincia) o perché cresce poco la produttività.

Ecco: siccome abbiamo capito che questa cosa della competitività, cioè del rapporto fra costi del lavoro, è importante, andiamo a vedere come si sono mosse in questi ultimi anni queste variabili. Ci aiuta a questo scopo il database Productivity and ULC by main economic activity dell'OCSE. Lo uso per confrontare la situazione di Germania, Italia e Olanda (in ordine alfabetico).

Cominciamo quindi dalla dinamica del CLUP (in queste e nelle altre tabelle i numeri sono tassi di variazione percentuale annua, e in fondo generalmente riporto le somme, che approssimano la variazione sull'intero periodo considerato):


Come è noto, l'Italia ha sperimentato la crescita più elevata del CLUP negli ultimi 20 anni: circa il 42%, rispetto al 17% dei tedeschi. Quello che magari non vi aspettavate è che anche l'Olanda, per quanto virtuosa, ha visto una crescita del CLUP quasi doppia rispetto alla Germania, con dinamiche in certi periodi non dissimili dalle nostre. Lo vediamo plasticamente se rappresentiamo sotto forma di indice le grandezze riportate nella tabella:

Il fatto stilizzato più interessante dell'Olanda è l'immediata stabilizzazione del suo CLUP fra 2003 e 2006.

Ora, siccome la variazione del CLUP è data dalla differenza fra la variazione del salario (nominale) e quella della produttività, andiamo a vedere cosa è successo a queste altre due grandezze, cominciando dal salario:
E qui, sorpresa (o forse no)! I salari nominali olandesi sono cresciuti perfino più di quelli italiani: il 51% nel ventennio considerato, contro il 44% da noi e solo il 35% in Germania. Ma se i salari olandesi sono cresciuti più dei nostri, e il CLUP olandese è cresciuto meno del nostro, questo cosa significa? Significa che la produttività olandese è cresciuta più della nostra, e infatti:


Il prodotto per addetto da noi è cresciuto solo del 2% in un ventennio, in Olanda di dieci volte tanto, più che in Germania (circa nove volte tanto). Possiamo fare un rapido confronto degli andamenti di lungo periodo scomponendo la crescita cumulata del CLUP in quella delle sue componenti:


Direi che si vede abbastanza bene dove sia l'anomalia: l'unica cosa che cresce a una cifra fra il 1995 e il 2016 è la nostra produttività (i motivi li abbiamo spiegati qui, e con peer review qui).

Tornando alla domanda se e perché gli olandesi siano scontenti, può essere utile interrogarsi su quanto gli entra in tasca in termini di potere d'acquisto. Dobbiamo cioè confrontarci con il salario reale. Per farlo, visto che abbiamo già il tasso di crescita di quello nominale, ci servono i tassi di inflazione, cioè la variazione di P:

Vorrei farvi notare una cosa: non è che fra Olanda e Italia ci siano state poi enormi differenze in termini di inflazione cumulata. Sette punti in 22 anni sono lo 0.3% di inflazione in più all'anno. Decimali. Vi sembra mai possibile che uno 0.3 di differenza all'anno possa discriminare i virtuosi dai viziosi? Sappiamo già che uno dei motivi per i quali cioè accade è la totale rigidità del sistema (determinata dall'euro), ma non torno su questo qui e ora.

Sottraendo i tassi di inflazione alla variazione dei salari nominali, otteniamo la variazione dei salari reali:


E qui cominciamo a vedere qualcosa di interessante. Intanto, è evidente se consideriamo l'intero periodo, il salario reale (il potere di acquisto distribuito al singolo lavoratore) è diminuito solo in Italia, con una variazione totale -3%. In Germania non è aumentato moltissimo: del solo 4%. In Olanda è aumentato quasi dell'11%. Questo riflette le dinamiche che abbiamo visto sopra: una crescita dei salari cumulata del 44%, con un'inflazione cumulata del 47%, implicano che in Italia si sia vista una perdita del potere d'acquisto del 44-47=-3%. In Olanda, invece, con poco meno inflazione (41%) e molta più crescita dei salari (52%) ha visto una crescita del salario reale medio di circa l'11%. Attenzione: crescita spalmata su 22 anni, e quindi non particolarmente folgorante. Ma sempre meglio del bagno di sangue che abbiamo visto noi, e anche di quanto è successo in Germania.

Tuttavia, va notato che in tutti e tre i casi la crescita del salario reale è inferiore a quella della produttività del lavoro. Questo significa che ovunque, anche in Olanda, è diminuita la quota salari (ci torno dopo). Inoltre, osservate come sono andate lo cose nel tempo. Prima della crisi, fra l'adozione delle riforme Hartz nel 2002 e la crisi Lehman nel 2008, i salari reali sono diminuiti del 6% in Germania (-5.72%) e aumentati del 6% in Olanda (5.7%). Una situazione del tutto speculare, con l'Italia in mezzo (crescita di appena l'1% - in sette anni!). La situazione cambia con la crisi: i salari reali in Germania aumentano di quasi il 9%, diminuiscono da noi di quanto erano diminuiti in Germania (del 6%, cioè del 5.77% per i feticisti) e rimangono stagnanti in Olanda.

Detto in altri termini: l'Olanda, dalla crisi in poi, ha sperimentato un rallentamento della dinamica dei salari analogo al nostro. Il tasso di variazione dei salari reali, da noi come da loro, ha frenato di una cifra intorno ai sei punti. Da noi è diventato negativo, perché partivamo da quasi zero, e da loro è diventato quasi zero, perché partivano da sei punti. Ma la frenata è stata analoga, ed è piuttosto difficile che non se ne siano accorti, e che accorgendosene gli abbia fatto piacere.

Anche qui, può essere utile dare un'occhiata al grafico dell'indice costruito partendo dalle variazioni:

Credo si veda bene quale shock siano state le riforme Hartz (notate il calo dei salari reali in Germania). Il grafico, però, ci racconta un'altra cosa interessante: l'aggiustamento via svalutazione interna funziona in modo tale che chi sta bene con le crisi sta meglio, e chi sta male starà peggio.

Prendete il caso dell'Olanda. In teoria, sarebbe un paese "virtuoso" e "core" (cioè non "periphery"). Eppure dalla crisi in poi i salari reali, se pure non calano, nemmeno crescono. Perché? Ma perché anche loro devono comunque recuperare il divario di competitività dal paese "più uguale degli altri", evidenziato commentando il grafico sul CLUP, mentre solo il paese "più uguale degli altri" può permettersi di compattare le proprie fila distribuendo ai propri lavoratori un po' di quel surplus accumulato negli anni. Insomma, questo grafico ci racconta esattamente quanto ci diceva qui Porcaro anni addietro: per il semplice fatto di favorire squilibri fra le diverse economie, l'euro consente ai capitalismi forti di accumulare risorse che in caso di crisi consentono loro di sussidiare con mancette varie lavoratori. Pur non facendo recuperare a questi ultimi quanto hanno perso con le politiche di deflazione salariale competitiva, le mancette riescono però a frazionare politicamente i lavoratori europei. Il lavoratore tedesco dirà: "Ho fatto i sacrifici, ora voglio stare in pace, la crisi è un problema del Sud!", senza rendersi conto del fatto che i sacrifici che gli sono stati fatti fare sono stati il principale elemento destabilizzante del sistema, e individuando così il nemico di classe nel suo collega "pigro" del Sud, anziché nel suo padrone furbetto.

Naturalmente, visto che i salari reali hanno smesso di crescere, mentre la produttività continua a crescere, in Olanda sta diminuendo anche la quota salari. Alla fine, il paese dove la distribuzione del reddito si è alterata di meno è l'Italia, perché è sì vero che i salari sono scesi, ma la produttività non è tanto aumentata. Viceversa, dove i salari reali sono aumentati poco (Germania) o molto (Olanda), la produttività è aumentata molto di più, e quindi la distribuzione del reddito si è orientata molto più a vantaggio dei profitti. Notate che questo è successo in massimo grado nel paese che i nostri piccoli Vysinskij (e i loro collaterali) ci indicano come modello da seguire: la Germagna della Mitbestimmung. D'altra parte, ci sarà pure un motivo se il naturale approdo di un sindacalista che tradisce gli interessi dei suoi rappresentati è il Parlamento Europeo, no? Voi conoscete gli esempi nostrani, e qui vi fornisco un esempio transalpino.

Che conclusioni trarre da tutta questa storia?

Intanto, che l'Olanda non è la Germania: la dinamica dei suoi salari è molto diversa sia storicamente che nella fase attuale. Questa non è una banalità. Che l'Olanda non stia riuscendo a recuperare lo nota preoccupato anche il Financial Times, che si è accorto, con i consueti quattro anni di ritardo su Goofynomics, di un problemino di debito privato. Ora, avere redditi da lavoro stagnanti quando si hanno ingenti mutui da pagare, in una situazione in cui i tassi di interesse pressoché nulli, se alleviano "a rata der mutuo", al tempo stesso schiacciano i redditi da capitale, mentre i prezzi delle case precipitano, non è cosa che induca alla gioia. Forse il voto olandese non sarà condizionato in modo determinante dai fondamentali macroeconomici, ma se lo fosse gli olandesi avrebbero più di un motivo per votare contro chi li sta attualmente governando, e, naturalmente, contro l'euro, esattamente come noi.

Non so chi ci sia, lì, a impersonare la sinistra, ma a questo punto devo con sofferto realismo supporre che ci siano degli imbecilli come pressoché ovunque. Aspetto quindi fiducioso gli editoriali dei gazzettieri che stracciandosi le vesti inveiranno contro il suffragio universale che ci consegna ai populisti, mentre l'euro ci ha dato cinquant'anni, ma che dico: cinquanta secoli di pace.

Si apra la discussione...

sabato 11 febbraio 2017

Nazismo e mercantilismo

Il mercantilismo è la dottrina economica che promuove un modello di crescita basato sulla spesa altrui, cioè sulle esportazioni. In quanto tale, esso è intrinsecamente nazionalista e "socialista", cioè nazionalsocialista. Per gli amici: nazista.

Il mercantilismo è nazionalista perché si articola su una concezione perversa e aggressiva di interesse nazionale, quella che consiste nel fare l'interesse della propria nazione letteralmente a spese degli altri. Per il mercantilismo la nazione non è una comunità identificata da un percorso storico e culturale e raccolta attorno a valori condivisi. Quando questi valori sono democratici e progressisti, come quelli della nostra Costituzione (il lavoro, la limitazione di sovranità in condizioni di parità con altri Stati al fine di assicurare la pace e la giustizia fra le nazioni), che male c'è a raccogliersi attorno ad essi? Solo un completo cretino, o un parlamentare di Sinistra Italiana, potrebbe biasimare il desiderio di agire un processo politico nell'unico modo in cui è possibile, cioè condividendo una lingua nella quale mediare i conflitti, o la legittima aspirazione a riconoscersi in dei principi fondanti condivisi, cioè comuni. Ma il mercantilismo non è questo: il mercantilismo è identificare la propria nazione come un outlet, e le altre nazioni come clienti, anche loro malgrado. Se chi deve comprare non vuole farlo, il mercantilismo diventa aggressione militare, colonialismo, imperialismo, europeismo...

Il mercantilismo è "socialista" (pregasi notare l'uso delle virgolette) perché per diventare l'outlet del mondo non puoi usare solo il bastone della forza militare, o almeno non sempre. Devi anche usare la carota della convenienza di prezzo. Il fatto è che questa carota finisce dove sapete, cioè nelle parti molli delle tue classi subalterne. E allora, pro bono pacis (perché la guerra è meglio farla agli altri che in casa propria), il capitalismo mercantilista gestisce il suo rapporto con le proprie classi subalterne in un modo peculiare: da un lato schiaccia le sue retribuzioni (cosa che qui abbiamo detto quando non si poteva dire), ma dall'altro supplisce con uno stato "sociale" che è, nei fatti, una massiccia manipolazione del mercato, perché altro non è che un sussidio dato alle imprese, le quali possono permettersi di pagar poco i lavoratori (tanto questi campano lo stesso) visto che c'è lo stato (nazional)sociale che ci pensa. Anche di questo abbiamo parlato quando non ne parlava nessuno, ed è quindi scusabile chi, arrivato oggi, non sappia che per noi certe cose sono chiare e archiviate (mentre la stampa di regime le sta scoprendo ora, cautamente...).

Quindi, sì, viviamo in un regime, e in un regime nazista, impreziosito delle consuete amenità.

Come nel ghetto di Lodz, anche nella periferia dell'eurozona l'umanità viene sacrificata alla produttività, che poi altro non sarebbe che il presupposto per vendere all'estero, in un assurdo gioco al ribasso nel quale il compratore viene fatalmente declassato a Untermensch, perché se compra da te è perché tu sei più produttivo e quindi "migliore". Articolare la dialettica economica attorno alla sopraffazione commerciale (che è cosa diversa dallo scambio in condizioni di parità) non può che condurre alla violenza, ma, come nel ghetto di Lodz, anche nella periferia dell'eurozona ci sono i Chaim Rumkowski che, affascinati dalla "narraffione" dominante, illudendosi di poter essere cooptati nei ranghi dei superuomini, dei quali condividono la Weltanschauung, o semplicemente soggiacendo a un perverso calcolo nel quale l'umanità viene vilipesa relativizzando come male minore la perdita degli elementi più deboli, collaborano col regime, glorificandone le scelte, esaltandone le "regole", nonostante queste siano contrarie a qualsiasi etica e a qualsiasi razionalità economica.

Mi riferisco, è chiaro, a quegli economisti diversamente a proprio agio con la contabilità nazionale, i quali non capiscono che non tutti i paesi possono essere esportatori netti allo stesso tempo, e che un afflusso di capitale, se non è un'eredità dello zio d'America, è un debito, perché dovrai restituirlo, il capitale, dopo averlo remunerato corrispondendo interessi o dividendi.

E, come nella Francia di Vichy, anche nell'attuale regime nazista, che in quanto regime totalitario mal tollera la libertà di espressione, fioriscono i delatori, e si sta strutturando una censura di stato. Ma in questo caso torna veramente appropriato ricordare che la storia si ripete come farsa.

Concludo con un simpatico grafico che attira la vostra attenzione su un dato del quale, chissà perché, non si parla mai. Tutti oggi sanno e dicono quello che cinque anni fa sapevamo e dicevamo solo noi, cioè che il surplus tedesco è il tumore dell'Europa. Sfugge regolarmente nel dibattito che c'è un paese non trascurabile, erede di una simpatica tradizione coloniale, che in termini di surplus estero è messo molto, ma molto peggio. Quale? Questo:

(il grafico rappresenta la media mobile a tre termini del saldo delle partite correnti in rapporto al PIL, ai sensi della Procedura sugli squilibri macroeconomici, e in rosso abbiamo la soglia, che per i surplus è al 6%).

Eh già, sono i simpatici arancioni, gli olandesi.

Due osservazioni. La prima è che esistono anche governi disarmanti nella loro trasparente ingenuità. Il governo olandese può essere annoverato fra di essi. Alla domanda "Waarom keert Nederland niet terug naar de gulden?" (Warum kehrt Holland nicht zurück nach Gulden?), il sito del governo olandese risponde candidamente che i prodotti olandesi diventerebbero troppo "duur" (teuer).

Non avete capito?

Bè, voi siete Untermenschen (non offenderò la vostra intelligenza nascondendovelo), diversamente a vostro agio con le lingue europee e con le arti del quadrivio, ma almeno, se siete qui, ve ne siete accorti!

Pensate invece al povero piddino pseudocolto, che per ostentare latitudine di visuali tiene in vista sul tavolo del salotto la traduzione dell'ultimo bestesller uiguro promosso dal Völkischer Beobachter eurista, che "ha letto" Proust (o simile traduzione) un po' come "si fa" il morbillo, per non prenderlo più, che si annoia nelle sale da concerto (potendole frequentare solo passivamente), e che vi mostro qui in visita a Berlino intento a sfoggiare il suo fluente tedesco.

Ecco: lui, porello, non capirebbe nemmeno se glielo traducessi, e quindi non lo traduco...

Seconda osservazione: se chi esporta è bravo, come mai gli olandesi sono così scontenti e voteranno compatti per Geert Wilders? Forse che nel mondo nazionalsocialista la virtù non viene premiata, e i bravi patiscono? Non posso crederlo! Sarebbe impossibile, per un regime che ha eretto la meritocrazia a Grundnorm etica, convivere con una simile contraddizione (chiamiamola così)...

Ci deve essere sotto qualche mistero. Per scoprirlo, vi suggerisco di seguire @_polemicamente, una regazzetta (?) piuttosto sveglia e addentro alle cose arancioni, sulla cui tweetline troverete molte, moltissime chicche, inclusa quella che non vi ho tradotto sopra...

Ed ora vado: il mio tempo è molto duur, e voi ne avete avuto abbastanza!


(...domenica, da Parigi, riprendiamo il discorso...)

(...per gli intenditori: sì, ho usato "agire" in senso transitivo per far capire ai coglioni che sono di sinistra. Chi non è coglione dovrebbe capirlo dai contenuti, non dai vezz@, ma questo è un lutto che ho elaborato, e altri ne elaborerò...)