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sabato 22 novembre 2025

La decrescita infelice: previsioni e prefiche

Quelli della decrescita felice escono dalla loro crisalide (sono ortotteri) per accusare questo Governo di aver fatto austerità, e quindi decrescita, che quindi, par di capire, nel frattempo è diventata infelice.

Dopo il mantra del fiscal drag (di cui a un successivo post, perché mi sarei anche rotto i coglioni seccato di assorbire un tasso di stronzate lievi imprecisioni fuori scala), il nuovo mantra è questo: "nel 2026 cresceremo solo dello 0,8 perché il Governo ha fatto austeritah!"

Su cosa sia l'austerità ci siamo esercitati in un altro post, dove come chiave di lettura vi ho dato l'andamento degli investimenti pubblici netti, i quali indicano chiaramente chi, quando, dove e come ha fatto austerità:


Per inciso, vi suggerisco di scaricare questi dati dalla loro fonte originale (se incontrate difficoltà ditemelo e vi spiego come si fa), che è questa (la variabile è UING e la potete selezionare nel "sub chapter" 3.4 "Net fixed capital formation"), perché sono piuttosto convinto del fatto che da quando questo blog che non esiste l'ha portata nel Dibattito che non c'è qualcuno in Commissione stia passando un brutto momento, e sicuramente una accurata "revisione" dei dati potrebbe essere promossa per riscrivere la storia, un po' come accadde con le misure di flessibilità del mercato del lavoro dell'OCSE, che, come ricorderete, vennero "revisionate" quando qualcuno vi aveva fatto vedere che il nostro mercato del lavoro era già sufficientemente flessibile e quindi le "riforme" non servivano (questa storia la trovate qui e chi non la conosce trarrebbe beneficio dallo studiarla).

Oggi parliamo del nuovo mantra, quello della scarsa crescita nel 2026, partendo da un dato ovvio, cioè che per conoscere quale sarà la crescita nel 2026 bisognerà aspettare almeno il 2028: tanto occorre alle statistiche economiche per consolidarsi, dato che il Pil, come quelli di voi più anziani sanno, è una stima campionaria, soggetta a affinamenti progressivi. Non è una gran sorpresa! Basta andare ora sul sito dell'ISTAT per vedere che fra l'edizione del settembre 2024 e quella del settembre 2025 il tasso di crescita del Pil reale nel 2023 è aumentato da 0,7% a 1%!


(mi perdonate se vi lascio fare i calcoli per esercizio?)

Niente male, no?

Per inciso, nell'autunno del 2022 la Commissione Europea la metteva giù ancora più cupa, prevedendo che nel 2023 saremmo cresciuti appena dello 0.3% (lo trovate qui). Insomma: il dato definitivo ma non consolidato dell'ISTAT nel 2024 sottostimava la crescita di 0.3 punti, mentre la previsione della Commissione Europea a fine 2022 sottostimava la crescita nel 2023 di 0.7 punti.

Ribadito che a me di fare l'avvocato difensore del Governo di destra interessa fino a un certo punto (le conosco, sono brave persone, ma in questa sede ci occupiamo di altro), vorrei però dire che se le previsioni degli idioti di Bruxelles vanno prese per oro colato, allora innanzitutto non capisco perché stracciarsi le vesti a fronte di un dignitoso 0,8% ottenuto con Germania e Francia sull'orlo di una crisi non indifferente, e poi soprattutto non capisco perché nessuno abbia applaudito Giorgetti quando nel 2025 si è visto che nel 2023 aveva portato a casa 0.7 punti di crescita in più del previsto!

Non è mica poca cosa fare il triplo della crescita che ti hanno attribuito!

Il punto però, ovviamente, è un altro.

Gli esercizi di previsione di Bruxelles hanno mera rilevanza comunicativa e politica, di scientifico hanno ben poco (non sono replicabili, non viene fornito né il database di riferimento né il modello con cui sono effettuati), e soprattutto prendono delle toppe clamorose e soggette a un discreto bias ideologico, talché sarebbe d'uopo stamparli sulla stampante della Merkel e farne il conseguente uso, invece che usarli per sterili polemicucce da classe differenziale. Ma questa è l'opposizione che ci possiamo permettere col budget che abbiamo (la prossima volta che incontro Giancarlo gli chiederò di fare un po' di deficit per comprarci un'opposizione migliore!), e devo dire che vista da destra non è meno scema di quando la guardavo da sinistra...

Entriamo quindi nel merito e analizziamo il track record di questi esercizi previsionali negli ultimi anni. Per non tediarvi (cioè tediarmi) troppo mi sono limitato a esaminare quelli fatti da quando venne aperto il blog, cioè dall'autunno del 2011. Per chi si fosse dimenticato il calendario a casa, ora siamo nell'autunno del 2025 e le previsioni testé emesse, che trovate qui, si riferiscono al triennio 2025-2027. Il 2025 infatti non è ancora finito (it's not over until it's over) e quindi bisogna stimare anche lui: la Commissione ci stima a 0,4% come l'IMF, mentre l'OCSE ci stima a 0,6% e come sarà andata lo sapremo nel 2027 (a settembre, quando forse sarò tornato a fare una vita normale). Per valutare l'attendibilità complessiva di queste previsioni ho scaricato tutti i rapporti a partire da quello dell'autunno del 2011, che quindi prevedeva gli anni dal 2011 al 2013 (l'archivio lo trovate qui).

Ho calcolato le usuali statistiche descrittive di bontà della previsione (errore medio, errore assoluto medio, radice dell'errore quadratico medio) per due previsioni: quella cumulativa sul triennio, e quella fatta per l'anno immediatamente successivo all'anno in cui l'esercizio viene pubblicato (quindi le previsioni one-step-ahead: quella per il 2012 fatta nel 2011, quella per il 2013 fatta nel 2012, ecc.). Il triennio, naturalmente, l'ho considerato perché l'ho sentito evocare spesso dalle prefiche piddine ("cresceremo solo del 2% nel triennio..."). I dati sono rappresentati qui:


dove ogni set di previsioni è rappresentato da una spezzata tratteggiata rossa che unisce tre punti dati, e i dati consolidati invece sono invece rappresentati dalla spezzata nera.

Cominciamo intanto dalle previsioni "un passo avanti".

La situazione è questa:


Nei tredici anni considerati c'è stata una discreta prevalenza di sovrastime della crescita (errori di previsione negativi). L'errore medio è pari a -0.6, ma com'è noto questa statistica dice poco sull'accuratezza del modello, dato che nell'errore medio gli errori positivi e negativi si elidono a vicenda. Per questo è meglio utilizzare l'errore assoluto medio (dove gli errori vengono presi tutti in valore assoluto, cioè ignorando l'eventuale segno negativo) o l'errore quadratico medio (dato che elevando al quadrato l'errore si ottiene sempre un numero positivo), del quale si prende la radice quadrata perché sia di un ordine di grandezza comparabile a quello della variabile analizzata, o meglio ancora lo SMAPE, cioè l'errore assoluto medio percentuale simmetrico (lo spiegone è qui), che è l'indicatore utilizzato nelle famose M-Competitions (famose per quelli del mestiere, naturalmente: ma dite la verità, quante cose si imparano qui?...).

L'errore assoluto medio è di 1,7 e la radice dell'errore quadratico medio di 3,1. Considerando che nel periodo considerato la crescita media è stata di 0,5, diciamo che l'ordine di grandezza dell'errore di previsione è di oltre tre volte quello della variabile che intende prevedere. Naturalmente sono stati anni difficili, e quindi una precauzione va presa: nessuno poteva prevedere il tonfo causato dal COVID, per cui può essere utile ricalcolare queste statistiche eliminando il 2020 (non il 2021, perché a differenza del tonfo il rimbalzo era prevedibile!). Con questa accortezza l'errore medio si avvicina sostanzialmente a zero, l'errore assoluto medio scende a 1,1, e la radice dell'errore quadratico medio a 1.7. Sono sempre ordini di grandezza ragguardevoli rispetto alla media del fenomeno (che se escludiamo il tonfo del 2020 sale a 1,3, il che significa ad esempio che l'errore assoluto medio percentuale è dell'85%)! Anche utilizzando lo SMAPE, misura più appropriata in presenza di errori estremi, i risultati sono sostanzialmente simili: 85% o 75%, a seconda che si consideri o meno l'outlier del 2020.

Per darvi un'idea di che cosa questo implichi per l'accuratezza delle previsioni europee, questa:

è l'appendice B della terza M-Competition (The M3-Competition: results, conclusions and implications, pubblicata nel 2000), e come vedete l'ordine di grandezza dello SMAPE per le previsioni un passo avanti è fra l'8% e il 10%.cioè le previsioni europee sono dalle sette alle dieci volte meno accurate di previsioni fatte con metodi di analisi univariata.

Insomma, queste previsioni tecnicamente sono una chiavica, come tutto ciò che da lassù proviene.

Nel caso interessi, e visto che ve le avevo promesse, vi do anche le statistiche descrittive delle previsioni della crescita cumulata nel triennio:


e come si dice (ed è del resto prevedibile, considerando l'allungamento dell'orizzonte di previsione), mejo me sento! Lo SMAPE arriva gagliardo al 99%, le toppe clamorose non mancano e spesso sono ideologicamente connotate. Guardate ad esempio quale radioso futuro prevedeva per noi la Commissione ad autunno 2011: nel triennio 2011-2013 la crescita cumulata sarebbe stata di 1,3 (non mi ricordo che nessuno si stracciasse le vesti piagnucolando sull'austerità: io mi ricordo un grande elogio del loden, del rigore e della compostezza...). Fu invece di -4,2, con un errore di previsione di 5,5 (niente male, no?). Questo significa che il 2,0 previsto, oltre a non essere nemmeno sul podio delle peggiori previsioni di crescita triennale cumulata (le peggiori furono, nell'ordine: 0,1% nel 2013, 1,2% nel 2019 - vi ricordate critiche al Governo giallorosso? - e 1,3% ex aequo nel 2011 e 2014), potrebbe con uguale facilità essere uno 0% o un 4% per quanto ne sappiamo (io scommetto su qualcosa vicino al 3%, ma prendetene nota voi perché se ne dovrà riparlare nel 2028, al #goofy17).

Capite quante sfumature di non senso racchiude la nenia delle prefiche piddine sulla mancata crescita?

Bene.

Torno su un punto. Appurato che quando uno è imbecille, lo è indipendentemente dal punto di osservazione (e quindi tanto lo è da destra quanto da sinistra), mi preme evidenziare, miei diletti seguaci, nella mia qualità di vostro ecclesiarca e guru, che a me di difendere il governo "de destra" me ne fregherebbe anche poco, come esercizio intellettuale. Non sono l'ufficio stampa di Giorgia né lo spin doctor di chicchessia, e peraltro sanno benissimo difendersi da soli quando sono attaccati (almeno quanto sanno mettersi nei guai quando non lo sono)! Qui il problema è un altro: mi infastidiscono molto la disonestà intellettuale e soprattutto il dilettantismo. Questo sentir blaterare di previsioni come se fossero dati consolidati da parte di chi a malapena saprebbe definire le variabili di cui si tratta, da chi in vita sua non ha mai fatto una previsione né ha idea di quali siano i relativi metodi e strumenti, né tantomeno cognizione dell'amplissima letteratura scientifica sull'argomento, dopo un po' mi infastidisce. Vero è che a questo dovremmo essere abituati. Ma è esattamente a questo che non dovremmo abituarci, ed è invece esattamente il contrario quello che dovremmo pretendere, dato che in suo nome siamo stati vessati oltre umana immaginazione: che a pronunciarsi siano solo gli esperti.

Se valeva per gli opinion leader con 21.007 follower al tempo della pandemia, può valere per i docenti universitari della materia con 142.695 follower dopo la pandemia.

O no?

sabato 17 giugno 2023

La Brexit, i cretini, e il governo delle aspettative

 (...giornata di sopralluoghi: a Montesilvano per il #goofy12 [nella nuova sede!], a Chieti per il mio ufficio [ho promesso di aprirlo e mantengo la promessa], a Chieti Scalo per i mobili dell'ufficio. Ora la giornata volge al termine. Di fronte al caminetto, in beata solitudo, posso mantenere una promessa: dopo avervi parlato qui dei ppdm, vi intrattengo un po' sui gpdm, a cominciare dall'OCSE...)

Come ci ha detto Roger Bootle al #goofy10, parafrasando Zhou Enlai, è un po' presto per giudicare se la Brexit sia stata un successo o meno.

A una cosa però la Brexit è senz'altro servita, e non è una cosa trascurabile: è uno strumento pressoché infallibile per l'individuazione dei cretini. Quelli che "gnegnegnè la Brexit!", nelle loro varie declinazioni, si autocertificano come cretini non tanto perché un giudizio compiuto su certi processi storici richiederebbe un minimo di prospettiva, ed è quindi da sciocchi superficiali tranciare giudizi con l'accetta, per lo più appoggiandosi a dati che non si hanno le minime basi culturali per valutare, e che nella maggior parte dei casi non sono nemmeno statisticamente consolidati, quanto soprattutto perché dimostrano di essere del tutto inermi rispetto al "governo delle aspettative" da parte degli organi di "governans" sovranazionale. Insomma, per dirlo con parole che forse anche loro potrebbero capire: perché abboccano, da autentici babbei, ai fattoidi che i vari Fmi, OCSE, G7, G20, Commissione Europea ecc., diffondono, al preciso scopo di convincere i babbei (e i mercati, cioè i babbei cui affidiamo i nostri soldi) che indicibili sciagure attendono chi osi abbandonare il solco tracciato dai sinedri sovranazionali.

Che organismi come l'OCSE costruiscano una rappresentazione del mondo tendenziosa, orientata a sostenere tesi politiche ben precise, a costo di alterare i dati, lo abbiamo visto bene in un caso che molti di voi ricorderanno: quello delle statistiche sulla flessibilità del mercato del lavoro. Chi non se lo ricorda o non c'era fa bene ad andarselo a guardare, ma comunque riassumo brevemente il succo della questione.

Quando il ritornello era (esattamente come oggi, del resto) che l'Italia doveva "fare le riforme", l'OCSE portava a sostegno di questa petizione di principio le sue statistiche sulla protezione dei lavoratori, cioè, in altri termini, sulla rigidità del mercato del lavoro (dipendente protetto = mercato rigido). Da queste statistiche risultava, come ricorderete, che in Italia il mercato del lavoro era troppo rigido, in particolare più rigido di quello tedesco, e quindi doveva essere ulteriormente riformato, come richiesto dalla lettera di Draghi a Berlusconi. Fatto sta che dopo che gli interventi del PD (le varie riforme Fornero e Giovannini, il jobs act) ebbero reso il mercato del lavoro italiano così flessibile che nelle statistiche avremmo battuto la Germania per flessibilità, togliendo vigore alla canzoncina del "fare le riforme", l'OCSE semplicemente smise di pubblicare i dati che le avrebbero dato torto smentendo la sua ansia riformatrice! Se si fosse visto che l'Italia aveva fatto più riforme della Germania, si sarebbe dovuto smettere di chiedere riforme all'Italia (o magari cominciare a chiederne alla Germania): una cosa inammissibile per la governans sovranazionale, secondo cui chi si deve riformare è sempre e solo l'Italia. Nel corso di lunghi anni, ogni volta che incontravo un funzionario dell'OCSE, che fosse un amico o un estraneo, facevo in modo scherzoso o ingenuo questa domanda: "Ma come mai non pubblicate più le vostre statistiche così utili sulla protezione del lavoratori?" La risposta degli amici era un sorriso ironico, quella degli estranei un costernato imbarazzo: loro, sia gli amici che i nemici, lo sapevano perché non stavano pubblicando quei dati! Semplicemente perché avrebbero sconfessato il messaggio politico che i padroni del vapore volevano che venisse (e tuttora vogliono che venga) dato: quello della necessità ontologica del nostro Paese di riformare se stesso, in un perenne conato di adeguamento alla struttura dei migliori (cioè di quelli che ora sono col culo per terra in recessione, per capirci). A riprova, come vi feci vedere a suo tempo, è il fatto che le statistiche riapparvero quando, dopo aver un pochino taroccato i dati con la scusa di renderli più aderenti alla realtà (cioè alla loro ideologia), e dopo che il decreto Dignità aveva reintrodotto delle rigidità nel mercato del lavoro italiano, si poteva nuovamente sostenere che l'Italia doveva fare le riforme perché aveva un mercato del lavoro più rigido di quello della Germania!

Capito?

Facile impostare una governans così! O i dati ti danno ragione, oppure li tarocchi, o al limite smetti di pubblicarli finché, per qualche accidente della storia, non tornano a darti ragione! All'OCSE piace vincere facile, peraltro coi soldi nostri (e con redditi esentasse, come credo sappiate)!

Chi si fida del discorso di truffatori di questa risma non ne esce benissimo in termini intellettuali. Tuttavia, va anche detto che per svelare una truffa di questa natura occorre un minimo di perizia tecnica. Non è un caso che sia sfuggita praticamente a tutti i commentatori. Non si pretende quindi che i babbei diventino diffidenti per avere appreso una lezione che sicuramente non sono in grado di capire! Nel caso della Brexit, però, non occorre addentrarsi in sofisticati indicatori: basta sapere (o almeno far finta di sapere!) che cosa sia il Pil, e avere un minimo sindacale di memoria (o di capacità di navigare sul web). Chi si fa prendere in giro, quindi, è proprio un cretino, e solo un cretino.

Passo a dimostrarvi quello che intendo, dati alla mano.

Il referendum sulla Brexit ebbe luogo a giugno 2016. Tutti ricordano l'epica maratona in cui Claudio Borghi tenne fieramente testa a un "mitraglietta" che da strafottente trascolorò in depresso. Eh, no, non era andata come volevano loro (cioè, direbbe Luciano, Essi). Ma la rappresaglia non tardò ad attendere. Basta confrontare lo scenario previsionale che il Fmi aveva emesso ad aprile (prima della Brexit), con quello che emise a ottobre (dopo la Brexit):


Lo scenario costruito post-Brexit, ovviamente, era a tinte fosche: secondo il Fmi, il Pil a partire dal 2017 sarebbe stato sistematicamente inferiore a quello che ci si attendeva ragionevolmente nello scenario pre-Brexit, con un divario crescente dall'1.2% nel 2017 al 2.5% nel 2021. I traditori sarebbero stati puniti! La Strafexpedition dei mercati avrebbe scongiurato eventuali tentativi di emulazione, chiarendo che extra Europam nulla salus. Del resto, questo è quello che all'epoca diceva Lascienza, cioè che nel lungo periodo ci sarebbe stato un calo del Pil, rispetto al sentiero tendenziale, in un range dal -1% al -25%.

A quel tempo si poteva chiacchierare quanto si voleva (mi ricordo uno spassosissimo seminario a Villa Mondragone, dove tutto il Santo Sinedrio di Tor Vergata si stracciava le vesti, con qualificatissimi ospiti indernescional, e io mi aggiravo sornione, nascondendo i miei sentimenti sotto una plumbea cappa di indifferenza)...

Ora però, sette anni dopo, i dati ci sono. E com'è andata? Così:


Dal 2017 al 2019, per tre lunghi anni, i dati storici si sono allineati pressoché esattamente allo scenario "alto", quello costruito nell'aprile 2016, cioè prima della Brexit. Lo scenario "basso", quello punitivo, quello diffuso dopo la Brexit perché i gonzi potessero ululare, come effettivamente hanno ululato, "la Brexit sarà un disastroooooo...." si è quindi rivelato totalmente farlocco: uno strumento di governo delle aspettative (dei gonzi), un esercizio di retorica politica, una pessima prova di capacità econometrica.

Poi è arrivato il COVID a ricordarci che...

Ma questo giochetto di deprimere le previsioni del Regno Unito per alimentare il coro dei gonzi non lo ha mica fatto solo il Fmi!

Magari!

In questo blog che non c'è (anche se ultimamente qualche giornalista s'è accorto della sua esistenza) abbiamo spesso evidenziato la simpatica distorsione positiva, l'ottimismo della volontà, che anima le previsioni macroeconomiche dei padroni del vapore. Qui un esempio:


discusso in dettaglio in questo post.

Può essere interessante quindi andare a vedere le previsioni a due anni che l'OCSE pubblica e mantiene regolarmente sul suo sito. Se tanto mi dà tanto, così come quelle dell'Italia sono sbagliate per eccesso, perché promettevano, a un Paese che si era piegato, una crescita che non arrivava mai, quelle per il Regno Unito saranno sbagliate per difetto, perché minacciavano a un Paese che non si era piegato una recessione che non arrivava mai!

E infatti:


Le previsioni per il Regno Unito sono sistematicamente distorte al ribasso, con due sole eccezioni: quella fatta a metà 2019 per il 2020 (e grazie!), e quella fatta a metà 2021 per il 2022. Insomma: Britannia delenda est. Ma l'unica cosa che esce distrutta da questo accanimento è la repiutescion degli economisti dell'OCSE (e dei loro lauti stipendi esentasse: perché qui Grillo ferit Grillo pereat!). A riprova, vi fornisco lo stesso esercizio fatto con la Germania:


Ed ecco che, (un)surprisingly enough, le previsioni sono per lo più distorte verso l'alto, con l'unica significativa eccezione della previsione fatta a metà 2020 (in pieno panico) del tonfo che si sarebbe fatto nel 2020. In quel caso la previsione è distorta verso il basso, causa panico, appunto, situandosi attorno al -8% a fronte di uno storico che è stato poco meno del -4%. In tutti gli altri casi le previsioni sono ridicolmente ottimistiche, a partire da quella fatta lo scorso anno per l'anno in corso, con una crescita vicina al 2% quando ora si ritiene che il risultato annuale sarà zero se va bene, data la recessione in cui la Germania è prevedibilmente caduta (e quando questa previsione ridicola è stata fatta tutti gli elementi che ci portavano a dubitare della solidità della crescita tedesca erano già lì: la crisi  delle materie prime, quella energetica, e la guerra - mancava solo il suicidio dei gasdotti, che sarebbe arrivato a settembre).

Diciamo che per essere dei peracottari sono pagati bene, troppo bene. Oppure, ed è questa la cosa su cui inviterei a riflettere (se questo blog esistesse) chi cretino non è, o magari lo è, ma non vuole sembrarlo, il lavoro di certi geni delle previsioni non è quello di fornire un quadro asettico degli scenari probabili, ma quello di "governare" le aspettative, di far credere che la realtà si stia conformando ai pregiudizi che si vogliono disseminare per sostenere una certa azione di governo.

Ecco: se le cose stessero così, avremmo a che fare con dei veri professionisti!

E ora, chi vuole ragionare, ragioni, e chi vuole ululare, ululi! Io il mio dovere l'ho fatto, e col vostro permesso ci dormo sopra!

sabato 15 aprile 2023

Grazie!

Prima di addentrarmi nelle nebbie cimmerie, due parole di ringraziamento, e una slide, una di quelle di cui vi parlavo ieri.

Intanto, i ringraziamenti.

Non è scontato, di questi tempi, avere una sala così piena e piena così. Così piena, cioè senza un posto libero. Piena così, cioè piena di persone che hanno voglia di capire e di impegnarsi. La sensazione è che il saldo fra quelli che ci siamo persi per strada e quelli che abbiamo trovato sia positivo non solo in termini quantitativi (rispetto a questo, l'esposizione politica potrebbe aver aiutato), ma soprattutto in termini qualitativi. Più giovani, più famiglie, più persone professionalmente qualificate, meno persone emotivamente squilibrate, meno millantatori, meno mediocri.

Siamo passati da tanti setacci.

Possiamo scusare chi si è confuso, ma non possiamo scusare il perché si è confuso: perché non ha avuto fiducia, cioè perché è stato grillino. Per carità: se fede e fiducia sono due parole diverse un motivo c'è: sono due cose diverse! Il fondamento della fede, in effetti, non è razionale. Ma è irrazionale non avere fiducia nel percorso che qui è stato delineato e il cui primo decennio è stato riassunto oggi al #midtermgoofy. C'è un obiettivo (il solito), quindi c'è una direzione (che non può essere la linea retta degli strateghi da bar Sport), quindi ci sono dei progressi (qualcuno ricordava che al precedente #midtermgoofy Marcello aveva fatto notare che non c'erano telecamere, oggi avevamo tre reti nazionali ed eravamo su tutte le agenzie con messaggi non banali), quindi si avanza. Chi non lo vede è perché non lo vuole vedere, è perché non aveva bisogno di impegnarsi, ma di bacini sul collo, di blandizie e lusinghe al proprio eguccio stitico, o, peggio ancora, di un rapido ascensore sociopolitico. Spiace: non che io non sia per natura cortese, ma perder tempo a chi più sa più spiace, e ne so abbastanza, ormai, per capire se chi ho davanti è un uomo in carne e ossa o in merda e chiacchiere. Quindi, sulla base di questa esperienza, ritengo di poter dire che la qualità della community sta crescendo, ed è un bene che sia così.

Siamo passati, dicevo, da tanti setacci.

La mia investitura politica è stato il primo, l'uscita dal Governo ortottero è stato un altro, il COVID un altro (e sono stato lieto oggi nel constatare che qualcuno ha capito quanto abbiamo fatto in quel periodo), la fiducia a Draghi un altro, il più fitto. La crusca ce la siamo scrollata di dosso, è rimasto fior di farina e con questa, e col lievito dei nostri incontri, prepareremo il nostro pane. Abbiamo un anno per farlo: lievitazione naturale, e lunga.

Quindi: grazie!

Un grazie naturalmente anche all'istituzione che ci ha ospitato, e un grazie anche allo staff di a/simmetrie. Sono un po' scarsi, come avrete notato, ma almeno sono belli da vedere, e anche l'occhio vuole la sua parte.

O no?

A questo proposito, standing ovation per la grafica concepita da Sara.

Mi stupisce comunque come a ogni incontro si riesca a superare l'interesse, l'entusiasmo, la tensione emotiva, l'appagamento intellettuale, insomma: il successo, del precedente. E questo dopo dieci (in realtà tredici, ma per l'associazione dieci) fottuti anni in cui ci potremmo raccontare che non è cambiato nulla, ma qualcosa, invece, è cambiato. Non solo il fatto che ci siamo scrollati di dosso tanti escrementi (il che, perdonatemi, non guasta). Non solo il fatto che il potere sia diventato più feroce e spietato con chi gli contende lo scettro (come hanno notato oggi sia Giordano, che Capezzone, che Foa). Non solo il fatto che ora certi processi possiamo osservarli dall'interno, e possiamo ogni tanto incidere su di essi (la filiazione europea, il catasto, la riforma delle BCC, la riforma della governance delle authorities, ecc.). Ma anche, forse, il fatto che siamo riusciti a mettere a fuoco il nostro vero (e forse unico) nemico: o meglio, che ci siete finalmente riusciti voi, perché io da chi diffidare credo di avervelo detto in tempi non sospettissimi! Il giochino con cui vogliono fottervi, quello di farvi credere che sareste più forti se i vostri rappresentanti fossero più deboli, voi, almeno voi, dovreste averlo finalmente capito, o così oggi sembrava.

E questo agli altri fa una gran paura: fa paura al Potere, e fa paura ai mediocri.

E ora, come promesso, una slides che ieri sera mi è costata novanta minuti di lavoro, e che ha un suo perché, anche estetico:


In rosso, il valore storico, effettivo, del Pil in termini reali, in miliardi di euro. Le linee tratteggiate sono invece le previsioni a sette anni emesse dal Fmi nei 15 anni dal 2008 al 2022: da ogni anno parte un tracciato  previsto settennale (in nero tratteggiato) che, come potrete constatare, solo in rarissimi casi coincide o si avvicina a quello che poi sarebbe stato il tracciato effettivo, storico.

Ci sta: non voglio dire che al Fmi non sappiano fare le previsioni. Prevedere a sette anni non è solo impossibile: è anche inutile! Ma proprio per questo mi premeva far notare quanto vano fosse il nuovo approccio di governance fiscale europea, tutto incentrato su previsioni a sette anni!

Vanum est vobis ante lucem surgere!

Ma c'è anche un dettaglio in questo grafico, che ho cercato di illustrare oggi, e che forse non è stato bene inteso. Non è per un caso che queste previsioni siano così fallaci, ma perché ce le fa diventare con le sue prescrizioni di politica economica che le emette.

Per capire che cosa intendo, guardate questa tabella:


L'ho costruita prendendo gli errori di previsione (storico meno previsto) un passo avanti, espressi in percentuale del valore storico, e i saldi primari di bilancio, espressi in percentuale del Pil.

Quindi, ad esempio, per l'anno 2008 la prima colonna riporta lo scarto fra il valore storico del Pil nel 2008 e la previsione del 2008 fatta con le informazioni disponibili nel 2007, mentre la seconda colonna riporta il rapporto saldo primario/Pil nel 2008.

La sintesi è nel numerino in basso a destra, -0.75: una correlazione negativa forte e significativa.

Che cosa significa?

Significa che quando il saldo di bilancio va su (cioè si taglia), l'errore di previsione va giù (cioè il valore effettivo del Pil è inferiore al previsto).

Attenzione! Questa, per voi, può sembrare una banalità, dopo tanti anni che ne parliamo: è chiaro che se con l'austerità (i tagli di spesa, gli aumenti di imposte) si "distrugge la domanda interna", poi la domanda interna (cioè il Pil) è distrutta. Più che chiaro, direi che è tautologico.

Quello che è meno tautologico, meno ovvio, è che questa forte correlazione negativa indica che nei modelli del Fmi il moltiplicatore continua a essere sottostimato! Proprio non riescono ad ammetterlo che l'economia risponde agli stimoli di bilancio!

Comunque, la mia sintesi è questa:


e in fondo anche Cottarelli, che, come avrete visto, non è così male se consideri l'alternativa, ha dovuto ammetterlo: queste nuove regole, fra le varie amenità che portano con sé, hanno anche quella di un dialogo perenne con la Commissione, per evitare di essere sanzionati ogni volta che un errore di previsione altrui si ripercuoterà negativamente sui sentieri di spesa concordati dal Paese.

Ma forse perché questo punto vi sia chiaro oltre che del disegnino avreste bisogno anche di un discorZetto. Chi c'era l'ha sentito, agli altri lo farò quando potrò.

Intanto, buona notte, e per chi c'è domani ci vediamo alla Fiera dell'Agricoltura!


(...ricordo le prossime date:24 maggio, 10 luglio. Poi fate come ve pare...)

mercoledì 1 maggio 2019

La crescita (tendenziale, programmatica, acquisita)

I dati sono qui.

Nel 2017 il Pil italiano è stato di 1.602.859 milioni di euro (1603 miliardi, arrotondando all'intero più vicino). Il 2018 si è chiuso a 1.614.540 milioni (1615 miliardi). La crescita, sul dato arrotondato, è stata dello 0,74859638178415470991890205864005% (scusatemi, ma questo è un post sul precisazionismo, quindi...). Naturalmente, siccome non ha senso non arrotondare la crescita di un dato arrotondato, possiamo evitare tanti decimali, e dirci che nel 2018 la crescita è stata dello 0,7%.

(...questo calcolando il dato annuale come somma dei dati trimestrali destagionalizzati e corretti per gli effetti di calendario; se invece si usa il dato grezzo la crescita risulta dello 0,9%, il dato del DEF per il 2018 - arrotondamento dello 0,858% che risulta dal sito ISTAT, o dello 0,881% che risulta del World Economic Outlook di aprile. Il motivo per cui prendo a base i dati trimestrali corretti è che voglio commentare appunto l'ultimo di essi...)

Il DEF imposta il programma di stabilità ipotizzando per il 2019 una crescita del Pil reale pari allo 0,1% all'anno. Lo 0,1% di 1.614.540 milioni sono 1.614,54 milioni cioè 1,6 miliardi (per l'intero 2019).

L'aggiornamento di oggi, che trovate qui, stabilisce che il Pil reale nel primo trimestre del 2019 è cresciuto dello 0,23% rispetto all'ultimo trimestre del 2018. Nell'ultimo trimestre del 2018 il Pil era stato, per forza di cose, circa un quarto del valore annuale 2018: precisamente, 403.139 milioni di euro, cioè 403 miliardi (4x4=16). Il dato del primo trimestre 2019 è abbastanza vicino: 404.077 milioni, cioè 404 miliardi. Notate che (404.077-403.139)/403.139 = 0,2326741%, cioè il dato dello 0,23% è arrotondato (al ribasso). In termini assoluti, nel primo trimestre del 2019 il Pil è aumentato di circa un miliardo: 404.077-403.139 = 938 milioni di Pil in più (nel primo trimestre). Vi ricordo che secondo il DEF in tutto il 2019 il Pil dovrà crescere di 1614,5 milioni. Nel primo trimestre quindi abbiamo portato a casa il 938/1614,5 = 60% dell'incremento di Pil totale previsto per l'anno.

Questo però non è un buon modo di impostare le cose. Siccome abbiamo fatto una manovra di bilancio, il riferimento rispetto al quale verificare i risultati ottenuti non è lo scenario tendenziale (a politiche invariate), ma quello programmatico (che incorpora la manovra). Secondo il DEF, la crescita del Pil una volta implementata la manovra sarebbe stata dello 0,2%. Insomma, il governo (che non è il Parlamento, quindi io non c'entro: se li incontro li saluto, ma il DEF lo fanno loro!) ha detto una cosa di questo tipo: "Se non facciamo niente, l'anno prossimo i redditi degli italiani cresceranno complessivamente di 1.614,5 milioni, ma siccome faremo qualcosa, i redditi aumenteranno di 3.229 milioni". Visto in questo modo, più corretto, il risultato del primo trimestre corrisponde a circa un terzo del risultato atteso annuale dichiarato: 938/3229 = 0.29.

Insomma, in un quarto di anno abbiamo portato a casa un po' più della metà di quello che avremmo portato a casa a politiche invariate, e un po' meno di un terzo di quello che vorremmo portare a casa grazie alla manovra. Considerando che gli effetti di alcuni provvedimenti ancora si devono vedere (mi riferisco in particolare al reddito di cittadinanza, le cui card sono in distribuzione da aprile; alla pace fiscale, con le domande di rottamazione che devono ancora essere elaborate; ai fondi per i piccoli comuni, che devono avviare i lavori entro il 15 maggio; ecc.), il risultato del primo trimestre dipende essenzialmente dalla relativa ripresa del ciclo economico internazionale, dallo sblocco degli avanzi dei comuni virtuosi (che, come ho ricordato in aula, ha immesso nell'economia circa 300 milioni), e dall'estensione del regime dei minimi ai redditi fino ai 65.000 euro (e con aliquota al 20% fino ai 100.000).

Quindi, direi che il potenziale c'è, se il ciclo economico internazionale riprende, ma anche se non riprende.

Può essere utile fare due rapidi calcoli su cosa possiamo aspettarci, ricordando sempre che lo 0,23% annunciato oggi è un dato provvisorio, una stima basata sul lato dell'offerta (cioè, per capirci, sui dati della produzione e non su quelli del reddito), che può essere soggetta a revisione verso l'alto o verso il basso (in quest'ultimo caso mi dispiacerebbe per il paese ma sarei contento per i gentili colleghi del PD, la cui unica flebile speranza è tifare asteroide...).

Intanto, l'Istat quando fornisce i dati trimestrali dà anche il dato annuo acquisito, che qualche ignorante chiama "tendenziale". Il dato acquisito si ottiene semplicemente riportando su base annua la crescita ottenuta fino al punto dell'anno cui si è arrivati, e ipotizzando crescita zero da lì in poi. Quindi, in altre parole: se il Pil trimestrale resta inchiodato da qui all'autunno sui 404.077 milioni dell'inverno appena trascorso, il Pil complessivo del 2019 (somma dei quattro trimestri) sarebbe 404.077x4 = 1.616.308 milioni di euro (cioè 1.616 miliardi), con una crescita rispetto al dato 2018 di (1.616.308-1.614.540)/1.614.540 = 0.11%. La crescita acquisita ad oggi corrisponde approssimativamente a quella tendenziale del DEF, ma questo vuol dir poco, perché essa riflette  uno scenario piuttosto implausibile, quello che vi ho descritto (flusso trimestrale costante al livello raggiunto nel primo trimestre) e che vedete rappresentato nella colonna "Acquisito":


Se invece il flusso di Pil trimestrale aumentasse dello 0,23% al trimestre (sempre troppo poco per i miei gusti, che in questo caso credo siano piuttosto comuni), a fine anno avremmo un Pil complessivo di 1.612.893 milioni, portando a casa una crescita di 0.5 (per l'esattezza, 0.46), rispetto al valore 2018 di 1.614.540. In questo scenario, che a me non sembra implausibile, alla luce di quanto vi ho detto, l'anno chiuderebbe con una crescita effettiva pari a circa due volte e mezzo quella programmatica del DEF (0,2), e quasi cinque quella acquisita ad oggi.

Per avere una crescita pari allo 0,1%, cioè allo scenario tendenziale del DEF, che non è l'acquisito, bisognerebbe che il Pil trimestrale crescesse dello 0,09% al trimestre, con un risultato complessivo di 1.616.188 milioni di euro. La crescita del primo trimestre (0,23%), se confermata, è più di 2,5 volte quella implicita nel tendenziale (0,09%). Per avere una crescita pari al valore programmatico (cioè allo 0,2%), bisognerebbe invece che il Pil trimestrale crescesse dello 0,13%, con un risultato annuo di 1.617.804 milioni di euro. La crescita del primo trimestre è di 0.1 punti superiore.

Insomma: la velocità del Pil nel primo trimestre è circa il doppio di quella attesa anche nello scenario programmatico, che era quindi particolarmente prudenziale, come deve essere ogni scenario di DEF per evitare che la Madonnina di Bruxelles pianga. Il Governo non voleva seccature, e non ne ha avute, ottenendo in più dei risultati che in qualsiasi metrica sono, ad oggi, migliori delle previsioni imposte suggerite dagli aguzzini esperti di Bruxelles. Quindi ora siamo curiosi di vedere che cosa si inventeranno nelle loro raccomandazioni, considerando che a casa loro non stanno messi benissimo, e noi stiamo messi meglio di quanto speravano prevedevano.

A questo proposito, vorrei ricordare a quelli che "ma nella NADEF avete messo un programmatico di 1,5, gne gne gne..." (l'asilo Mariuccia dei coNpetenti), che quelle previsioni maturavano in un contesto in cui il Fmi dava una crescita 2019 dell'1,9% per la Germania e dell'1,6% per la Francia. Ora questi dati sono rispettivamente a 0,8% (meno della metà) per la Germania e 1,3% per la Francia. Vediamo come evolverà la situazione, ma intanto una cosa è chiara: in tutto il mondo civile, con la limitata eccezione di un'isola di barbarie situata a 45°11′07″N 9°09′18″E, si è compreso che per espandere l'economia occorre fare politiche espansive. Lo hanno capito perfino i tedeschi, che hanno dato tanto al pensiero umano, ma relativamente poco a quello economico, forse perché come i miei amici Awanaganians hanno difficoltà a capire le cose semplici (ex multis; e tranquilli: in questo come in tante altre cose faremo esattamente come la Germania).

Concludo con un pensiero a un nuovo amico Awanagana, il Del Prato, di cui qui vi riporto la costruttiva critica:


Lo ringrazio per avermi spiegato che la crescita di un flusso trimestrale non è la crescita di un flusso annuale (in effetti, in 33 anni passati a maneggiare dati potrei anche non essermene mai accorto, il che getterebbe una luce fosca sui referee dei miei pochi e squalificati lavori scientifici - cosa abbia fatto il Del Prato non si sa, ma sicuramente farà grandi cose), e mi scuso per la formulazione approssimativa del mio tweet, che effettivamente si presta a questo equivoco. Sarebbe stato più corretto scrivere, invece di "in un trimestre il doppio della crescita annua", "nel primo trimestre più del doppio della crescita implicita nel dato annuale", visto che 0,23/0,09=2,555555555555555. Sarebbe stato più lungo ma considerevolmente più preciso. Peraltro, sempre precisazionando, spero che il giovine Del Prato mi consenta di osservargli che il "tendenziale" di cui lui parla in realtà è l'"acquisito" (che è una cosa completamente diversa sia concettualmente che metodologicamente). Spero anche convenga con me che questo "acquisito" corrisponde a uno scenario di crescita zero per tutti i restanti trimestri dell'anno che potrà senz'altro essere allineato al suo pio desiderio di vedere il paese inabissarsi per poi poter dire "l'avevo detto", ma è piuttosto rudimentale (non è una critica all'Istat, ma a chi prende un esercizio statistico per uno scenario econometrico).

C'è chi si costruisce con pazienza e umiltà degli utili QED, che magari lo portano in Parlamento, e chi con impazienza e giovanile arroganza delle inutili sconfitte, che magari lo portano a crescere. Ci rivedremo nel 2020, gentile amico: vediamo se allora quello che lei chiama il tendenziale, e che fra meno di un anno sarà l'acquisito 2019 (a quel punto definitivo) sarà ancora a 0,1. Secondo me sarà superiore, ma io, come tutti, posso sbagliare. Capita di rado, e quando capita ne approfitto per imparare. Spero altrettanto di lei...

venerdì 19 agosto 2016

DGP (post ad personam)

The andrea puglisi18 agosto 2016 00:29


Riconosco che il fit lineare 1970-2007 rende in maniera molto efficace il muro contro cui ci siamo scontrati frontalmente nel 2008.

L'efficacia "pittorica" basta e avanza a giustificarlo. Io personalmente lo trovo impressionante.

Da fisico (e docente di processi stocastici) mi domando se c'è qualcosa di più. So che questo esula dal "problema", ma la curiosità mi resta.

Ho letto i tre post del 2014 sui cammini aleatori, non mi pare che dicano altro da: è molto improbabile (non impossibile) che un random walk (lancio di moneta non truccata ad ogni trimestre) faccia quel che fanno i dati del grafico dal 1970 al 2008, che pare piuttosto una moneta con bias. Cioè col trucco.

Immagino che il pil sia ben diverso da un random walk. Ma allora perchè rimandare alla lezione sui cammini aleatori? Che poi immagino andrebbe applicata ai logaritmi (visto che i tassi di crescita in economia sono percentuali e quindi, anche per colpa vostra, a me tocca pure fare delle lezioni sui processi moltiplicativi :-)



andrea puglisi ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "186 trimestri di Pil (destagionalizzato)":

Grazie. Solo di striscio (dalle mie parti non si usano molto modelli arma, etc.). Allora ho dato una letta al primo testo che ho trovato (Walter Enders, Applied Econometric Time-Series, molto leggibile) e credo di aver capito lo scopo di uno unit root test: immagino me lo citi a sostegno dell'ipotesi di non-stazionarietà della serie. E io ci credo, non metto in dubbio che in 1970-2008 ci sia un bel trend, ovviamente sono anche più convinto se (come sembri suggerire) ci sono test statistici che formalizzano e controllano quest'ipotesi. Resto incuriosito (ma forse è sufficiente dire affascinato, non pretendo lezioni ad personam) dalla linearità del trend su un arco di tempo così lungo - e storicamente così accidentato. Quando (dalle mie parti) si vede un andamento "semplice", ci si chiede se non ci sia una spiegazione "semplice".

Postato da andrea puglisi in Goofynomics alle 18 agosto 2016 09:57


Caro Andrea,

il tuo modus operandi dimostra che sei una persona intelligente (hai inquadrato il problema) e sei distante dai tronfi ellissoidi saccenti che arrivano sparando supercazzole random per far vedere che ce l'hanno lungo (hai cercato una fonte, che è a mio avviso un'ottima fonte). Mi fa quindi molto piacere venirti incontro con qualche stimolo in più, anche se, naturalmente, avendo solo tre quarti d'ora a disposizione posso farlo in un modo che credo tu possa capire perfettamente, ma che certamente non tutti gli altri potranno seguire. Del resto, abbiamo anche avuto post in greco per Nat, quindi per una volta potremo parlare di econometria.

Parto da una cosa semplice ma essenziale: l'economia non è una scienza sperimentale. Le osservazioni non provengono da sistemi fisici replicabili mediante esperimenti controllati, ma da sistemi sociali. Se lanciamo un razzo contro un bersaglio, sappiamo com'è fatto il razzo e sappiamo quanto è lontano il bersaglio. Ci possono essere errori di misurazione, ma la "macchina" sappiamo com'è fatta. La "macchina" dell'economia non sappiamo com'è fatta, non lo sa nessuno, e può essere in qualche modo concettualizzata solo in via inferenziale partendo da un singolo campione di dati: quello generato dalla storia economica del paese o dei paesi che stiamo analizzando (ovviamente qui mi riferisco all'ambito macroeconomico: esiste un'economia sperimentale, che opera a livello microeconomico con esperimenti controllati, attraverso i quali comunque cerca di inferire come funziona l'homo oeconomicus...).

Questo noumeno, il "modello vero" dell'economia, in econometria si chiama DGP (Data Generating Process). Il DGP del mondo naturalmente è in mente Dei. Diciamo che il DGP lo concettualizziamo a seconda del contesto nel quale ci troviamo a operare, ovvero, dell'insieme di informazioni che vogliamo/possiamo utilizzare. È del tutto evidente che il PIL di un paese dipende da una quantità di variabili, fra cui i PIL degli altri paesi, le variabili di politica economica, l'andamento dei corsi delle materie prime e delle valute estere, ecc. Se vogliamo mettere tutte queste informazioni nel modello, ne verrà fuori un gigantesco processo stocastico vettoriale non molto gestibile: a quel punto il ragionamento economico serve a imporre un minimo di struttura, e qui comincia una lunga e dolorosa storia (traccia: overidentifying restrictions, modelli VAR, ecc.). Io però ho fatto una cosa diversa: ho usato come info set solo la storia della variabile. Mi sono cioè posto nell'ottica di un processo stocastico univariato: operazione legittima, nel senso che sta comunque al ricercatore decidere quante informazioni vuole utilizzare. In linea di principio, più ne utilizza e più la previsione sarà non distorta ed efficiente (varianza minima). In pratica però non sempre è così, e questo perché non importa solo quanta informazione utilizzi, ma anche come la utilizzi, e qui comincia una lunga e gaudiosa storia (traccia: fallimento dei modelli strutturali all'inizio degli anni '70, affermazione dei modelli Box-Jenkins, cointegrazione).

Ci siamo fino a qui?

In ogni caso, io ho fatto la scelta di utilizzare un'unica variabile, e il problema che intuisci io lo esprimerei così: il grafico dell'estrapolazione di tendenza è un buono strumento descrittivo, ma non è interpretabile come modello analitico o predittivo del Pil italiano semplicemente perché una tendenza deterministica non è una buona rappresentazione del DGP di questa variabile.

Tanto per capirci: nell'equazione


è molto difficile che beta sia diverso da zero e rho diverso da uno. Avremo viceversa rho uguale a uno e beta uguale a zero, ovvero, in questa riparametrizzazione:


il coefficiente del livello ritardato di y non sarà significativamente diverso da zero.

Nota: tu potresti dirmi: "questo può anche essere, ma perché dici che questo implica che beta sarà uguale a zero?". Risposta: perché altrimenti osserveremmo un andamento parabolico (se osservi la seconda equazione e la risolvi ti rendi conto che se lasci una tendenza lineare nelle differenze prime della variabile, stai implicitamente assumendo che i livelli della variabile seguano una tendenza parabolica, che nei dati però non osserviamo e che quindi scartiamo a priori sulla base delle informazioni disponibili).

Ora, il punto è che l'ipotesi nulla di radice unitaria non viene respinta non solo su tutto il campione, ma anche sul sottocampione pre-crisi. Il primo risultato potrebbe essere banalmente dovuto al fatto che la tendenza deterministica è "segmentata" dalla crisi del 2008, e si sa almeno fin dal tempo di Rappoport e Reichlin che in questo caso i test di radici unitarie sono poco potenti (visto che cose belle faceva la Reichlin?). La difficoltà nel respingere la nulla di integrazione è dovuta al fatto che una rottura di tendenza deterministica può tranquillamente essere interpretata, a occhio, come una inversione di tendenza stocastica (l'altro riferimento importante è Zivot e Andrews, ma la letteratura è sterminata). Il punto è che la prima (la rottura di tendenza deterministica) presuppone un cambiamento strutturale nel modello, mentre la seconda (l'inversione di tendenza stocastica) solo uno shock, o una raffica di shock, anomali, il che naturalmente apre prospettive diverse circa la prevedibilità del fenomeno.

Mi aspettano a cena, e quindi vado di corsa fornendoti solo i risultati del test ADF su tutto il campione e poi fino a prima di Lehman:




Il numerino da guardare è la statistica t che, come vedi, non è significativa né su tutto il campione, né fino a prima della crisi. Visto che hai l'occhio esperto, noterai che nel sottocampione fino a 2008Q3 la statistica è più grande in valore assoluto (il test è unilaterale sinistro e la distribuzione non è standard per motivi che credo tu conosca e che comunque puoi capire meglio di me e sono spiegati qui). Tuttavia, non riesce comunque a respingere la nulla di radice unitaria verso l'alternativa di tendenza deterministica (la soglia al 10% è -3.1).

Quindi?

Quindi il grafico ha un valore descrittivo, e come tale l'ho esplicitamente proposto, ma un random walk (non esattamente: in realtà un modello ARIMA(1,1,0), come intuisci dai tabulati) fornisce una rappresentazione più accurata del DGP. Il che, banalmente, significa che se io dovessi prevedere il PIL del 2016 riterrei più affidabile come "predittore" il valore del Pil del 2015 che non l'estrapolazione di un trend lineare non segmentato stimato dal 1970 (l'ipotesi di DGP alla base del grafico "pittoricamente efficace"), ma anche quella di un trend segmentato (e di punti di rottura ce ne sono almeno quattro, ma di questo se ti interessa parliamo nella prossima puntata).

Ovviamente, astenersi ingengngngnieri, e agli altri posso dire che prima o poi capiranno quasi tutti. Alcuni studiando, altri andando in paradiso. Quindi, non abbiate fretta. Agli euristi, ovviamente, questa materia resterà per sempre oscura. In Inferno nulla est redemptio.

Del resto, le aspettative razionali, se ci pensate, sono la quintessenza del piddinismo: sono la pretesa ideologica che l'agente economico sappia di sapere com'è fatto il DGP (cioè il modello vero dell'economia). E anche chi non ha capito niente di questo post, proprio perché non ha capito niente, capisce e al tempo stesso dimostra quanto questa pretesa sia assurda. Non è quindi un caso che interi programmi di ricerca basati su di essa, buon ultimi i modelli DSGE, alla prova dei fatti miseramente falliscano, anche se Lippi non se n'è accorto (ma qualcuno un po' più titolato di lui sì: e quest'ultima osservazione ovviamente era per eric, da cui devo tornare).

Alles klar?


(...ai refusi pensateci voi, che ho il lato oscuro della forza a cena e non sta bene farlo attendere...)

giovedì 11 agosto 2016

Bontà delle previsioni (arrivano i piddini)

idivev ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Stime preliminari del PIL, secondo trimestre":

gentilissimo bagnai, le devo porre una domanda:
le chiedo con molta sincerità: allora perché gran parte degli articoli stimano una crescita dello 0,1-0,2% del PIl?
Poniamola così: vorrei trovare la verità su quello che mi dicono sull'economia italiana e vorrei tentare di capire come cercare la verità senza essere offuscato dalla propaganda eppure sono confuso: se leggo sui giornali, al massimo si fermano a dire che nel secondo trimestre il Pil sarà fermo o avrà una bassa crescita, per ora nessuno o pochissimi si azzardano a dire che potrebbe essere negativo considerando che abbiamo gli indici pmi tutti più o meno positivi, ossia in espansione negli ultimi tre-quattro mesi(l'indice pmi composito italiano medio del secondo trimestre sta sopra i 50), se leggo lei l'opposto vengo a sapere .
Sono sinceramente confuso: sulla stampa leggo un certo ottimismo, mentre quando leggo su questo blog noto un clima ben diverso.
La domanda allora è:
Come può un povero mortale orientarsi in questa matassa di informazioni? come posso io capire da solo chi ha ragione e chi ha torto? Sono onesto: sinceramente penso che, se la stampa è troppo ottimista, lei forse, ma credo sia anche legittimo, sia certe volte un po' troppo pessimista eppure vorrei io stesso imparare a leggere i dati e prevedere le variazioni del Pil da solo, così posso capire chi ha ragione. I punti che mi confondono sono questi: perché allora gli indici pmi italiani negli ultimi quattro mesi, sì, non hanno avuto risultati brillanti ma erano in espansione se lei dice che nel secondo trimestre avremo decrescita? Eppure sul sole24ore leggevo che erano gli indici più affidabili per capire come andava l'economia, insieme alla produzione industriale che nel secondo trimestre ha avuto un andamento pessimo. Ne devo dedurre quindi che il sole24ore esasperava il valore degli indici pmi? Non solo, leggevo che il valore dell'indice anticipatore dell'economia, pur in decrescita relativamente ai mesi passati, comunque aveva un valore leggermente positivo: e l'indice anticipatore dell'economia sapevo fosse affidabilissimo nelle previsioni economiche del breve periodo. Da filosofo deduco che il problema è il fatto che il Pil misura una marea di componenti ergo un dato positivo non basta a dirci che il Pil in espansione o meno: forse, nonostante la stampa esalti qualche piccolo passo in avanti, ciò non basta a portare crescita. Mi può aiutare a capire, dopo tali riflessioni, se questi dati che ho elencato effettivamente bastano a dirci che siamo in ripresa o meno e perché, nonostante un indice anticipatore positivo, indice pmi buoni e solo la produzione industriale in netto calo, si arrivi a stime così pessimiste? Non si arrabbi: il punto è che ogni volta la stampa dice una cosa e lei un'altra e io voglio capire come giostrarmi in questi dati. Allora devo dedurre che l'indice anticipatore dell'economia ha errato a prevedere l'andamento economico essendo comunque in territorio leggermente positivo, pur in decrescita rispetto ai mesi passati? MI aiuti a capire

Postato da idivev in Goofynomics alle 10 agosto 2016 16:42



Oh, questo sì che è ragionare!

Attenzione, amici: qui abbiamo a che fare con un filosofo. Il suo scopo infatti è trovare la verità.

Voi mi direte: ne abbiamo visti di meno sprovveduti. Devo concordare con voi. Il nostro nuovo amico infatti va a cercare la verità nei giornali, che, come perfino uno dei loro più autorevoli collaboratori ha dovuto ammettere (per salvare la faccia, o qualcos'altro - tanto la differenza è poca) sono totalmente asserviti agli interessi del nostro capitalismo finanziaro bancarottiero. Lui "leggeva sul Sole24Ore", vi rendete conto? Un giornale del quale noi abbiamo imparato ad apprezzare l'attendibilità (risparmio esempi)... Lui vuole imparare a leggere i dati da solo per capire chi ha ragione! Ma allora è semplice: si iscriva a economia, faccia tre esami di statistica, tre esami di matematica, un paio di esami di econometria, demografia e spicci, poi prenda un dottorato, e avrà imparato. Altrimenti, rimanga pure schiavo della tronfia sicumera che lo porta a mettere sullo stesso piano un incompetente pagato per mentire (Zingales dixit) con un ricercatore che ha pubblicazioni internazionali. Già il fatto che lui metta sullo stesso piano fattispecie così diverse fa capire che il suo anelito di giustizia, il suo voler "capire (cioè decidere) chi ha ragione" è metodologicamente infondato, per il semplice motivo che giustizia è trattare fattispecie uguali in modo uguale e fattispecie diverse in modo diverso.

Se il nostro amico non arriva a capire che fra me e un qualsiasi "informatore" c'è un rilevante gap antropologico e culturale temo che non arriverà nemmeno a capire cose un pochino più complesse (quali, ad esempio, la costruzione di un intervallo di confidenza della proiezione).

Anche perché al nostro amico forse sfugge quello che ai lettori del mio blog non sfugge, cioè che io da cinque anni faccio previsioni quasi tutte giuste, mentre i propagandisti hanno fatto una serqua di previsioni sbagliate, dalla cui onta stanno ora cercando di lavarsi scoprendo ettolitri di acqua calda (gli risparmio esempi: glieli farà chi è stato attento). Chi sapeva nel 2012 che Francia e Finlandia sarebbero andate in crisi? Io. Chi sapeva nel 2012 che fra Usa e Germania sarebbero sorte tensioni a causa del surplus commerciale tedesco? Io. Chi sapeva nel 2013 che il 5 stelle non era effettivamento contro l'euro? Io. Chi sapeva a gennaio 2015 che Tsipras era eurista e non avrebbe aiutato il suo paese? Io. Chi aveva previsto a dicembre 2014 che nel 2015 saremmo cresciuti dello 0.6%? Io. Devo continuare?

Devo aggiungere, per ognuna di queste previsioni, il nome di un cazzaro autorevole opinionista del quale il nostro amico si fida, o che vuole mettere sul mio stesso piano, e che invece le ha completamente cannate? Faccia da sé, tanto se da una parte c'è "io", dall'altra, purtroppo, ci sono tutti gli altri, e trovarli non sarà difficile.

Detto questo, torniamo sul tecnico. Come ho già spiegato, è ovvio che un modello basato su un unico indicatore non può avere una enorme attendibilità. Il punto è quello che rilevavo nel post precedente e che il nostro nuovo amico ricorda: il manifatturiero è solo un settore dell'economia. L'IPI è strettamente legato ad esso, ma ovviamente poi c'è tanto altro: agricoltura (pochissima), servizi (moltissimi), costruzioni (stendiamo un velo pietoso). Quindi è chiaro che questo modello ha dei limiti. Diciamo però che con una sterzata così brusca della produzione da un lato e dei consumi dall'altro sinceramente le simpatiche opinioni dei direttori degli acquisti me le appenderei fra le tombe etrusche e i quadri del Tintoretto, però da professionista so che operiamo in un ambiente stocastico: certezze non possono essercene.

Detto questo, approfitto per chiarire come si valuta l'attendibilità di un modello previsionale: il modo migliore, naturalmente, è usarlo, e vedere se funziona.

A questo scopo, ho ristimato l'equazione proposta nel post precedente nei campioni che iniziano in 2010q1 e terminano nei trimestri da 2014q1 in poi, e ho usato il modello con le informazioni fino al tempo t per prevedere il dato del tempo t+1. Quindi, ad esempio, la prima stima è stata utilizzata per prevedere il dato di 2014q2. Poi ho stimato da 2010q1 a 2014q2 e ho previsto 2014q3. Poi ho stimato da 2010q1 a 2014q3 e ho previsto 2014q4. E così via. Ho insomma simulato un contesto operativo: quello in cui, con le informazioni disponibili fino a t, si prevede t+1. Questo è un primo ovvio test di bontà del modello, perché se in passato ha previsto male il futuro, c'è un ragionevole sospetto che possa predirlo altrettanto male in futuro. Naturalmente, a contrario, se il modello in passato ha previsto bene, non ci sono garanzie che possa farlo anche in futuro.

In ogni caso, i risultati sono questi:


Per essere un modello rudimentale, la performance è piuttosto buona: un errore medio assoluto percentuale dello 0.1%, e previsioni regolarmente all'interno dell'intervallo di confidenza. Certo: la previsione dell'ultimo trimestre 2015 non sembra tener conto della sterzata al ribasso dell'IPI: il PIL storico (in blu) continua per la sua strada. Può darsi benissimo che lo faccia anche nel secondo trimestre del 2016, e che quindi abbiano ragione i purchasing managers. In questo caso la linea blu "bucherebbe" la linea tratteggiata (il limite superiore dell'intervallo di confidenza) e questo dimostrerebbe che il modello avrebbe "sbagliato". Una crescita dello 0.1% come quella evocata dal nostro amico sarebbe sufficiente, perché porterebbe il dato trimestrale da 388807 a 389196 milioni, con un aumento di 389 milioni, pari a circa due euro in più a testa al mese per ogni italiano. Due caffè (quelli che dovreste offrire ad a/simmetrie).

Gentile amico: lei è renziano. Lo si capisce dalla sua naturale, istintiva simpatia, e dal fatto che vuole dimostrarci che va tutto bene. Con due euro in più al mese, che sono quelli che ci dimentichiamo nel carrello del supermercato, secondo lei l'Italia riparte?

Sinceramente, fra una crescita dello 0.1% e una dello 0% non vedo grande differenza. L'intervallo di confidenza della previsione del modello con cui stiamo giocando va in effetti da -0.1% a -1%. Una previsione con valore centrale 0.1, come quelle che lei cita, statisticamente si sovrapporrebbe a questo intervallo. In termini statistici è molto verosimile che le due previsioni non sarebbero significativamente diverse. Il punto è che naturalmente a uso del popolo bue (politici compresi) è inopportuno fornire misure di incertezza, cioè stime intervallari. Peccato che questo sia l'unico modo onesto di procedere quando si opera in un contesto probabilistico. Ma capita che le cose intellettualmente oneste siano in pochi a farle al mondo. Questo per dirle che in termini strettamente tecnici ci vorrebbe non solo un po' di tempo (perché si ottenga il dato definitivo del PIL, che non è quello che sapremo domani), ma anche molte informazioni in più (riferite allo scarto quadratico medio delle previsioni dei competitors) per sapere quale modello ha sbagliato di meno!

Le posso dare un consiglio? Non si prenda troppo sul serio, e non prenda troppo sul serio la situazione. Il modello che ho descritto nel post precedente è dichiaratamente un divertissement statistico: vediamo quanta informazione sul PIL ci fornisce l'IPI. Ma al di là di quello che posso pensare o scrivere io qui, vede, c'è un problema. E il problema è che una situazione nella quale le stime trimestrali del PIL ballano sulla lama dello 0% è senz'altro grave, ma non seria. Da quale parte cadano, le assicuro, è la parte meno grave della faccenda.

Questa sarà però la nostra situazione finché non ripristineremo un mondo normale. Cosa che la nostra stampa ci impedisce di fare, come ho scritto oggi sul Fatto Quotidiano. E questo è un problema non solo grave, ma anche serio, perché ci impone una riflessione sui cardini della nostra democrazia, che però non possiamo sviluppare qui: è ora di andare a letto.

Buona notte...