Visualizzazione post con etichetta tasso di cambio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tasso di cambio. Mostra tutti i post

giovedì 7 agosto 2025

Breve nota tecnica sull'impatto dei dazi

Premesso che chi si è esibito in performance simili:


forse farebbe meglio a lasciar passare qualche secolo in dignitoso silenzio, nella speranza di farsi dimenticare, ma riconosciuto altresì che un minimo di imbonimento da fiera paesana è comunque connaturato alla rappresentazione degli interessi ed è da considerarsi fisiologico, voglio fare ammenda su una mia valutazione errata riportata in questo post. Il delitto mio non è, direbbe Leporello, ma è dei soliti noti, dei nemici della democrazia, degli operatori informativi. Sono loro ad aver titolato:


e questo mi ha indotto a pensare che al CSC avessero seri problemi col concetto di elasticità al prezzo (che con ordini di grandezza simili sarebbe stata del 200%: una cosa mai vista in natura, come spiegavo appunto nel post sull'impatto dei dazi).

In realtà, la valutazione del modello CSC (pubblicato dove?) è coerente con quella del modello di Bagnai et al. (2017) (pubblicato su Economic Modelling), perché, come spiegato da una civile & resiliente esponente della nota associazione di categoria nel corso di questo pacato & costruttivo dibattito:


l'impatto di 23 miliardi è calcolato tenendo conto anche della rivalutazione nominale dell'euro, stimata al 15%, e quindi è riferito a un incremento complessivo del 30% sul tasso di cambio reale. A incremento doppio, impatto doppio, e pari elasticità (sempre intorno a 1).

Tuttavia qualcosa mi lascia supporre che questi impatti siano sempre sovrastimati, e pesantemente, e se volete vi spiego subito perché. Il fatto è che i tassi di cambio reali (che sono il prezzo relativo dei beni nazionali rispetto a quelli esteri) sono costruiti con riferimento a due classi di indicatori: o gli indici dei prezzi al consumo, o il costo del lavoro per unità di prodotto. Lo vedete ad esempio qui, nel database dell'Eurostat, che vi consente appunto di scegliere l'indicatore che preferite:


Non entro ora nella ratio di questa scelta, cioè nel perché si usi l'uno o l'altro indicatore e su quale sia preferibile per quale analisi (a richiesta ve lo spiego). Voglio solo far notare che quello che riusciamo a misurare econometricamente è la reazione dei volumi venduti alla variazione del prezzo finale, quello al consumo. Ora, il fatto è che, come sa chiunque abbia un minimo di cervello, il famoso 15% non si applica allo scaffale, ma in dogana. Per capirci, con qualche approssimazione: non si applica al prezzo al dettaglio (che è quello che confluisce nella valutazione del tasso di cambio reale e quindi nella stima dell'elasticità di prezzo), ma al prezzo all'ingrosso, con riflessi proporzionalmente inferiori sul prezzo al dettaglio.

Credo capiate dove voglio arrivare, anche perché è sempre la stessa storia. Quelli che oggi dicono che all'aumento dei dazi del 15% conseguirà un apprezzamento del cambio reale del 15% sono della stessa pasta marrone (che non è cacao) di quelli che dicevano che a un deprezzamento reale del 20% sarebbe conseguita un'inflazione del 20% (ne abbiamo parlato qui, come ricorderete, analizzando le leggende metropolitane bipartisan - perché il non cacao è assolutamente trasversale, c'è in versione socialisteggiante e c'è in versione #verolibberale...). Ci vuole più di un neurone per capire che l'attività economica è fatta di tanti snodi, e che fra ognuno di questi c'è un pass-through: esattamente come un deprezzamento di x% non comporta una inflazione del x%, e esattamente per gli stessi motivi (perché il pricing in regimi oligopolistici o imperfettamente concorrenziali si basa sull'applicazione di mark-up sui costi, mark-up che possono essere ridotti per assorbire shock di prezzo allo scopo di mantenere quote di mercato), un dazio di x% non comporta un aumento del prezzo finale di x% e quindi un apprezzamento del cambio reale misurato sul prezzo finale di x%.

Morale della favola?

Dopo tanto stracciavestismo e espertonismo un tanto al mazzo (di cui fra un po' avrete un esempio all'Aria che tira) non è escluso che, come già accadde nel primo mandato Trump, e prese tutte le debite cautele rispetto al fatto che qui si parla di un dazio generalizzato e comunque il clima internazionale è improntato a una maggiore conflittualità, alla fine le esportazioni italiane verso gli Usa possano in realtà crescere, se l'effetto reddito (maggiore crescita negli Usa) prevarrà sull'effetto prezzo (minore competitività del prodotto europeo), tanto più che il prodotto italiano è solo italiano, e quindi in re ipsa difficilmente sostituibile.

Quindi calma!

Il vero problema è un altro: il fallimento industriale europeo del green deal, e il nostro fallimento politico nel realizzare quella che è e resta una nostra legittima ambizione: essere arbitri del nostro destino sganciandoci da chi regolarmente ci porta a combattere battaglie in guerre che non sono la nostra guerra. Sì, finora non siamo riusciti a renderci indipendenti, ma qualche passo lo abbiamo fatto (vedi riforma MES) e continuiamo a spingere in quella direzione. Ci vediamo fra un po' in TV con chi lo desidera...

domenica 27 aprile 2025

La Polonia nell'Europa a sette velocità

Nel post precedente Ciaone ha chiesto come mai la Polonia abbia conservato la propria valuta nazionale, rilevando che questo le conferisce un vantaggio sugli altri Stati membri. Non ha reagito benissimo al mio caloroso "benvenuto fra noi!" che non aveva lo scopo di mettere lui di fronte alla sua ignoranza (non mi permetterei mai), ma di mettere tutti voi di fronte all'ignoranza del resto del mondo. Sono reduce da una serata in cui, sia pure in modo piacevole e per certi versi "progressivo", si è comunque reinventata la ruota, come dicono gli inglesi. Chi sta qui da un po' non ha idea di quale sia il suo vantaggio comparato sul resto del mondo, e anzi commette l'errore di pensare che quanto qui abbiamo appreso in quattordici anni di percorso comune, di mutuo arricchimento culturale, sia patrimonio condiviso.

Non è così!

Le domande che mi sono sentito fare questa sera denotavano una totale inconsapevolezza dell'esistenza di serie criticità (per essere gentili) nel progetto europeo, per non parlare poi di analisi di ordine superiore circa le motivazioni e la genesi di queste criticità. La gente semplicemente non sa, semplicemente non capisce che il suo mondo (il mondo in cui lei vive) è una loro rappresentazione (una rappresentazione orchestrata e gestita dai suoi nemici di classe). Nel momento in cui apri un giornale invece di un libro, hai già perso la lotta di classe, e di libri non ne mancano, e presto ce ne sarà uno particolarmente utile (anche se nel titolo c'è una parola particolarmente dannosa). I giornali puoi sì leggerli, ma solo dopo aver capito bene come vengono scritti, quale fabbrica del falso siano, quali stregoni della notizia ci lavorino.

Prendiamo una delle tante cose che secondo me pochi sanno: l'Eurozona non coincide con l'Unione Europea, che a sua non coincide con l'Europa e in questo momento è ad almeno tre "velocità" (cioè coesistono in essa tre regimi):

1) Stati membri (dell'Unione) la cui valuta è l'euro: Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Grecia, Slovenia, Cipro, Malta, Slovacchia, Estonia, Lettonia, Lituania, Croazia (dovrebbero essere venti, magari ricontateli, fosse successo qualcosa nella notte...);

2) Stati membri che conservano la valuta nazionale in virtù di deroghe (clausole di opt-out) definite nei Trattati: prima erano due (Regno Unito e Danimarca), ora ne è rimasto solo uno (sapete quale);

3) Stati membri che non hanno ancora adottato l'euro ma non beneficiano di una deroga, quindi a tendere lo adotteranno (in teoria): Svezia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, Polonia, Bulgaria;

e fino a qui siamo a 20+1+6=27 Stati membri dell'Unione, ma se ci riferiamo all'Eurozona dobbiamo sapere anche che esistono:

4) Stati non membri dell'Unione che hanno adottato l'euro in seguito ad accordi bilaterali: Andorra, Monaco, Vaticano e San Marino (piccoli, ma non trascurabili);

5) Stati non membri eurizzati, cioè che hanno deciso di adottare unilateralmente l'euro: Montenegro e Repubblica del Kosovo,

dove la differenza fra (4) e (5) è che i Paesi sub (4) possono coniare monete (ma non stampare banconote), mentre i paesi sub (5) (cioè gli "eurizzati") non possono nemmeno coniare le monete.

Vi sembra abbastanza complicato?

No, è peggio di così, perché, ad esempio, non tutti gli Stati la cui valuta non è l'euro lasciano fluttuare liberamente il cambio. Basta fare il disegnino (sono solo 7):


Sicuramente il leu si è svalutato molto, il forint ha ceduto in misura minore, zloty e krona hanno avuto alterne vicende e la koruna invece si è tendenzialmente rivalutata (nota bene: sono quotazioni incerto per certo, quindi se salgono significa che ci vogliono più unità di valuta nazionale per acquistare un euro, cioè che la valuta nazionale vale meno). Se togliamo queste cinque valute, noteremo una differenza fra le restanti due:


il lev (che non ha opt-out) ha cambio praticamente fisso (a parte qualche mal di pancia iniziale), mentre la krone (che ha un opt-out) oscilla in una banda ristretta, nonostante formalmente entrambi abbiano adottato (la Danimarca non essendo tenuta a farlo) il regime ERM-2 o AEC-2 che dir si voglia. Quindi, pensate un po': dei due Paesi con opt-out, uno lasciava fluttuare il cambio (il Regno Unito) e l'altro no (la Danimarca), quest'ultimo era entrato in banda di oscillazione ristretta non essendo tenuto a farlo, mentre la Bulgaria in realtà non è esattamente entrata in banda di oscillazione ristretta (il che comporterebbe che stesse iniziando il suo percorso verso l'euro), ma ha semplicemente ereditato un precedente aggancio valutario con il marco tedesco (un currency board in vigore dal 1997), e se l'è tenuto, difendendolo con qualche difficoltà, il che significa però che è di fatto nell'euro, pur non essendo un Paese eurizzato.

Se vi è venuto un lieve mal di testa vi capisco, considerando che siamo a circa sette diversi regimi, e ovviamente non stiamo considerando l'Europa non unionale, che presenta Stati non banali come Svizzera e Norvegia.

Ora: quanti di voi la sapevano tutta? O, di converso, quanti di voi identificavano "Europa" e "euro"?

Se facciamo un focus sulla Polonia, il Paese che interessava a Ciaone, la situazione è questa:


una bella svalutazione di quasi il 30% in occasione della crisi del 2009, descritta a pag. 75 de L'Italia può farcela, poi recuperata, e da lì in avanti una tendenza alla svalutazione fino al 2022, poi recuperata anch'essa.

Ora, a voi è stato raccontato che l'euro è stato fatto per non indurci in tentazione, per non farci svalutare, ma vi ho spiegato e mostrato coi fatti che la realtà era un'altra: il suo scopo era quello di impedire alla Germania di rivalutare, lo scopo dell'euro era cioè di inibire un meccanismo di mercato che avrebbe corretto il gigantesco surplus tedesco, che la Germania non voleva correggere. Ma le cose stanno peggio di così! Eh sì, e dovreste averlo capito: perché mentre da un lato la Germania manipolava la propria valuta impedendole di rivalutarsi in modo da conservare competitività di prezzo rispetto ai Paesi terzi (fra cui gli Stati Uniti), dall'altro, però, uno dei suoi principali subfornitori, la Polonia, che è il secondo Paese di provenienza delle sue importazioni dopo gli Stati Uniti, svalutava progressivamente la propria valuta, cioè la Germania (l’euro) si rivalutava rispetto allo zloty, rendendo così sempre più convenienti la componentistica e i semilavorati polacchi per l'industria tedesca.

Insomma: la Germania, con questo bel guazzabuglio di arrangiamenti monetari a millemila velocità, è riuscita nel duplice scopo di manipolare al ribasso la propria valuta verso i suoi clienti, mentre beneficiava di un ribasso della valuta dei suoi fornitori! Vendi sottoprezzo e ti rifornisci sottocosto: che vuoi di più dalla vita? Guadagni competitività perché svaluti rispetto al dollaro e perché rivaluti rispetto allo zloty, cioè lo zloty svaluta rispetto a te...

E così abbiamo anche risposto alla domanda di Ciaone: "a chi faceva comodo?". La domanda non è mal posta, ma forse un po' superflua. I rapporti di forza vigenti finora rendevano la risposta sufficientemente ovvia: a chi comanda(va), cioè alla Germania. So che molti di voi storceranno il nasino, ma against this backdrop qualsiasi cosa faccia comandare un po' di meno la Germania mi sembra debba essere visto come un successo, o almeno come la mitigazione di un danno, anche se comporta scelte geopolitiche urticanti per alcune sensibilità.

Liberi voi di pensarla diversamente: io la penso così, e credo di avervi spiegato oggi il perché.

Buona notte!

sabato 12 aprile 2025

Slidificando...

(...domattina sveglia all'alba per Agorà - a proposito, devo mettere il banner sui social! - poi lezione alla scuola di Siri. Sono incapace di dire due volte le stesse cose in pubblico, non ho il discorZetto pronto da riciclare, cioè ce l'ho ma non voglio usarlo, perché a che cosa servirebbe insegnare se non ad apprendere? Ma allora ogni occasione va sfruttata per cercare nuove prospettive...)


 (...ne parliamo domani con chi viene, e sul blog dopodomani con chi non ha voluto o potuto venire...)

venerdì 10 gennaio 2025

La svalutazione è una droga!

(… Scrivo questo post al volo dell’anticamera del gabinetto di un ministro a me particolarmente caro. Posso anche essere d’accordo con Claudio che le cose vanno ripetute, ma a ripetere le cose preferisco dedicare i dettagli di tempo…)

…e torniamo a occuparci del nostro troll preferito, fonte inesauribile di ispirazione:


Marco ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "I want to be a currency. From now on, I want you all to call me 'Leuretto'.":


Leo: non conosci la storia economica. Svalutazione e scala mobile + deficit pubblico è esattamente quello che ci ha portato al declino. Al di là di quanto poi l'euro possa aver fatto male o bene, avere inflazione e debito pubblici elevati fa male e la svalutazione monetaria non ci sono prove empiriche né teoria economica che dimostrano che causino crescita economica. La monetizzazione del debito per finanziare il deficit causa inflazione. Finora prova contraria quella che proponi è la ricetta che ha portato l'Italia alla crisi finanziaria del 1992 e quindi al governo tecnico Dini, primo governo tecnico chiamato a fare quello che la politica non aveva il coraggio politico (non volevano perdere la poltrona) di fare. 


Pubblicato da Marco su Goofynomics il giorno 9 gen 2025, 22:56

Ancora!? Ancora con queste stronzate lievi imprecisioni!?

Caro Marco, tanta ignoranza dovrebbe associarsi ad una maggiore modestia. Ti esorto a leggere questo articolo di Dani Rodrik, che sicuramente sa l’economia peggio di te e di quelli che a te sembrano economisti, ma siccome la vita è ingiusta, insegna in una università migliore di quella che hai frequentato tu (se l’hai frequentata) e di quelle dove insegnano quelli che a te sembrano economisti. Quando uno non sa niente, dovrebbe parlare poco. Agli operatori informativi che ce la menavano con la storia che la svalutazione è una droga, abbiamo cercato invano di far capire che la vera droga dell’economia è il cattivo credito, cioè il cattivo debito, e che l’unico vantaggio che abbiamo tratto dall’euro è stato quello di rendere questa droga più conveniente, e quindi più accessibile. I risultati si sono palesati sotto forma di una colossale crisi di debito privato, non pubblico. Non so come funzioni nel Paese dei campanelli, ma questa è ormai da anni la versione accettata dagli economisti non dico seri, ma conformisti, come Giavazzi. Se hai reclami da fare, falli a lui, non a noi, che non siamo autorevoli per il semplice fatto che eravamo arrivati cinque anni prima di lui alle stesse conclusioni.

Hai proprio ragione: la vita è ingiusta! Tuttavia, se posso, non è con l’ignoranza che rimedierai a questo tipo di ingiustizie. Stammi bene!





venerdì 3 gennaio 2025

I want to be a currency. From now on, I want you all to call me 'Leuretto'.

Chiedo scusa, ma ne ho piene le tasche dei cretini che quotidianamente ci importunano nella cloaca nera con i miasmi delle loro flatulenze verbali. Penso sia quindi utile per tutti noi mettere le cose in prospettiva, ribadendo un concetto essenziale e misurabile: l'euro ci era stato annunciato come valuta forte e stabile, ma i dati dicono che non è stata particolarmente stabile e che non si sta rivelando particolarmente forte. Mi è venuto in mente di ribadire questo punto semplice ma incontestabile (se non dai cretini, che qui comunque hanno libertà di espressione del pensiero) intravedendo oggi un tweet del nostro amico involontariamente esilarante:


che lamentava il raggiungimento del livello più basso dell'euro dal 2022 (!) a causa di preoccupazioni sull'economia europea (!).

Ho rimesso doppiamente in prospettiva questo tweet surreale con un breve intervento:


Eh sì! Perché innanzitutto non è il valore più basso dal 2022, ma dal 2008, e poi le preoccupazioni non sono per l'Europa, ma per la Germania.

Non poteva non inserirsi il prototipo del troll drindrino:


un ellissoide di rotazione che adesso bloccherò, perché oltre a essere diversamente intelligente è anche molto, ma molto monotono... Ma questo qui non interessa: ve lo indico solo a titolo didattico come prototipo dei cretini della liretta, il cui nome è Legione.

E allora parliamone, della liretta, ma coi dati!

I dati ci sono: quelli dal 1960 alla fine del 1998 li trovate sulle International Financial Statistics del FMI:


espressi in quantità di lire necessaria per acquistare un dollaro (quotazione incerto per certo), ma volendo anche sui Key Short Term Economic Indicators (accessibili dal Data Explorer dell'OCSE), sempre espressi come unità di valuta nazionale per dollaro, con la differenza però che l'OCSE prende come riferimento per la valuta nazionale l'euro:


In altre parole, questo significa che i dati OCSE e i dati FMI sono esattamente gli stessi, a meno della moltiplicazione per un numero che ben conoscete:


Per ottenere la serie in lire (quella fornita dal FMI) basta moltiplicare la serie in euro (quella fornita dall'OCSE) per 1936.27.

Ovvio, no?

Perché ci occorrono due fonti? Perché il FMI smette di riportare il cambio lira/dollaro da quando la lira non esiste più (cioè dal 1999). Viceversa, l'OCSE riporta il cambio della valuta italiana rispetto al dollaro sia quando questa valuta era la lira che quando questa valuta era l'euro. In effetti, ci basterebbe quindi come fonte l'OCSE, ma ho voluto confrontare le due fonti nel foglio Excel che vedete qua sopra per essere certo che la misurazione retrospettiva dell'OCSE coincidesse con quanto avevo appreso del cambio lira/dollaro nella mia lontana giovinezza.

Ve la faccio breve. I dati sono questi:


Sono dati mensili dal gennaio del 1960 al novembre del 2024.

Chiedo (per un amico): sapreste indicarmi in quale punto del grafico l'Italia entra nell'Unione Economica e Monetaria? L'ingresso nell'euro ci è stato proposto come raggiungimento di una stabilità ormai perduta dall'abbandono di Bretton Woods, come fine di un periodo di volatilità eccessiva e di svalutazioni devastanti (che sul grafico si vedono come impennate, come aumento della quantità di valuta nazionale necessaria per comprare un dollaro), e quindi, se la promessa tanto sbandierata fosse stata almeno un po' mantenuta, non dovrebbe essere difficile individuare il momento in cui essa è venuta a compimento, no? D'altronde, se ci fate caso, l'abbandono della stabilità che il sistema di cambi fissi di Bretton Woods ci garantiva nel grafico si vede piuttosto bene, giusto? Si vede quando il cambio cessa di essere fisso (retta orizzontale) e comincia a muoversi, o no? E quindi, di converso, la ritrovata stabilità conferita dall'euro, di cui tutti gli euroti cianciavano e tuttora cianciano, dovrebbe essere altrettanto facilmente individuabile, o sbaglio?





















































Eh...

















































No, mi sa di no...




























Dai, vi aiuto mettendo le date e un paio di rette verticali...


La serie FMI (in lire) è rappresentata sull'asse di sinistra, quella OCSE (in euro) sull'asse di destra, le due serie sono, com'è ovvio per i motivi che vi ho detto sopra, perfettamente sovrapponibili, e ho messo due linee verticali per indicarvi i due eventi storici marcanti di cui vi parlavo sopra.

La linea verticale rossa indica un evento di cui vi accorgereste anche se non ve lo evidenziassi: la fine del sistema di Bretton Woods decretata da Nixon a Ferragosto del 1971. Da lì in avanti (cioè verso destra) si comincia a percepire una certa instabilità di quello che prima era un cambio fisso (cioè una linea perfettamente orizzontale). La linea verticale celeste indica invece l'evento che non riuscivate a collocare, cioè l'ingresso dell'Italia nell'Unione Economica e Monetaria. Come? Non vedete l'immediato raggiungimento di una rinnovata stabilità? No!?

Eh, no.

Non lo vedete perché non c'è.

La valuta italiana è stata volatile rispetto al dollaro sia quando si chiamava lira che quando si chiamava euro, cioè sia quando la gestivano i corrotti e dissoluti banchieri centrali italiani non ancora indipendenti, che quando la gestivano i puri e rigorosi banchieri centrali leuropei indipendenti! Tanto  per darvi un'idea, dall'ingresso nell'euro a gennaio del 1999 all'ottobre del 2000 (in 22 mesi) l'euro si svalutò del 26%! E sapete perché? Perché la Germania era il malato d'Europa (come adesso) e aveva bisogno di un aiutino.

(...sul grafico, dove il cambio è quotato incerto per certo, questa svalutazione figura come un incremento del 35% del costo di un dollaro in valuta nazionale: se ci vuole più valuta nazionale per acquistare un dollaro, vuol dire che la valuta nazionale vale di meno...)

Ma... ma... ma... una svalutazione simile somiglia tanto a quello che accadeva alla liretta nei turbolenti anni '80, quando qui, a sentire i porci imbecilli antitaliani, era tutta svalutazionecompetitiva e carriole per fare la spesa! In effetti, allora occorsero solo 20 mesi (dall'agosto del 1983 al marzo del 1985) per svalutare della stessa entità...

Eh, vedi che forte l'eurone!

Ci ha fatto resistere due mesi in più...

Sossodisfazzioni...

E inoltre, dirà qualcuno, dopo questa infausta partenza l'eurone si è rafforzato: lo si vede bene nel grafico, anzi, nei due grafici, anche in quello mostrato all'amico diversamente italiano e involontariamente comico: lì il rafforzamento dell'eurone si vede come crescita della spezzata rossa (a indicare che un eurone comprava più dollari), mentre nel grafico più esteso si vede come una calo della spezzata rossa (a indicare che ci volevano meno euroni - nel frattempo diventati valuta italiana - per comprare un dollaro).

Giusto! 

A fare i conti, si vede che dall'ottobre del 2000 al luglio del 2008 la quantità di valuta italiana (euro) necessaria per acquistare un dollaro è diminuita del 45.8%, cioè, di converso, che una poderosa erezione rivalutazione ha fatto aumentare l'eurone di ben l'85% (84.6%, ma arrotondiamo)!

Acciderbolina, che performance erotica (se pure in 94 mesi)!

Ma... ma... ma... è più o meno quello che accadeva nei decadenti e dissoluti anni '80, quando la casta, la cricca, la corruzione, erdebbitopubblico, le cavallette, le pallottole in garage (come dimenticare l'immortale Verzelli e il suo sproloquio dadaista? Chissà che fine avrà fatto, quel buon'uomo...), le svalutazzionicompetitive, e via scemenzando, indebolivano il potere di acquisto delle famiglie (che invece aumentava), ma fra il marzo del 1985 e il novembre del 1990 la lira si rivalutò dell'86% sul dollaro, e in soli 69 mesi (sì: si rivalutò più la lira nel 1985 che l'euro nel 2000, e in meno tempo. Li vedete i cazzo di dati? Vi serve un disegnino coi sottotitoli?).

Certo, dirà qualcuno, è chiaro, l'entrata nello "SME credibile" (daje a ride...) aveva contribuito a rafforzare il nostro tasso di cambio, che però poi si dimostrò insostenibile, tant'è che poi dovette cedere (nel grafico, la spezzata riprese a crescere), e nei 99 mesi fra il novembre del '90 e l'entrata nell'euro perse il 33%! 

Eh, già...

Era deboluccia, la liretta...

Mica come l'eurone, che nei 99 mesi successivi al picco raggiunto a luglio 2008 ha perso il 29% (mica il 33%! Solo il 29%...) e da allora un altro 5%, e ci si aspetta che ceda ancora, in un tentativo vano di aiutare l'economia tedesca a proseguire la sua sciocca guerra contro il resto del mondo (che tanto si sa come va a finire: così).

Volete vederla in un altro modo?

Vi faccio vedere, sovrapponendoli, l'andamento del tasso di cambio dai "minimi relativi" di marzo 1985 e di ottobre 2000 (che nel grafico incerto per certo sono massimi relativi) per i 12 anni successivi. Per facilitare la vostra intuizione, esprimo i tassi di cambio in quotazione certo per incerto, quella che si usa oggi (per cui un aumento indica una rivalutazione) e li presento come indici con base 100 nel primo periodo osservato (così potete confrontare direttamente gli ordini di grandezza):


Ma voi, la radicale diversità, la profonda stabilità, del mondo dell'eurone rispetto a quello della liretta la vedete? Se non avessi etichettato con le date le due serie, sapreste scegliere a colpo sicuro quali dati vengono dal turbolento mondo della liretta e quali dallo stabile mondo dell'eurone?

Non credo.

E sapete perché?

Ma, direi per un motivo uguale e contrario a quello che spingerebbe un eurota, se si buttasse dalla finestra (Dio non voglia!), a pensare di essere lui ad attrarre la Terra con la propria massa.

Chiaro?

Beh, se non è chiaro, io mi arrendo: più chiaro di così non posso essere.

Con questo che cosa voglio dire?

Che è colpa degli altri, che è un complotto satanista di Soros e di Schwab, che se tornassimo al sesterzio nel Tevere scorrerebbe latte e miele, [puttanata a piacere inventata dai porci antitaliani]?

No.

Non voglio dire questo, né l'ho mai detto. Voglio dire quello che ho detto: che la promessa di stabilità sui mercati finanziari internazionali fatta da chi ci ha proposto l'euro non è stata mantenuta, e (per definizione) non per colpa nostra, visto che la possibilità di gestire la valuta ci è stata sottratta, quindi non possiamo essere noi i responsabili di una instabilità che abbiamo subito come tutti gli altri Stati membri ma che non dipende dalle nostre scelte (ma dalla salute dell'economia tedesca)!

Tutto qua.

Un vantaggio, un beneficio, che ci è stato chiesto di considerare perché essenziale, perché strategico, non si riscontra nei dati. Solo questo volevo dire: mi sembra abbastanza per aiutarvi a riconoscere un imbecille quando lo incontrate (operazione che può comunque essere utile, se non altro per non perdere tempo), e per riflettere su quali vantaggi non stiamo avendo dall'unione monetaria, la cui valutazione complessiva non si esaurisce, ovviamente, qui.

L'imbecille, naturalmente, dirà il contrario e ripeterà "liretta, liretta...". Ora voi avete visto la performance di leuretto, quindi sapete che cosa pensare.

Tanto vi dovevo, e ora vado a bloccare un po' di stolti...

domenica 1 gennaio 2023

Sono tornato (sulla Croazia, l'euro, i differenziali di inflazione, e poco altro)...

Dilettissimi fratelli e sorelle, oggi la famiglia felice dell'Eurozona accoglie un nuovo membro: la Croazia. Questo fatto, di cui avevamo parlato a tempo debito, ha suscitato una, anzi, due ondate di emozioni contrastanti. Da un lato, l'inevitabile entusiasmo di circostanza:

cui, da quella brutta persona che sono, non mi sono potuto trattenere dal rispondere in tono amletico:

Dall'altro, un serie di profeti di sventura, capitanati da un nostro vecchio e caro amico:

ma lo stesso concetto è stato espresso in forma più raffinata e criptica anche da altri:

Ci sarebbe da chiedersi quanti capiscano che cosa sia il ciclo di Frenkel, soprattutto oggi, considerando che questo blog non è mai esistito, che voi non esistete (sì, inutile darsi un pizzicotto sul braccio: non esistete, ma di questo parleremo dopo...)... Ma soprattutto, visto che nessuno me l'ha chiesto, vi fornisco il mio "chennepenZa". Non è molto difficile, e magari potrà essere istruttivo, soprattutto per i pandemici (quelli che si sono svegliati nel 2020).

Ormai mi avrete capito: tendenzialmente sono un contrarian. Quando tutti la pensano in un modo è più facile: basta pensarla in modo opposto. Ma anche quando, come in questo caso, gli altri la pensano in due modi opposti (dall'entusiasmo frivolo di Madame, per cui l'ingresso della Croazia nell'euro risolverà i problemi della Croazia, al cupo sarcasmo di Fabio, per cui l'ingresso della Croazia nell'euro risolverà i nostri problemi), non è troppo difficile essere contrarian. Basta ispirarsi ai classici: come in una vecchia vignetta di Altan, è facile dimostrare che entrambi questi sentimenti sono immotivati.

Partirei dai catastrofisti. Per smontare la loro Schadenfreude faccio notare che la Croazia è da tempo un Paese eurizzato, come sottolinea Timpone in questa sua breve nota. Non solo debiti e crediti erano già definiti per circa la metà in valuta estera (euro), come potete vedere qui:


(tratto da qui), ma il rapporto di cambio fra valuta nazionale ed euro era sostanzialmente stabile, come si riscontra facilmente qui:


dove, dato l'elevato tasso di niubbi, mi preme ricordare che i tassi di cambio sono quotati incerto per certo, cioè che un loro aumento significa una svalutazione rispetto all'euro (ovvero, significa che occorrono più unità di valuta nazionale per acquistare un euro). Si vede bene che pur non essendo agganciata all'euro come il lev bulgaro (che era già legato al marco da un currency board prima dell'era eurista), la kuna croata non ha manifestato né una tendenza alla svalutazione come lo zloty polacco, né alla rivalutazione come la corona ceca, ma si è tenuto in un range piuttosto ristretto (fra 7 e 8 kuna per euro).

Per questo motivi i timori dell'avvio di un ciclo di Frenkel, cioè, per i nuovi arrivati, degli effetti potenzialmente destabilizzanti dell'afflusso di capitali esteri che un aggancio valutario normalmente favorisce (quando non causa), determinando grazie al credito facile l'accumulazione di posizioni debitorie insostenibili nel settore privato, sembrano per ora fuori luogo.

Il principale indicatore dell'avvio di una simile fase è il saldo delle partite correnti (che, se negativo, misura l'indebitamento estero del Paese e quindi, appunto, l'innesco di un ciclo di Frenkel). In Croazia la situazione è questa:


Le barre blu indicano che la Croazia, per ora, è in una posizione di accreditamento (non indebitamento) netto, come risultato di un saldo merci negativo, più che compensato da un saldo servizi positivo (possiamo immaginare che in questo saldo giochi un ruolo il turismo).

Quindi la Schadenfreude può attendere ancora un po'.

D'altra parte, l'entusiasmo beota è sempre fuori luogo, lo è, direi, per definizione. Partendo dall'ultimo grafico, si vede bene che l'equilibrio dei conti esteri (barre blu in territorio positivo) dipende dal bilanciarsi di due tendenze, di cui una preoccupante: la tendenza negativa del saldo merci (linea arancione), che indica un sempre maggior ricorso della Croazia a merci importate. Quale sia il rischio lo si è visto bene nel 2020: quando il COVID ha bloccato tutto, la Croazia, nonostante che il saldo merci fosse migliorato (una conseguenza positiva del blocco del commercio mondiale, che ha significato anche blocco delle importazioni croate), è andata in territorio negativo col saldo complessivo (barra blu lievemente al di sotto dell'asse delle ascisse) a causa del crollo del saldo servizi (dovuto verosimilmente allo stop al turismo).

Ci sarebbe allora da chiedersi perché la Croazia dipenda così tanto dai beni esteri, e la risposta non sembra essere, almeno per ora, nel tasso di cambio reale, cioè nel rapporto fra i prezzi dei prodotti croati con quelli del resto del mondo:


dato che finora è rimasto piuttosto stabile, a differenza di quanto è successo ad esempio in Repubblica Ceca. L'anomalia ceca si riscontra facilmente nei tassi di inflazione. Possiamo immaginare che se i beni cechi diventano più costosi rispetto a quelli del resto del mondo (e quindi il tasso di cambio reale cresce, si apprezza) questo dipenda dal fatto che in Repubblica Ceca c'è più inflazione. Infatti, è stato così, soprattutto ultimamente:


Ma ultimamente è successa anche un'altra cosa, che si vede bene se restringiamo lo zoom all'ultima legislatura (giusto per avere un termine di riferimento temporale a voi noto):


Come vedete, l'Italia, grazie ai cinque milioni di poveri made in Monty, negli ultimi anni ha sempre avuto un tasso di inflazione inferiore alla media europea. La stessa cosa non si può dire né della Cechia né della Croazia, soprattutto negli ultimi mesi.

Ci sarebbe un lungo discorso da fare su quanto quest'ultimo Paese abbia quindi rispettato i criteri per l'ammissione all'Eurozona, che fra l'altro, come saprete, richiedono un differenziale di inflazione molto contenuto rispetto alla media degli altri Paesi membri, ma non entro in questo: per oggi vi ho annoiato fin troppo, e del resto lo si era capito già con noi che la decisione di far entrare un Paese nella tonnara non dipende dai fondamentali economici ma è di natura squisitamente politica (e anche qui aiutano le considerazioni di Timpone nel breve articolo che vi ho citato sopra: il vantaggio per la Germania di avere un altro vassallo nel governing council della Bce).

Quei due punti di inflazione in più in Croazia però sono una variabile da tenere sott'occhio: è da lì che potrebbero venire sorprese, è quella la variabile che potrebbe spegnere l'entusiasmo di Madame e avvalorare il sarcasmo di Fabio.

Ma questo è un discorso che può essere generalizzato, che riguarda in generale i rapporti fra Nord e Sud dell'Eurozona. I grafici li ho fatti ieri, e ve li farò vedere domani o dopo. Dobbiamo riprendere le fila di un discorso che per molti non è mai stato fatto e che quindi non ha mai portato a eventi come questo, che non si sono mai svolti, e dove quindi queste persone non sono mai state.

Ma, appunto, ne parleremo con più calma, con voi, che non siete mai esistiti, e di cui quindi non è nemmeno possibile dire che non esistiate più...


(...nell'ultima riunione di redazione ad a/simmetrie si è deciso che quest'anno avrà luogo un mid-term goofy. L'ultimo fu nel 2014, come qualcuno ricorderà, ma ora che l'attività dell'associazione è ripresa possiamo sostenere anche un evento simile, per il quale abbiamo già una data: il 15 aprile, nel weekend fra Pasqua e il ponte del 25 aprile. Ci occuperemo, appunto, del ribaltamento di alcune asimmetrie europee, e di che cosa questo implichi per l'euro e per le regole europee, con ospiti da tutta Europa. Ma oltre a questo gradito - spero! - ritorno, quest'anno avremo anche una novità, il primo goofy off, un nostro personale rave party che si svolgerà in tempi, luoghi e modi che vi saranno comunicati. A presto!...)

mercoledì 5 gennaio 2022

Inflazione e tasso di cambio reale

 ...dies ante heri dicebamus!

E oggi l'ISTAT ci preannuncia l'inevitabile, ovvero che l'inflazione a dicembre è salita al 3,9% (la SRAS, che non è la SARS, sta salendo...). I prezzi salgono, poi vedremo che cosa succederà alle quantità (cioè alla crescita reale, al Pil). Siamo ancora alle stime provvisorie, quindi non abbiamo il dato consolidato e nel comunicato mancano le serie storiche, che però possiamo reperire nel comunicato riferito al dato di novembre, pubblicato il 15 dicembre. Per economizzare byte l'ISTAT nei suoi comunicati ci fornisce i dati storici mensili solo fino al 2019, e annuali solo fino al 2016. Un po' difficile quindi mettere in prospettiva quanto sta succedendo, ma possiamo aiutarci con il sito dati.istat.it:


o meglio potremmo, perché alle 11:43 del 5 gennaio la situazione è questa (meglio così: occhio non vede, cuore non duole)!

Ma che importa!

Noi siamo europei, e quindi abbiamo l'Eurostat. Nel corposo ed efficiente database andate a cercarvi questa variabile:


HICP sta per Harmonized Index of Consumer Prices, l'indice dei prezzi al consumo reso confrontabile fra paesi europei. Per inciso, lo riporta anche l'ISTAT nella sua tabella 8 (la trovate nel comunicato di novembre), chiamandolo IPCA (Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato), e i dati coincidono. Unico problema, si fermano a novembre perché prima di pubblicare dicembre Eurostat aspetta il dato definitivo dagli uffici statistici nazionali. Ma per la prospettiva l'ultimo dato è abbastanza superfluo, mentre è necessario avere a disposizione un pezzo sufficientemente lungo di storia, ed è utile poterla confrontare con quella di un altro Paese.

Ne propongo uno a caso: la Germania.

Dunque: facendo 100 il valore del gennaio 1999, gli indici armonizzati dei prezzi al consumo si sono mossi in questo modo:


I prezzi sono andati sempre crescendo, prima più rapidamente in Italia, e poi più rapidamente in Germania

(...ricordo ai newbies ma anche, più semplicemente, ai rompicoglioni che i numeri indici servono ad analizzare la dinamica di un fenomeno, quindi qualsiasi osservazioni "intelligente" del tipo "ma in Germania nel 1999 i prezzi erano più bassi! [ricordate Lampredotto?] o "hai alterato l'asse verticaleeeeh!11!!" in questo blog vi fanno solo passare per scemi. Gli indici servono a vedere quanto rapidamente crescano le variabili, la base [e quindi il livello di partenza] è largamente arbitraria, quello che conta è l'evoluzione...)

Di conseguenza, ci aspettiamo che in un primo periodo il tasso di inflazione dell'Italia, calcolato come variazione tendenziale (mese su corrispondente mese dell'anno precedente) sia stato superiore a quello tedesco, e dopo sia successo il contrario (e infatti è così):


(prima è sopra l'Italia - arancione - poi è sopra la Germania - blu).

Di conseguenza, ci aspettiamo che il rapporto fra i prezzi italiani e tedeschi, cioè il prezzo relativo del beni di consumo italiani rispetto a quelli tedeschi, prima sia aumentato (quando i prezzi italiani crescevano più rapidamente di quelli tedeschi) e poi sia diminuito (quando i prezzi italiani crescevano meno di quelli tedeschi, ed è inesorabilmente e tautologicamente così:


Il punto più alto di questo grafico coincide con giugno 2012: da lì in avanti, al netto delle oscillazioni stagionali (che potremmo filtrare con un filtro alle medie mobili o con un filtro passabanda un po' più raffinato) si vede bene che il rapporto fra prezzi italiani e tedeschi diminuisce in modo pressoché lineare, anche se il dato più basso del 2021, quello di luglio, è sempre del 2,3% sopra il punto di partenza (posto nel gennaio 1999, cioè al varo dell'Unione monetaria). Insomma, pare che come ci son voluti tredici anni a salire, così ce ne vorranno tredici a scendere (se ne parla nel 2025).

Come dovreste sapere, il prezzo relativo dei beni di due paesi (il rapporto fra due appropriati indici aggregati di prezzo espressi in una comune valuta) si chiama tasso di cambio reale. Ne abbiamo parlato infinite volte, una spiegazione spero a prova di pigrizia è qui. Quella che vedete nel grafico è quindi la storia della svalutazione interna (diminuzione del tasso di cambio reale effettuata agendo sul livello dei prezzi interni) dal Governo Monti (2012) ai giorni nostri, una storia singolarmente uniforme.

Facciamo un passo indietro, al primo post di questo blog:


La linea verde nella parte superiore del secondo grafico di questo blog corrisponde (con dati annuali) esattamente alla parte ascendente del terzo grafico di questo post (il rapporto fra gli HICP): si vede bene la crescita del rapporto fra i prezzi di Italia e Germania, prima più rapida, poi meno rapida. Non si vede l'inversione di tendenza perché questo grafico è del 2011, l'inversione di tendenza non c'era stata, e questo blog è stato aperto per avvertire sul come sarebbe stata ottenuta (con l'austerità).

Il grafico sul rapporto fra gli HIPC è quindi la madre di tutti i #sevedeva (per usare un termine del Dibattito, cioè del nostro lessico famigliare - io dico familiare, dovrebbero accendermi un fiammifero sotto l'unghia di ogni piede per farmi dire "famigliare", ma questa, come qualcuno avrà capito, è una citazione).

Ovviamente, se, seguendo il ragionamento del primo post, un aumento di questo rapporto, cioè una rivalutazione del tasso di cambio reale, faceva peggiorare l'indebitamento estero del Paese, una sua diminuzione, cioè una svalutazione del tasso di cambio reale, lo avrà nel frattempo fatto migliorare, e così è stato, ma lo vedremo domani. Sarete sorpresi (se leggete il Corriere della Sera) nel sapere che l'indebitamento con l'estero è quello che interessa i creditori esteri (strano - per un giornalista - ma vero!). Quindi sotto questo profilo (almeno questo) la situazione dovrebbe essere migliorata.

I precisini, che si sono tutti estinti, mi par di capire, visto che le ultime osservazioni critiche su questo blog oscillano fra un becero grillismo e un becero gianninismo (che poi, alla fine, coincidono nei mezzi perché coincidono nel fine: quello di delegittimare il Parlamento...), potrebbero obiettare una cosa giusta: i due indici di prezzo che stiamo confrontando non sono quelli più appropriati per verificare l'andamento della competitività di un Paese, la dinamica del suo tasso di cambio reale. Forse il confronto andrebbe esteso, più che ai beni consumati internamente, ai beni commerciati internazionalmente.

Giusto.

Ma una soluzione, come sapete, c'è, ed è quella di confrontare i veri indici del tasso di cambio reale, anziché questa stima dichiaratamente grossolana ottenuta rapportando gli HIPC. 

E allora andiamo qui:


dove troviamo i tassi di cambio effettivi dei Paesi europei. Ricordo che i tassi effettivi sono una media dei tassi bilaterali, quelli rispetto a singoli Paesi, e quindi in quanto tali forniscono una valutazione sintetica dell'effettiva forza di una valuta. Per completezza considererò gli indici costruiti considerando 37 Paesi partner - quindi, oltre ai membri dell'Unione Europea, che nel periodo sono variati di numero, almeno altri nove Paesi: Stati Uniti, Giappone, ecc.

I livelli dei tassi di cambio effettivo reale, ribasati sul gennaio 1999, evolvono in questo modo:


dove si vede lo scivolone dell'euro fra 1999 e 2000, e tante altre cose, ma soprattutto, ai nostri fini, si vede che all'inizio l'Italia mediamente rivalutò in termini reali più della Germania rispetto ai propri Paesi partner (lo si vede bene dal 2001 in avanti), cioè perse più rapidamente competitività, mentre da un certo punto in avanti accadde il contrario. Quindi, se prendiamo il rapporto dei tassi di cambio effettivi reali, otterremo un grafico sorprendentemente diverso da quello ottenuto rapportando gli HIPC:


no, aspè, anzi: sorprendentemente (per i precisini) uguale! Chi se lo aspettava? Io, perché dopo quaranta anni passati a macinare dati so che se una cosa nei dati c'è, c'è e basta (ed è per questo che ogni tanto mi vedete scrollarmi di dosso i precisini con un certo fastidio).

Torniamo un momento all'inizio, cioè al dato dell'inflazione italiana annunciato per dicembre: 3,9%, uguale al dato dell'inflazione armonizzata italiana di novembre, che è già stato 3,9%. Se tornate al primo grafico, constaterete facilmente che a novembre il dato tedesco era del 6%, come dire che la Germania stava rivalutando in termini reali del 2% rispetto a noi (per i precisini: 2,1%). Per quanto riguarda noi, valori superiori dell'inflazione si sono avuti solo fra giugno e agosto 2008 (prima del grande botto di Lehman, per capirci, senza voler stabilire alcun nesso di causazione), quando l'inflazione fu in media del 4,1%. Sarebbe curioso andare a recuperare qualche titolo di giornale dell'epoca. Per quanto riguarda la Germania, la situazione è senza precedenti da quando esiste l'Unione monetaria (potremmo divertirci ad andare indietro nei decenni, ma magari un'altra volta): possiamo supporre che siano preoccupati.

Se sono preoccupati loro, qualcuno conclude che dovremmo essere contenti noi.

La mia visione è un pochino più sfumata. Sì, è vero, negli ultimissimi mesi la velocità della correzione del tasso di cambio reale dell'Italia rispetto alla Germania sembra essere aumentata. Stiamo diventando competitivi più rapidamente. Però se mettiamo le cose in prospettiva non siamo ancora in grado di vedere un significativo cambio di passo: la nostra svalutazione interna, comunque la si misuri, procede linearmente con la stessa uniforme regolarità dal 2012 (in coerenza col fatto che tutti i Governi che si sono succeduti tranne uno si sono attenuti allo stesso programma: questo). Quindi non è detto che la nostra svalutazione reale, se pure accelerata negli ultimi mesi (motus in fine velocior) debba necessariamente comportare un maggiore riequilibrio degli sbilanci commerciali interni all'area euro (che peraltro già ci vedono in posizione eccedentaria), né in generale che possa rafforzarci politicamente, per il semplice fatto - che la pandemia evidenzia - che i dati non sono di alcun aiuto se si è deciso di non tenerne conto!

C'è viceversa da ragionare su quanto in Germania, a fronte di una simile dinamica dei prezzi, possano ritenere di aver bisogno di una svalutazione interna (deflazione) e di che cosa questa loro preoccupazione per l'inflazione di Weimar (le famose carriole, aka "pallottole in garage"), largamente indotta da una storiografia propagandistica, determinerà in termini di politiche monetarie della Bce e di proposte di riforma delle "regole".

Il problema, come tutti sappiamo, è lì, e le soluzioni proposte finora non sono entusiasmanti...

domenica 18 luglio 2021

Il paese esportatore

Chi è qui da un po' si ricorda senz'altro il nostro amico che ha l'abitudine di guidare contromano in autostrada: è un complottista, ma è tanto una brava persona. Qualche giorno fa ne ha fatta un'altra:


(il tweet originale è qui).

Ora voi mi direte: ma che cosa c'è che non va in questo grafico? In fondo sono solo dati!

Sì, naturalmente: sono solo dati, e raccontano solo un pezzo della storia, non solo e non tanto perché partono dal 1991 (che sarebbe anche abbastanza), quanto perché ci fanno vedere solo il saldo fra esportazioni e importazioni di beni e servizi (il saldo commerciale), senza farci vedere come si sono mosse le rispettive componenti, cioè le esportazioni e le importazioni. Non c'è nulla di male nel non farlo vedere, ma non c'è neanche nulla di male nel farlo vedere, e quindi ve lo faccio vedere usando i soliti dati ISTAT. Il grafico (su dati annuali anziché su media mobile di dati mensili, il che non cambia sostanzialmente nulla nelle informazioni "a bassa frequenza", cioè di lungo periodo, che interessano me), è questo:


dove l'unità di misura è il punto percentuale di PIL, le esportazioni sono blu, le importazioni arancioni, e il saldo è rappresentato dal grafico a barre grigie (scala di destra).

Che cosa vi racconta questo grafico? Che dal 1970 a oggi (volendo si potrebbe andare ancora più indietro) ci sono state tre correzioni abbastanza violente del deficit di bilancia dei pagamenti del nostro paese: una fra 1974 e 1975, una fra 1992 e 1993, e una fra 2011 e 2012.

Ora, della diversa natura di queste correzioni, in particolare delle ultime due, abbiamo già parlato, ma conviene riparlarne un attimo.

In effetti, il saldo delle partite correnti (le barre grigie), dato dalla differenza fra esportazioni e importazioni, può cambiare segno, passando da negativo a positivo (da sotto a sopra) per due ordini di motivi: o perché aumentano le esportazioni, o perché diminuiscono le importazioni (i due movimenti possono ovviamente coesistere e quindi sommarsi). Le esportazioni dipendono dal reddito del resto del mondo, e dal loro prezzo relativo, il tasso di cambio reale (rapporto fra i prezzi italiani e esteri espressi nella stessa valuta, un concetto spiegato qui). Le importazioni dipendono dal reddito italiano e ancora una volta dal tasso di cambio reale. Naturalmente il Governo italiano, che già ha il suo da fare nell'assicurare la sopravvivenza degli italiani, in questi tempi così difficili, non è mai stato particolarmente in grado di influire sul reddito del resto del mondo, il che significa, in buona sostanza, che per far aumentare le sue esportazioni l'Italia può far leva solo sul tasso di cambio reale. Altra storia per le importazioni: siccome queste dipendono dal reddito italiano, e il Governo italiano questo reddito un po' lo controlla, ecco che anche in assenza di manovre del cambio le importazioni possono essere manovrate influendo sul reddito.

Semplicemente, se vuoi che gli italiani complessivamente importino di meno, occorre che il loro reddito complessivo sia inferiore, cioè occorre austerità. Naturalmente l'aggiustamento in base al reddito diventa indispensabile quando non è possibile ricorrere all'aggiustamento dei prezzi relativi, o almeno a un aggiustamento sufficientemente rapido (e anche di questo abbiamo parlato). 

Per far capire dove voglio arrivare, consideriamo l'entità dell'aggiustamento del saldo fra l'anno precedente alla correzione e il picco positivo successivo alla correzione. Dopo il -1.33% raggiunto dal saldo della bilancia commerciale nel 1974, il picco arrivò col 2.85% del 1978: una correzione di 4.18 punti percentuali del saldo di cui 3.38 dovuti a un aumento delle esportazioni, e 0.80 a una diminuzione delle importazioni. La correzione delle importazioni fu quindi il 19% della correzione totale (0.8/4.18=0.19). Dopo il -1.98% del 1992 la correzione fu molto più forte: il saldo delle partite correnti arrivò nel 1996 a 4.53%, con un aumento di 6.52 punti, di cui 4.75 dovuti a un aumento delle esportazioni e 1.76 dovuti a una diminuzione delle importazioni: la diminuzione delle importazioni, in questo caso, contò per il 27% dell'aggiustamento totale. E arriviamo a oggi: dopo il -1.4 del 2011, il picco è stato raggiunto col 3.66 del 2020, con una correzione complessiva di 5.06 punti, di cui 2.61 dovuti a un aumento delle esportazioni, e 2.44 a una diminuzione delle importazioni. In questo caso, quindi, finora, la correzione è dipesa per circa metà (il 48%) dalla diminuzione delle importazioni.

Chiaro ora quello che non va nel discorso del nostro fratello tedesco?

Non è esattissimo dire che l'Italia "is increasingly becoming an export nation". Non siamo sempre di più una nazione esportatrice: siamo soprattutto sempre di meno una nazione importatrice, per la semplice ragione che il nostro reddito prima del COVID era fermo a quello di quindici anni prima (cioè nel 2019 avevamo il reddito aggregato del 2005). Nel grafico si vede bene: quest'ultimo aggiustamento (quello del 2012) dipende soprattutto dal fatto che le importazioni si fermano: è l'austerità, bellezza!

E partendo da qui si potrebbero sviluppare tante interessanti considerazioni, che rinunciamo a sviluppare un po' perché lo abbiamo già fatto tante volte, e un po' perché abbiamo altro da fare. Ci vediamo più tardi in diretta FB sulla pagina del collega Siri...

domenica 6 gennaio 2019

La deflazione in salsa olandese

(...sempre rispondendo alle email. Questa credo fosse di settembre, e ci insegna qualcosa che forse non sapevamo. Il problema dei nostri media non è che sbagliano il mio nome, ma che sbagliano il loro mestiere. Da post-Keynesiano, mi costringeranno ad ammettere che il mercato non è poi così male, se consideri l'alternativa...)


Questa mattina ho ascoltato una simpatica trasmissione radiofonica dove si elogiava l'Olanda. I giovini batavi tra i 15 e i 24 anni lavorano assai più dei nostri (60% e passa versus 17%, poi ascolterò il podcast per avere le cifre esatte). Visto che adesso fa comodo buttarla sullo scontro generazionale, si è detto che andare in pensione prima non serve e che ovviamente il nostro è un problema culturale, perché i batavi (quelli che sul sito del governo ammettono placidamente che l'euro fa bene all'export perché il fiorino tanto ino non era) vanno in pensione tardi e iniziano a lavorare presto. Solo che non hanno citato un piccolo dettaglio: il fatto che in Olanda esiste un salario minimo dai 15 ai 22 anni che aumenta progressivamente con l'età, per cui a 15 anni costi 2,76€ (lordi) l'ora per 40 ore settimanali, a 21 ... 7,82! Dai 22 anni scatta poi il salario minimo uguale per tutti (tutti, meno quelli che hanno meno di 22 anni, s'intende. Anvedi!). Sospetto che qui in Barbaria Meridionale un provvedimento simile sarebbe incostituzionale; nel qual caso, ovviamente anche quello sarebbe un problema culturale. Nel 2018, questi italici populisti che pretendono di pagare tutti allo stesso modo sono a dir poco passé, no?


(...la più infame colpa dei media liberisti è stata appunto quella di mettere i figli contro i padri in nome di una guerra generazionale della quale i loro stessi intellettuali di riferimento disconoscevano la fondatezza: non è perché i vecchi hanno una pensione che i giovani non hanno un lavoro, ma, esattamente al contrario, è perché i vecchi non vanno in pensione che i giovani non trovano lavoro. E a questo, anche se non il 5 marzo, un rimedio abbiamo cominciato a metterlo...)

mercoledì 9 maggio 2018

Risorse, allocazione, e cretini

(...eggnente! La discussione sotto al post precedente è una plastica dimostrazione di come l'antipolitica abbia avvelenato i pozzi della democrazia, e soprattutto del perché lo ha fatto: per permettere al potere, al deep state, di continuare a fare i propri interessi, che non sono i nostri, mentre le allodole, che sono polli, vengono distratte dal classico specchietto. Ma va bene così. I numeri dicono che questo progetto politico distruttivo attira molto consenso: quindi con questo progetto politico occorrerà trovare una mediazione. Se ci si crede, la democrazia funziona così. Non è però di questo che volevo parlarvi oggi. Volevo solo sottoporvi una breve riflessione sulla prevalenza del cretino nel dibattito odierno...)


Uno dei problemi centrali dell'analisi economica è quello della corretta allocazione delle risorse produttive, o meglio, dei fattori di produzione (termine più tecnico, e meno urticante di "risorse", dato l'abuso cialtronesco che di quest'ultimo vocabolo è stato fatto nel dibattito recente). Si tratta, in sostanza, di trovare una risposta alla domanda "quanto capitale e quanto lavoro va destinato alla produzione del bene X?" Lo scopo del gioco, naturalmente, deve essere quello di soddisfare i bisogni collettivi nel modo più efficiente. E già a questo punto siamo su una china scivolosissima, perché ci sarebbe da capire come i bisogni di una collettività possano ragionevolmente essere definiti, e cosa si intenda esattamente per efficienza. Tuttavia, su questo non vorrei addentrarmi: per chi volesse approfondire, ricordando che questo blog, a differenza di altri, non è un bar, ci sono i manuali, e uno che va bene qui, come nel Regno Unito, come in Cina, è quello di Acocella (è un "tubettodidentifricista", ma è veramente una brava persona; peraltro, votare serve: pare che dopo abbia cominciato anche lui a porsi in modo più serio quelle domande alle quali, quando gliele ponevo io, non mi sembrava volesse sforzarsi di rispondere: ma un conto è se una cosa la chiede un collega, e un conto se la chiedono milioni di elettori). Tralascio quindi il problema insolubile di come si determinino i bisogni collettivi e di come si misuri l'efficienza (mi limito a farvi notare che il primo problema, ovviamente, è strettamente connesso a quello di come costituire un governo...), e do per scontato ciò che scontato non è, ovvero che sia perfettamente noto cosa deve essere prodotto per soddisfare i bisogni collettivi, o, in alternativa, che ci sia un modo per valutare se una determinata allocazione di risorse, pardon: fattori (capitale e lavoro, non schiavi) è comunque "ottimale".

Posto che lo si sappia, resta il problema di come realizzarla.

Anche questo problema non è facile da risolvere, e forse non è mai stato, né mai sarà, compiutamente risolto, ma mi interessa qui farvi vedere quali sono, tagliando con l'accetta, i due sistemi che negli ultimi due secoli abbiamo messo alla prova. Premetto che ve ne darò una rappresentazione ideale, assoluta, e quindi caricaturale e irrealistica, perché nella realtà né queste, né altre istituzioni (penso ai regimi di cambio) sono mai state osservate "in purezza". Ma insomma, per farla breve, nel suo tortuoso percorso ciclico l'umanità, di recente, ha pensato bene di proporsi due paradigmi di allocazione dei fattori:

1) l'economia di mercato
2) l'economia pianificata.

L'economia pianificata è quella che ha funzionato meno bene (o più peggio, come direbbe la mia collega). Idealmente funziona così: c'è un "despota benevolo" che sa tutto (beato lui) e che decide lui quanto grano, quanto burro, quanto acciaio, ecc. produrre, con quanto capitale e con quanto lavoro. La decisione è centralizzata (nota: il quadro in realtà è più sfumato, ma come vi ho detto, qui, per semplicità, espongo la versione estrema del sistema). Sono pianificati anche i prezzi, stabiliti dal decisore.

L'economia di mercato è quella che ha funzionato meno peggio (o più meglio, come direbbe la mia collega). Idealmente funziona così: ogni "agente economico" decide spontaneamente a quale mercato accedere e quindi quanti fattori produttivi utilizzare per produrre cosa. Il processo decisionale non è centralizzato ma totalmente decentrato, atomistico.

Non vi sfuggirà che esiste un problema di coordinamento: come impedire che a fine anno il sistema economico abbia prodotto solo grano (e niente carne, tubi metallici, laminati plastici, ecc.)?

In un'economia pianificata, salvo casi di schizofrenia, questo problema si risolve facilmente: il decisore è unico, per cui, se è minimamente d'accordo con se stesso, il problema di coordinamento è risolto! Non dico che farà sempre le scelte giuste, anzi: non le fa quasi mai (visti i risultati). Però sicuramente cercherà di indirizzare i fattori di produzione secondo un quadro coerente, cioè di non produrre solo grano, o solo acciaio, o solo plastica.

Ma in un'economia di mercato, fatta di "atomi" che non si parlano perché non si conoscono (voi conoscete chi ha prodotto lo spazzolino col quale vi siete lavati i denti?), come è possibile creare un meccanismo di coordinamento che eviti quelle che gli economisti chiamano "soluzioni d'angolo", cioè situazioni in cui si ha troppo di qualcosa, e niente di qualcos'altro? Ci si telefona? Ci si scambiano DM su Twitter? O magari, come fanno i rompicoglioni (tu sai chi sei, tu sai che lo hai fatto, e tu smetterai di farlo), ci si manda un messaggio diretto su Twitter, rinforzato da tre WhattsApp, da un'email su tre indirizzi, e da una telefonata?

(...ai rompicoglioni: per favore, non rompete i coglioni. Siete tanti, e da questo scaturisce la Prima legge fondamentale dell'informazione della quale non me ne frega una mazza: se me la stai fornendo tu, me l'ha già fornita almeno un'altra persona. La seconda legge fondamentale è che quest'altra persona non è mai quella dalla quale mi aspetterei che questa informazione mi fosse arrivata. La mia vita non è semplice, ma semplificarla è un attimo: basta un click...)

Capite bene che se il meccanismo di coordinamento fosse quello dei rompicoglioni (DM più WApp più mail più telefonata) i costi di transazione sarebbero altissimi! E allora cosa suggerisce al produttore di spazzolini da denti, o di vettori nucleari, o di mouse per PC, o di zucchine, quanto produrre, e, prima del quanto, cosa produrre? Naturalmente c'entra un po' anche la genetica: magari qualcuno nasce sapendo che da grande vorrà fare il produttore di dentifricio. Però, alla fine, senza entrare troppo nelle infinite sfaccettature del reale, e restando sul livello astratto del discorso, il coordinamento, nell'economia di mercato, lo assicura la mano invisibile. E cosa sarebbe, questa mano invisibile, come si espleterebbe? Vi siete mai sentiti prendere per mano dall'uomo invisibile, mentre andavate al vostro lavoro, o mentre decidevate se piantare più o meno albicocchi, o whatever?

Non credo.

La mano invisibile è una metafora per indicare quale sia il meccanismo di coordinamento di un'economia di mercato: questo meccanismo è il sistema dei prezzi relativi. Sono i prezzi (relativi) a suggerire al produttore in quale mercato entrare e quanto produrre (cioè come allocare i fattori di produzione), e in linea teorica l'allocazione cui questo meccanismo di coordinamento conduce è ottimale perché il prezzo relativo, che il produttore considera come un segnale dato (è price taker), d'altra parte non è esogeno al sistema, ma è il risultato delle pressioni della domanda sull'offerta. Questo significa che quando il produttore entra nel mercato di un certo bene, lo fa perché questo gli assicura prospettive di profitto, dato il livello del prezzo, ma se il prezzo è alto (cioè tale da assicurargli prospettive di profitto), lo è perché il bene è molto richiesto (e quindi producendolo ci si orienta in re ipsa verso il soddisfacimento ottimale dei bisogni collettivi).

Ora il discorso potrebbe svilupparsi lungo mille e una direzione: potremmo entrare nella sterminata casistica dei sistemi misti (nemmeno l'economia cinese era totalmente pianificata: una parte della produzione veniva scambiata in regime di libero mercato); potremmo entrare nella sterminata casistica dei fallimenti del mercato (i segnali che i prezzi forniscono spesso sono distorti per problemi di asimmetria informativa, oppure non incorporano tutte le esternalità dei processi produttivi, ecc.); potremmo fare tante cose, ma ognuno di noi ha di meglio da fare, a partire da me.

Voglio solo rimarcare una cosa.

In un sistema economico decentrato, che preservi e valorizzi l'iniziativa privata, il ruolo dei prezzi come sistema di coordinamento, magari corretto e affiancato dall'intervento governativo, resta comunque centrale. In altri termini, chi dicesse che in un'economia di mercato i prezzi non contano, oltre ad andare contro un dato della nostra comune esperienza quotidiana (come sapete, io frequento iMercati, e riscontro che laggente il prezzo lo controllano...), andrebbe contro tutto quello che sappiamo del funzionamento di un moderno sistema economico, confesserebbe involontariamente nostalgie verso quegli stessi sistemi che lui stesso si affretterebbe (troppo) a definire sconfitti dalla storia (le economie "di comando"), insomma: dimostrerebbe quell'indigesto miscuglio di ignoranza, presunzione, incoerenza e autolesionismo che caratterizzano il perfetto cretino.

Insomma: chi dicesse che in un'economia di mercato i prezzi non contano rivelerebbe infallantemente di essere un cretino.

Facciamo un passo avanti. Il tasso di cambio è un prezzo relativo: il prezzo di una valuta in termini di un'altra. Il dibattito italiano (ma anche estero) è pieno di persone che asseriscono, sulla base di una laurea in lettere, o in niente (ma anche in economia), che il tasso di cambio non conta. Insomma: il dibattito è pieno di cretini. Ma questa è la democrazia: dobbiamo accettarlo, anche se rispettare umanamente il cretino è cosa diversa dal consentirgli di formare, senza correttivi e senza contraddittorio, l'opinione pubblica su argomenti tanto basilari per il nostro vivere civile quanto il meccanismo cardine di coordinamento della nostra azione economica (cioè, in buona sintesi, della nostra esistenza, visto che un buon 60% di quello che facciamo ogni giorno lo facciamo per riempirci la pancia...).

Ecco: secondo me il cretino può (e dovrebbe) votare. L'idea che i cretini non possano votare ce l'hanno, chissà perché, i cretini (quelli che "il cambio non conta"), e personalmente mi ripugna. Considero il suffragio universale una conquista.

Lo stesso non posso dire dell'odierno sistema dei media. Lì sento che qualcosa occorre fare, per impedire al cretino di nuocere. Forse, chissà, lasciare che il mercato decida come allocare le risorse potrebbe essere un'idea. Ma, ve lo confesso, su questo ho molti dubbi. Di una cosa sola sono certo: questo è il Problema, e se lo avessimo risolto, cioè se la maggioranza di voi (io smisi a fine anni '80) non si fosse fatta rincretinire da una minoranza di cretini, avremmo risolto speditamente anche tutta una serie di altri problemi apparentemente più urgenti.

Ma ora devo lasciarvi. Vi ho insegnato a riconoscere un cretino quando lo incontrate. Credo che sia un'informazione utile e so che ne farete tesoro...